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La parola della settimana. Sorriso
(disegno di ottoeffe) Le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà. (francesco guccini, vedi cara) Sorrisi abbastanza amari ha provocato la scorsa settimana la telecronaca dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina fatta dal direttore di Rai Sport Paolo Petrecca, che ne ha combinate di tutti i colori in mondovisione, sbagliando il nome dello stadio San Siro, confondendo Matilda De Angelis con Mariah Carey, la presidente del Cio con la figlia di Mattarella, e allietando gli spettatori con una serie di luoghi comuni del tipo “i brasiliani hanno il ritmo nel sangue” – ma a differenza dei napoletani…: https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/covatta.mp4 (credits in nota1) Il povero Petrecca nulla c’entra d’altronde con lo sport, cosa di cui non si occupava da secoli prima di essere nominato direttore della rete, e per di più non era stato impeccabile nemmeno come direttore di Rai News24, tanto da farsi sfiduciare dal voto contrario al suo piano editoriale da parte dell’83% dei suoi giornalisti. Semplicemente è stato messo lì dal governo nell’ambito della lottizzazione della televisione nazionale, altra pratica che scandalizza solo gli ipocriti, dal momento che è cinquant’anni, più o meno, che funziona così. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/andreotti.mp4 (credits in nota2) La parola “lottizzazione” fu coniata a fine anni Sessanta da Alberto Ronchey, giornalista, saggista e poi pure ministro in un governo Ciampi, che denunciò con una lettera a La Malfa la spartizione delle cariche in Rai. La lottizzazione divenne pratica alla luce del sole qualche anno dopo, con il cosiddetto “patto della Camilluccia”, che prendeva il nome dalla strada romana su cui sorgeva una splendida villa della Democrazia Cristiana. Dopo una divisione dei posti tra Dc (Rai Uno) e Socialisti (Rai Due), negli anni del compromesso storico e dopo la nascita dell’attuale Rai Tre anche il Partito comunista reclamò la sua parte, prendendosi quella che diventerà poco tempo dopo Tele-Kabul. La situazione più difficile da gestire, come racconta Daniele Zaccaria sul Dubbio, riguardava però la rete ammiraglia, con un alternarsi di nomine dovute ai continui cambiamenti dei rapporti di forza interni tra andreottiani, fanfaniani, forlaniani, e demitiani, “in particolare nelle testate giornalistiche con gli inviati ‘a libro paga’ riconoscibili per via degli accenti regionali: all’inizio degli anni Ottanta, per esempio, ci fu l’assalto degli avellinesi incarnato dall’approdo di Biagio Agnes, amico stretto di De Mita, alla direzione generale”. (credits in nota3) Ogni anno, il 14 febbraio, un timido sorriso di nostalgia fa capolino sul mio viso alleviando la tristezza per l’anniversario della morte di Marco Pantani, ricordando il casino che io e un caro amico montammo in un pub quella sera di ventidue anni fa, quando nell’intervallo di un indecente Bologna-Juventus apprendemmo della morte per overdose dell’indimenticato pirata, nel motel Le Rose di Rimini (per uno strano gioco del destino, tra i cantori delle imprese di Pantani c’era il telecronista Auro Bulbarelli, giornalista defenestrato venti e passa anni dopo da Petrecca per motivi ridicoli, a poche ore dalla telecronaca olimpica dello scandalo, e da lui sostituito). Mentre la notizia della morte del nostro eroe colpiva me e U. come un fulmine a ciel sereno, quella sera, a pochi centimetri da noi due compagni di classe continuavano impunemente a pomiciare, palpeggiandosi sulle panchine di legno senza rispetto alcuno per il nostro lutto (non ricordo se gli intervenuti per sedare la rissa che stava per scoppiare era gente seduta con noi al tavolo o altri astanti del locale, ma forse questo dettaglio non ha importanza neppure per questa rubrica). Vale la pena invece ricordare il sorriso fragile dell’antieroe della bicicletta, ammazzato da una macchina infernale che l’aveva schiacciato con una violenza inaudita e per ragioni che neppure i processi sulla vicenda sono riusciti a chiarire del tutto (per approfondire: una bella intervista a Gianni Mura a dieci anni dalla morte del Pirata e una altrettanto bella alla mai rassegnata mamma Tonina, che nemmeno per un secondo ha creduto alla colpevolezza di suo figlio nel caso Madonna di Campiglio, che diede inizio al calvario) (una foto di marco pantani a metà anni novanta) Ho appreso via radio qualche giorno fa della reunion dei Portishead per il concerto Together for Palestine organizzato a Wembley da Brian Eno. Sono andato a sentirmi l’arrangiamento di Roads fatto per l’occasione, dopo qualche ora, a casa, e l’ho trovata più devastante di sempre. Per i fan, oltre alla musica, vale la pena guardare il video, anche perché Beth Gibbons è molto invecchiata ma è bellissima anche a sessant’anni. A proposito di anni che passano e di sorrisi, noto che ad aprile diventerà maggiorenne persino Third (2008), l’ultimo album registrato dal gruppo inglese in studio, e la cui canzone più bella è senza dubbio Nylon Smile. Nel frattempo anche se il trip-hop è morto, e Bristol era una città orribile già nel 2010 quando l’ho visitata, i Massive Attack hanno tolto tutti i loro album da Spotify per protesta contro gli investimenti del suo proprietario nell’AI militare israeliana. I struggle with myself Hopping I might change a little Hopping that I might be Someone I wanna be Looking out I wanna know someone might care Looking out I want a reason to be there ‘Cause I don’t know what I’ve do to deserve you And I don’t know what I’ll do, without you Looking out I want to know some way might clear Looking out I want a reason to repair ‘Cause I don’t know what I’ve done to deserve you And I don’t know what I’ll do without you. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Stefano Sarcinelli e Giobbe Covatta in Tribuna Politica, 1993 ² Leo Gullotta, Giulio Andreotti, Pippo Franco e Oreste Lionello in Biberon, 1998 ³ Renzo Arbore,  in: FF.SS. – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”, di Renzo Arbore (1983)
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parola della settimana
Rewind Roma, gennaio 2026 # Giornata della memoria, ministri fascisti e Mercati Generali
(disegno di peppe cerillo) Chiuse le porte sante, finito il Giubileo, possiamo tornare serenamente a occuparci di genocidi, femminicidi, guerra, repressione, speculazione, sfratti, arresti, schedature, intimidazioni. Il 7 gennaio, alla riapertura della sede, i sindacalisti Cgil di Primavalle trovano cinque fori di proiettile, uno per vetrina. L’8 il Fatto Quotidiano rivela che la famiglia del Garante della privacy affitta illegalmente stanze in un b&b accanto alla propria casa al Pantheon, pagata con soldi pubblici. Il 9 un gruppo di attivisti e attiviste srotola una bandiera palestinese dalla gru sui Mercati Generali, e uno striscione: “Capitali che uccidono altrove investono qui”. Il Comune prevede di cedere la zona al fondo immobiliare Hines, complice del genocidio e della pulizia etnica in Palestina attraverso il fondo assicurativo Menora Mivtachin, che finanzia insediamenti in Cisgiordania. Intanto la presidente del consiglio celebra su X l’anniversario della strage di Acca Larenzia: è l’anniversario più importante dei neofascisti, e al Tuscolano se ne radunano un migliaio da tutta Europa. Il giorno dopo, in un’assemblea contro lo sgombero davanti Spin Time, erano almeno altrettanti, se non di più. L’11 ci sono due aggressioni intorno a Termini: il governo ne approfitta per rilanciare l’operazione “strade sicure” inaugurata da Berlusconi vent’anni fa, con ottanta milioni di euro l’anno per schierare militari armati nelle strade e nelle piazze. In piedi per anche 12 ore di fila, con addosso venticinque chili di armi, maschere antigas e altro equipaggiamento, e soprattutto senza alcun obiettivo reale, alcuni di loro negli anni scorsi hanno finito per suicidarsi. Ad Anguillara si inizia a cercare il corpo di una donna sparita: l’assassino, si saprà qualche giorno dopo, è l’ex marito. È il primo femminicidio dell’anno: nel 2025 era stato a giugno, ora già a inizio gennaio. Il 12 in un cassone di metallo sulla Gianicolense si trova il cadavere di un uomo che viveva per strada. Il 15 scatta una macro-operazione di polizia a Termini, con i poliziotti incappucciati, i cani, gli elicotteri sui binari: centinaia di fermati, sul modello dell’Ice di Trump. Lo stesso giorno il Municipio V decide di non assegnare il Casale Garibaldi all’associazione che lo gestisce da nove anni. Venerdì 16 una ruspa inizia ad abbattere alberi nell’area umida dei Mercati Generali. Al presidio in Campidoglio per l’Iran partecipa anche Amnesty International. Sabato 17 c’è un’altra manifestazione per l’Iran ma guidata dai Radicali, e domenica 18 a San Giovanni le bandiere iraniane sventolano insieme a quelle israeliane, ucraine e venezuelane. Manifestazione xenofoba a Cornelia: un gruppo di residenti chiede la zona rossa per il “degrado” attribuito agli “stranieri”.  Il 19 muore lo stilista Valentino, nella sua residenza accanto a piazza di Spagna. Il 20 c’è l’autopsia sul corpo della donna uccisa ad Anguillara, finalmente ritrovato sottoterra. L’uomo si è accanito, mutilando la donna con ferocia, poi l’ha seppellita con una ruspa. La madre dell’assassino è una ex poliziotta e assessora alla sicurezza: si dimette. Il 21 i carabinieri irrompono in massa al Quarticciolo, accompagnati dai paracadutisti del Primo Reggimento “Tuscania”, per sequestrare cocaina e crack a diciassette persone, per lo più poverissime; il battaglione trova anche una pistola scacciacani e un coltello a serramanico. Il 22 cinquemila ultras tedeschi dello Stoccarda sfilano in corteo tra Termini e piazza Venezia, poi vanno a ubriacarsi a Trastevere, dove scatta la rissa con cento romanisti incappucciati: due feriti. Nessuno invoca la zona rossa o i parà. Il 23 si presenta una delibera di iniziativa popolare per la rottura dei rapporti tra il comune e Israele: riguarderebbe per esempio l’accordo tra Mekorot e Acea, tra Teva e Farmacap (che però ha già interrotto i rapporti), e l’affidamento dei Mercati Generali a Hines per lo studentato. Nel frattempo il Wwf condanna la distruzione dell’area umida dell’Almone per i lavori dello studentato. Sabato 24 i due genitori del femminicida di Anguillara vengono trovati impiccati nella loro casa. Nello stesso giorno manifestazione per il Kurdistan. A San Lorenzo un uomo tenta di dare fuoco a un altro, trovato ustionato in mezzo alla strada. Domenica 25 mattina scontri violenti tra ultras di Lazio e Napoli sull’A1, vicino Frosinone. Inizia intanto la raccolta firme per interrompere i rapporti con Israele. Il 26 alcuni paramilitari dell’Ice di Trump atterrano a Roma per scortare la nazionale Usa alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Al liceo Righi si inaugurano le commemorazioni della Giornata della memoria, ridotte a celebrazioni dell’impunità del sionismo: la scuola fa cancellare una bandiera palestinese (dipinta da studenti e studentesse come progetto di Storia dell’arte); rimuove una mostra di foto su Gaza; e invita a parlare la presidente della comunità ebraica, Noemi di Segni, accompagnata da quindici agenti della Digos. Di Segni spiega che l’antisionismo è antisemitismo e che ha collaborato orgogliosamente con l’esercito di Israele. Il giorno dopo dichiarerà a La Stampa che la relatrice speciale Onu per la Palestina le ricorda Hitler. Intanto, Mattarella convoca l’ambasciatore israeliano perché in Cisgiordania alcuni coloni hanno fatto inginocchiare due carabinieri italiani, minacciandoli con le armi. Il 27, Giorno della memoria, presidio davanti alla sede Pd di piazza Capranica contro il Ddl antisemitismo: la questura scheda tutti i manifestanti, forse in memoria di quei tempi. In Senato, la conferenza stampa di rito è convocata da Maurizio Gasparri, ex missino e presidente del Fuan; il minuto di silenzio lo chiama Ignazio La Russa, che di secondo nome fa Benito. Intanto, una macro-operazione contro “spaccio e degrado” a Valle Aurelia, Cornelia e Boccea vede l’intervento di un elicottero, motociclette e volanti dei carabinieri: l’operazione è definita “bonifica”. Il 28 vengono schierati anche tre blindati dell’esercito, con tanto di torrette per sparare: due a Termini e uno al Colosseo, forse per controllare i maranza di Roma Est dopo l’apertura della fermata della linea C. Neanche dopo l’11 settembre erano arrivati a tanto. Il 29 all’alba inizia lo sgombero di ZK, occupazione tra Ostia e Roma, ultimo baluardo di un territorio storico della controcultura a Roma. Movimenti preoccupanti anche intorno a L38 a Laurentino e al Csoa Auro e Marco a Spinaceto. Pioggia e vento entrano nelle case autocostruite dell’Idroscalo di Ostia: gli abitanti chiedono aiuto al comune ma i responsabili rispondono che non hanno neanche i sacchetti di sabbia per frenare l’allagamento. I media parlano solo dei danni agli stabilimenti balneari. Sit-in all’ambasciata americana contro la presenza dell’Ice ai giochi di Milano-Cortina. Forza Nuova annuncia una grande adunata di neofascisti di tutta Europa per il 14 marzo, con l’Apf e lo slogan “Europa Risorgi!”. L’anno scorso un incontro simile era stato sospeso perché l’hotel St. Martin si era rifiutato di ospitarlo. Il 30 centoventi genitori del liceo Albertelli di Roma mandano una lettera alla preside, all’Ufficio scolastico del Lazio e al ministero: “Basta censura e interventi autoritari nelle scuole. Questa non è la scuola a cui abbiamo iscritto i nostri figli e le nostre figlie”. Tavolo “partecipativo” intanto sul progetto dei Mercati Generali: un gruppo di abitanti apre uno striscione che dice che prima la convenzione con Hines dev’essere revocata, e poi si partecipa. Il giorno dopo, sabato 31, gli elicotteri, le unità cinofile, le pattuglie e le unità d’élite dei paracadutisti del reggimento Tuscania invadono le case popolari di Nuova Ostia in un ennesimo, inutile e costosissimo blitz contro “lo spaccio”. Le istituzioni continuano a mostrare forza militare per nascondere la loro incapacità urbanistica e amministrativa. Intanto centinaia di persone di tutte le età viaggiano sui pullman, le macchine, i treni, per raggiungere Torino: si manifesta contro lo sgombero di Askatasuna, e contro la militarizzazione della città, delle città, del paese intero. (stefano portelli)
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La parola della settimana. Proiettile
(disegno di ottoeffe) ‘A terra ‘lloc’ è fertile ma volano proiettili aggio fatt’ ‘o sanghe friddo comme fosse ‘o rettile. […] Te fanno fa’ ‘a fine d’e nire ‘mmiez ‘e naziskin, te lassano int’o garage ‘mmiezo ‘e plastiche d’e motorin’. […] (uomodisu, indians) Per la terza volta in pochi mesi un agente del corpo federale americano Ice ha ucciso una persona a Minneapolis in circostanze sconcertanti. L’uomo, trentasette anni, è stato sparato più volte da un militare distante pochi metri fino a che non è stato raggiunto letalmente da un proiettile al petto. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è subito affrettato a precisare che l’uomo era armato (capirai che novità, negli Stati Uniti) ma non ha fornito nessun dettaglio – almeno fino al momento della scrittura di questa rubrica – sugli eventi.  Poche ore prima, nell’ambito delle proteste in corso in città contro l’Ice e contro la violenza militare ormai incontrollata, circa cento preti erano stati arrestati all’aeroporto di Minneapolis-St. Paul, dove si trovavano per denunciare la deportazione di alcuni migranti detenuti. Alcuni video mostrano i manifestanti inginocchiati a pregare, poi l’arrivo della polizia, e quindi l’arresto.  Come si evince chiaramente dai suoi scritti, Camilo Torres non intende esaurire la sua azione, approcciando alle problematiche sociali della sua comunità, con la semplice prospettiva caritatevole. La povertà, intesa non solo dal punto di vista economico, ma anche culturale e sociale, necessita, per padre Torres, dapprima della presa di coscienza da parte delle classi deboli, e dappoi dell’impegno attivo e fattivo, per la «presa del potere» da parte del Popolo. […] Sempre nel suo messaggio ai cristiani si legge: «[…] se la beneficenza, l’elemosina, le poche scuole gratuite, i pochi piani edilizi, ciò che viene chiamato “la carità” non riesce a sfamare la stragrande maggioranza degli affamati, né a vestire la maggioranza degli ignudi, né ad insegnare alla maggioranza di coloro che non sanno, bisogna cercare mezzi efficaci per dare tale benessere alle maggioranze.» Ed è per questi motivi che egli è persuaso, al fine di instaurare e garantire la giustizia sociale, che i cristiani siano obbligati a partecipare alla lotta armata. (giorgio barberis e francesco ingravalle, introduzione a liberazione o morte!, di padre camilo torres) In questi mesi abbiamo saputo tutto dell’agenzia federale americana anti-immigrazione. Ci hanno detto che hanno arrestato un uomo con sua figlia piccola e li hanno trasportati da Minneapolis al Texas, opponendosi tra l’altro all’intervento di un giudice federale che ne aveva ordinato il rilascio. Ci hanno spiegato l’allargamento in termini di numero di agenti e di potere di intervento che gli è stato attribuito dall’amministrazione Trump, e il conflitto tra poteri scatenato dalla sua impunità di fatto. Meno dettagliati appaiono i resoconti delle manifestazioni che si stanno via via diffondendo anche in altre città, in cui non di rado i manifestanti si scontrano fisicamente con i militari e/o con la polizia, come accaduto proprio a Minneapolis dopo il ferimento di un venezuelano che cercava di fuggire ed è stato sparato, per questo, alla gamba.  So’ fernut’ ‘e tiempe ‘e pappa, cacca e nanna, ma qua ann’ d’e miracoli? D’e grazie ‘e Dio? Mo’ ‘o patapata ‘e l’acqua acchiapp’, at’ che grandine. Pallottole vaganti ‘e ‘sti cape vacant’ ca te fanno veni’ ‘o spanteco ‘sti guappe te fanno jitta’ ‘o sanghe. (la famiglia, fuje) Sabato mattina ero in metropolitana in modalità spleen, sotto il diluvio, in ritardo sia per il mio appuntamento che per la parola di questa settimana, quando una signora ha richiamato il suo cane che leccava le scarpe di un altro passeggero – «Bob!». Non credo di aver mai conosciuto nella mia vita un cane che si chiamasse Bob, ma ho conosciuto abbastanza bene, intorno ai vent’anni, Dylan, e mi è venuta così in mente A Hard Rain’s a-Gonna Fall, il cui protagonista ha tra l’altro gli occhi come i miei. La canzone – anzi all’inizio era una poesia, che non avrebbe dovuto essere musicata – è stata scritta durante l’epoca del grande rischio nucleare, ma direi che è buona per tutte le stagioni, con il suo riflettere sulla capacità umana di distruggere tutto ciò ci passa tra le mani, noi stessi compresi.  Ricordavo un verso in cui il figlio dagli occhi blu cammina per la terra desolata, e descrive un mare riempito da proiettili e non da pesci (sicuramente nel mio fanatismo avrò pensato a qualcosa tipo la crisi missilistica e alle armi nucleari che viaggiavano via mare). In realtà leggo che l’espressione usata è pellets of poison, che dovrebbe essere qualcosa tipo “granuli di veleno” che “riempiono le acque”. L’area di Bagnoli […] per cui è prevista una massiccia movimentazione di terreni pesantemente inquinati da Ipa e Ocb, è adiacente al mare del golfo di Pozzuoli. È facilmente prevedibile, che Ipa e Pcb, attualmente relegati nei suoli e nei sedimenti marini, se mobilizzati in area prospiciente il mare, possano diffondervisi. Gli Ipa, combinandosi con il cloro (Cl), producono dei derivati, gli Ipa clorurati, che sono più tossici dei composti d’origine. In particolari condizioni (combustione incompleta) possono formarsi diossine, sostanze notoriamente cancerogene-mutagene. Inoltre, gli stessi Ipa e Pcb, se si combinano con lo stagno (Sn) o il mercurio (Hg), formano sostanze altamente tossiche. […] Ricordiamo un caso di grave inquinamento ambientale prodotto dalla combinazione di composti organici con mercurio, nella Baia di Minimata, Giappone. L’inquinamento, di origine industriale, provocò la malattia di Minamata, scoperta per la prima volta nel 1956, determinò gravi intossicazioni negli abitanti e fece incrementare notevolmente l’incidenza di decessi per cancro nella popolazione della baia (Timothy, 2001). Fu causata dal rilascio, dal 1932 al 1968, di metilmercurio nelle acque reflue da parte dell’industria chimica Chisso Corporation. Il metil-Hg, altamente tossico e cancerogeno, si accumulò nei molluschi, nei crostacei e nei pesci della baia, entrando nella catena alimentare e causando così l’avvelenamento degli abitanti del luogo, inclusi numerosi decessi. […] I danni ambientali e sulla salute della popolazione sono persistiti per decenni e continuano ancora oggi ad avere effetti, anche sociali, sulle comunità locali. (benedetto de vivo e maurizio manno, bonifica di bagnoli: perché è rischioso il dragaggio dei sedimenti marini)  I lavori della vergogna sulla colmata vanno avanti a Bagnoli: i cittadini protestano (c’è un presidio quotidiano a piazza Bagnoli, dalle 17:00), Bassolino e De Luca fanno ammuina, le inchieste giornalistiche si moltiplicano, ma il sindaco-commissario Manfredi non chiarisce le modalità che appaiono davvero grossolane con cui si sta operando su un terreno inquinatissimo, preparandosi a fare ancora peggio sui fondali marini. Intanto, camion carichi di materiale dall’aspetto poco rassicurante se ne vanno a centinaia avanti e indietro da giorni, perdendo polveri in giro per il quartiere. Eppure, ci sono tanti scienziati che in questi anni ci hanno spiegato che il miglior modo per riparare un danno ambientale fatto dall’uomo è usare la natura. E ce ne sono altri, di scienziati, di tutt’altro tipo ma non meno brillanti, che ci hanno raccontato che il modo migliore per fare la cosa migliore è rivoltarsi. Il 7 febbraio ci sarà a Bagnoli una grande manifestazione cittadina.  Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte! In alto, catena di teste superbe! Con la piena del secondo diluvio laveremo le città dei mondi. Il toro dei giorni è screziato. Lento è il carro degli anni. La corsa il nostro dio. Il cuore il nostro tamburo. Che c’è di più divino del nostro oro? Ci pungerà la vespa d’un proiettile? Nostra arma sono le nostre canzoni. Nostro oro sono le voci squillanti. Prato, distenditi verde, tappezza il fondo dei giorni. Arcobaleno, dà un arco ai veloci corsieri degli anni. Vedete, il cielo ha noia delle stelle! Da soli intessiamo i nostri canti. E tu, Orsa maggiore, pretendi che vivi ci assumano in cielo! Canta! Bevi le gioie! Primavera ricolma le vene. Cuore, rulla come tamburo! Il nostro petto è rame di timballi. (vladimir majakovskij, la nostra marcia) a cura di riccardo rosa
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parola della settimana
La parola della settimana. Classifica
(disegno di ottoeffe) Ci prepariamo per andare a casa e ironizziamo ognuno sulle cinque migliori “canzone 1 – lato A” di tutti i tempi scelte dagli altri (le mie: Janie Jones, dei Clash, da The Clash; Thunder Road, di Bruce Springsteen, da Born to Run; Smells like teen spirits, dei Nirvana, da Nevermind; Let’s get it on, di Marvin Gaye, da Let’s get it on; Return on the grievous angel, di Gram Parsons, da Grievous Angel. (nick hornby, alta fedeltà) Negli ultimi giorni sono stato più volte coinvolto in una pratica che ho a cuore quanto l’insicuro e finto-cinico tassonomo Rob Gordon di Alta fedeltà: fare classifiche. Gli ultimi mesi sono stati peggiori per me o per te? È meglio campare riparando stampanti, facendo la guida turistica o un dottorato all’università? Qual è la top ten degli attaccanti più forti nella storia del Napoli? E dove si colloca Cavani? (In queste settimane circola una bufala sul ritiro del campione uruguagio, all’età di appena trentotto anni: comunque vada lo si ringrazia a nome del calcio per tutto quello che ha fatto). Una classifica un po’ mortificante che ho proposto riguarda la gravità delle varie implicazioni che si porta dietro l’assurdo omicidio commesso da un agente dell’Ice americana (Immigration and Customs Enforcement) ai danni di una donna che aveva provato a intralciare le operazioni di questo vergognoso corpo militare, che agisce per lo più senza alcun freno e nello sprezzo totale di qualsiasi regolamento – il vicepresidente Vance ha detto che l’agente assassino godrà di “totale immunità”, una categoria giuridica conosciuta solo nella sua testa e nei film dell’agente segreto con licenza di uccidere. Nel caso specifico, in cima al podio della gravità ho messo la narrazione ormai pacifica per cui ogni volta che c’è da mistificare qualcosa di scabroso si millanta l’esistenza di un presunto pericolo di “terrorismo interno”, pure se l’azione che si è andata a contrastare è la distribuzione di volantini o l’esposizione di uno striscione colorato tenuto in mano da vecchi e bambini. Rispetto a questa ennesima vicenda di violenza poliziesca ho apprezzato la posizione del sindaco locale, che adeguandosi al livello del dibattito politico negli Usa ha esplicitamente, e più volte, detto agli agenti dell’Ice “di andarsene a fanculo fuori dalla città”. Belli anche i video in cui maestre e professoresse di scuola danno di matto affrontando a muso duro i militari che vogliono andarsi a prendere gli studenti cosiddetti irregolari fin dentro la classe. (credits in nota 1) Questa pratica, a quanto leggo, sembra non essere rara negli ultimi anni negli Stati Uniti. In contrasto a questa operazione vi sono però, per fortuna, numerosi opuscoli, diffusi da Ong e da alcune scuole persino, dal titolo: Know your rights: what to do if Ice comes to your school (“Conosci i tuoi diritti: cosa fare se l’Ice arriva nella tua scuola”). Questa la situazione: In qualità di immigrato, ho il diritto all’istruzione? Sì, tutti gli studenti tra i cinque e i ventuno anni hanno il diritto a un’istruzione pubblica gratuita dalla scuola primaria alla secondaria (K–12), indipendentemente dallo status di immigrazione. Secondo l’American Civil Liberties Union: “Tutti i bambini che vivono negli Stati Uniti hanno il diritto a un’istruzione pubblica gratuita”. L’Ice può portarmi via dai locali scolastici? Non di norma. Secondo il Dipartimento dell’Istruzione dello Stato di New York, l’Ice non può portare uno studente fuori dai locali scolastici né interrogarlo senza il permesso del genitore o tutore dello studente, tranne nei casi in cui abbia un mandato valido oppure quando è stato commesso un reato all’interno della proprietà scolastica. Sono obbligato a rispondere agli agenti dell’Ice? No, hai il diritto di rimanere in silenzio. Secondo l’Immigrant Legal Resource Center, tutti i bambini, indipendentemente dallo status di immigrazione, hanno il diritto di rimanere in silenzio nelle interazioni con l’Ice. Se un agente dell’Ice cerca di parlarti a scuola o durante un evento scolastico, non parlare con lui. Avvisa immediatamente un agente per la sicurezza scolastica, il/la preside o un insegnante. (da: mobilization for justice – traduzione mia) (da vd news) Tornando alle classifiche, mi segnalano l’uscita giovedì di un articolo del Mattino che riporta i dati sui Daspo (prescrizione nata per le manifestazioni sportive, ma ormai estesa a numerosi altri ambiti come la movida, le manifestazioni politiche, o utilizzata per punire comportamenti “anomali” nel corso dei cosiddetti “grandi eventi”, la vendita ambulante irregolare di merci e altro) comminati nel 2025 dalla questura di Napoli. Sono 379: il che vuol dire che a quasi quattrocento napoletani sono stati imposti limiti alla libertà di movimento in base a provvedimenti frutto nel migliore dei casi di una indagine poliziesca, senza passare per la magistratura. Il solito Del Gaudio si preoccupa di condividere con i propri lettori il suo stupore nel ritrovare in classifica non solo parcheggiatori e ambulanti, ma “finanche” gente “rispettabile” come studenti e professionisti. Non solo accattoni o sbandati del sabato sera, dunque, a leggere le storie che si celano dietro Daspo urbani e sportivi. Avanzano gli insospettabili. Non mancano studenti o lavoratori, finanche esponenti del mondo delle professioni. […] Studenti, qualche colletto bianco, imprenditori: sono quelli che sono stati segnalati per condotte tutt’altro che irreprensibili. (leandro del gaudio, il mattino) Passa p’o cazzo d’e classifiche, d’e sbirri, d’e tossici razzisti comme Vasco Rossi! ‘E scoppio ‘ncuollo po’ pareo, papà nun sta dint’all’assemblea d’a Società Italiana Autori Editori (co’sang, intro) (credits in nota 2) Un topos della musica leggera contemporanea è il livore verso il mercato, i manager e le classifiche, responsabili dello scadimento della produzione musicale internazionale (in realtà qualche anno dopo aver scritto queste invettive la maggior parte degli autori si ritrova invischiata fino al collo dentro queste cose, ma c’è poco da colpevolizzarli: perché proprio loro dovrebbero andare avanti a cereali con l’acqua e spese nei discount, quando tutto il mondo procede compatto nella direzione opposta?). Un passaggio chiave sul rapporto tra musicisti e mercato sta dentro Have a cigar, brano scritto nel ’75 dai Pink Floyd, che racconta il momento in cui il giovane artista/la band protagonista del disco si trova davanti per la prima volta i manager di una grossa casa discografica. I boss si entusiasmano per la canzone appena lanciata (“Uscirete con un album | Lo dovete alla gente”), gli prospettano grandi guadagni (“Ti abbiamo detto il nome di questo gioco? | Noi lo chiamiamo ‘cavalcare il treno dei soldi facili’”), gli parlano delle charts (“Avete visto le classifiche?”). Dopo avergli ripetuto che la band è davvero fantastica – sinceramente, that’s what I think, gli chiedono, a proposito: “Ma chi di voi è Pink?”. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Una professoressa di Chicago impedisce agli agenti dell’Ice di entrare nella propria classe ² Gianni Morandi racconta di alcune telefonate con Fabrizio De Andrè dopo il successo della canzone Si può dare di più
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Rewind Roma, dicembre 2025 # La fine del Giubileo: si chiude una porta, si apre una stazione
(disegno di peppe cerillo) La porta santa della basilica di San Pietro si chiude tra l’invasione Usa del Venezuela e le minacce all’Iran e alla Danimarca, mentre Israele lascia intenzionalmente morire due milioni di persone a Gaza, e le deportazioni di massa si avvicendano più o meno ovunque. È l’influenza del messaggio cristiano nel mondo. Ripercorriamo l’ultimo mese del Giubileo della Misericordia 2025 nella sua (e nella nostra) capitale. Il 4 dicembre manifestazione al Campidoglio contro la svendita dei mercati generali al gruppo texano Hines, mentre dentro si commemorava il sociologo Enrico Pugliese, morto il 28 novembre. Intanto un emendamento al bilancio modifica la proprietà dell’ospedale Forlanini sul Gianicolo, chiuso dal 2015, con l’obiettivo di cederlo al Vaticano. Il 5 a Torpignattara presidio antifascista contro il corteo dei neonazisti di Forza Nuova, a cui la questura nega il permesso a manifestare. Ai Parioli i carabinieri trovano due poliziotti in uniforme che compravano cocaina nella macchina di un pusher. Gli studenti delle superiori manifestano contro la violenza di genere dopo il caso della “lista stupri” al liceo Giulio Cesare. Un ciclista ucciso da un’auto sull’Aurelia. Il 6 a Castel Sant’Angelo si inaugura Atreju, festa della giovanile di Fratelli d’Italia: gli eredi di Michael Ende, creatore del personaggio Atreju, chiedono all’organizzazione di non usare quel nome. La notte una ragazza di ventitré anni viene violentata da un gruppo di uomini vicino alla metro Jonio. L’8 arrestato un primario del Sant’Eugenio che prendeva tangenti dalle cliniche private per mandarci i pazienti in dialisi. Il 9 torna Zelensky: incontra Meloni e Schlein, poi va a Castel Gandolfo dal Papa. Due incidenti mortali in strada, all’alba a Trastevere, poi a Malafede. Il 10 manifestazione al Tufello per la ragazza violentata a Jonio. Sciopero generale l’11; incidente mortale a Porta Portese, il guidatore scappa lasciando il passeggero intrappolato nella macchina. Il 12 il sindaco dedica il Ponte dell’Industria (Ostiense) a San Francesco, per l’occasione definito “uomo-ponte”. Poi trasforma l’ufficio del Giubileo in “ufficio della Partecipazione e dei Quartieri”. Il 13 una banda di ladri all’Appio Claudio lancia una Panda contro Mediaworld e scappa col bottino. Abbattuti cinquanta tigli all’Eur: dovevano essere centocinquanta ma sono stati ridotti dopo le proteste degli abitanti. Il 14 è il Giubileo dei detenuti, ultimo evento dell’anno santo; si chiude anche Atreju, con un discorso di Meloni che attacca Francesca Albanese e dichiara solidarietà a La Stampa (dopo l’azione di protesta a Torino). Continuano le udienze per l’imprenditore Mirko Pellegrini, “Mr. Asfalto”, che da dieci anni pagava mazzette e pranzi a funzionari e politici romani (soprattutto Pd) per evitare i controlli sull’asfalto scadente delle strade. Il 15 si formalizza il passaggio al Vaticano del Forlanini, un enorme bene pubblico trasferito a uno stato estero.  La Fondazione Hind Rajab denuncia alla procura di Roma un militare israeliano in vacanza a Roma, accusato di crimini internazionali: l’Italia non dovrebbe lasciarlo uscire dal suo territorio. E invece esce. Dopo tredici anni, finalmente il 16 aprono le stazioni della Metro C di Colosseo e Porta Metronia, collegando tutta Roma Est al centro storico. Migliaia di romani e romane visitano incantate le architetture insolite e l’allestimento archeologico alla stazione di Colosseo. Il sindaco annuncia che Fontana di Trevi sarà a pagamento, e che presto inizieranno i lavori per lo stadio di Pietralata. Il 17 un consiglio comunale del Municipio X discute la grande opera progettata sull’altra sponda, il mastodontico porto crocieristico della Royal Caribbean a Fiumicino. Intanto il sindaco crea un nuovo ufficio che non promette nulla di buono: “Rigenerazione del Litorale e Grandi Progetti”. Il 18 ci sono ancora due incidenti mortali sulle strade, i primi dopo l’entrata in vigore del nuovo codice della strada di Salvini: uno a Bracciano e uno a Fiumicino. Nella sala stampa del Vaticano si presenta il discorso per la Giornata della pace: il papa denuncia il riarmo e la militarizzazione della società, nonché le ingerenze dei produttori di armi, condannando l’uso nazionalista della religione come “blasfemia”. Tutti contenti, ma non cambia nulla. Intanto il preside del liceo Righi manda a tutti i docenti una circolare infarcita di Bibbia e Torah, infischiandosene della laicità della scuola. Il 20 un ragazzo di origine montenegrina viene accoltellato al Trullo in una faida tra vicini. Il 21 l’aeroporto di Fiumicino annuncia il superamento della soglia dei cinquanta milioni di passeggeri in un anno. All’alba del 22 in un incidente di auto vicino ad Acilia muore una ragazza di ventisette anni, lasciando due figli piccoli. Lo sgombero di Askatasuna a Torino sembra annunciare altri sgomberi di occupazioni a Roma, tra cui Spin Time e Forte Prenestino. Il 24 iniziano le chiusure delle quattro porte sante: finisce il Giubileo, un tempo festa della remissione dei debiti, oggi solo una lunghissima e pomposa cerimonia infarcita di discorsi generici che i media italiani ritrasmettono acriticamente. il 25 chiude la prima porta, quella della basilica di Santa Maria Maggiore, dove sarebbero custodite le reliquie della Sacra Culla di Gesù, con una preghiera “per i poveri”; il 27 quella di San Giovanni in Laterano, la prima chiesa costruita a Roma: il Cardinale Vicario, alla presenza del Sindaco, blatera della necessità di “prendersi cura di tutti”. Intanto la polizia fa un raid razzista contro i commercianti arabi di Centocelle. Il 28 chiude la porta santa di San Paolo: l’arciprete insiste che “la speranza non delude”, ma già il giorno dopo i carabinieri di Colleferro sfilano con la fanfara nell’outlet di Valmontone celebrando l’arma e facendo giocare i bambini alla guerra. Il 30 diverse personalità dello spettacolo diffondono una petizione contro lo sgombero di Spin Time, dichiarando che il palazzo “non è un centro sociale occupato, non è un luogo di propaganda politica, non produce illegalità, non è mai stato coinvolto in disordini sociali”. Il 31 a Acilia muore un uomo di sessantatré anni per i botti, un petardo gli stacca un braccio. Il 1 gennaio 2026 trecento persone fanno il bagno di capodanno sulla spiaggia di Capocotta a Ostia; un nuovo tuffatore fa il salto di Capodanno nel Tevere. Iniziano quattro giorni di pioggia quasi ininterrotta: il 2 per il maltempo una nave urta la banchina del porto di Civitavecchia, mentre a Ostia sequestrano nove chili di cocaina con il logo della Juventus. Il 4 ci sono strade allagate, ponti chiusi, linee ferroviarie sospese, e crolla un pino su via dei Fori Imperiali. Presidio contro l’imperialismo sotto la pioggia davanti all’ambasciata Usa, dopo il sequestro di Maduro. Il 5 manifestazione antimilitarista e antimperialista a piazza Barberini. Il 6, finalmente, si chiude anche la porta santa di San Pietro, con un’omelia in cui il Papa invita a tenere “aperta la porta della misericordia”. Rimangono aperte anche le due nuove fermate della metro, per fortuna, ma anche tutti i cantieri che continuano a cementificare Roma; rimangono aperte tutte le nuove opportunità di profitto create per il capitale finanziario, e anche i “poteri speciali” per il sindaco per autorizzare nuove speculazioni. Finisce il Giubileo della speranza; e finisce anche la speranza che con tutti i soldi stanziati per il Giubileo la città sarebbe potuta diventare migliore. (stefano portelli)
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rewind roma
La parola della settimana. Porta
(disegno di ottoeffe) Devo ammetterlo: Aldo Cazzullo mi è simpatico. La sua faccia mi rasserena, o comunque quando la vedo non sento il prurito che mi attraversa il corpo se per errore mi compaiono sullo schermo i suoi colleghi paladini della sinistra democratica (da de Gregorio a Telese nessuno escluso, passando per Gruber e Gramellini, senza nemmeno contare Fazio e questo Scanzi che mi ricorda quegli accademici che studiano i movimenti sociali ma non hanno mai attacchinato un manifesto in vita loro – prendo in prestito l’espressione da -gr). La settimana scorsa stavo guardando Una giornata particolare, che sarebbe un buon programma se non fosse per alcuni excursus no-sense sulla base di associazioni di idee discutibili, in cui si dà voce a gente discutibile – tipo Farinetti sul vino o Lino Banfi sulla morte, in una puntata sui misteri della Bibbia. Farinetti e Saviano a parte (compariva anche lui ovviamente, su Sodoma e Gomorra…), ho scoperto che uno dei fatti mitologico-religiosi a cui si appigliano gli ebrei per giustificare i loro presunti diritti sulla Palestina risale alla colonizzazione dei Cananei da parte degli Israeliti (1200 avanti Cristo, più o meno): questi ultimi, infatti, sarebbero stati autorizzati a soggiogare la popolazione a ovest del Giordano alla luce non solo della promessa di Yahveh, che gli aveva indicato quella terra, ma anche di una maledizione fatta da Noè a suo figlio Cam, e a suo nipote Canaan, dal momento che il primo, dopo aver trovato il genitore a dormire nudo e ubriaco lercio in una tenda, non l’aveva coperto con un lenzuolo. (l’ebrezza di noè, di michelangelo buonarroti – cappella sistina, roma) Nel Libro di Giosuè, uno dei cosiddetti “libri storici” dell’Antico Testamento (in realtà è documentato che ci siano scritte un sacco di fandonie), si racconta la conquista della città di Ai, in terra di Canaan: su precisa indicazione del Signore, gli Israeliti attirano gli abitanti locali nel deserto per battagliare, facendo contemporaneamente entrare altri uomini in città, non appena le porte rimangono sguarnite. Quelli di Ai videro che il fumo della città si alzava verso il cielo.[…] Giosuè e tutto Israele videro che quelli dell’agguato avevano conquistato la città e che il fumo si era levato; si voltarono dunque indietro e colpirono gli uomini di Ai. Anche gli altri uscirono dalla città contro di loro, e così i combattenti di Ai si trovarono in mezzo agli Israeliti, avendoli da una parte e dall’altra. Gli Israeliti li colpirono, finché non rimase nessun superstite o fuggiasco. […] Quando gli Israeliti ebbero finito di uccidere tutti gli abitanti di Ai, che li avevano inseguiti in campo aperto nel deserto, e tutti fino all’ultimo furono passati a fil di spada, tutti gli Israeliti rientrarono in Ai e la colpirono a fil di spada. Tutti i caduti in quel giorno, uomini e donne, furono dodicimila, tutta la popolazione di Ai. […] Giosuè incendiò Ai, riducendola a una collina di rovine per sempre […]. Fece appendere il re di Ai a un albero, fino alla sera. Al tramonto comandò che il suo cadavere fosse calato giù dall’albero e lo gettarono all’ingresso della porta della città. (libro di giosuè, capitolo 8) Più passa il tempo, più mi accorgo di quanto impegniamo il nostro tempo a fare cose inutili, tipo preoccuparci di cosa gli altri pensano di noi, o di quello che dicono i leader di uno dei partiti più insopportabili della storia del parlamento. Eppure, seguendo una serie di associazioni di idee tipo Una giornata particolare mi sono ritrovato a fare un conteggio, e ho scoperto che negli ultimi trent’anni avrò passato più o meno centocinquantamila minuti (circa centocinque giornate) a difendere una porta, attaccandone raramente un’altra. (credits in nota 1) A mia discolpa va detto che la decisione la presi per caso, quando avrò avuto più o meno otto anni. In quel periodo l’allenatore mi schierava testardamente all’ala destra, finché in una partita in cui non avevamo nemmeno un difensore mi spostarono dietro e le cose cominciarono ad andare meglio. Sliding doors, lo chiamano gli anglofoni dalla fine degli anni Novanta (grazie a un iconico film che diede un senso figurato a un’espressione che significava altro), indicando un momento apparentemente insignificante che può cambiare il corso dei fatti, o la vita di una persona. Le porte scorrevoli, in linguaggio politico, sono infatti porte (e poltrone) di altro genere: l’espressione fa riferimento al passaggio di un alto esponente istituzionale ai vertici di aziende private che agiscono nello stesso campo in cui egli aveva operato fino a poco prima come attore pubblico. Il più irritante […] è stato quello dell’ex ministro degli interni, Marco Minniti, che ha assunto la presidenza dalla nuova fondazione Medi Or promossa dal gruppo di tecnologie militari Leonardo […]. Parole chiave: difesa, sorveglianza, intelligence, confini, tradotte nello statuto Medi Or in formazione e scambio culturale con i paesi africani e medio orientali. Minniti aveva lasciato il seggio di deputato del Pd alla Camera alla fine del mese di febbraio 2021 per andare a presiedere la nuova fondazione di Leonardo, ex Finmeccanica, partecipata dallo Stato che opera nei settori di difesa, aerospazio, sicurezza. […] Il caso più recente è quello di Andrea Urbani, che a luglio 2022 ha lasciato l’incarico di direttore generale della programmazione del ministero della salute, per andare a ricoprire il ruolo di amministratore delegato dell’IRCCS San Raffaele di Milano, uno dei maggiori ospedali privati italiani con un fatturato annuo vicino a due miliardi di euro, come già avevano fatto altri ex ministri: Angelino Alfano, presidente del Gruppo ospedaliero milanese San Donato dal 2019 e – ancor più grave per il suo ulteriore ruolo come governatore della Lombardia, regione che rappresenta un Eldorado per la sanità privata in Italia […] – Roberto Maroni, entrato nel Cda del San Donato nel 2020. (enzo ferrara, altronovecento) (credits in nota 2) Forse è un po’ banale, ma per preparare la rubrica di questa settimana dovevo mettermi a riascoltare i Doors. Mi è servito almeno, il latrato di Edip-orrison – che voleva farla finita uccidendo il padre e andando a letto con la madre –, per impormi un obiettivo per questo nuovo anno: pensare (citando il mitico Yogi Barra: consiglio a tutti la sua storia) che non è finita finché non è veramente finita. Buon 2026 a tutti i lettori. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Zdenek Zeman asfalta Massimo Mauro dopo un Napoli-Cagliari (3-3) del 2014 ² Sara Grattogi sull’ennesimo scandalo all’ospedale privato San Raffaele di Milano, Uno Mattina News, 10 dicembre 2025
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parola della settimana
La parola della settimana. Fesso
(disegno di ottoeffe) Il nuovo arrivato era un uomo sui trentatré o trentaquattro anni, cioè un po’ più anziano del compagno. Era di media statura, robustissimo, dalla pelle bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra beffarde, e sottili, indizio di una ferrea volontà. A prima vista si capiva che era un europeo non solo, ma che doveva appartenere a qualche razza meridionale. (emilio salgari, le tigri di mompracem). È un mese che sulle cronache napoletane e nazionali l’attore Alessandro Preziosi pubblicizza il personaggio da lui interpretato nella serie dedicata a Sandokan andata di recente in onda su Rai 1 (evidentemente di successo, sebbene molto modesta: personalmente ho resistito mezza puntata). Nella fiction Preziosi è il corsaro portoghese Yanez, compagno d’avventure della Tigre della Malesia, e in qualche modo carattere a lui speculare. A mio avviso (non che questo abbia qualche rilevanza) è il personaggio più bello del ciclo di Salgari: freddo, elegante nei modi e nell’aspetto, ironico, prudente, è ingegnoso e astuto, anzi queste ultime due sono probabilmente le sue caratteristiche principali. Sarà per questo che non c’è intervista (l’ultima è uscita ieri a pagina piena sul Corriere del Mezzogiorno, a cura di Vanni Fondi) in cui Preziosi, che è napoletano, non ci propina la retorica sul partenopeo scaltro e “sfaccimmo”, parola che ripete a oltranza, traducendola quando l’intervista è nazionale a beneficio dei fan italiani. Il cliché riesce in effetti tanto efficacemente che il lettore napoletano per bene può gongolare compostamente, sentendosi anche lui un po’ “sfaccimmo”: anche se odia l’arte di arrangiarsi e disprezza chi si arrangia, chiedendosi perché non va a lavorare invece di truffare il prossimo; anche se a Napoli nessuno usa questa parola per intendere quello che intende Preziosi. Detto ciò, mi sono chiesto alla terza intervista in un cui si ripeteva questo refrain: ma di napoletani fessi, ce ne sono? (credits in nota 1) Non è il caso di trascendere nella trivialità della connotazione femminile della parola di questa settimana, quindi sorvolerei da ora in poi sul napoletano, riportando però almeno il fatto che in francese fesse vuol dire natica, derivando dal latino “findere”, il cui participio si riferisce a qualcosa di “crepato in lungo”, “diviso in due”. Stando sul più accettabile socialmente, secondo i dizionari, il fesso non è necessariamente uno stupido (può esserlo, ma non necessariamente lo è), quanto colui “che si comporta da stupido”, e questo è un po’ in contraddizione con il meridionale “farsi fare fesso”, che fa riferimento al “farsi raggirare”. Tipo quando io ti dico: vedi che questa cosa che stiamo facendo richiede un sacrificio per un po’ di tempo. Ma poi finirà, è solo temporaneo. Ti restituiremo tutto dopo qualche mese, e oltretutto saremo più ricchi sia io che tu. Coppa America ogni due anni, team d’accordo. Il Comune di Napoli: pronti a ospitarla anche nel 2029 (repubblica napoli, 27 dicembre 2025) Avevamo più o meno quindici anni, io e miei amici, quando una professoressa di italiano e latino una mattina alzò un polverone accusandoci di essere maschilisti e sotto sotto fascisti, perché avevamo scritto a caratteri cubitali sul muro della classe un vecchio detto napoletano: “’O barbiere te fa bello, ‘o vino te fa guappo, ‘a femmena te fa fesso!”. Quella professoressa si diceva femminista e di sinistra (la parola comunista già cominciava a diventare fuori moda), ma raramente le abbiamo visto fare un giorno di sciopero, persino quando Berlusconi voleva eliminare l’articolo 18 (non ci riuscì, ma poi ci pensò Renzi), o quando la Moratti completò l’opera di distruzione della scuola pubblica iniziata dal post-comunista Berlinguer junior. Molti di noi fessacchiotti per qualche tempo la considerammo anche una persona autorevole, ma poi capimmo prima di arrivare alla maturità (intesa come diploma). A volte penso che sarebbe bello tornare a essere così ingenui. (credits in nota 2) a cura di riccardo rosa Ps.: A proposito di Coppa America, bradisismi, palazzi che crollano e territori sotto attacco, consiglio la lettura di questo breve testo scritto ieri dagli attivisti dell’Assemblea Popolare di Bagnoli e pubblicato attraverso i canali di Villa Medusa (entrambe le realtà fanno parte della Rete No America’s Cup).  ________________________ ¹ Totò ed Ernesto Calindri in: Totòtruffa 62, di Camillo Mastrocinque (1961) ² Massimo Troisi e Pippo Baudo in Fantastico (1990)
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parola della settimana
La parola della settimana. Limite
(disegno di ottoeffe) C’è un povero cristo fuori al tribunale di Napoli che campa vendendo bloc notes, penne, accendini, manifestini di lutto per la Juventus. Ha anche qualche marca da bollo in tasca, e quando gli avvocati, che lo conoscono tutti, sono in ritardo e devono sbrigarsi perché l’ufficio chiude, le prendono da lui e gli fanno un regalo. Il tizio avrà più di sessant’anni. La sua vita è un disastro – me l’ha raccontata venerdì in pochi minuti – e non sta nemmeno troppo bene con la testa. Ha tutta l’aria di chi non sarebbe capace di far male a una mosca, eppure la guardia giurata del tribunale, uno con gli occhiali da Rambo e pistole d’ordinanza sul fianco, gli ha dato addosso perché pretendeva di decidere il limite spaziale entro cui il tizio poteva o non poteva esercitare il suo commercio. Non parliamo del cancello del tribunale, dove finiva la giurisdizione di Rambo – che non essendo neppure capace di vincere un concorso nella penitenziaria opera per conto di quelle agenzie di mercenari, spesso controllate dal Sistema, e che quindi ha esattamente i miei diritti e quelli di chiunque altro a (non) decidere cose che riguardano la pubblica via. Parliamo della strada, per la precisione della fermata di un autobus. Eppure, nella sua testa, Rambo pensava di poter comandare. È finita a insulti alle mamme e con l’apertura di una riflessione sull’idea di limite. Ti farò male più di un colpo di pistola È appena quello che ti meriti Ci provo gusto, me ne accorgo, e allora? Non mi vergogno dei miei limiti (e lividi) (subsonica, colpo di pistola) Una prima definizione matematica di limite pare sia attribuibile a tale Augustin-Louis Cauchy, matematico di inizio Ottocento, e qualche decennio dopo a Heinrich Eduard Heine. Smanettando in rete mi sono reso conto che almeno due-tre degli studiosi che hanno toccato questa materia hanno avuto problemi psichiatrici. È successo a Weierstrass, tedesco, padre dell’analisi moderna (quella matematica, ovviamente): suo padre, ufficiale del governo tedesco di Boemia, lo costrinse a studiare legge a Bonn, ma lui non combinò niente e anzi si avvicinò da autodidatta alla matematica e al gruppo del Crelle’s Journal, che oggi è la più antica rivista di matematica esistente. A un certo punto il giovane Karl se ne va a studiare a Munster (che solo per una strana coincidenza legata ai natali di un mio amico è la squadra tedesca per cui tifo), rompendo con il padre, e diventa un grande esperto di funzioni ellittiche, ma anche un alcoolizzato, sviluppando problemi psichici e nevrosi di vario tipo. Anche Cantor, uno dei più grandi matematici della storia (per intenderci, quello che ha inventato gli insiemi), soffrì di una grave depressione, perché isolato dalla comunità scientifica. Cercò invano supporto in papa Leone XIII e forse anche per questo arrivò a identificare il suo rigorosissimo concetto di infinito assoluto con… Dio. Passò gli ultimi anni della sua vita in manicomio, ad Halle. L’esaltazione creatrice è intimamente legata alla malinconia, sorella  della depressione e figlia della mania, ma anche parente vicina della follia, dal momento che l’opera non è più sufficiente a contenere tutte le tensioni. […] Il romantico-melanconico coniuga la tristezza al quotidiano e contempla il suo dolore nella profonda solitudine del ripiegarsi su se stesso. “La malinconia è la felicità di essere triste”, scrive Victor Hugo ne Les travailleurs de la mer. Vi si fondono molto intimamente un’attitudine filosofica, la ricerca poetica e la malattia depressiva, condizioni che caratterizzano dolorosamente questi insaziabili sogni d’assoluto. (philippe brenot, le génie et la folie – traduzione mia) È interessante come la matematica associ il limite a quest’idea di assoluto, mentre per la semantica lo stesso vocabolo indica una linea terminale o divisoria, un confine. Qualche anno fa abbiamo pubblicato un libro curato da Miguel Angel Valdivia, che si chiama appunto Confini, dove dialogano quattro storie di quattro disegnatori, Andrea De Franco, Federica Ferarro, Mario Damiano e Adriana Marineo. I quattro interpretano il concetto in maniera ora concreta ora metafisica, interrogandoci non solo sull’idea di limite, ma anche se non soprattutto su quella dello spazio che si trova prima e dopo di questo. (disegno di andrea de franco, da: confini) Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni dei Duemila andava in onda ogni pomeriggio su Rai Uno (o forse Rai Due) un programma che si chiamava Ci vediamo in Tv, condotto da Paolo Limiti, autore televisivo (Rischiatutto), scrittore di canzoni (La voce del silenzio, Stupidi, Adagio) e regista radiofonico (Il maestro e Margherita). Per quanto ricordi, la trasmissione era un viaggio nostalgico durante il quale si esibivano cantanti perlopiù ottuagenari, rievocando spesso le storie all’origine di brani che erano stati grandi successi anche cinquanta o sessant’anni prima. Vi partecipavano Milva, Ornella Vanoni, Mirna Doris, Angela Luce − cult una sua appassionata esibizione in L’urdema tarantella (Bovio-Tagliaferri, 1936) per la quale rivendicava, con solennità, di aver ricevuto un premio come “unica, grande, sola, vera interprete del sentimento della canzone napoletana”. L’urdema tarantella racconta la drammatica uccisione da parte di una donna gelosa dell’amante del marito, davanti la chiesa della Madonna della Catena, che a Napoli si trova in via Santa Lucia, così chiamata in riferimento al miracolo con cui Maria salvò dalla condanna a morte tre innocenti, nella città di Palermo, spezzando le loro catene. Un’altra drammatica uccisione legata a quella chiesa fu quella dell’ammiraglio Caracciolo, che lì riposa in pace: Caracciolo fu arrestato e fatto uccidere dall’ammiraglio Nelson in persona, dopo aver combattuto contro la flotta borbonica che cercava di restaurare l’ordine dopo le sollevazioni della Repubblica Napoletana. Si vide Caracciolo sospeso come un infame all’antenna della fregata Minerva; il suo cadavere fu gittato in mare. Il re era ad Ischia, e venne nel giorno susseguente, stabilendo la sua dimora nel vascello dell’ammiraglio Nelson. Dopo due giorni, il cadavere di Caracciolo apparve sotto il vascello, sotto gli occhi del re. Fu raccolto dai marinari che tanto l’amavano, e gli furono resi gli ultimi offici nella chiesa della Santa Lucia che era prossima alla sua abitazione. (mariano d’ayala, saggio storico sulla rivoluzione di napoli 1799 di vincenzo cuoco e sulla vita dell’autore) Ma in matematica, il limite – e qui spero di non deludere C., matematica e scrittrice ben più raffinata di quell’altra ahinoi, invece, più famosa e potente – serve a descrivere che cosa accade a una successione di numeri quando la variabile si avvicina sempre di più a un certo valore, senza doverlo per forza raggiungere. In parole povere, è come avvicinarmi alla felicità, senza mai poterla neppure sfiorare, ma andare sempre nella stessa direzione, in modo che sarà inequivocabile che quella costituisce il mio limite. Troviamo sempre qualcosa, vero, Didi, per darci l’impressione di esistere? (estragone, in: samuel beckett, aspettando godot) a cura di riccardo rosa
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parola della settimana
La parola della settimana. Merito
(disegno di ottoeffe) Amame e damme ‘o bene quanno nun m’o merito tanno n’aggio bisogno, l’aggio appreso int’e prete e nun m’o scordo. (co’sang, povere ‘mmano) In epoche di scosse telluriche ed emotive mi sono ritrovato a discutere più volte il concetto di “merito”, mantra della tirannia capitalista e dogma che assume l’iniquità come effetto collaterale di una selezione fintamente naturale. Ne ho parlato per quasi un’ora con un gruppo di adolescenti con cui sto lavorando in una scuola non lontano da casa, che l’hanno associata per lo più al mondo dello sport (“vincere con merito”, “meritare la vittoria”), a una presunta eticità (“onore al merito”, “meritare un riconoscimento”), e qualcuno addirittura a un vecchio adagio di curva, non so attraverso quali canali giuntogli alle orecchie (“chi milita, merita”). Pochissimi tra loro, per fortuna, l’hanno associato alla scuola. Su venticinque ragazzi e ragazze, anzi, soltanto sei conoscevano l’assurdo nome dato dall’attuale governo neofascista al ministero che organizza la loro vita scolastica (ho dovuto fargli notare che il fascismo nasce come braccio armato del grande capitale, che dell’ideologia del “merito” ha bisogno come il pane). Il latino, la Bibbia, l’Occidente. Questo è il nuovo programma scolastico 2026 (elle, 14 marzo 2025) Scuola, passa la riforma del voto in condotta: con 6 compito di cittadinanza; con 5 si è bocciati (la stampa, 30 luglio 2025) “A chi contesta il termine maturità, a chi lo considera superfluo, ridondante o simbolico, rispondiamo con fermezza: questa non è una questione di parole, ma di valori. Abbiamo scelto ‘maturità’ perché l’esame non misura solo ciò che si sa, ma chi si è diventati. […] Chi attacca il termine non attacca un nome, ma la centralità della formazione della persona, e noi su questo principio non arretriamo di un passo. […] Per il governo Meloni, e per il ministro Valditara, il cuore di questa riforma è proprio questo: restituire centralità alla persona, restituire dignità al valore educativo della scuola”. (ella bucalo – membro della commissione cultura del senato e responsabile del “dipartimento istruzione” di fratelli d’italia) Per non essere troppo livoroso ho deciso di non scegliere come parola di questa settimana né “cerchio” né “botte”, e di non dare troppa importanza a un articolo pubblicato su Jacobin, organo di stampa ombra di Alleanza Verdi Sinistra e sfogatoio delle decine di accademici e intellettuali di questo tristo paese bisognosi di accreditarsi come “di sinistra”. Vale però la pena ugualmente entrare nel merito di alcune riflessioni pubblicate in questi giorni sulla stampa nazionale a corollario dell’azione effettuata da alcuni attivisti a Torino, che si sono introdotti nella sede de La Stampa, buttando per aria un po’ di fogli e scrivendo qualche slogan sui muri. Su Monitor abbiamo già espresso la nostra posizione (qui e qui), ma riprendo qualche passaggio a beneficio di chi fatica a leggere più di quattromila battute in un solo articolo: Al di fuori, essa si esercita innanzitutto con uno strumento formidabile di formazione e controllo dell’opinione pubblica, La Stampa. Il giornale della Fiat ha infatti un’influenza determinante nella vita e nelle opinioni dei torinesi. Esso sbandiera un antifascismo sterile e di ricordi, e una politica di “riforme sociali”, propone un paternalismo “illuminato” avallato anche sul piano nazionale grazie alle firme di rispettabili nomi della cultura e dell’antifascismo italiani, e sul piano torinese, con la seconda pagina e “Lo specchio dei tempi”, indirizza l’opinione pubblica su binari ben precisi. In essa trovano posto le “inchieste” e le “denunce” interessate (il costo della vita, le case che mancano e che lo Stato dovrebbe finanziare, e così via), le cronache della Torino-bene e dei suoi eroi con le loro mensili “opere buone”, i preti e gli assi della Juventus, la cronaca delle disgrazie, degli incidenti (narrati, sempre, in stile “Cuore”), i fattacci degli immigrati (con appariscenti titoli: “calabrese ruba…”, “meridionale uccide…”, “siciliano rapisce…”) e infine le buone azioni quotidiane. (goffredo fofi, l’immigrazione meridionale a torino) Solo a partire da qui è possibile riformulare le domande iniziali: che cos’è la violenza? Chi ha il potere di nominarla? Quale contesto viene assunto come sfondo neutro e quale viene patologizzato come devianza? Solo a partire da qui è possibile parlare di solidarietà senza riprodurre la postura coloniale di chi rappresenta l’altro, decide al posto dell’altro quale forma di resistenza è accettabile, prescrive all’altro la non-violenza mentre ne beneficia quotidianamente lo sfruttamento. Il punto non è di normalizzare la violenza, ma di smettere di usarla come strumento per silenziare quelle lotte anticoloniali e rivoluzionarie che dicono, in modo esplicito, che la libertà di una parte dell’umanità è inseparabile dalla trasformazione radicale dell’ordine che oggi viene difeso anche, e soprattutto, nel nome della “pace”. (miriam abu samra, la fiera dell’ipocrisia. intellettuali progressisti e non violenza) Da manuale della Scuola Holden, si diceva, il pezzo pubblicato sulla questione da Jacobin (per i meno avvezzi, la Scuola Holden è un centro di formazione – con sede a Torino – in cui Alessandro Baricco e i suoi insegnano a giovani che sanno usare le parole a metterle al servizio delle aziende, della politica, degli interessi delle classi dirigenti, fingendosi pure soggetti liberi e pensanti).  Con una scaltrezza non da poco Alberto Manconi riesce, nello stesso articolo: ad attaccare strumentalmente il governo Meloni come farebbe un esponente del Pd o di Avs; a indignarsi per la rottura dell’equilibrio liberaldemocratico per cui la libertà di stampa è sacra (tanto più che quel giorno i giornalisti erano “in sciopero per poter svolgere seriamente la propria professione”); a rimestare altra fuffa inutile, ma a essere al contempo precisissimo sui punti sostanziali di questa vicenda, che sono il vero bersaglio del suo discorso: l’azione dei militanti torinesi è “un errore”, “non utile”, “inefficace” e “non intelligente” (avrebbe oscurato il fine settimana di scioperi e indirettamente il fatto che in Palestina non ci sia ancora nessuna pace); chi l’ha compiuta ha fatto “di tutt’erba un fascio” e creato un pretesto per una condanna da destra delle altre posizioni di sinistra, quelle più democratiche e accettabili (vedi Francesca Albanese); l’imam di San Salvario Mohamed Shahin sarebbe in via di deportazione perché avrebbe “contestualizzato in modo discutibile il 7 ottobre”; dulcis in fundo, La Stampa non è certo “il peggior quotidiano nel modo di trattare il genocidio in Palestina”. Una rappresentazione plastica della lotta di classe (da quale lato e contro chi, lo potrete capire da soli), da studiare e ricordare.  “Antisemitismo” e “genocidio”: il peso delle parole dopo il 7 ottobre Abusare di determinati termini confonde la Storia e rischia di cancellare le vere responsabilità morali e politiche (la stampa, 30 agosto 2025) Sdoganare l’antisemitismo, l’altro disastro di Netanyahu (la stampa, 25 settembre 2025) L’attacco contro la redazione de La Stampa a Torino non è solo un atto vile: è una ferita alla democrazia e un colpo gravissimo alla stessa causa palestinese. […] Colpire un giornale – con volti coperti, fumogeni, minacce, devastazioni – ripropone forme di squadrismo che la storia d’Italia ha già sconfitto e ricacciato indietro. E nessuna lotta davvero “giusta” può consentire di farsi inquinare da una violenza fine a se stessa. […] Tanto più perché La Stampa è uno dei pochi quotidiani italiani che, con continuità, ha dato spazio a voci palestinesi, documentando il “genocidio a bassa intensità” a Gaza, il terrorismo dei coloni israeliani e le torture in carcere dei prigionieri palestinesi. (rula jebreal, la stampa, 3 dicembre 2025)  La differenza tra i due avvenimenti è l’esistenza dello Stato di Israele. Uno Stato che, aggredito, risponde. Come tutti gli Stati. Che fortuna insperata per gli antisemiti di tutto il mondo! Gli ebrei uccidono. È un’occasione, forse, per ripulire la cattiva coscienza ereditata dai testimoni di uno dei più grandi massacri della Storia, se non altro per numero di morti, e i mezzi adottati per liquidarli, quelli degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, sotto lo sguardo indifferente dell’umanità. Ed ecco che manifestazioni oceaniche riempiono le strade delle grandi città di tutto il mondo. Sono manifestazioni che superano per ampiezza quelle contro la guerra del Vietnam a suo tempo. Con una palese differenza: all’epoca la gente gridava “pace in Vietnam!”. Dalla bocca di coloro che oggi solidarizzano con Gaza, invece, la parola “pace” è scomparsa. A rappresentare il Male, il Male da combattere, non è più il governo, ma tutto Israele. […] I nuovi antisemiti di fatto stanno ritorcendo la Shoah, che i negazionisti non sono riusciti a far vacillare, contro gli ebrei stessi. Gli ebrei che, in questo periodo, stanno “genocidiando” un altro popolo. Questo verbo non esisteva nei dizionari, ma è stato inventato proprio in occasione della guerra di Gaza. (marek halter, la stampa, 26 novembre 2025) Qualche anno fa, ispirati da Aristotele ed Hegel, avevamo una rubrica su Monitor che metteva in evidenza lo squallore di ciò “che ci meritiamo” (i giornali che ci meritiamo; i politici che ci meritiamo; i partigiani che ci meritiamo, e così via). Ci ho ripensato giovedì a proposito dei telegiornali, imbattutomi con g. in un servizio del Tg2 che nel dar conto dell’ennesima strage israeliana a Gaza, dove con la scusa di ammazzare un militare di Hamas sono stati uccisi cinquanta civili, di cui sette bambini, si leggeva il massacro come conseguenza di un attacco di miliziani palestinesi a una pattuglia dell’esercito sionista, che avrebbe provocato il ferimento – fonte: l’esercito stesso – di cinque soldati. (credits in nota 1) Sarebbe bello, anche solo a volte, sapere cosa diavolo abbiamo fatto di male. a cura di riccardo rosa ________________________ ¹ Robert De Niro, Dennis Leary, Anne Heche, Dustin Hoffman in: Sesso e potere, di Barry Levinson (1997)
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Rewind Roma, novembre 2025 # Case agli italiani, beni pubblici ai fondi immobiliari
(disegno di peppe cerillo) Celebrazioni ovunque per il 2 novembre, cinquantenario dell’omicidio di Pasolini a Ostia. Un’associazione dell’Idroscalo – il quartiere autocostruito a pochi passi dal luogo dell’omicidio – ricrea la partita del ’75 interrotta allora, e convoca gli “Stati generali dell’Idroscalo” per discutere del futuro della zona. Il 3 crolla un pezzo della Torre dei Conti tra via Cavour e Fori Imperiali, uccidendo un operaio romeno sessantaseienne, Octay Stroici, rimasto intrappolato per undici ore sotto le macerie. La sera una dozzina di neofascisti fa irruzione al liceo Righi occupato, con caschi, bottiglie e canti per Mussolini. Il 4 il presidente del municipio V chiede la fine degli sgomberi al Quarticciolo. Presidio davanti al ministero della pubblica istruzione contro la censura nelle scuole e nelle università. Di nuovo un gruppo di fascisti tenta di attaccare il Righi ma viene respinto. Il 5 sgomberi a Cinecittà, in via Eudo Giulioli, “palazzi occupati dai latinos” secondo la stampa. Di notte ancora un attacco di neofascisti, al liceo Aristofane occupato. Il 6 arriva a Roma il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen, per incontrare il papa e il presidente della repubblica. Stretta di mano con Mattarella, che continua a inviare armi per massacrare i palestinesi. Il sindaco riceve Robert De Niro, a cui consegna un’onorificenza, la Lupa capitolina. Poi presenta un “rapporto alla città” che sostanzialmente dice che va tutto a gonfie vele. Il 7 gli studenti del Righi manifestano contro le aggressioni fasciste subite durante l’occupazione. Domenica 9 manifestazione a Fiumicino contro la costruzione del Porto Turistico della Royal Caribbean. Il 10 il sindaco annuncia l’accordo con Hines, una delle più grandi società di investimento immobiliare al mondo, per cedere i Mercati Generali sull’Ostiense e farne uno studentato di lusso. Il 12 nuovi sgomberi a Cinecittà-Don Bosco: gli appartamenti ex tutelati saranno ceduti al Fondo Scoiattolo. Siccome sono latinos, gli occupanti sgomberati non avranno nulla. Blitz antidroga su via dell’Idroscalo. Il 13 un trentenne di Torbellamonaca muore al San Filippo Neri, forse per un sedativo somministrato dopo un incidente: i parenti protestano davanti all’ospedale. Il 14 la Regione Lazio scrive al comune di Roma ribadendo che il bosco di Pietralata è vincolato, pertanto gli scavi archeologici per lo stadio non possono avere luogo, nonostante gli annunci pubblici. Il 15 grande assemblea dell’“esercito di terra” per la Palestina alla Sapienza. Al ministero del Made in Italy un assessore scivola sulle scale e distrugge una vetrata artistica made in Italy. Il 16 notte tre ladri sfondano la vetrina di Louis Vuitton a via Condotti e scappano con migliaia di euro di bottino. Fratelli d’Italia convoca una protesta in automobile contro le piste ciclabili, ma il corteo non parte perché c’era troppo traffico. Le auto rimangono bloccate all’Eur, dove erano state convocate. Il 17 il Comune nomina “sindaco per un giorno” l’attore Carlo Verdone per il suo settantacinquesimo compleanno. Il 18 il governo approva la creazione di una Zona Logistica Semplificata nel Lazio, cioè sgravi fiscali per le imprese. A Villa Gordiani un gruppo di una quarantina di persone capeggiate da Forza Nuova cerca di impedire l’accesso a una casa popolare a degli assegnatari regolari, rifugiati dei Balcani, perché rom. Il 19 un compratore anonimo acquista un attico di duecentottanta metri quadri a piazza di Spagna, pagandolo sedici milioni di euro, la compravendita più costosa mai realizzata a Roma. Il 21 inizia il convegno “About a city”, in affidamento diretto alla Fondazione Feltrinelli per sessantamila euro. La giunta approva una memoria perché le librerie possano prendersi pezzi di strada e di marciapiede per vendere cibo e bevande. Intanto il Consiglio di Stato annulla la proibizione delle smartbox dei bnb e l’identificazione a distanza, approvate dopo le azioni del gruppo Robin Hood. Il 22 grande corteo di “Non una di meno” da piazza Repubblica contro la violenza di genere. Il 23 davanti alla stazione Lido Centro a Ostia c’è una grossa rissa tra ventenni, tre ragazzi accoltellati. Il 26 la famiglia assegnataria di Torre Angela rinuncia alla casa popolare per le proteste razziste contro di loro: sindaco e dipartimento patrimonio assecondano la richiesta dell’estrema destra di “case agli italiani”. A Ostiense si tiene un incontro sul futuro degli ex Mercati Generali, per cui il Comune ha già firmato una concessione con il gruppo texano Hines. Decine di abitanti riempiono la sala per protestare contro lo studentato di lusso. Il 28 un operaio ucraino di trentatré anni muore schiacciato da un macchinario sulla ferrovia vicino a Civitavecchia. Muore anche un cinquantenne in motorino, scontrandosi con un furgone al Quartaccio. Sciopero generale, e il 29 grande manifestazione per la Palestina: centomila persone in piazza, tra loro Greta Thurnberg, Francesca Albanese, Thiago Avila. La notte un militare della Folgore muore in un incidente sulla Braccianese, forse per un colpo di sonno. (stefano portelli)
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