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La parola della settimana. Stress
I danni strutturali. Le crepe, le signore del quartiere, Rosa, Fortuna, Mena, produci consuma crolla. Il sindaco, il prefetto, Musumeci, la Protezione civile, Bertolaso, Berto-naso, le discariche, gli scontri, l’Opus Dei. Gli zaini pieni, le mutande da lavare, le camicie, l’acidità di stomaco, dormire male, mangiare peggio. Le birre, il liquore all’arancio, l’aria nella pancia. Ciro, Pietro, il divano, Fisciano, il gruppo Whatsapp, gli sfollati, i ritardi. I baraccati, la mensa, le patate, il sopralluogo, la Protezione civile, i pompieri, Propaganda Live, via Enea, via Di Niso, via Caio Asinio Pollione. L’assemblea, il bonus affitto, il tendone. Le brandine, le carte, le cartine, le canne, il vino scadente, l’acidità di stomaco. La Botte Buona, le botte buone, i celerini, le casse, il corteo. Lo spazzolino, il dentifricio, i pezzi di muro, l’intonaco, i vicini, l’amministratore, la signora delle pulizie. C’a facimm’ ‘a galera! ‘A dint’ o ‘a fore è ‘o stess’: mutanda Uomo, cazettin’ No Stress. (speranza, givova) Il telefono scarico, la penna di tre euro e cinquanta, la tesi di dottorato, il Manifesto. Il filo del computer, il caffè a letto, il letto sfatto, il Labriola, lo sfratto, gli sgomberi, i crolli, i pompieri, il mare, il Praru, la radio, l’armadio. Il centro analisi, l’assicurazione della macchina, l’assicurazione del motorino, l’assicurazione che ne usciamo sempre. Il cibo nel frigorifero, la tisana zenzero e limone, i crampi, le scarpe nuove, la pancia gonfia, il jeans sporco, la camicia pulita. – ‘E visto ‘cca che panza ca sto facenno, ma’? – Uh mamma mia, mo’ caccia n’ata nuvità: ‘a panza! Ma aro’ a vire ‘sta panza? Quello è il nervosismo. […] Tu te crire ca quanno uno sta accussì, senza fa’ niente, sta calmo e sta tranquillo: Vince’, la mente ave bisogno di sta’… occupata, insomma, ‘e fa qualche cosa, non so, un lavoro… – Eh, ‘nu lavoro… ‘o ‘ssapevo! – Eh! ‘Nu lavoro… nun l’hai visto a tuo fratello? – Uh ma’, ja lasciami… Vai ja, mo’ vengo! Io ‘o ‘ssapevo: tuo fratello! Quanno parl’ ‘e chill’ mamma mia d’o Carmine… Me saglie ‘o nervosismo… saje addo’? Me faje veni’ ‘na panza ‘e chesta manera! (massimo troisi e olimpia di maio, scusate il ritardo) Il casello, l’autostrada, Marcianise, i Quartieri, il Vomero. La genovese, la dieta, il cornetto vegano, il registratore, l’operaio più anziano. Il bonus affitti, Alessia, Antonella, Pina, i guardiani della Nato, la Protezione civile, la dirigente incivile. L’ingegnere strutturista, i pompieri, l’ingegnere strutturale, il raffreddore, l’umidità, le scale a piedi, i borsoni, i giradischi, il rione Sanità, la sanità pubblica, la sanità privata, la sanità mentale, l’insanità statale. Breathe the pressure, come play my game, I’ll test ya. Psychosomatic, addict, insane. Come play my game. L’Africa, Parigi, 18 vagues. I senza tetto, i senza casa, i balconi pericolanti. I tramezzi, i muri maestri, i venerabili maestri, i maestri di strada, i maestri in strada, la strada maestra, le bandiere, la Digos. La delegazione, palazzo Chigi, Musumeci. Le nuove edificazioni, il Praru, Manfredi, Meloni, Fitto, Mattarella. Daniele, Enzina, Carmela, libanese grande, libanese piccola. Via Boezio, Cupa Starza, il pazzo del quartiere, i cazzi da cacare, il freddo, le guardie. Walter, Paone, la colmata, la stuccata, i polacchi, gli albanesi, l’assemblea popolare. Iskra, l’Assise, i No Box, Mare Libero. Villa Medusa, Villa Avellino, Potere al popolo, potere al povero, potere scomodo, potere lurido. Perditempo, Alfonso, Tonino, la Nastro, le casse, le tasse. Il garage, i debiti, i crediti, l’abilitazione, gli anni Sessanta, Boccaccio Settanta. Pasolini, il Peroncino, le birrette. Vonk, i pozzi, le fumarole, Tonino lo scienziato, i terremotati, la grondaia, la colata, la colmata. I miei mali fisici andavano e venivano sovente o a distanza di tempo, proprio come un cambiare e rimettersi del tempo che dobbiamo subire e che non possiamo modificare. […] I medici mi dichiaravano malato perché sapevano quanto io soffrissi e come certe volte, ogni giorno, facessi fatica a resistere, ad andare avanti. E loro invece di aiutarmi a prevalere sui miei mali li rafforzavano per sgominarmi del tutto. […] Avevo denunciato i miei mali perché ero abituato a farlo mentalmente; perché il farlo costituiva ormai un fatto quotidiano o almeno frequente della mia vita; un’operazione che mi consentiva allora di sollevare i miei mali un momento dal mio corpo e dalla mia anima e di vederli distanti, lontani, come sopra un davanzale dal quale fosse poi possibile farli sparire o riprenderli, secondo la mia volontà. […]. Ma insieme avevo il timore che fossero improvvisamente scomparsi. (paolo volponi, memoriale) Subito, Tecnocasa, Bakeka, Idealista. Un idealista, un turnista, un ciclista. Un prete, un poeta, un comunista. Due comunisti, tre comunisti, quattro comunisti, i muri, i graffiti, le crepe, le crepe a croce, le croci con la mano sinistra, i disoccupati, i proletari, gli affittuari, i proprietari, i magliari, i falsari. Licola, Varcaturo, Monteruscello. Gli speculatori, i mediatori, i sensali, i muratori. Le caparre, le agenzie, le referenze, le competenze, i vulcanologi, gli urbanisti, gli ingegneri, la Protezione civile. Il 110, il bonus sisma, il bonus affitto, il bonus nella bolletta. La sosta del campionato, la sosta sull’autogrill, le pizze, le cocacole, le frittate di maccheroni, i copertoni, il gommista, il cambio d’olio, il tagliando in corso, il tagliando vecchio, il passato il presente il futuro, è meglio niente ‘nzieme che essere ricco sulo. (a cura di riccardo rosa)
parola della settimana
La parola della settimana. Crepa
(disegno di ottoeffe) […] quando a tanta scossa il povero regno italico faceva da ogni parte le crepe. (giosué carducci, prose) Ashikaga Yoshimasa fu nominato shōgun (una via di mezzo tra un comandante dell’esercito e un dittatore militare) nel 1449. Contribuì allo sviluppo culturale del Giappone: in particolare durante il suo governo nacquero la cerimonia del tè, l’Ikebana, il teatro Nō e la pittura con inchiostro cinese. Promosse infine l’armonizzazione tra la cultura della corte imperiale (Kuge) e quella dei samurai (Bushi). Un giorno Yoshimasa fece inviare in Cina una sua preziosa ciotola di tè per ripararla. Quando gli fu rispedita indietro a corte, però, si imbestialì perché le crepe erano ancora ben visibili. Per placarlo, gli artigiani giapponesi usarono un escamotage: utilizzarono, per riempire prima e ricoprire poi le crepe, la foglia oro, dando all’oggetto un’immagine nuova, risplendente grazie alla lucentezza del metallo. Quella tecnica divenne celebre in Giappone con il nome di Kintsugi (金継ぎ), letteralmente “riparare con l’oro”, grazie alla sua doppia valenza: da un lato permette agli oggetti rovinati di riacquistare splendore, dall’altro mostra con orgoglio le cicatrici, saldando sì le crepe ma valorizzandole, rendendole l’elemento più prezioso di un oggetto. L’assemblea sottolinea lo stretto legame esistente tra la situazione bradisismica e gli sviluppi futuri sull’area ex Italsider, in particolare rifiutando ogni possibile azione speculativa e che aumenti le cubature edilizie, la cementificazione e il congestionamento dell’area. […] L’assemblea ha approvato all’unanimità le seguenti rivendicazioni: –       Controllo e censimento a tappeto per la stabilità di edifici pubblici e privati a carico dello stato –       Pubblicazione della documentazione relativa alla verifica sismica –       Soluzioni alternative, sostenibili e dignitose, sul territorio, per gli sfollati da edifici a rischio –       Blocco dei mutui, senza maturazione degli interessi, e degli affitti per tutti gli sfollati –       Blocco e annullamento della cementificazione ulteriore dei Campi Flegrei, fermando subito tutti i nuovi progetti di edilizia privata (dal verbale della quarta assemblea della decima municipalità occupata – continua a leggere qui) Vurria addeventa’ ricco e chino e sorde Pe’ chello ca me credo ca è ‘a ricchezza: è ‘o sanghe e ll’ate, nu braccio ca se spezza. Vurria penza’ a sta buono ogni matina Pensanno ca so’ stato fortunato, Ca si guadagno è n’copp ‘o sanghe ‘e ll’ate. (24 grana, ‘e kose ka spakkano) . A dispetto degli annunci fatti dal ministro già dalla fine del 2023, la gestione della fuga dalle abitazioni in occasione delle scosse più forti è solo sulle spalle dei trentamila cittadini della zona. Le simulazioni di questi mesi sono state poche e mal organizzate, mentre soltanto di recente prefettura e Protezione civile hanno elaborato protocolli per persone con disabilità e piani specifici per la gestione degli sciami sismici in orario scolastico (d’altronde solo dal 5 marzo è online la piattaforma per chiedere un sopralluogo agli edifici privati). […] La poca disponibilità del sindaco Manfredi e dell’assessore Cosenza a indire incontri informativi sul territorio è stata messa in evidenza dai cittadini che hanno partecipato al consiglio comunale di lunedì. In tutta risposta questi hanno ricevuto rassicurazioni per un una giornata di confronto alla municipalità… il 28 aprile! Per aprire alla popolazione le porte della ex base Nato, invece, […] è stata necessaria una piccola sommossa: fino a mercoledì, infatti, le centinaia di cittadini che con gli eventi sismici più importanti lasciavano la propria casa, venivano dimenticate per ore sul viale della Liberazione, dove si riunivano pur senza acqua e possibilità di andare in bagno, e avendo come unico referente una o due pattuglie della polizia municipale. (riccardo rosa, la gestione della fuga sulle spalle dei residenti) La parola “crepare” viene dal latino col significato di “scricchiolare”, ma anche di “scoppiare”. La frattura separa in modo netto due parti, che potranno essere riunite solo grazie a un intervento antropico, o rimarranno separate. Se la lingua è mondo, è specchio, trovatici con la pupilla spalancata, pescaci da quel nero quell’inchiostro che dica la parola verticale. Alla sua ombra crescono domande, si fa spazio al respiro del pensare. (elisa biagini, da una crepa) Il consiglio è stata la solita fiera delle belle parole senza fatti concreti. Tutte le istituzioni hanno espresso la necessità di “continuare a sensibilizzare la popolazione” partendo dalle scuole e dagli infopoint sul territorio (pochi e malgestiti), cercando nell’ordine degli psicologi una sponda per il supporto psicologico. In realtà appare, questo, uno dei punti più critici della gestione del fenomeno in questi due anni, e l’elemento che ha creato la vera frattura tra le istituzioni e le persone, lasciate sole sia nei momenti di rallentamento delle scosse che in quelli in cui la cosiddetta emergenza (si può definire tale un fenomeno naturale che si ripresenta cronicamente e per periodi tutt’altro che brevi?) si fa più pressante, a cominciare dalle notti in cui centinaia di cittadini si radunano sul vialone dell’ex base Nato di Bagnoli e, a stento, vengono mandati a supportarli una o due pattuglie di vigili urbani. Altro tema centrale è il sostegno economico per la messa in sicurezza degli edifici. (francesco nunziante, bradisismossessivo. un mese di “emergenza” tra scosse, occupazioni e istituzioni latitanti) C’è una parola molto in voga nel gergo calcistico internazionale, craque. Una parola che in molti, anche tra gli addetti ai lavori, usano senza capirla, riconducendola a crack. Un calciatore è un crack perché “spacca le partite”, semplicemente entra e le cambia, oppure perché all’improvviso decide di entrare in azione e fa un po’ ciò che vuole; ancora, secondo altri, perché la sua esplosione segna una frattura, una crepa, tra ciò che c’era prima e dopo di lui. Come un Cristo, o un Buddha. Baggio è, davanti a Vialli, il cannoniere di questa piccola Coppa, con nove reti in otto partite. […] Se le cifre si estendono a tutta l’estate, ecco che per Baggio diventa un trionfo. Ha fatto gol amichevoli al Casteldelpiano, al Poggibonsi, alla Lucchese (prima delle quattro doppiette finora realizzate,), al Torino. E poi quasi sempre in Coppa Italia: all’Avellino, alla Virescit, all’Ancona, all’Udinese, infine all’Inter. Siamo di fronte al nuovo crack del calcio italiano. (due campioni da scoprire, 30 settembre 1988) In realtà la parola viene dal calcio sudamericano, ed è semplicemente la traduzione di “asso”. Esiste anche un premio, nel campionato brasiliano, “El Craque do brasileirao”, lo scorso anno vinto da Luiz Henrique André Rosa da Silva, più noto come Luiz Henrique. L’attaccante di Petropolis, comune dell’area metropolitana di Rio, ha ventiquattro anni ma ha già girato mezzo mondo. Tra i diciotto e i ventuno anni ha giocato nel Fluminense, poi al Betis di Siviglia, poi è tornato in Brasile (Botafogo, con il quale è stato nominato miglior giocatore della finale di Coppa Libertadores, vinta per 3-1 contro l’Atletico Mineiro) e un mesetto fa è tornato in Europa, acquistato dallo Zenit di San Pietroburgo, per trentacinque milioni di euro. Henrique, dopo aver segnato, esulta di solito con la mossa di T’Challa, personaggio Marvel e re del Wakanda, e protettore del paese nei panni dell’eroe Black Panther. La sconfitta complessiva del movimento nato negli anni Sessanta, è stata particolarmente dura per la componente afroamericana. […] La massiccia introduzione di droga – soprattutto il devastante crack – nella comunità nera, nell’indifferenza, se non compiacenza, delle autorità, ha trasformato i ghetti in “terre di nessuno” dove l’attività criminale e l’appartenenza a una gang rimane l’unica forma di ascesa sociale e di riconoscimento, e la violenza dei neri contro neri ha raggiunto livelli intollerabili. Il “problema nero” è stato abbandonato a se stesso, al suo autocontrollo distruttivo, da una società americana sorda e insicura che ha rinchiuso i neri poveri fra le mura invisibili del ghetto e quelle, tangibili, delle prigioni» (paolo bertella farnetti, pantere nere. storia e mito del black panther party) (a cura di riccardo rosa)
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La parola della settimana. Disperanza
(disegno di ottoeffe) «Dalla disperazione alla disperanza», mi ha proposto -ma venerdì sera, al termine del concerto di presentazione del nuovo disco di Ciro Riccardi (per gli amici Cerone), e nell’invitarci a berne ancora un ultimo, in un noto bar rifugio dei poeti decadenti del centro città. Del disco di Ciro (Ncopp’a sta terra, prodotto da Phonotype Records) il brano più bello mi è parso Arrassusia, scritto e interpretato da Libera Velo, regina del rocksteady cittadino. È, “arrassusia”, una parola di scongiuro ma anche – appunto – di speranza, condivisa da due o tre dialetti meridionali, che scaccia la iattura e gli iettatori, la malasorte e le ciucciuvettole, e chi più ne ha più ne metta. Io nun te voglio appacia’, ‘e criature a dummeneca nun ce vonno jì dint’e centre commerciale… Cavie, zoccole p’e saittelle! Io nun te pozz’ appacia’, ‘e criature a dummeneca nun se ne vanno p’e centre commerciale… Cavie, zoccole: puortàle ‘o mare! (libera velo, cricche)  Ora, su questa “dis-peranza” ho riflettutto durante tutto il viaggio in motorino di ritorno verso casa, e pure la mattina dopo mentre lavoravo con un gruppetto di ragazzi e ragazze del liceo del quartiere. Il dizionario sembra le dia dignità solo mettendola in competizione con la disperazione (“ha sign. più tenue che disperazione, ma nella lingua ant. le due parole sono sinonimi”), eppure a me sembra una condizione assai diversa, definibile più per sottrazione, che poi è la cosa su cui meglio sto lavorando con questi adolescenti, con cui ci interroghiamo sulle tecniche per raccontare attraverso un testo il reale. C’è un ulteriore uso che merita di essere citato, perché arricchisce la tavolozza dei nostri sentimenti: è stata detta “disperanza” anche quel sentimento sublime di sgomento che si prova davanti all’immenso, all’indomabilmente vasto — e ciò che ha questi caratteri. Per esempio, si può parlare della disperanza delle vette innevate, o del mare in tempesta. Non è un nesso abituale, ma è facile accorgersi come ci possa essere o possa mancare, nel rapporto con le grandezze del mondo, un senso di fiducia che è una sfumatura di speranza, o di sfiducia che è disperanza. (unaparolaalgiorno.it) Che sia, quindi una questione di ottimismo? Di punti di vista? Di narrazione? Infatti ho speranza, finché non muoio, che tanto è l’ultima e m’illumina nel vuoto. Decollo, pronto al volo col mio poto, plata o plomo, parla poco, placca l’uomo e dà un cazzotto, romanzo l’accaduto in un salotto, perché sono scrittore e interprete, Black Lives Matter! Per ogni sbirro che spara nelle vertebre e mai smette. Come evadi dai problemi che ti fai, in pochi metri quadri? Giocherai alla Play dal tuo compagno di banco delle elementari. (speranza e tedua, a la muerte) Ho avuto varie discussioni interessanti in questi giorni con alcune tra le persone che hanno occupato, questa settimana, la sede della municipalità di Bagnoli, soprattutto sulla necessità di rilanciare la lotta sulla rigenerazione urbana dell’ex area industriale, ora che l’accoppiata Manfredi-Meloni sta pezzo dopo pezzo smantellando gli elementi più scomodi (per loro) del piano, ovvero quelli che recepivano trent’anni di lotte popolari sul territorio. Il tema è sempre quello, provare di continuo a rinnovare le pratiche e i linguaggi, giocare all’attacco elaborando nuove strategie da integrare alle forme di lotta tradizionali, superare lo sfinimento della comunità del territorio logorata da trent’anni di scientifico abbandono e sperpero di centinaia di milioni di euro senza risultati. Dis-perare allora, o seguitar il canto con quel suono di cui le Piche misere sentiro lo colpo tal, che disperar perdono? In questo passaggio del Canto I del Purgatorio, Dante in fondo ci risponde: chiede a Calliope di aiutare il suo canto con quello stesso suono con cui la musa della poesia sconfisse le figlie di Pierio, re di Tessaglia, che l’avevano sfidata con un grave atto di superbia. È superbia, lottare nella disperanza? Ostinazione, inflessibilità, autoassoluzione? Ho nel mio studio un manifesto incorniciato che sempre mi ricorda: (da: elpressentiment.net) Post scriptum. Le Piche in cui vengono trasformate le figlie di Pierio, altro non sono che delle gazze (pica pica è il nome latino dell’animale), uccelli appartenenti alla famiglia dei corvidi, dal colore nero sericeo e bianco candido. Gazza è anche il soprannome di uno dei miei calciatori preferiti, e per alcuni dei miei amici pure il mio; è inoltre il simbolo della città del nord est inglese a cui sono legato, e da cui proviene quello stesso giocatore. Un giorno, gironzolando per le sale del museo d’arte moderna di Madrid, rimasi a guardare affascinato un piccolo libro di Lise Deharme e Joan Mirò, che ha per tema proprio la sintesi tra lo sperare e il dis-perare, al di fuori di qualsiasi condizionamento proveniente dal mondo reale (In questo modo, l’autore rimane fedele all’idea surrealista che la disperazione è – paradossalmente – una fonte di speranza, leggo qui / traduzione mia). Il libro si chiama La petite pie. Ovvero, “la piccola gazza”. Il était une petite pie / C’era una volta una piccola gazza Toujours au désespoir / Sempre disperata Et toujours dans son lit / E sempre a letto Elle était toute noire / Era tutta nera Mais quand même très jolie / Ma ancora molto bella Elle partit à cheval / Andava a cavallo À cheval sur une souris / A cavallo di un topo En revint au plus mal / E in un brutto modo tornò Et mourut dans son lit / E nel suo letto morì (joan mirò, il était une petite pie)
parola della settimana
La parola della settimana. Guarattelle
(disegno di ottoeffe) Leggo avidamente il giornale. È la mia unica fonte di continua finzione letteraria. (aneurin bevan) Ha provato in ogni modo Donald Trump a richiamare all’ordine, senza successo, l’utile idiota, nazionalista e filonazista Volodymyr Zelenskyj, scaricato e quasi menato dal multimiliardario e fascista presidente degli Stati Uniti nel corso di una concitata conversazione in favore di telecamera, nello Studio ovale della Casa Bianca. s.m. [dim. di teatro]. – 1. Piccolo teatro, spec. per rappresentazioni di burattini o di marionette (e in questo caso può significare anche lo spettacolo stesso o il suo genere) e come giocattolo per bambini. 2. estens., spreg. Situazione o condizione ambientale in cui tutto si riduce a un gioco delle parti nel quale ognuno finge di recitare un certo ruolo: il t. della politica, espressione usata per definire una politica basata su tattiche e strategie collaudate. (teatrino: treccani.it) Zelenskyi ha provato inutilmente a dimenarsi, ma tra gli amici di un tempo (Trump l’aveva perso già anni fa, quando i due litigarono perché il presidente Usa gli aveva bloccato quattrocento milioni di dollari di aiuti militari, come emerso dall’Ucrainagate) non gli resta ora che qualche sparuto sodale in Europa. (vignetta di vauro) “Il difficile è la doppia voce, cioè alternare la voce naturale con quella artificiale ottenuta con la pivetta. Io dico che difficile è la voce artificiale per mettere in guardia l’apprendista: chi vuole apprenderla deve farlo con una volontà tale da fargli superare la paura. Solo così riuscirà. […] Poi riguardo alla scultura di un pupazzo, questa… (Nunzio guardò con ironia la testa) è ridicola, ma ridicolo mi sembra derivi dalla parola ridere e se fa ridere va bene per uno spettacolo; se poi sbagli e la fai seria servirà per un personaggio serio, non possono essere tutti buffoni, altrimenti è una buffonata, non è più uno spettacolo. L’importante non è il movimento, ma l’impostazione del dialogo e delle voci: quella del guappo è grossolana, prepotente, violenta; quella di Pulcinella può essere più violenta ancora ma si distingue per quel tono ottonato; poi si possono fare altre voci. Il burattinaio deve saper fare tutto: la donna, il prete, il carabiniere, Pulcinella”. (bruno leone racconta il suo primo incontro con nunzio zampella, in: le guarattelle. vita da burattinaio) (credits in nota1) I buffi sono concilianti, rallegrano la corte e le masse. Il comico che interessa a me è un’altra cosa. Cattiveria pura. Il ghigno del cadavere. Il comico è spesso involontario. Specialmente quando si sposa con il sublime. (carmelo bene) Oltre al carnevale propriamente detto, con tutte le sue azioni e processioni complicate che occupavano per giorni interi le piazze e le strade, si celebravano la “festa dei folli” (festa stultorum) e la “festa dell’asino”; ed esisteva anche uno speciale “riso pasquale” (risus paschalis) libero, consacrato dalla tradizione. Inoltre, quasi tutte le feste religiose avevano un loro aspetto comico, pubblico e popolare, anch’esso consacrato dalla tradizione. Questo era il caso, per esempio, delle “feste del tempio”, accompagnate di solito da fiere, con il loro apparato ricco e vario di divertimenti pubblici (vi si esibivano giganti, nani, mostri, bestie sapienti). […] Il carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. Era l’autentica festa del tempo, del divenire, degli avvicendamenti e del rinnovamento. Si opponeva a ogni perpetuazione, a ogni carattere definitivo e a ogni fine. Volgeva il suo sguardo all’avvenire incompiuto. (michail bachtin, l’opera di rabelais e la cultura popolare. riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale) (carnevale di dusseldorf, 2019) Scoprimmo che a carnevale si fittava la palestra a iniziative private, per fare il concorso “La più bella mascherina”; la gente s’accattava ‘e vestite: damina dell’Ottocento, Zorro, eccetera, facevano la sfilata e poi si premiava qualcuno. Dicemmo: cazzo! Il carnevale è stata una cosa popolare, di rivoluzione, che non ha niente a che vedere col recupero delle tradizioni borghesi tipo il Carnevale di Venezia, né con la grande spanciata di cose che sento di “critica sociale”, tipo il Carnevale di Viareggio. Il carnevale è fatto con materiali di recupero, senza spendere denari, gratuitamente, col coinvolgimento dei bambini che se lo ricordano per anni. Una volta un bambino ha scritto: “Oggi è una bella giornata, non perché c’è il sole ma perché stiamo lavorando insieme”. Classi diverse che collaborano, insegnanti meno stronzi degli altri che danno una mano e che si entusiasmano a fare ‘ste cose. Corteo: per le strade, la domenica, quando la scuola sta chiusa: o si costringe la scuola ad aprire o si porta la roba fuori, però si fa sperimentare alla gente del quartiere che cosa si può produrre nella scuola. Non costano niente, non c’è l’alibi: “nun tenimmo denari”, perché si usano materiali vecchi, ruote di carrozzino, le uniche spese sono il filo di ferro, la pittura e ‘a colla, poi la carta di giornale, anche se qua nessuno compra i giornali, ma la Gazzetta dello Sport va bene lo stesso. E in più l’abolizione di divisione tra alunni e professori, divisione di competenze, per cui magari l’alunno con difficoltà in italiano e matematica sape ‘nchiuva’ e si sente riqualificato nel rapporto con gli insegnanti e… e quest’è. Mi pare abbastanza, no? (felice pignataro in: felice!, di matteo antonelli e desirée klain) https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/03/pomiglianolow-1.mp4 (credits in nota2) Guappo: Ovvillann’ ‘ovvì! Nun te movere! Pulcinella: No no, aspett’ a ttè! Guappo: Aspe’ Pullecenè, acchiappa, tè! E una, doje, doje e mmiez… Pulcinella: E tre! (colpisce col bastone, poi i due combattono, continuano i lazzi, a un certo punto il guappo colpisce Pulcinella di striscio) Guappo: Ah! (colpisce) Pulcinella: Aaaah! Papàa! Aaaah, papàaa! (si accascia sulla ribalta) Guappo: Uè! Pulcinella: Oh! (si alza e si accascia di nuovo) Guappo: Che d’è? Susete. (lascia la spada sulla ribalta) Pullecenè! Pullecenè! Nè, che veco? Pullecenella ha fatto ‘a faccia janca janca, vuo’ vede’ che è muort’ Pullecenella? Finalmente Pullecenella è muort’! Pulcinella: (si alza e poi si abbassa) Frisc’ all’anema ‘e chi t’è muort’! Guappo: (si guarda intorno) Eh, mo sa’ che faccio, vaco a chiamma’ duje schiattamuort’ cu nu’ bellu tavuto, e facce veni’ ccà e ‘o port’ ‘o campusant’… (va via) Pulcinella: Addò vaje? Cuopp’ alless’! T’aggio fatt’ fesso! Appena arriva ccà, prrrr; ‘o facce spurtusa’ ‘o pertus’! Ovvilloco ovvì, arriva arriva… (si abbassa sulla ribalta) Guappo: Jamme giuvino’, purtate ‘o tavuto ‘a chesta parte, ‘o muort’ sta ccà ‘nterra, facimm’ ambressa, jamme! Pulcinella: Ovvilloco ovvì. Guappo: Jamm’, n’ati quatte pass’ site arrivat’. Caro Pullecenella, je nun te vulev’ accidere, perciò ‘a colpa è ‘a toja, mo ‘o paese sapenn’ nutizia ca je t’aggio acciso, addò me vedono vedono, mi chiammano e me fanno ‘on Pascà… Pulcinella: (si alza senza essere visto) ‘A capocchia! (si abbassa di nuovo) Guappo: (dopo aver scrutato tra il pubblico) Nun ce sta nisciuno! Che stevo dicenn’? Uommeni, anzian’, viecchie, giuvin’ e giuvinott’, se levan’ coppole e cappiello, e me diceno ‘on Pascà… Pulcinella: (si alza) Prrrr! (si abbassa di nuovo) Guappo: (al pubblico) Uè! Uèeee giuvino’! Vien’ a ccà! Dunque Pullecenè, al bando le chiacchiere, ‘o tavut’ sta arrivann’, je te mett’ arint’, te porto ‘o campusant’ e te sutterr’, poi essendo libero, me ne scapp’ a’ ‘Merica e accussì… Pulcinella: (si alza di scatto, prende la spada e lo colpisce) Pò! Guappo: Aaaah! Pulcinella: Scappa a’ ‘Merica, va’! Guappo: Aaaah! (resta con la spada infilata nel corpo) Pulcinella: Ah aaaah! Che d’è? Mo te fa male ‘a panza? Guappo: Pullecenè! Pulcinella: Che d’è? Guappo: Pullecenè te voglie bene, aiutame… Pulcinella: Pecché, che d’è? Guappo: Sto murenn… Pulcinella: Jett’ ‘o sang’! (nunzio zampella, il posto privato, l’arresto, la confessione e l’impiccagione) (credits in nota3) Due appuntamenti in tema, per chiudere: questo pomeriggio alle 18:00, a Casa Guarattelle (vico Pazzariello, 15/a), la Pulcinellata, con Bruno Leone e Planos Sklavenitis; martedì pomeriggio, alle 15:00, con partenza da piazza Montecalvario, corteo di Carnevale dei Quartieri Spagnoli (con arrivo e grande fuoco rituale a piazza del Gesù, insieme agli altri carnevali sociali del Centro storico)  (a cura di riccardo rosa)  _________________________ ¹ Le mazzate di Pulcinella, Bruno Leone (2010) ² Carnevale popolare di Pomigliano d’Arco, Gruppo di ideazione e produzione “Cronaca” (1977) ³ Ninetto Davoli, Totò, Carlo Pisacane, Franco Franchi, Laura Betti, Ciccio Ingrassia, Adriana Asti, Domenico Modugno, in: Che cosa sono le nuvole, Pier Paolo Pasolini (1968)
parola della settimana
La parola della settimana. Vigile
(disegno di ottoeffe) Ci sono adulti che hanno metodi particolari, talvolta efficaci, talvolta meno, per incoraggiare i giovani a coltivare le proprie ambizioni (sul tema della “motivazione” ci si è già espressi in questa rubrica). Avevamo una scuola di calcio popolare a Bagnoli, e c’era un allenatore che aveva dei metodi educativi interessanti, ma che a volte richiedevano discussioni collettive e, in certi casi, un reindirizzamento. Una volta, per far riflettere sulla sua arroganza un ragazzo che prendeva in giro un paio di compagni non ritenendoli alla sua altezza calcistica, gli fece fare un intero allenamento con un cartello sulla schiena su cui c’era scritto “Io sono di legno”. Un’altra, durante una riunione pre-allenamento in cui si parlava della scelta delle scuole superiori per l’anno successivo («Io voglio fare l’alberghiero, mi piace cucinare»; «A me piacerebbe il liceo classico»), pensò bene di suggerire a un ragazzo che non brillava per impegno scolastico: «Secondo me, Vince’, tu t’e ‘a mettere sulo ‘a marenna sott’o braccio pe’ jì a fatica’!». Avevo poi un professore, alle scuole medie, che in base all’idea che si era fatto dei suoi studenti gli pronosticava un futuro professionale. Tu, Giovanni? Medico! Tu, Ivana? Farai la scrittrice. Per quelli meno volenterosi, o meno svegli, aveva un’unica soluzione: il vigile urbano. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/lascuola.mp4 (credits in nota1) In queste settimane ha molto girato un articolo pubblicato da Osservatorio Repressione sull’approvazione del decreto Milleproroghe da parte del parlamento, che prevede, tra le altre cose, la possibilità di dotare i vigili urbani di tutti i comuni italiani del taser (della situazione napoletana avevamo accennato qui). Negli stessi giorni ventidue avvisi di garanzia sono stati consegnati ad altrettanti dipendenti della polizia municipale di Vico Equense per assenteismo e uso indebito, a fini privati, delle auto di servizio (una efficace analisi del fenomeno è rintracciabile, come direbbero gli accademici, nel lavoro di Fastidio, G., 2013). https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/ginof.mp4 Esiste molto materiale cult sul tema della percezione sociale del vigile urbano da parte della popolazione. Fondamentale è la deposizione in tribunale di Andrea Alongi, testimone nel processo per il caso Bonsu, ventiduenne ghanese pestato brutalmente da alcuni agenti della polizia municipale a Parma, nel 2008. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/alongi.mp4 Utile, anche se con risvolti decisamente meno drammatici, la visione del film Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (scritto da Maccari e Scola, e con un cast di fuoriclasse: Cervi, De Filippo, Fabrizi, Manfredi, Sordi). Alberto Sordi, in particolare, interpreta l’agente Randolfi, uno che “non perdona nessuna infrazione”, appioppando multe alle alte cariche istituzionali, ai pompieri, al passante che non attraversa con la dovuta precisione le strisce pedonali. Alla fine del film Randolfi verrà miseramente bocciato all’esame di francese con cui spera di far decollare la propria carriera e soprattutto, per la sua intransigenza mal digerita, trasferito a Milano”. A proposito di teste senza corpi e passaggi tra la vita e la morte: un centinaio di persone, o forse anche di più, sono state fortunate venerdì a vedere un’azione sonora all’Auditorium Novecento di Napoli. Era There lives what has no name (letteralmente: “Lì vive ciò che non ha nome”), un susseguirsi di ululati, soffi, colpi a fiato e a tamburi, piatti e triangoli per opera di Chris Corsano, Walter Forestiere, Antonio Raia e Makoto Sato, il tutto dentro le fiamme, i lacci, gli spuntoni e gli sputi, i cadaveri, le lingue e le frecce dei personaggi disegnati da Roberto-C. (foto di pazzaglia) Mi è rimasta impressa in particolare – forse è il fatto che in questi giorni il Papa sembra rischiare, come si dice a Napoli molto efficacemente, di “farsi la cartella” – l’immagine del corteo funebre di un cardinale portato in spalla da figuri tormentati mentre i tamburi dettano il passo. Per i latini feretrum non era solo la cassa da morto, ma anche la portatina su cui questa veniva traslata, utilizzata anche per le processioni, il trasporto in gloria delle statue degli dei e dei trofei (e infatti feretrum si traduce anche con “trofeo”). Pietro: Anche se ti sto già osservando da tempo con attenzione, non vedo in te alcuna traccia di santità, ma piuttosto molta empietà. Che significa mai questa compagnia che ti segue, tanto lontana dall’essere pontificia? Porti con te quasi ventimila persone, eppure in questa grande folla non vedo nemmeno uno che mostri un volto cristiano. Vedo una mescolanza orribile di uomini, nulla se non bordelli, vino e polvere da sparo che emana un odore disgustoso. Mi sembrano ladri assoldati, o piuttosto anime dannate che sono risorte dall’inferno per scatenare guerre in cielo. Ora, quanto più ti osservo, tanto meno vedo in te tracce di un uomo apostolico. Prima di tutto, che cos’è questa mostruosità, che mentre indossi l’abito del sacerdote celeste, dentro di te sei armato di armi insanguinate, tremando e facendo rumore? Inoltre, che occhi feroci, che bocca sfrontata, che fronte minacciosa, che sopracciglio altezzoso e arrogante! È davvero vergognoso dirlo e fastidioso anche solo vederlo: non c’è parte del tuo corpo che non sia contaminata dai segni di una lussuria mostruosa e abominevole. Senza parlare del fatto che sembri ancora ruttare e puzzare di vino e liquori, come se stessi per vomitare. Certamente, il tuo corpo appare in tale stato che sembri ridotto non tanto dalla vecchiaia o dalle malattie, ma dalla rovina dovuta alla dissolutezza, alla debolezza e all’abuso di cibo e bevande. (san pietro commenta l’arrivo al paradiso di giuliano della rovere, già papa giulio II, in: erasmo da rotterdam, iulius exclusus e coelis / traduzione – probabilmente discutibile – mia) (a cura di riccardo rosa) _________________________ ¹ Roberto Nobile in: La scuola, Daniele Luchetti (1995)
parola della settimana
La parola della settimana. Latino
(disegno di ottoeffe) Che chiagne a fa’, nun ce penza’ pecché ‘o latino ce pò aspetta’. ‘O mare no, l’estate va… ma che studia’! Chi t’o fa fa’? (nino d’angelo, arrivederci scuola) Forse anche quando chiamano qualcuno a fare un laboratorio in una scuola mandano i più bravi nelle scuole “bene” e poi via via gli altri, a scendere. A me capita quasi sempre di andare in scuole sgarrupate, con muri sgarrupati, soffitti sgarrupati e alunni (loro malgrado) sgarrupati, che avrebbero bisogno di ben altra continuità di intervento educativo, nonché, probabilmente, qualità di educatori. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/35eb95ea-2382-40d9-b0ce-5d1e228ff60e.mp4 (credits in nota1) Quest’anno mi è capitato di lavorare in una scuola del mio quartiere che è considerata da sempre di ottimo livello. Fino a qualche anno fa, trattandosi di un quartiere con una precisa storia e identità operaia, nelle assemblee e nei cortili di questa scuola si formavano un discreto numero di giovani attivisti, e a catena nascevano collettivi e laboratori politici. Oggi, a parte qualche eccezione, ci sono semplicemente ragazzi intelligenti, preparati e che prendono buoni voti. Con alcuni tra questi ragazzi sto ragionando sulla capacità della scuola di riflettere le diseguaglianze del nostro quartiere (e del mondo). Sono ben al corrente, anche loro, dell’esistenza di scuole in cui si riescono a fare riflessioni, che ne so, sulla strumentalizzazione da parte del capitalismo delle battaglie per i diritti civili, e dall’altro lato di istituti in cui non si può non tener conto dei livelli insufficienti di alfabetizzazione di buona parte degli alunni, né dell’apatia spesso frutto della lunga frequentazione di un’istituzione che non gli ha saputo dare risposte (senza contare quelli che fanno il conto alla rovescia verso il sedicesimo compleanno, per abbandonare gli studi). Con un ragazzo di una scuola sgarrupata abbiamo parlato del fatto che la scuola “dovrebbe abolire i libri” e che “ci vorrebbe una rivoluzione” perché così com’è non serve a niente. M. non parlava di proiettare film, leggere i testi delle canzoni, o menate del genere, ma proprio di una rivoluzione. Ci ho messo io, vicino alla sua imbeccata, una riflessione su quello che forse è un cambiamento genetico dell’umanità (e quindi, soprattutto, dei giovani) nel corso degli ultimi decenni, in termini di capacità di analizzare un testo scritto, mantenere la concentrazione, memorizzare dati, acquisire conoscenze. Forse varrebbe la pena smettere di rincorrere il mito enciclopedico di una presunta “cultura generale” (sempre più a portata istantanea di click) e dedicare il tempo scolastico – utilizzando la storia, la letteratura e la matematica – allo sviluppo del ragionamento, della capacità critica, dell’abilità a cogliere sfumature e complessità del reale, almeno nelle scuole elementari e medie. “Verrà anche incoraggiata la lettura di testi dell’epica classica ma anche della Bibbia per rafforzare le conoscenze delle radici della nostra cultura.”, spiega Valditara. Per quanto riguarda il latino, “pensiamo di reintrodurre opzionalmente elementi di latino già dalle medie, dalla seconda per la precisione, per numerose ragioni: apriamo le porte a un vasto patrimonio di civiltà e tradizioni; poi rafforziamo la consapevolezza della relazione che lega la lingua italiana a quella latina. E poi c’è il tema, importantissimo, dell’eredità”. “Adesso si apre un grande dibattito, aperto a tutto il mondo della scuola, ai corpi intermedi, alle associazioni disciplinari. A fine marzo dovremmo essere pronti con gli ultimi ritocchi perché le novità entrino in classe con l’anno scolastico 2026-27”, conclude il ministro. (Scuola, nuovi programmi: latino alle Medie, storia dell’Italia e lettura della Bibbia, il sole 24 ore) https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/149ec866-c901-4963-8a11-b44e058b5e5f.mp4 (credits in nota2) Anche negli Stati Uniti si parla in questi giorni di riforme della scuola, e dell’intenzione manifestata più volte dal presidente Trump di abolire in toto il Dipartimento dell’istruzione, che sarebbe colpevole, a suo avviso, di alimentare e diffondere l’ideologia woke, con l’obiettivo di contrastare ingiustizie sociali, razziali o di genere. Un compito che, considerando come è messa male l’America, forse il Dipartimento non sta svolgendo esattamente alla grande. I festeggiamenti del primo mattino nel quartiere Little Havana di Miami sono stati di una portata che non si vedeva dalla morte del dittatore cubano Fidel Castro, otto anni prima. Anche nel sobborgo di Westchester, saturo di immigrati, i latinos hanno festeggiato oltre l’alba, quando è stato confermato il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. I festeggiamenti di mercoledì mattina nel sud della Florida hanno rispecchiato la sorprendente vittoria di Trump nella contea di Miami-Dade, a maggioranza ispanica […], che non era stata conquistata da un candidato repubblicano da più di trent’anni. La sua vittoria, alimentata in gran parte dal sostegno degli elettori latini e ispanici, in particolare degli uomini latini, si è ripetuta in una contea dopo l’altra negli stati in bilico. […] In Pennsylvania, orde di portoricani che hanno visto la loro patria definitiva “un’isola galleggiante di spazzatura” durante il comizio di Trump al Madison Square Garden appena una settimana prima, sono accorsi per dargli il loro voto. In Wisconsin, gli exit-poll hanno mostrato un aumento di sei punti rispetto al 2020, con il 43%, del sostegno ispanico a Trump, nonostante la sua condanna di alcuni immigrati come “spacciatori”, “assassini” e “stupratori” e la promessa di condurre il più grande sforzo di deportazione nella storia degli Stati Uniti subito dopo il suo insediamento. (richard luscombe, How Trump won over Latino and Hispanic voters in historic numbers, the guardian – traduzione di -rr) Tornando alla scuola, c’è una novella di De Amicis che si chiama Latinorum e che racconta la storia del figlio di un ex spaccapietre arricchito, avviato allo studio dal padre, che intende in quel modo contrastare la tradizione e gli ostacoli sociali che frustrano l’esistenza della sua famiglia. L’operazione però non va a buon fine, dal momento che il ragazzo – a dispetto del padre che, per spirito di rivalsa sociale ha una vera e propria venerazione per l’idea del latino – mostra difficoltà a familiarizzare con tutte quelle nozioni che non rispondono a parametri di concretezza e praticità. Il latino diventa così l’emblema della scuola-barriera sociale in cui gli alunni vegetano, con alterne fortune, per un po’ di anni, con una rarissima possibilità, o meglio capacità, di cambiare destini già scritti (De Amicis sembra tuttavia prendere la cosa da un’altra angolazione, del tipo: inutile tenere tra i banchi il figlio di un operaio, anzi siccome comunque diventerà operaio, tanto vale mandarlo in officina da subito). “Ma mi spieghi una volta cos’è quest’altra formalità che s’ha a fare, come dice; e sarà subito fatta”. “Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?”. “Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?”. “Error, conditio, votum, cognatio, crimen. Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas. Si sis affinis…”, cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita. “Si piglia gioco di me?”, interruppe il giovine. “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”. “Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa”. “Orsù!…”. “Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare… tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!… quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V’è saltato il grillo di maritarvi…”. “Che discorsi son questi, signor mio?”, proruppe Renzo con un volto tra l’attonito e l’adirato. “Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi contento”. “In somma…”. “In somma, figliuol caro, io non ci ho colpa; la legge non l’ho fatta io. E, prima di conchiudere un matrimonio, noi siam proprio obbligati a far molte e molte ricerche, per assicurarci che non ci siano impedimenti”. “Ma via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto?”. “Abbiate pazienza, non son cose da potersi decifrare così su due piedi. Non ci sarà niente, così spero; ma, non ostante, queste ricerche noi le dobbiam fare. Il testo è chiaro e lampante: antequam matrimonium denunciet…”. (conversazione tra renzo tramaglino e don abbondio, i promessi sposi). (a cura di riccardo rosa) PS. Approfitto di questo spazio per dedicare un piccolo pensiero a Domenico Cirillo, diciassette anni, finito ieri dopo diversi giorni di limbo tra la vita e la morte. Domenico era stato travolto da un’auto che correva a gran velocità, nella zona degli chalet di Mergellina, mentre attraversava le strisce pedonali. Giovane atleta e appassionato di basket, Domenico frequentava, con ottimi risultati, la scuola di cui ho parlato all’inizio di questa rubrica. _________________________ ¹ Gennarino in: Io speriamo che me la cavo, Lina Wertmuller (1992) ² Ecce bombo, Nanni Moretti (1978)
parola della settimana
La parola della settimana. Carne
(disegno di ottoeffe) Una libbra di carne tolta a un uomo non vale manco il prezzo od il valore d’una libbra di carne di montone, di manzo o di capretto, santo Dio! Mi allargo a fargli questa offerta amica, per acquistarmi la sua simpatia. Se accetta, tanto meglio. Se no, addio! (shylock, il mercante di venezia) A parte il piacere di rivedere un po’ di posti e amici, non mi ha messo di grande umore la due giorni a Taranto Vecchia di inizio settimana. A dire il vero Angelo mi aveva preparato a uno scenario un po’ mutato,  ma non ero pronto a questa originale forma di trasformazione urbana che alterna tre palazzi diroccati, due case murate, un bistrot-ristorante gourmet, un deposito di esche abbandonato, un murales contro la polizia, gru e ponteggi per la ricostruzione di edifici “sostenibili”, altri due palazzi distrutti, una colonia di gatti, l’università, un bar vuoto, le case occupate con la biblioteca popolare sgomberate e murate, un bed and breakfast, due palazzi diroccati, tre case murate, una pizzeria chiusa, un wine bar, un cocktail bar, due palazzi con i pilastri, un negozio bio, altri gatti, una sede degli ultras, una “tropical house”, un palazzo crollato… https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/timoni-VEED.mp4 (credits in nota1) Gino non lo sa, ma durante i miei soggiorni in Città Vecchia di una decina d’anni fa, quando per motivi che non vale la pena approfondire ero costretto a mangiare poco e con una dozzina di ore di “spacco” tra un pasto e l’altro, le sue bistecche mi hanno salvato la vita. Un pomeriggio mi chiusi in macelleria con lui e mi feci raccontare la sua storia. Sono nato in Città Vecchia, ma ora abito dall’altro lato, vicino alla concattedrale. Avevo vent’anni quando lasciammo l’isola. Mio padre voleva comprare la casa in città. C’era questo mito di andarsene, che non andava bene vivere qua. […] All’Italsider arrivavano le barche che portavano il materiale. Quando avevano finito facevano la spesa grossa, perché erano almeno venti persone a bordo. […] Qualche giorno fa è venuto un napoletano che sta di bordo, si è preso sette chili di salsicce… le salsicce napoletane, quelle grosse, […] i pugliesi preferiscono quelle sottili che si cucinano subito, si fanno col vitello e col maiale, mentre quella che si fa a Napoli è solo maiale. Viene bene sulla brace, la nostra invece la devi buttare nel sugo, o dentro al panino; d’estate la gente si fa il panino per andare al mare. In Città Vecchia devi sempre avere gli involtini, le polpette, la carne arrosto, le costate di maiale, il capocollo, qua sono tradizionalisti. Sono abituati così, devono fare il sugo. […] Sono rimasto solo io, le altre macellerie hanno chiuso. La Città Vecchia si è fatta piccola, saremo due o tremila persone. Dopo il crollo di vico Reale negli anni Settanta non si è capito più niente, la gente ha cominciato a scappare. Poi i politici ci hanno messo il loro. […] La cosa più faticosa oggi è alzarsi alle cinque tutte le mattine per andare a prendere la carne buona. C’è gente che si affeziona e anche se si allontana dall’isola viene qua una volta al mese. Se una persona fa venti chilometri per venire da te, deve trovare il suo utile: qualità e un po’ di risparmio, i miei clienti sono abituati bene. È mezzo secolo che sto qua, è assai… no? (luigi lanzalonga, detto gino della carne, intervista da: riccardo rosa e luca rossomando, timoni al vento. alcune storie della città vecchia raccontate da chi le ha vissute; in: taranto, un anno in città vecchia, un libro di cyop&kaf) A rasserenare le mie turbe ci ha pensato il cinema. Venerdì ho visto ad AstraDoc Bestiari, erbari, lapidari, una poesia in immagini e suoni di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, un documentario di tre ore e mezza che non sembrano tali, anzi forse sono pure poche considerando il sentiero tra vita, cura e morte su cui ti porta a camminare. Brilla tra i tre il capitolo centrale, dedicato alle piante, una sorta di testamento dell’umanità che ci ricorda che quando noi esseri di carne (uomini e animali) ci saremmo annientati gli uni con gli altri, lasceremo comunque il pianeta in buone mani. Quando la bomba atomica trasformò la città di Hiroshima in un deserto annerito, un vecchio Ginkgo cadde fulminato vicino al centro dell’esplosione. L’albero rimase calcinato come il tempio buddista che proteggeva. Tre anni dopo qualcuno scoprì che una lucina verde spuntava nel carbone. Il Ginkgo aveva buttato fuori un germoglio. L’albero rinacque, aprì le braccia, fiorì. Quel superstite della strage è ancora lì. (eduardo galeano, ginko) Un po’ di attualità, giusto per rimanere coi piedi per terra: Fatture false e camorra nel settore della carne: 17 custodie cautelari e trenta milioni di euro sequestrati. Due indagati nel Bolognese (bologna today, 28 gennaio) – si consiglia la lettura di Alfasuin, di Giovanni Iozzoli. “Ecco cos’ha trovato mia figlia nella carne”. La scoperta choc al McDonald’s (il giornale, 30 gennaio) – spoiler: un dente. Sono il più famoso street food abruzzese, sì ma come si cuociono? Video sugli arrosticini (cibo today, 30 gennaio) Parlando di Abbruzzo e di grigliate si dovrebbe aprire il capitolo Roccaraso, ma abbiamo letto talmente tante sciocchezze dai giornali nel merito che sarebbe inutile. L’unica cosa veramente divertente è che una minima eterogeneità della mia bolla social mi ha permesso di entrare in contatto con tutte le opinioni contrastanti sul caso, comunque circoscrivibili in quattro-cinque categorie (tutte le argomentazioni erano ovviamente di una noia e banalità disarmante): L’ambientalista. Non possiamo permettere che l’antropocene violenti ancora per molto la Terra. E comunque il vero tema è che grazie al cambiamento climatico nemmeno a Roccaraso c’è più la neve. Il compagno. È sbagliato inquinare la montagna ma bisognerebbe parlare anche della turistificazione a Napoli, che è molto più grave. Il negro da cortile. È per colpa di questa gente che noi napoletani siamo considerati merda in tutto il mondo. Ce lo meritiamo. Il giustificazionista. Sono sottoproletari che vogliono passare un giorno nel benessere. Ci riprendiamo tutto quello che è nostro. Il simpatico. Oh, ti ho mandato un invito su Facebook! (“Vieni a passare una piacevole e rilassante giornata nella natura innevata con la nota influencer Rita De Crescenzo”). Il neoborbonico. E comunque alla fine il vero dato è che siamo quello che siamo. Questi con cinquanta euro si comprano l’attrezzatura per la neve e ci fanno uscire pure il pic nic. Respect! Je scrivo ‘o schifo e, si n’capisce, po’ me cumpiatisce. Tu ca nun sì nisciuno, ca n’te scite, ca nun vire panne pulite ‘ncopp’ a carne sporca, ‘o contraffatto contro a l’arte pura. E finché ‘a morte nun me cocca io parlo e penzo crudo. (co’sang ft. lucariello, ‘o spuorc) (a cura di riccardo rosa) _________________________ ¹ Gli abitanti della Città Vecchia di Taranto, in: Timoni al vento. Diario di bordo dalla Città Vecchia, cyop&kaf (2015)
parola della settimana
La parola della settimana. Generale
(disegno di ottoeffe) Domenica scorsa a Torino è stato arrestato il generale libico Osama Elmasry Njeem, meglio noto come Almasri. Il mandato della Corte penale internazionale lo accusava – in quanto capo della Special Deterrence Forces di Tripoli – di crimini internazionali ai danni dei detenuti nella prigione di Mitiga, dal 2015 a oggi. Nel carcere in questione, come in altri, vengono rinchiuse, torturate, violentate e talvolta uccise persone arrestate per il proprio credo religioso, per omosessualità e altri reati perseguiti dalla “polizia morale”, per appartenenza a gruppi armati, ma anche a scopo di estorsione. Molti dei detenuti sono migranti in transito. Nonostante le raccomandazioni delle Nazioni Unite e del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, che esortavano i differenti governi a sospendere questa “assistenza”, dal 2017 l’Italia supporta economicamente e logisticamente le autorità libiche per “facilitare l’intercettazione e il rimpatrio” di migliaia di migranti che ogni anno cercano di attraversare il Mediterraneo. Nello stesso periodo l’Unione Europea ha stanziato oltre sessanta milioni di euro per sostenere la guardia costiera libica e le forze dell’ordine, anche attraverso “informazioni di sorveglianza”. Sono più di centoventimila le persone che sono state rimpatriate durante il loro viaggio e, per buona parte incarcerate in Libia, dal 2017 a oggi. Lunedì sera, senza aver avvisato in alcun modo la Corte internazionale, qualcuno ha messo in nome dell’Italia e riportato a casa, su un volo di Stato, il generale Almasri. Grande hype, c’era, e grandi ascolti ci sono stati, per M. Il figlio del secolo, la serie tratta dal romanzo di Scurati che racconta il ventennio fascista come una sorta di House of cards delle camicie nere. Mi è capitato di parlarne negli ultimi giorni con diverse persone (quasi tutte) intelligenti, e ciò che ha più imbarazzato è la macchiettizzazione di molti dei protagonisti, a cominciare dallo stesso Mussolini, che per quanto fosse effettivamente personaggio rozzo e bellamente ignorante, ricorda a tratti, nella serie, quel generale di un vecchio film di Totò che ancora negli anni Sessanta ingaggiava disoccupati e comparse di Cinecittà per riprodurre una Repubblica di Salò in miniatura nella sua villa romana. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/01/totodiabolicus-online-video-cutter.com_.mp4 (credits in nota1) Questo aspetto è sicuramente uno dei limiti principali di un prodotto tutto sommato discreto, ma che finisce per compromettere la complessità dei personaggi e di alcuni eventi. In un primo momento ho pensato con soddisfazione alla possibilità che la serie potesse arrivare a un pubblico ampio, fornendo elementi che per esempio gli studenti fanno fatica a rintracciare; penso, su tutti, alla scelta operata da Mussolini e il suo cerchio magico nello schierarsi a tutela della grande industria, un posizionamento che le classi dirigenti del paese – al servizio di poteri che sono rimasti gli stessi nel passaggio dalla dittatura alla democrazia – hanno tentato di occultare, cercando di proporre una vulgata, tuttora ahinoi in voga, secondo cui un governo basato su “ordine” e “sicurezza” avrebbe come finalità una qualità della vita più alta per le masse popolari. Qualche giorno dopo sono tornato al mio più consueto pessimismo, dopo essermi chiesto e aver cominciato a chiedere a un po’ di ragazzi se l’avessero vista, la serie. La domanda, a quel punto diventa: ha senso farsi andar bene un prodotto culturale con degli oggettivi limiti, perché almeno mostra al grande pubblico cose che nessun altro prodotto concepito per il grande pubblico mostra? E se sì, ha senso anche quando il grande pubblico (e in particolare i giovani, gli studenti, quelle fasce di popolazione che hanno un bagaglio culturale meno ampio) da quel prodotto comunque non viene raggiunto? Gli italiani (se mai li hanno scoperti) possono oggi riscoprire i libri. Io dunque sfido i dirigenti della televisione a dimostrare la loro buona fede e la loro buona volontà, attraverso un lancio della lettura e dei libri: lancio da non relegare ai programmi culturali e alle trasmissioni privilegiate: ma da organizzare secondo le infallibili regole pubblicitarie che impongono di consumare. […] I Bernabei , i Fabiani, i Romanò, e i loro colleghi che contano, se vogliono possono superare ogni difficoltà burocratica e mettere ogni sera Carosello (?!), e le altre trasmissioni analoghe, abbondantemente a disposizione di questo nuovo compito così nobile, altruistico e scandalosamente contradditorio. (pier paolo pasolini, sfida ai dirigenti della televisione, da: il corriere della sera, 9 dicembre 1973) Dopo aver visto M mi è venuto in mente un libro che non avevo mai letto (a dispetto degli incalzanti suggerimenti della mia compagna), ma che ho finalmente iniziato grazie a questa rubrica. Ha anch’esso come titolo una lettera, ed è anch’esso ambientato durante una dittatura: si tratta, lo avrete capito, di Z, di Vasilis Vasilikos, che racconta le premesse al colpo di stato dei Colonnelli in Grecia, nel 1967, a partire dall’assassinio del deputato ex partigiano e pacifista Grigoris Lambrakis. Le prime pagine del libro raccontano di un intervento pubblico del Generale, comandante della gendarmeria nel nord della Grecia, che davanti ai ministri del governo di destra utilizzan come metafora della minaccia comunista le malattie parassitarie delle piante. Il Generale guardò l’orologio mentre l’oratore più importante della serata, il segretario di Stato all’agricoltura, concludeva la sua conferenza sulle misure da prendere per combattere la peronospora. […] Il pubblico – prefetti e comandanti di gendarmeria – cominciava a sonnecchiare. […] Alla fine si sentirono alcuni timidi applausi e il segretario di Stato scese dal palco. Il Generale si alzò, attese che l’oratore avesse ripreso il suo posto in mezzo al pubblico poi, voltando le spalle al palco, rivolto a tutti quegli uomini di mezza età, per lo più calvi e obesi, che erano prefetti o ufficiali di polizia – suoi subalterni –, disse: “Colgo a mia volta questa occasione per aggiungere qualche parola a quanto vi ha esposto così elegantemente il signor Ministro. Per quel che mi riguarda vi parlerò della nostra peronospora: il comunismo”. […] Uno scroscio di applausi salutò questa perorazione. La riunione era finita. Prefetti, comandanti e direttori di ministeri si alzarono, accesero una sigaretta, si stirarono e si prepararono a uscire al seguito dei rispettivi superiori. (vassilis vassilikos, Z) PS. In questo video Vasco Rossi duetta in [per quello che ho da fare] faccio il militare con Massimo Riva, suo amico fin da bambino, chitarrista storico della sua band e geniale compositore – Non mi va, Vivere una favola, Stupendo, Vivere. Era il 1995 e, dopo un periodo di separazione, il cantante aveva chiesto a Riva di tornare per “Rock sotto l’assedio”, due concerti a San Siro contro la guerra in Jugoslavia, in cui si esibirono ne Gli spari sopra anche gli Sikter, band di Sarajevo fatta uscire clandestinamente dal paese. Rossi e Riva (che in quei concerti suonò insieme a Maurizio Solieri, per la prima volta, la cover di Generale, di De Gregori) avrebbero continuato a lavorare insieme fino alla morte per overdose di eroina del chitarrista, di cui è ricorso il venticinquesimo anniversario lo scorso maggio. (a cura di riccardo rosa) _________________________ ¹ Totò, Antonio La Raina, Luigi Pavese e Mario Castellani, in: Totò Diabolicus, Steno (1962)
parola della settimana
La parola della settimana. Cippo
(disegno di ottoeffe) Nella notte tra lunedì e martedì sono comparsi a Napoli manifesti funebri che annunciano la fine dell’esperienza artistica di cyop&kaf, che dal 1994 ha dipinto la nostra città e altre in giro per il mondo, ha scritto articoli, diretto film, collaborato con scrittori, teatranti, musicisti, poeti, militanti politici. Nel dare notizia del suo scioglimento, il collettivo ha menzionato “la sopraggiunta mutazione dei contesti nei quali operava, delle persone con le quali interagiva e, non ultima, la sua propria trasformazione”, aprendo il futuro a strade nuove e diverse. Già altre volte in questi anni (per esempio qui e qui) cyop&kaf aveva provato a motivare la sua insofferenza nel rapportarsi, utilizzando gli strumenti che ha maneggiato per trent’anni, a un mondo sempre più preda del servilismo e della stupidità. La prima volta, a memoria, risale a una dozzina d’anni fa: Non fai in tempo a costruire un nuovo alfabeto che arriva la pubblicità a ingoiartelo. […] Probabilmente questa nuova droga del “ti guardo guardarmi guardare” è figlia di quel passaggio rivoluzionario che dalla diga dell’analogico ci ha scaraventati nel mare aperto del digitale. S’incassano colpi che non si riconoscono come tali e per il momento si è rinunciato a governare la nave (ma non all’inchino sottocosta del due punto zero). […] Ora mi pare che l’incendio sia unico e immenso e mi odio, perché l’ho attizzato anch’io, fosse anche solo mancando di quell’intransigenza che tempi come questo richiedevano. (cyop&kaf, se il martello è l’incudine – settembre 2012) Insieme alle figure antropomorfe e ai personaggi che hanno popolato i muri, le saracinesche, le saittelle della città, rimangono nell’immaginario di chi ha osservato questo percorso alcuni momenti significativi (cult fu la mostra Diniego installata in strada alle spalle del Madre, durante la cui inaugurazione il presidente della regione Bassolino si beccò una bella bicchierata di vino rosso sulla camicia bianca da un noto esponente della sinistra antagonista cittadina). Nel 2013, c&k ha girato un film che è fondamentale per capire la tradizione del “cippo di Sant’Antonio”, anzi la condizione dei bambini e degli adolescenti in città, anzi i Quartieri Spagnoli prima della turistificazione, anzi la poesia tribale in una società in cui la barbarie si è fatta progresso. Insomma, ognuno ci veda ciò che ritiene. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/01/segretolow.mp4 (credits in nota1) Da qualche tempo, nei quartieri popolari, i bambini e i ragazzini napoletani hanno deciso di anticipare di qualche ora – per sfuggire alla violenta repressione poliziesca di cui ogni fiamma che arde è diventata oggetto – l’incendio degli alberi nel giorno del cippo. Invece che la sera del 17 gennaio, gli alberi cominciano ad ardere nelle prime ore del giorno, poco dopo la mezzanotte. Piglia ‘a butteglia ‘e Ferrarelle, va’ addò benzenaro, spienne ‘ddoje lirelle miettece pure ‘na mappina ‘ncopp’ e statt’ accort’ ca nisciuno se l’ammocca. E se pure i fascisti mo’ debbono parlare sai compagno cosa dobbiamo fare? Boccia boccia boccia bam bam: appicciamm’ ‘e fasciste cu tutt’o Quirinal’ (99 posse, s’adda appiccia’) Questa storia di anticipare il fuoco per fregare la polizia a qualcuno non va proprio giù. Questa è una delle macchine dei carabinieri che è stata colpita da una sassaiola delle baby gang criminali che stanno operando durante questa notte. Una notte di follia. Via Salvator Rosa, piazza Mercato, la Sanità, Mergellina, Quartieri Spagnoli, tutti sotto assalto, tutti coordinati tra di loro tra baby gang legate alla criminalità organizzata e figli degli spacciatori, dei camorristi e dei delinquenti che affossano la nostra terra. […] Noi dovevamo prevenire, e dovevamo impedire presentandoci lì in modo blindato, coi carri armati se necessario! Non esiste che le forze dell’ordine debbano arretrare di fronte a questi criminali. […] La guerriglia a Napoli è una vergogna, noi non siamo in guerra, eppure di fatto le baby gang criminali lo stanno facendo assolutamente. […] Hanno preso i sanpietrini, come se fossimo in guerra, hanno tirato bombe carta. […] Ci sono tre quattromila ragazzini solo nella città di Napoli che sono armi pericolosissime, messi assieme, solo alla Sanità erano circa duecento, e noi abbiamo dovuto arretrare. Voce fuori campo: Sta anche Brumotti qua! Ma è mai pensabile che nel 2025 noi come città, come istituzioni, come civiltà veniamo messi sotto scacco da una banda di Unni legati alla criminalità? (francesco emilio borrelli, video pubblicato da napolitoday) https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/01/attila.mp4 (credits in nota2) Oltre al fuoco di Sant’Antonio, con la parola “cippo” a Napoli si fa comunemente riferimento a qualcosa di molto antico. Questo perché nel cuore di Forcella c’è un gruppo di pietre (appunto chiamato “cippo”) che risalgono al secondo o terzo secolo avanti Cristo, e che probabilmente facevano parte di una porta difensiva della città, la Porta Herculanensis, poi nominata Porta Furcibllensis o Porta Furcilla, dalla forma a Y del bivio stradale che conduceva alla stessa. Con i lavori per il Risanamento e lo sventramento della parte bassa di Forcella, nacque in quella zona una piazza, che fu detta inizialmente piazza delle Mura greche, proprio a causa delle scoperte archeologiche fatte. Successivamente fu ribattezzata piazza Vincenzo Calenda, come ancora oggi si chiama l’area antistante il teatro Trianon, dedicato alla memoria di Raffaele Viviani, e a partire dalla quale le guardie hanno dato la caccia ai ragazzini e ai loro alberi anche quest’anno, nella notte tra giovedì e venerdì. ‘E gguardie? Sempe a sfotterle, pe’ ffa’ secutatune; ma ‘e vvote ce afferravano cu schiaffe e scuzzettune. E ‘a casa ce purtavano: “Tu, pate, ll’hê ‘a ‘mpara’!”, ma manco ‘e figlie lloro sapevano educa’. A dudece anne, a tridece, tanta piezz’ ‘e stucchiune ca niente maje capévamo pecché sempe guagliune! (raffaele viviani, guaglione) Fu lo stesso Sant’Antonio d’altronde – va ricordato per chiudere – a rendersi protagonista di un inganno e di un vero furto di fuoco (come i ragazzini gli alberi nei secoli a venire), senza che nessun poliziotto o Borrelli si mettesse tra le scatole. Leggenda vuole infatti che il santo, desideroso di donare un fuoco scaccia-malocchio ai suoi devoti, scese agli inferi per rubarlo al demonio. I diavoli che affollano il sottosuolo però non lo fecero entrare, rubandogli il bastone e scatenando l’ira del maialino che Sant’Antonio portava con sé, il quale cominciò a mettere sottosopra l’Inferno. Sant’Antonio pretese, per placare l’ira del suo animale, la restituzione del bastone, e una volta ottenuto si allontanò col porco al fianco. Non sapevano, i diavoli, che quel legno era ferula dal midollo spugnoso, capace di trattenere viva la scintilla al suo interno senza che nessuno potesse vederlo. Così, una volta fuori, il santo poté liberare la fiamma e donare il fuoco purificatore agli uomini, cantando in segno di benedizione: “Fuoco, fuoco per ogni loco! E per mondo, fuoco giocondo!”. Da quel momento, diventò il nemico numero uno del demonio. (a cura di riccardo rosa) _________________________ ¹ I ragazzi del segreto in: Il segreto, cyop&kaf (2013) ² Diego Abatantuono in: Attila, flagello di Dio, Pipolo e Castellano (1982)
parola della settimana
La parola della settimana. Polizia
(disegno di ottoeffe) Mercoledì il Tg3 ha mandato in onda un video che mostra il lungo inseguimento al termine del quale è morto Ramy Elgaml, diciannovenne di origini egiziane ammazzato da un carabiniere lo scorso 24 novembre a Milano. Dal video, e soprattutto dagli audio, si capisce bene con quale concitazione e rabbia i carabinieri abbiano cercato di colpire con la loro auto il motorino su cui viaggiavano Ramy e il suo amico Fares. I carabinieri si dicono tra loro che Ramy ha perso il casco, ma nonostante ciò continuano a cercare di speronare il mezzo, fino allo schianto finale contro un palo. Dalle immagini si vede anche il momento in cui due militari si avvicinano a un ragazzo, testimone dell’incidente, per fargli cancellare il video con cui aveva ripreso la scena (circostanza raccontata dallo stesso ragazzo ai magistrati). Ci vorrebbe non un breve articolo ma un libro, per raccontare le storie di tutte le persone che sono state ammazzate nel nostro paese dalle forze di polizia. Un importante sforzo è rappresentato dalle schede costruite nel corso degli anni da Acad – Associazione contro gli abusi in divisa. Mi limito quindi a ricordare solo alcuni tra loro, considerando i recenti o prossimi importanti anniversari dell’assassinio. Lo scorso 5 settembre, per esempio, è ricorso il decimo anniversario della morte di Davide Bifolco, sedicenne ammazzato da un carabiniere in servizio a Napoli, al termine di un inseguimento. Quando è stato sparato, Davide era a terra, disarmato. Il 29 febbraio saranno invece passati cinque anni dalla morte di Ugo Russo, quindici anni, sparato alle spalle da un carabiniere fuori servizio mentre scappava dopo un tentativo fallito di rapina. Sempre a febbraio, il 6 del mese, ma del 2010, moriva invece Aziz Amiri, ucciso da un carabiniere dopo un tentativo di fermo, con una Beretta calibro 9 non in ordinanza all’agente. Sempre quindici anni fa, il 21 settembre 2010, moriva anche Roberto Collina, dopo una colluttazione con due agenti in borghese, fuori servizio, nel comune di Largo Campo, in provincia di Salerno. A settembre, il 25 per la precisione, saranno passati vent’anni dalla morte di Federico Aldrovandi, diciottenne al momento della sua morte, pestato brutalmente con calci, pugni e manganellate da una pattuglia di poliziotti, e poi morto una volta immobilizzato al suolo per “asfissia da posizione”. Luglio 2025: sarà il decimo anniversario della morte di Mauro Guerra, trentatré anni, sparato da un carabiniere in un campo di sterpaglie poco distante da casa sua, a Carmignano di Sant’Urbano (in provincia di Padova), dopo un tentativo di trattamento sanitario obbligatorio. «Mauro era stato bloccato, già gli era stata infilata una delle manette ma il carabiniere lo ha aggredito e lui ha reagito con due o tre pugni. […] È andato via camminando, ma l’agente gli ha sparato alle spalle. E gli altri carabinieri, che erano a cento metri, quando sono arrivati hanno continuato a prenderlo a calci mentre già era a terra», la testimonianza dei familiari. Nell’aprile 2020, cinque anni fa, moriva nel carcere di Santa Maria Capua Vetere Hakimi Lamine, che qualche settimana prima era stato tra i detenuti violentemente pestati nel corso della Mattanza operata dagli agenti di polizia penitenziaria, e non solo. Dopo il pestaggio Hakimi era rimasto fino alla sua morte in isolamento punitivo (qui un diario del processo in corso) Ne approfitto per segnalare che tra gennaio e febbraio ci saranno due iniziative a Napoli, all’università L’Orientale, su questi temi, organizzate da dottorandi e dottorande in Studi Internazionali: il 20 gennaio (ore 10:30, palazzo Giusso, Sala Dottorato) un seminario con Enrico Gargiulo dell’università di Torino, e Gaia Tessitore, avvocato del foro di Napoli); il 3 febbraio una mostra – dalle 10 alle 18, palazzo Giusso, Sala Dottorato – sui familiari dei cittadini uccisi dalle forze dell’ordine (la mostra è promossa da Amnesty International con foto di Antonio De Matteo, che incontrerà gli studenti alle 15 insieme a Francesca Corbo, Luigi Manconi, i familiari di Davide Bifolco e quelli di Ugo Russo). https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/01/polizia-parolasettimana.mp4 (credits in nota1) (a cura di riccardo rosa) __________________________ ¹ Immagini da:  Sulla mia pelle, di Alessio Cremonini (2018) The Sleepers, di Barry Levinson (1996) Blue Bayou, di Junstin Chon (2021) Colorblind, di Mostafa Keshvari (2023) Judas and the Black Messiah, di Shaka King (2021) A Clockwork Orange, di Stanley Kubrick (1971) Hunger, di Steve McQueen (2008)
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