(disegno di ottoeffe)
La sesta luna
era il cuore di un disgraziato,
che maledetto il giorno che era nato
ma rideva sempre.
(lucio dalla, l’ultima luna)
Una delle cose più importanti che ho imparato nella vita è sapersi fermare in
tempo, che è ben altra cosa dal riuscire effettivamente a mettere in pratica con
regolarità questo fondamentale precetto. Il mio terapeuta dice sempre, però, che
la consapevolezza è la cosa più importante.
Una volta, quando ero ragazzo, lasciai una fidanzata a cui tenevo molto perché
non mi piaceva più come andavano le cose, e pensavo che a vent’anni non ha senso
stare insieme se non si è più innamorati. Qualche anno dopo fui tra i più
determinati, tra i compagni di un collettivo di cui facevo parte, a spingere per
il suo scioglimento, con sacrificio enorme ma perché il progetto politico che
portavamo avanti ci sembrava al capolinea. Un’altra volta in un casinò in
Inghilterra riuscii a smettere di giocare a Black Jack contro un indiano che
tirava fuori pacchetti da cinquanta sterline come fossero fazzolettini Tempo.
Da qualche anno la linfa che tiene in vita il giornale è costituita dal lavoro
collettivo di una dozzina di persone […] che si adoperano quotidianamente per
scrivere, disegnare, organizzare e propagandare il giornale, facendo come se.
Come se a fine mese qualcuno li pagasse. Come se si rivolgessero a migliaia di
lettori. Come se dal loro lavoro ben fatto dipendesse l’orgoglio e la dignità di
una comunità più ampia. È una redazione giovane, e sebbene molti dei suoi membri
non si curino troppo dell’esistenza di un ordine professionale, sono già tra i
migliori giornalisti in città: capaci di scrivere in italiano e non nel gergo
autoreferenziale della categoria, con pochi riguardi per il potere e molta
curiosità, buone dosi di ironia, perseveranza e sensibilità, ma soprattutto non
si prendono troppo sul serio. Forniti di mezzi adeguati sarebbero in grado di
tenere in pista un periodico ben più attrezzato di questo. Purtroppo, i mezzi
scarsi a nostra disposizione, uniti all’indole aristocratica e all’idiosincrasia
verso il marketing, ci impediscono di raggiungere un pubblico più vasto di
quello che la qualità del giornale reclamerebbe. Questa circostanza annacqua le
ambizioni del gruppo e lo condanna a esprimersi al di sotto delle sue
potenzialità. […]I limiti che ci frenano non sono di idee o di capacità ma
esclusivamente di disponibilità economica. Nell’anno che viene, cercheremo le
risorse necessarie per ridurre la periodicità, aumentare la tiratura e
potenziare la distribuzione del cartaceo, e al tempo stesso per dare
autosufficienza economica alla redazione. […] È probabile, conoscendo il
panorama, che non ci riusciremo. Sarà allora il momento, per i nostri pochi ma
tenaci lettori, di rilegare la collezione e infilarla nello scaffale che
l’attende da tempo; i lettori occasionali si ritufferanno nella brodaglia
dell’informazione cittadina, e anche i nostri redattori dovranno rientrare nei
ranghi, chi alle calcagna di qualche tristo professore di università, chi a
scrivere su qualche gazzetta dell’ultima polemica tra de Magistris e Saviano,
chi a sognarsi scrittore o poeta. Prospettive che non augureremmo a gente con
meno talento del loro. E che faremo il possibile per scongiurare. (luca
rossomando-cyop&kaf, fare come se – dal n.45 / gennaio 2012 di napolimonitor)
Forte anche di una concorrenza tutt’altro che agguerrita (ho visto quattro dei
cinque film finalisti e solo uno era bello), Le città di pianura di Francesco
Sossai si è aggiudicato i più importanti premi all’ultimo David di Donatello. È
un film crudo e poetico, che tiene dentro umanità, insicurezze, traumi ed
emozioni su un duplice sfondo: quello di due vite passate senza che i loro
protagonisti si rendessero troppo conto del trascorrere del tempo, e di una
pianura così orizzontale da trasformare un racconto on the road in una saga dal
finale sempre aperto. In questa ciclicità tutt’altro che rassegnata, senza stare
troppo a pensarci, i due antieroi si sottraggono alla norma di un non-luogo
produttivo, e scelgono la felicità nella diserzione.
«Avevate scoperto il segreto del mondo e non ve lo ricordate».
«Eh».
«Ma era il segreto del mondo-mondo? O del vostro mondo?».
«E che differenza c’è?».
«’Nfatti».
(dialogo tra carlobianchi e giulio, le città di pianura)
Oltre alla diserzione come metodo, a muovere Le città di pianura, e in fin dei
conti ogni gesto dei personaggi del film, c’è l’ossessione di Doriano e
Carlobianchi per il bicchiere della staffa, l’ultimo prima di andare via. Lo
sanno benissimo che tra il “qui e ora” e l’ultimo bicchiere c’è sempre qualcosa
che può succedere, che può deludere o svoltare, tenere lontani da casa o
trascinarvici barcollando, in silenzio tra braccia amiche, o soli cantando a
squarciagola. Chi ama bere sa alcune cose che gli altri non sanno, tipo che
l’ultimo è una frontiera costruita per essere violata.
Tenevo ‘a fede e ‘a fede aggio perduto.
Ero guaglione e mo’ me so’ ‘nvicchiato.
Ce steva ‘na perzona e se n’è ghiuta.
Era ll’ammore e ‘ammore m’ha lassato.
E ce bevimmo acopp’… e cu salute! […]
Embé, cu ‘na penzata ‘e bello,
mo’ ca ‘o locale ‘nzerra a tarda sera,
….‘na botta ‘e curtiello!
Sott’a ‘stu scemo ‘e core e bonasera.
E currite… chiammate ‘o canteniere!
No, nun è niente: è’ l’urdemo bicchiere.
(anepeta-letico, l’urdemo bicchiere)
È molto difficile, di norma, far capire alle persone che fare bene è importante,
ma tra il fare male e il non fare, la seconda è sempre l’opzione da preferire. È
ciò che in molti pensiamo – anche se il Mondo non è pronto ad accettare questa
verità, e quindi lo diciamo un po’ sottovoce – rispetto a quanto sta accadendo a
Bagnoli. Certo, vogliamo la spiaggia libera, il mare pulito, il bosco nell’ex
area industriale. Ma se devo scegliere tra una colata di cemento, un porto
super-inquinante, una villa comunale piena di ristorantini e gli scheletri delle
ex fabbriche, mi tengo volentieri questi ultimi. D’altro canto, è il tentativo a
mantenerci vivi, e l’errore è l’unico elemento, in assenza di genialità, a
permettere di aggiustare il tiro. L’importante è procedere con metodo e
accettare – quando il momento è giunto – la battaglia in campo aperto, mettendo
in conto la possibilità di una sconfitta.
Le scienze naturali, come pure le scienze sociali, partono sempre da problemi;
da ciò che in qualche modo suscita la nostra meraviglia, come dicevano i
filosofi greci. Per la soluzione dei problemi le scienze utilizzano
fondamentalmente lo stesso metodo, quello usato dal comune buon senso: il metodo
del tentativo e dell’errore. Detto più precisamente: è il metodo consistente del
proporre tentativi di soluzione del nostro problema, e nell’eliminare le
soluzioni false come erronee. Questo metodo presuppone che noi lavoriamo con un
gran numero di tentativi di soluzioni. Una soluzione dopo l’altra viene messa a
prova ed eliminata. (karl popper)
Con questa ultima puntata va in pensione “La parola della
settimana”, divertissement che ho pubblicato per novantadue domeniche da inizio
2024, prima di non averne più voglia. A qualche lettore mancheranno le futili
elucubrazioni, le storie di vita e le tirate inutilmente polemiche di questa
rubrica. Altri non leggeranno mai questo testo e non si accorgeranno del
cambiamento. Tra qualche tempo, con ogni probabilità, mi inventerò qualcos’altro
per colmare l’horror vacui del mio poco tempo libero, o semplicemente per
complicarmi la vita. Ricominciando per scommessa, perché un giorno ho creduto
che una certa cosa andasse fatta, l’ho fatta e l’ho continuata a fare fin quando
ho creduto opportuno.
C’era un brav’uomo, nostro vicino, era vecchio e così povero, s’ammazzava di
fatica. Io scavavo un fosso per lo scolo delle acque, proprio al confine. Lui
portava una tuta e fumava una grande pipa. Sai, il più delle volte non ci
metteva il tabacco, lui odiava il lavoro. C’era caldo e polvere e… mi faceva
male la schiena. Allora mi mettevo a guardare la sua saliva che scivolava lungo
il cannello e si raccoglieva all’estremità della pipa. E scommettevo con me
stesso sul momento in cui sarebbe caduta la goccia. (paul, ultimo tango a
parigi)
a cura di riccardo rosa
Tag - parola della settimana
(disegno di ottoeffe)
Qualche giorno fa ho visto al cinema un documentario su Igor Protti, che fu
numero dieci del Napoli in una stagione sfortunata per la squadra (che
retrocesse, all’ultimo posto) e per lui, che giocò tre quarti di campionato da
infortunato, tirando avanti a colpi di infiltrazioni di antidolorifici.
Protti è raccontato giustamente nel film come un eroe romantico, una “stella”,
come si diceva fino agli anni Duemila, quando il termine fu rimpiazzato da
espressioni come “top player” e altre panzane di questo genere. Da giovanissimo
fece caterve di gol a Livorno, ma quando andò via per tentare la scalata al
calcio che conta promise che sarebbe ritornato, un giorno. Bari, Lazio, Napoli,
poi l’operazione, un po’ in giro per l’Italia ed eccolo tornare in Toscana,
addirittura in Serie C.
Con la maglia amaranto fu protagonista di una clamorosa scalata dalla terza
serie alla A. Dopo la promozione, la società e i tifosi lo convinsero a non
appendere le scarpette al chiodo, anche affiancandogli Cristiano Lucarelli, che
a sua volta aveva rinunciato ai soldi offertigli dal Torino per tornare nella
squadra di cui era stato ultras da ragazzino (oltre che per i suoi tantissimi
gol, Lucarelli è famoso per aver mostrato una t-shirt col volto del Che,
esultando a pugno chiuso, dopo un gol fatto a Livorno con la nazionale Under 21;
e per aver inscenato un amplesso con la maglia della squadra della sua città,
sempre dopo aver fatto gol al Picchi).
Molto belle sono le immagini del film in cui i due amici raccontano quel folle
campionato, concluso addirittura al nono posto in Serie A. Lucarelli può vantare
un record storico in carriera, raggiunto per l’appunto in quella stagione,
quello di essere stato l’unico capocannoniere di Serie A con la maglia del
Livorno. Protti invece, che è oggi in condizioni di salute molto complicate,
affrontando un tumore al colon assai aggressivo, è stato l’unico nella storia
del calcio in Italia ad aver vinto la classifica marcatori in Serie C, Serie B e
Serie A (con il Bari peraltro, altro record che difficilmente sarà mai battuto).
Giovedì sera mi è capitato di vedere uno spezzone di un programma televisivo
condotto da Fabio Volo, in cui l’ospite d’onore era la scrittrice napoletana
Valeria Parrella. Il programma gioca tutto sul suo dipanarsi tra il cielo, la
luna e le stelle, dal momento che è girato nella Torre Branca a Milano, che si
erge con i suoi 108 metri nel cuore di Parco Sempione (l’altezza fu fatta
ritoccare da Mussolini al progettista architetto Gio Ponti, perché fosse minore
di quella della Madonnina, dato che, pare abbia testualmente detto il Duce,
“l’umano non può superare il divino”).
Ora, a parlare di Fabio Volo mi sembrerebbe di sparare sulla Croce Rossa – anche
se poi penso a un uomo che è diventato miliardario facendo di tutto senza saper
fare nulla e Croce Rossa mi sento un po’ io. Della Parrella ho letto un solo
libro in vita mia, quasi peggiore dell’insopportabile retorica che accompagna
ogni sua dichiarazione pubblica. Parrella ha vissuto a Bagnoli per qualche anno,
e ha riempito diversi libri con le parole comunità, classe operaia, territorio,
anche se nessuno l’ha mai vista per strada. Ha collezionato ospitate televisive
anche durante l’ultima crisi bradisismica, ma poi è andata via e ha smesso di
parlare del quartiere; sicuramente ci vuole più coraggio a denunciare le porcate
che sindaco e premier stanno facendo sulla riqualificazione di Bagnoli che a
romanticizzare il terremoto, ma così va la vita (come ho già avuto modo di dire
altre volte).
Qualche tempo fa ho trovato nel libro di Valeria Parrella, Lettera di
dimissioni, il racconto del cosiddetto “attacco psichico” per far crollare il
Jolly Hotel. Mi ha colpito perché a quella cerimonia, metà goliardica e metà
simbolica, che si svolse più di quindici anni fa sulla terrazza panoramica di un
parco abbandonato, avevo partecipato anch’io (lei no, ma qualcuno deve
avergliela raccontata). Quell’happening si iscriveva nel filone più eccentrico,
ma in fondo marginale, dell’occupazione di un centro sociale a Montesanto, che
per alcuni anni cambiò i connotati di una struttura pubblica costruita e
abbandonata nel dopo terremoto. Nel libro, l’episodio riassume in un paio di
pagine l’impegno politico giovanile della protagonista, che poi fa carriera nel
mondo del teatro, diventa un piccolo squalo, infine si ravvede e si dimette dal
suo incarico. Nell’ultima pagina il Jolly Hotel comunica con la protagonista
attraverso un display digitale, spiegandole che quel che conta è la
responsabilità personale e che nessun attacco psichico potrà mai scalfirlo. “Voi
avete giocato e io vi ho lasciati fare”. […] Mi sono domandato se è questo il
tipo di racconto che si merita la mia generazione, questa visione aneddotica,
distratta, folcloristica. Non pretendo certo un Milestones o narrazioni di quel
livello, ma almeno qualche riflessione più sentita, qualche tentativo di
sintesi, qualche sforzo creativo per interpretare o rappresentare la gioventù
attiva in quegli anni a cavallo tra Novanta e Duemila, non per forza da parte di
chi certe cose le ha vissute, ma anche da chi se l’è fatte raccontare, poco
importa. (luca rossomando, il fascino discreto della sconfitta)
Di come gli eventi della vita ci facciano cambiare parla un bellissimo romanzo
di Archibald Joseph Cronin, The Stars Look Down (1935). Il libro descrive la
vita della classe operaia di una immaginaria cittadina del nord-est inglese,
Sleescale, sobborgo minerario di Tynecastle (identificabile facilmente in
Newcastle, sul fiume Tyne). Per i pochi a cui potrebbe importare qualcosa,
segnalo che ne ho scritto in una breve storia delle miniere della città e
dell’estrazione che gli arabi sauditi stanno operando oggi in quella zona, a
partire dall’acquisto della squadra di calcio, nel numero 68 di Zapruder – Il
capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera.
Il libro è piuttosto duro, ma una bella storia è quella di uno dei protagonisti,
Davey Fenwick, figlio di un minatore, che grazie ai sacrifici del padre riesce a
studiare e a diventare insegnante per potersi mantenere, dedicando parte della
sua vita alla lotta per i diritti dei lavoratori e la nazionalizzazione delle
miniere.
(credits in nota 1)
Qualche anno fa una cara amica, brava attrice e regista, prese una fisarmonica
che era appartenuta per alcune generazioni alla sua famiglia e si mise a fare la
posteggiatrice. Il repertorio era finalmente originale rispetto alle solite
canzoni napoletane: Ria Rosa, canzoni di giacca, riadattamenti da Viviani,
rivisitazione di brani moderni, e appena due-tre classici. Con la complicità di
Gaetano, il proprietario, cominciammo a organizzare delle serate al Mattone, un
bar di via Palladino che era stato molto in voga negli anni Novanta e poi era
caduto in disgrazia. Il bar si prestava molto allo spettacolo di Dolores: aveva
un piano terra con una piccola pedana per i live e uno superiore fatto a
ballatoi, da dove, affacciati in piedi o con le gambe a penzoloni nel vuoto, si
poteva assistere all’esibizione dall’alto. Anche il vicolo era molto diverso
dalla cloaca che è oggi, e infatti sia Gaetano che il Mattone (dove c’era anche
un bellissimo bersaglio per giocare a freccette) sono stati rimpiazzati da un
bar in stile classic contemporary con insopportabili luci indaco-violetto.
Dal repertorio di Dolores Melodia pubblicammo anche un libro-album, con racconti
e canzoni, con anche un vinile che andò esaurito e che forse bisognerebbe
ristampare. Per un po’ ce ne andammo in giro per la città, dai centri sociali al
Parco Don Gallo, da Soccavo a Scampia, ma anche a Taranto, Milano, e non ricordo
più dove. Una sera Dolores si esibì in un bar di Parigi pieno di esuli italiani
della lotta armata. Era molto emozionata e bevemmo troppo prima dell’esibizione.
Mi ricordo che pataccò di vino il bellissimo vestito rosso che aveva messo per
l’occasione, ma che nonostante tutto il concerto fu un trionfo. Era nata una
stella.
‘A vita è comme ‘o mare:
s’arrobba ‘e cose e po’ t’e fa truva’.
Sarrà ‘na rosa o ‘nu curtiello?
Sarrà ‘nu cielo chin’ ‘e stelle?
È acqua santa ‘e chi ha sbagliato
e mo’ se vo’ lava’ ‘e peccate.
a cura di riccardo rosa
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¹ Orso Maria Guerrini, Franco Volpi e Lucano Melani in: E le stelle stanno a
guardare, di Anton Giulio Majano (1971)
(disegno di ottoeffe)
È stato arrestato in settimana R.E., diciannovenne dei Quartieri Spagnoli,
ritenuto responsabile del ferimento di un sedicenne del Pallonetto con un colpo
di pistola, nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile (gli viene contestato
il reato di lesioni aggravate dal metodo mafioso). L’agguato ha avuto luogo in
piazza Carolina, dove già a dicembre era avvenuta una sparatoria tra
giovanissimi e dove alcuni residenti hanno segnalato nelle ultime settimane
scorribande di ragazzini.
Da quando ho tredici anni ho assistito alla genesi di svariati tormentoni sulle
presunte escalation di violenza degli adolescenti della nostra città, con la
costruzione di emergenze che in realtà servivano solo a vendere i giornali, e
che venivano trattate ogni volta come un caso eccezionale e meritevole di
interventi urgenti, dimenticando che appena sei mesi o un anno prima si era
parlato delle stesse identiche cose. I comportamenti di questi ragazzi venivano
denunciati come il picco massimo di gravità mai raggiunto nella storia del
mondo, o un fenomeno a cui mai si era assistito prima di allora. Periodicamente,
in realtà, si trattava delle stesse situazioni che tornavano sotto la stessa
forma, o appena diversa: gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine con il
coltello al Vomero, le guerre di cinghiate a Soccavo, le uova con i chiodi il
Martedì Grasso, gli spari fuori al Metropolis, la moda del tirapugni, gli spari
fuori al My Toy, poi di nuovo gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine
dei cellulari a Montesanto e così via.
Una volta, mentre intervistavo Hanif Kureishi, parlando della violenza negli
stadi mi disse che il tema non esisteva, perché la questione non riguardava gli
stadi ma la violenza nella società: «Hai mai provato ad uscire il sabato sera a
Newcastle?», mi chiese (io gli dissi che ci avevo vissuto, capii cosa volesse
dire e la conversazione si spostò su altro). È nella stessa prospettiva che
l’unica risposta del mondo degli adulti alla presunta escalation di violenza
giovanile – che se fosse stata davvero tale, in una curva in costante ascesa da
trent’anni, vedremmo oggi i ragazzini girare coi bazooka pronti ad ammazzare
chiunque intralci la loro strada – è stata la violenza stessa. Da un libro in
fase di scrittura, riporto alcune delle misure del cosiddetto Decreto Caivano,
ultimo atto del processo di criminalizzazione degli adolescenti del nostro
paese, evidentemente senza successo, se questi continuano ad accoltellarsi e a
spararsi sfogando la loro frustrazione ogni volta che possono:
Tra i vari provvedimenti il decreto prevede: l’estensione dell’applicabilità del
cosiddetto Daspo urbano ai minorenni maggiori di quattordici anni (multa e
divieto di accesso fino a tre anni ad aree urbane, pubblici esercizi e locali,
applicabile a soggetti considerati “socialmente pericolosi” o anche solo a
denunciati per alcuni reati, nda); l’inasprimento delle sanzioni per il reato di
porto abusivo di armi e per il reato di spaccio in casi di lieve entità;
l’applicazione potenziale anche ai minori della misura dell’avviso orale del
questore, con la possibilità di vietare il possesso e l’utilizzo di dispositivi
cellulari; l’introduzione del cosiddetto “ammonimento”, sempre da parte del
questore, con convocazione del minore e dei genitori e del pagamento di una
sanzione amministrativa che va dai duecento ai mille euro.
(per chiudere la questione consiglio due importanti articoli pubblicati da
questo giornale, il primo di g. e il secondo di Marica Fantauzzi).
E lo sguardo? Mi sono perso. Lo sguardo è il nuovo tormentone, o meglio lo è la
cosiddetta “guerra degli sguardi”, claim lanciato da Dario Del Porto dalle
colonne di Repubblica Napoli, nel solito pezzo (etimologicamente) patetico che i
giornalisti napoletani scrivono, sempre uguale, dopo ognuna di queste tragedie o
fatti gravi. Articoli che se non parlassimo di cose serie farebbero ridere, ma
no, scusate, fanno proprio piangere. Segue incipit:
La “guerra degli sguardi” poteva spezzare la vita di un altro giovanissimo e
ancora una volta in pieno centro della città. È questo lo scenario delineato
dalle indagini condotte dalla squadra mobile e coordinate dal pool anticamorra
della Procura sul ferimento di un ragazzino di 16 anni raggiunto da colpi d’arma
da fuoco la notte tra il 31 marzo e il primo aprile in piazza Carolina,
proprio alle spalle della prefettura e a due passi da piazza del
Plebiscito. (dario del porto, napoli, la guerra dei ragazzini armati: spari per
uno sguardo di troppo)
(credits in nota 1)
Vorrei aver imparato meglio, ma un uomo mai conosciuto come Fabrizio De Andrè è
stata forse la persona che più mi ha insegnato a non giudicare in ogni momento
il prossimo, soprattutto se il mio sguardo muove da una posizione di privilegio.
Nel ventennale della sua morte, Guido Harari ha pubblicato su di lui un bel
libro fotografico, Sguardi randagi, in cui mostra trecento immagini del poeta,
in bianco e nero e a colori, con a corredo due testi di suo figlio Cristiano e
della sua compagna Dori. Una delle foto più belle è quella che ritrae FDA steso
per terra nei corridoi del palasport di Bologna, durante le prove di un
concerto, mentre dorme appoggiato a un termosifone.
(foto di guido harari)
In Tre madri De Andrè racconta di tre donne, madri dei condannati a morte Tito,
Dimaco e Gesù. L’album è stato scritto durante il Sessantotto, quando F. non
aveva neppure trent’anni e ragionava sulle contraddizioni e le sfide che
insidiavano il suo spirito antiautoritario in un mondo in fiamme. Così è anche
l’album: poetico e prosaico nei versi e nei contenuti, contro ogni autorità,
appunto, e in fondo contro ogni eroe – non è un caso che il grande assente sia
in fondo proprio Gesù, che compare soprattutto per bocca e pensieri degli altri
personaggi. I vangeli apocrifi, in realtà, che sono stati ispirazione per FDA,
non parlano neppure del dialogo tra Tito e Gesù sulla croce, mentre De Andrè
consegna a questo ladro, condannato in croce dall’ingiustizia del mondo più che
dell’Impero, l’ultima parola del disco.
Nell’album lo sguardo di Tito è sincero e blasfemo, soprattutto quando smonta
uno a uno i comandamenti inventati dai potenti e assurti a dogma nei secoli,
riconoscendo allo stesso Gesù (“l’uomo che muore”) la funzione di vittima
sacrificale del potere. Tito non si pente come nei vangeli ufficiali, anzi
rivendica il diritto alla ribellione, e lo fa davanti al dolore delle tre madri,
anche se a differenza dei testi sacri non sapremo mai dell’eventuale
approvazione di Cristo per questi ragionamenti. Sappiamo invece della tragedia
di Maria – non diversa da quella delle altre due madri, che invece le
rinfacciano la futura resurrezione di suo figlio – che piange “le braccia magre,
la fronte e il volto” di Gesù, sapendo che in quel momento l’unica conseguenza
di questa assurda storia del figlio di Dio è stata toglierlo a lei.
Lo sguardo della Vergine è il solo sguardo veramente infantile, il solo vero
sguardo di bambino che si sia mai levato sulla nostra vergogna e sulla nostra
disgrazia. […] Per ben pregarla bisogna sentire su se stessi questo sguardo che
non è affatto quello dell’indulgenza – perché l’indulgenza si accompagna sempre
a qualche amara esperienza – ma della tenera compassione, della sorpresa
dolorosa, di non si sa quale altro sentimento, inconcepibile, inesprimibile, che
la fa più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita e, benché
Madre per grazia, Madre delle grazie, la fa la più giovane del genere
umano. (georges bernanos, diario di un curato di campagna)
Nel 1972 quando Berger pubblica Questione di sguardi, mostrando la nostra
incapacità di guardare il mondo in una società intasata dalle immagini, non sa
che appena quarant’anni dopo, precisamente il 3 aprile 2012, più di un milione
di persone avrebbero scaricato la prima versione della app di Instagram per
Android in un solo giorno. Non so se il libro abbia venduto così tante copie e
in quanto tempo, ma in fondo questo non ha molta importanza. Le sue analisi
restano infatti a distanza di quasi mezzo secolo attuali, mentre dopo appena
otto anni Instagram aveva già perso il suo slancio a discapito di una nuova app,
quel Tik Tok che stando ai cicli vitali delle ultime tendenze social dovrebbe
essere a sua volta in fin di vita.
Negli stessi mesi in cui Berger pubblicava I Send You This Cadmium Red – una
raccolta delle lettere, dei disegni, di note, appunti e fotografie scambiati
negli anni con il suo amico John Christie, tutto accomunato dal colore “rosso
cadmio” – un’autrice italiana lo omaggiava (o forse no) scrivendo un testo che
portava lo stesso nome del capolavoro del critico inglese (in realtà era una
cover di This kiss di Faith Hill). Il brano parla della forza assoluta dello
sguardo come strumento di connessione e speranza per un futuro migliore.
Che domani torni,
che va bene così.
Sì, per come mi parli.
Tu, perché siamo qui.
È questione di sguardi,
è un attimo.
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Fabrizio Bentivoglio e Silvio Orlando in: La scuola, di Daniele Luchetti
(1995)
(disegno di ottoeffe)
‘O padrone a fine mese
tene sempe ‘a busta appesa,
l’operaio ‘e vintisette
manco ‘e sorde p’e sigarette.
Se pigliano ‘e tangenti
ce levano ‘a contingenza
e chesta è ‘a soluzione:
jammo a cassa integrazione!
Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’!
Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’!
Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’!
Puosa ‘e sorde, ma-ri-uò!
(‘e zezi gruppo operaio, posa ‘e sorde)
Il Robin Hood della Disney è stato sicuramente il mio film animato preferito, e
la leggenda del brigante di Loxley una delle storie a cui più mi sono
appassionato in adolescenza. Lessi una volta che l’Hood che oggi conosciamo –
una parola che in inglese vuol dire “cappuccio” – ci arriva probabilmente dalla
storpiatura nei secoli del cognome Wood, in riferimento alla foresta dove Robin
si nasconde (le pronunce dei due vocaboli sono molto simili). Pensavo che siamo
stati fortunati, e in fondo anche lui, perché probabilmente da un certo punto in
poi, come spesso va a finire, in italiano qualcuno avrebbe cominciato a tradurre
a cacchio il suo nome, e ci avrebbero cantato le incredibili gesta di Robin
Bosco, principe dei ladri.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/04/robindef.mp4
(credits in nota 1)
Per una serie di ragioni, quando ero bambino ero spesso con quelli più grandi di
me. Una volta in un viale alberato d’estate, giocando con amici a cui credo
arrivassi a malapena al petto, provai a scavalcare un cancello, che anch’esso mi
sembrava enorme. Caddi dal punto più alto e forse non so, fu per il panico, o
perché non riuscii ad “annusare il pericolo” (come dice sempre quel borioso
demagogo di Rino Gattuso, che dopo il trecentesimo fallimento in carriera
auspichiamo finisca a commentare le partite su Premium) ma non attutii la caduta
con le mani, spaccandomi completamente la faccia. Mia sorella più grande mi
portò a casa in lacrime, tenendomi per mano, mentre io avanzavo senza veder
nulla, coperto da una maschera di sangue. Non l’ho mai ricordato o saputo, ma
spero che non stessi scavalcando quel cancello per inseguire, quanto piuttosto
fuggire, in quel “guardie e ladri” che mi ha segnato la vita (e distrutto il
naso).
Eh, in questo mondo di debiti,
viviamo solo di scandali
e ci sposiamo le vergini.
Eh, e disprezziamo i politici,
e ci arrabbiamo, preghiamo, gridiamo,
piangiamo e poi leggiamo gli oroscopi.
(antonello venditti, in questo mondo di ladri)
In ogni modo possibile Michel F. ci ha spiegato che il carcere così come lo
intendiamo oggi nasce per colpa del capitalismo, e dell’esigenza di nuove
modalità di protezione per i beni e per le persone in un mondo fatto in classi.
Il cosiddetto “stato moderno” viene individuato come l’organizzazione più
efficace per la tutela di questo sistema, e il carcere come suo strumento per
imporre un nuovo equilibro tra la colpa e la pena – in epoca romana la
detenzione era utilizzata soprattutto per gli schiavi ai lavori forzati e a mo’
di custodia cautelare in attesa di un processo; mentre nel Medioevo le modalità
più frequenti per gestire i conflitti interni erano le compensazioni economiche.
Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria. Mica come voi. Voi al
massimo potete andare a lavorare. (tiberio braschi, i soliti ignoti)
(credits in nota 2)
Mercoledì la guardia di finanza è andata a perquisire gli uffici del comune di
Milano e della società che gestisce lo stadio, M-I (che sta per Milan-Inter).
Secondo gli inquirenti, i più importanti politici e dirigenti amministrativi
promotori dell’accordo avrebbero più volte agito in “rivelazione di segreto”,
condizionando il processo di compravendita a favore delle due società. Lucia
Tozzi ha ben descritto su questo giornale le modalità con cui il sindaco Sala ha
gestito la cessione dell’impianto, volendo dimostrare tra l’altro “ai suoi
referenti – che evidentemente non sono i cittadini, ma la coalizione
immobiliare-finanziaria che costituisce la classe dirigente milanese con il suo
entourage internazionale – che è un duro, che non si piega allo squallore delle
procedure democratiche, della volontà popolare o dell’interesse pubblico.
Esattamente come sta facendo Manfredi a Napoli. O Lepore a Bologna. O Macron in
Francia. O la Von der Leyen in Europa”.
Era uno di quei momenti in cui le idee che passano per la mente sono torbide.
Nel suo cervello v’era una specie di oscuro andirivieni; i ricordi antichi e
quelli immediati vi galleggiavano alla rinfusa, incrociandosi confusamente,
perdendo forma, ingrandendosi a dismisura, per sparire improvvisamente, come se
cadessero in un’acqua fangosa ed agitata. Gli venivan molti pensieri ma uno si
ripresentava continuamente e scacciava gli altri; quel pensiero, diciamolo
subito, gli presentava le sei posate d’argento ed il cucchiaione che la signora
Magloire aveva messo in tavola. Quelle sei posate d’argento l’ossessionavano.
Erano lì, a pochi passi da lui: mentre attraversava la camera vicina, per
entrare in quella che occupava, la vecchia domestica le stava mettendo in uno
stipo a capo del letto ed egli aveva ben notato quello stipo. […]Erano massicce,
vecchia argenteria. Col cucchiaione, c’era da cavarne almeno duecento franchi,
il doppio di quel che aveva guadagnato in diciannove anni. (victor hugo, i
miserabili)
C’è un film molto bello di Totò del ’61, Sua eccellenza si fermò a mangiare
(…che poi molti film “di Totò” sono stati girati da grandi registi – Mattoli,
Steno, Monicelli, Corbucci… – ma continuiamo a chiamarli “di Totò”,
probabilmente perché in ognuno di loro almeno una metà del girato era frutto di
totale improvvisazione fuori copione). In quel caso Totò è un saltimbanco che
vorrebbe ricattare Ernesto, marito di una donna di alta borghesia filofascista,
e che Ernesto (Ugo Tognazzi) annuncia in arrivo, a un pranzo cerimoniale in casa
di sua suocera, in qualità di medico di Mussolini (“Lui”). Sotto la lente del
regime rischia però di finire, per questioni di scarse prestazioni sessuali,
anche Sua Eccellenza, ministro del Duce, un idiota arrivista magnificamente
interpretato da Raimondo Vianello. Alla fine, approfittando della confusione,
Totò ruberà il servizio di posate d’oro “cesellate da Bevenuto Cellini”
sfoggiato per l’occasione dalla padrona di casa. A dire il vero saranno proprio
lei e i familiari a consegnargliele entusiasti in un borsone di pelle, dopo che
Totò gli farà credere che volontà esplicita di Mussolini è quella di averle a
Roma per una mostra museale.
La mia scena preferita arriva poco prima del finale, quando Tognazzi svela la
sua bugia a Totò che, profittando del ridicolo fanatismo dei presenti, volge in
pochi minuti la situazione a suo favore. E ci ricorda – di questi giorni, poi! –
che un ministro ha sempre qualche cosa sulla coscienza.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/04/toto.mp4
(credits in nota 3)
Ma il padrone è una cosa diversa, è uno strano serpente.
Il padrone è una cosa diversa, è una bestia curiosa.
Lui comincia succhiando il latte da quando è bambino
ma poi succhia ogni cosa. […]
E difatti alla fine il padrone è una specie di ladro,
solo che quando ruba il padrone non è mica reato.
E anche quando che viene arrestato il suo alibi regge
perché lui è la Legge.
Così entro di nascosto come un ladro nella casa del ladro.
E quel ladro mi dice che lui non è un ladro soltanto.
Ma neanch’io sono un ladro gli dico e così mi avvicino.
Io sono un assassino.
(ascanio celestini, la casa del ladro).
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Kevin Costner in: Robin Hood. Principe dei ladri, di Kevin Reynolds (1991)
² Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Tiberio Murgia e Carlo Pisacane in: I
soliti ignoti, di Mario Monicelli (1958)
³ Ugo Tognazzi, Totò, Lia Zoppelli, Raimondo Vianello, Francesco Mulè in: Sua
Eccellenza si fermò a mangiare, di Mario Mattoli (1961)
(disegno di ottoeffe)
Ovunque giocherai
combineremo guai
per difendere te!
(coro ultras napoli)
La settimana scorsa ho passato un po’ di tempo con M., un amico che non vedevo
da un po’. M. ha due grossi baffi, un bel po’ di tatuaggi e vive la vita come se
fosse in una puntata di South Park. Al momento è di stanza in Irlanda, ma ha
divieto di risiedere in almeno un paio di paesi dell’Unione europea in cui ha
vissuto in precedenza. È un ottimo cuoco, fa lo chef in un albergo importante e
ha messo su un gruppetto di lavoro niente male. All’interno del gruppo c’è un
ebreo ungherese, filonazista, che però vorrebbe vedere Orban morto perché ha
proibito di fumare erba per strada.
M. è molto innamorato di J., ragazza dolce e con una pazienza infinita, che lo
ha supportato e sopportato per tanti anni a dispetto dei guai da lui combinati.
Di tanto in tanto lei lo molla, ma sono troppo innamorati e finora sono sempre
tornati insieme. Questa volta, però, pare sia diverso, e così se ti incontra in
questo periodo, M., che prima di dodici ore filate passate a bere non è mai
ubriaco, ti chiede come sta il tuo cuore, e poi ti dice: «Il mio è rotto».
Guai,
non devi dirlo mai
che adesso non lo sai
se poi mi amerai
tutta la vita.
Tu dimmi solo se
adesso sei con me
oppure non mi vuoi
ed è finita.
In napoletano l’espressione “fare il guaio” si utilizza per indicare una
gravidanza non prevista, anche se non necessariamente non desiderata. La
responsabilità dell’atto viene attribuita quasi tutta al maschio (“ha fatto il
guaio”), tanto che un amico divenuto papà a meno di vent’anni fu soprannominato
da altri amici, appunto, Guaio.
Ho messo incinta la mia ragazza pe’ troppo amore se pò sbaglia’,
mo’ ce vulesse ‘nu colpo ‘e genio e tutt’ cos’ se pò accuncia’.
Vorrei sposare la mia ragazza, vorrei affrontare la vita in due
ma comme faccio senza ‘na lira, senza ‘nu posto pe’ fatica’.
[…] Papà aiutame, papà aiutame,
so’ troppo giovane e sul’ io me pozz’ perdere!
Papà aiutame, papà aiutame,
chistu problema sul’ tu m’o può risolvere, papà!
(tony marciano, ho messo incinta la mia ragazza)
Sempre a Napoli, si dice “guaio ‘e notte” per una persona talmente difficile da
gestire e sopportare da paragonarla non semplicemente a un guaio, ma a un guaio
che arriva nel momento meno opportuno. In gergo di strada, invece, “fare i guai”
indica il commettere reati: non è troppo importante se si parla di fare il palo
in una base, fare piccoli furti o rapine in banca, sempre di guai si tratta (al
massimo gli si accosta un aggettivo, tipo “sta facendo guai seri”, o “quello fa
guai grossi”).
«’Cca parlano tutte quante ‘e vuje…».
«Over’?».
«Site guagliun’ cu ‘e palle, e me servite. Pecché nun ve luvate ‘a miezo e
trasite dint’a banda cu mico? Avite sorde, motociclette, tutto chello ca
vulite…».
(Pisellino scuote la testa)
«Io già v’aggio apparato ‘na vota, pecché chisti ‘cca ve vonno male tutt’ quant’
dint’a zona… state facenno troppi guai!».
«No, nuje vulimm’ sta sule nuje. Nun vulimm’ sta sotto a nisciuno. A nuje sti
‘ccose nun ce piaciono, ‘e sta sotto ‘a gente. Nuje simm’ sul’ pe’ nuje, e
basta».
(dialogo tra zì vittorio, marco e pisellino in gomorra – il film)
Il condottiero gallo Brenno, vissuto circa quattrocento anni prima di Cristo,
era il capo della tribù celitca dei Senoni. Nel 390, partendo da Senigallia,
nelle Marche, mise a ferro e fuoco Roma, tanto che nella capitale dell’impero il
18 luglio, il dies Alliensis (dal fiume Allia, dove le truppe romane furono
sconfitte) fu per molti secoli sinonimo di sciagura e inserito addirittura nei
calendari imperiali come “dies nefastus”. Nella foga distruttrice Brenno e i
suoi bruciarono l’archivio di stato, massacrarono i senatori e razziarono le
campagne circostanti per molti chilometri.
Leggenda vuole che Brenno accettò dai romani un riscatto di mille libre d’oro
puro per interrompere l’assedio. Qualcuno tra i tribuni, però, mentre avveniva
la pesatura dell’oro su un’enorme bilancia, protestò perché la riteneva
truccata. Brenno non si scompose, si avvicinò e in segno di spregio piazzò la
sua enorme spada sul piatto il cui peso avrebbe dovuto essere pareggiato con
l’oro, rendendo il calcolo ancora più discutibile. Poi fulminò i romani con uno
sguardo e disse serafico: «Vae victis!» (guai ai vinti), lasciando intendere che
a dettare le condizioni di resa sarebbe stato lui e nessun altro (la parte più
noiosa della storia è che, secondo quanto raccontato da Tito Livio, Marco Furio
Camillo si oppose in seguito alla concessione del riscatto, in quanto stabilito
illegalmente durante la sua assenza da Roma: sosteneva che «non auro sed ferro
recuperanda est patria!», cioè che non con l’oro ma con il ferro si sarebbe
ripreso Roma, così riorganizzò le truppe e mise in fuga il povero Brenno,
costringendolo a tornare in Gallia).
Cercai di non guardare il tubo di metallo sulla punta della Woodsman. Una fiamma
brillò nel fondo dei suoi occhi, piccola, debole, quasi fumosa, parve farsi più
grande e più chiara. Naso bianco guardò il pavimento ai suoi piedi. Lanciai uno
sguardo all’interruttore della luce ma era troppo lontano. Rialzò gli occhi
molto lentamente. Cominciò a svitare il silenziatore. Lo tenne in mano svitato,
lo lasciò cadere in tasca. Si alzò tenendo in mano le due pistole, una per mano.
[…] Venne verso di me attraverso la stanza: «Credo che questo sia il tuo giorno
fortunato», disse. «Devo andare in un posto a vedere una persona». […] Mi girò
delicatamente intorno, andò alla porta, la aprì pochi centimetri e fece per
uscire attraverso la piccola apertura, sorridendo di nuovo. «Devo vedere una
persona», disse passandosi la lingua sulle labbra. «Non ancora», dissi io, e
scattai. Colpii la porta con forza e lui fece in tempo a ritirare la mano ma non
riuscì a sfilarsi. Lo tenni schiacchiato con tutta la mia forza. Mi aveva
concesso una tregua e tutto quello che dovevo fare era starmene tranquillo e
lasciarlo andare. Ma anche io avevo una persona da vedere e volevo vederla per
primo. Mi guardò biecamente, grugnì e cercò di liberare la mano dalla porta. Mi
spostai di colpo e lo colpii alla mascella con quanta forza avevo. Vacillò, lo
colpii di nuovo. Batté la testa contro il legno. Lo colpii una terza volta. In
vita mia non ho mai colpito più forte. Allora levai il mio peso dalla porta e
lui scivolò verso di me con gli occhi ciechi, le ginocchia molli. Lo presi, lo
lasciai cadere e restai in piedi sopra di lui ansante. […] Poco tempo dopo i
suoi occhi si aprirono tremolanti e mi guardarono. Mormorò tristemente: «Perché
ho lasciato St. Louis?». (raymond chandler, specialista in guai).
a cura di riccardo rosa
(disegno di ottoeffe)
La libertà sessuale è necessaria alla creazione? Sì. No. O forse sì. No, no,
certamente no. Però… sì. No è meglio no. O sì? (pierpaolo pasolini, saggi sulla
politica e sulla società)
Non so se Per sempre sì, la canzone di Sal Da Vinci che ha vinto Sanremo, sia un
inno al patriarcato come ha scritto qualcuno. A me ciò che non piace, oltre a
qualche frase un po’ sconveniente sparsa tra i versi, è il sottotesto secondo
cui, a duemila anni dalla morte di Cristo, per essere eterno l’amore debba
indossare una fede di cinque-seicento euro iva esclusa ed essere celebrato da
una persona che indossa una talare, che probabilmente dell’amore non sa nulla, e
che chiede per officiare una tangente (ma a differenza dei parcheggiatori
abusivi per questo non ci indigniamo) con la scusa di addobbare un luogo di
culto con fiori e stronzaggini varie.
(credits in nota 1)
Non so se la canzone di Sal Da Vinci sia come ha scritto Aldo Cazzullo una
canzone da “matrimonio di camorra”, anche perché non so se Cazzullo è mai stato
a un “matrimonio di camorra” né al matrimonio di una coppia napoletana che
ascolta un certo genere musicale, cantato in dialetto, semplicemente perché gli
piace, è popolare e per tanti altri motivi. Non so neppure se il fatto che tanto
ai “matrimoni di camorra” (qualsiasi cosa essi siano), quanto ai matrimoni
dell’ottanta per cento delle coppie napoletane (e a naso a un dieci-quindici per
cento di quelli italiani) si sentano canzoni come Tammurriata nera, Reginella,
Napule è, renda i lavori di E.A. Mario, Nicolardi, Libero Bovio e Pino Daniele
“musica da matrimonio di camorra”.
So, in compenso, che per quanto Per sempre sì sia una canzonetta buona per
Sanremo, un po’ ammiccante al massimo, semplice e semplicistica nel testo, non
mi sembra diversa da che ne so – è solo la prima che mi viene in mente – Anema e
core di Serena Brancale, acclamatissima qualche anno fa e che sfrutta
l’oleografia della mia città molto più del balletto di Sal Da Vinci, rubando
addirittura il titolo alla poesia di Manlio e infarcendo un testo non certo da
Nobel di frasi in dialetto.
Per chiudere l’excursus, direi che una delle poche cose intelligenti su questa
vicenda l’ha scritta sui social Gianfranco Gallo. Il punto non è il vittimismo
(vero o presunto) dei napoletani, il meridionalismo d’accatto, l’ostentazione
identitaria. Il vero punto è che c’è mezza società che odia il popolo, e lo odia
purtroppo molto di più di quanto il popolo odi loro. Sanremo, Sal Da Vinci, il
patriarcato, la musica, nella maggior parte dei casi sono solo pretesti. È
guerra di classe, nada mas.
Ora, quale sarebbe la colpa di Sal? Avere preparato un pezzo adatto a Sanremo?
Essersi diretto a un pubblico che lo ha sempre premiato? O essere napoletano?
Ieri l’attacco a Sal il talebano, campione di patriarcato, oggi a Sal il
napoletano, e dunque “camorra e matrimoni”. […] Cazzullo rivela un razzismo
pericoloso: lui non ce l’ha con Sal, ce l’ha col suo pubblico. Come si
permettono di esistere? Come si permettono di cantare, ballare, applaudire chi
vogliono loro? (gianfranco gallo)
(credits in nota 2)
Allarmato, qualche ora dopo la vittoria di SDV a Sanremo, un amico mi ha
telefonato prefigurando un trionfo del Sì al referendum sulla giustizia
sull’onda lunga dell’orecchiabile motivetto. Un altro, con cui ho condiviso
questa linea mi ha risposto citando Vasco. Ieri mattina mi hanno girato invece
questo sketch di Peppe Iodice, che fino a qualche tempo fa mi era antipatico ma
ora – non sempre, non esageriamo – capita mi faccia ridere.
https://www.instagram.com/reels/DVJ4XebDL7X/
Intanto i rappresentanti del governo in carica si candidano a superare, per
pacchianaggine, persino la compagnia di giro dei ministri berlusconiani:
Fuffa anche sui suoi impegni: pur essendo lì per motivi privati, Crosetto ha
svolto incontri istituzionali di alto livello, pare col ministro della Difesa
emiratino. Ma questo è ridicolo, oltre che irrituale: incontri così delicati non
si fanno “in vacanza” e senza staff. Inoltre, non è credibile: il governo non
era informato del viaggio. Tajani ha dichiarato di non saperlo, cosa insolita,
dato il ruolo delle ambasciate; ma qui potrebbe valere la scusante che stiamo
parlando di Tajani. Però se Crosetto, come afferma, ha preso decisioni “non da
solo”, i Servizi sapevano, quindi non è credibile che il governo fosse davvero
all’oscuro. […] Non stupisce quindi che la vicenda abbia sollevato forti
perplessità per le incongruenze, la scarsa trasparenza e i comportamenti anomali
di un ministro della Difesa in un momento di grave crisi internazionale.
Insomma, balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate
ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?
Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere
181) È vero che Alain Ducasse, lo chef francese, con le sue 14 stelle Michelin è
il più stellato al mondo, ma non è vero che ottenne la sua prima stella con una
zuppa di cipolle il cui ingrediente segreto era la nebbia.
(daniele luttazzi, ilfattoquotidiano.it)
Ho spesso cercato invano delle risposte al fatto che, al contrario dell’Italia o
della Spagna, dove nel momento topico di una partita di calcio i tifosi urlino
scompostamente «Goooooooooool», in Inghilterra la voce collettiva che più
chiaramente si solleva è «Yeeeeeeeeeeah» o addirittura «Yeeeeeeeeeees!» (off
topic: ma quanto gioca bene l’Arsenal di Arteta?). Questa rubrica è stata buona
occasione per approfondire:
L’esultanza dei tifosi napoletani in Curva A non è la stessa dei milanisti in
Curva Sud; e all’interno dello stesso stadio, i romanisti esultano in un modo, i
laziali in un altro ancora. In Inghilterra ci si sbraccia e agita un po’
goffamente – soprattutto da quando la Thatcher ha deciso certe regole di
comportamento per i tifosi –, in Spagna il suono del “gol” è quasi sordo e
cattedrale, di una tonalità bassissima rispetto allo ‘Yeah’ quasi femminile
proprio del calcio anglosassone. E così anche la teatralità dell’atto quando è
gol varia da paese a paese, di cultura in cultura. Esiste persino una squadra di
calcio in Brasile, il Gremio, celebre per il modo di esultare dei propri tifosi:
è la famosa e pericolosissima avalanche (cascata) oggi proibita dopo i sette
feriti del 2013 – gli unici ufficiali, perché a guardare le immagini possiamo
tranquillamente immaginarne un numero maggiore. (gianluca palamidessi,
rivistacontrasti.it)
(credits in nota 3)
(a cura di riccardo rosa)
__________________________
¹ Totò, Nino Taranto, Macario e Lisa Gastoni in: Il monaco di Monza, di Sergio
Corbucci (1963)
² Carlo Verdone e Sal Da Vinci in: Troppo forte!, di Carlo Verdone (1986)
³ Carlo Monni, Roberto Benigni e Massimo Troisi in: Non ci resta che piangere,
di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984)
(disegno di ottoeffe)
È crisi nera per il Boca Juniors, che ieri ha impattato anche contro il modesto
Gimnasia Mendoza: ennesimo pareggio, quarta gara senza vittorie, sette punti di
ritardo già accumulati in sette partite dalla coppia Estudiantes–Velez che guida
la classifica.
Nel match precedente, più volte, nel corso di uno scialbo zero a zero nel derby
contro gli storici rivali del Racing de Avellaneda, i tifosi avevano perso la
pazienza e gridato «Movete Boca movete, movete deja de joder!», qualcosa tipo
“Datti una mossa Boca, non rompere il cazzo!”.
Come forse ho già scritto in questa rubrica, un Boca-Racing ho avuto la gioia di
vederlo alla Bombonera nell’aprile del 2023. Al contrario del mortorio della
settimana scorsa, il tifo fu fuori controllo: i bosteros erano già in odore di
titolo e nell’incontro precedente tra le due compagini il numero degli espulsi
aveva raggiunto quasi quello dei giocatori rimasti sul terreno di gioco. Per di
più gli scontri fuori dal campo avevano portato un numero enorme di arresti, si
diceva, anche in seguito alla “spiata” fatta dall’hinchada del Racing.
Con el machete en la mano / Con in mano il machete
la chapa en el corazon: / e il distintivo sul cuore:
será siempre vigilante / sarai per sempre un poliziotto
Academia Racing Club! / Academia Racing Club!
Racing botón! / Racing spia!
(coro tifosi boca juniors vs racing de avellaneda)
Si allarga lo scandalo esploso con le indagini della procura di Milano sulle
piattaforme multinazionali del delivery (prima Glovo e poi Deliveroo, finita
questa settimana con un provvedimento di urgenza sotto il controllo
giudiziario). Ai rider, tremila nella provincia di Milano e ventimila in tutta
Italia – si legge nell’imputazione a carico dell’amministratore Andrea Giuseppe
Zocchi (ma è iscritta anche la S.r.l.) –, sarebbero state corrisposte paghe “in
alcuni casi inferiori fino a circa il novanta per cento rispetto alla soglia di
povertà e alla contrattazione collettiva”.
Già da qualche anno è un segreto di Pulcinella il ruolo delle grandi piattaforme
nel sistema del cosiddetto caporalato digitale. La procura tuttavia evidenzia
con chiarezza la dinamica per cui le multinazionali sfrutterebbero la loro
posizione di forza rispetto ai lavoratori per imporre retribuzioni completamente
inadeguate rispetto alla quantità e alla qualità della prestazione lavorativa. E
noi come i fessi, con i nostri sensi di colpa borghesi, stiamo a guardarci la
pagliuzza dentro il nostro occhio perché in mano al fattorino che ci ha portato
la pizza non lasciamo che qualche spicciolo, piuttosto che fomentare la nostra e
la altrui rabbia contro gli schiavisti digitali.
Nella gig-economy l’imbrigliamento del lavoro è inscritto nell’architettura
stessa della piattaforma, dal momento in cui – soprattutto nelle piattaforme
dove vige un sistema libero di accesso alla flotta attiva (free login) come Uber
– il/la lavoratore/trice è contemporaneamente indispensabile e superfluo al
processo lavorativo, cioè è solo potenzialmente impiegato; è libero nell’accesso
all’impiego, ma fortemente vincolato al metabolismo degli algoritmi che regolano
la sua performance. Tuttavia, occorre evitare di cedere a visioni vittimizzanti
sul lavoro di piattaforma, ovvero che escludono a priori la possibilità di
esercitare agency anche attraverso le stesse infrastrutture che coordinano
l’imbrigliamento. Per quanto costituisca un mercato del lavoro estremamente
downgraded (cioè privo di tutele, quanto di garanzie della sicurezza
dell’impiego, cfr. Sassen 1994), lo spazio sociale occupato dalle piattaforme è
(ancora) anche uno spazio informale di pratiche sommerse e industriose
attraverso cui lavoratori e lavoratrici tentano di aggirare le maglie del
proprio stesso imbrigliamento. In altre parole, l’informalità si rivela anche
nella sua forma costituente, laddove diventa un terreno fertile per la
sperimentazione di pratiche di rimaneggiamento e resistenza contro il
disciplinamento algoritmico. (gianmarco peterlongo, imbrigliamento e
rifeudalizzazione del lavoro nella gig-economy. una ricerca sul caporalato
digitale tra italia e argentina)
Torna l’Argentina, e a proposito di “mani” non si può ignorare quella divina. Ho
visto un video qualche giorno fa in cui Anna Trieste prefigurava il ritorno in
città di Kevin De Bruyne, infortunato di lungo corso e reduce da mesi di esilio
dorato, che scende a Capodichino e trova mezza squadra in infermeria, il Napoli
giù in classifica sotto caterve di gol, e soprattutto l’allenatore dell’Inter
«che addirittura mette nella stessa frase Bastoni e Maradona», accostando la
simulazione del difensore nerazzurro con il patriottico gesto di resistenza di
D10s.
Chissà se KDB l’avrà presa a ridere come noi, abituati a ben altri paragoni:
Titoli sotto mano questa settimana, a voi le conclusioni:
Napoli, ospedale San Giovanni Bosco in mano al clan: quattro arresti, c’è anche
un avvocato. (sky tg 24, 25 febbraio)
L’avvocato Marengo: “Il Toro è nelle mani degli Agnelli”. (settecalcio.it, 20
febbraio)
Comala, i vincitori del bando tendono la mano ai gestori storici: “Basta
scontri, lavoriamo insieme”. (la repubblica, 27 febbraio) > clicca qui, per
approfondire
Trump: “Iraniani, prendete in mano il vostro governo e il vostro destino”. (il
corriere della sera, 28 febbraio)
Netanyahu agli iraniani: “Prendete in mano il vostro destino!”. (la7, 28
febbraio)
È iniziata la guerra all’Iran. Israele e Usa in azione (avvenire, 28
febbraio)
L’Iran colpisce obiettivi Usa nel Golfo. Medio Oriente in fiamme (il fatto
quotidiano, 28 febbraio)
Anna avrebbe voluto morire,
Marco voleva andarsene lontano,
qualcuno li ha visti tornare
tenendosi per mano:
a cura di riccardo rosa
(disegno di ottoeffe)
Comme criscevem’
‘e boss assettavano a Sanremo
affianco agli onorevoli,
po’ raccuntavan’ e nuje sentevem’.
(co’sang, 80-90)
Fanno un certo effetto le immagini delle fiamme che divorano la cupola del
teatro Sannazzaro, semidistrutto da un incendio all’alba di mercoledì, e quelle
del cratere affumicato rimasto al suo posto, fotografato dall’alto. Il
Sannazzaro era stato il primo teatro napoletano, nel 1888, a essere illuminato
dalla luce elettrica; il suo palco aveva ospitato Eleonora Duse, Roberto Bracco
e la compagnia dei fratelli De Filippo; poi era diventato un cinema porno; a
metà anni Sessanta era infine stato rilevato, ristrutturato e riaperto nel 1971
dall’attrice Luisa Conte e da suo marito Nino Veglia.
(credits in nota 1)
La storia del mondo è una storia di incendi, e la storia del teatro è in qualche
modo anche la storia del mondo. Quando visitai per la prima volta The Globe a
Londra sapevo del grande incendio che lo aveva distrutto nel 1613, ma non sapevo
che solo cinquant’anni dopo essere stato rimesso in piedi era stato demolito. Fu
una delusione apprendere che quel posto così suggestivo in cui stavo camminando
era solo una ricostruzione moderna, fatta nel 1997, peraltro nemmeno nello
stesso punto in cui la struttura originale era sorta. Capii dopo che era una di
quelle finzioni che intreccia la realtà, come gli uomini-donne nel teatro
medievale, con la creazione, o come Jacques in As you like it, dove all the
world’s a stage, and all the men and women merely players; they have their exits
and their entrances; and one man in his time plays many parts, his acts being
seven ages.
Attiguo a casa sua stava un palazzo moresco, denunciato dal salmastro,
orientale, come un riflesso sbiadito. Scrostato sotto le volte degli archi e
sulle cupole. Abitato l’inverno da Cristiani comodi che nell’estate pagana
cedevano le due ali sul mare per non morire di fame. (carmelo bene, nostra
signora dei turchi)
Sembrerà strano a qualcuno, ma Brunelleschi l’architettura l’aveva studiata solo
da autodidatta, quando a trentasette anni vinse un concorso per la progettazione
della cupola di Santa Maria del Fiore, una delle cattedrali più importanti mai
costruite al mondo. Filippo era infatti di formazione orafo (e orologiaio), e
forse proprio per questo la soluzione che aveva proposto non incontrò
grandissimo seguito, tra gli addetti ai lavori: senza la possibilità di
usufruire di un sostegno esterno, Brunelleschi si inventò un sistema di corde,
archi di mattoni verticali e anelli di pietra e legno orizzontali, che come i
cerchi di una botte avrebbero impedito alla cupola di cedere alla spinta
laterale. Alcune sofisticate macchine furono progettate per portare i
pesantissimi materiali a quell’enorme altezza, tra cui un paranco azionato da
buoi. Una buona parte di queste informazioni sono tuttavia soltanto
supposizioni, perché alla sua morte Brunelleschi non lasciò neppure uno schizzo
della progettazione.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/brunelleschi.mp4
(credits in nota 2)
Si è fatto un gran parlare delle dichiarazioni del capo della procura di Napoli,
Nicola Gratteri, che ha detto che quelli che voteranno Sì al prossimo referendum
sulla giustizia sono – a proposito di cupola – mafiosi e massoni. Ora, sebbene
la linea del gorilla di Brassens appaia ancora convincente sull’approccio ai
togati, Gratteri incluso, per quel poco che ci ho capito mi sembra abbastanza
insano pensare di smantellare una lobby (il sistema delle correnti) intervenendo
direttamente sulla separazione dei poteri e aumentando il controllo del potere
politico sui magistrati.
D’altronde, il procuratore capo di Napoli – uno showman ormai che manco il
compianto Mario Musella – dovrebbe sapere che il confine tra mafiosi, massoni e
politici nel nostro paese non è mai stato troppo netto. E pure i giudici, sulla
cupola, non stanno esattamente sempre fermi a guardare.
PM: Signor Mutolo durante lo svolgimento del maxi processo vi giunsero notizie
sulla possibilità di un aggiustamento di questo processo?
GM: Guardi negli ultimi periodi l’assicurazione era quella: state tranquilli,
noi dobbiamo subire una condanna per il discorso politico, insomma, in cui si
doveva far credere al mondo intero che la mafia era tutta condannata, comunque
in appello con i giudici di merito si darà un aggiustatina, però a Roma state
tranquilli perchè c’è l’assicurazione che viene il processo buttato a terra. Già
aveva preso piede che a Roma diciamo c’era il Presidente Carnevale, si parlava
che c’era la persona giusta al punto giusto e quindi cioè non ci potevano essere
problemi. […]
PM: Signor Mutolo, in che modo Andreotti sarebbe dovuto intervenire su
Carnevale?
GM: Perchè era una cosa che ci interessava diciamo all’On. Andreotti, cioè l’On.
Andreotti era l’esponente, per quanto concerneva Palermo, la Sicilia, che era il
più stretto, che era in contatti con Salvo Lima, quindi Salvo Lima cioè mandò a
dire, cioè parlò con Riina, con altre persone che ora io non è che posso sapere
con quante persone ha parlato fuori. Io posso dire con quelli che si parlava
dentro, che l’On. Andreotti aveva dei rapporti particolari. Però io non so se
sono di parentela, se sono politici, se sono di amici, comunque l’assicurazione
era quella, che a Roma il processo sarebbe stato buttato a terra, cioè già si
sapeva va bene che quando questo processo arrivava a Roma con le carte vuote il
processo doveva essere buttato a terra, cioè i detenuti dovevano passare per
vittime, va bene, e i giudici che avevano istruito il processo dovevano essere
dei giudici inquisitori. Anzi ci diceva che sicuramente dopo la sentenza che
faceva il Presidente Carnevale sicuramente il giudice Falcone a quel punto se ne
doveva andare in qualche paese sud africano per andare a fare l’ambasciatore con
il giudice.
(il pentito gaspare mutolo interrogato dal pm nel corso dell’udienza del
processo per la morte di mino pecorelli del 30 maggio 1996)
La scorsa settimana si è tenuto a Bagnoli un consiglio di municipalità, uno di
questi momenti di farsa (lapsus: volevo dire “falsa”) partecipazione che stanno
organizzando il sindaco di Napoli, in veste anche di commissario straordinario
per la bonifica, il suo partito (il Pd), i suoi assessori e tutta una pletora di
personaggi che cercano di risollevare la reputazione del baraccone Coppa
America, ormai inviso alla maggior parte degli abitanti del territorio.
Tra le varie scene comiche, c’è stata quella della vicesindaca Lieto che si
siede da sola in un banco del parlamentino di via Acate, dopo che attivisti e
altri abitanti hanno occupato gli scranni della giunta, e si becca fischi,
pernacchi e improperi, mentre tutti gli uomini con lei presenti (il dirigente
Auricchio, l’assessore Cosenza, i subcommissari Falconio e De Rossi) se la danno
a gambe levate lasciandola da sola in balia della contestazione. Lo stesso
Auricchio, che si vanta spesso di essere carabiniere e uomo delle istituzioni,
qualche minuto dopo si avvicinava a uno dei cittadini che stava osservando la
scena, apostrofandolo con un «ma tu a chi appartieni?», nel tipico slang dei
“servitori dello Stato” e dei popoli barbari.
Qui alla frontiera cadono le foglie,
e benché i vicini siano tutti barbari e tu,
tu sia a mille miglia di distanza,
sul tavolo ci sono sempre due tazze.
(anonimo, dinastia tang – 618-906)
a cura di riccardo rosa
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¹ Luisa Conte in Non ti pago, di Eduardo De Filippo (1964)
² Marco Messeri, Aldo, Giovanni e Giacomo in Tu la conosci Claudia?, di Massimo
Venier (2004)
(disegno di ottoeffe)
Le stagioni ed i sorrisi
son denari che van spesi
con dovuta proprietà.
(francesco guccini, vedi cara)
Sorrisi abbastanza amari ha provocato la scorsa settimana la telecronaca
dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina fatta dal direttore di Rai
Sport Paolo Petrecca, che ne ha combinate di tutti i colori in mondovisione,
sbagliando il nome dello stadio San Siro, confondendo Matilda De Angelis con
Mariah Carey, la presidente del Cio con la figlia di Mattarella, e allietando
gli spettatori con una serie di luoghi comuni del tipo “i brasiliani hanno il
ritmo nel sangue” – ma a differenza dei napoletani…:
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/covatta.mp4
(credits in nota1)
Il povero Petrecca nulla c’entra d’altronde con lo sport, cosa di cui non si
occupava da secoli prima di essere nominato direttore della rete, e per di più
non era stato impeccabile nemmeno come direttore di Rai News24, tanto da farsi
sfiduciare dal voto contrario al suo piano editoriale da parte dell’83% dei suoi
giornalisti. Semplicemente è stato messo lì dal governo nell’ambito della
lottizzazione della televisione nazionale, altra pratica che scandalizza solo
gli ipocriti, dal momento che è cinquant’anni, più o meno, che funziona così.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/andreotti.mp4
(credits in nota2)
La parola “lottizzazione” fu coniata a fine anni Sessanta da Alberto Ronchey,
giornalista, saggista e poi pure ministro in un governo Ciampi, che denunciò con
una lettera a La Malfa la spartizione delle cariche in Rai. La lottizzazione
divenne pratica alla luce del sole qualche anno dopo, con il cosiddetto “patto
della Camilluccia”, che prendeva il nome dalla strada romana su cui sorgeva una
splendida villa della Democrazia Cristiana. Dopo una divisione dei posti tra Dc
(Rai Uno) e Socialisti (Rai Due), negli anni del compromesso storico e dopo la
nascita dell’attuale Rai Tre anche il Partito comunista reclamò la sua parte,
prendendosi quella che diventerà poco tempo dopo Tele-Kabul.
La situazione più difficile da gestire, come racconta Daniele Zaccaria sul
Dubbio, riguardava però la rete ammiraglia, con un alternarsi di nomine dovute
ai continui cambiamenti dei rapporti di forza interni tra andreottiani,
fanfaniani, forlaniani, e demitiani, “in particolare nelle testate
giornalistiche con gli inviati ‘a libro paga’ riconoscibili per via degli
accenti regionali: all’inizio degli anni Ottanta, per esempio, ci fu l’assalto
degli avellinesi incarnato dall’approdo di Biagio Agnes, amico stretto di De
Mita, alla direzione generale”.
(credits in nota3)
Ogni anno, il 14 febbraio, un timido sorriso di nostalgia fa capolino sul mio
viso alleviando la tristezza per l’anniversario della morte di Marco Pantani,
ricordando il casino che io e un caro amico montammo in un pub quella sera di
ventidue anni fa, quando nell’intervallo di un indecente Bologna-Juventus
apprendemmo della morte per overdose dell’indimenticato pirata, nel motel Le
Rose di Rimini (per uno strano gioco del destino, tra i cantori delle imprese di
Pantani c’era il telecronista Auro Bulbarelli, giornalista defenestrato venti e
passa anni dopo da Petrecca per motivi ridicoli, a poche ore dalla telecronaca
olimpica dello scandalo, e da lui sostituito).
Mentre la notizia della morte del nostro eroe colpiva me e U. come un fulmine a
ciel sereno, quella sera, a pochi centimetri da noi due compagni di classe
continuavano impunemente a pomiciare, palpeggiandosi sulle panchine di legno
senza rispetto alcuno per il nostro lutto (non ricordo se gli intervenuti per
sedare la rissa che stava per scoppiare era gente seduta con noi al tavolo o
altri astanti del locale, ma forse questo dettaglio non ha importanza neppure
per questa rubrica). Vale la pena invece ricordare il sorriso fragile
dell’antieroe della bicicletta, ammazzato da una macchina infernale che l’aveva
schiacciato con una violenza inaudita e per ragioni che neppure i processi sulla
vicenda sono riusciti a chiarire del tutto (per approfondire: una bella
intervista a Gianni Mura a dieci anni dalla morte del Pirata e una altrettanto
bella alla mai rassegnata mamma Tonina, che nemmeno per un secondo ha creduto
alla colpevolezza di suo figlio nel caso Madonna di Campiglio, che diede inizio
al calvario)
(una foto di marco pantani a metà anni novanta)
Ho appreso via radio qualche giorno fa della reunion dei Portishead per il
concerto Together for Palestine organizzato a Wembley da Brian Eno. Sono andato
a sentirmi l’arrangiamento di Roads fatto per l’occasione, dopo qualche ora, a
casa, e l’ho trovata più devastante di sempre. Per i fan, oltre alla musica,
vale la pena guardare il video, anche perché Beth Gibbons è molto invecchiata ma
è bellissima anche a sessant’anni.
A proposito di anni che passano e di sorrisi, noto che ad aprile diventerà
maggiorenne persino Third (2008), l’ultimo album registrato dal gruppo inglese
in studio, e la cui canzone più bella è senza dubbio Nylon Smile. Nel frattempo
anche se il trip-hop è morto, e Bristol era una città orribile già nel 2010
quando l’ho visitata, i Massive Attack hanno tolto tutti i loro album da Spotify
per protesta contro gli investimenti del suo proprietario nell’AI militare
israeliana.
I struggle with myself
Hopping I might change a little
Hopping that I might be
Someone I wanna be
Looking out I wanna know someone might care
Looking out I want a reason to be there
‘Cause I don’t know what I’ve do to deserve you
And I don’t know what I’ll do, without you
Looking out I want to know some way might clear
Looking out I want a reason to repair
‘Cause I don’t know what I’ve done to deserve you
And I don’t know what I’ll do without you.
a cura di riccardo rosa
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¹ Stefano Sarcinelli e Giobbe Covatta in Tribuna Politica, 1993
² Leo Gullotta, Giulio Andreotti, Pippo Franco e Oreste Lionello in Biberon,
1998
³ Renzo Arbore, in: FF.SS. – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a
Posillipo se non mi vuoi più bene?”, di Renzo Arbore (1983)
(disegno di ottoeffe)
Organizzate eventi sul fratello minore di Mussolini, sul segretario del Partito
nazionale fascista Ettore Muti: vi ritenete un centro di ricerca di destra?
«Molti ci vedono a destra, ma abbiamo superato questa vecchia dicotomia. Presto
pubblicheremo un libro su Che Guevara».
Il titolo?
«Che Guevara visto da destra».
(ilcentro.it, Ultradestra d’Abruzzo, il responsabile del Centro studi: «È
formazione culturale. I nostri iscritti crescono»)
Credo di aver già scritto, in questa rubrica, di una brava insegnante di
francese che avevo alle superiori. Una volta scelta la parola di questa
settimana, mi sono ricordato di una sua lezione che mi piacque molto, un lunedì
mattina del quarto o del quinto anno a occhio e croce. Va detto che -pr aveva la
sfortuna di doversi accollare le prime due ore del primo giorno della settimana,
che coincidevano con il momento di conteggio del Fantacalcio (non c’erano le app
automatiche di oggi, si faceva tutto con carta, penna e Corriere o Gazzetta
dello Sport): una pratica che implicava l’abbassamento da parte di almeno mezza
classe di una soglia d’attenzione già di per sé non esattamente elevata.
A conteggi finiti anche io incominciai ad ascoltare. Essendomi perso la parte
iniziale della lezione, però, per un bel po’ non riuscì a capire come mai
dovevamo studiare in letteratura francese la produzione teatrale di un autore
irlandese e di un movimento a cui era stato dato nome da un critico ungherese,
con un saggio, The Theatre of the Absurd, scritto in inglese.
Trentanove anni, oggi, sano come un pesce, a parte la mia vecchia debolezza, e
intellettualmente ho adesso ogni motivo di credere sulla… (esita)… cresta
dell’onda… o da quelle parti. Celebrata l’orrenda ricorrenza, come sempre in
questi ultimi anni, tranquillamente, alla Taverna. Non un’anima. Rimasto a
sedere davanti al fuoco con gli occhi chiusi, a separare il grano dalla pula.
Buttata giù qualche annotazione sul rovescio di una busta. Felice di essere di
nuovo nella mia tana, nei miei vecchi stracci. Appena mangiato, mi spiace dirlo,
tre banane, e solo con difficoltà mi sono astenuto da una quarta. Micidiale per
un uomo nel mio stato. (samuel beckett, l’ultimo nastro di krapp)
Ho letto per la prima volta un mesetto fa L’ultimo nastro di Krapp.
Personalmente odio le banane, ma per quanto ne sappia hanno un sacco di virtù.
Per cui una delle cose che mi sono chiesto mentre leggevo è quale fosse lo stato
di quell’uomo per cui queste, mi riferisco alle banane, potessero risultare così
micidiali. Ci ho messo un po’ anche a capire – forse per colpa di quei venti
minuti impiegati a fare i conteggi del Fantacalcio – come mai il protagonista di
quel lavoro ce l’avesse così profondamente con il tempo, tanto da flagellarsi
con l’ascolto delle vecchie bobine registrate negli anni precedenti e tanto da
consacrare il ricordo di un sé che disprezza e condanna a ultima immagine, anzi
ultimo suono, della sua vita.
L’opera si conclude con Krapp che fissa il vuoto sul palcoscenico in silenzio, e
il nastro, ormai finito, che gira a vuoto nel registratore.
(credits in nota1)
Beckett mi è sembrato più lineare di un Armony davanti a una puntata di qualche
giorno fa di Otto e mezzo, in cui l’ospite principale era tale Leonardo Maria
Del Vecchio, giovane miliardario e principale erede del fu padrone di Luxottica.
Del Vecchio, trent’anni, si è presentato davanti alle telecamere di La7 in un
bel completo blu e uno stato di apparente trance, da far probabilmente temere i
propri cari per la sua salute: lunghissime pause, capacità argomentative di un
tredicenne strafatto di Diazepam, labbra e altre terminazioni nervose del volto
che gli pulsavano all’impazzata non appena il discorso si faceva più insidioso
(tipo quando è stata tirata in ballo l’accusa di omissione di soccorso che gli
pende sulla fedina penale, dopo un grave incidente stradale nel 2025 sulla
tangenziale di Milano).
(credits in nota 2)
Come sempre, davanti all’assurdità di questi personaggi, quelli che mi fanno più
incazzare sono quelli di sinistra, o presunti tali, e nel caso specifico Gruber
e Giannini (chiedo scusa a chi si sente realmente di sinistra, ma è meglio
definirli tali che beccarsi una querela qualificandoli in altro modo). Se nella
parte del gran cortigiano c’era il tiratissimo Italo Bocchino, che si prodigava
in difese d’ufficio al miliardario talmente ruffiane da risultare comiche, il
quadretto si completava con le cannonate sulla Croce Rossa che Gruber e Giannini
sparavano, credendo di mettere alla gogna il giovane miliardario con continue
provocazioni e – questa è una specialità della giornalista ex Rai – facendo di
tutto per tirargli di bocca frasi sconvenienti.
Come se aspettassimo l’uscita dalle quinte di Godot, io e g. siamo rimasti con
occhi sbarrati ad ammirare lo spettacolo, tra la prosopopea di quei due che si
compiacevano di aver fatto domande scomode al loro ospite, il giovane che non
vedeva l’ora di uscire di lì e fare serata, e una domanda in fondo ingenua che
rimaneva latente nell’aria: ma cosa cazzo l’avete invitato a fare?
a cura di riccardo rosa
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¹ Rudiger Vogler in: Lisbon Story, di Wim Wenders (1994)
² Intervista a Filangieri Giuseppe, Cinico tv (1992)