(disegno di peppe cerillo)
La porta santa della basilica di San Pietro si chiude tra l’invasione Usa del
Venezuela e le minacce all’Iran e alla Danimarca, mentre Israele lascia
intenzionalmente morire due milioni di persone a Gaza, e le deportazioni di
massa si avvicendano più o meno ovunque. È l’influenza del messaggio cristiano
nel mondo.
Ripercorriamo l’ultimo mese del Giubileo della Misericordia 2025 nella sua (e
nella nostra) capitale. Il 4 dicembre manifestazione al Campidoglio contro la
svendita dei mercati generali al gruppo texano Hines, mentre dentro si
commemorava il sociologo Enrico Pugliese, morto il 28 novembre. Intanto un
emendamento al bilancio modifica la proprietà dell’ospedale Forlanini sul
Gianicolo, chiuso dal 2015, con l’obiettivo di cederlo al Vaticano. Il 5 a
Torpignattara presidio antifascista contro il corteo dei neonazisti di Forza
Nuova, a cui la questura nega il permesso a manifestare. Ai Parioli i
carabinieri trovano due poliziotti in uniforme che compravano cocaina nella
macchina di un pusher. Gli studenti delle superiori manifestano contro la
violenza di genere dopo il caso della “lista stupri” al liceo Giulio Cesare. Un
ciclista ucciso da un’auto sull’Aurelia. Il 6 a Castel Sant’Angelo si inaugura
Atreju, festa della giovanile di Fratelli d’Italia: gli eredi di Michael Ende,
creatore del personaggio Atreju, chiedono all’organizzazione di non usare quel
nome. La notte una ragazza di ventitré anni viene violentata da un gruppo di
uomini vicino alla metro Jonio. L’8 arrestato un primario del Sant’Eugenio che
prendeva tangenti dalle cliniche private per mandarci i pazienti in dialisi.
Il 9 torna Zelensky: incontra Meloni e Schlein, poi va a Castel Gandolfo dal
Papa. Due incidenti mortali in strada, all’alba a Trastevere, poi a Malafede. Il
10 manifestazione al Tufello per la ragazza violentata a Jonio. Sciopero
generale l’11; incidente mortale a Porta Portese, il guidatore scappa lasciando
il passeggero intrappolato nella macchina. Il 12 il sindaco dedica il Ponte
dell’Industria (Ostiense) a San Francesco, per l’occasione definito
“uomo-ponte”. Poi trasforma l’ufficio del Giubileo in “ufficio della
Partecipazione e dei Quartieri”. Il 13 una banda di ladri all’Appio Claudio
lancia una Panda contro Mediaworld e scappa col bottino. Abbattuti cinquanta
tigli all’Eur: dovevano essere centocinquanta ma sono stati ridotti dopo le
proteste degli abitanti. Il 14 è il Giubileo dei detenuti, ultimo evento
dell’anno santo; si chiude anche Atreju, con un discorso di Meloni che attacca
Francesca Albanese e dichiara solidarietà a La Stampa (dopo l’azione di protesta
a Torino). Continuano le udienze per l’imprenditore Mirko Pellegrini, “Mr.
Asfalto”, che da dieci anni pagava mazzette e pranzi a funzionari e politici
romani (soprattutto Pd) per evitare i controlli sull’asfalto scadente delle
strade. Il 15 si formalizza il passaggio al Vaticano del Forlanini, un enorme
bene pubblico trasferito a uno stato estero. La Fondazione Hind Rajab denuncia
alla procura di Roma un militare israeliano in vacanza a Roma, accusato di
crimini internazionali: l’Italia non dovrebbe lasciarlo uscire dal suo
territorio. E invece esce.
Dopo tredici anni, finalmente il 16 aprono le stazioni della Metro C di Colosseo
e Porta Metronia, collegando tutta Roma Est al centro storico. Migliaia di
romani e romane visitano incantate le architetture insolite e l’allestimento
archeologico alla stazione di Colosseo. Il sindaco annuncia che Fontana di Trevi
sarà a pagamento, e che presto inizieranno i lavori per lo stadio di Pietralata.
Il 17 un consiglio comunale del Municipio X discute la grande opera progettata
sull’altra sponda, il mastodontico porto crocieristico della Royal Caribbean a
Fiumicino. Intanto il sindaco crea un nuovo ufficio che non promette nulla di
buono: “Rigenerazione del Litorale e Grandi Progetti”. Il 18 ci sono ancora due
incidenti mortali sulle strade, i primi dopo l’entrata in vigore del nuovo
codice della strada di Salvini: uno a Bracciano e uno a Fiumicino. Nella sala
stampa del Vaticano si presenta il discorso per la Giornata della pace: il papa
denuncia il riarmo e la militarizzazione della società, nonché le ingerenze dei
produttori di armi, condannando l’uso nazionalista della religione come
“blasfemia”. Tutti contenti, ma non cambia nulla. Intanto il preside del liceo
Righi manda a tutti i docenti una circolare infarcita di Bibbia e Torah,
infischiandosene della laicità della scuola. Il 20 un ragazzo di origine
montenegrina viene accoltellato al Trullo in una faida tra vicini. Il 21
l’aeroporto di Fiumicino annuncia il superamento della soglia dei cinquanta
milioni di passeggeri in un anno. All’alba del 22 in un incidente di auto vicino
ad Acilia muore una ragazza di ventisette anni, lasciando due figli piccoli. Lo
sgombero di Askatasuna a Torino sembra annunciare altri sgomberi di occupazioni
a Roma, tra cui Spin Time e Forte Prenestino.
Il 24 iniziano le chiusure delle quattro porte sante: finisce il Giubileo, un
tempo festa della remissione dei debiti, oggi solo una lunghissima e pomposa
cerimonia infarcita di discorsi generici che i media italiani ritrasmettono
acriticamente. il 25 chiude la prima porta, quella della basilica di Santa Maria
Maggiore, dove sarebbero custodite le reliquie della Sacra Culla di Gesù, con
una preghiera “per i poveri”; il 27 quella di San Giovanni in Laterano, la prima
chiesa costruita a Roma: il Cardinale Vicario, alla presenza del Sindaco,
blatera della necessità di “prendersi cura di tutti”. Intanto la polizia fa un
raid razzista contro i commercianti arabi di Centocelle. Il 28 chiude la porta
santa di San Paolo: l’arciprete insiste che “la speranza non delude”, ma già il
giorno dopo i carabinieri di Colleferro sfilano con la fanfara nell’outlet di
Valmontone celebrando l’arma e facendo giocare i bambini alla guerra. Il 30
diverse personalità dello spettacolo diffondono una petizione contro lo sgombero
di Spin Time, dichiarando che il palazzo “non è un centro sociale occupato, non
è un luogo di propaganda politica, non produce illegalità, non è mai stato
coinvolto in disordini sociali”. Il 31 a Acilia muore un uomo di sessantatré
anni per i botti, un petardo gli stacca un braccio. Il 1 gennaio 2026 trecento
persone fanno il bagno di capodanno sulla spiaggia di Capocotta a Ostia; un
nuovo tuffatore fa il salto di Capodanno nel Tevere. Iniziano quattro giorni di
pioggia quasi ininterrotta: il 2 per il maltempo una nave urta la banchina del
porto di Civitavecchia, mentre a Ostia sequestrano nove chili di cocaina con il
logo della Juventus. Il 4 ci sono strade allagate, ponti chiusi, linee
ferroviarie sospese, e crolla un pino su via dei Fori Imperiali. Presidio contro
l’imperialismo sotto la pioggia davanti all’ambasciata Usa, dopo il sequestro di
Maduro. Il 5 manifestazione antimilitarista e antimperialista a piazza
Barberini.
Il 6, finalmente, si chiude anche la porta santa di San Pietro, con un’omelia in
cui il Papa invita a tenere “aperta la porta della misericordia”. Rimangono
aperte anche le due nuove fermate della metro, per fortuna, ma anche tutti i
cantieri che continuano a cementificare Roma; rimangono aperte tutte le nuove
opportunità di profitto create per il capitale finanziario, e anche i “poteri
speciali” per il sindaco per autorizzare nuove speculazioni. Finisce il Giubileo
della speranza; e finisce anche la speranza che con tutti i soldi stanziati per
il Giubileo la città sarebbe potuta diventare migliore. (stefano portelli)
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(disegno di ottoeffe)
Devo ammetterlo: Aldo Cazzullo mi è simpatico. La sua faccia mi rasserena, o
comunque quando la vedo non sento il prurito che mi attraversa il corpo se per
errore mi compaiono sullo schermo i suoi colleghi paladini della sinistra
democratica (da de Gregorio a Telese nessuno escluso, passando per Gruber e
Gramellini, senza nemmeno contare Fazio e questo Scanzi che mi ricorda quegli
accademici che studiano i movimenti sociali ma non hanno mai attacchinato un
manifesto in vita loro – prendo in prestito l’espressione da -gr).
La settimana scorsa stavo guardando Una giornata particolare, che sarebbe un
buon programma se non fosse per alcuni excursus no-sense sulla base di
associazioni di idee discutibili, in cui si dà voce a gente discutibile – tipo
Farinetti sul vino o Lino Banfi sulla morte, in una puntata sui misteri della
Bibbia. Farinetti e Saviano a parte (compariva anche lui ovviamente, su Sodoma e
Gomorra…), ho scoperto che uno dei fatti mitologico-religiosi a cui si
appigliano gli ebrei per giustificare i loro presunti diritti sulla Palestina
risale alla colonizzazione dei Cananei da parte degli Israeliti (1200 avanti
Cristo, più o meno): questi ultimi, infatti, sarebbero stati autorizzati a
soggiogare la popolazione a ovest del Giordano alla luce non solo della promessa
di Yahveh, che gli aveva indicato quella terra, ma anche di una maledizione
fatta da Noè a suo figlio Cam, e a suo nipote Canaan, dal momento che il primo,
dopo aver trovato il genitore a dormire nudo e ubriaco lercio in una tenda, non
l’aveva coperto con un lenzuolo.
(l’ebrezza di noè, di michelangelo buonarroti – cappella sistina, roma)
Nel Libro di Giosuè, uno dei cosiddetti “libri storici” dell’Antico Testamento
(in realtà è documentato che ci siano scritte un sacco di fandonie), si racconta
la conquista della città di Ai, in terra di Canaan: su precisa indicazione del
Signore, gli Israeliti attirano gli abitanti locali nel deserto per battagliare,
facendo contemporaneamente entrare altri uomini in città, non appena le porte
rimangono sguarnite.
Quelli di Ai videro che il fumo della città si alzava verso il cielo.[…] Giosuè
e tutto Israele videro che quelli dell’agguato avevano conquistato la città e
che il fumo si era levato; si voltarono dunque indietro e colpirono gli uomini
di Ai. Anche gli altri uscirono dalla città contro di loro, e così i combattenti
di Ai si trovarono in mezzo agli Israeliti, avendoli da una parte e dall’altra.
Gli Israeliti li colpirono, finché non rimase nessun superstite o fuggiasco. […]
Quando gli Israeliti ebbero finito di uccidere tutti gli abitanti di Ai, che li
avevano inseguiti in campo aperto nel deserto, e tutti fino all’ultimo furono
passati a fil di spada, tutti gli Israeliti rientrarono in Ai e la colpirono a
fil di spada. Tutti i caduti in quel giorno, uomini e donne, furono dodicimila,
tutta la popolazione di Ai. […] Giosuè incendiò Ai, riducendola a una collina di
rovine per sempre […]. Fece appendere il re di Ai a un albero, fino alla sera.
Al tramonto comandò che il suo cadavere fosse calato giù dall’albero e lo
gettarono all’ingresso della porta della città. (libro di giosuè, capitolo 8)
Più passa il tempo, più mi accorgo di quanto impegniamo il nostro tempo a fare
cose inutili, tipo preoccuparci di cosa gli altri pensano di noi, o di quello
che dicono i leader di uno dei partiti più insopportabili della storia del
parlamento. Eppure, seguendo una serie di associazioni di idee tipo Una giornata
particolare mi sono ritrovato a fare un conteggio, e ho scoperto che negli
ultimi trent’anni avrò passato più o meno centocinquantamila minuti (circa
centocinque giornate) a difendere una porta, attaccandone raramente un’altra.
(credits in nota 1)
A mia discolpa va detto che la decisione la presi per caso, quando avrò avuto
più o meno otto anni. In quel periodo l’allenatore mi schierava testardamente
all’ala destra, finché in una partita in cui non avevamo nemmeno un difensore mi
spostarono dietro e le cose cominciarono ad andare meglio. Sliding doors, lo
chiamano gli anglofoni dalla fine degli anni Novanta (grazie a un iconico film
che diede un senso figurato a un’espressione che significava altro), indicando
un momento apparentemente insignificante che può cambiare il corso dei fatti, o
la vita di una persona. Le porte scorrevoli, in linguaggio politico, sono
infatti porte (e poltrone) di altro genere: l’espressione fa riferimento al
passaggio di un alto esponente istituzionale ai vertici di aziende private che
agiscono nello stesso campo in cui egli aveva operato fino a poco prima come
attore pubblico.
Il più irritante […] è stato quello dell’ex ministro degli interni, Marco
Minniti, che ha assunto la presidenza dalla nuova fondazione Medi Or promossa
dal gruppo di tecnologie militari Leonardo […]. Parole chiave: difesa,
sorveglianza, intelligence, confini, tradotte nello statuto Medi Or in
formazione e scambio culturale con i paesi africani e medio orientali. Minniti
aveva lasciato il seggio di deputato del Pd alla Camera alla fine del mese di
febbraio 2021 per andare a presiedere la nuova fondazione di Leonardo, ex
Finmeccanica, partecipata dallo Stato che opera nei settori di difesa,
aerospazio, sicurezza. […] Il caso più recente è quello di Andrea Urbani, che a
luglio 2022 ha lasciato l’incarico di direttore generale della programmazione
del ministero della salute, per andare a ricoprire il ruolo di amministratore
delegato dell’IRCCS San Raffaele di Milano, uno dei maggiori ospedali privati
italiani con un fatturato annuo vicino a due miliardi di euro, come già avevano
fatto altri ex ministri: Angelino Alfano, presidente del Gruppo ospedaliero
milanese San Donato dal 2019 e – ancor più grave per il suo ulteriore ruolo come
governatore della Lombardia, regione che rappresenta un Eldorado per la sanità
privata in Italia […] – Roberto Maroni, entrato nel Cda del San Donato nel 2020.
(enzo ferrara, altronovecento)
(credits in nota 2)
Forse è un po’ banale, ma per preparare la rubrica di questa settimana dovevo
mettermi a riascoltare i Doors.
Mi è servito almeno, il latrato di Edip-orrison – che voleva farla finita
uccidendo il padre e andando a letto con la madre –, per impormi un obiettivo
per questo nuovo anno: pensare (citando il mitico Yogi Barra: consiglio a tutti
la sua storia) che non è finita finché non è veramente finita. Buon 2026 a tutti
i lettori.
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Zdenek Zeman asfalta Massimo Mauro dopo un Napoli-Cagliari (3-3) del 2014
² Sara Grattogi sull’ennesimo scandalo all’ospedale privato San Raffaele di
Milano, Uno Mattina News, 10 dicembre 2025
(disegno di ottoeffe)
Il nuovo arrivato era un uomo sui trentatré o trentaquattro anni, cioè un po’
più anziano del compagno. Era di media statura, robustissimo, dalla pelle
bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra
beffarde, e sottili, indizio di una ferrea volontà. A prima vista si capiva che
era un europeo non solo, ma che doveva appartenere a qualche razza meridionale.
(emilio salgari, le tigri di mompracem).
È un mese che sulle cronache napoletane e nazionali l’attore Alessandro Preziosi
pubblicizza il personaggio da lui interpretato nella serie dedicata a Sandokan
andata di recente in onda su Rai 1 (evidentemente di successo, sebbene molto
modesta: personalmente ho resistito mezza puntata). Nella fiction Preziosi è il
corsaro portoghese Yanez, compagno d’avventure della Tigre della Malesia, e in
qualche modo carattere a lui speculare. A mio avviso (non che questo abbia
qualche rilevanza) è il personaggio più bello del ciclo di Salgari: freddo,
elegante nei modi e nell’aspetto, ironico, prudente, è ingegnoso e astuto, anzi
queste ultime due sono probabilmente le sue caratteristiche principali.
Sarà per questo che non c’è intervista (l’ultima è uscita ieri a pagina piena
sul Corriere del Mezzogiorno, a cura di Vanni Fondi) in cui Preziosi, che è
napoletano, non ci propina la retorica sul partenopeo scaltro e “sfaccimmo”,
parola che ripete a oltranza, traducendola quando l’intervista è nazionale a
beneficio dei fan italiani. Il cliché riesce in effetti tanto efficacemente che
il lettore napoletano per bene può gongolare compostamente, sentendosi anche lui
un po’ “sfaccimmo”: anche se odia l’arte di arrangiarsi e disprezza chi si
arrangia, chiedendosi perché non va a lavorare invece di truffare il prossimo;
anche se a Napoli nessuno usa questa parola per intendere quello che intende
Preziosi.
Detto ciò, mi sono chiesto alla terza intervista in un cui si ripeteva questo
refrain: ma di napoletani fessi, ce ne sono?
(credits in nota 1)
Non è il caso di trascendere nella trivialità della connotazione femminile della
parola di questa settimana, quindi sorvolerei da ora in poi sul napoletano,
riportando però almeno il fatto che in francese fesse vuol dire natica,
derivando dal latino “findere”, il cui participio si riferisce a qualcosa di
“crepato in lungo”, “diviso in due”.
Stando sul più accettabile socialmente, secondo i dizionari, il fesso non è
necessariamente uno stupido (può esserlo, ma non necessariamente lo è), quanto
colui “che si comporta da stupido”, e questo è un po’ in contraddizione con il
meridionale “farsi fare fesso”, che fa riferimento al “farsi raggirare”. Tipo
quando io ti dico: vedi che questa cosa che stiamo facendo richiede un
sacrificio per un po’ di tempo. Ma poi finirà, è solo temporaneo. Ti
restituiremo tutto dopo qualche mese, e oltretutto saremo più ricchi sia io che
tu.
Coppa America ogni due anni, team d’accordo. Il Comune di Napoli: pronti a
ospitarla anche nel 2029 (repubblica napoli, 27 dicembre 2025)
Avevamo più o meno quindici anni, io e miei amici, quando una professoressa di
italiano e latino una mattina alzò un polverone accusandoci di essere
maschilisti e sotto sotto fascisti, perché avevamo scritto a caratteri cubitali
sul muro della classe un vecchio detto napoletano: “’O barbiere te fa bello, ‘o
vino te fa guappo, ‘a femmena te fa fesso!”. Quella professoressa si diceva
femminista e di sinistra (la parola comunista già cominciava a diventare fuori
moda), ma raramente le abbiamo visto fare un giorno di sciopero, persino quando
Berlusconi voleva eliminare l’articolo 18 (non ci riuscì, ma poi ci pensò
Renzi), o quando la Moratti completò l’opera di distruzione della scuola
pubblica iniziata dal post-comunista Berlinguer junior. Molti di noi
fessacchiotti per qualche tempo la considerammo anche una persona autorevole, ma
poi capimmo prima di arrivare alla maturità (intesa come diploma). A volte penso
che sarebbe bello tornare a essere così ingenui.
(credits in nota 2)
a cura di riccardo rosa
Ps.: A proposito di Coppa America, bradisismi, palazzi che crollano e territori
sotto attacco, consiglio la lettura di questo breve testo scritto ieri dagli
attivisti dell’Assemblea Popolare di Bagnoli e pubblicato attraverso i canali di
Villa Medusa (entrambe le realtà fanno parte della Rete No America’s Cup).
________________________
¹ Totò ed Ernesto Calindri in: Totòtruffa 62, di Camillo Mastrocinque (1961)
² Massimo Troisi e Pippo Baudo in Fantastico (1990)
(disegno di ottoeffe)
C’è un povero cristo fuori al tribunale di Napoli che campa vendendo bloc notes,
penne, accendini, manifestini di lutto per la Juventus. Ha anche qualche marca
da bollo in tasca, e quando gli avvocati, che lo conoscono tutti, sono in
ritardo e devono sbrigarsi perché l’ufficio chiude, le prendono da lui e gli
fanno un regalo.
Il tizio avrà più di sessant’anni. La sua vita è un disastro – me l’ha
raccontata venerdì in pochi minuti – e non sta nemmeno troppo bene con la testa.
Ha tutta l’aria di chi non sarebbe capace di far male a una mosca, eppure la
guardia giurata del tribunale, uno con gli occhiali da Rambo e pistole
d’ordinanza sul fianco, gli ha dato addosso perché pretendeva di decidere il
limite spaziale entro cui il tizio poteva o non poteva esercitare il suo
commercio. Non parliamo del cancello del tribunale, dove finiva la giurisdizione
di Rambo – che non essendo neppure capace di vincere un concorso nella
penitenziaria opera per conto di quelle agenzie di mercenari, spesso controllate
dal Sistema, e che quindi ha esattamente i miei diritti e quelli di chiunque
altro a (non) decidere cose che riguardano la pubblica via. Parliamo della
strada, per la precisione della fermata di un autobus. Eppure, nella sua testa,
Rambo pensava di poter comandare. È finita a insulti alle mamme e con l’apertura
di una riflessione sull’idea di limite.
Ti farò male più di un colpo di pistola
È appena quello che ti meriti
Ci provo gusto, me ne accorgo, e allora?
Non mi vergogno dei miei limiti (e lividi)
(subsonica, colpo di pistola)
Una prima definizione matematica di limite pare sia attribuibile a tale
Augustin-Louis Cauchy, matematico di inizio Ottocento, e qualche decennio dopo a
Heinrich Eduard Heine. Smanettando in rete mi sono reso conto che almeno due-tre
degli studiosi che hanno toccato questa materia hanno avuto problemi
psichiatrici. È successo a Weierstrass, tedesco, padre dell’analisi moderna
(quella matematica, ovviamente): suo padre, ufficiale del governo tedesco di
Boemia, lo costrinse a studiare legge a Bonn, ma lui non combinò niente e anzi
si avvicinò da autodidatta alla matematica e al gruppo del Crelle’s Journal, che
oggi è la più antica rivista di matematica esistente.
A un certo punto il giovane Karl se ne va a studiare a Munster (che solo per una
strana coincidenza legata ai natali di un mio amico è la squadra tedesca per cui
tifo), rompendo con il padre, e diventa un grande esperto di funzioni
ellittiche, ma anche un alcoolizzato, sviluppando problemi psichici e nevrosi di
vario tipo.
Anche Cantor, uno dei più grandi matematici della storia (per intenderci, quello
che ha inventato gli insiemi), soffrì di una grave depressione, perché isolato
dalla comunità scientifica. Cercò invano supporto in papa Leone XIII e forse
anche per questo arrivò a identificare il suo rigorosissimo concetto di infinito
assoluto con… Dio. Passò gli ultimi anni della sua vita in manicomio, ad Halle.
L’esaltazione creatrice è intimamente legata alla malinconia, sorella della
depressione e figlia della mania, ma anche parente vicina della follia, dal
momento che l’opera non è più sufficiente a contenere tutte le tensioni. […] Il
romantico-melanconico coniuga la tristezza al quotidiano e contempla il suo
dolore nella profonda solitudine del ripiegarsi su se stesso. “La malinconia è
la felicità di essere triste”, scrive Victor Hugo ne Les travailleurs de la mer.
Vi si fondono molto intimamente un’attitudine filosofica, la ricerca poetica e
la malattia depressiva, condizioni che caratterizzano dolorosamente questi
insaziabili sogni d’assoluto. (philippe brenot, le génie et la folie –
traduzione mia)
È interessante come la matematica associ il limite a quest’idea di assoluto,
mentre per la semantica lo stesso vocabolo indica una linea terminale o
divisoria, un confine.
Qualche anno fa abbiamo pubblicato un libro curato da Miguel Angel Valdivia, che
si chiama appunto Confini, dove dialogano quattro storie di quattro disegnatori,
Andrea De Franco, Federica Ferarro, Mario Damiano e Adriana Marineo. I quattro
interpretano il concetto in maniera ora concreta ora metafisica, interrogandoci
non solo sull’idea di limite, ma anche se non soprattutto su quella dello spazio
che si trova prima e dopo di questo.
(disegno di andrea de franco, da: confini)
Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni dei Duemila andava in onda ogni
pomeriggio su Rai Uno (o forse Rai Due) un programma che si chiamava Ci vediamo
in Tv, condotto da Paolo Limiti, autore televisivo (Rischiatutto), scrittore di
canzoni (La voce del silenzio, Stupidi, Adagio) e regista radiofonico (Il
maestro e Margherita).
Per quanto ricordi, la trasmissione era un viaggio nostalgico durante il quale
si esibivano cantanti perlopiù ottuagenari, rievocando spesso le storie
all’origine di brani che erano stati grandi successi anche cinquanta o
sessant’anni prima. Vi partecipavano Milva, Ornella Vanoni, Mirna Doris, Angela
Luce − cult una sua appassionata esibizione in L’urdema tarantella
(Bovio-Tagliaferri, 1936) per la quale rivendicava, con solennità, di aver
ricevuto un premio come “unica, grande, sola, vera interprete del sentimento
della canzone napoletana”.
L’urdema tarantella racconta la drammatica uccisione da parte di una donna
gelosa dell’amante del marito, davanti la chiesa della Madonna della Catena, che
a Napoli si trova in via Santa Lucia, così chiamata in riferimento al miracolo
con cui Maria salvò dalla condanna a morte tre innocenti, nella città di
Palermo, spezzando le loro catene. Un’altra drammatica uccisione legata a quella
chiesa fu quella dell’ammiraglio Caracciolo, che lì riposa in pace: Caracciolo
fu arrestato e fatto uccidere dall’ammiraglio Nelson in persona, dopo aver
combattuto contro la flotta borbonica che cercava di restaurare l’ordine dopo le
sollevazioni della Repubblica Napoletana.
Si vide Caracciolo sospeso come un infame all’antenna della fregata Minerva; il
suo cadavere fu gittato in mare. Il re era ad Ischia, e venne nel giorno
susseguente, stabilendo la sua dimora nel vascello dell’ammiraglio Nelson. Dopo
due giorni, il cadavere di Caracciolo apparve sotto il vascello, sotto gli occhi
del re. Fu raccolto dai marinari che tanto l’amavano, e gli furono resi gli
ultimi offici nella chiesa della Santa Lucia che era prossima alla sua
abitazione. (mariano d’ayala, saggio storico sulla rivoluzione di napoli 1799 di
vincenzo cuoco e sulla vita dell’autore)
Ma in matematica, il limite – e qui spero di non deludere C., matematica e
scrittrice ben più raffinata di quell’altra ahinoi, invece, più famosa e potente
– serve a descrivere che cosa accade a una successione di numeri quando la
variabile si avvicina sempre di più a un certo valore, senza doverlo per forza
raggiungere. In parole povere, è come avvicinarmi alla felicità, senza mai
poterla neppure sfiorare, ma andare sempre nella stessa direzione, in modo che
sarà inequivocabile che quella costituisce il mio limite.
Troviamo sempre qualcosa, vero, Didi, per darci l’impressione di esistere?
(estragone, in: samuel beckett, aspettando godot)
a cura di riccardo rosa
(disegno di ottoeffe)
Amame e damme ‘o bene quanno nun m’o merito
tanno n’aggio bisogno,
l’aggio appreso int’e prete e nun m’o scordo.
(co’sang, povere ‘mmano)
In epoche di scosse telluriche ed emotive mi sono ritrovato a discutere più
volte il concetto di “merito”, mantra della tirannia capitalista e dogma che
assume l’iniquità come effetto collaterale di una selezione fintamente naturale.
Ne ho parlato per quasi un’ora con un gruppo di adolescenti con cui sto
lavorando in una scuola non lontano da casa, che l’hanno associata per lo più al
mondo dello sport (“vincere con merito”, “meritare la vittoria”), a una presunta
eticità (“onore al merito”, “meritare un riconoscimento”), e qualcuno
addirittura a un vecchio adagio di curva, non so attraverso quali canali
giuntogli alle orecchie (“chi milita, merita”).
Pochissimi tra loro, per fortuna, l’hanno associato alla scuola. Su venticinque
ragazzi e ragazze, anzi, soltanto sei conoscevano l’assurdo nome dato
dall’attuale governo neofascista al ministero che organizza la loro vita
scolastica (ho dovuto fargli notare che il fascismo nasce come braccio armato
del grande capitale, che dell’ideologia del “merito” ha bisogno come il pane).
Il latino, la Bibbia, l’Occidente. Questo è il nuovo programma scolastico 2026
(elle, 14 marzo 2025)
Scuola, passa la riforma del voto in condotta: con 6 compito di cittadinanza;
con 5 si è bocciati (la stampa, 30 luglio 2025)
“A chi contesta il termine maturità, a chi lo considera superfluo, ridondante o
simbolico, rispondiamo con fermezza: questa non è una questione di parole, ma di
valori. Abbiamo scelto ‘maturità’ perché l’esame non misura solo ciò che si sa,
ma chi si è diventati. […] Chi attacca il termine non attacca un nome, ma la
centralità della formazione della persona, e noi su questo principio non
arretriamo di un passo. […] Per il governo Meloni, e per il ministro Valditara,
il cuore di questa riforma è proprio questo: restituire centralità alla persona,
restituire dignità al valore educativo della scuola”. (ella bucalo – membro
della commissione cultura del senato e responsabile del “dipartimento
istruzione” di fratelli d’italia)
Per non essere troppo livoroso ho deciso di non scegliere come parola di questa
settimana né “cerchio” né “botte”, e di non dare troppa importanza a un articolo
pubblicato su Jacobin, organo di stampa ombra di Alleanza Verdi Sinistra e
sfogatoio delle decine di accademici e intellettuali di questo tristo paese
bisognosi di accreditarsi come “di sinistra”.
Vale però la pena ugualmente entrare nel merito di alcune riflessioni pubblicate
in questi giorni sulla stampa nazionale a corollario dell’azione effettuata da
alcuni attivisti a Torino, che si sono introdotti nella sede de La Stampa,
buttando per aria un po’ di fogli e scrivendo qualche slogan sui muri.
Su Monitor abbiamo già espresso la nostra posizione (qui e qui), ma riprendo
qualche passaggio a beneficio di chi fatica a leggere più di quattromila battute
in un solo articolo:
Al di fuori, essa si esercita innanzitutto con uno strumento formidabile di
formazione e controllo dell’opinione pubblica, La Stampa. Il giornale della Fiat
ha infatti un’influenza determinante nella vita e nelle opinioni dei torinesi.
Esso sbandiera un antifascismo sterile e di ricordi, e una politica di “riforme
sociali”, propone un paternalismo “illuminato” avallato anche sul piano
nazionale grazie alle firme di rispettabili nomi della cultura e
dell’antifascismo italiani, e sul piano torinese, con la seconda pagina e “Lo
specchio dei tempi”, indirizza l’opinione pubblica su binari ben precisi. In
essa trovano posto le “inchieste” e le “denunce” interessate (il costo della
vita, le case che mancano e che lo Stato dovrebbe finanziare, e così via), le
cronache della Torino-bene e dei suoi eroi con le loro mensili “opere buone”, i
preti e gli assi della Juventus, la cronaca delle disgrazie, degli incidenti
(narrati, sempre, in stile “Cuore”), i fattacci degli immigrati (con
appariscenti titoli: “calabrese ruba…”, “meridionale uccide…”, “siciliano
rapisce…”) e infine le buone azioni quotidiane. (goffredo fofi, l’immigrazione
meridionale a torino)
Solo a partire da qui è possibile riformulare le domande iniziali: che cos’è la
violenza? Chi ha il potere di nominarla? Quale contesto viene assunto come
sfondo neutro e quale viene patologizzato come devianza? Solo a partire da qui è
possibile parlare di solidarietà senza riprodurre la postura coloniale di chi
rappresenta l’altro, decide al posto dell’altro quale forma di resistenza è
accettabile, prescrive all’altro la non-violenza mentre ne beneficia
quotidianamente lo sfruttamento. Il punto non è di normalizzare la violenza, ma
di smettere di usarla come strumento per silenziare quelle lotte anticoloniali e
rivoluzionarie che dicono, in modo esplicito, che la libertà di una parte
dell’umanità è inseparabile dalla trasformazione radicale dell’ordine che oggi
viene difeso anche, e soprattutto, nel nome della “pace”. (miriam abu samra, la
fiera dell’ipocrisia. intellettuali progressisti e non violenza)
Da manuale della Scuola Holden, si diceva, il pezzo pubblicato sulla questione
da Jacobin (per i meno avvezzi, la Scuola Holden è un centro di formazione – con
sede a Torino – in cui Alessandro Baricco e i suoi insegnano a giovani che sanno
usare le parole a metterle al servizio delle aziende, della politica, degli
interessi delle classi dirigenti, fingendosi pure soggetti liberi e pensanti).
Con una scaltrezza non da poco Alberto Manconi riesce, nello stesso articolo: ad
attaccare strumentalmente il governo Meloni come farebbe un esponente del Pd o
di Avs; a indignarsi per la rottura dell’equilibrio liberaldemocratico per cui
la libertà di stampa è sacra (tanto più che quel giorno i giornalisti erano “in
sciopero per poter svolgere seriamente la propria professione”); a rimestare
altra fuffa inutile, ma a essere al contempo precisissimo sui punti sostanziali
di questa vicenda, che sono il vero bersaglio del suo discorso: l’azione dei
militanti torinesi è “un errore”, “non utile”, “inefficace” e “non intelligente”
(avrebbe oscurato il fine settimana di scioperi e indirettamente il fatto che in
Palestina non ci sia ancora nessuna pace); chi l’ha compiuta ha fatto “di
tutt’erba un fascio” e creato un pretesto per una condanna da destra delle altre
posizioni di sinistra, quelle più democratiche e accettabili (vedi Francesca
Albanese); l’imam di San Salvario Mohamed Shahin sarebbe in via di deportazione
perché avrebbe “contestualizzato in modo discutibile il 7 ottobre”; dulcis in
fundo, La Stampa non è certo “il peggior quotidiano nel modo di trattare il
genocidio in Palestina”. Una rappresentazione plastica della lotta di classe (da
quale lato e contro chi, lo potrete capire da soli), da studiare e ricordare.
“Antisemitismo” e “genocidio”: il peso delle parole dopo il 7 ottobre
Abusare di determinati termini confonde la Storia e rischia di cancellare le
vere responsabilità morali e politiche
(la stampa, 30 agosto 2025)
Sdoganare l’antisemitismo, l’altro disastro di Netanyahu
(la stampa, 25 settembre 2025)
L’attacco contro la redazione de La Stampa a Torino non è solo un atto vile: è
una ferita alla democrazia e un colpo gravissimo alla stessa causa palestinese.
[…] Colpire un giornale – con volti coperti, fumogeni, minacce, devastazioni –
ripropone forme di squadrismo che la storia d’Italia ha già sconfitto e
ricacciato indietro. E nessuna lotta davvero “giusta” può consentire di farsi
inquinare da una violenza fine a se stessa. […] Tanto più perché La Stampa è uno
dei pochi quotidiani italiani che, con continuità, ha dato spazio a voci
palestinesi, documentando il “genocidio a bassa intensità” a Gaza, il terrorismo
dei coloni israeliani e le torture in carcere dei prigionieri palestinesi. (rula
jebreal, la stampa, 3 dicembre 2025)
La differenza tra i due avvenimenti è l’esistenza dello Stato di Israele. Uno
Stato che, aggredito, risponde. Come tutti gli Stati. Che fortuna insperata per
gli antisemiti di tutto il mondo! Gli ebrei uccidono. È un’occasione, forse, per
ripulire la cattiva coscienza ereditata dai testimoni di uno dei più grandi
massacri della Storia, se non altro per numero di morti, e i mezzi adottati per
liquidarli, quelli degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, sotto lo
sguardo indifferente dell’umanità. Ed ecco che manifestazioni oceaniche
riempiono le strade delle grandi città di tutto il mondo. Sono manifestazioni
che superano per ampiezza quelle contro la guerra del Vietnam a suo tempo. Con
una palese differenza: all’epoca la gente gridava “pace in Vietnam!”. Dalla
bocca di coloro che oggi solidarizzano con Gaza, invece, la parola “pace” è
scomparsa. A rappresentare il Male, il Male da combattere, non è più il governo,
ma tutto Israele. […] I nuovi antisemiti di fatto stanno ritorcendo la Shoah,
che i negazionisti non sono riusciti a far vacillare, contro gli ebrei
stessi. Gli ebrei che, in questo periodo, stanno “genocidiando” un altro popolo.
Questo verbo non esisteva nei dizionari, ma è stato inventato proprio in
occasione della guerra di Gaza. (marek halter, la stampa, 26 novembre 2025)
Qualche anno fa, ispirati da Aristotele ed Hegel, avevamo una rubrica su Monitor
che metteva in evidenza lo squallore di ciò “che ci meritiamo” (i giornali che
ci meritiamo; i politici che ci meritiamo; i partigiani che ci meritiamo, e così
via). Ci ho ripensato giovedì a proposito dei telegiornali, imbattutomi con g.
in un servizio del Tg2 che nel dar conto dell’ennesima strage israeliana a Gaza,
dove con la scusa di ammazzare un militare di Hamas sono stati uccisi cinquanta
civili, di cui sette bambini, si leggeva il massacro come conseguenza di un
attacco di miliziani palestinesi a una pattuglia dell’esercito sionista, che
avrebbe provocato il ferimento – fonte: l’esercito stesso – di cinque soldati.
(credits in nota 1)
Sarebbe bello, anche solo a volte, sapere cosa diavolo abbiamo fatto di male.
a cura di riccardo rosa
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¹ Robert De Niro, Dennis Leary, Anne Heche, Dustin Hoffman in: Sesso e potere,
di Barry Levinson (1997)
(disegno di peppe cerillo)
Celebrazioni ovunque per il 2 novembre, cinquantenario dell’omicidio di Pasolini
a Ostia. Un’associazione dell’Idroscalo – il quartiere autocostruito a pochi
passi dal luogo dell’omicidio – ricrea la partita del ’75 interrotta allora, e
convoca gli “Stati generali dell’Idroscalo” per discutere del futuro della zona.
Il 3 crolla un pezzo della Torre dei Conti tra via Cavour e Fori Imperiali,
uccidendo un operaio romeno sessantaseienne, Octay Stroici, rimasto intrappolato
per undici ore sotto le macerie. La sera una dozzina di neofascisti fa irruzione
al liceo Righi occupato, con caschi, bottiglie e canti per Mussolini.
Il 4 il presidente del municipio V chiede la fine degli sgomberi al
Quarticciolo. Presidio davanti al ministero della pubblica istruzione contro la
censura nelle scuole e nelle università. Di nuovo un gruppo di fascisti tenta di
attaccare il Righi ma viene respinto. Il 5 sgomberi a Cinecittà, in via Eudo
Giulioli, “palazzi occupati dai latinos” secondo la stampa. Di notte ancora un
attacco di neofascisti, al liceo Aristofane occupato. Il 6 arriva a Roma il
presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen, per incontrare il papa e il
presidente della repubblica. Stretta di mano con Mattarella, che continua a
inviare armi per massacrare i palestinesi. Il sindaco riceve Robert De Niro, a
cui consegna un’onorificenza, la Lupa capitolina. Poi presenta un “rapporto alla
città” che sostanzialmente dice che va tutto a gonfie vele.
Il 7 gli studenti del Righi manifestano contro le aggressioni fasciste subite
durante l’occupazione. Domenica 9 manifestazione a Fiumicino contro
la costruzione del Porto Turistico della Royal Caribbean. Il 10 il sindaco
annuncia l’accordo con Hines, una delle più grandi società di investimento
immobiliare al mondo, per cedere i Mercati Generali sull’Ostiense e farne uno
studentato di lusso. Il 12 nuovi sgomberi a Cinecittà-Don
Bosco: gli appartamenti ex tutelati saranno ceduti al Fondo Scoiattolo. Siccome
sono latinos, gli occupanti sgomberati non avranno nulla. Blitz antidroga su via
dell’Idroscalo. Il 13 un trentenne di Torbellamonaca muore al San Filippo Neri,
forse per un sedativo somministrato dopo un incidente: i parenti protestano
davanti all’ospedale. Il 14 la Regione Lazio scrive al comune di Roma ribadendo
che il bosco di Pietralata è vincolato, pertanto gli scavi archeologici per lo
stadio non possono avere luogo, nonostante gli annunci pubblici. Il 15 grande
assemblea dell’“esercito di terra” per la Palestina alla Sapienza. Al ministero
del Made in Italy un assessore scivola sulle scale e distrugge una vetrata
artistica made in Italy.
Il 16 notte tre ladri sfondano la vetrina di Louis Vuitton a via Condotti e
scappano con migliaia di euro di bottino. Fratelli d’Italia convoca una protesta
in automobile contro le piste ciclabili, ma il corteo non parte perché c’era
troppo traffico. Le auto rimangono bloccate all’Eur, dove erano state convocate.
Il 17 il Comune nomina “sindaco per un giorno” l’attore Carlo Verdone per il suo
settantacinquesimo compleanno. Il 18 il governo approva la creazione di una Zona
Logistica Semplificata nel Lazio, cioè sgravi fiscali per le imprese. A Villa
Gordiani un gruppo di una quarantina di persone capeggiate da Forza Nuova cerca
di impedire l’accesso a una casa popolare a degli assegnatari regolari,
rifugiati dei Balcani, perché rom. Il 19 un compratore anonimo acquista un
attico di duecentottanta metri quadri a piazza di Spagna, pagandolo sedici
milioni di euro, la compravendita più costosa mai realizzata a Roma.
Il 21 inizia il convegno “About a city”, in affidamento diretto alla Fondazione
Feltrinelli per sessantamila euro. La giunta approva una memoria perché le
librerie possano prendersi pezzi di strada e di marciapiede per vendere cibo e
bevande. Intanto il Consiglio di Stato annulla la proibizione delle smartbox dei
bnb e l’identificazione a distanza, approvate dopo le azioni del gruppo Robin
Hood. Il 22 grande corteo di “Non una di meno” da piazza Repubblica contro la
violenza di genere. Il 23 davanti alla stazione Lido Centro a Ostia c’è una
grossa rissa tra ventenni, tre ragazzi accoltellati.
Il 26 la famiglia assegnataria di Torre Angela rinuncia alla casa popolare per
le proteste razziste contro di loro: sindaco e dipartimento patrimonio
assecondano la richiesta dell’estrema destra di “case agli italiani”. A Ostiense
si tiene un incontro sul futuro degli ex Mercati Generali, per cui il Comune ha
già firmato una concessione con il gruppo texano Hines. Decine di abitanti
riempiono la sala per protestare contro lo studentato di lusso. Il 28 un operaio
ucraino di trentatré anni muore schiacciato da un macchinario sulla ferrovia
vicino a Civitavecchia. Muore anche un cinquantenne in motorino, scontrandosi
con un furgone al Quartaccio. Sciopero generale, e il 29 grande manifestazione
per la Palestina: centomila persone in piazza, tra loro Greta Thurnberg,
Francesca Albanese, Thiago Avila. La notte un militare della Folgore muore in un
incidente sulla Braccianese, forse per un colpo di sonno. (stefano portelli)
(disegno di ottoeffe)
L’inizio ‘ell’anne Ottanta, ‘o boom d’a robba ‘int’e fiale,
‘na Delta dint’o viale riflette cu ‘e spurtielle undice piane.
‘Mmano ‘e principiante curtiell’, bravi guagliun’ cu ‘e bazooka,
nun bazzeca nisciuno, nun pavano e cunsumano.
(co’sang, 80-90)
Un paio di settimane fa l’esercito italiano ha organizzato un’iniziativa a
Rotonda Diaz, patrocinata dal comune di Napoli e dalla Regione, per celebrare i
duemila e cinquecento anni del capoluogo campano. Diciassettemila metri quadri
di fiera promozionale del riarmo, con macchine da guerra, robot, droni e fucili
ipertecnologici.
«Buongiorno a tutti! Siamo in diretta su Radio Esercito da una Napoli che ci
accoglie sempre calorosamente, vero Benito?», apre uno dei radio conduttori.
«Assolutamente, guarda quanta gente! Ricordiamo gli appuntamenti della
mattinata…».
In realtà, solo pochi e sparuti avventori si accostano alla quindicina di stand,
ben distanziati uno dall’altro. […] Tra loro c’è qualche scolaresca elementare e
superiore. Le giacche di generali, ammiragli e colonnelli sono tutte una gara di
coccarde, medagliette e gradi militari. […]
All’improvviso, un cane robot verde militare fa capolino sull’asfalto della
rotonda, alle sue spalle c’è la banda che scandisce le prime note di una
fanfara. Mi avvicino a due insegnanti che accompagnano una classe delle
superiori, chiedo perché abbiano scelto quest’iniziativa per una gita
scolastica: «È stata una scelta della dirigente», mi risponde con scoramento una
di loro, l’altra fa spallucce.
(edoardo benassai, riarmo e propaganda. in gita al villaggio esercito di napoli)
Se è vero che la realtà supera la fantasia, mi è venuto da pensare che
all’appello mancavano la suora che in Brazil chiede specifiche tecniche a un
militare su una bellissima nuova mitragliatrice, e Travis Bickle, ex Marine,
tassista di notte, pornomane, sceso a Napoli per candidarsi come nuovo eroe
metropolitano con la sua Colt Python 357 Magnum. Atteso invano a lungo anche il
soldato Palla di lardo, annunciato ospite d’onore.
(credits in nota 1)
A proposito di soldati. Leggo che il ministro della difesa Guido Crosetto,
notoriamente legato all’industria bellica, ha rilanciato la proposta di una
nuova leva militare, che presenterà come disegno di legge prima al governo e poi
al parlamento. L’idea è di un meccanismo volontario, ancora da definire.
L’obiettivo sarebbe quello di una riserva di almeno diecimila persone, per farsi
trovare pronti alla guerra.
Il ponte sullo Stretto rappresenterà un punto importante per il trasporto, per
l’evacuazione e per garantire la sicurezza nel caso di un attacco da Sud del
fronte Nato. […] Non è solo l’acquisto di armi, la sicurezza. Ho una visione
della sicurezza molto ampia. Le infrastrutture sono fondamentali per garantire
la sicurezza. Credo che si debbano inserire anche ospedali militari, e non solo,
negli interventi e nel conto della percentuale di spese per la sicurezza.
Immaginiamo un ospedale specializzato per le vittime di attacchi Nbc
(nucleare-batteriologico e chimico). Speriamo che non accada ma bisogna essere
pronti. (antonio tajani, ministro degli esteri)
Il livello di analisi di Tajani è pari al mio quando auspico che entro una
cinquantina d’anni il continente africano sarà stato ridotto talmente allo
stremo che la sua intera popolazione si riverserà via mare verso le coste
europee, e saranno talmente tanti e arrabbiati che nulla potranno i cannoni
della Nato per arginare l’invasione.
A questi ottimistici discorsi da bar fa da contraltare la retorica paradossale
per cui l’esercito sarebbe il più importante attore nel percorso verso la pace
universale nel mondo. Si sente in effetti sempre più in giro, questa roba, per
esempio a me è capitato nei venti minuti che ho dedicato qualche settimana fa
alla visione di una surreale serata promossa da Rai Uno e dall’esercito italiano
dal titolo: “La forza che unisce”, condotta da Fabio Rovazzi e Serena Autieri –
è giusto che si prendano le loro responsabilità di fronte ai posteri anche gli
altri partecipanti come Noemi (peccato, mi era simpatica), Enrico Brignano
(classico comico che non fa ridere), Pietro Mazzocchetti e Luca Cena (ignoro chi
siano).
Almeno dieci volte in pochi minuti ho sentito dire che l’esercito serve a
“garantire sicurezza, ma anche portare aiuto” e soprattutto “a costruire ponti”
(forse si riferiva a questo Tajani, parlando di quello sullo Stretto). Un po’
come in quei musicarelli tutta propaganda degli anni Sessanta, dove Morandi e i
suoi commilitoni, in servizio di leva sotto il Vesuvio, giocavano sulle brande
facendosi scherzi bonari, per poi fidanzarsi, da reclute, con le figlie dei
marescialli (povero Nino Taranto, doveva avere seri problemi di soldi per
ridursi a fare quella roba).
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/11/morandidef.mp4
(credits in nota 2)
Certe vecchie buone abitudini non vanno perdute. Fiction d’accatto, film su
presunti eroi in divisa e speciali televisivi non raggiungono tuttavia la
sfacciata ipocrisia delle istituzioni, che evidentemente non possono fare a meno
di una protezione fucile in spalla per sopravvivere.
Il 7 dicembre, il giorno di Sant’Ambrogio, santo patrono di Milano, il comune
assegnerà le benemerenze civiche o, come vengono chiamati di solito, gli
“Ambrogini d’oro”. Sono riconoscimenti che vengono dati tradizionalmente ogni
anno ai cittadini di Milano, agli enti o alle associazioni che “con atti di
coraggio e abnegazione civica abbiano giovato a Milano”. […] Tra queste c’è
anche il nucleo operativo radiomobile dei carabinieri del comando provinciale di
Milano. Non è strano che un riconoscimento del genere venga assegnato a un
reparto delle forze dell’ordine: questa unità si occupa del pronto intervento in
caso di emergenze, risponde alle chiamate del 112, pattuglia le zone della città
e fa i posti di blocco. La candidatura del nucleo radiomobile, però, era stata
fatta dalla consigliera leghista ed europarlamentare Silvia Sardone, che l’aveva
motivata sottolineando che i carabinieri di questo nucleo “rappresentano un
simbolo di affidabilità e credibilità nella Milano di oggi. Lo hanno dimostrato
anche la notte del 24 novembre 2024 durante un inseguimento che è poi finito
sulle cronache dei giornali alimentando assurde polemiche”. (redazione “il
post”, milano assegnerà un “ambrogino d’oro” molto compromettente)
Per chi non ricordasse, il 24 novembre è la data in cui un diciannovenne del
Corvetto, Ramy Elgamil, è morto cadendo dal motorino al termine di un
inseguimento per opera proprio del nucleo radiomobile; le inchieste giudiziarie
non hanno chiarito la dinamica dell’incidente, ma l’Arma era finita in enormi
polemiche per le modalità con cui gli agenti avevano portato avanti
l’inseguimento, testimoniate dalle dash-cam delle auto, e per i tentativi di
depistaggio: oggi cinque di loro sono indagati, ma soltanto uno per “omicidio
stradale” – per approfondire si consiglia la lettura di La Milano di Ramy e
quella delle zone rosse, di Rajaa Ibnou, pubblicato su Monitor il 13 gennaio
2025.
A proposito di militari e fucili, una cosa ancora: c’era un vecchio partigiano
che ho conosciuto quando ero ragazzo che una volta disse, in un umido box auto
allestito a sezione di un partito che si considerava impunemente comunista, che
il fucile in sé non è una cosa sbagliata. Bisogna solo che stia nelle mani
giuste.
Dalla tragedia cilena capimmo le gravi responsabilità dei partiti riformisti
che, non avendo dato fiducia alle masse proletarie che chiedevano armi per
difendere quel percorso di trasformazione sociale, riposero fiducia nelle
istituzioni rendendosi responsabili del massacro. Gli slogan chiarivano il
nostro pensiero: «Cile, Cile, mai più senza fucile!». (salvatore ricciardi,
maelstrom)
(credits in nota 3)
a cura di riccardo rosa
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¹ Ronald Lee Ermey e i suoi aspiranti marines in: Full Metal Jacket, di Stanley
Kubrick (1987)
² Dolores Palumbo, Nino Taranto, Gianni Morandi e Laura Efrikian in: Se non
avessi più te, di Ettore Maria Frizzarotti (1965)
³ Diego Armando Maradona ferisce, sparandogli con un fucile ad aria compressa,
quattro tra le decine di giornalisti che, in accampamento fuori i cancelli della
sua villa di Buenos Aires, gli assediavano casa (1994)
(disegno di ottoeffe)
«La Terra è cattiva, non dobbiamo addolorarci per lei».
«Cosa?».
«Nessuno ne sentirà la mancanza».
«Ma dove crescerà Leo?».
«L’unica cosa che so è che la vita sulla Terra è cattiva».
«Potrebbe esserci vita in altri luoghi…».
«…ma non c’è».
«E tu come lo sai?».
«Perché io so le cose».
(dialogo tra justine e sua sorella claire, melancholia, di lars von trier)
Siccome le cose non vanno un granché ultimamente, ho deciso di calcare la mano e
mi sono rivisto in tre giorni tre film di Lars von Trier. Fine del mondo,
scoramento, depressione, vendetta, calamità, fustigazione avrebbero tutte potuto
essere parole della settimana. Ma non lo sono.
Ho visto per la prima volta sia Dogville che Melancholia a un cineforum che
alcuni amici tenevano nell’aula delle Mura Greche a palazzo Corigliano, sede
dell’Orientale, luogo che nei miei primi anni di università mi sembrava
frequentato da gente interessante, pieno di angoli stimolanti (c’era una radio
in un’aula occupata proprio sopra le Mura Greche, che oggi è un insopportabile
cubo bianco per lezioni che vanno quasi sempre deserte), di continui confronti,
e anche scontri, di vario genere.
Del cineforum ho parlato qualche tempo fa a uno studente al primo anno di lingue
e letterature moderne. Mentre provavo a dirgli del lavoro di preparazione, delle
riflessioni pre e post proiezione, delle connessioni che si cercava di costruire
con l’attualità, lui non riusciva a non farmi domande che solo dieci anni prima
sarebbero sembrate venire da un altro pianeta. Del tipo: «Eh ma si teneva
l’università aperta dopo le sei?», oppure «E il rettore lo faceva fare?», o
ancora «Eh ma per i film scaricati da internet nessuno rompeva le scatole?». In
effetti i film erano scaricati illegalmente, al rettore solo a volte veniva
mandata una mail o un volantino per conoscenza dell’iniziativa, e lo stesso si
faceva con le guardie giurate che rimanevano a sorvegliare il palazzo,
preoccupandosi appena che non si esagerasse con la birra e le bottiglie in
vetro.
(dal blog del Cineforum Orientale 2.0)
Riguardando più attentamente Dogville (2003) mi sono accorto di non aver notato,
a suo tempo, una scena che in un certo senso ne anticipa un’altra, centrale, in
Melancholia (2011).
Nel primo film c’è Grace (Nicole Kidman) che viaggia su un furgoncino pieno di
mele, dove si è nascosta per scappare dalla città. A un tratto il furgoncino
viene fermato e Ben, guidatore e proprietario del mezzo in pieno spettro
autistico, la stupra minacciandola di consegnarla alla polizia se avesse
proferito parola.
Quella scena mi è sembrata rimandare a un momento chiave di Melancholia, ovvero
quando Justine (Kristen Dust) premonisce la propria depressione dovuta alla
consapevolezza di una fine del mondo imminente, e si immagina addormentata sul
letto del fiume come Ofelia, che in un fiume si suicida dopo aver preso atto
della follia del suo Amleto, in realtà fintosi pazzo.
Mentre Justine però, “sa le cose”, e sa che l’impatto con un gigantesco pianeta
blu sta per distruggere la Terra, Grace non sa nulla, eppure con la stessa
atarassia accetta il destino, giacendo inerme tra le mele, prima, durante e dopo
lo stupro, convinta di dover comprendere, se non giustificare, tutto il male che
le viene e le verrà fatto («Tu, la mia cara figlia, perdoni gli altri con delle
scuse che poi mai al mondo permetteresti a te stessa»).
Grace può essere letta come una rappresentazione di Cristo, figlio del dio
onnipotente e vendicativo del Vecchio Testamento, che lascia il regno del padre
per andare in terra, e mondare gli esseri umani dei loro peccati, sacrificando
la propria vita per loro. […] Allo stesso modo, si presta ad essere sacrificata
per la salvezza morale di Dogville, lasciandosi umiliare e torturare per il
raggiungimento di un bene superiore, quello morale, appunto. […]
Grace distrugge Dogville, teatro del suo estremo sacrifico, come l’Io
sacrificale che sfugge ad un Super Io vendicativo, per poi accettare di compiere
una spaventosa vendetta. Nel momento in cui Grace dà l’ordine di uccidere tutti
eccetto il cane, noi spettatori godiamo della sua vendetta. Proviamo una
soddisfazione infantile e feroce nel vedere ripagati i torti subiti dalla
protagonista. […]
Von Trier descrive nel personaggio di Grace una anti-Cenerentola, che non viene
ripagata con l’amore per essersi fatta maltrattare con educazione e gentilezza;
una versione femminile del Tito Andronico di Shakespeare che pretende sangue per
sangue, mano tagliata per mano tagliata, figlio per statuetta. Per il regista
probabilmente non esiste alcun bene superiore, non esiste alcun dio
misericordioso che ci ripaga dei sacrifici che ci siamo autoinflitti, ma solo un
dio vendicativo e onnipotente. (valeria colasanti, dogville. di lars von trier,
in: doppio sogno. rivista internazionale di psicoterapia e istituzioni)
Va detto che se davvero esiste un dio vendicativo e potente siamo probabilmente
spacciati, perché deve averne le palle piene di noi tutti:
La Cop30, dove si decide come evitare che il pianeta bruci a causa del
riscaldamento globale, è stata sospesa per un incendio (wired, 20 novembre
2025).
Eppure una volta “sapute le cose” si potrebbero ancora immaginare delle
strategie:
Scoperta una Super-Terra, c’è vita sul pianeta GC 251 C?
Il pianeta è a “soli” 20 anni luce da noi. E potrebbe ospitare acqua
(adnkronos, 24 ottobre 2025)
Le ricette non mancano:
I filtri nei condizionatori aiutano a salvare il pianeta (hdblog.it, 28 ottobre
2025)
A Spoleto un murale per salvare il pianeta (spoletonline.com, 19 settembre 2025)
Più tasse a Bezos per salvare il pianeta: maxi striscione di Greenpeace a
Venezia (vez.news, 23 giugno 2025)
Salvare il pianeta… dagli ambientalisti (corriere della sera, 25 settembre 2025)
Diamo dunque il benservito a ogni Grace e Justine: quello che conta è agire!
La Danimarca vuole salvare il pianeta… macellando nel suo regno balene e delfini
(tviweb.it)
(e questo sì che lo farà ammattire, povero principe).
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/11/amletomonitor.mp4
(credits in nota 1)
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Pino Micoli e Giulio Pizzirani in: Amleto, di Maurizio Scaparro (1973)
(disegno di ottoeffe)
Il secchio gli disse,
gli disse: “Signore,
il pozzo è profondo.
Più fondo del fondo degli occhi,
della notte e del pianto”.
Lui disse: “Mi basta,
mi basta che sia più profondo di me”.
(fabrizio de andrè, andrea)
Ha girato molto in questi giorni un articolo scritto dal geologo Benedetto De
Vivo e dal tossicologo Maurizio Manno che spiega cosa stanno rischiando di
combinare il governo Meloni, il sindaco Manfredi e tutta la struttura
commissariale per la bonifica e rigenerazione di Bagnoli, smuovendo il fondo
delle acque che circondano la colmata a mare. Un disastro ambientale che segue
quello politico, abbiamo titolato su Monitor, un andarsi a cercare la catastrofe
con le proprie mani, scavando lì dove non c’è da scavare.
(credits in nota 1)
Isaura, città dai mille pozzi, si presume sorga sopra un profondo lago
sotterraneo. Dappertutto dove gli abitanti scavando nella terra lunghi buchi
verticali sono riusciti a tirar su dell’acqua, fin là e non oltre si è estesa la
città: il suo perimetro verdeggiante ripete quello delle rive buie del lago
sepolto, un paesaggio invisibile condiziona quello visibile, tutto ciò che si
muove al sole è spinto dall’onda che batte chiusa sotto il cielo calcareo della
roccia. Di conseguenza religioni di due specie si dànno a Isaura. Gli dei della
città, secondo alcuni, abitano nella profondità, nel lago nero che nutre le vene
sotterranee. Secondo altri gli dei abitano nei secchi che risalgono appesi alla
fune quando appaiono fuori della vera dei pozzi, nelle carrucole che girano,
negli argani delle norie, nelle leve delle pompe, nelle pale dei mulini a vento
che tirano su l’acqua delle trivellazioni, nei castelli di traliccio che reggono
l’avvitarsi delle sonde, nei serbatoi pensili sopra i tetti in cima a trampoli,
negli archi sottili degli acquedotti, in tutte le colonne d’acqua, i tubi
verticali, i saliscendi, i troppopieni, su fino alle girandole che sormontano le
aeree impalcature d’Isaura, città che si muove tutta verso l’alto. (italo
calvino, le città invisibili)
Ha ufficialmente chiuso le proprie attività, a inizio di questa settimana, Scion
Capital, il fondo finanziario statunitense di Michael Burry, diventato celebre
grazie al film The Big Short (La grande scommessa) sulla crisi finanziaria dei
subprime del 2008. La decisione sarebbe maturata in un contesto di
preoccupazione diffusa a Wall Street rispetto alle valutazioni gonfiate
raggiunte in borsa dai giganti della tecnologia e dell’Intelligenza Artificiale.
Burry aveva ottenuto fama e successo per aver previsto lo scoppio della bolla
immobiliare negli Stati Uniti, un cataclisma finanziario che aveva portato a un
quasi-crollo del sistema economico internazionale e aperto una stagione di
tutt’ora attive crisi strutturali. Nell’ultimo anno aveva perso diversi milioni
di euro per aver scommesso contro aziende come Nvidia e Palantir e forse anche
per questo ha deciso di restituire i capitali agli investitori e ritirarsi. Le
sue accuse sono comunque piuttosto pesanti:
“L’investitore ha pubblicato su X un’analisi dettagliata in cui sostiene che le
grandi società tecnologiche stiano manipolando i loro bilanci attraverso un
trucco contabile apparentemente semplice ma dalle conseguenze enormi. Burry
accusa gli hyperscaler, termine che identifica i principali fornitori di
infrastrutture cloud e AI come Microsoft, Meta, Google, Amazon e Oracle, di
sottostimare artificialmente l’ammortamento dei loro asset tecnologici. In
pratica, secondo Burry, questi gruppi avrebbero esteso la vita utile stimata dei
loro chip e server da tre anni a sei anni, permettendo di spalmare i costi su un
periodo più lungo e gonfiare i profitti nel breve termine. Secondo il celebre
investitore si tratterebbe di “una delle frodi più comuni dell’era moderna”.
Burry prevede che tra il 2026 e il 2028 queste società registreranno
un’ammortamento inferiore al reale per 176 miliardi di dollari, il che farà
apparire i loro profitti più alti di quanto siano in realtà: secondo le sue
stime, Oracle sopravvaluterà i profitti del 26,9% e Meta del 20,8% entro il
2028″. (riccardo piccolo, wired.it)
Negli stessi giorni in cui Scion Capital chiudeva i battenti, un altro fondo di
investimenti americano, Apollo Global Management, è diventato il nuovo azionista
di maggioranza della squadra di calcio dell’Atletico Madrid. La proprietà
americana ha acquisito il 55% delle azioni della società sborsando una cifra di
quasi un miliardo e mezzo di euro, poca roba considerando che Apollo gestisce
circa novecento miliardi di dollari di asset (la sola divisione sportiva del
fondo ha una liquidità da investire a effetto immediato di cinque miliardi, uno
dei quali sarà dedicato alla costruzione di una cittadella sportiva e
mega-centro di intrattenimento a pochi passi dallo stadio Metropolitano di
Madrid, su terreni ottenuti in concessione per settantacinque anni).
Curiosamente, il lancio di stampa e le prime interviste da parte dei dirigenti
del fondo Apollo sono arrivate nel giorno dell’anniversario di un altro lancio,
di un altro Apollo (il 12), protagonista della seconda missione con cui la Nasa
spediva degli umani sulla luna. La missione non iniziò con i migliori auspici,
perché il razzo fu colpito da due fulmini nei primi secondi di ascesa, ma
raggiunse poi la superficie del satellite, effettuò dei rilievi e in particolare
il suo equipaggio riuscì a recuperare alcune parti della sonda robotica Surveyor
3, consentendo successive analisi senza precedenti.
A seguire potete guardare la versione integrale di Le Voyage dans la lune, film
fantascientifico del 1902 girato dal visionario regista Georges Méliès,
considerato tra i padri del cinema insieme ai fratelli Lumière:
(credits in nota 2)
Nella cultura norrena il termine Ragnarǫk indica una serie di eventi
catastrofici che provocheranno un’apocalisse e la distruzione dei nove mondi
mitologici. Tra questi eventi vi sono varie calamità naturali, l’incendio e poi
la sommersione del mondo, la caduta degli astri fino alla cancellazione totale
del creato.
L’arrivo dei Ragnarǫk è preceduto dal Fimbulvetr, un rigidissimo inverno lungo
più di nove mesi al termine del quale il sole e la luna saranno divorati dai
lupi Skǫll e Hati, che li avevano inseguiti invano fin dall’inizio dei tempi. Il
buio attaccherà la luce usando fiere come il lupo Fenrir e il mostruoso serpente
Miðgarðsormr, mentre una gigantesca nave costruita con le unghie dei morti
guiderà le potenze delle tenebre verso la battaglia. Lo scontro tra le forze
della luce e delle tenebre, in cui ogni divinità si scontrerà con la propria
nemesi, non vedrà però vincitori, ma soltanto distruzione, che avrà il suo
culmine nel grande incendio provocato dalla spada di Surtr, gigante del fuoco, e
dall’inondazione che sommergerà tutta la vita rimasta sulla Terra, tra cui lo
stesso Surtr.
La fortuna della parola e del mito dei Ragnarǫk è dovuta però alla sua capacità
di indicare contemporaneamente la catastrofe massima e la rigenerazione,
attraverso la nascita, dopo l’inondazione, di una nuova dinastia divina e di una
nuova popolazione umana discendente da Lif e Lifbrasir, una coppia di esseri
umani salvatisi dalla distruzione grazie a una foresta misteriosa in cui erano
riusciti a trovare riparo. La palingenesi contestuale del mondo, degli dei e
dell’umanità indica la necessità di arrivare al fondo delle cose, e di
purificarsi per poter rinascere.
Per evitare brutte sorprese ci si dovrà ricordare che proprio mentre il mondo
starà iniziando a rivivere dalle proprie ceneri, si innalzerà in cielo come
un’ombra il mostro Níðhǫggr, il “drago che vola”, la “serpe scintillante”, che
porterà con sé i cadaveri dei morti, a memento del male. “E ora lei si
inabissa”, dice la profezia. Forse per sempre. (a cura di riccardo rosa)
(disegno di ottoeffe)
Da un paio di settimane infuria la polemica legata all’atmosfera dello stadio
Maradona, che avrebbe perso, a detta di molti, il suo tipico ardore. La
questione esiste, almeno in parte, e le possibili cause sono tante. Prima di
tutto il costo dei biglietti che, moltiplicato per il numero di partite (in
media si gioca in casa ogni sette-dieci giorni), fa sì che molte persone tra
quelle più attive e rumorose, per esempio i più giovani, rimangano spesso
escluse per motivi economici; c’è il fattore turisti, che sono sempre di più e
che passano la partita a farsi selfie più che a tifare, ma è difficile pensare
che questo possa avere una grossa incidenza; ci sono poi regole assurde come il
divieto di introdurre nell’impianto persino fumogeni colorati, e c’è la
progressiva trasformazione, a cui assistiamo da tempo, dell’evento calcistico in
prodotto. Lo diceva un amico in questi giorni: cliente e tifoso sono due cose
diverse, anche solo perché se il primo pretende di essere trascinato dalla
squadra, il secondo ha come obiettivo quello di trascinare.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/11/defogiia.mp4
(credits in nota 1)
Uno dei paragoni più usati per questa trasformazione, che in effetti avviene in
molti stadi, è quello con il teatro («Questa è una curva, non è un teatro!»,
gridano gli ultras provando a far cantare i tifosi più mosci). Non fanno
eccezione i tanti commentatori sportivi locali, a cui andrebbe ricordato, senza
bisogno di scomodare l’antica Grecia, che il Globe elisabettiano era tutt’altro
che un posto da serate di gala; o che nei teatri popolari dove, per esempio, si
portava sul palco la sceneggiata, accadeva di tutto.
Durante lo spettacolo la gente si alzava in piedi sulle poltroncine consumate.
Gli avevano gridato di cantare ancora. Toglievano il cappello, a lui batteva più
forte il cuore. […] Il popolo, quelli che altrimenti al teatro non ci vanno.
Quando con l’ultima coltellata l’onore aveva trionfato, loro gli gridavano di
colpire ancora. La punizione per il traditore, l’infame, ‘o malamente. Dopo
essere stramazzato al suolo, ormai morto, il malamente si alzava. Come per una
nuova energia, una nuova vita. Era quello che il pubblico chiedeva. Quello
bisognava dargli. Chiedevano di colpire ancora, e al disgraziato di restare in
piedi, solo per qualche minuto. Cantare. Tirare forte con quella lama. Delitto
d’onore. Era una questione d’istinto. (riccardo rosa, la sfida. storia del re
della sceneggiata)
Giacché siamo all’autocitazione, tanto vale menzionare che qualche anno fa, nel
mezzo di una polemica durissima tra gli ultras del Napoli e il presidente De
Laurentiis, scrissi un pezzo su questo tema dell’atmosfera – lo ricordavo
migliore, ma così va la vita. In realtà, fin da quando avevo vent’anni, mi è
capitato a volte di ascoltare la partita del Napoli in radio, alle spalle della
curva, ma con una compagnia abbastanza giusta per capire che non è lo spettacolo
a fare il tifoso, ma il contrario.
C’è poi un bel video in cui un ragazzino racconta di aver fatto un lungo viaggio
per assistere alla partita della sua squadra (il Boca Juniors), e dichiara fiero
che essere lì val bene l’aver dovuto vendere la sua Play Station, e la moto del
suo papà. «E non abbiamo nemmeno il biglietto!», aggiunge. «Ma questo è il Boca:
guarda!».
Ho ripensato a quella scena in settimana, durante l’ultima partita del Napoli –
anche quella abbastanza noiosa. Tra i cori, i megafoni, le bandiere e le mani
alzate, avevo davanti un bambino incappellato, sulle spalle del suo papà: un
piccolo tifoso di due o tre anni che ha fatto sentire la sua voce molto più di
una buona parte della curva in cui eravamo. Dopo un’oretta è crollato,
distrutto, e avendo dato tutto quello che poteva, si è addormentato. Chissà se a
teatro avrebbe resistito.
I’m only sleeping è solo su un primo livello di lettura un inno alla nota
pigrizia di John Lennon, e un attacco alla frenesia del consumismo dei Sessanta
– “Tutti sembrano pensare che sono pigro | Non importa | Io penso che sono pazzi
loro | Correre ovunque a quella velocità | Finché non trovano qualcosa di cui
non c’è bisogno”. In realtà, il pezzo è la traccia numero tre di Revolver, album
scritto dai Beatles sotto la totale influenza dell’Lsd, tra amplificatori appesi
a una corda, registrazioni riprodotte al contrario e volumi-guida come il Libro
Tibetano dei Morti di Timothy Leary. Centrale in quel libro è un passaggio, poi
citato in Tomorrow never know, in cui si consiglia di “credere nel proprio
cervello”, “fidarsi dei propri compagni” e, davanti ai dubbi, spegnere la testa
galleggiando verso la valle.
I quattro Beatles avevano in quel periodo una certa esigenza di spegnerla, la
testa, dopo il disastroso tour dell’estate del ’65, durante il quale folle
urlanti e in delirio avevano reso frustrante ogni esibizione musicale. Un ultimo
tentativo era stato fatto sei mesi dopo, ma dopo le tappe invernali la band
aveva comunque deciso di scrivere un disco (Revolver, appunto) che non avrebbe
potuto essere riprodotto dal vivo. A fargli cambiare idea non erano servite,
evidentemente, le serate di Glasgow, Liverpool e Newcastle. In teatro.
Non a tutti sta bene come Macciardi ha deciso di iniziare il suo mandato al
Teatro San Carlo di Napoli. Qualcuno, in più di un’occasione, avrebbe usato
questa frase: “Sono entrata da padrona, mica posso uscire da cameriera”. […] Il
riferimento è alla minaccia di “spoil system” che […] l’ex sovrintendente del
Comunale di Bologna avrebbe paventato. Un’operazione che potrebbe cambiare i
ruoli di molte figure finite nella nostra inchiesta, e che in questi anni hanno
goduto di compensi alti, spesso considerati poco regolari anche dal ministero
dell’economia. Le storture sono anche di ordine “figliettistico”: l’attuale
direttore artistico delle Officine Vigliena, per esempio, è il figlio della
Direttrice Generale Spedaliere. E per alcune delle persone coinvolte c’è ora
aria di “pensionamento anticipato”. (riccardo canaletti, mowmag.com)
a cura di riccardo rosa
Post Scriptum: mi sono chiesto in questi mesi se ai protagonisti del poco
edificante “San Carlo-Gate” sia noto questo intervento di Eduardo De Filippo che
raccontava, nella sua ultima apparizione pubblica, la dedizione, il sacrificio,
la sofferenza necessari per questa nobile arte.
«Così si fa il teatro», concludeva lapidario. «E così ho fatto».