(disegno di ottoeffe)
Le stagioni ed i sorrisi
son denari che van spesi
con dovuta proprietà.
(francesco guccini, vedi cara)
Sorrisi abbastanza amari ha provocato la scorsa settimana la telecronaca
dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina fatta dal direttore di Rai
Sport Paolo Petrecca, che ne ha combinate di tutti i colori in mondovisione,
sbagliando il nome dello stadio San Siro, confondendo Matilda De Angelis con
Mariah Carey, la presidente del Cio con la figlia di Mattarella, e allietando
gli spettatori con una serie di luoghi comuni del tipo “i brasiliani hanno il
ritmo nel sangue” – ma a differenza dei napoletani…:
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/covatta.mp4
(credits in nota1)
Il povero Petrecca nulla c’entra d’altronde con lo sport, cosa di cui non si
occupava da secoli prima di essere nominato direttore della rete, e per di più
non era stato impeccabile nemmeno come direttore di Rai News24, tanto da farsi
sfiduciare dal voto contrario al suo piano editoriale da parte dell’83% dei suoi
giornalisti. Semplicemente è stato messo lì dal governo nell’ambito della
lottizzazione della televisione nazionale, altra pratica che scandalizza solo
gli ipocriti, dal momento che è cinquant’anni, più o meno, che funziona così.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/andreotti.mp4
(credits in nota2)
La parola “lottizzazione” fu coniata a fine anni Sessanta da Alberto Ronchey,
giornalista, saggista e poi pure ministro in un governo Ciampi, che denunciò con
una lettera a La Malfa la spartizione delle cariche in Rai. La lottizzazione
divenne pratica alla luce del sole qualche anno dopo, con il cosiddetto “patto
della Camilluccia”, che prendeva il nome dalla strada romana su cui sorgeva una
splendida villa della Democrazia Cristiana. Dopo una divisione dei posti tra Dc
(Rai Uno) e Socialisti (Rai Due), negli anni del compromesso storico e dopo la
nascita dell’attuale Rai Tre anche il Partito comunista reclamò la sua parte,
prendendosi quella che diventerà poco tempo dopo Tele-Kabul.
La situazione più difficile da gestire, come racconta Daniele Zaccaria sul
Dubbio, riguardava però la rete ammiraglia, con un alternarsi di nomine dovute
ai continui cambiamenti dei rapporti di forza interni tra andreottiani,
fanfaniani, forlaniani, e demitiani, “in particolare nelle testate
giornalistiche con gli inviati ‘a libro paga’ riconoscibili per via degli
accenti regionali: all’inizio degli anni Ottanta, per esempio, ci fu l’assalto
degli avellinesi incarnato dall’approdo di Biagio Agnes, amico stretto di De
Mita, alla direzione generale”.
(credits in nota3)
Ogni anno, il 14 febbraio, un timido sorriso di nostalgia fa capolino sul mio
viso alleviando la tristezza per l’anniversario della morte di Marco Pantani,
ricordando il casino che io e un caro amico montammo in un pub quella sera di
ventidue anni fa, quando nell’intervallo di un indecente Bologna-Juventus
apprendemmo della morte per overdose dell’indimenticato pirata, nel motel Le
Rose di Rimini (per uno strano gioco del destino, tra i cantori delle imprese di
Pantani c’era il telecronista Auro Bulbarelli, giornalista defenestrato venti e
passa anni dopo da Petrecca per motivi ridicoli, a poche ore dalla telecronaca
olimpica dello scandalo, e da lui sostituito).
Mentre la notizia della morte del nostro eroe colpiva me e U. come un fulmine a
ciel sereno, quella sera, a pochi centimetri da noi due compagni di classe
continuavano impunemente a pomiciare, palpeggiandosi sulle panchine di legno
senza rispetto alcuno per il nostro lutto (non ricordo se gli intervenuti per
sedare la rissa che stava per scoppiare era gente seduta con noi al tavolo o
altri astanti del locale, ma forse questo dettaglio non ha importanza neppure
per questa rubrica). Vale la pena invece ricordare il sorriso fragile
dell’antieroe della bicicletta, ammazzato da una macchina infernale che l’aveva
schiacciato con una violenza inaudita e per ragioni che neppure i processi sulla
vicenda sono riusciti a chiarire del tutto (per approfondire: una bella
intervista a Gianni Mura a dieci anni dalla morte del Pirata e una altrettanto
bella alla mai rassegnata mamma Tonina, che nemmeno per un secondo ha creduto
alla colpevolezza di suo figlio nel caso Madonna di Campiglio, che diede inizio
al calvario)
(una foto di marco pantani a metà anni novanta)
Ho appreso via radio qualche giorno fa della reunion dei Portishead per il
concerto Together for Palestine organizzato a Wembley da Brian Eno. Sono andato
a sentirmi l’arrangiamento di Roads fatto per l’occasione, dopo qualche ora, a
casa, e l’ho trovata più devastante di sempre. Per i fan, oltre alla musica,
vale la pena guardare il video, anche perché Beth Gibbons è molto invecchiata ma
è bellissima anche a sessant’anni.
A proposito di anni che passano e di sorrisi, noto che ad aprile diventerà
maggiorenne persino Third (2008), l’ultimo album registrato dal gruppo inglese
in studio, e la cui canzone più bella è senza dubbio Nylon Smile. Nel frattempo
anche se il trip-hop è morto, e Bristol era una città orribile già nel 2010
quando l’ho visitata, i Massive Attack hanno tolto tutti i loro album da Spotify
per protesta contro gli investimenti del suo proprietario nell’AI militare
israeliana.
I struggle with myself
Hopping I might change a little
Hopping that I might be
Someone I wanna be
Looking out I wanna know someone might care
Looking out I want a reason to be there
‘Cause I don’t know what I’ve do to deserve you
And I don’t know what I’ll do, without you
Looking out I want to know some way might clear
Looking out I want a reason to repair
‘Cause I don’t know what I’ve done to deserve you
And I don’t know what I’ll do without you.
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Stefano Sarcinelli e Giobbe Covatta in Tribuna Politica, 1993
² Leo Gullotta, Giulio Andreotti, Pippo Franco e Oreste Lionello in Biberon,
1998
³ Renzo Arbore, in: FF.SS. – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a
Posillipo se non mi vuoi più bene?”, di Renzo Arbore (1983)
Tag - parola della settimana
(disegno di ottoeffe)
Organizzate eventi sul fratello minore di Mussolini, sul segretario del Partito
nazionale fascista Ettore Muti: vi ritenete un centro di ricerca di destra?
«Molti ci vedono a destra, ma abbiamo superato questa vecchia dicotomia. Presto
pubblicheremo un libro su Che Guevara».
Il titolo?
«Che Guevara visto da destra».
(ilcentro.it, Ultradestra d’Abruzzo, il responsabile del Centro studi: «È
formazione culturale. I nostri iscritti crescono»)
Credo di aver già scritto, in questa rubrica, di una brava insegnante di
francese che avevo alle superiori. Una volta scelta la parola di questa
settimana, mi sono ricordato di una sua lezione che mi piacque molto, un lunedì
mattina del quarto o del quinto anno a occhio e croce. Va detto che -pr aveva la
sfortuna di doversi accollare le prime due ore del primo giorno della settimana,
che coincidevano con il momento di conteggio del Fantacalcio (non c’erano le app
automatiche di oggi, si faceva tutto con carta, penna e Corriere o Gazzetta
dello Sport): una pratica che implicava l’abbassamento da parte di almeno mezza
classe di una soglia d’attenzione già di per sé non esattamente elevata.
A conteggi finiti anche io incominciai ad ascoltare. Essendomi perso la parte
iniziale della lezione, però, per un bel po’ non riuscì a capire come mai
dovevamo studiare in letteratura francese la produzione teatrale di un autore
irlandese e di un movimento a cui era stato dato nome da un critico ungherese,
con un saggio, The Theatre of the Absurd, scritto in inglese.
Trentanove anni, oggi, sano come un pesce, a parte la mia vecchia debolezza, e
intellettualmente ho adesso ogni motivo di credere sulla… (esita)… cresta
dell’onda… o da quelle parti. Celebrata l’orrenda ricorrenza, come sempre in
questi ultimi anni, tranquillamente, alla Taverna. Non un’anima. Rimasto a
sedere davanti al fuoco con gli occhi chiusi, a separare il grano dalla pula.
Buttata giù qualche annotazione sul rovescio di una busta. Felice di essere di
nuovo nella mia tana, nei miei vecchi stracci. Appena mangiato, mi spiace dirlo,
tre banane, e solo con difficoltà mi sono astenuto da una quarta. Micidiale per
un uomo nel mio stato. (samuel beckett, l’ultimo nastro di krapp)
Ho letto per la prima volta un mesetto fa L’ultimo nastro di Krapp.
Personalmente odio le banane, ma per quanto ne sappia hanno un sacco di virtù.
Per cui una delle cose che mi sono chiesto mentre leggevo è quale fosse lo stato
di quell’uomo per cui queste, mi riferisco alle banane, potessero risultare così
micidiali. Ci ho messo un po’ anche a capire – forse per colpa di quei venti
minuti impiegati a fare i conteggi del Fantacalcio – come mai il protagonista di
quel lavoro ce l’avesse così profondamente con il tempo, tanto da flagellarsi
con l’ascolto delle vecchie bobine registrate negli anni precedenti e tanto da
consacrare il ricordo di un sé che disprezza e condanna a ultima immagine, anzi
ultimo suono, della sua vita.
L’opera si conclude con Krapp che fissa il vuoto sul palcoscenico in silenzio, e
il nastro, ormai finito, che gira a vuoto nel registratore.
(credits in nota1)
Beckett mi è sembrato più lineare di un Armony davanti a una puntata di qualche
giorno fa di Otto e mezzo, in cui l’ospite principale era tale Leonardo Maria
Del Vecchio, giovane miliardario e principale erede del fu padrone di Luxottica.
Del Vecchio, trent’anni, si è presentato davanti alle telecamere di La7 in un
bel completo blu e uno stato di apparente trance, da far probabilmente temere i
propri cari per la sua salute: lunghissime pause, capacità argomentative di un
tredicenne strafatto di Diazepam, labbra e altre terminazioni nervose del volto
che gli pulsavano all’impazzata non appena il discorso si faceva più insidioso
(tipo quando è stata tirata in ballo l’accusa di omissione di soccorso che gli
pende sulla fedina penale, dopo un grave incidente stradale nel 2025 sulla
tangenziale di Milano).
(credits in nota 2)
Come sempre, davanti all’assurdità di questi personaggi, quelli che mi fanno più
incazzare sono quelli di sinistra, o presunti tali, e nel caso specifico Gruber
e Giannini (chiedo scusa a chi si sente realmente di sinistra, ma è meglio
definirli tali che beccarsi una querela qualificandoli in altro modo). Se nella
parte del gran cortigiano c’era il tiratissimo Italo Bocchino, che si prodigava
in difese d’ufficio al miliardario talmente ruffiane da risultare comiche, il
quadretto si completava con le cannonate sulla Croce Rossa che Gruber e Giannini
sparavano, credendo di mettere alla gogna il giovane miliardario con continue
provocazioni e – questa è una specialità della giornalista ex Rai – facendo di
tutto per tirargli di bocca frasi sconvenienti.
Come se aspettassimo l’uscita dalle quinte di Godot, io e g. siamo rimasti con
occhi sbarrati ad ammirare lo spettacolo, tra la prosopopea di quei due che si
compiacevano di aver fatto domande scomode al loro ospite, il giovane che non
vedeva l’ora di uscire di lì e fare serata, e una domanda in fondo ingenua che
rimaneva latente nell’aria: ma cosa cazzo l’avete invitato a fare?
a cura di riccardo rosa
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¹ Rudiger Vogler in: Lisbon Story, di Wim Wenders (1994)
² Intervista a Filangieri Giuseppe, Cinico tv (1992)
(disegno di ottoeffe)
‘A terra ‘lloc’ è fertile
ma volano proiettili
aggio fatt’ ‘o sanghe friddo comme fosse ‘o rettile. […]
Te fanno fa’ ‘a fine d’e nire ‘mmiez ‘e naziskin,
te lassano int’o garage ‘mmiezo ‘e plastiche d’e motorin’. […]
(uomodisu, indians)
Per la terza volta in pochi mesi un agente del corpo federale americano Ice ha
ucciso una persona a Minneapolis in circostanze sconcertanti. L’uomo,
trentasette anni, è stato sparato più volte da un militare distante pochi metri
fino a che non è stato raggiunto letalmente da un proiettile al petto. Il
Dipartimento per la Sicurezza Interna si è subito affrettato a precisare che
l’uomo era armato (capirai che novità, negli Stati Uniti) ma non ha fornito
nessun dettaglio – almeno fino al momento della scrittura di questa rubrica –
sugli eventi.
Poche ore prima, nell’ambito delle proteste in corso in città contro l’Ice e
contro la violenza militare ormai incontrollata, circa cento preti erano stati
arrestati all’aeroporto di Minneapolis-St. Paul, dove si trovavano per
denunciare la deportazione di alcuni migranti detenuti. Alcuni video mostrano i
manifestanti inginocchiati a pregare, poi l’arrivo della polizia, e quindi
l’arresto.
Come si evince chiaramente dai suoi scritti, Camilo Torres non intende esaurire
la sua azione, approcciando alle problematiche sociali della sua comunità, con
la semplice prospettiva caritatevole. La povertà, intesa non solo dal punto di
vista economico, ma anche culturale e sociale, necessita, per padre Torres,
dapprima della presa di coscienza da parte delle classi deboli, e dappoi
dell’impegno attivo e fattivo, per la «presa del potere» da parte del Popolo.
[…] Sempre nel suo messaggio ai cristiani si legge: «[…] se la beneficenza,
l’elemosina, le poche scuole gratuite, i pochi piani edilizi, ciò che viene
chiamato “la carità” non riesce a sfamare la stragrande maggioranza degli
affamati, né a vestire la maggioranza degli ignudi, né ad insegnare alla
maggioranza di coloro che non sanno, bisogna cercare mezzi efficaci per dare
tale benessere alle maggioranze.» Ed è per questi motivi che egli è persuaso, al
fine di instaurare e garantire la giustizia sociale, che i cristiani
siano obbligati a partecipare alla lotta armata. (giorgio barberis e francesco
ingravalle, introduzione a liberazione o morte!, di padre camilo torres)
In questi mesi abbiamo saputo tutto dell’agenzia federale americana
anti-immigrazione. Ci hanno detto che hanno arrestato un uomo con sua figlia
piccola e li hanno trasportati da Minneapolis al Texas, opponendosi tra l’altro
all’intervento di un giudice federale che ne aveva ordinato il rilascio. Ci
hanno spiegato l’allargamento in termini di numero di agenti e di potere di
intervento che gli è stato attribuito dall’amministrazione Trump, e il conflitto
tra poteri scatenato dalla sua impunità di fatto. Meno dettagliati appaiono i
resoconti delle manifestazioni che si stanno via via diffondendo anche in altre
città, in cui non di rado i manifestanti si scontrano fisicamente con i militari
e/o con la polizia, come accaduto proprio a Minneapolis dopo il ferimento di un
venezuelano che cercava di fuggire ed è stato sparato, per questo, alla gamba.
So’ fernut’ ‘e tiempe ‘e pappa, cacca e nanna,
ma qua ann’ d’e miracoli?
D’e grazie ‘e Dio?
Mo’ ‘o patapata ‘e l’acqua acchiapp’, at’ che grandine.
Pallottole vaganti ‘e ‘sti cape vacant’
ca te fanno veni’ ‘o spanteco
‘sti guappe te fanno jitta’ ‘o sanghe.
(la famiglia, fuje)
Sabato mattina ero in metropolitana in modalità spleen, sotto il diluvio, in
ritardo sia per il mio appuntamento che per la parola di questa settimana,
quando una signora ha richiamato il suo cane che leccava le scarpe di un altro
passeggero – «Bob!». Non credo di aver mai conosciuto nella mia vita un cane che
si chiamasse Bob, ma ho conosciuto abbastanza bene, intorno ai vent’anni, Dylan,
e mi è venuta così in mente A Hard Rain’s a-Gonna Fall, il cui protagonista ha
tra l’altro gli occhi come i miei. La canzone – anzi all’inizio era una poesia,
che non avrebbe dovuto essere musicata – è stata scritta durante l’epoca del
grande rischio nucleare, ma direi che è buona per tutte le stagioni, con il suo
riflettere sulla capacità umana di distruggere tutto ciò ci passa tra le mani,
noi stessi compresi.
Ricordavo un verso in cui il figlio dagli occhi blu cammina per la terra
desolata, e descrive un mare riempito da proiettili e non da pesci (sicuramente
nel mio fanatismo avrò pensato a qualcosa tipo la crisi missilistica e alle armi
nucleari che viaggiavano via mare). In realtà leggo che l’espressione usata è
pellets of poison, che dovrebbe essere qualcosa tipo “granuli di veleno” che
“riempiono le acque”.
L’area di Bagnoli […] per cui è prevista una massiccia movimentazione di terreni
pesantemente inquinati da Ipa e Ocb, è adiacente al mare del golfo di Pozzuoli.
È facilmente prevedibile, che Ipa e Pcb, attualmente relegati nei suoli e nei
sedimenti marini, se mobilizzati in area prospiciente il mare, possano
diffondervisi. Gli Ipa, combinandosi con il cloro (Cl), producono dei derivati,
gli Ipa clorurati, che sono più tossici dei composti d’origine. In particolari
condizioni (combustione incompleta) possono formarsi diossine, sostanze
notoriamente cancerogene-mutagene. Inoltre, gli stessi Ipa e Pcb, se si
combinano con lo stagno (Sn) o il mercurio (Hg), formano sostanze altamente
tossiche. […] Ricordiamo un caso di grave inquinamento ambientale prodotto dalla
combinazione di composti organici con mercurio, nella Baia di
Minimata, Giappone. L’inquinamento, di origine industriale, provocò la malattia
di Minamata, scoperta per la prima volta nel 1956, determinò gravi
intossicazioni negli abitanti e fece incrementare notevolmente l’incidenza di
decessi per cancro nella popolazione della baia (Timothy, 2001). Fu causata dal
rilascio, dal 1932 al 1968, di metilmercurio nelle acque reflue da parte
dell’industria chimica Chisso Corporation. Il metil-Hg, altamente tossico e
cancerogeno, si accumulò nei molluschi, nei crostacei e nei pesci della baia,
entrando nella catena alimentare e causando così l’avvelenamento degli abitanti
del luogo, inclusi numerosi decessi. […] I danni ambientali e sulla salute della
popolazione sono persistiti per decenni e continuano ancora oggi ad avere
effetti, anche sociali, sulle comunità locali. (benedetto de vivo e maurizio
manno, bonifica di bagnoli: perché è rischioso il dragaggio dei sedimenti
marini)
I lavori della vergogna sulla colmata vanno avanti a Bagnoli: i cittadini
protestano (c’è un presidio quotidiano a piazza Bagnoli, dalle 17:00), Bassolino
e De Luca fanno ammuina, le inchieste giornalistiche si moltiplicano, ma il
sindaco-commissario Manfredi non chiarisce le modalità che appaiono davvero
grossolane con cui si sta operando su un terreno inquinatissimo, preparandosi a
fare ancora peggio sui fondali marini. Intanto, camion carichi di materiale
dall’aspetto poco rassicurante se ne vanno a centinaia avanti e indietro da
giorni, perdendo polveri in giro per il quartiere.
Eppure, ci sono tanti scienziati che in questi anni ci hanno spiegato che il
miglior modo per riparare un danno ambientale fatto dall’uomo è usare la natura.
E ce ne sono altri, di scienziati, di tutt’altro tipo ma non meno brillanti, che
ci hanno raccontato che il modo migliore per fare la cosa migliore è rivoltarsi.
Il 7 febbraio ci sarà a Bagnoli una grande manifestazione cittadina.
Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c’è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d’un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.
(vladimir majakovskij, la nostra marcia)
a cura di riccardo rosa
(disegno di ottoeffe)
Ci prepariamo per andare a casa e ironizziamo ognuno sulle cinque migliori
“canzone 1 – lato A” di tutti i tempi scelte dagli altri (le mie: Janie Jones,
dei Clash, da The Clash; Thunder Road, di Bruce Springsteen, da Born to Run;
Smells like teen spirits, dei Nirvana, da Nevermind; Let’s get it on, di Marvin
Gaye, da Let’s get it on; Return on the grievous angel, di Gram Parsons, da
Grievous Angel. (nick hornby, alta fedeltà)
Negli ultimi giorni sono stato più volte coinvolto in una pratica che ho a cuore
quanto l’insicuro e finto-cinico tassonomo Rob Gordon di Alta fedeltà: fare
classifiche. Gli ultimi mesi sono stati peggiori per me o per te? È meglio
campare riparando stampanti, facendo la guida turistica o un dottorato
all’università? Qual è la top ten degli attaccanti più forti nella storia del
Napoli? E dove si colloca Cavani? (In queste settimane circola una bufala sul
ritiro del campione uruguagio, all’età di appena trentotto anni: comunque vada
lo si ringrazia a nome del calcio per tutto quello che ha fatto).
Una classifica un po’ mortificante che ho proposto riguarda la gravità delle
varie implicazioni che si porta dietro l’assurdo omicidio commesso da un agente
dell’Ice americana (Immigration and Customs Enforcement) ai danni di una donna
che aveva provato a intralciare le operazioni di questo vergognoso corpo
militare, che agisce per lo più senza alcun freno e nello sprezzo totale di
qualsiasi regolamento – il vicepresidente Vance ha detto che l’agente assassino
godrà di “totale immunità”, una categoria giuridica conosciuta solo nella sua
testa e nei film dell’agente segreto con licenza di uccidere.
Nel caso specifico, in cima al podio della gravità ho messo la narrazione ormai
pacifica per cui ogni volta che c’è da mistificare qualcosa di scabroso si
millanta l’esistenza di un presunto pericolo di “terrorismo interno”, pure se
l’azione che si è andata a contrastare è la distribuzione di volantini o
l’esposizione di uno striscione colorato tenuto in mano da vecchi e bambini.
Rispetto a questa ennesima vicenda di violenza poliziesca ho apprezzato la
posizione del sindaco locale, che adeguandosi al livello del dibattito politico
negli Usa ha esplicitamente, e più volte, detto agli agenti dell’Ice “di
andarsene a fanculo fuori dalla città”. Belli anche i video in cui maestre e
professoresse di scuola danno di matto affrontando a muso duro i militari che
vogliono andarsi a prendere gli studenti cosiddetti irregolari fin dentro la
classe.
(credits in nota 1)
Questa pratica, a quanto leggo, sembra non essere rara negli ultimi anni negli
Stati Uniti. In contrasto a questa operazione vi sono però, per fortuna,
numerosi opuscoli, diffusi da Ong e da alcune scuole persino, dal titolo: Know
your rights: what to do if Ice comes to your school (“Conosci i tuoi diritti:
cosa fare se l’Ice arriva nella tua scuola”). Questa la situazione:
In qualità di immigrato, ho il diritto all’istruzione?
Sì, tutti gli studenti tra i cinque e i ventuno anni hanno il diritto a
un’istruzione pubblica gratuita dalla scuola primaria alla secondaria (K–12),
indipendentemente dallo status di immigrazione. Secondo l’American Civil
Liberties Union: “Tutti i bambini che vivono negli Stati Uniti hanno il diritto
a un’istruzione pubblica gratuita”.
L’Ice può portarmi via dai locali scolastici?
Non di norma. Secondo il Dipartimento dell’Istruzione dello Stato di New York,
l’Ice non può portare uno studente fuori dai locali scolastici né interrogarlo
senza il permesso del genitore o tutore dello studente, tranne nei casi in cui
abbia un mandato valido oppure quando è stato commesso un reato all’interno
della proprietà scolastica.
Sono obbligato a rispondere agli agenti dell’Ice?
No, hai il diritto di rimanere in silenzio. Secondo l’Immigrant Legal Resource
Center, tutti i bambini, indipendentemente dallo status di immigrazione, hanno
il diritto di rimanere in silenzio nelle interazioni con l’Ice. Se un agente
dell’Ice cerca di parlarti a scuola o durante un evento scolastico, non parlare
con lui. Avvisa immediatamente un agente per la sicurezza scolastica, il/la
preside o un insegnante.
(da: mobilization for justice – traduzione mia)
(da vd news)
Tornando alle classifiche, mi segnalano l’uscita giovedì di un articolo del
Mattino che riporta i dati sui Daspo (prescrizione nata per le manifestazioni
sportive, ma ormai estesa a numerosi altri ambiti come la movida, le
manifestazioni politiche, o utilizzata per punire comportamenti “anomali” nel
corso dei cosiddetti “grandi eventi”, la vendita ambulante irregolare di merci e
altro) comminati nel 2025 dalla questura di Napoli. Sono 379: il che vuol dire
che a quasi quattrocento napoletani sono stati imposti limiti alla libertà di
movimento in base a provvedimenti frutto nel migliore dei casi di una indagine
poliziesca, senza passare per la magistratura. Il solito Del Gaudio si preoccupa
di condividere con i propri lettori il suo stupore nel ritrovare in classifica
non solo parcheggiatori e ambulanti, ma “finanche” gente “rispettabile” come
studenti e professionisti.
Non solo accattoni o sbandati del sabato sera, dunque, a leggere le storie che
si celano dietro Daspo urbani e sportivi. Avanzano gli insospettabili. Non
mancano studenti o lavoratori, finanche esponenti del mondo delle professioni.
[…] Studenti, qualche colletto bianco, imprenditori: sono quelli che sono stati
segnalati per condotte tutt’altro che irreprensibili. (leandro del gaudio, il
mattino)
Passa p’o cazzo d’e classifiche, d’e sbirri, d’e tossici razzisti comme Vasco
Rossi!
‘E scoppio ‘ncuollo po’ pareo,
papà nun sta
dint’all’assemblea d’a Società
Italiana Autori Editori
(co’sang, intro)
(credits in nota 2)
Un topos della musica leggera contemporanea è il livore verso il mercato, i
manager e le classifiche, responsabili dello scadimento della produzione
musicale internazionale (in realtà qualche anno dopo aver scritto queste
invettive la maggior parte degli autori si ritrova invischiata fino al collo
dentro queste cose, ma c’è poco da colpevolizzarli: perché proprio loro
dovrebbero andare avanti a cereali con l’acqua e spese nei discount, quando
tutto il mondo procede compatto nella direzione opposta?).
Un passaggio chiave sul rapporto tra musicisti e mercato sta dentro Have a
cigar, brano scritto nel ’75 dai Pink Floyd, che racconta il momento in cui il
giovane artista/la band protagonista del disco si trova davanti per la prima
volta i manager di una grossa casa discografica. I boss si entusiasmano per la
canzone appena lanciata (“Uscirete con un album | Lo dovete alla gente”), gli
prospettano grandi guadagni (“Ti abbiamo detto il nome di questo gioco? | Noi lo
chiamiamo ‘cavalcare il treno dei soldi facili’”), gli parlano delle charts
(“Avete visto le classifiche?”).
Dopo avergli ripetuto che la band è davvero fantastica – sinceramente, that’s
what I think, gli chiedono, a proposito: “Ma chi di voi è Pink?”.
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Una professoressa di Chicago impedisce agli agenti dell’Ice di entrare nella
propria classe
² Gianni Morandi racconta di alcune telefonate con Fabrizio De Andrè dopo il
successo della canzone Si può dare di più
(disegno di ottoeffe)
Devo ammetterlo: Aldo Cazzullo mi è simpatico. La sua faccia mi rasserena, o
comunque quando la vedo non sento il prurito che mi attraversa il corpo se per
errore mi compaiono sullo schermo i suoi colleghi paladini della sinistra
democratica (da de Gregorio a Telese nessuno escluso, passando per Gruber e
Gramellini, senza nemmeno contare Fazio e questo Scanzi che mi ricorda quegli
accademici che studiano i movimenti sociali ma non hanno mai attacchinato un
manifesto in vita loro – prendo in prestito l’espressione da -gr).
La settimana scorsa stavo guardando Una giornata particolare, che sarebbe un
buon programma se non fosse per alcuni excursus no-sense sulla base di
associazioni di idee discutibili, in cui si dà voce a gente discutibile – tipo
Farinetti sul vino o Lino Banfi sulla morte, in una puntata sui misteri della
Bibbia. Farinetti e Saviano a parte (compariva anche lui ovviamente, su Sodoma e
Gomorra…), ho scoperto che uno dei fatti mitologico-religiosi a cui si
appigliano gli ebrei per giustificare i loro presunti diritti sulla Palestina
risale alla colonizzazione dei Cananei da parte degli Israeliti (1200 avanti
Cristo, più o meno): questi ultimi, infatti, sarebbero stati autorizzati a
soggiogare la popolazione a ovest del Giordano alla luce non solo della promessa
di Yahveh, che gli aveva indicato quella terra, ma anche di una maledizione
fatta da Noè a suo figlio Cam, e a suo nipote Canaan, dal momento che il primo,
dopo aver trovato il genitore a dormire nudo e ubriaco lercio in una tenda, non
l’aveva coperto con un lenzuolo.
(l’ebrezza di noè, di michelangelo buonarroti – cappella sistina, roma)
Nel Libro di Giosuè, uno dei cosiddetti “libri storici” dell’Antico Testamento
(in realtà è documentato che ci siano scritte un sacco di fandonie), si racconta
la conquista della città di Ai, in terra di Canaan: su precisa indicazione del
Signore, gli Israeliti attirano gli abitanti locali nel deserto per battagliare,
facendo contemporaneamente entrare altri uomini in città, non appena le porte
rimangono sguarnite.
Quelli di Ai videro che il fumo della città si alzava verso il cielo.[…] Giosuè
e tutto Israele videro che quelli dell’agguato avevano conquistato la città e
che il fumo si era levato; si voltarono dunque indietro e colpirono gli uomini
di Ai. Anche gli altri uscirono dalla città contro di loro, e così i combattenti
di Ai si trovarono in mezzo agli Israeliti, avendoli da una parte e dall’altra.
Gli Israeliti li colpirono, finché non rimase nessun superstite o fuggiasco. […]
Quando gli Israeliti ebbero finito di uccidere tutti gli abitanti di Ai, che li
avevano inseguiti in campo aperto nel deserto, e tutti fino all’ultimo furono
passati a fil di spada, tutti gli Israeliti rientrarono in Ai e la colpirono a
fil di spada. Tutti i caduti in quel giorno, uomini e donne, furono dodicimila,
tutta la popolazione di Ai. […] Giosuè incendiò Ai, riducendola a una collina di
rovine per sempre […]. Fece appendere il re di Ai a un albero, fino alla sera.
Al tramonto comandò che il suo cadavere fosse calato giù dall’albero e lo
gettarono all’ingresso della porta della città. (libro di giosuè, capitolo 8)
Più passa il tempo, più mi accorgo di quanto impegniamo il nostro tempo a fare
cose inutili, tipo preoccuparci di cosa gli altri pensano di noi, o di quello
che dicono i leader di uno dei partiti più insopportabili della storia del
parlamento. Eppure, seguendo una serie di associazioni di idee tipo Una giornata
particolare mi sono ritrovato a fare un conteggio, e ho scoperto che negli
ultimi trent’anni avrò passato più o meno centocinquantamila minuti (circa
centocinque giornate) a difendere una porta, attaccandone raramente un’altra.
(credits in nota 1)
A mia discolpa va detto che la decisione la presi per caso, quando avrò avuto
più o meno otto anni. In quel periodo l’allenatore mi schierava testardamente
all’ala destra, finché in una partita in cui non avevamo nemmeno un difensore mi
spostarono dietro e le cose cominciarono ad andare meglio. Sliding doors, lo
chiamano gli anglofoni dalla fine degli anni Novanta (grazie a un iconico film
che diede un senso figurato a un’espressione che significava altro), indicando
un momento apparentemente insignificante che può cambiare il corso dei fatti, o
la vita di una persona. Le porte scorrevoli, in linguaggio politico, sono
infatti porte (e poltrone) di altro genere: l’espressione fa riferimento al
passaggio di un alto esponente istituzionale ai vertici di aziende private che
agiscono nello stesso campo in cui egli aveva operato fino a poco prima come
attore pubblico.
Il più irritante […] è stato quello dell’ex ministro degli interni, Marco
Minniti, che ha assunto la presidenza dalla nuova fondazione Medi Or promossa
dal gruppo di tecnologie militari Leonardo […]. Parole chiave: difesa,
sorveglianza, intelligence, confini, tradotte nello statuto Medi Or in
formazione e scambio culturale con i paesi africani e medio orientali. Minniti
aveva lasciato il seggio di deputato del Pd alla Camera alla fine del mese di
febbraio 2021 per andare a presiedere la nuova fondazione di Leonardo, ex
Finmeccanica, partecipata dallo Stato che opera nei settori di difesa,
aerospazio, sicurezza. […] Il caso più recente è quello di Andrea Urbani, che a
luglio 2022 ha lasciato l’incarico di direttore generale della programmazione
del ministero della salute, per andare a ricoprire il ruolo di amministratore
delegato dell’IRCCS San Raffaele di Milano, uno dei maggiori ospedali privati
italiani con un fatturato annuo vicino a due miliardi di euro, come già avevano
fatto altri ex ministri: Angelino Alfano, presidente del Gruppo ospedaliero
milanese San Donato dal 2019 e – ancor più grave per il suo ulteriore ruolo come
governatore della Lombardia, regione che rappresenta un Eldorado per la sanità
privata in Italia […] – Roberto Maroni, entrato nel Cda del San Donato nel 2020.
(enzo ferrara, altronovecento)
(credits in nota 2)
Forse è un po’ banale, ma per preparare la rubrica di questa settimana dovevo
mettermi a riascoltare i Doors.
Mi è servito almeno, il latrato di Edip-orrison – che voleva farla finita
uccidendo il padre e andando a letto con la madre –, per impormi un obiettivo
per questo nuovo anno: pensare (citando il mitico Yogi Barra: consiglio a tutti
la sua storia) che non è finita finché non è veramente finita. Buon 2026 a tutti
i lettori.
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Zdenek Zeman asfalta Massimo Mauro dopo un Napoli-Cagliari (3-3) del 2014
² Sara Grattogi sull’ennesimo scandalo all’ospedale privato San Raffaele di
Milano, Uno Mattina News, 10 dicembre 2025
(disegno di ottoeffe)
Il nuovo arrivato era un uomo sui trentatré o trentaquattro anni, cioè un po’
più anziano del compagno. Era di media statura, robustissimo, dalla pelle
bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra
beffarde, e sottili, indizio di una ferrea volontà. A prima vista si capiva che
era un europeo non solo, ma che doveva appartenere a qualche razza meridionale.
(emilio salgari, le tigri di mompracem).
È un mese che sulle cronache napoletane e nazionali l’attore Alessandro Preziosi
pubblicizza il personaggio da lui interpretato nella serie dedicata a Sandokan
andata di recente in onda su Rai 1 (evidentemente di successo, sebbene molto
modesta: personalmente ho resistito mezza puntata). Nella fiction Preziosi è il
corsaro portoghese Yanez, compagno d’avventure della Tigre della Malesia, e in
qualche modo carattere a lui speculare. A mio avviso (non che questo abbia
qualche rilevanza) è il personaggio più bello del ciclo di Salgari: freddo,
elegante nei modi e nell’aspetto, ironico, prudente, è ingegnoso e astuto, anzi
queste ultime due sono probabilmente le sue caratteristiche principali.
Sarà per questo che non c’è intervista (l’ultima è uscita ieri a pagina piena
sul Corriere del Mezzogiorno, a cura di Vanni Fondi) in cui Preziosi, che è
napoletano, non ci propina la retorica sul partenopeo scaltro e “sfaccimmo”,
parola che ripete a oltranza, traducendola quando l’intervista è nazionale a
beneficio dei fan italiani. Il cliché riesce in effetti tanto efficacemente che
il lettore napoletano per bene può gongolare compostamente, sentendosi anche lui
un po’ “sfaccimmo”: anche se odia l’arte di arrangiarsi e disprezza chi si
arrangia, chiedendosi perché non va a lavorare invece di truffare il prossimo;
anche se a Napoli nessuno usa questa parola per intendere quello che intende
Preziosi.
Detto ciò, mi sono chiesto alla terza intervista in un cui si ripeteva questo
refrain: ma di napoletani fessi, ce ne sono?
(credits in nota 1)
Non è il caso di trascendere nella trivialità della connotazione femminile della
parola di questa settimana, quindi sorvolerei da ora in poi sul napoletano,
riportando però almeno il fatto che in francese fesse vuol dire natica,
derivando dal latino “findere”, il cui participio si riferisce a qualcosa di
“crepato in lungo”, “diviso in due”.
Stando sul più accettabile socialmente, secondo i dizionari, il fesso non è
necessariamente uno stupido (può esserlo, ma non necessariamente lo è), quanto
colui “che si comporta da stupido”, e questo è un po’ in contraddizione con il
meridionale “farsi fare fesso”, che fa riferimento al “farsi raggirare”. Tipo
quando io ti dico: vedi che questa cosa che stiamo facendo richiede un
sacrificio per un po’ di tempo. Ma poi finirà, è solo temporaneo. Ti
restituiremo tutto dopo qualche mese, e oltretutto saremo più ricchi sia io che
tu.
Coppa America ogni due anni, team d’accordo. Il Comune di Napoli: pronti a
ospitarla anche nel 2029 (repubblica napoli, 27 dicembre 2025)
Avevamo più o meno quindici anni, io e miei amici, quando una professoressa di
italiano e latino una mattina alzò un polverone accusandoci di essere
maschilisti e sotto sotto fascisti, perché avevamo scritto a caratteri cubitali
sul muro della classe un vecchio detto napoletano: “’O barbiere te fa bello, ‘o
vino te fa guappo, ‘a femmena te fa fesso!”. Quella professoressa si diceva
femminista e di sinistra (la parola comunista già cominciava a diventare fuori
moda), ma raramente le abbiamo visto fare un giorno di sciopero, persino quando
Berlusconi voleva eliminare l’articolo 18 (non ci riuscì, ma poi ci pensò
Renzi), o quando la Moratti completò l’opera di distruzione della scuola
pubblica iniziata dal post-comunista Berlinguer junior. Molti di noi
fessacchiotti per qualche tempo la considerammo anche una persona autorevole, ma
poi capimmo prima di arrivare alla maturità (intesa come diploma). A volte penso
che sarebbe bello tornare a essere così ingenui.
(credits in nota 2)
a cura di riccardo rosa
Ps.: A proposito di Coppa America, bradisismi, palazzi che crollano e territori
sotto attacco, consiglio la lettura di questo breve testo scritto ieri dagli
attivisti dell’Assemblea Popolare di Bagnoli e pubblicato attraverso i canali di
Villa Medusa (entrambe le realtà fanno parte della Rete No America’s Cup).
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¹ Totò ed Ernesto Calindri in: Totòtruffa 62, di Camillo Mastrocinque (1961)
² Massimo Troisi e Pippo Baudo in Fantastico (1990)
(disegno di ottoeffe)
C’è un povero cristo fuori al tribunale di Napoli che campa vendendo bloc notes,
penne, accendini, manifestini di lutto per la Juventus. Ha anche qualche marca
da bollo in tasca, e quando gli avvocati, che lo conoscono tutti, sono in
ritardo e devono sbrigarsi perché l’ufficio chiude, le prendono da lui e gli
fanno un regalo.
Il tizio avrà più di sessant’anni. La sua vita è un disastro – me l’ha
raccontata venerdì in pochi minuti – e non sta nemmeno troppo bene con la testa.
Ha tutta l’aria di chi non sarebbe capace di far male a una mosca, eppure la
guardia giurata del tribunale, uno con gli occhiali da Rambo e pistole
d’ordinanza sul fianco, gli ha dato addosso perché pretendeva di decidere il
limite spaziale entro cui il tizio poteva o non poteva esercitare il suo
commercio. Non parliamo del cancello del tribunale, dove finiva la giurisdizione
di Rambo – che non essendo neppure capace di vincere un concorso nella
penitenziaria opera per conto di quelle agenzie di mercenari, spesso controllate
dal Sistema, e che quindi ha esattamente i miei diritti e quelli di chiunque
altro a (non) decidere cose che riguardano la pubblica via. Parliamo della
strada, per la precisione della fermata di un autobus. Eppure, nella sua testa,
Rambo pensava di poter comandare. È finita a insulti alle mamme e con l’apertura
di una riflessione sull’idea di limite.
Ti farò male più di un colpo di pistola
È appena quello che ti meriti
Ci provo gusto, me ne accorgo, e allora?
Non mi vergogno dei miei limiti (e lividi)
(subsonica, colpo di pistola)
Una prima definizione matematica di limite pare sia attribuibile a tale
Augustin-Louis Cauchy, matematico di inizio Ottocento, e qualche decennio dopo a
Heinrich Eduard Heine. Smanettando in rete mi sono reso conto che almeno due-tre
degli studiosi che hanno toccato questa materia hanno avuto problemi
psichiatrici. È successo a Weierstrass, tedesco, padre dell’analisi moderna
(quella matematica, ovviamente): suo padre, ufficiale del governo tedesco di
Boemia, lo costrinse a studiare legge a Bonn, ma lui non combinò niente e anzi
si avvicinò da autodidatta alla matematica e al gruppo del Crelle’s Journal, che
oggi è la più antica rivista di matematica esistente.
A un certo punto il giovane Karl se ne va a studiare a Munster (che solo per una
strana coincidenza legata ai natali di un mio amico è la squadra tedesca per cui
tifo), rompendo con il padre, e diventa un grande esperto di funzioni
ellittiche, ma anche un alcoolizzato, sviluppando problemi psichici e nevrosi di
vario tipo.
Anche Cantor, uno dei più grandi matematici della storia (per intenderci, quello
che ha inventato gli insiemi), soffrì di una grave depressione, perché isolato
dalla comunità scientifica. Cercò invano supporto in papa Leone XIII e forse
anche per questo arrivò a identificare il suo rigorosissimo concetto di infinito
assoluto con… Dio. Passò gli ultimi anni della sua vita in manicomio, ad Halle.
L’esaltazione creatrice è intimamente legata alla malinconia, sorella della
depressione e figlia della mania, ma anche parente vicina della follia, dal
momento che l’opera non è più sufficiente a contenere tutte le tensioni. […] Il
romantico-melanconico coniuga la tristezza al quotidiano e contempla il suo
dolore nella profonda solitudine del ripiegarsi su se stesso. “La malinconia è
la felicità di essere triste”, scrive Victor Hugo ne Les travailleurs de la mer.
Vi si fondono molto intimamente un’attitudine filosofica, la ricerca poetica e
la malattia depressiva, condizioni che caratterizzano dolorosamente questi
insaziabili sogni d’assoluto. (philippe brenot, le génie et la folie –
traduzione mia)
È interessante come la matematica associ il limite a quest’idea di assoluto,
mentre per la semantica lo stesso vocabolo indica una linea terminale o
divisoria, un confine.
Qualche anno fa abbiamo pubblicato un libro curato da Miguel Angel Valdivia, che
si chiama appunto Confini, dove dialogano quattro storie di quattro disegnatori,
Andrea De Franco, Federica Ferarro, Mario Damiano e Adriana Marineo. I quattro
interpretano il concetto in maniera ora concreta ora metafisica, interrogandoci
non solo sull’idea di limite, ma anche se non soprattutto su quella dello spazio
che si trova prima e dopo di questo.
(disegno di andrea de franco, da: confini)
Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni dei Duemila andava in onda ogni
pomeriggio su Rai Uno (o forse Rai Due) un programma che si chiamava Ci vediamo
in Tv, condotto da Paolo Limiti, autore televisivo (Rischiatutto), scrittore di
canzoni (La voce del silenzio, Stupidi, Adagio) e regista radiofonico (Il
maestro e Margherita).
Per quanto ricordi, la trasmissione era un viaggio nostalgico durante il quale
si esibivano cantanti perlopiù ottuagenari, rievocando spesso le storie
all’origine di brani che erano stati grandi successi anche cinquanta o
sessant’anni prima. Vi partecipavano Milva, Ornella Vanoni, Mirna Doris, Angela
Luce − cult una sua appassionata esibizione in L’urdema tarantella
(Bovio-Tagliaferri, 1936) per la quale rivendicava, con solennità, di aver
ricevuto un premio come “unica, grande, sola, vera interprete del sentimento
della canzone napoletana”.
L’urdema tarantella racconta la drammatica uccisione da parte di una donna
gelosa dell’amante del marito, davanti la chiesa della Madonna della Catena, che
a Napoli si trova in via Santa Lucia, così chiamata in riferimento al miracolo
con cui Maria salvò dalla condanna a morte tre innocenti, nella città di
Palermo, spezzando le loro catene. Un’altra drammatica uccisione legata a quella
chiesa fu quella dell’ammiraglio Caracciolo, che lì riposa in pace: Caracciolo
fu arrestato e fatto uccidere dall’ammiraglio Nelson in persona, dopo aver
combattuto contro la flotta borbonica che cercava di restaurare l’ordine dopo le
sollevazioni della Repubblica Napoletana.
Si vide Caracciolo sospeso come un infame all’antenna della fregata Minerva; il
suo cadavere fu gittato in mare. Il re era ad Ischia, e venne nel giorno
susseguente, stabilendo la sua dimora nel vascello dell’ammiraglio Nelson. Dopo
due giorni, il cadavere di Caracciolo apparve sotto il vascello, sotto gli occhi
del re. Fu raccolto dai marinari che tanto l’amavano, e gli furono resi gli
ultimi offici nella chiesa della Santa Lucia che era prossima alla sua
abitazione. (mariano d’ayala, saggio storico sulla rivoluzione di napoli 1799 di
vincenzo cuoco e sulla vita dell’autore)
Ma in matematica, il limite – e qui spero di non deludere C., matematica e
scrittrice ben più raffinata di quell’altra ahinoi, invece, più famosa e potente
– serve a descrivere che cosa accade a una successione di numeri quando la
variabile si avvicina sempre di più a un certo valore, senza doverlo per forza
raggiungere. In parole povere, è come avvicinarmi alla felicità, senza mai
poterla neppure sfiorare, ma andare sempre nella stessa direzione, in modo che
sarà inequivocabile che quella costituisce il mio limite.
Troviamo sempre qualcosa, vero, Didi, per darci l’impressione di esistere?
(estragone, in: samuel beckett, aspettando godot)
a cura di riccardo rosa
(disegno di ottoeffe)
Amame e damme ‘o bene quanno nun m’o merito
tanno n’aggio bisogno,
l’aggio appreso int’e prete e nun m’o scordo.
(co’sang, povere ‘mmano)
In epoche di scosse telluriche ed emotive mi sono ritrovato a discutere più
volte il concetto di “merito”, mantra della tirannia capitalista e dogma che
assume l’iniquità come effetto collaterale di una selezione fintamente naturale.
Ne ho parlato per quasi un’ora con un gruppo di adolescenti con cui sto
lavorando in una scuola non lontano da casa, che l’hanno associata per lo più al
mondo dello sport (“vincere con merito”, “meritare la vittoria”), a una presunta
eticità (“onore al merito”, “meritare un riconoscimento”), e qualcuno
addirittura a un vecchio adagio di curva, non so attraverso quali canali
giuntogli alle orecchie (“chi milita, merita”).
Pochissimi tra loro, per fortuna, l’hanno associato alla scuola. Su venticinque
ragazzi e ragazze, anzi, soltanto sei conoscevano l’assurdo nome dato
dall’attuale governo neofascista al ministero che organizza la loro vita
scolastica (ho dovuto fargli notare che il fascismo nasce come braccio armato
del grande capitale, che dell’ideologia del “merito” ha bisogno come il pane).
Il latino, la Bibbia, l’Occidente. Questo è il nuovo programma scolastico 2026
(elle, 14 marzo 2025)
Scuola, passa la riforma del voto in condotta: con 6 compito di cittadinanza;
con 5 si è bocciati (la stampa, 30 luglio 2025)
“A chi contesta il termine maturità, a chi lo considera superfluo, ridondante o
simbolico, rispondiamo con fermezza: questa non è una questione di parole, ma di
valori. Abbiamo scelto ‘maturità’ perché l’esame non misura solo ciò che si sa,
ma chi si è diventati. […] Chi attacca il termine non attacca un nome, ma la
centralità della formazione della persona, e noi su questo principio non
arretriamo di un passo. […] Per il governo Meloni, e per il ministro Valditara,
il cuore di questa riforma è proprio questo: restituire centralità alla persona,
restituire dignità al valore educativo della scuola”. (ella bucalo – membro
della commissione cultura del senato e responsabile del “dipartimento
istruzione” di fratelli d’italia)
Per non essere troppo livoroso ho deciso di non scegliere come parola di questa
settimana né “cerchio” né “botte”, e di non dare troppa importanza a un articolo
pubblicato su Jacobin, organo di stampa ombra di Alleanza Verdi Sinistra e
sfogatoio delle decine di accademici e intellettuali di questo tristo paese
bisognosi di accreditarsi come “di sinistra”.
Vale però la pena ugualmente entrare nel merito di alcune riflessioni pubblicate
in questi giorni sulla stampa nazionale a corollario dell’azione effettuata da
alcuni attivisti a Torino, che si sono introdotti nella sede de La Stampa,
buttando per aria un po’ di fogli e scrivendo qualche slogan sui muri.
Su Monitor abbiamo già espresso la nostra posizione (qui e qui), ma riprendo
qualche passaggio a beneficio di chi fatica a leggere più di quattromila battute
in un solo articolo:
Al di fuori, essa si esercita innanzitutto con uno strumento formidabile di
formazione e controllo dell’opinione pubblica, La Stampa. Il giornale della Fiat
ha infatti un’influenza determinante nella vita e nelle opinioni dei torinesi.
Esso sbandiera un antifascismo sterile e di ricordi, e una politica di “riforme
sociali”, propone un paternalismo “illuminato” avallato anche sul piano
nazionale grazie alle firme di rispettabili nomi della cultura e
dell’antifascismo italiani, e sul piano torinese, con la seconda pagina e “Lo
specchio dei tempi”, indirizza l’opinione pubblica su binari ben precisi. In
essa trovano posto le “inchieste” e le “denunce” interessate (il costo della
vita, le case che mancano e che lo Stato dovrebbe finanziare, e così via), le
cronache della Torino-bene e dei suoi eroi con le loro mensili “opere buone”, i
preti e gli assi della Juventus, la cronaca delle disgrazie, degli incidenti
(narrati, sempre, in stile “Cuore”), i fattacci degli immigrati (con
appariscenti titoli: “calabrese ruba…”, “meridionale uccide…”, “siciliano
rapisce…”) e infine le buone azioni quotidiane. (goffredo fofi, l’immigrazione
meridionale a torino)
Solo a partire da qui è possibile riformulare le domande iniziali: che cos’è la
violenza? Chi ha il potere di nominarla? Quale contesto viene assunto come
sfondo neutro e quale viene patologizzato come devianza? Solo a partire da qui è
possibile parlare di solidarietà senza riprodurre la postura coloniale di chi
rappresenta l’altro, decide al posto dell’altro quale forma di resistenza è
accettabile, prescrive all’altro la non-violenza mentre ne beneficia
quotidianamente lo sfruttamento. Il punto non è di normalizzare la violenza, ma
di smettere di usarla come strumento per silenziare quelle lotte anticoloniali e
rivoluzionarie che dicono, in modo esplicito, che la libertà di una parte
dell’umanità è inseparabile dalla trasformazione radicale dell’ordine che oggi
viene difeso anche, e soprattutto, nel nome della “pace”. (miriam abu samra, la
fiera dell’ipocrisia. intellettuali progressisti e non violenza)
Da manuale della Scuola Holden, si diceva, il pezzo pubblicato sulla questione
da Jacobin (per i meno avvezzi, la Scuola Holden è un centro di formazione – con
sede a Torino – in cui Alessandro Baricco e i suoi insegnano a giovani che sanno
usare le parole a metterle al servizio delle aziende, della politica, degli
interessi delle classi dirigenti, fingendosi pure soggetti liberi e pensanti).
Con una scaltrezza non da poco Alberto Manconi riesce, nello stesso articolo: ad
attaccare strumentalmente il governo Meloni come farebbe un esponente del Pd o
di Avs; a indignarsi per la rottura dell’equilibrio liberaldemocratico per cui
la libertà di stampa è sacra (tanto più che quel giorno i giornalisti erano “in
sciopero per poter svolgere seriamente la propria professione”); a rimestare
altra fuffa inutile, ma a essere al contempo precisissimo sui punti sostanziali
di questa vicenda, che sono il vero bersaglio del suo discorso: l’azione dei
militanti torinesi è “un errore”, “non utile”, “inefficace” e “non intelligente”
(avrebbe oscurato il fine settimana di scioperi e indirettamente il fatto che in
Palestina non ci sia ancora nessuna pace); chi l’ha compiuta ha fatto “di
tutt’erba un fascio” e creato un pretesto per una condanna da destra delle altre
posizioni di sinistra, quelle più democratiche e accettabili (vedi Francesca
Albanese); l’imam di San Salvario Mohamed Shahin sarebbe in via di deportazione
perché avrebbe “contestualizzato in modo discutibile il 7 ottobre”; dulcis in
fundo, La Stampa non è certo “il peggior quotidiano nel modo di trattare il
genocidio in Palestina”. Una rappresentazione plastica della lotta di classe (da
quale lato e contro chi, lo potrete capire da soli), da studiare e ricordare.
“Antisemitismo” e “genocidio”: il peso delle parole dopo il 7 ottobre
Abusare di determinati termini confonde la Storia e rischia di cancellare le
vere responsabilità morali e politiche
(la stampa, 30 agosto 2025)
Sdoganare l’antisemitismo, l’altro disastro di Netanyahu
(la stampa, 25 settembre 2025)
L’attacco contro la redazione de La Stampa a Torino non è solo un atto vile: è
una ferita alla democrazia e un colpo gravissimo alla stessa causa palestinese.
[…] Colpire un giornale – con volti coperti, fumogeni, minacce, devastazioni –
ripropone forme di squadrismo che la storia d’Italia ha già sconfitto e
ricacciato indietro. E nessuna lotta davvero “giusta” può consentire di farsi
inquinare da una violenza fine a se stessa. […] Tanto più perché La Stampa è uno
dei pochi quotidiani italiani che, con continuità, ha dato spazio a voci
palestinesi, documentando il “genocidio a bassa intensità” a Gaza, il terrorismo
dei coloni israeliani e le torture in carcere dei prigionieri palestinesi. (rula
jebreal, la stampa, 3 dicembre 2025)
La differenza tra i due avvenimenti è l’esistenza dello Stato di Israele. Uno
Stato che, aggredito, risponde. Come tutti gli Stati. Che fortuna insperata per
gli antisemiti di tutto il mondo! Gli ebrei uccidono. È un’occasione, forse, per
ripulire la cattiva coscienza ereditata dai testimoni di uno dei più grandi
massacri della Storia, se non altro per numero di morti, e i mezzi adottati per
liquidarli, quelli degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, sotto lo
sguardo indifferente dell’umanità. Ed ecco che manifestazioni oceaniche
riempiono le strade delle grandi città di tutto il mondo. Sono manifestazioni
che superano per ampiezza quelle contro la guerra del Vietnam a suo tempo. Con
una palese differenza: all’epoca la gente gridava “pace in Vietnam!”. Dalla
bocca di coloro che oggi solidarizzano con Gaza, invece, la parola “pace” è
scomparsa. A rappresentare il Male, il Male da combattere, non è più il governo,
ma tutto Israele. […] I nuovi antisemiti di fatto stanno ritorcendo la Shoah,
che i negazionisti non sono riusciti a far vacillare, contro gli ebrei
stessi. Gli ebrei che, in questo periodo, stanno “genocidiando” un altro popolo.
Questo verbo non esisteva nei dizionari, ma è stato inventato proprio in
occasione della guerra di Gaza. (marek halter, la stampa, 26 novembre 2025)
Qualche anno fa, ispirati da Aristotele ed Hegel, avevamo una rubrica su Monitor
che metteva in evidenza lo squallore di ciò “che ci meritiamo” (i giornali che
ci meritiamo; i politici che ci meritiamo; i partigiani che ci meritiamo, e così
via). Ci ho ripensato giovedì a proposito dei telegiornali, imbattutomi con g.
in un servizio del Tg2 che nel dar conto dell’ennesima strage israeliana a Gaza,
dove con la scusa di ammazzare un militare di Hamas sono stati uccisi cinquanta
civili, di cui sette bambini, si leggeva il massacro come conseguenza di un
attacco di miliziani palestinesi a una pattuglia dell’esercito sionista, che
avrebbe provocato il ferimento – fonte: l’esercito stesso – di cinque soldati.
(credits in nota 1)
Sarebbe bello, anche solo a volte, sapere cosa diavolo abbiamo fatto di male.
a cura di riccardo rosa
________________________
¹ Robert De Niro, Dennis Leary, Anne Heche, Dustin Hoffman in: Sesso e potere,
di Barry Levinson (1997)
(disegno di ottoeffe)
L’inizio ‘ell’anne Ottanta, ‘o boom d’a robba ‘int’e fiale,
‘na Delta dint’o viale riflette cu ‘e spurtielle undice piane.
‘Mmano ‘e principiante curtiell’, bravi guagliun’ cu ‘e bazooka,
nun bazzeca nisciuno, nun pavano e cunsumano.
(co’sang, 80-90)
Un paio di settimane fa l’esercito italiano ha organizzato un’iniziativa a
Rotonda Diaz, patrocinata dal comune di Napoli e dalla Regione, per celebrare i
duemila e cinquecento anni del capoluogo campano. Diciassettemila metri quadri
di fiera promozionale del riarmo, con macchine da guerra, robot, droni e fucili
ipertecnologici.
«Buongiorno a tutti! Siamo in diretta su Radio Esercito da una Napoli che ci
accoglie sempre calorosamente, vero Benito?», apre uno dei radio conduttori.
«Assolutamente, guarda quanta gente! Ricordiamo gli appuntamenti della
mattinata…».
In realtà, solo pochi e sparuti avventori si accostano alla quindicina di stand,
ben distanziati uno dall’altro. […] Tra loro c’è qualche scolaresca elementare e
superiore. Le giacche di generali, ammiragli e colonnelli sono tutte una gara di
coccarde, medagliette e gradi militari. […]
All’improvviso, un cane robot verde militare fa capolino sull’asfalto della
rotonda, alle sue spalle c’è la banda che scandisce le prime note di una
fanfara. Mi avvicino a due insegnanti che accompagnano una classe delle
superiori, chiedo perché abbiano scelto quest’iniziativa per una gita
scolastica: «È stata una scelta della dirigente», mi risponde con scoramento una
di loro, l’altra fa spallucce.
(edoardo benassai, riarmo e propaganda. in gita al villaggio esercito di napoli)
Se è vero che la realtà supera la fantasia, mi è venuto da pensare che
all’appello mancavano la suora che in Brazil chiede specifiche tecniche a un
militare su una bellissima nuova mitragliatrice, e Travis Bickle, ex Marine,
tassista di notte, pornomane, sceso a Napoli per candidarsi come nuovo eroe
metropolitano con la sua Colt Python 357 Magnum. Atteso invano a lungo anche il
soldato Palla di lardo, annunciato ospite d’onore.
(credits in nota 1)
A proposito di soldati. Leggo che il ministro della difesa Guido Crosetto,
notoriamente legato all’industria bellica, ha rilanciato la proposta di una
nuova leva militare, che presenterà come disegno di legge prima al governo e poi
al parlamento. L’idea è di un meccanismo volontario, ancora da definire.
L’obiettivo sarebbe quello di una riserva di almeno diecimila persone, per farsi
trovare pronti alla guerra.
Il ponte sullo Stretto rappresenterà un punto importante per il trasporto, per
l’evacuazione e per garantire la sicurezza nel caso di un attacco da Sud del
fronte Nato. […] Non è solo l’acquisto di armi, la sicurezza. Ho una visione
della sicurezza molto ampia. Le infrastrutture sono fondamentali per garantire
la sicurezza. Credo che si debbano inserire anche ospedali militari, e non solo,
negli interventi e nel conto della percentuale di spese per la sicurezza.
Immaginiamo un ospedale specializzato per le vittime di attacchi Nbc
(nucleare-batteriologico e chimico). Speriamo che non accada ma bisogna essere
pronti. (antonio tajani, ministro degli esteri)
Il livello di analisi di Tajani è pari al mio quando auspico che entro una
cinquantina d’anni il continente africano sarà stato ridotto talmente allo
stremo che la sua intera popolazione si riverserà via mare verso le coste
europee, e saranno talmente tanti e arrabbiati che nulla potranno i cannoni
della Nato per arginare l’invasione.
A questi ottimistici discorsi da bar fa da contraltare la retorica paradossale
per cui l’esercito sarebbe il più importante attore nel percorso verso la pace
universale nel mondo. Si sente in effetti sempre più in giro, questa roba, per
esempio a me è capitato nei venti minuti che ho dedicato qualche settimana fa
alla visione di una surreale serata promossa da Rai Uno e dall’esercito italiano
dal titolo: “La forza che unisce”, condotta da Fabio Rovazzi e Serena Autieri –
è giusto che si prendano le loro responsabilità di fronte ai posteri anche gli
altri partecipanti come Noemi (peccato, mi era simpatica), Enrico Brignano
(classico comico che non fa ridere), Pietro Mazzocchetti e Luca Cena (ignoro chi
siano).
Almeno dieci volte in pochi minuti ho sentito dire che l’esercito serve a
“garantire sicurezza, ma anche portare aiuto” e soprattutto “a costruire ponti”
(forse si riferiva a questo Tajani, parlando di quello sullo Stretto). Un po’
come in quei musicarelli tutta propaganda degli anni Sessanta, dove Morandi e i
suoi commilitoni, in servizio di leva sotto il Vesuvio, giocavano sulle brande
facendosi scherzi bonari, per poi fidanzarsi, da reclute, con le figlie dei
marescialli (povero Nino Taranto, doveva avere seri problemi di soldi per
ridursi a fare quella roba).
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/11/morandidef.mp4
(credits in nota 2)
Certe vecchie buone abitudini non vanno perdute. Fiction d’accatto, film su
presunti eroi in divisa e speciali televisivi non raggiungono tuttavia la
sfacciata ipocrisia delle istituzioni, che evidentemente non possono fare a meno
di una protezione fucile in spalla per sopravvivere.
Il 7 dicembre, il giorno di Sant’Ambrogio, santo patrono di Milano, il comune
assegnerà le benemerenze civiche o, come vengono chiamati di solito, gli
“Ambrogini d’oro”. Sono riconoscimenti che vengono dati tradizionalmente ogni
anno ai cittadini di Milano, agli enti o alle associazioni che “con atti di
coraggio e abnegazione civica abbiano giovato a Milano”. […] Tra queste c’è
anche il nucleo operativo radiomobile dei carabinieri del comando provinciale di
Milano. Non è strano che un riconoscimento del genere venga assegnato a un
reparto delle forze dell’ordine: questa unità si occupa del pronto intervento in
caso di emergenze, risponde alle chiamate del 112, pattuglia le zone della città
e fa i posti di blocco. La candidatura del nucleo radiomobile, però, era stata
fatta dalla consigliera leghista ed europarlamentare Silvia Sardone, che l’aveva
motivata sottolineando che i carabinieri di questo nucleo “rappresentano un
simbolo di affidabilità e credibilità nella Milano di oggi. Lo hanno dimostrato
anche la notte del 24 novembre 2024 durante un inseguimento che è poi finito
sulle cronache dei giornali alimentando assurde polemiche”. (redazione “il
post”, milano assegnerà un “ambrogino d’oro” molto compromettente)
Per chi non ricordasse, il 24 novembre è la data in cui un diciannovenne del
Corvetto, Ramy Elgamil, è morto cadendo dal motorino al termine di un
inseguimento per opera proprio del nucleo radiomobile; le inchieste giudiziarie
non hanno chiarito la dinamica dell’incidente, ma l’Arma era finita in enormi
polemiche per le modalità con cui gli agenti avevano portato avanti
l’inseguimento, testimoniate dalle dash-cam delle auto, e per i tentativi di
depistaggio: oggi cinque di loro sono indagati, ma soltanto uno per “omicidio
stradale” – per approfondire si consiglia la lettura di La Milano di Ramy e
quella delle zone rosse, di Rajaa Ibnou, pubblicato su Monitor il 13 gennaio
2025.
A proposito di militari e fucili, una cosa ancora: c’era un vecchio partigiano
che ho conosciuto quando ero ragazzo che una volta disse, in un umido box auto
allestito a sezione di un partito che si considerava impunemente comunista, che
il fucile in sé non è una cosa sbagliata. Bisogna solo che stia nelle mani
giuste.
Dalla tragedia cilena capimmo le gravi responsabilità dei partiti riformisti
che, non avendo dato fiducia alle masse proletarie che chiedevano armi per
difendere quel percorso di trasformazione sociale, riposero fiducia nelle
istituzioni rendendosi responsabili del massacro. Gli slogan chiarivano il
nostro pensiero: «Cile, Cile, mai più senza fucile!». (salvatore ricciardi,
maelstrom)
(credits in nota 3)
a cura di riccardo rosa
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¹ Ronald Lee Ermey e i suoi aspiranti marines in: Full Metal Jacket, di Stanley
Kubrick (1987)
² Dolores Palumbo, Nino Taranto, Gianni Morandi e Laura Efrikian in: Se non
avessi più te, di Ettore Maria Frizzarotti (1965)
³ Diego Armando Maradona ferisce, sparandogli con un fucile ad aria compressa,
quattro tra le decine di giornalisti che, in accampamento fuori i cancelli della
sua villa di Buenos Aires, gli assediavano casa (1994)
(disegno di ottoeffe)
«La Terra è cattiva, non dobbiamo addolorarci per lei».
«Cosa?».
«Nessuno ne sentirà la mancanza».
«Ma dove crescerà Leo?».
«L’unica cosa che so è che la vita sulla Terra è cattiva».
«Potrebbe esserci vita in altri luoghi…».
«…ma non c’è».
«E tu come lo sai?».
«Perché io so le cose».
(dialogo tra justine e sua sorella claire, melancholia, di lars von trier)
Siccome le cose non vanno un granché ultimamente, ho deciso di calcare la mano e
mi sono rivisto in tre giorni tre film di Lars von Trier. Fine del mondo,
scoramento, depressione, vendetta, calamità, fustigazione avrebbero tutte potuto
essere parole della settimana. Ma non lo sono.
Ho visto per la prima volta sia Dogville che Melancholia a un cineforum che
alcuni amici tenevano nell’aula delle Mura Greche a palazzo Corigliano, sede
dell’Orientale, luogo che nei miei primi anni di università mi sembrava
frequentato da gente interessante, pieno di angoli stimolanti (c’era una radio
in un’aula occupata proprio sopra le Mura Greche, che oggi è un insopportabile
cubo bianco per lezioni che vanno quasi sempre deserte), di continui confronti,
e anche scontri, di vario genere.
Del cineforum ho parlato qualche tempo fa a uno studente al primo anno di lingue
e letterature moderne. Mentre provavo a dirgli del lavoro di preparazione, delle
riflessioni pre e post proiezione, delle connessioni che si cercava di costruire
con l’attualità, lui non riusciva a non farmi domande che solo dieci anni prima
sarebbero sembrate venire da un altro pianeta. Del tipo: «Eh ma si teneva
l’università aperta dopo le sei?», oppure «E il rettore lo faceva fare?», o
ancora «Eh ma per i film scaricati da internet nessuno rompeva le scatole?». In
effetti i film erano scaricati illegalmente, al rettore solo a volte veniva
mandata una mail o un volantino per conoscenza dell’iniziativa, e lo stesso si
faceva con le guardie giurate che rimanevano a sorvegliare il palazzo,
preoccupandosi appena che non si esagerasse con la birra e le bottiglie in
vetro.
(dal blog del Cineforum Orientale 2.0)
Riguardando più attentamente Dogville (2003) mi sono accorto di non aver notato,
a suo tempo, una scena che in un certo senso ne anticipa un’altra, centrale, in
Melancholia (2011).
Nel primo film c’è Grace (Nicole Kidman) che viaggia su un furgoncino pieno di
mele, dove si è nascosta per scappare dalla città. A un tratto il furgoncino
viene fermato e Ben, guidatore e proprietario del mezzo in pieno spettro
autistico, la stupra minacciandola di consegnarla alla polizia se avesse
proferito parola.
Quella scena mi è sembrata rimandare a un momento chiave di Melancholia, ovvero
quando Justine (Kristen Dust) premonisce la propria depressione dovuta alla
consapevolezza di una fine del mondo imminente, e si immagina addormentata sul
letto del fiume come Ofelia, che in un fiume si suicida dopo aver preso atto
della follia del suo Amleto, in realtà fintosi pazzo.
Mentre Justine però, “sa le cose”, e sa che l’impatto con un gigantesco pianeta
blu sta per distruggere la Terra, Grace non sa nulla, eppure con la stessa
atarassia accetta il destino, giacendo inerme tra le mele, prima, durante e dopo
lo stupro, convinta di dover comprendere, se non giustificare, tutto il male che
le viene e le verrà fatto («Tu, la mia cara figlia, perdoni gli altri con delle
scuse che poi mai al mondo permetteresti a te stessa»).
Grace può essere letta come una rappresentazione di Cristo, figlio del dio
onnipotente e vendicativo del Vecchio Testamento, che lascia il regno del padre
per andare in terra, e mondare gli esseri umani dei loro peccati, sacrificando
la propria vita per loro. […] Allo stesso modo, si presta ad essere sacrificata
per la salvezza morale di Dogville, lasciandosi umiliare e torturare per il
raggiungimento di un bene superiore, quello morale, appunto. […]
Grace distrugge Dogville, teatro del suo estremo sacrifico, come l’Io
sacrificale che sfugge ad un Super Io vendicativo, per poi accettare di compiere
una spaventosa vendetta. Nel momento in cui Grace dà l’ordine di uccidere tutti
eccetto il cane, noi spettatori godiamo della sua vendetta. Proviamo una
soddisfazione infantile e feroce nel vedere ripagati i torti subiti dalla
protagonista. […]
Von Trier descrive nel personaggio di Grace una anti-Cenerentola, che non viene
ripagata con l’amore per essersi fatta maltrattare con educazione e gentilezza;
una versione femminile del Tito Andronico di Shakespeare che pretende sangue per
sangue, mano tagliata per mano tagliata, figlio per statuetta. Per il regista
probabilmente non esiste alcun bene superiore, non esiste alcun dio
misericordioso che ci ripaga dei sacrifici che ci siamo autoinflitti, ma solo un
dio vendicativo e onnipotente. (valeria colasanti, dogville. di lars von trier,
in: doppio sogno. rivista internazionale di psicoterapia e istituzioni)
Va detto che se davvero esiste un dio vendicativo e potente siamo probabilmente
spacciati, perché deve averne le palle piene di noi tutti:
La Cop30, dove si decide come evitare che il pianeta bruci a causa del
riscaldamento globale, è stata sospesa per un incendio (wired, 20 novembre
2025).
Eppure una volta “sapute le cose” si potrebbero ancora immaginare delle
strategie:
Scoperta una Super-Terra, c’è vita sul pianeta GC 251 C?
Il pianeta è a “soli” 20 anni luce da noi. E potrebbe ospitare acqua
(adnkronos, 24 ottobre 2025)
Le ricette non mancano:
I filtri nei condizionatori aiutano a salvare il pianeta (hdblog.it, 28 ottobre
2025)
A Spoleto un murale per salvare il pianeta (spoletonline.com, 19 settembre 2025)
Più tasse a Bezos per salvare il pianeta: maxi striscione di Greenpeace a
Venezia (vez.news, 23 giugno 2025)
Salvare il pianeta… dagli ambientalisti (corriere della sera, 25 settembre 2025)
Diamo dunque il benservito a ogni Grace e Justine: quello che conta è agire!
La Danimarca vuole salvare il pianeta… macellando nel suo regno balene e delfini
(tviweb.it)
(e questo sì che lo farà ammattire, povero principe).
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/11/amletomonitor.mp4
(credits in nota 1)
a cura di riccardo rosa
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¹ Pino Micoli e Giulio Pizzirani in: Amleto, di Maurizio Scaparro (1973)