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Rewind Roma, dicembre 2025 # La fine del Giubileo: si chiude una porta, si apre una stazione
(disegno di peppe cerillo) La porta santa della basilica di San Pietro si chiude tra l’invasione Usa del Venezuela e le minacce all’Iran e alla Danimarca, mentre Israele lascia intenzionalmente morire due milioni di persone a Gaza, e le deportazioni di massa si avvicendano più o meno ovunque. È l’influenza del messaggio cristiano nel mondo. Ripercorriamo l’ultimo mese del Giubileo della Misericordia 2025 nella sua (e nella nostra) capitale. Il 4 dicembre manifestazione al Campidoglio contro la svendita dei mercati generali al gruppo texano Hines, mentre dentro si commemorava il sociologo Enrico Pugliese, morto il 28 novembre. Intanto un emendamento al bilancio modifica la proprietà dell’ospedale Forlanini sul Gianicolo, chiuso dal 2015, con l’obiettivo di cederlo al Vaticano. Il 5 a Torpignattara presidio antifascista contro il corteo dei neonazisti di Forza Nuova, a cui la questura nega il permesso a manifestare. Ai Parioli i carabinieri trovano due poliziotti in uniforme che compravano cocaina nella macchina di un pusher. Gli studenti delle superiori manifestano contro la violenza di genere dopo il caso della “lista stupri” al liceo Giulio Cesare. Un ciclista ucciso da un’auto sull’Aurelia. Il 6 a Castel Sant’Angelo si inaugura Atreju, festa della giovanile di Fratelli d’Italia: gli eredi di Michael Ende, creatore del personaggio Atreju, chiedono all’organizzazione di non usare quel nome. La notte una ragazza di ventitré anni viene violentata da un gruppo di uomini vicino alla metro Jonio. L’8 arrestato un primario del Sant’Eugenio che prendeva tangenti dalle cliniche private per mandarci i pazienti in dialisi. Il 9 torna Zelensky: incontra Meloni e Schlein, poi va a Castel Gandolfo dal Papa. Due incidenti mortali in strada, all’alba a Trastevere, poi a Malafede. Il 10 manifestazione al Tufello per la ragazza violentata a Jonio. Sciopero generale l’11; incidente mortale a Porta Portese, il guidatore scappa lasciando il passeggero intrappolato nella macchina. Il 12 il sindaco dedica il Ponte dell’Industria (Ostiense) a San Francesco, per l’occasione definito “uomo-ponte”. Poi trasforma l’ufficio del Giubileo in “ufficio della Partecipazione e dei Quartieri”. Il 13 una banda di ladri all’Appio Claudio lancia una Panda contro Mediaworld e scappa col bottino. Abbattuti cinquanta tigli all’Eur: dovevano essere centocinquanta ma sono stati ridotti dopo le proteste degli abitanti. Il 14 è il Giubileo dei detenuti, ultimo evento dell’anno santo; si chiude anche Atreju, con un discorso di Meloni che attacca Francesca Albanese e dichiara solidarietà a La Stampa (dopo l’azione di protesta a Torino). Continuano le udienze per l’imprenditore Mirko Pellegrini, “Mr. Asfalto”, che da dieci anni pagava mazzette e pranzi a funzionari e politici romani (soprattutto Pd) per evitare i controlli sull’asfalto scadente delle strade. Il 15 si formalizza il passaggio al Vaticano del Forlanini, un enorme bene pubblico trasferito a uno stato estero.  La Fondazione Hind Rajab denuncia alla procura di Roma un militare israeliano in vacanza a Roma, accusato di crimini internazionali: l’Italia non dovrebbe lasciarlo uscire dal suo territorio. E invece esce. Dopo tredici anni, finalmente il 16 aprono le stazioni della Metro C di Colosseo e Porta Metronia, collegando tutta Roma Est al centro storico. Migliaia di romani e romane visitano incantate le architetture insolite e l’allestimento archeologico alla stazione di Colosseo. Il sindaco annuncia che Fontana di Trevi sarà a pagamento, e che presto inizieranno i lavori per lo stadio di Pietralata. Il 17 un consiglio comunale del Municipio X discute la grande opera progettata sull’altra sponda, il mastodontico porto crocieristico della Royal Caribbean a Fiumicino. Intanto il sindaco crea un nuovo ufficio che non promette nulla di buono: “Rigenerazione del Litorale e Grandi Progetti”. Il 18 ci sono ancora due incidenti mortali sulle strade, i primi dopo l’entrata in vigore del nuovo codice della strada di Salvini: uno a Bracciano e uno a Fiumicino. Nella sala stampa del Vaticano si presenta il discorso per la Giornata della pace: il papa denuncia il riarmo e la militarizzazione della società, nonché le ingerenze dei produttori di armi, condannando l’uso nazionalista della religione come “blasfemia”. Tutti contenti, ma non cambia nulla. Intanto il preside del liceo Righi manda a tutti i docenti una circolare infarcita di Bibbia e Torah, infischiandosene della laicità della scuola. Il 20 un ragazzo di origine montenegrina viene accoltellato al Trullo in una faida tra vicini. Il 21 l’aeroporto di Fiumicino annuncia il superamento della soglia dei cinquanta milioni di passeggeri in un anno. All’alba del 22 in un incidente di auto vicino ad Acilia muore una ragazza di ventisette anni, lasciando due figli piccoli. Lo sgombero di Askatasuna a Torino sembra annunciare altri sgomberi di occupazioni a Roma, tra cui Spin Time e Forte Prenestino. Il 24 iniziano le chiusure delle quattro porte sante: finisce il Giubileo, un tempo festa della remissione dei debiti, oggi solo una lunghissima e pomposa cerimonia infarcita di discorsi generici che i media italiani ritrasmettono acriticamente. il 25 chiude la prima porta, quella della basilica di Santa Maria Maggiore, dove sarebbero custodite le reliquie della Sacra Culla di Gesù, con una preghiera “per i poveri”; il 27 quella di San Giovanni in Laterano, la prima chiesa costruita a Roma: il Cardinale Vicario, alla presenza del Sindaco, blatera della necessità di “prendersi cura di tutti”. Intanto la polizia fa un raid razzista contro i commercianti arabi di Centocelle. Il 28 chiude la porta santa di San Paolo: l’arciprete insiste che “la speranza non delude”, ma già il giorno dopo i carabinieri di Colleferro sfilano con la fanfara nell’outlet di Valmontone celebrando l’arma e facendo giocare i bambini alla guerra. Il 30 diverse personalità dello spettacolo diffondono una petizione contro lo sgombero di Spin Time, dichiarando che il palazzo “non è un centro sociale occupato, non è un luogo di propaganda politica, non produce illegalità, non è mai stato coinvolto in disordini sociali”. Il 31 a Acilia muore un uomo di sessantatré anni per i botti, un petardo gli stacca un braccio. Il 1 gennaio 2026 trecento persone fanno il bagno di capodanno sulla spiaggia di Capocotta a Ostia; un nuovo tuffatore fa il salto di Capodanno nel Tevere. Iniziano quattro giorni di pioggia quasi ininterrotta: il 2 per il maltempo una nave urta la banchina del porto di Civitavecchia, mentre a Ostia sequestrano nove chili di cocaina con il logo della Juventus. Il 4 ci sono strade allagate, ponti chiusi, linee ferroviarie sospese, e crolla un pino su via dei Fori Imperiali. Presidio contro l’imperialismo sotto la pioggia davanti all’ambasciata Usa, dopo il sequestro di Maduro. Il 5 manifestazione antimilitarista e antimperialista a piazza Barberini. Il 6, finalmente, si chiude anche la porta santa di San Pietro, con un’omelia in cui il Papa invita a tenere “aperta la porta della misericordia”. Rimangono aperte anche le due nuove fermate della metro, per fortuna, ma anche tutti i cantieri che continuano a cementificare Roma; rimangono aperte tutte le nuove opportunità di profitto create per il capitale finanziario, e anche i “poteri speciali” per il sindaco per autorizzare nuove speculazioni. Finisce il Giubileo della speranza; e finisce anche la speranza che con tutti i soldi stanziati per il Giubileo la città sarebbe potuta diventare migliore. (stefano portelli)
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rewind roma
La parola della settimana. Porta
(disegno di ottoeffe) Devo ammetterlo: Aldo Cazzullo mi è simpatico. La sua faccia mi rasserena, o comunque quando la vedo non sento il prurito che mi attraversa il corpo se per errore mi compaiono sullo schermo i suoi colleghi paladini della sinistra democratica (da de Gregorio a Telese nessuno escluso, passando per Gruber e Gramellini, senza nemmeno contare Fazio e questo Scanzi che mi ricorda quegli accademici che studiano i movimenti sociali ma non hanno mai attacchinato un manifesto in vita loro – prendo in prestito l’espressione da -gr). La settimana scorsa stavo guardando Una giornata particolare, che sarebbe un buon programma se non fosse per alcuni excursus no-sense sulla base di associazioni di idee discutibili, in cui si dà voce a gente discutibile – tipo Farinetti sul vino o Lino Banfi sulla morte, in una puntata sui misteri della Bibbia. Farinetti e Saviano a parte (compariva anche lui ovviamente, su Sodoma e Gomorra…), ho scoperto che uno dei fatti mitologico-religiosi a cui si appigliano gli ebrei per giustificare i loro presunti diritti sulla Palestina risale alla colonizzazione dei Cananei da parte degli Israeliti (1200 avanti Cristo, più o meno): questi ultimi, infatti, sarebbero stati autorizzati a soggiogare la popolazione a ovest del Giordano alla luce non solo della promessa di Yahveh, che gli aveva indicato quella terra, ma anche di una maledizione fatta da Noè a suo figlio Cam, e a suo nipote Canaan, dal momento che il primo, dopo aver trovato il genitore a dormire nudo e ubriaco lercio in una tenda, non l’aveva coperto con un lenzuolo. (l’ebrezza di noè, di michelangelo buonarroti – cappella sistina, roma) Nel Libro di Giosuè, uno dei cosiddetti “libri storici” dell’Antico Testamento (in realtà è documentato che ci siano scritte un sacco di fandonie), si racconta la conquista della città di Ai, in terra di Canaan: su precisa indicazione del Signore, gli Israeliti attirano gli abitanti locali nel deserto per battagliare, facendo contemporaneamente entrare altri uomini in città, non appena le porte rimangono sguarnite. Quelli di Ai videro che il fumo della città si alzava verso il cielo.[…] Giosuè e tutto Israele videro che quelli dell’agguato avevano conquistato la città e che il fumo si era levato; si voltarono dunque indietro e colpirono gli uomini di Ai. Anche gli altri uscirono dalla città contro di loro, e così i combattenti di Ai si trovarono in mezzo agli Israeliti, avendoli da una parte e dall’altra. Gli Israeliti li colpirono, finché non rimase nessun superstite o fuggiasco. […] Quando gli Israeliti ebbero finito di uccidere tutti gli abitanti di Ai, che li avevano inseguiti in campo aperto nel deserto, e tutti fino all’ultimo furono passati a fil di spada, tutti gli Israeliti rientrarono in Ai e la colpirono a fil di spada. Tutti i caduti in quel giorno, uomini e donne, furono dodicimila, tutta la popolazione di Ai. […] Giosuè incendiò Ai, riducendola a una collina di rovine per sempre […]. Fece appendere il re di Ai a un albero, fino alla sera. Al tramonto comandò che il suo cadavere fosse calato giù dall’albero e lo gettarono all’ingresso della porta della città. (libro di giosuè, capitolo 8) Più passa il tempo, più mi accorgo di quanto impegniamo il nostro tempo a fare cose inutili, tipo preoccuparci di cosa gli altri pensano di noi, o di quello che dicono i leader di uno dei partiti più insopportabili della storia del parlamento. Eppure, seguendo una serie di associazioni di idee tipo Una giornata particolare mi sono ritrovato a fare un conteggio, e ho scoperto che negli ultimi trent’anni avrò passato più o meno centocinquantamila minuti (circa centocinque giornate) a difendere una porta, attaccandone raramente un’altra. (credits in nota 1) A mia discolpa va detto che la decisione la presi per caso, quando avrò avuto più o meno otto anni. In quel periodo l’allenatore mi schierava testardamente all’ala destra, finché in una partita in cui non avevamo nemmeno un difensore mi spostarono dietro e le cose cominciarono ad andare meglio. Sliding doors, lo chiamano gli anglofoni dalla fine degli anni Novanta (grazie a un iconico film che diede un senso figurato a un’espressione che significava altro), indicando un momento apparentemente insignificante che può cambiare il corso dei fatti, o la vita di una persona. Le porte scorrevoli, in linguaggio politico, sono infatti porte (e poltrone) di altro genere: l’espressione fa riferimento al passaggio di un alto esponente istituzionale ai vertici di aziende private che agiscono nello stesso campo in cui egli aveva operato fino a poco prima come attore pubblico. Il più irritante […] è stato quello dell’ex ministro degli interni, Marco Minniti, che ha assunto la presidenza dalla nuova fondazione Medi Or promossa dal gruppo di tecnologie militari Leonardo […]. Parole chiave: difesa, sorveglianza, intelligence, confini, tradotte nello statuto Medi Or in formazione e scambio culturale con i paesi africani e medio orientali. Minniti aveva lasciato il seggio di deputato del Pd alla Camera alla fine del mese di febbraio 2021 per andare a presiedere la nuova fondazione di Leonardo, ex Finmeccanica, partecipata dallo Stato che opera nei settori di difesa, aerospazio, sicurezza. […] Il caso più recente è quello di Andrea Urbani, che a luglio 2022 ha lasciato l’incarico di direttore generale della programmazione del ministero della salute, per andare a ricoprire il ruolo di amministratore delegato dell’IRCCS San Raffaele di Milano, uno dei maggiori ospedali privati italiani con un fatturato annuo vicino a due miliardi di euro, come già avevano fatto altri ex ministri: Angelino Alfano, presidente del Gruppo ospedaliero milanese San Donato dal 2019 e – ancor più grave per il suo ulteriore ruolo come governatore della Lombardia, regione che rappresenta un Eldorado per la sanità privata in Italia […] – Roberto Maroni, entrato nel Cda del San Donato nel 2020. (enzo ferrara, altronovecento) (credits in nota 2) Forse è un po’ banale, ma per preparare la rubrica di questa settimana dovevo mettermi a riascoltare i Doors. Mi è servito almeno, il latrato di Edip-orrison – che voleva farla finita uccidendo il padre e andando a letto con la madre –, per impormi un obiettivo per questo nuovo anno: pensare (citando il mitico Yogi Barra: consiglio a tutti la sua storia) che non è finita finché non è veramente finita. Buon 2026 a tutti i lettori. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Zdenek Zeman asfalta Massimo Mauro dopo un Napoli-Cagliari (3-3) del 2014 ² Sara Grattogi sull’ennesimo scandalo all’ospedale privato San Raffaele di Milano, Uno Mattina News, 10 dicembre 2025
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parola della settimana
La parola della settimana. Fesso
(disegno di ottoeffe) Il nuovo arrivato era un uomo sui trentatré o trentaquattro anni, cioè un po’ più anziano del compagno. Era di media statura, robustissimo, dalla pelle bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra beffarde, e sottili, indizio di una ferrea volontà. A prima vista si capiva che era un europeo non solo, ma che doveva appartenere a qualche razza meridionale. (emilio salgari, le tigri di mompracem). È un mese che sulle cronache napoletane e nazionali l’attore Alessandro Preziosi pubblicizza il personaggio da lui interpretato nella serie dedicata a Sandokan andata di recente in onda su Rai 1 (evidentemente di successo, sebbene molto modesta: personalmente ho resistito mezza puntata). Nella fiction Preziosi è il corsaro portoghese Yanez, compagno d’avventure della Tigre della Malesia, e in qualche modo carattere a lui speculare. A mio avviso (non che questo abbia qualche rilevanza) è il personaggio più bello del ciclo di Salgari: freddo, elegante nei modi e nell’aspetto, ironico, prudente, è ingegnoso e astuto, anzi queste ultime due sono probabilmente le sue caratteristiche principali. Sarà per questo che non c’è intervista (l’ultima è uscita ieri a pagina piena sul Corriere del Mezzogiorno, a cura di Vanni Fondi) in cui Preziosi, che è napoletano, non ci propina la retorica sul partenopeo scaltro e “sfaccimmo”, parola che ripete a oltranza, traducendola quando l’intervista è nazionale a beneficio dei fan italiani. Il cliché riesce in effetti tanto efficacemente che il lettore napoletano per bene può gongolare compostamente, sentendosi anche lui un po’ “sfaccimmo”: anche se odia l’arte di arrangiarsi e disprezza chi si arrangia, chiedendosi perché non va a lavorare invece di truffare il prossimo; anche se a Napoli nessuno usa questa parola per intendere quello che intende Preziosi. Detto ciò, mi sono chiesto alla terza intervista in un cui si ripeteva questo refrain: ma di napoletani fessi, ce ne sono? (credits in nota 1) Non è il caso di trascendere nella trivialità della connotazione femminile della parola di questa settimana, quindi sorvolerei da ora in poi sul napoletano, riportando però almeno il fatto che in francese fesse vuol dire natica, derivando dal latino “findere”, il cui participio si riferisce a qualcosa di “crepato in lungo”, “diviso in due”. Stando sul più accettabile socialmente, secondo i dizionari, il fesso non è necessariamente uno stupido (può esserlo, ma non necessariamente lo è), quanto colui “che si comporta da stupido”, e questo è un po’ in contraddizione con il meridionale “farsi fare fesso”, che fa riferimento al “farsi raggirare”. Tipo quando io ti dico: vedi che questa cosa che stiamo facendo richiede un sacrificio per un po’ di tempo. Ma poi finirà, è solo temporaneo. Ti restituiremo tutto dopo qualche mese, e oltretutto saremo più ricchi sia io che tu. Coppa America ogni due anni, team d’accordo. Il Comune di Napoli: pronti a ospitarla anche nel 2029 (repubblica napoli, 27 dicembre 2025) Avevamo più o meno quindici anni, io e miei amici, quando una professoressa di italiano e latino una mattina alzò un polverone accusandoci di essere maschilisti e sotto sotto fascisti, perché avevamo scritto a caratteri cubitali sul muro della classe un vecchio detto napoletano: “’O barbiere te fa bello, ‘o vino te fa guappo, ‘a femmena te fa fesso!”. Quella professoressa si diceva femminista e di sinistra (la parola comunista già cominciava a diventare fuori moda), ma raramente le abbiamo visto fare un giorno di sciopero, persino quando Berlusconi voleva eliminare l’articolo 18 (non ci riuscì, ma poi ci pensò Renzi), o quando la Moratti completò l’opera di distruzione della scuola pubblica iniziata dal post-comunista Berlinguer junior. Molti di noi fessacchiotti per qualche tempo la considerammo anche una persona autorevole, ma poi capimmo prima di arrivare alla maturità (intesa come diploma). A volte penso che sarebbe bello tornare a essere così ingenui. (credits in nota 2) a cura di riccardo rosa Ps.: A proposito di Coppa America, bradisismi, palazzi che crollano e territori sotto attacco, consiglio la lettura di questo breve testo scritto ieri dagli attivisti dell’Assemblea Popolare di Bagnoli e pubblicato attraverso i canali di Villa Medusa (entrambe le realtà fanno parte della Rete No America’s Cup).  ________________________ ¹ Totò ed Ernesto Calindri in: Totòtruffa 62, di Camillo Mastrocinque (1961) ² Massimo Troisi e Pippo Baudo in Fantastico (1990)
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parola della settimana
La parola della settimana. Limite
(disegno di ottoeffe) C’è un povero cristo fuori al tribunale di Napoli che campa vendendo bloc notes, penne, accendini, manifestini di lutto per la Juventus. Ha anche qualche marca da bollo in tasca, e quando gli avvocati, che lo conoscono tutti, sono in ritardo e devono sbrigarsi perché l’ufficio chiude, le prendono da lui e gli fanno un regalo. Il tizio avrà più di sessant’anni. La sua vita è un disastro – me l’ha raccontata venerdì in pochi minuti – e non sta nemmeno troppo bene con la testa. Ha tutta l’aria di chi non sarebbe capace di far male a una mosca, eppure la guardia giurata del tribunale, uno con gli occhiali da Rambo e pistole d’ordinanza sul fianco, gli ha dato addosso perché pretendeva di decidere il limite spaziale entro cui il tizio poteva o non poteva esercitare il suo commercio. Non parliamo del cancello del tribunale, dove finiva la giurisdizione di Rambo – che non essendo neppure capace di vincere un concorso nella penitenziaria opera per conto di quelle agenzie di mercenari, spesso controllate dal Sistema, e che quindi ha esattamente i miei diritti e quelli di chiunque altro a (non) decidere cose che riguardano la pubblica via. Parliamo della strada, per la precisione della fermata di un autobus. Eppure, nella sua testa, Rambo pensava di poter comandare. È finita a insulti alle mamme e con l’apertura di una riflessione sull’idea di limite. Ti farò male più di un colpo di pistola È appena quello che ti meriti Ci provo gusto, me ne accorgo, e allora? Non mi vergogno dei miei limiti (e lividi) (subsonica, colpo di pistola) Una prima definizione matematica di limite pare sia attribuibile a tale Augustin-Louis Cauchy, matematico di inizio Ottocento, e qualche decennio dopo a Heinrich Eduard Heine. Smanettando in rete mi sono reso conto che almeno due-tre degli studiosi che hanno toccato questa materia hanno avuto problemi psichiatrici. È successo a Weierstrass, tedesco, padre dell’analisi moderna (quella matematica, ovviamente): suo padre, ufficiale del governo tedesco di Boemia, lo costrinse a studiare legge a Bonn, ma lui non combinò niente e anzi si avvicinò da autodidatta alla matematica e al gruppo del Crelle’s Journal, che oggi è la più antica rivista di matematica esistente. A un certo punto il giovane Karl se ne va a studiare a Munster (che solo per una strana coincidenza legata ai natali di un mio amico è la squadra tedesca per cui tifo), rompendo con il padre, e diventa un grande esperto di funzioni ellittiche, ma anche un alcoolizzato, sviluppando problemi psichici e nevrosi di vario tipo. Anche Cantor, uno dei più grandi matematici della storia (per intenderci, quello che ha inventato gli insiemi), soffrì di una grave depressione, perché isolato dalla comunità scientifica. Cercò invano supporto in papa Leone XIII e forse anche per questo arrivò a identificare il suo rigorosissimo concetto di infinito assoluto con… Dio. Passò gli ultimi anni della sua vita in manicomio, ad Halle. L’esaltazione creatrice è intimamente legata alla malinconia, sorella  della depressione e figlia della mania, ma anche parente vicina della follia, dal momento che l’opera non è più sufficiente a contenere tutte le tensioni. […] Il romantico-melanconico coniuga la tristezza al quotidiano e contempla il suo dolore nella profonda solitudine del ripiegarsi su se stesso. “La malinconia è la felicità di essere triste”, scrive Victor Hugo ne Les travailleurs de la mer. Vi si fondono molto intimamente un’attitudine filosofica, la ricerca poetica e la malattia depressiva, condizioni che caratterizzano dolorosamente questi insaziabili sogni d’assoluto. (philippe brenot, le génie et la folie – traduzione mia) È interessante come la matematica associ il limite a quest’idea di assoluto, mentre per la semantica lo stesso vocabolo indica una linea terminale o divisoria, un confine. Qualche anno fa abbiamo pubblicato un libro curato da Miguel Angel Valdivia, che si chiama appunto Confini, dove dialogano quattro storie di quattro disegnatori, Andrea De Franco, Federica Ferarro, Mario Damiano e Adriana Marineo. I quattro interpretano il concetto in maniera ora concreta ora metafisica, interrogandoci non solo sull’idea di limite, ma anche se non soprattutto su quella dello spazio che si trova prima e dopo di questo. (disegno di andrea de franco, da: confini) Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni dei Duemila andava in onda ogni pomeriggio su Rai Uno (o forse Rai Due) un programma che si chiamava Ci vediamo in Tv, condotto da Paolo Limiti, autore televisivo (Rischiatutto), scrittore di canzoni (La voce del silenzio, Stupidi, Adagio) e regista radiofonico (Il maestro e Margherita). Per quanto ricordi, la trasmissione era un viaggio nostalgico durante il quale si esibivano cantanti perlopiù ottuagenari, rievocando spesso le storie all’origine di brani che erano stati grandi successi anche cinquanta o sessant’anni prima. Vi partecipavano Milva, Ornella Vanoni, Mirna Doris, Angela Luce − cult una sua appassionata esibizione in L’urdema tarantella (Bovio-Tagliaferri, 1936) per la quale rivendicava, con solennità, di aver ricevuto un premio come “unica, grande, sola, vera interprete del sentimento della canzone napoletana”. L’urdema tarantella racconta la drammatica uccisione da parte di una donna gelosa dell’amante del marito, davanti la chiesa della Madonna della Catena, che a Napoli si trova in via Santa Lucia, così chiamata in riferimento al miracolo con cui Maria salvò dalla condanna a morte tre innocenti, nella città di Palermo, spezzando le loro catene. Un’altra drammatica uccisione legata a quella chiesa fu quella dell’ammiraglio Caracciolo, che lì riposa in pace: Caracciolo fu arrestato e fatto uccidere dall’ammiraglio Nelson in persona, dopo aver combattuto contro la flotta borbonica che cercava di restaurare l’ordine dopo le sollevazioni della Repubblica Napoletana. Si vide Caracciolo sospeso come un infame all’antenna della fregata Minerva; il suo cadavere fu gittato in mare. Il re era ad Ischia, e venne nel giorno susseguente, stabilendo la sua dimora nel vascello dell’ammiraglio Nelson. Dopo due giorni, il cadavere di Caracciolo apparve sotto il vascello, sotto gli occhi del re. Fu raccolto dai marinari che tanto l’amavano, e gli furono resi gli ultimi offici nella chiesa della Santa Lucia che era prossima alla sua abitazione. (mariano d’ayala, saggio storico sulla rivoluzione di napoli 1799 di vincenzo cuoco e sulla vita dell’autore) Ma in matematica, il limite – e qui spero di non deludere C., matematica e scrittrice ben più raffinata di quell’altra ahinoi, invece, più famosa e potente – serve a descrivere che cosa accade a una successione di numeri quando la variabile si avvicina sempre di più a un certo valore, senza doverlo per forza raggiungere. In parole povere, è come avvicinarmi alla felicità, senza mai poterla neppure sfiorare, ma andare sempre nella stessa direzione, in modo che sarà inequivocabile che quella costituisce il mio limite. Troviamo sempre qualcosa, vero, Didi, per darci l’impressione di esistere? (estragone, in: samuel beckett, aspettando godot) a cura di riccardo rosa
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parola della settimana
La parola della settimana. Merito
(disegno di ottoeffe) Amame e damme ‘o bene quanno nun m’o merito tanno n’aggio bisogno, l’aggio appreso int’e prete e nun m’o scordo. (co’sang, povere ‘mmano) In epoche di scosse telluriche ed emotive mi sono ritrovato a discutere più volte il concetto di “merito”, mantra della tirannia capitalista e dogma che assume l’iniquità come effetto collaterale di una selezione fintamente naturale. Ne ho parlato per quasi un’ora con un gruppo di adolescenti con cui sto lavorando in una scuola non lontano da casa, che l’hanno associata per lo più al mondo dello sport (“vincere con merito”, “meritare la vittoria”), a una presunta eticità (“onore al merito”, “meritare un riconoscimento”), e qualcuno addirittura a un vecchio adagio di curva, non so attraverso quali canali giuntogli alle orecchie (“chi milita, merita”). Pochissimi tra loro, per fortuna, l’hanno associato alla scuola. Su venticinque ragazzi e ragazze, anzi, soltanto sei conoscevano l’assurdo nome dato dall’attuale governo neofascista al ministero che organizza la loro vita scolastica (ho dovuto fargli notare che il fascismo nasce come braccio armato del grande capitale, che dell’ideologia del “merito” ha bisogno come il pane). Il latino, la Bibbia, l’Occidente. Questo è il nuovo programma scolastico 2026 (elle, 14 marzo 2025) Scuola, passa la riforma del voto in condotta: con 6 compito di cittadinanza; con 5 si è bocciati (la stampa, 30 luglio 2025) “A chi contesta il termine maturità, a chi lo considera superfluo, ridondante o simbolico, rispondiamo con fermezza: questa non è una questione di parole, ma di valori. Abbiamo scelto ‘maturità’ perché l’esame non misura solo ciò che si sa, ma chi si è diventati. […] Chi attacca il termine non attacca un nome, ma la centralità della formazione della persona, e noi su questo principio non arretriamo di un passo. […] Per il governo Meloni, e per il ministro Valditara, il cuore di questa riforma è proprio questo: restituire centralità alla persona, restituire dignità al valore educativo della scuola”. (ella bucalo – membro della commissione cultura del senato e responsabile del “dipartimento istruzione” di fratelli d’italia) Per non essere troppo livoroso ho deciso di non scegliere come parola di questa settimana né “cerchio” né “botte”, e di non dare troppa importanza a un articolo pubblicato su Jacobin, organo di stampa ombra di Alleanza Verdi Sinistra e sfogatoio delle decine di accademici e intellettuali di questo tristo paese bisognosi di accreditarsi come “di sinistra”. Vale però la pena ugualmente entrare nel merito di alcune riflessioni pubblicate in questi giorni sulla stampa nazionale a corollario dell’azione effettuata da alcuni attivisti a Torino, che si sono introdotti nella sede de La Stampa, buttando per aria un po’ di fogli e scrivendo qualche slogan sui muri. Su Monitor abbiamo già espresso la nostra posizione (qui e qui), ma riprendo qualche passaggio a beneficio di chi fatica a leggere più di quattromila battute in un solo articolo: Al di fuori, essa si esercita innanzitutto con uno strumento formidabile di formazione e controllo dell’opinione pubblica, La Stampa. Il giornale della Fiat ha infatti un’influenza determinante nella vita e nelle opinioni dei torinesi. Esso sbandiera un antifascismo sterile e di ricordi, e una politica di “riforme sociali”, propone un paternalismo “illuminato” avallato anche sul piano nazionale grazie alle firme di rispettabili nomi della cultura e dell’antifascismo italiani, e sul piano torinese, con la seconda pagina e “Lo specchio dei tempi”, indirizza l’opinione pubblica su binari ben precisi. In essa trovano posto le “inchieste” e le “denunce” interessate (il costo della vita, le case che mancano e che lo Stato dovrebbe finanziare, e così via), le cronache della Torino-bene e dei suoi eroi con le loro mensili “opere buone”, i preti e gli assi della Juventus, la cronaca delle disgrazie, degli incidenti (narrati, sempre, in stile “Cuore”), i fattacci degli immigrati (con appariscenti titoli: “calabrese ruba…”, “meridionale uccide…”, “siciliano rapisce…”) e infine le buone azioni quotidiane. (goffredo fofi, l’immigrazione meridionale a torino) Solo a partire da qui è possibile riformulare le domande iniziali: che cos’è la violenza? Chi ha il potere di nominarla? Quale contesto viene assunto come sfondo neutro e quale viene patologizzato come devianza? Solo a partire da qui è possibile parlare di solidarietà senza riprodurre la postura coloniale di chi rappresenta l’altro, decide al posto dell’altro quale forma di resistenza è accettabile, prescrive all’altro la non-violenza mentre ne beneficia quotidianamente lo sfruttamento. Il punto non è di normalizzare la violenza, ma di smettere di usarla come strumento per silenziare quelle lotte anticoloniali e rivoluzionarie che dicono, in modo esplicito, che la libertà di una parte dell’umanità è inseparabile dalla trasformazione radicale dell’ordine che oggi viene difeso anche, e soprattutto, nel nome della “pace”. (miriam abu samra, la fiera dell’ipocrisia. intellettuali progressisti e non violenza) Da manuale della Scuola Holden, si diceva, il pezzo pubblicato sulla questione da Jacobin (per i meno avvezzi, la Scuola Holden è un centro di formazione – con sede a Torino – in cui Alessandro Baricco e i suoi insegnano a giovani che sanno usare le parole a metterle al servizio delle aziende, della politica, degli interessi delle classi dirigenti, fingendosi pure soggetti liberi e pensanti).  Con una scaltrezza non da poco Alberto Manconi riesce, nello stesso articolo: ad attaccare strumentalmente il governo Meloni come farebbe un esponente del Pd o di Avs; a indignarsi per la rottura dell’equilibrio liberaldemocratico per cui la libertà di stampa è sacra (tanto più che quel giorno i giornalisti erano “in sciopero per poter svolgere seriamente la propria professione”); a rimestare altra fuffa inutile, ma a essere al contempo precisissimo sui punti sostanziali di questa vicenda, che sono il vero bersaglio del suo discorso: l’azione dei militanti torinesi è “un errore”, “non utile”, “inefficace” e “non intelligente” (avrebbe oscurato il fine settimana di scioperi e indirettamente il fatto che in Palestina non ci sia ancora nessuna pace); chi l’ha compiuta ha fatto “di tutt’erba un fascio” e creato un pretesto per una condanna da destra delle altre posizioni di sinistra, quelle più democratiche e accettabili (vedi Francesca Albanese); l’imam di San Salvario Mohamed Shahin sarebbe in via di deportazione perché avrebbe “contestualizzato in modo discutibile il 7 ottobre”; dulcis in fundo, La Stampa non è certo “il peggior quotidiano nel modo di trattare il genocidio in Palestina”. Una rappresentazione plastica della lotta di classe (da quale lato e contro chi, lo potrete capire da soli), da studiare e ricordare.  “Antisemitismo” e “genocidio”: il peso delle parole dopo il 7 ottobre Abusare di determinati termini confonde la Storia e rischia di cancellare le vere responsabilità morali e politiche (la stampa, 30 agosto 2025) Sdoganare l’antisemitismo, l’altro disastro di Netanyahu (la stampa, 25 settembre 2025) L’attacco contro la redazione de La Stampa a Torino non è solo un atto vile: è una ferita alla democrazia e un colpo gravissimo alla stessa causa palestinese. […] Colpire un giornale – con volti coperti, fumogeni, minacce, devastazioni – ripropone forme di squadrismo che la storia d’Italia ha già sconfitto e ricacciato indietro. E nessuna lotta davvero “giusta” può consentire di farsi inquinare da una violenza fine a se stessa. […] Tanto più perché La Stampa è uno dei pochi quotidiani italiani che, con continuità, ha dato spazio a voci palestinesi, documentando il “genocidio a bassa intensità” a Gaza, il terrorismo dei coloni israeliani e le torture in carcere dei prigionieri palestinesi. (rula jebreal, la stampa, 3 dicembre 2025)  La differenza tra i due avvenimenti è l’esistenza dello Stato di Israele. Uno Stato che, aggredito, risponde. Come tutti gli Stati. Che fortuna insperata per gli antisemiti di tutto il mondo! Gli ebrei uccidono. È un’occasione, forse, per ripulire la cattiva coscienza ereditata dai testimoni di uno dei più grandi massacri della Storia, se non altro per numero di morti, e i mezzi adottati per liquidarli, quelli degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, sotto lo sguardo indifferente dell’umanità. Ed ecco che manifestazioni oceaniche riempiono le strade delle grandi città di tutto il mondo. Sono manifestazioni che superano per ampiezza quelle contro la guerra del Vietnam a suo tempo. Con una palese differenza: all’epoca la gente gridava “pace in Vietnam!”. Dalla bocca di coloro che oggi solidarizzano con Gaza, invece, la parola “pace” è scomparsa. A rappresentare il Male, il Male da combattere, non è più il governo, ma tutto Israele. […] I nuovi antisemiti di fatto stanno ritorcendo la Shoah, che i negazionisti non sono riusciti a far vacillare, contro gli ebrei stessi. Gli ebrei che, in questo periodo, stanno “genocidiando” un altro popolo. Questo verbo non esisteva nei dizionari, ma è stato inventato proprio in occasione della guerra di Gaza. (marek halter, la stampa, 26 novembre 2025) Qualche anno fa, ispirati da Aristotele ed Hegel, avevamo una rubrica su Monitor che metteva in evidenza lo squallore di ciò “che ci meritiamo” (i giornali che ci meritiamo; i politici che ci meritiamo; i partigiani che ci meritiamo, e così via). Ci ho ripensato giovedì a proposito dei telegiornali, imbattutomi con g. in un servizio del Tg2 che nel dar conto dell’ennesima strage israeliana a Gaza, dove con la scusa di ammazzare un militare di Hamas sono stati uccisi cinquanta civili, di cui sette bambini, si leggeva il massacro come conseguenza di un attacco di miliziani palestinesi a una pattuglia dell’esercito sionista, che avrebbe provocato il ferimento – fonte: l’esercito stesso – di cinque soldati. (credits in nota 1) Sarebbe bello, anche solo a volte, sapere cosa diavolo abbiamo fatto di male. a cura di riccardo rosa ________________________ ¹ Robert De Niro, Dennis Leary, Anne Heche, Dustin Hoffman in: Sesso e potere, di Barry Levinson (1997)
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Rewind Roma, novembre 2025 # Case agli italiani, beni pubblici ai fondi immobiliari
(disegno di peppe cerillo) Celebrazioni ovunque per il 2 novembre, cinquantenario dell’omicidio di Pasolini a Ostia. Un’associazione dell’Idroscalo – il quartiere autocostruito a pochi passi dal luogo dell’omicidio – ricrea la partita del ’75 interrotta allora, e convoca gli “Stati generali dell’Idroscalo” per discutere del futuro della zona. Il 3 crolla un pezzo della Torre dei Conti tra via Cavour e Fori Imperiali, uccidendo un operaio romeno sessantaseienne, Octay Stroici, rimasto intrappolato per undici ore sotto le macerie. La sera una dozzina di neofascisti fa irruzione al liceo Righi occupato, con caschi, bottiglie e canti per Mussolini. Il 4 il presidente del municipio V chiede la fine degli sgomberi al Quarticciolo. Presidio davanti al ministero della pubblica istruzione contro la censura nelle scuole e nelle università. Di nuovo un gruppo di fascisti tenta di attaccare il Righi ma viene respinto. Il 5 sgomberi a Cinecittà, in via Eudo Giulioli, “palazzi occupati dai latinos” secondo la stampa. Di notte ancora un attacco di neofascisti, al liceo Aristofane occupato. Il 6 arriva a Roma il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen, per incontrare il papa e il presidente della repubblica. Stretta di mano con Mattarella, che continua a inviare armi per massacrare i palestinesi. Il sindaco riceve Robert De Niro, a cui consegna un’onorificenza, la Lupa capitolina. Poi presenta un “rapporto alla città” che sostanzialmente dice che va tutto a gonfie vele. Il 7 gli studenti del Righi manifestano contro le aggressioni fasciste subite durante l’occupazione. Domenica 9 manifestazione a Fiumicino contro la costruzione del Porto Turistico della Royal Caribbean. Il 10 il sindaco annuncia l’accordo con Hines, una delle più grandi società di investimento immobiliare al mondo, per cedere i Mercati Generali sull’Ostiense e farne uno studentato di lusso. Il 12 nuovi sgomberi a Cinecittà-Don Bosco: gli appartamenti ex tutelati saranno ceduti al Fondo Scoiattolo. Siccome sono latinos, gli occupanti sgomberati non avranno nulla. Blitz antidroga su via dell’Idroscalo. Il 13 un trentenne di Torbellamonaca muore al San Filippo Neri, forse per un sedativo somministrato dopo un incidente: i parenti protestano davanti all’ospedale. Il 14 la Regione Lazio scrive al comune di Roma ribadendo che il bosco di Pietralata è vincolato, pertanto gli scavi archeologici per lo stadio non possono avere luogo, nonostante gli annunci pubblici. Il 15 grande assemblea dell’“esercito di terra” per la Palestina alla Sapienza. Al ministero del Made in Italy un assessore scivola sulle scale e distrugge una vetrata artistica made in Italy. Il 16 notte tre ladri sfondano la vetrina di Louis Vuitton a via Condotti e scappano con migliaia di euro di bottino. Fratelli d’Italia convoca una protesta in automobile contro le piste ciclabili, ma il corteo non parte perché c’era troppo traffico. Le auto rimangono bloccate all’Eur, dove erano state convocate. Il 17 il Comune nomina “sindaco per un giorno” l’attore Carlo Verdone per il suo settantacinquesimo compleanno. Il 18 il governo approva la creazione di una Zona Logistica Semplificata nel Lazio, cioè sgravi fiscali per le imprese. A Villa Gordiani un gruppo di una quarantina di persone capeggiate da Forza Nuova cerca di impedire l’accesso a una casa popolare a degli assegnatari regolari, rifugiati dei Balcani, perché rom. Il 19 un compratore anonimo acquista un attico di duecentottanta metri quadri a piazza di Spagna, pagandolo sedici milioni di euro, la compravendita più costosa mai realizzata a Roma. Il 21 inizia il convegno “About a city”, in affidamento diretto alla Fondazione Feltrinelli per sessantamila euro. La giunta approva una memoria perché le librerie possano prendersi pezzi di strada e di marciapiede per vendere cibo e bevande. Intanto il Consiglio di Stato annulla la proibizione delle smartbox dei bnb e l’identificazione a distanza, approvate dopo le azioni del gruppo Robin Hood. Il 22 grande corteo di “Non una di meno” da piazza Repubblica contro la violenza di genere. Il 23 davanti alla stazione Lido Centro a Ostia c’è una grossa rissa tra ventenni, tre ragazzi accoltellati. Il 26 la famiglia assegnataria di Torre Angela rinuncia alla casa popolare per le proteste razziste contro di loro: sindaco e dipartimento patrimonio assecondano la richiesta dell’estrema destra di “case agli italiani”. A Ostiense si tiene un incontro sul futuro degli ex Mercati Generali, per cui il Comune ha già firmato una concessione con il gruppo texano Hines. Decine di abitanti riempiono la sala per protestare contro lo studentato di lusso. Il 28 un operaio ucraino di trentatré anni muore schiacciato da un macchinario sulla ferrovia vicino a Civitavecchia. Muore anche un cinquantenne in motorino, scontrandosi con un furgone al Quartaccio. Sciopero generale, e il 29 grande manifestazione per la Palestina: centomila persone in piazza, tra loro Greta Thurnberg, Francesca Albanese, Thiago Avila. La notte un militare della Folgore muore in un incidente sulla Braccianese, forse per un colpo di sonno. (stefano portelli)
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La parola della settimana. Fucile
(disegno di ottoeffe) L’inizio ‘ell’anne Ottanta, ‘o boom d’a robba ‘int’e fiale, ‘na Delta dint’o viale riflette cu ‘e spurtielle undice piane. ‘Mmano ‘e principiante curtiell’, bravi guagliun’ cu ‘e bazooka, nun bazzeca nisciuno, nun pavano e cunsumano. (co’sang, 80-90) Un paio di settimane fa l’esercito italiano ha organizzato un’iniziativa a Rotonda Diaz, patrocinata dal comune di Napoli e dalla Regione, per celebrare i duemila e cinquecento anni del capoluogo campano. Diciassettemila metri quadri di fiera promozionale del riarmo, con macchine da guerra, robot, droni e fucili ipertecnologici. «Buongiorno a tutti! Siamo in diretta su Radio Esercito da una Napoli che ci accoglie sempre calorosamente, vero Benito?», apre uno dei radio conduttori. «Assolutamente, guarda quanta gente! Ricordiamo gli appuntamenti della mattinata…». In realtà, solo pochi e sparuti avventori si accostano alla quindicina di stand, ben distanziati uno dall’altro. […] Tra loro c’è qualche scolaresca elementare e superiore. Le giacche di generali, ammiragli e colonnelli sono tutte una gara di coccarde, medagliette e gradi militari. […] All’improvviso, un cane robot verde militare fa capolino sull’asfalto della rotonda, alle sue spalle c’è la banda che scandisce le prime note di una fanfara. Mi avvicino a due insegnanti che accompagnano una classe delle superiori, chiedo perché abbiano scelto quest’iniziativa per una gita scolastica: «È stata una scelta della dirigente», mi risponde con scoramento una di loro, l’altra fa spallucce. (edoardo benassai, riarmo e propaganda. in gita al villaggio esercito di napoli) Se è vero che la realtà supera la fantasia, mi è venuto da pensare che all’appello mancavano la suora che in Brazil chiede specifiche tecniche a un militare su una bellissima nuova mitragliatrice, e Travis Bickle, ex Marine, tassista di notte, pornomane, sceso a Napoli per candidarsi come nuovo eroe metropolitano con la sua Colt Python 357 Magnum. Atteso invano a lungo anche il soldato Palla di lardo, annunciato ospite d’onore. (credits in nota 1) A proposito di soldati. Leggo che il ministro della difesa Guido Crosetto, notoriamente legato all’industria bellica, ha rilanciato la proposta di una nuova leva militare, che presenterà come disegno di legge prima al governo e poi al parlamento. L’idea è di un meccanismo volontario, ancora da definire. L’obiettivo sarebbe quello di una riserva di almeno diecimila persone, per farsi trovare pronti alla guerra. Il ponte sullo Stretto rappresenterà un punto importante per il trasporto, per l’evacuazione e per garantire la sicurezza nel caso di un attacco da Sud del fronte Nato. […] Non è solo l’acquisto di armi, la sicurezza. Ho una visione della sicurezza molto ampia. Le infrastrutture sono fondamentali per garantire la sicurezza. Credo che si debbano inserire anche ospedali militari, e non solo, negli interventi e nel conto della percentuale di spese per la sicurezza. Immaginiamo un ospedale specializzato per le vittime di attacchi Nbc (nucleare-batteriologico e chimico). Speriamo che non accada ma bisogna essere pronti. (antonio tajani, ministro degli esteri) Il livello di analisi di Tajani è pari al mio quando auspico che entro una cinquantina d’anni il continente africano sarà stato ridotto talmente allo stremo che la sua intera popolazione si riverserà via mare verso le coste europee, e saranno talmente tanti e arrabbiati che nulla potranno i cannoni della Nato per arginare l’invasione. A questi ottimistici discorsi da bar fa da contraltare la retorica paradossale per cui l’esercito sarebbe il più importante attore nel percorso verso la pace universale nel mondo. Si sente in effetti sempre più in giro, questa roba, per esempio a me è capitato nei venti minuti che ho dedicato qualche settimana fa alla visione di una surreale serata promossa da Rai Uno e dall’esercito italiano dal titolo: “La forza che unisce”, condotta da Fabio Rovazzi e Serena Autieri – è giusto che si prendano le loro responsabilità di fronte ai posteri anche gli altri partecipanti come Noemi (peccato, mi era simpatica), Enrico Brignano (classico comico che non fa ridere), Pietro Mazzocchetti e Luca Cena (ignoro chi siano). Almeno dieci volte in pochi minuti ho sentito dire che l’esercito serve a “garantire sicurezza, ma anche portare aiuto” e soprattutto “a costruire ponti” (forse si riferiva a questo Tajani, parlando di quello sullo Stretto). Un po’ come in quei musicarelli tutta propaganda degli anni Sessanta, dove Morandi e i suoi commilitoni, in servizio di leva sotto il Vesuvio, giocavano sulle brande facendosi scherzi bonari, per poi fidanzarsi, da reclute, con le figlie dei marescialli (povero Nino Taranto, doveva avere seri problemi di soldi per ridursi a fare quella roba). https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/11/morandidef.mp4 (credits in nota 2) Certe vecchie buone abitudini non vanno perdute. Fiction d’accatto, film su presunti eroi in divisa e speciali televisivi non raggiungono tuttavia la sfacciata ipocrisia delle istituzioni, che evidentemente non possono fare a meno di una protezione fucile in spalla per sopravvivere. Il 7 dicembre, il giorno di Sant’Ambrogio, santo patrono di Milano, il comune assegnerà le benemerenze civiche o, come vengono chiamati di solito, gli “Ambrogini d’oro”. Sono riconoscimenti che vengono dati tradizionalmente ogni anno ai cittadini di Milano, agli enti o alle associazioni che “con atti di coraggio e abnegazione civica abbiano giovato a Milano”. […] Tra queste c’è anche il nucleo operativo radiomobile dei carabinieri del comando provinciale di Milano. Non è strano che un riconoscimento del genere venga assegnato a un reparto delle forze dell’ordine: questa unità si occupa del pronto intervento in caso di emergenze, risponde alle chiamate del 112, pattuglia le zone della città e fa i posti di blocco. La candidatura del nucleo radiomobile, però, era stata fatta dalla consigliera leghista ed europarlamentare Silvia Sardone, che l’aveva motivata sottolineando che i carabinieri di questo nucleo “rappresentano un simbolo di affidabilità e credibilità nella Milano di oggi. Lo hanno dimostrato anche la notte del 24 novembre 2024 durante un inseguimento che è poi finito sulle cronache dei giornali alimentando assurde polemiche”. (redazione “il post”, milano assegnerà un “ambrogino d’oro” molto compromettente) Per chi non ricordasse, il 24 novembre è la data in cui un diciannovenne del Corvetto, Ramy Elgamil, è morto cadendo dal motorino al termine di un inseguimento per opera proprio del nucleo radiomobile; le inchieste giudiziarie non hanno chiarito la dinamica dell’incidente, ma l’Arma era finita in enormi polemiche per le modalità con cui gli agenti avevano portato avanti l’inseguimento, testimoniate dalle dash-cam delle auto, e per i tentativi di depistaggio: oggi cinque di loro sono indagati, ma soltanto uno per “omicidio stradale” – per approfondire si consiglia la lettura di La Milano di Ramy e quella delle zone rosse, di Rajaa Ibnou, pubblicato su Monitor il 13 gennaio 2025. A proposito di militari e fucili, una cosa ancora: c’era un vecchio partigiano che ho conosciuto quando ero ragazzo che una volta disse, in un umido box auto allestito a sezione di un partito che si considerava impunemente comunista, che il fucile in sé non è una cosa sbagliata. Bisogna solo che stia nelle mani giuste. Dalla tragedia cilena capimmo le gravi responsabilità dei partiti riformisti che, non avendo dato fiducia alle masse proletarie che chiedevano armi per difendere quel percorso di trasformazione sociale, riposero fiducia nelle istituzioni rendendosi responsabili del massacro. Gli slogan chiarivano il nostro pensiero: «Cile, Cile, mai più senza fucile!». (salvatore ricciardi, maelstrom) (credits in nota 3) a cura di riccardo rosa ________________________ ¹ Ronald Lee Ermey e i suoi aspiranti marines in: Full Metal Jacket, di Stanley Kubrick (1987) ² Dolores Palumbo, Nino Taranto, Gianni Morandi e Laura Efrikian in: Se non avessi più te, di Ettore Maria Frizzarotti (1965) ³ Diego Armando Maradona ferisce, sparandogli con un fucile ad aria compressa, quattro tra le decine di giornalisti che, in accampamento fuori i cancelli della sua villa di Buenos Aires, gli assediavano casa (1994)
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parola della settimana
La parola della settimana. Pianeta
(disegno di ottoeffe) «La Terra è cattiva, non dobbiamo addolorarci per lei». «Cosa?». «Nessuno ne sentirà la mancanza». «Ma dove crescerà Leo?». «L’unica cosa che so è che la vita sulla Terra è cattiva». «Potrebbe esserci vita in altri luoghi…». «…ma non c’è». «E tu come lo sai?». «Perché io so le cose». (dialogo tra justine e sua sorella claire, melancholia, di lars von trier) Siccome le cose non vanno un granché ultimamente, ho deciso di calcare la mano e mi sono rivisto in tre giorni tre film di Lars von Trier. Fine del mondo, scoramento, depressione, vendetta, calamità, fustigazione avrebbero tutte potuto essere parole della settimana. Ma non lo sono. Ho visto per la prima volta sia Dogville che Melancholia a un cineforum che alcuni amici tenevano nell’aula delle Mura Greche a palazzo Corigliano, sede dell’Orientale, luogo che nei miei primi anni di università mi sembrava frequentato da gente interessante, pieno di angoli stimolanti (c’era una radio in un’aula occupata proprio sopra le Mura Greche, che oggi è un insopportabile cubo bianco per lezioni che vanno quasi sempre deserte), di continui confronti, e anche scontri, di vario genere.   Del cineforum ho parlato qualche tempo fa a uno studente al primo anno di lingue e letterature moderne. Mentre provavo a dirgli del lavoro di preparazione, delle riflessioni pre e post proiezione, delle connessioni che si cercava di costruire con l’attualità, lui non riusciva a non farmi domande che solo dieci anni prima sarebbero sembrate venire da un altro pianeta. Del tipo: «Eh ma si teneva l’università aperta dopo le sei?», oppure «E il rettore lo faceva fare?», o ancora «Eh ma per i film scaricati da internet nessuno rompeva le scatole?». In effetti i film erano scaricati illegalmente, al rettore solo a volte veniva mandata una mail o un volantino per conoscenza dell’iniziativa, e lo stesso si faceva con le guardie giurate che rimanevano a sorvegliare il palazzo, preoccupandosi appena che non si esagerasse con la birra e le bottiglie in vetro. (dal blog del Cineforum Orientale 2.0) Riguardando più attentamente Dogville (2003) mi sono accorto di non aver notato, a suo tempo, una scena che in un certo senso ne anticipa un’altra, centrale, in Melancholia (2011). Nel primo film c’è Grace (Nicole Kidman) che viaggia su un furgoncino pieno di mele, dove si è nascosta per scappare dalla città. A un tratto il furgoncino viene fermato e Ben, guidatore e proprietario del mezzo in pieno spettro autistico, la stupra minacciandola di consegnarla alla polizia se avesse proferito parola. Quella scena mi è sembrata rimandare a un momento chiave di Melancholia, ovvero quando Justine (Kristen Dust) premonisce la propria depressione dovuta alla consapevolezza di una fine del mondo imminente, e si immagina addormentata sul letto del fiume come Ofelia, che in un fiume si suicida dopo aver preso atto della follia del suo Amleto, in realtà fintosi pazzo. Mentre Justine però, “sa le cose”, e sa che l’impatto con un gigantesco pianeta blu sta per distruggere la Terra, Grace non sa nulla, eppure con la stessa atarassia accetta il destino, giacendo inerme tra le mele, prima, durante e dopo lo stupro, convinta di dover comprendere, se non giustificare, tutto il male che le viene e le verrà fatto («Tu, la mia cara figlia, perdoni gli altri con delle scuse che poi mai al mondo permetteresti a te stessa»). Grace può essere letta come una rappresentazione di Cristo, figlio del dio onnipotente e vendicativo del Vecchio Testamento, che lascia il regno del padre per andare in terra, e mondare gli esseri umani dei loro peccati, sacrificando la propria vita per loro. […] Allo stesso modo, si presta ad essere sacrificata per la salvezza morale di Dogville, lasciandosi umiliare e torturare per il raggiungimento di un bene superiore, quello morale, appunto. […] Grace distrugge Dogville, teatro del suo estremo sacrifico, come l’Io sacrificale che sfugge ad un Super Io vendicativo, per poi accettare di compiere una spaventosa vendetta. Nel momento in cui Grace dà l’ordine di uccidere tutti eccetto il cane, noi spettatori godiamo della sua vendetta. Proviamo una soddisfazione infantile e feroce nel vedere ripagati i torti subiti dalla protagonista. […] Von Trier descrive nel personaggio di Grace una anti-Cenerentola, che non viene ripagata con l’amore per essersi fatta maltrattare con educazione e gentilezza; una versione femminile del Tito Andronico di Shakespeare che pretende sangue per sangue, mano tagliata per mano tagliata, figlio per statuetta. Per il regista probabilmente non esiste alcun bene superiore, non esiste alcun dio misericordioso che ci ripaga dei sacrifici che ci siamo autoinflitti, ma solo un dio vendicativo e onnipotente. (valeria colasanti, dogville. di lars von trier, in: doppio sogno. rivista internazionale di psicoterapia e istituzioni) Va detto che se davvero esiste un dio vendicativo e potente siamo probabilmente spacciati, perché deve averne le palle piene di noi tutti: La Cop30, dove si decide come evitare che il pianeta bruci a causa del riscaldamento globale, è stata sospesa per un incendio (wired, 20 novembre 2025). Eppure una volta “sapute le cose” si potrebbero ancora immaginare delle strategie: Scoperta una Super-Terra, c’è vita sul pianeta GC 251 C? Il pianeta è a “soli” 20 anni luce da noi. E potrebbe ospitare acqua (adnkronos, 24 ottobre 2025) Le ricette non mancano: I filtri nei condizionatori aiutano a salvare il pianeta (hdblog.it, 28 ottobre 2025) A Spoleto un murale per salvare il pianeta (spoletonline.com, 19 settembre 2025) Più tasse a Bezos per salvare il pianeta: maxi striscione di Greenpeace a Venezia (vez.news, 23 giugno 2025) Salvare il pianeta… dagli ambientalisti (corriere della sera, 25 settembre 2025) Diamo dunque il benservito a ogni Grace e Justine: quello che conta è agire! La Danimarca vuole salvare il pianeta… macellando nel suo regno balene e delfini (tviweb.it) (e questo sì che lo farà ammattire, povero principe). https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/11/amletomonitor.mp4 (credits in nota 1) a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Pino Micoli e Giulio Pizzirani in: Amleto, di Maurizio Scaparro (1973)
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parola della settimana
La parola della settimana. Fondo
(disegno di ottoeffe) Il secchio gli disse, gli disse: “Signore, il pozzo è profondo. Più fondo del fondo degli occhi, della notte e del pianto”. Lui disse: “Mi basta, mi basta che sia più profondo di me”. (fabrizio de andrè, andrea) Ha girato molto in questi giorni un articolo scritto dal geologo Benedetto De Vivo e dal tossicologo Maurizio Manno che spiega cosa stanno rischiando di combinare il governo Meloni, il sindaco Manfredi e tutta la struttura commissariale per la bonifica e rigenerazione di Bagnoli, smuovendo il fondo delle acque che circondano la colmata a mare. Un disastro ambientale che segue quello politico, abbiamo titolato su Monitor, un andarsi a cercare la catastrofe con le proprie mani, scavando lì dove non c’è da scavare. (credits in nota 1) Isaura, città dai mille pozzi, si presume sorga sopra un profondo lago sotterraneo. Dappertutto dove gli abitanti scavando nella terra lunghi buchi verticali sono riusciti a tirar su dell’acqua, fin là e non oltre si è estesa la città: il suo perimetro verdeggiante ripete quello delle rive buie del lago sepolto, un paesaggio invisibile condiziona quello visibile, tutto ciò che si muove al sole è spinto dall’onda che batte chiusa sotto il cielo calcareo della roccia. Di conseguenza religioni di due specie si dànno a Isaura. Gli dei della città, secondo alcuni, abitano nella profondità, nel lago nero che nutre le vene sotterranee. Secondo altri gli dei abitano nei secchi che risalgono appesi alla fune quando appaiono fuori della vera dei pozzi, nelle carrucole che girano, negli argani delle norie, nelle leve delle pompe, nelle pale dei mulini a vento che tirano su l’acqua delle trivellazioni, nei castelli di traliccio che reggono l’avvitarsi delle sonde, nei serbatoi pensili sopra i tetti in cima a trampoli, negli archi sottili degli acquedotti, in tutte le colonne d’acqua, i tubi verticali, i saliscendi, i troppopieni, su fino alle girandole che sormontano le aeree impalcature d’Isaura, città che si muove tutta verso l’alto. (italo calvino, le città invisibili) Ha ufficialmente chiuso le proprie attività, a inizio di questa settimana, Scion Capital, il fondo finanziario statunitense di Michael Burry, diventato celebre grazie al film The Big Short (La grande scommessa) sulla crisi finanziaria dei subprime del 2008. La decisione sarebbe maturata in un contesto di preoccupazione diffusa a Wall Street rispetto alle valutazioni gonfiate raggiunte in borsa dai giganti della tecnologia e dell’Intelligenza Artificiale. Burry aveva ottenuto fama e successo per aver previsto lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti, un cataclisma finanziario che aveva portato a un quasi-crollo del sistema economico internazionale e aperto una stagione di tutt’ora attive crisi strutturali. Nell’ultimo anno aveva perso diversi milioni di euro per aver scommesso contro aziende come Nvidia e Palantir e forse anche per questo ha deciso di restituire i capitali agli investitori e ritirarsi. Le sue accuse sono comunque piuttosto pesanti: “L’investitore ha pubblicato su X un’analisi dettagliata in cui sostiene che le grandi società tecnologiche stiano manipolando i loro bilanci attraverso un trucco contabile apparentemente semplice ma dalle conseguenze enormi. Burry accusa gli hyperscaler, termine che identifica i principali fornitori di infrastrutture cloud e AI come Microsoft, Meta, Google, Amazon e Oracle, di sottostimare artificialmente l’ammortamento dei loro asset tecnologici. In pratica, secondo Burry, questi gruppi avrebbero esteso la vita utile stimata dei loro chip e server da tre anni a sei anni, permettendo di spalmare i costi su un periodo più lungo e gonfiare i profitti nel breve termine. Secondo il celebre investitore si tratterebbe di “una delle frodi più comuni dell’era moderna”. Burry prevede che tra il 2026 e il 2028 queste società registreranno un’ammortamento inferiore al reale per 176 miliardi di dollari, il che farà apparire i loro profitti più alti di quanto siano in realtà: secondo le sue stime, Oracle sopravvaluterà i profitti del 26,9% e Meta del 20,8% entro il 2028″. (riccardo piccolo, wired.it) Negli stessi giorni in cui Scion Capital chiudeva i battenti, un altro fondo di investimenti americano, Apollo Global Management, è diventato il nuovo azionista di maggioranza della squadra di calcio dell’Atletico Madrid. La proprietà americana ha acquisito il 55% delle azioni della società sborsando una cifra di quasi un miliardo e mezzo di euro, poca roba considerando che Apollo gestisce circa novecento miliardi di dollari di asset (la sola divisione sportiva del fondo ha una liquidità da investire a effetto immediato di cinque miliardi, uno dei quali sarà dedicato alla costruzione di una cittadella sportiva e mega-centro di intrattenimento a pochi passi dallo stadio Metropolitano di Madrid, su terreni ottenuti in concessione per settantacinque anni). Curiosamente, il lancio di stampa e le prime interviste da parte dei dirigenti del fondo Apollo sono arrivate nel giorno dell’anniversario di un altro lancio, di un altro Apollo (il 12), protagonista della seconda missione con cui la Nasa spediva degli umani sulla luna. La missione non iniziò con i migliori auspici, perché il razzo fu colpito da due fulmini nei primi secondi di ascesa, ma raggiunse poi la superficie del satellite, effettuò dei rilievi e in particolare il suo equipaggio riuscì a recuperare alcune parti della sonda robotica Surveyor 3, consentendo successive analisi senza precedenti. A seguire potete guardare la versione integrale di Le Voyage dans la lune, film fantascientifico del 1902 girato dal visionario regista Georges Méliès, considerato tra i padri del cinema insieme ai fratelli Lumière: (credits in nota 2) Nella cultura norrena il termine Ragnarǫk indica una serie di eventi catastrofici che provocheranno un’apocalisse e la distruzione dei nove mondi mitologici. Tra questi eventi vi sono varie calamità naturali, l’incendio e poi la sommersione del mondo, la caduta degli astri fino alla cancellazione totale del creato. L’arrivo dei Ragnarǫk è preceduto dal Fimbulvetr, un rigidissimo inverno lungo più di nove mesi al termine del quale il sole e la luna saranno divorati dai lupi Skǫll e Hati, che li avevano inseguiti invano fin dall’inizio dei tempi. Il buio attaccherà la luce usando fiere come il lupo Fenrir e il mostruoso serpente Miðgarðsormr, mentre una gigantesca nave costruita con le unghie dei morti guiderà le potenze delle tenebre verso la battaglia. Lo scontro tra le forze della luce e delle tenebre, in cui ogni divinità si scontrerà con la propria nemesi, non vedrà però vincitori, ma soltanto distruzione, che avrà il suo culmine nel grande incendio provocato dalla spada di Surtr, gigante del fuoco, e dall’inondazione che sommergerà tutta la vita rimasta sulla Terra, tra cui lo stesso Surtr. La fortuna della parola e del mito dei Ragnarǫk è dovuta però alla sua capacità di indicare contemporaneamente la catastrofe massima e la rigenerazione, attraverso la nascita, dopo l’inondazione, di una nuova dinastia divina e di una nuova popolazione umana discendente da Lif e Lifbrasir, una coppia di esseri umani salvatisi dalla distruzione grazie a una foresta misteriosa in cui erano riusciti a trovare riparo. La palingenesi contestuale del mondo, degli dei e dell’umanità indica la necessità di arrivare al fondo delle cose, e di purificarsi per poter rinascere. Per evitare brutte sorprese ci si dovrà ricordare che proprio mentre il mondo starà iniziando a rivivere dalle proprie ceneri, si innalzerà in cielo come un’ombra il mostro Níðhǫggr, il “drago che vola”, la “serpe scintillante”, che porterà con sé i cadaveri dei morti, a memento del male. “E ora lei si inabissa”, dice la profezia. Forse per sempre. (a cura di riccardo rosa)
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La parola della settimana. Teatro
(disegno di ottoeffe) Da un paio di settimane infuria la polemica legata all’atmosfera dello stadio Maradona, che avrebbe perso, a detta di molti, il suo tipico ardore. La questione esiste, almeno in parte, e le possibili cause sono tante. Prima di tutto il costo dei biglietti che, moltiplicato per il numero di partite (in media si gioca in casa ogni sette-dieci giorni), fa sì che molte persone tra quelle più attive e rumorose, per esempio i più giovani, rimangano spesso escluse per motivi economici; c’è il fattore turisti, che sono sempre di più e che passano la partita a farsi selfie più che a tifare, ma è difficile pensare che questo possa avere una grossa incidenza; ci sono poi regole assurde come il divieto di introdurre nell’impianto persino fumogeni colorati, e c’è la progressiva trasformazione, a cui assistiamo da tempo, dell’evento calcistico in prodotto. Lo diceva un amico in questi giorni: cliente e tifoso sono due cose diverse, anche solo perché se il primo pretende di essere trascinato dalla squadra, il secondo ha come obiettivo quello di trascinare. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/11/defogiia.mp4 (credits in nota 1) Uno dei paragoni più usati per questa trasformazione, che in effetti avviene in molti stadi, è quello con il teatro («Questa è una curva, non è un teatro!», gridano gli ultras provando a far cantare i tifosi più mosci). Non fanno eccezione i tanti commentatori sportivi locali, a cui andrebbe ricordato, senza bisogno di scomodare l’antica Grecia, che il Globe elisabettiano era tutt’altro che un posto da serate di gala; o che nei teatri popolari dove, per esempio, si portava sul palco la sceneggiata, accadeva di tutto. Durante lo spettacolo la gente si alzava in piedi sulle poltroncine consumate. Gli avevano gridato di cantare ancora. Toglievano il cappello, a lui batteva più forte il cuore. […] Il popolo, quelli che altrimenti al teatro non ci vanno. Quando con l’ultima coltellata l’onore aveva trionfato, loro gli gridavano di colpire ancora. La punizione per il traditore, l’infame, ‘o malamente. Dopo essere stramazzato al suolo, ormai morto, il malamente si alzava. Come per una nuova energia, una nuova vita. Era quello che il pubblico chiedeva. Quello bisognava dargli. Chiedevano di colpire ancora, e al disgraziato di restare in piedi, solo per qualche minuto. Cantare. Tirare forte con quella lama. Delitto d’onore. Era una questione d’istinto. (riccardo rosa, la sfida. storia del re della sceneggiata) Giacché siamo all’autocitazione, tanto vale menzionare che qualche anno fa, nel mezzo di una polemica durissima tra gli ultras del Napoli e il presidente De Laurentiis, scrissi un pezzo su questo tema dell’atmosfera – lo ricordavo migliore, ma così va la vita. In realtà, fin da quando avevo vent’anni, mi è capitato a volte di ascoltare la partita del Napoli in radio, alle spalle della curva, ma con una compagnia abbastanza giusta per capire che non è lo spettacolo a fare il tifoso, ma il contrario. C’è poi un bel video in cui un ragazzino racconta di aver fatto un lungo viaggio per assistere alla partita della sua squadra (il Boca Juniors), e dichiara fiero che essere lì val bene l’aver dovuto vendere la sua Play Station, e la moto del suo papà. «E non abbiamo nemmeno il biglietto!», aggiunge. «Ma questo è il Boca: guarda!». Ho ripensato a quella scena in settimana, durante l’ultima partita del Napoli – anche quella abbastanza noiosa. Tra i cori, i megafoni, le bandiere e le mani alzate, avevo davanti un bambino incappellato, sulle spalle del suo papà: un piccolo tifoso di due o tre anni che ha fatto sentire la sua voce molto più di una buona parte della curva in cui eravamo. Dopo un’oretta è crollato, distrutto, e avendo dato tutto quello che poteva, si è addormentato. Chissà se a teatro avrebbe resistito. I’m only sleeping è solo su un primo livello di lettura un inno alla nota pigrizia di John Lennon, e un attacco alla frenesia del consumismo dei Sessanta – “Tutti sembrano pensare che sono pigro | Non importa | Io penso che sono pazzi loro | Correre ovunque a quella velocità | Finché non trovano qualcosa di cui non c’è bisogno”. In realtà, il pezzo è la traccia numero tre di Revolver, album scritto dai Beatles sotto la totale influenza dell’Lsd, tra amplificatori appesi a una corda, registrazioni riprodotte al contrario e volumi-guida come il Libro Tibetano dei Morti di Timothy Leary. Centrale in quel libro è un passaggio, poi citato in Tomorrow never know, in cui si consiglia di “credere nel proprio cervello”, “fidarsi dei propri compagni” e, davanti ai dubbi, spegnere la testa galleggiando verso la valle. I quattro Beatles avevano in quel periodo una certa esigenza di spegnerla, la testa, dopo il disastroso tour dell’estate del ’65, durante il quale folle urlanti e in delirio avevano reso frustrante ogni esibizione musicale. Un ultimo tentativo era stato fatto sei mesi dopo, ma dopo le tappe invernali la band aveva comunque deciso di scrivere un disco (Revolver, appunto) che non avrebbe potuto essere riprodotto dal vivo. A fargli cambiare idea non erano servite, evidentemente, le serate di Glasgow, Liverpool e Newcastle. In teatro. Non a tutti sta bene come Macciardi ha deciso di iniziare il suo mandato al Teatro San Carlo di Napoli. Qualcuno, in più di un’occasione, avrebbe usato questa frase: “Sono entrata da padrona, mica posso uscire da cameriera”. […] Il riferimento è alla minaccia di “spoil system” che […] l’ex sovrintendente del Comunale di Bologna avrebbe paventato. Un’operazione che potrebbe cambiare i ruoli di molte figure finite nella nostra inchiesta, e che in questi anni hanno goduto di compensi alti, spesso considerati poco regolari anche dal ministero dell’economia. Le storture sono anche di ordine “figliettistico”: l’attuale direttore artistico delle Officine Vigliena, per esempio, è il figlio della Direttrice Generale Spedaliere. E per alcune delle persone coinvolte c’è ora aria di “pensionamento anticipato”. (riccardo canaletti, mowmag.com) a cura di riccardo rosa Post Scriptum: mi sono chiesto in questi mesi se ai protagonisti del poco edificante “San Carlo-Gate” sia noto questo intervento di Eduardo De Filippo che raccontava, nella sua ultima apparizione pubblica, la dedizione, il sacrificio, la sofferenza necessari per questa nobile arte. «Così si fa il teatro», concludeva lapidario. «E così ho fatto». 
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