I danni strutturali. Le crepe, le signore del quartiere, Rosa, Fortuna, Mena,
produci consuma crolla. Il sindaco, il prefetto, Musumeci, la Protezione civile,
Bertolaso, Berto-naso, le discariche, gli scontri, l’Opus Dei. Gli zaini pieni,
le mutande da lavare, le camicie, l’acidità di stomaco, dormire male, mangiare
peggio. Le birre, il liquore all’arancio, l’aria nella pancia. Ciro, Pietro, il
divano, Fisciano, il gruppo Whatsapp, gli sfollati, i ritardi. I baraccati, la
mensa, le patate, il sopralluogo, la Protezione civile, i pompieri, Propaganda
Live, via Enea, via Di Niso, via Caio Asinio Pollione. L’assemblea, il bonus
affitto, il tendone. Le brandine, le carte, le cartine, le canne, il vino
scadente, l’acidità di stomaco. La Botte Buona, le botte buone, i celerini, le
casse, il corteo. Lo spazzolino, il dentifricio, i pezzi di muro, l’intonaco, i
vicini, l’amministratore, la signora delle pulizie.
C’a facimm’ ‘a galera!
‘A dint’ o ‘a fore è ‘o stess’:
mutanda Uomo,
cazettin’ No Stress.
(speranza, givova)
Il telefono scarico, la penna di tre euro e cinquanta, la tesi di dottorato, il
Manifesto. Il filo del computer, il caffè a letto, il letto sfatto, il Labriola,
lo sfratto, gli sgomberi, i crolli, i pompieri, il mare, il Praru, la radio,
l’armadio. Il centro analisi, l’assicurazione della macchina, l’assicurazione
del motorino, l’assicurazione che ne usciamo sempre. Il cibo nel frigorifero, la
tisana zenzero e limone, i crampi, le scarpe nuove, la pancia gonfia, il jeans
sporco, la camicia pulita.
– ‘E visto ‘cca che panza ca sto facenno, ma’?
– Uh mamma mia, mo’ caccia n’ata nuvità: ‘a panza! Ma aro’ a vire ‘sta panza?
Quello è il nervosismo. […] Tu te crire ca quanno uno sta accussì, senza fa’
niente, sta calmo e sta tranquillo: Vince’, la mente ave bisogno di sta’…
occupata, insomma, ‘e fa qualche cosa, non so, un lavoro…
– Eh, ‘nu lavoro… ‘o ‘ssapevo!
– Eh! ‘Nu lavoro… nun l’hai visto a tuo fratello?
– Uh ma’, ja lasciami… Vai ja, mo’ vengo! Io ‘o ‘ssapevo: tuo fratello! Quanno
parl’ ‘e chill’ mamma mia d’o Carmine… Me saglie ‘o nervosismo… saje addo’? Me
faje veni’ ‘na panza ‘e chesta manera!
(massimo troisi e olimpia di maio, scusate il ritardo)
Il casello, l’autostrada, Marcianise, i Quartieri, il Vomero. La genovese, la
dieta, il cornetto vegano, il registratore, l’operaio più anziano. Il bonus
affitti, Alessia, Antonella, Pina, i guardiani della Nato, la Protezione civile,
la dirigente incivile. L’ingegnere strutturista, i pompieri, l’ingegnere
strutturale, il raffreddore, l’umidità, le scale a piedi, i borsoni, i
giradischi, il rione Sanità, la sanità pubblica, la sanità privata, la sanità
mentale, l’insanità statale.
Breathe the pressure, come play my game, I’ll test ya.
Psychosomatic, addict, insane. Come play my game.
L’Africa, Parigi, 18 vagues. I senza tetto, i senza casa, i balconi pericolanti.
I tramezzi, i muri maestri, i venerabili maestri, i maestri di strada, i maestri
in strada, la strada maestra, le bandiere, la Digos. La delegazione, palazzo
Chigi, Musumeci. Le nuove edificazioni, il Praru, Manfredi, Meloni, Fitto,
Mattarella. Daniele, Enzina, Carmela, libanese grande, libanese piccola. Via
Boezio, Cupa Starza, il pazzo del quartiere, i cazzi da cacare, il freddo, le
guardie. Walter, Paone, la colmata, la stuccata, i polacchi, gli albanesi,
l’assemblea popolare. Iskra, l’Assise, i No Box, Mare Libero. Villa Medusa,
Villa Avellino, Potere al popolo, potere al povero, potere scomodo, potere
lurido. Perditempo, Alfonso, Tonino, la Nastro, le casse, le tasse. Il garage, i
debiti, i crediti, l’abilitazione, gli anni Sessanta, Boccaccio Settanta.
Pasolini, il Peroncino, le birrette. Vonk, i pozzi, le fumarole, Tonino lo
scienziato, i terremotati, la grondaia, la colata, la colmata.
I miei mali fisici andavano e venivano sovente o a distanza di tempo, proprio
come un cambiare e rimettersi del tempo che dobbiamo subire e che non possiamo
modificare. […] I medici mi dichiaravano malato perché sapevano quanto io
soffrissi e come certe volte, ogni giorno, facessi fatica a resistere, ad andare
avanti. E loro invece di aiutarmi a prevalere sui miei mali li rafforzavano per
sgominarmi del tutto. […] Avevo denunciato i miei mali perché ero abituato a
farlo mentalmente; perché il farlo costituiva ormai un fatto quotidiano o almeno
frequente della mia vita; un’operazione che mi consentiva allora di sollevare i
miei mali un momento dal mio corpo e dalla mia anima e di vederli distanti,
lontani, come sopra un davanzale dal quale fosse poi possibile farli sparire o
riprenderli, secondo la mia volontà. […]. Ma insieme avevo il timore che fossero
improvvisamente scomparsi. (paolo volponi, memoriale)
Subito, Tecnocasa, Bakeka, Idealista. Un idealista, un turnista, un ciclista. Un
prete, un poeta, un comunista. Due comunisti, tre comunisti, quattro comunisti,
i muri, i graffiti, le crepe, le crepe a croce, le croci con la mano sinistra, i
disoccupati, i proletari, gli affittuari, i proprietari, i magliari, i falsari.
Licola, Varcaturo, Monteruscello. Gli speculatori, i mediatori, i sensali, i
muratori. Le caparre, le agenzie, le referenze, le competenze, i vulcanologi,
gli urbanisti, gli ingegneri, la Protezione civile. Il 110, il bonus sisma, il
bonus affitto, il bonus nella bolletta. La sosta del campionato, la sosta
sull’autogrill, le pizze, le cocacole, le frittate di maccheroni, i copertoni,
il gommista, il cambio d’olio, il tagliando in corso, il tagliando vecchio, il
passato il presente il futuro, è meglio niente ‘nzieme che essere ricco sulo.
(a cura di riccardo rosa)
Tag - parola della settimana
(disegno di ottoeffe)
[…] quando a tanta scossa il povero regno italico faceva da ogni parte le
crepe. (giosué carducci, prose)
Ashikaga Yoshimasa fu nominato shōgun (una via di mezzo tra un comandante
dell’esercito e un dittatore militare) nel 1449. Contribuì allo sviluppo
culturale del Giappone: in particolare durante il suo governo nacquero la
cerimonia del tè, l’Ikebana, il teatro Nō e la pittura con inchiostro cinese.
Promosse infine l’armonizzazione tra la cultura della corte imperiale (Kuge) e
quella dei samurai (Bushi).
Un giorno Yoshimasa fece inviare in Cina una sua preziosa ciotola di tè per
ripararla. Quando gli fu rispedita indietro a corte, però, si imbestialì perché
le crepe erano ancora ben visibili. Per placarlo, gli artigiani giapponesi
usarono un escamotage: utilizzarono, per riempire prima e ricoprire poi le
crepe, la foglia oro, dando all’oggetto un’immagine nuova, risplendente grazie
alla lucentezza del metallo. Quella tecnica divenne celebre in Giappone con il
nome di Kintsugi (金継ぎ), letteralmente “riparare con l’oro”, grazie alla sua
doppia valenza: da un lato permette agli oggetti rovinati di riacquistare
splendore, dall’altro mostra con orgoglio le cicatrici, saldando sì le crepe ma
valorizzandole, rendendole l’elemento più prezioso di un oggetto.
L’assemblea sottolinea lo stretto legame esistente tra la situazione
bradisismica e gli sviluppi futuri sull’area ex Italsider, in particolare
rifiutando ogni possibile azione speculativa e che aumenti le cubature edilizie,
la cementificazione e il congestionamento dell’area. […] L’assemblea ha
approvato all’unanimità le seguenti rivendicazioni:
– Controllo e censimento a tappeto per la stabilità di edifici pubblici e
privati a carico dello stato
– Pubblicazione della documentazione relativa alla verifica sismica
– Soluzioni alternative, sostenibili e dignitose, sul territorio, per gli
sfollati da edifici a rischio
– Blocco dei mutui, senza maturazione degli interessi, e degli affitti per
tutti gli sfollati
– Blocco e annullamento della cementificazione ulteriore dei Campi
Flegrei, fermando subito tutti i nuovi progetti di edilizia privata
(dal verbale della quarta assemblea della decima municipalità occupata –
continua a leggere qui)
Vurria addeventa’ ricco e chino e sorde
Pe’ chello ca me credo ca è ‘a ricchezza:
è ‘o sanghe e ll’ate, nu braccio ca se spezza.
Vurria penza’ a sta buono ogni matina
Pensanno ca so’ stato fortunato,
Ca si guadagno è n’copp ‘o sanghe ‘e ll’ate.
(24 grana, ‘e kose ka spakkano)
.
A dispetto degli annunci fatti dal ministro già dalla fine del 2023, la gestione
della fuga dalle abitazioni in occasione delle scosse più forti è solo sulle
spalle dei trentamila cittadini della zona. Le simulazioni di questi mesi sono
state poche e mal organizzate, mentre soltanto di recente prefettura e
Protezione civile hanno elaborato protocolli per persone con disabilità e piani
specifici per la gestione degli sciami sismici in orario scolastico (d’altronde
solo dal 5 marzo è online la piattaforma per chiedere un sopralluogo agli
edifici privati). […] La poca disponibilità del sindaco Manfredi e
dell’assessore Cosenza a indire incontri informativi sul territorio è stata
messa in evidenza dai cittadini che hanno partecipato al consiglio comunale di
lunedì. In tutta risposta questi hanno ricevuto rassicurazioni per un una
giornata di confronto alla municipalità… il 28 aprile! Per aprire alla
popolazione le porte della ex base Nato, invece, […] è stata necessaria una
piccola sommossa: fino a mercoledì, infatti, le centinaia di cittadini che con
gli eventi sismici più importanti lasciavano la propria casa, venivano
dimenticate per ore sul viale della Liberazione, dove si riunivano pur senza
acqua e possibilità di andare in bagno, e avendo come unico referente una o due
pattuglie della polizia municipale. (riccardo rosa, la gestione della fuga sulle
spalle dei residenti)
La parola “crepare” viene dal latino col significato di “scricchiolare”, ma
anche di “scoppiare”. La frattura separa in modo netto due parti, che potranno
essere riunite solo grazie a un intervento antropico, o rimarranno separate.
Se la lingua è mondo, è
specchio, trovatici con la pupilla
spalancata, pescaci da quel nero
quell’inchiostro che dica la parola
verticale. Alla sua ombra crescono
domande, si fa spazio
al respiro del pensare.
(elisa biagini, da una crepa)
Il consiglio è stata la solita fiera delle belle parole senza fatti concreti.
Tutte le istituzioni hanno espresso la necessità di “continuare a sensibilizzare
la popolazione” partendo dalle scuole e dagli infopoint sul territorio (pochi e
malgestiti), cercando nell’ordine degli psicologi una sponda per il supporto
psicologico. In realtà appare, questo, uno dei punti più critici della gestione
del fenomeno in questi due anni, e l’elemento che ha creato la vera frattura tra
le istituzioni e le persone, lasciate sole sia nei momenti di rallentamento
delle scosse che in quelli in cui la cosiddetta emergenza (si può definire tale
un fenomeno naturale che si ripresenta cronicamente e per periodi tutt’altro che
brevi?) si fa più pressante, a cominciare dalle notti in cui centinaia di
cittadini si radunano sul vialone dell’ex base Nato di Bagnoli e, a stento,
vengono mandati a supportarli una o due pattuglie di vigili urbani. Altro tema
centrale è il sostegno economico per la messa in sicurezza degli
edifici. (francesco nunziante, bradisismossessivo. un mese di “emergenza” tra
scosse, occupazioni e istituzioni latitanti)
C’è una parola molto in voga nel gergo calcistico internazionale, craque. Una
parola che in molti, anche tra gli addetti ai lavori, usano senza capirla,
riconducendola a crack. Un calciatore è un crack perché “spacca le partite”,
semplicemente entra e le cambia, oppure perché all’improvviso decide di entrare
in azione e fa un po’ ciò che vuole; ancora, secondo altri, perché la sua
esplosione segna una frattura, una crepa, tra ciò che c’era prima e dopo di lui.
Come un Cristo, o un Buddha.
Baggio è, davanti a Vialli, il cannoniere di questa piccola Coppa, con nove reti
in otto partite. […] Se le cifre si estendono a tutta l’estate, ecco che per
Baggio diventa un trionfo. Ha fatto gol amichevoli al Casteldelpiano, al
Poggibonsi, alla Lucchese (prima delle quattro doppiette finora realizzate,), al
Torino. E poi quasi sempre in Coppa Italia: all’Avellino, alla Virescit,
all’Ancona, all’Udinese, infine all’Inter. Siamo di fronte al nuovo crack del
calcio italiano. (due campioni da scoprire, 30 settembre 1988)
In realtà la parola viene dal calcio sudamericano, ed è semplicemente la
traduzione di “asso”. Esiste anche un premio, nel campionato brasiliano, “El
Craque do brasileirao”, lo scorso anno vinto da Luiz Henrique André Rosa da
Silva, più noto come Luiz Henrique. L’attaccante di Petropolis, comune dell’area
metropolitana di Rio, ha ventiquattro anni ma ha già girato mezzo mondo. Tra i
diciotto e i ventuno anni ha giocato nel Fluminense, poi al Betis di Siviglia,
poi è tornato in Brasile (Botafogo, con il quale è stato nominato miglior
giocatore della finale di Coppa Libertadores, vinta per 3-1 contro l’Atletico
Mineiro) e un mesetto fa è tornato in Europa, acquistato dallo Zenit di San
Pietroburgo, per trentacinque milioni di euro. Henrique, dopo aver segnato,
esulta di solito con la mossa di T’Challa, personaggio Marvel e re del Wakanda,
e protettore del paese nei panni dell’eroe Black Panther.
La sconfitta complessiva del movimento nato negli anni Sessanta, è stata
particolarmente dura per la componente afroamericana. […] La massiccia
introduzione di droga – soprattutto il devastante crack – nella comunità nera,
nell’indifferenza, se non compiacenza, delle autorità, ha trasformato i ghetti
in “terre di nessuno” dove l’attività criminale e l’appartenenza a una gang
rimane l’unica forma di ascesa sociale e di riconoscimento, e la violenza dei
neri contro neri ha raggiunto livelli intollerabili. Il “problema nero” è stato
abbandonato a se stesso, al suo autocontrollo distruttivo, da una società
americana sorda e insicura che ha rinchiuso i neri poveri fra le mura invisibili
del ghetto e quelle, tangibili, delle prigioni» (paolo bertella farnetti,
pantere nere. storia e mito del black panther party)
(a cura di riccardo rosa)
(disegno di ottoeffe)
«Dalla disperazione alla disperanza», mi ha proposto -ma venerdì sera, al
termine del concerto di presentazione del nuovo disco di Ciro Riccardi (per gli
amici Cerone), e nell’invitarci a berne ancora un ultimo, in un noto bar rifugio
dei poeti decadenti del centro città.
Del disco di Ciro (Ncopp’a sta terra, prodotto da Phonotype Records) il brano
più bello mi è parso Arrassusia, scritto e interpretato da Libera Velo, regina
del rocksteady cittadino. È, “arrassusia”, una parola di scongiuro ma anche –
appunto – di speranza, condivisa da due o tre dialetti meridionali, che scaccia
la iattura e gli iettatori, la malasorte e le ciucciuvettole, e chi più ne ha
più ne metta.
Io nun te voglio appacia’,
‘e criature a dummeneca nun ce vonno jì dint’e centre commerciale…
Cavie, zoccole p’e saittelle!
Io nun te pozz’ appacia’,
‘e criature a dummeneca nun se ne vanno p’e centre commerciale…
Cavie, zoccole: puortàle ‘o mare!
(libera velo, cricche)
Ora, su questa “dis-peranza” ho riflettutto durante tutto il viaggio in motorino
di ritorno verso casa, e pure la mattina dopo mentre lavoravo con un gruppetto
di ragazzi e ragazze del liceo del quartiere. Il dizionario sembra le dia
dignità solo mettendola in competizione con la disperazione (“ha sign. più tenue
che disperazione, ma nella lingua ant. le due parole sono sinonimi”), eppure a
me sembra una condizione assai diversa, definibile più per sottrazione, che poi
è la cosa su cui meglio sto lavorando con questi adolescenti, con cui ci
interroghiamo sulle tecniche per raccontare attraverso un testo il reale.
C’è un ulteriore uso che merita di essere citato, perché arricchisce la
tavolozza dei nostri sentimenti: è stata detta “disperanza” anche quel
sentimento sublime di sgomento che si prova davanti all’immenso,
all’indomabilmente vasto — e ciò che ha questi caratteri. Per esempio, si può
parlare della disperanza delle vette innevate, o del mare in tempesta. Non è un
nesso abituale, ma è facile accorgersi come ci possa essere o possa mancare, nel
rapporto con le grandezze del mondo, un senso di fiducia che è una sfumatura di
speranza, o di sfiducia che è disperanza. (unaparolaalgiorno.it)
Che sia, quindi una questione di ottimismo? Di punti di vista? Di narrazione?
Infatti ho speranza, finché non muoio,
che tanto è l’ultima e m’illumina nel vuoto.
Decollo, pronto al volo col mio poto,
plata o plomo, parla poco, placca l’uomo e dà un cazzotto,
romanzo l’accaduto in un salotto,
perché sono scrittore e interprete, Black Lives Matter!
Per ogni sbirro che spara nelle vertebre e mai smette.
Come evadi dai problemi che ti fai, in pochi metri quadri?
Giocherai alla Play dal tuo compagno di banco delle elementari.
(speranza e tedua, a la muerte)
Ho avuto varie discussioni interessanti in questi giorni con alcune tra le
persone che hanno occupato, questa settimana, la sede della municipalità di
Bagnoli, soprattutto sulla necessità di rilanciare la lotta sulla rigenerazione
urbana dell’ex area industriale, ora che l’accoppiata Manfredi-Meloni sta pezzo
dopo pezzo smantellando gli elementi più scomodi (per loro) del piano, ovvero
quelli che recepivano trent’anni di lotte popolari sul territorio. Il tema è
sempre quello, provare di continuo a rinnovare le pratiche e i linguaggi,
giocare all’attacco elaborando nuove strategie da integrare alle forme di lotta
tradizionali, superare lo sfinimento della comunità del territorio logorata da
trent’anni di scientifico abbandono e sperpero di centinaia di milioni di euro
senza risultati. Dis-perare allora, o seguitar il canto con quel suono di cui le
Piche misere sentiro lo colpo tal, che disperar perdono?
In questo passaggio del Canto I del Purgatorio, Dante in fondo ci risponde:
chiede a Calliope di aiutare il suo canto con quello stesso suono con cui la
musa della poesia sconfisse le figlie di Pierio, re di Tessaglia, che l’avevano
sfidata con un grave atto di superbia. È superbia, lottare nella disperanza?
Ostinazione, inflessibilità, autoassoluzione? Ho nel mio studio un manifesto
incorniciato che sempre mi ricorda:
(da: elpressentiment.net)
Post scriptum. Le Piche in cui vengono trasformate le figlie di Pierio, altro
non sono che delle gazze (pica pica è il nome latino dell’animale), uccelli
appartenenti alla famiglia dei corvidi, dal colore nero sericeo e bianco
candido. Gazza è anche il soprannome di uno dei miei calciatori preferiti, e per
alcuni dei miei amici pure il mio; è inoltre il simbolo della città del nord est
inglese a cui sono legato, e da cui proviene quello stesso giocatore. Un giorno,
gironzolando per le sale del museo d’arte moderna di Madrid, rimasi a guardare
affascinato un piccolo libro di Lise Deharme e Joan Mirò, che ha per tema
proprio la sintesi tra lo sperare e il dis-perare, al di fuori di qualsiasi
condizionamento proveniente dal mondo reale (In questo modo, l’autore rimane
fedele all’idea surrealista che la disperazione è – paradossalmente – una fonte
di speranza, leggo qui / traduzione mia). Il libro si chiama La petite pie.
Ovvero, “la piccola gazza”.
Il était une petite pie / C’era una volta una piccola gazza
Toujours au désespoir / Sempre disperata
Et toujours dans son lit / E sempre a letto
Elle était toute noire / Era tutta nera
Mais quand même très jolie / Ma ancora molto bella
Elle partit à cheval / Andava a cavallo
À cheval sur une souris / A cavallo di un topo
En revint au plus mal / E in un brutto modo tornò
Et mourut dans son lit / E nel suo letto morì
(joan mirò, il était une petite pie)
(disegno di ottoeffe)
Leggo avidamente il giornale. È la mia unica fonte di continua finzione
letteraria. (aneurin bevan)
Ha provato in ogni modo Donald Trump a richiamare all’ordine, senza successo,
l’utile idiota, nazionalista e filonazista Volodymyr Zelenskyj, scaricato e
quasi menato dal multimiliardario e fascista presidente degli Stati Uniti nel
corso di una concitata conversazione in favore di telecamera, nello Studio ovale
della Casa Bianca.
s.m. [dim. di teatro]. – 1. Piccolo teatro, spec. per rappresentazioni di
burattini o di marionette (e in questo caso può significare anche lo spettacolo
stesso o il suo genere) e come giocattolo per bambini. 2. estens., spreg.
Situazione o condizione ambientale in cui tutto si riduce a un gioco delle parti
nel quale ognuno finge di recitare un certo ruolo: il t. della politica,
espressione usata per definire una politica basata su tattiche e strategie
collaudate. (teatrino: treccani.it)
Zelenskyi ha provato inutilmente a dimenarsi, ma tra gli amici di un tempo
(Trump l’aveva perso già anni fa, quando i due litigarono perché il presidente
Usa gli aveva bloccato quattrocento milioni di dollari di aiuti militari, come
emerso dall’Ucrainagate) non gli resta ora che qualche sparuto sodale in Europa.
(vignetta di vauro)
“Il difficile è la doppia voce, cioè alternare la voce naturale con quella
artificiale ottenuta con la pivetta. Io dico che difficile è la voce artificiale
per mettere in guardia l’apprendista: chi vuole apprenderla deve farlo con una
volontà tale da fargli superare la paura. Solo così riuscirà. […] Poi riguardo
alla scultura di un pupazzo, questa… (Nunzio guardò con ironia la testa) è
ridicola, ma ridicolo mi sembra derivi dalla parola ridere e se fa ridere va
bene per uno spettacolo; se poi sbagli e la fai seria servirà per un personaggio
serio, non possono essere tutti buffoni, altrimenti è una buffonata, non è più
uno spettacolo. L’importante non è il movimento, ma l’impostazione del dialogo e
delle voci: quella del guappo è grossolana, prepotente, violenta; quella di
Pulcinella può essere più violenta ancora ma si distingue per quel tono
ottonato; poi si possono fare altre voci. Il burattinaio deve saper fare tutto:
la donna, il prete, il carabiniere, Pulcinella”. (bruno leone racconta il suo
primo incontro con nunzio zampella, in: le guarattelle. vita da burattinaio)
(credits in nota1)
I buffi sono concilianti, rallegrano la corte e le masse. Il comico che
interessa a me è un’altra cosa. Cattiveria pura. Il ghigno del cadavere. Il
comico è spesso involontario. Specialmente quando si sposa con il sublime.
(carmelo bene)
Oltre al carnevale propriamente detto, con tutte le sue azioni e processioni
complicate che occupavano per giorni interi le piazze e le strade, si
celebravano la “festa dei folli” (festa stultorum) e la “festa dell’asino”; ed
esisteva anche uno speciale “riso pasquale” (risus paschalis) libero, consacrato
dalla tradizione. Inoltre, quasi tutte le feste religiose avevano un loro
aspetto comico, pubblico e popolare, anch’esso consacrato dalla tradizione.
Questo era il caso, per esempio, delle “feste del tempio”, accompagnate di
solito da fiere, con il loro apparato ricco e vario di divertimenti pubblici (vi
si esibivano giganti, nani, mostri, bestie sapienti). […] Il carnevale, in
opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione
temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione
provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei
tabù. Era l’autentica festa del tempo, del divenire, degli avvicendamenti e del
rinnovamento. Si opponeva a ogni perpetuazione, a ogni carattere definitivo e a
ogni fine. Volgeva il suo sguardo all’avvenire incompiuto. (michail bachtin,
l’opera di rabelais e la cultura popolare. riso, carnevale e festa nella
tradizione medievale e rinascimentale)
(carnevale di dusseldorf, 2019)
Scoprimmo che a carnevale si fittava la palestra a iniziative private, per fare
il concorso “La più bella mascherina”; la gente s’accattava ‘e vestite: damina
dell’Ottocento, Zorro, eccetera, facevano la sfilata e poi si premiava qualcuno.
Dicemmo: cazzo! Il carnevale è stata una cosa popolare, di rivoluzione, che non
ha niente a che vedere col recupero delle tradizioni borghesi tipo il Carnevale
di Venezia, né con la grande spanciata di cose che sento di “critica sociale”,
tipo il Carnevale di Viareggio. Il carnevale è fatto con materiali di recupero,
senza spendere denari, gratuitamente, col coinvolgimento dei bambini che se lo
ricordano per anni. Una volta un bambino ha scritto: “Oggi è una bella giornata,
non perché c’è il sole ma perché stiamo lavorando insieme”. Classi diverse che
collaborano, insegnanti meno stronzi degli altri che danno una mano e che si
entusiasmano a fare ‘ste cose. Corteo: per le strade, la domenica, quando la
scuola sta chiusa: o si costringe la scuola ad aprire o si porta la roba fuori,
però si fa sperimentare alla gente del quartiere che cosa si può produrre nella
scuola. Non costano niente, non c’è l’alibi: “nun tenimmo denari”, perché si
usano materiali vecchi, ruote di carrozzino, le uniche spese sono il filo di
ferro, la pittura e ‘a colla, poi la carta di giornale, anche se qua nessuno
compra i giornali, ma la Gazzetta dello Sport va bene lo stesso. E in più
l’abolizione di divisione tra alunni e professori, divisione di competenze, per
cui magari l’alunno con difficoltà in italiano e matematica sape ‘nchiuva’ e si
sente riqualificato nel rapporto con gli insegnanti e… e quest’è. Mi pare
abbastanza, no? (felice pignataro in: felice!, di matteo antonelli e desirée
klain)
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/03/pomiglianolow-1.mp4
(credits in nota2)
Guappo: Ovvillann’ ‘ovvì! Nun te movere!
Pulcinella: No no, aspett’ a ttè!
Guappo: Aspe’ Pullecenè, acchiappa, tè! E una, doje, doje e mmiez…
Pulcinella: E tre! (colpisce col bastone, poi i due combattono, continuano i
lazzi, a un certo punto il guappo colpisce Pulcinella di striscio)
Guappo: Ah! (colpisce)
Pulcinella: Aaaah! Papàa! Aaaah, papàaa! (si accascia sulla ribalta)
Guappo: Uè!
Pulcinella: Oh! (si alza e si accascia di nuovo)
Guappo: Che d’è? Susete. (lascia la spada sulla ribalta) Pullecenè!
Pullecenè! Nè, che veco? Pullecenella ha fatto ‘a faccia janca janca, vuo’
vede’ che è muort’ Pullecenella? Finalmente Pullecenella è muort’!
Pulcinella: (si alza e poi si abbassa) Frisc’ all’anema ‘e chi t’è muort’!
Guappo: (si guarda intorno) Eh, mo sa’ che faccio, vaco a chiamma’ duje
schiattamuort’ cu nu’ bellu tavuto, e facce veni’ ccà e ‘o port’ ‘o campusant’…
(va via)
Pulcinella: Addò vaje? Cuopp’ alless’! T’aggio fatt’ fesso! Appena arriva ccà,
prrrr; ‘o facce spurtusa’ ‘o pertus’! Ovvilloco ovvì, arriva arriva… (si
abbassa sulla ribalta)
Guappo: Jamme giuvino’, purtate ‘o tavuto ‘a chesta parte, ‘o muort’ sta ccà
‘nterra, facimm’ ambressa, jamme!
Pulcinella: Ovvilloco ovvì.
Guappo: Jamm’, n’ati quatte pass’ site arrivat’. Caro Pullecenella, je nun te
vulev’ accidere, perciò ‘a colpa è ‘a toja, mo ‘o paese sapenn’ nutizia ca je
t’aggio acciso, addò me vedono vedono, mi chiammano e me fanno ‘on Pascà…
Pulcinella: (si alza senza essere visto) ‘A capocchia! (si abbassa di nuovo)
Guappo: (dopo aver scrutato tra il pubblico) Nun ce sta nisciuno! Che stevo
dicenn’? Uommeni, anzian’, viecchie, giuvin’ e giuvinott’, se levan’ coppole e
cappiello, e me diceno ‘on Pascà…
Pulcinella: (si alza) Prrrr! (si abbassa di nuovo)
Guappo: (al pubblico) Uè! Uèeee giuvino’! Vien’ a ccà! Dunque Pullecenè, al
bando le chiacchiere, ‘o tavut’ sta arrivann’, je te mett’ arint’, te porto ‘o
campusant’ e te sutterr’, poi essendo libero, me ne scapp’ a’ ‘Merica e
accussì…
Pulcinella: (si alza di scatto, prende la spada e lo colpisce) Pò!
Guappo: Aaaah!
Pulcinella: Scappa a’ ‘Merica, va’!
Guappo: Aaaah! (resta con la spada infilata nel corpo)
Pulcinella: Ah aaaah! Che d’è? Mo te fa male ‘a panza?
Guappo: Pullecenè!
Pulcinella: Che d’è?
Guappo: Pullecenè te voglie bene, aiutame…
Pulcinella: Pecché, che d’è?
Guappo: Sto murenn…
Pulcinella: Jett’ ‘o sang’!
(nunzio zampella, il posto privato, l’arresto, la confessione e l’impiccagione)
(credits in nota3)
Due appuntamenti in tema, per chiudere: questo pomeriggio alle 18:00, a Casa
Guarattelle (vico Pazzariello, 15/a), la Pulcinellata, con Bruno Leone e Planos
Sklavenitis; martedì pomeriggio, alle 15:00, con partenza da piazza
Montecalvario, corteo di Carnevale dei Quartieri Spagnoli (con arrivo e grande
fuoco rituale a piazza del Gesù, insieme agli altri carnevali sociali del Centro
storico)
(a cura di riccardo rosa)
_________________________
¹ Le mazzate di Pulcinella, Bruno Leone (2010)
² Carnevale popolare di Pomigliano d’Arco, Gruppo di ideazione e produzione
“Cronaca” (1977)
³ Ninetto Davoli, Totò, Carlo Pisacane, Franco Franchi, Laura Betti, Ciccio
Ingrassia, Adriana Asti, Domenico Modugno, in: Che cosa sono le nuvole, Pier
Paolo Pasolini (1968)
(disegno di ottoeffe)
Ci sono adulti che hanno metodi particolari, talvolta efficaci, talvolta meno,
per incoraggiare i giovani a coltivare le proprie ambizioni (sul tema
della “motivazione” ci si è già espressi in questa rubrica).
Avevamo una scuola di calcio popolare a Bagnoli, e c’era un allenatore che aveva
dei metodi educativi interessanti, ma che a volte richiedevano discussioni
collettive e, in certi casi, un reindirizzamento. Una volta, per far riflettere
sulla sua arroganza un ragazzo che prendeva in giro un paio di compagni non
ritenendoli alla sua altezza calcistica, gli fece fare un intero allenamento con
un cartello sulla schiena su cui c’era scritto “Io sono di legno”. Un’altra,
durante una riunione pre-allenamento in cui si parlava della scelta delle scuole
superiori per l’anno successivo («Io voglio fare l’alberghiero, mi piace
cucinare»; «A me piacerebbe il liceo classico»), pensò bene di suggerire a un
ragazzo che non brillava per impegno scolastico: «Secondo me, Vince’, tu t’e ‘a
mettere sulo ‘a marenna sott’o braccio pe’ jì a fatica’!».
Avevo poi un professore, alle scuole medie, che in base all’idea che si era
fatto dei suoi studenti gli pronosticava un futuro professionale. Tu, Giovanni?
Medico! Tu, Ivana? Farai la scrittrice. Per quelli meno volenterosi, o meno
svegli, aveva un’unica soluzione: il vigile urbano.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/lascuola.mp4
(credits in nota1)
In queste settimane ha molto girato un articolo pubblicato da Osservatorio
Repressione sull’approvazione del decreto Milleproroghe da parte del parlamento,
che prevede, tra le altre cose, la possibilità di dotare i vigili urbani di
tutti i comuni italiani del taser (della situazione napoletana avevamo
accennato qui). Negli stessi giorni ventidue avvisi di garanzia sono stati
consegnati ad altrettanti dipendenti della polizia municipale di Vico Equense
per assenteismo e uso indebito, a fini privati, delle auto di servizio (una
efficace analisi del fenomeno è rintracciabile, come direbbero gli accademici,
nel lavoro di Fastidio, G., 2013).
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/ginof.mp4
Esiste molto materiale cult sul tema della percezione sociale del vigile urbano
da parte della popolazione. Fondamentale è la deposizione in tribunale di Andrea
Alongi, testimone nel processo per il caso Bonsu, ventiduenne ghanese pestato
brutalmente da alcuni agenti della polizia municipale a Parma, nel 2008.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/alongi.mp4
Utile, anche se con risvolti decisamente meno drammatici, la visione del
film Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (scritto da Maccari e
Scola, e con un cast di fuoriclasse: Cervi, De Filippo, Fabrizi, Manfredi,
Sordi). Alberto Sordi, in particolare, interpreta l’agente Randolfi, uno che
“non perdona nessuna infrazione”, appioppando multe alle alte cariche
istituzionali, ai pompieri, al passante che non attraversa con la dovuta
precisione le strisce pedonali. Alla fine del film Randolfi verrà miseramente
bocciato all’esame di francese con cui spera di far decollare la propria
carriera e soprattutto, per la sua intransigenza mal digerita, trasferito a
Milano”.
A proposito di teste senza corpi e passaggi tra la vita e la morte: un centinaio
di persone, o forse anche di più, sono state fortunate venerdì a vedere
un’azione sonora all’Auditorium Novecento di Napoli. Era There lives what has no
name (letteralmente: “Lì vive ciò che non ha nome”), un susseguirsi di ululati,
soffi, colpi a fiato e a tamburi, piatti e triangoli per opera di Chris Corsano,
Walter Forestiere, Antonio Raia e Makoto Sato, il tutto dentro le fiamme, i
lacci, gli spuntoni e gli sputi, i cadaveri, le lingue e le frecce dei
personaggi disegnati da Roberto-C.
(foto di pazzaglia)
Mi è rimasta impressa in particolare – forse è il fatto che in questi giorni il
Papa sembra rischiare, come si dice a Napoli molto efficacemente, di “farsi la
cartella” – l’immagine del corteo funebre di un cardinale portato in spalla da
figuri tormentati mentre i tamburi dettano il passo.
Per i latini feretrum non era solo la cassa da morto, ma anche la portatina su
cui questa veniva traslata, utilizzata anche per le processioni, il trasporto in
gloria delle statue degli dei e dei trofei (e infatti feretrum si traduce anche
con “trofeo”).
Pietro: Anche se ti sto già osservando da tempo con attenzione, non vedo in te
alcuna traccia di santità, ma piuttosto molta empietà. Che significa mai questa
compagnia che ti segue, tanto lontana dall’essere pontificia? Porti con te quasi
ventimila persone, eppure in questa grande folla non vedo nemmeno uno che mostri
un volto cristiano. Vedo una mescolanza orribile di uomini, nulla se non
bordelli, vino e polvere da sparo che emana un odore disgustoso. Mi sembrano
ladri assoldati, o piuttosto anime dannate che sono risorte dall’inferno per
scatenare guerre in cielo. Ora, quanto più ti osservo, tanto meno vedo in te
tracce di un uomo apostolico. Prima di tutto, che cos’è questa mostruosità, che
mentre indossi l’abito del sacerdote celeste, dentro di te sei armato di armi
insanguinate, tremando e facendo rumore? Inoltre, che occhi feroci, che bocca
sfrontata, che fronte minacciosa, che sopracciglio altezzoso e arrogante! È
davvero vergognoso dirlo e fastidioso anche solo vederlo: non c’è parte del tuo
corpo che non sia contaminata dai segni di una lussuria mostruosa e abominevole.
Senza parlare del fatto che sembri ancora ruttare e puzzare di vino e liquori,
come se stessi per vomitare. Certamente, il tuo corpo appare in tale stato che
sembri ridotto non tanto dalla vecchiaia o dalle malattie, ma dalla rovina
dovuta alla dissolutezza, alla debolezza e all’abuso di cibo e bevande. (san
pietro commenta l’arrivo al paradiso di giuliano della rovere, già papa giulio
II, in: erasmo da rotterdam, iulius exclusus e coelis / traduzione –
probabilmente discutibile – mia)
(a cura di riccardo rosa)
_________________________
¹ Roberto Nobile in: La scuola, Daniele Luchetti (1995)
(disegno di ottoeffe)
Che chiagne a fa’, nun ce penza’
pecché ‘o latino ce pò aspetta’.
‘O mare no, l’estate va…
ma che studia’! Chi t’o fa fa’?
(nino d’angelo, arrivederci scuola)
Forse anche quando chiamano qualcuno a fare un laboratorio in una scuola mandano
i più bravi nelle scuole “bene” e poi via via gli altri, a scendere. A me capita
quasi sempre di andare in scuole sgarrupate, con muri sgarrupati, soffitti
sgarrupati e alunni (loro malgrado) sgarrupati, che avrebbero bisogno di ben
altra continuità di intervento educativo, nonché, probabilmente, qualità di
educatori.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/35eb95ea-2382-40d9-b0ce-5d1e228ff60e.mp4
(credits in nota1)
Quest’anno mi è capitato di lavorare in una scuola del mio quartiere che è
considerata da sempre di ottimo livello. Fino a qualche anno fa, trattandosi di
un quartiere con una precisa storia e identità operaia, nelle assemblee e nei
cortili di questa scuola si formavano un discreto numero di giovani attivisti, e
a catena nascevano collettivi e laboratori politici. Oggi, a parte qualche
eccezione, ci sono semplicemente ragazzi intelligenti, preparati e che prendono
buoni voti.
Con alcuni tra questi ragazzi sto ragionando sulla capacità della scuola di
riflettere le diseguaglianze del nostro quartiere (e del mondo). Sono ben al
corrente, anche loro, dell’esistenza di scuole in cui si riescono a fare
riflessioni, che ne so, sulla strumentalizzazione da parte del capitalismo delle
battaglie per i diritti civili, e dall’altro lato di istituti in cui non si può
non tener conto dei livelli insufficienti di alfabetizzazione di buona parte
degli alunni, né dell’apatia spesso frutto della lunga frequentazione di
un’istituzione che non gli ha saputo dare risposte (senza contare quelli che
fanno il conto alla rovescia verso il sedicesimo compleanno, per abbandonare gli
studi).
Con un ragazzo di una scuola sgarrupata abbiamo parlato del fatto che la scuola
“dovrebbe abolire i libri” e che “ci vorrebbe una rivoluzione” perché così com’è
non serve a niente.
M. non parlava di proiettare film, leggere i testi delle canzoni, o menate del
genere, ma proprio di una rivoluzione. Ci ho messo io, vicino alla sua
imbeccata, una riflessione su quello che forse è un cambiamento genetico
dell’umanità (e quindi, soprattutto, dei giovani) nel corso degli ultimi
decenni, in termini di capacità di analizzare un testo scritto, mantenere la
concentrazione, memorizzare dati, acquisire conoscenze. Forse varrebbe la pena
smettere di rincorrere il mito enciclopedico di una presunta “cultura generale”
(sempre più a portata istantanea di click) e dedicare il tempo scolastico –
utilizzando la storia, la letteratura e la matematica – allo sviluppo del
ragionamento, della capacità critica, dell’abilità a cogliere sfumature e
complessità del reale, almeno nelle scuole elementari e medie.
“Verrà anche incoraggiata la lettura di testi dell’epica classica ma anche della
Bibbia per rafforzare le conoscenze delle radici della nostra cultura.”, spiega
Valditara. Per quanto riguarda il latino, “pensiamo di reintrodurre
opzionalmente elementi di latino già dalle medie, dalla seconda per la
precisione, per numerose ragioni: apriamo le porte a un vasto patrimonio di
civiltà e tradizioni; poi rafforziamo la consapevolezza della relazione che lega
la lingua italiana a quella latina. E poi c’è il tema, importantissimo,
dell’eredità”. “Adesso si apre un grande dibattito, aperto a tutto il mondo
della scuola, ai corpi intermedi, alle associazioni disciplinari. A fine marzo
dovremmo essere pronti con gli ultimi ritocchi perché le novità entrino in
classe con l’anno scolastico 2026-27”, conclude il ministro. (Scuola, nuovi
programmi: latino alle Medie, storia dell’Italia e lettura della Bibbia, il sole
24 ore)
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/149ec866-c901-4963-8a11-b44e058b5e5f.mp4
(credits in nota2)
Anche negli Stati Uniti si parla in questi giorni di riforme della scuola, e
dell’intenzione manifestata più volte dal presidente Trump di abolire in toto il
Dipartimento dell’istruzione, che sarebbe colpevole, a suo avviso, di alimentare
e diffondere l’ideologia woke, con l’obiettivo di contrastare ingiustizie
sociali, razziali o di genere. Un compito che, considerando come è messa male
l’America, forse il Dipartimento non sta svolgendo esattamente alla grande.
I festeggiamenti del primo mattino nel quartiere Little Havana di Miami sono
stati di una portata che non si vedeva dalla morte del dittatore cubano Fidel
Castro, otto anni prima. Anche nel sobborgo di Westchester, saturo di immigrati,
i latinos hanno festeggiato oltre l’alba, quando è stato confermato il ritorno
di Donald Trump alla Casa Bianca. I festeggiamenti di mercoledì mattina nel sud
della Florida hanno rispecchiato la sorprendente vittoria di Trump nella contea
di Miami-Dade, a maggioranza ispanica […], che non era stata conquistata da un
candidato repubblicano da più di trent’anni. La sua vittoria, alimentata in gran
parte dal sostegno degli elettori latini e ispanici, in particolare degli uomini
latini, si è ripetuta in una contea dopo l’altra negli stati in bilico. […] In
Pennsylvania, orde di portoricani che hanno visto la loro patria definitiva
“un’isola galleggiante di spazzatura” durante il comizio di Trump al Madison
Square Garden appena una settimana prima, sono accorsi per dargli il loro voto.
In Wisconsin, gli exit-poll hanno mostrato un aumento di sei punti rispetto al
2020, con il 43%, del sostegno ispanico a Trump, nonostante la sua condanna di
alcuni immigrati come “spacciatori”, “assassini” e “stupratori” e la promessa di
condurre il più grande sforzo di deportazione nella storia degli Stati Uniti
subito dopo il suo insediamento. (richard luscombe, How Trump won over Latino
and Hispanic voters in historic numbers, the guardian – traduzione di -rr)
Tornando alla scuola, c’è una novella di De Amicis che si chiama Latinorum e che
racconta la storia del figlio di un ex spaccapietre arricchito, avviato allo
studio dal padre, che intende in quel modo contrastare la tradizione e gli
ostacoli sociali che frustrano l’esistenza della sua famiglia. L’operazione però
non va a buon fine, dal momento che il ragazzo – a dispetto del padre che, per
spirito di rivalsa sociale ha una vera e propria venerazione per l’idea del
latino – mostra difficoltà a familiarizzare con tutte quelle nozioni che non
rispondono a parametri di concretezza e praticità. Il latino diventa così
l’emblema della scuola-barriera sociale in cui gli alunni vegetano, con alterne
fortune, per un po’ di anni, con una rarissima possibilità, o meglio capacità,
di cambiare destini già scritti (De Amicis sembra tuttavia prendere la cosa da
un’altra angolazione, del tipo: inutile tenere tra i banchi il figlio di un
operaio, anzi siccome comunque diventerà operaio, tanto vale mandarlo in
officina da subito).
“Ma mi spieghi una volta cos’è quest’altra formalità che s’ha a fare, come dice;
e sarà subito fatta”.
“Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?”.
“Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?”.
“Error, conditio, votum, cognatio, crimen. Cultus disparitas, vis, ordo,
ligamen, honestas. Si sis affinis…”, cominciava don Abbondio, contando sulla
punta delle dita.
“Si piglia gioco di me?”, interruppe il giovine. “Che vuol ch’io faccia del suo
latinorum?”.
“Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa”.
“Orsù!…”.
“Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare… tutto quello che
dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!… quando
penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V’è saltato il grillo di
maritarvi…”.
“Che discorsi son questi, signor mio?”, proruppe Renzo con un volto tra
l’attonito e l’adirato.
“Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi contento”.
“In somma…”.
“In somma, figliuol caro, io non ci ho colpa; la legge non l’ho fatta io. E,
prima di conchiudere un matrimonio, noi siam proprio obbligati a far molte e
molte ricerche, per assicurarci che non ci siano impedimenti”.
“Ma via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto?”.
“Abbiate pazienza, non son cose da potersi decifrare così su due piedi. Non ci
sarà niente, così spero; ma, non ostante, queste ricerche noi le dobbiam fare.
Il testo è chiaro e lampante: antequam matrimonium denunciet…”. (conversazione
tra renzo tramaglino e don abbondio, i promessi sposi).
(a cura di riccardo rosa)
PS. Approfitto di questo spazio per dedicare un piccolo pensiero a Domenico
Cirillo, diciassette anni, finito ieri dopo diversi giorni di limbo tra la vita
e la morte. Domenico era stato travolto da un’auto che correva a gran velocità,
nella zona degli chalet di Mergellina, mentre attraversava le strisce pedonali.
Giovane atleta e appassionato di basket, Domenico frequentava, con ottimi
risultati, la scuola di cui ho parlato all’inizio di questa rubrica.
_________________________
¹ Gennarino in: Io speriamo che me la cavo, Lina Wertmuller (1992)
² Ecce bombo, Nanni Moretti (1978)
(disegno di ottoeffe)
Una libbra di carne tolta a un uomo
non vale manco il prezzo od il valore
d’una libbra di carne di montone,
di manzo o di capretto, santo Dio!
Mi allargo a fargli questa offerta amica,
per acquistarmi la sua simpatia.
Se accetta, tanto meglio. Se no, addio!
(shylock, il mercante di venezia)
A parte il piacere di rivedere un po’ di posti e amici, non mi ha messo di
grande umore la due giorni a Taranto Vecchia di inizio settimana. A dire il
vero Angelo mi aveva preparato a uno scenario un po’ mutato, ma non ero pronto
a questa originale forma di trasformazione urbana che alterna tre palazzi
diroccati, due case murate, un bistrot-ristorante gourmet, un deposito di esche
abbandonato, un murales contro la polizia, gru e ponteggi per la ricostruzione
di edifici “sostenibili”, altri due palazzi distrutti, una colonia di gatti,
l’università, un bar vuoto, le case occupate con la biblioteca popolare
sgomberate e murate, un bed and breakfast, due palazzi diroccati, tre case
murate, una pizzeria chiusa, un wine bar, un cocktail bar, due palazzi con i
pilastri, un negozio bio, altri gatti, una sede degli ultras, una “tropical
house”, un palazzo crollato…
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/02/timoni-VEED.mp4
(credits in nota1)
Gino non lo sa, ma durante i miei soggiorni in Città Vecchia di una decina
d’anni fa, quando per motivi che non vale la pena approfondire ero costretto a
mangiare poco e con una dozzina di ore di “spacco” tra un pasto e l’altro, le
sue bistecche mi hanno salvato la vita. Un pomeriggio mi chiusi in macelleria
con lui e mi feci raccontare la sua storia.
Sono nato in Città Vecchia, ma ora abito dall’altro lato, vicino alla
concattedrale. Avevo vent’anni quando lasciammo l’isola. Mio padre voleva
comprare la casa in città. C’era questo mito di andarsene, che non andava bene
vivere qua. […] All’Italsider arrivavano le barche che portavano il materiale.
Quando avevano finito facevano la spesa grossa, perché erano almeno venti
persone a bordo. […] Qualche giorno fa è venuto un napoletano che sta di bordo,
si è preso sette chili di salsicce… le salsicce napoletane, quelle grosse, […] i
pugliesi preferiscono quelle sottili che si cucinano subito, si fanno col
vitello e col maiale, mentre quella che si fa a Napoli è solo maiale. Viene bene
sulla brace, la nostra invece la devi buttare nel sugo, o dentro al panino;
d’estate la gente si fa il panino per andare al mare. In Città Vecchia devi
sempre avere gli involtini, le polpette, la carne arrosto, le costate di maiale,
il capocollo, qua sono tradizionalisti. Sono abituati così, devono fare il sugo.
[…] Sono rimasto solo io, le altre macellerie hanno chiuso. La Città Vecchia si
è fatta piccola, saremo due o tremila persone. Dopo il crollo di vico Reale
negli anni Settanta non si è capito più niente, la gente ha cominciato a
scappare. Poi i politici ci hanno messo il loro. […] La cosa più faticosa oggi è
alzarsi alle cinque tutte le mattine per andare a prendere la carne buona. C’è
gente che si affeziona e anche se si allontana dall’isola viene qua una volta al
mese. Se una persona fa venti chilometri per venire da te, deve trovare il suo
utile: qualità e un po’ di risparmio, i miei clienti sono abituati bene. È mezzo
secolo che sto qua, è assai… no? (luigi lanzalonga, detto gino della
carne, intervista da: riccardo rosa e luca rossomando, timoni al vento. alcune
storie della città vecchia raccontate da chi le ha vissute; in: taranto, un anno
in città vecchia, un libro di cyop&kaf)
A rasserenare le mie turbe ci ha pensato il cinema. Venerdì ho visto ad
AstraDoc Bestiari, erbari, lapidari, una poesia in immagini e suoni di Massimo
D’Anolfi e Martina Parenti, un documentario di tre ore e mezza che non sembrano
tali, anzi forse sono pure poche considerando il sentiero tra vita, cura e morte
su cui ti porta a camminare. Brilla tra i tre il capitolo centrale, dedicato
alle piante, una sorta di testamento dell’umanità che ci ricorda che quando noi
esseri di carne (uomini e animali) ci saremmo annientati gli uni con gli altri,
lasceremo comunque il pianeta in buone mani.
Quando la bomba atomica trasformò
la città di Hiroshima in un deserto annerito,
un vecchio Ginkgo cadde fulminato
vicino al centro dell’esplosione.
L’albero rimase calcinato
come il tempio buddista che proteggeva.
Tre anni dopo qualcuno scoprì
che una lucina verde spuntava nel carbone.
Il Ginkgo aveva buttato fuori un germoglio.
L’albero rinacque, aprì le braccia, fiorì.
Quel superstite della strage è ancora lì.
(eduardo galeano, ginko)
Un po’ di attualità, giusto per rimanere coi piedi per terra:
Fatture false e camorra nel settore della carne: 17 custodie cautelari e trenta
milioni di euro sequestrati. Due indagati nel Bolognese (bologna today, 28
gennaio) – si consiglia la lettura di Alfasuin, di Giovanni Iozzoli.
“Ecco cos’ha trovato mia figlia nella carne”. La scoperta choc al McDonald’s (il
giornale, 30 gennaio) – spoiler: un dente.
Sono il più famoso street food abruzzese, sì ma come si cuociono? Video sugli
arrosticini (cibo today, 30 gennaio)
Parlando di Abbruzzo e di grigliate si dovrebbe aprire il capitolo Roccaraso, ma
abbiamo letto talmente tante sciocchezze dai giornali nel merito che sarebbe
inutile. L’unica cosa veramente divertente è che una minima eterogeneità della
mia bolla social mi ha permesso di entrare in contatto con tutte le opinioni
contrastanti sul caso, comunque circoscrivibili in quattro-cinque categorie
(tutte le argomentazioni erano ovviamente di una noia e banalità disarmante):
L’ambientalista. Non possiamo permettere che l’antropocene violenti ancora per
molto la Terra. E comunque il vero tema è che grazie al cambiamento climatico
nemmeno a Roccaraso c’è più la neve.
Il compagno. È sbagliato inquinare la montagna ma bisognerebbe parlare anche
della turistificazione a Napoli, che è molto più grave.
Il negro da cortile. È per colpa di questa gente che noi napoletani siamo
considerati merda in tutto il mondo. Ce lo meritiamo.
Il giustificazionista. Sono sottoproletari che vogliono passare un giorno nel
benessere. Ci riprendiamo tutto quello che è nostro.
Il simpatico. Oh, ti ho mandato un invito su Facebook! (“Vieni a passare una
piacevole e rilassante giornata nella natura innevata con la nota influencer
Rita De Crescenzo”).
Il neoborbonico. E comunque alla fine il vero dato è che siamo quello che siamo.
Questi con cinquanta euro si comprano l’attrezzatura per la neve e ci fanno
uscire pure il pic nic. Respect!
Je scrivo ‘o schifo e, si n’capisce, po’ me cumpiatisce.
Tu ca nun sì nisciuno, ca n’te scite, ca nun vire
panne pulite ‘ncopp’ a carne sporca,
‘o contraffatto contro a l’arte pura.
E finché ‘a morte nun me cocca io parlo e penzo crudo.
(co’sang ft. lucariello, ‘o spuorc)
(a cura di riccardo rosa)
_________________________
¹ Gli abitanti della Città Vecchia di Taranto, in: Timoni al vento. Diario di
bordo dalla Città Vecchia, cyop&kaf (2015)
(disegno di ottoeffe)
Domenica scorsa a Torino è stato arrestato il generale libico Osama Elmasry
Njeem, meglio noto come Almasri. Il mandato della Corte penale internazionale lo
accusava – in quanto capo della Special Deterrence Forces di Tripoli – di
crimini internazionali ai danni dei detenuti nella prigione di Mitiga, dal 2015
a oggi. Nel carcere in questione, come in altri, vengono rinchiuse, torturate,
violentate e talvolta uccise persone arrestate per il proprio credo religioso,
per omosessualità e altri reati perseguiti dalla “polizia morale”, per
appartenenza a gruppi armati, ma anche a scopo di estorsione. Molti dei detenuti
sono migranti in transito.
Nonostante le raccomandazioni delle Nazioni Unite e del Commissario per i
diritti umani del Consiglio d’Europa, che esortavano i differenti governi a
sospendere questa “assistenza”, dal 2017 l’Italia supporta economicamente e
logisticamente le autorità libiche per “facilitare l’intercettazione e il
rimpatrio” di migliaia di migranti che ogni anno cercano di attraversare il
Mediterraneo. Nello stesso periodo l’Unione Europea ha stanziato oltre sessanta
milioni di euro per sostenere la guardia costiera libica e le forze dell’ordine,
anche attraverso “informazioni di sorveglianza”. Sono più di centoventimila le
persone che sono state rimpatriate durante il loro viaggio e, per buona parte
incarcerate in Libia, dal 2017 a oggi.
Lunedì sera, senza aver avvisato in alcun modo la Corte internazionale, qualcuno
ha messo in nome dell’Italia e riportato a casa, su un volo di Stato, il
generale Almasri.
Grande hype, c’era, e grandi ascolti ci sono stati, per M. Il figlio del secolo,
la serie tratta dal romanzo di Scurati che racconta il ventennio fascista come
una sorta di House of cards delle camicie nere. Mi è capitato di parlarne negli
ultimi giorni con diverse persone (quasi tutte) intelligenti, e ciò che ha più
imbarazzato è la macchiettizzazione di molti dei protagonisti, a cominciare
dallo stesso Mussolini, che per quanto fosse effettivamente personaggio rozzo e
bellamente ignorante, ricorda a tratti, nella serie, quel generale di un vecchio
film di Totò che ancora negli anni Sessanta ingaggiava disoccupati e comparse di
Cinecittà per riprodurre una Repubblica di Salò in miniatura nella sua villa
romana.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/01/totodiabolicus-online-video-cutter.com_.mp4
(credits in nota1)
Questo aspetto è sicuramente uno dei limiti principali di un prodotto tutto
sommato discreto, ma che finisce per compromettere la complessità dei personaggi
e di alcuni eventi. In un primo momento ho pensato con soddisfazione alla
possibilità che la serie potesse arrivare a un pubblico ampio, fornendo elementi
che per esempio gli studenti fanno fatica a rintracciare; penso, su tutti, alla
scelta operata da Mussolini e il suo cerchio magico nello schierarsi a tutela
della grande industria, un posizionamento che le classi dirigenti del paese – al
servizio di poteri che sono rimasti gli stessi nel passaggio dalla dittatura
alla democrazia – hanno tentato di occultare, cercando di proporre una vulgata,
tuttora ahinoi in voga, secondo cui un governo basato su “ordine” e “sicurezza”
avrebbe come finalità una qualità della vita più alta per le masse popolari.
Qualche giorno dopo sono tornato al mio più consueto pessimismo, dopo essermi
chiesto e aver cominciato a chiedere a un po’ di ragazzi se l’avessero vista, la
serie. La domanda, a quel punto diventa: ha senso farsi andar bene un prodotto
culturale con degli oggettivi limiti, perché almeno mostra al grande pubblico
cose che nessun altro prodotto concepito per il grande pubblico mostra? E se sì,
ha senso anche quando il grande pubblico (e in particolare i giovani, gli
studenti, quelle fasce di popolazione che hanno un bagaglio culturale meno
ampio) da quel prodotto comunque non viene raggiunto?
Gli italiani (se mai li hanno scoperti) possono oggi riscoprire i libri. Io
dunque sfido i dirigenti della televisione a dimostrare la loro buona fede e la
loro buona volontà, attraverso un lancio della lettura e dei libri: lancio da
non relegare ai programmi culturali e alle trasmissioni privilegiate: ma da
organizzare secondo le infallibili regole pubblicitarie che impongono di
consumare. […] I Bernabei , i Fabiani, i Romanò, e i loro colleghi che contano,
se vogliono possono superare ogni difficoltà burocratica e mettere ogni
sera Carosello (?!), e le altre trasmissioni analoghe, abbondantemente a
disposizione di questo nuovo compito così nobile, altruistico e scandalosamente
contradditorio. (pier paolo pasolini, sfida ai dirigenti della
televisione, da: il corriere della sera, 9 dicembre 1973)
Dopo aver visto M mi è venuto in mente un libro che non avevo mai letto (a
dispetto degli incalzanti suggerimenti della mia compagna), ma che ho finalmente
iniziato grazie a questa rubrica. Ha anch’esso come titolo una lettera, ed è
anch’esso ambientato durante una dittatura: si tratta, lo avrete capito, di Z,
di Vasilis Vasilikos, che racconta le premesse al colpo di stato dei Colonnelli
in Grecia, nel 1967, a partire dall’assassinio del deputato ex partigiano e
pacifista Grigoris Lambrakis. Le prime pagine del libro raccontano di un
intervento pubblico del Generale, comandante della gendarmeria nel nord della
Grecia, che davanti ai ministri del governo di destra utilizzan come metafora
della minaccia comunista le malattie parassitarie delle piante.
Il Generale guardò l’orologio mentre l’oratore più importante della serata, il
segretario di Stato all’agricoltura, concludeva la sua conferenza sulle misure
da prendere per combattere la peronospora. […] Il pubblico – prefetti e
comandanti di gendarmeria – cominciava a sonnecchiare. […] Alla fine si
sentirono alcuni timidi applausi e il segretario di Stato scese dal palco.
Il Generale si alzò, attese che l’oratore avesse ripreso il suo posto in mezzo
al pubblico poi, voltando le spalle al palco, rivolto a tutti quegli uomini di
mezza età, per lo più calvi e obesi, che erano prefetti o ufficiali di polizia –
suoi subalterni –, disse: “Colgo a mia volta questa occasione per aggiungere
qualche parola a quanto vi ha esposto così elegantemente il signor Ministro. Per
quel che mi riguarda vi parlerò della nostra peronospora: il comunismo”. […] Uno
scroscio di applausi salutò questa perorazione. La riunione era finita.
Prefetti, comandanti e direttori di ministeri si alzarono, accesero una
sigaretta, si stirarono e si prepararono a uscire al seguito dei rispettivi
superiori. (vassilis vassilikos, Z)
PS. In questo video Vasco Rossi duetta in [per quello che ho da fare] faccio il
militare con Massimo Riva, suo amico fin da bambino, chitarrista storico della
sua band e geniale compositore – Non mi va, Vivere una favola, Stupendo,
Vivere. Era il 1995 e, dopo un periodo di separazione, il cantante aveva chiesto
a Riva di tornare per “Rock sotto l’assedio”, due concerti a San Siro contro la
guerra in Jugoslavia, in cui si esibirono ne Gli spari sopra anche gli Sikter,
band di Sarajevo fatta uscire clandestinamente dal paese.
Rossi e Riva (che in quei concerti suonò insieme a Maurizio Solieri, per la
prima volta, la cover di Generale, di De Gregori) avrebbero continuato a
lavorare insieme fino alla morte per overdose di eroina del chitarrista, di cui
è ricorso il venticinquesimo anniversario lo scorso maggio. (a cura di riccardo
rosa)
_________________________
¹ Totò, Antonio La Raina, Luigi Pavese e Mario Castellani, in: Totò Diabolicus,
Steno (1962)
(disegno di ottoeffe)
Nella notte tra lunedì e martedì sono comparsi a Napoli manifesti funebri che
annunciano la fine dell’esperienza artistica di cyop&kaf, che dal 1994 ha
dipinto la nostra città e altre in giro per il mondo, ha scritto articoli,
diretto film, collaborato con scrittori, teatranti, musicisti, poeti, militanti
politici. Nel dare notizia del suo scioglimento, il collettivo ha menzionato “la
sopraggiunta mutazione dei contesti nei quali operava, delle persone con le
quali interagiva e, non ultima, la sua propria trasformazione”, aprendo il
futuro a strade nuove e diverse.
Già altre volte in questi anni (per esempio qui e qui) cyop&kaf aveva provato a
motivare la sua insofferenza nel rapportarsi, utilizzando gli strumenti che ha
maneggiato per trent’anni, a un mondo sempre più preda del servilismo e della
stupidità. La prima volta, a memoria, risale a una dozzina d’anni fa:
Non fai in tempo a costruire un nuovo alfabeto che arriva la pubblicità a
ingoiartelo. […] Probabilmente questa nuova droga del “ti guardo guardarmi
guardare” è figlia di quel passaggio rivoluzionario che dalla diga
dell’analogico ci ha scaraventati nel mare aperto del digitale. S’incassano
colpi che non si riconoscono come tali e per il momento si è rinunciato a
governare la nave (ma non all’inchino sottocosta del due punto zero). […] Ora mi
pare che l’incendio sia unico e immenso e mi odio, perché l’ho attizzato
anch’io, fosse anche solo mancando di quell’intransigenza che tempi come questo
richiedevano. (cyop&kaf, se il martello è l’incudine – settembre 2012)
Insieme alle figure antropomorfe e ai personaggi che hanno popolato i muri, le
saracinesche, le saittelle della città, rimangono nell’immaginario di chi ha
osservato questo percorso alcuni momenti significativi (cult fu la mostra
Diniego installata in strada alle spalle del Madre, durante la cui inaugurazione
il presidente della regione Bassolino si beccò una bella bicchierata di vino
rosso sulla camicia bianca da un noto esponente della sinistra antagonista
cittadina). Nel 2013, c&k ha girato un film che è fondamentale per capire la
tradizione del “cippo di Sant’Antonio”, anzi la condizione dei bambini e degli
adolescenti in città, anzi i Quartieri Spagnoli prima della turistificazione,
anzi la poesia tribale in una società in cui la barbarie si è fatta progresso.
Insomma, ognuno ci veda ciò che ritiene.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/01/segretolow.mp4
(credits in nota1)
Da qualche tempo, nei quartieri popolari, i bambini e i ragazzini napoletani
hanno deciso di anticipare di qualche ora – per sfuggire alla violenta
repressione poliziesca di cui ogni fiamma che arde è diventata oggetto –
l’incendio degli alberi nel giorno del cippo. Invece che la sera del 17 gennaio,
gli alberi cominciano ad ardere nelle prime ore del giorno, poco dopo la
mezzanotte.
Piglia ‘a butteglia ‘e Ferrarelle,
va’ addò benzenaro, spienne ‘ddoje lirelle
miettece pure ‘na mappina ‘ncopp’
e statt’ accort’ ca nisciuno se l’ammocca.
E se pure i fascisti mo’ debbono parlare
sai compagno cosa dobbiamo fare?
Boccia boccia boccia bam bam:
appicciamm’ ‘e fasciste cu tutt’o Quirinal’
(99 posse, s’adda appiccia’)
Questa storia di anticipare il fuoco per fregare la polizia a qualcuno non va
proprio giù.
Questa è una delle macchine dei carabinieri che è stata colpita da una sassaiola
delle baby gang criminali che stanno operando durante questa notte. Una notte di
follia. Via Salvator Rosa, piazza Mercato, la Sanità, Mergellina, Quartieri
Spagnoli, tutti sotto assalto, tutti coordinati tra di loro tra baby gang legate
alla criminalità organizzata e figli degli spacciatori, dei camorristi e dei
delinquenti che affossano la nostra terra. […] Noi dovevamo prevenire, e
dovevamo impedire presentandoci lì in modo blindato, coi carri armati se
necessario! Non esiste che le forze dell’ordine debbano arretrare di fronte a
questi criminali. […] La guerriglia a Napoli è una vergogna, noi non siamo in
guerra, eppure di fatto le baby gang criminali lo stanno facendo assolutamente.
[…] Hanno preso i sanpietrini, come se fossimo in guerra, hanno tirato bombe
carta. […] Ci sono tre quattromila ragazzini solo nella città di Napoli che sono
armi pericolosissime, messi assieme, solo alla Sanità erano circa duecento, e
noi abbiamo dovuto arretrare.
Voce fuori campo: Sta anche Brumotti qua!
Ma è mai pensabile che nel 2025 noi come città, come istituzioni, come civiltà
veniamo messi sotto scacco da una banda di Unni legati alla criminalità?
(francesco emilio borrelli, video pubblicato da napolitoday)
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/01/attila.mp4
(credits in nota2)
Oltre al fuoco di Sant’Antonio, con la parola “cippo” a Napoli si fa comunemente
riferimento a qualcosa di molto antico. Questo perché nel cuore di Forcella c’è
un gruppo di pietre (appunto chiamato “cippo”) che risalgono al secondo o terzo
secolo avanti Cristo, e che probabilmente facevano parte di una porta difensiva
della città, la Porta Herculanensis, poi nominata Porta Furcibllensis o Porta
Furcilla, dalla forma a Y del bivio stradale che conduceva alla stessa. Con i
lavori per il Risanamento e lo sventramento della parte bassa di Forcella,
nacque in quella zona una piazza, che fu detta inizialmente piazza delle Mura
greche, proprio a causa delle scoperte archeologiche fatte. Successivamente fu
ribattezzata piazza Vincenzo Calenda, come ancora oggi si chiama l’area
antistante il teatro Trianon, dedicato alla memoria di Raffaele Viviani, e a
partire dalla quale le guardie hanno dato la caccia ai ragazzini e ai loro
alberi anche quest’anno, nella notte tra giovedì e venerdì.
‘E gguardie? Sempe a sfotterle, pe’ ffa’ secutatune;
ma ‘e vvote ce afferravano cu schiaffe e scuzzettune.
E ‘a casa ce purtavano: “Tu, pate, ll’hê ‘a ‘mpara’!”,
ma manco ‘e figlie lloro sapevano educa’.
A dudece anne, a tridece, tanta piezz’ ‘e stucchiune
ca niente maje capévamo pecché sempe guagliune!
(raffaele viviani, guaglione)
Fu lo stesso Sant’Antonio d’altronde – va ricordato per chiudere – a rendersi
protagonista di un inganno e di un vero furto di fuoco (come i ragazzini gli
alberi nei secoli a venire), senza che nessun poliziotto o Borrelli si mettesse
tra le scatole. Leggenda vuole infatti che il santo, desideroso di donare un
fuoco scaccia-malocchio ai suoi devoti, scese agli inferi per rubarlo al
demonio. I diavoli che affollano il sottosuolo però non lo fecero entrare,
rubandogli il bastone e scatenando l’ira del maialino che Sant’Antonio portava
con sé, il quale cominciò a mettere sottosopra l’Inferno. Sant’Antonio pretese,
per placare l’ira del suo animale, la restituzione del bastone, e una volta
ottenuto si allontanò col porco al fianco.
Non sapevano, i diavoli, che quel legno era ferula dal midollo spugnoso, capace
di trattenere viva la scintilla al suo interno senza che nessuno potesse
vederlo. Così, una volta fuori, il santo poté liberare la fiamma e donare il
fuoco purificatore agli uomini, cantando in segno di benedizione: “Fuoco, fuoco
per ogni loco! E per mondo, fuoco giocondo!”. Da quel momento, diventò il nemico
numero uno del demonio.
(a cura di riccardo rosa)
_________________________
¹ I ragazzi del segreto in: Il segreto, cyop&kaf (2013)
² Diego Abatantuono in: Attila, flagello di Dio, Pipolo e Castellano (1982)
(disegno di ottoeffe)
Mercoledì il Tg3 ha mandato in onda un video che mostra il lungo inseguimento al
termine del quale è morto Ramy Elgaml, diciannovenne di origini egiziane
ammazzato da un carabiniere lo scorso 24 novembre a Milano. Dal video, e
soprattutto dagli audio, si capisce bene con quale concitazione e rabbia i
carabinieri abbiano cercato di colpire con la loro auto il motorino su cui
viaggiavano Ramy e il suo amico Fares. I carabinieri si dicono tra loro che Ramy
ha perso il casco, ma nonostante ciò continuano a cercare di speronare il mezzo,
fino allo schianto finale contro un palo. Dalle immagini si vede anche il
momento in cui due militari si avvicinano a un ragazzo, testimone
dell’incidente, per fargli cancellare il video con cui aveva ripreso la scena
(circostanza raccontata dallo stesso ragazzo ai magistrati).
Ci vorrebbe non un breve articolo ma un libro, per raccontare le storie di tutte
le persone che sono state ammazzate nel nostro paese dalle forze di polizia. Un
importante sforzo è rappresentato dalle schede costruite nel corso degli anni da
Acad – Associazione contro gli abusi in divisa. Mi limito quindi a ricordare
solo alcuni tra loro, considerando i recenti o prossimi importanti anniversari
dell’assassinio.
Lo scorso 5 settembre, per esempio, è ricorso il decimo anniversario della morte
di Davide Bifolco, sedicenne ammazzato da un carabiniere in servizio a Napoli,
al termine di un inseguimento. Quando è stato sparato, Davide era a terra,
disarmato. Il 29 febbraio saranno invece passati cinque anni dalla morte di Ugo
Russo, quindici anni, sparato alle spalle da un carabiniere fuori servizio
mentre scappava dopo un tentativo fallito di rapina.
Sempre a febbraio, il 6 del mese, ma del 2010, moriva invece Aziz Amiri, ucciso
da un carabiniere dopo un tentativo di fermo, con una Beretta calibro 9 non in
ordinanza all’agente. Sempre quindici anni fa, il 21 settembre 2010, moriva
anche Roberto Collina, dopo una colluttazione con due agenti in borghese, fuori
servizio, nel comune di Largo Campo, in provincia di Salerno.
A settembre, il 25 per la precisione, saranno passati vent’anni dalla morte di
Federico Aldrovandi, diciottenne al momento della sua morte, pestato brutalmente
con calci, pugni e manganellate da una pattuglia di poliziotti, e poi morto una
volta immobilizzato al suolo per “asfissia da posizione”.
Luglio 2025: sarà il decimo anniversario della morte di Mauro Guerra, trentatré
anni, sparato da un carabiniere in un campo di sterpaglie poco distante da casa
sua, a Carmignano di Sant’Urbano (in provincia di Padova), dopo un tentativo di
trattamento sanitario obbligatorio. «Mauro era stato bloccato, già gli era stata
infilata una delle manette ma il carabiniere lo ha aggredito e lui ha reagito
con due o tre pugni. […] È andato via camminando, ma l’agente gli ha sparato
alle spalle. E gli altri carabinieri, che erano a cento metri, quando sono
arrivati hanno continuato a prenderlo a calci mentre già era a terra», la
testimonianza dei familiari.
Nell’aprile 2020, cinque anni fa, moriva nel carcere di Santa Maria Capua Vetere
Hakimi Lamine, che qualche settimana prima era stato tra i detenuti
violentemente pestati nel corso della Mattanza operata dagli agenti di polizia
penitenziaria, e non solo. Dopo il pestaggio Hakimi era rimasto fino alla sua
morte in isolamento punitivo (qui un diario del processo in corso)
Ne approfitto per segnalare che tra gennaio e febbraio ci saranno due iniziative
a Napoli, all’università L’Orientale, su questi temi, organizzate da dottorandi
e dottorande in Studi Internazionali: il 20 gennaio (ore 10:30, palazzo Giusso,
Sala Dottorato) un seminario con Enrico Gargiulo dell’università di Torino, e
Gaia Tessitore, avvocato del foro di Napoli); il 3 febbraio una mostra – dalle
10 alle 18, palazzo Giusso, Sala Dottorato – sui familiari dei cittadini uccisi
dalle forze dell’ordine (la mostra è promossa da Amnesty International con foto
di Antonio De Matteo, che incontrerà gli studenti alle 15 insieme a Francesca
Corbo, Luigi Manconi, i familiari di Davide Bifolco e quelli di Ugo Russo).
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2025/01/polizia-parolasettimana.mp4
(credits in nota1)
(a cura di riccardo rosa)
__________________________
¹ Immagini da:
Sulla mia pelle, di Alessio Cremonini (2018)
The Sleepers, di Barry Levinson (1996)
Blue Bayou, di Junstin Chon (2021)
Colorblind, di Mostafa Keshvari (2023)
Judas and the Black Messiah, di Shaka King (2021)
A Clockwork Orange, di Stanley Kubrick (1971)
Hunger, di Steve McQueen (2008)