(disegno di ottoeffe)
La libertà sessuale è necessaria alla creazione? Sì. No. O forse sì. No, no,
certamente no. Però… sì. No è meglio no. O sì? (pierpaolo pasolini, saggi sulla
politica e sulla società)
Non so se Per sempre sì, la canzone di Sal Da Vinci che ha vinto Sanremo, sia un
inno al patriarcato come ha scritto qualcuno. A me ciò che non piace, oltre a
qualche frase un po’ sconveniente sparsa tra i versi, è il sottotesto secondo
cui, a duemila anni dalla morte di Cristo, per essere eterno l’amore debba
indossare una fede di cinque-seicento euro iva esclusa ed essere celebrato da
una persona che indossa una talare, che probabilmente dell’amore non sa nulla, e
che chiede per officiare una tangente (ma a differenza dei parcheggiatori
abusivi per questo non ci indigniamo) con la scusa di addobbare un luogo di
culto con fiori e stronzaggini varie.
(credits in nota 1)
Non so se la canzone di Sal Da Vinci sia come ha scritto Aldo Cazzullo una
canzone da “matrimonio di camorra”, anche perché non so se Cazzullo è mai stato
a un “matrimonio di camorra” né al matrimonio di una coppia napoletana che
ascolta un certo genere musicale, cantato in dialetto, semplicemente perché gli
piace, è popolare e per tanti altri motivi. Non so neppure se il fatto che tanto
ai “matrimoni di camorra” (qualsiasi cosa essi siano), quanto ai matrimoni
dell’ottanta per cento delle coppie napoletane (e a naso a un dieci-quindici per
cento di quelli italiani) si sentano canzoni come Tammurriata nera, Reginella,
Napule è, renda i lavori di E.A. Mario, Nicolardi, Libero Bovio e Pino Daniele
“musica da matrimonio di camorra”.
So, in compenso, che per quanto Per sempre sì sia una canzonetta buona per
Sanremo, un po’ ammiccante al massimo, semplice e semplicistica nel testo, non
mi sembra diversa da che ne so – è solo la prima che mi viene in mente – Anema e
core di Serena Brancale, acclamatissima qualche anno fa e che sfrutta
l’oleografia della mia città molto più del balletto di Sal Da Vinci, rubando
addirittura il titolo alla poesia di Manlio e infarcendo un testo non certo da
Nobel di frasi in dialetto.
Per chiudere l’excursus, direi che una delle poche cose intelligenti su questa
vicenda l’ha scritta sui social Gianfranco Gallo. Il punto non è il vittimismo
(vero o presunto) dei napoletani, il meridionalismo d’accatto, l’ostentazione
identitaria. Il vero punto è che c’è mezza società che odia il popolo, e lo odia
purtroppo molto di più di quanto il popolo odi loro. Sanremo, Sal Da Vinci, il
patriarcato, la musica, nella maggior parte dei casi sono solo pretesti. È
guerra di classe, nada mas.
Ora, quale sarebbe la colpa di Sal? Avere preparato un pezzo adatto a Sanremo?
Essersi diretto a un pubblico che lo ha sempre premiato? O essere napoletano?
Ieri l’attacco a Sal il talebano, campione di patriarcato, oggi a Sal il
napoletano, e dunque “camorra e matrimoni”. […] Cazzullo rivela un razzismo
pericoloso: lui non ce l’ha con Sal, ce l’ha col suo pubblico. Come si
permettono di esistere? Come si permettono di cantare, ballare, applaudire chi
vogliono loro? (gianfranco gallo)
(credits in nota 2)
Allarmato, qualche ora dopo la vittoria di SDV a Sanremo, un amico mi ha
telefonato prefigurando un trionfo del Sì al referendum sulla giustizia
sull’onda lunga dell’orecchiabile motivetto. Un altro, con cui ho condiviso
questa linea mi ha risposto citando Vasco. Ieri mattina mi hanno girato invece
questo sketch di Peppe Iodice, che fino a qualche tempo fa mi era antipatico ma
ora – non sempre, non esageriamo – capita mi faccia ridere.
https://www.instagram.com/reels/DVJ4XebDL7X/
Intanto i rappresentanti del governo in carica si candidano a superare, per
pacchianaggine, persino la compagnia di giro dei ministri berlusconiani:
Fuffa anche sui suoi impegni: pur essendo lì per motivi privati, Crosetto ha
svolto incontri istituzionali di alto livello, pare col ministro della Difesa
emiratino. Ma questo è ridicolo, oltre che irrituale: incontri così delicati non
si fanno “in vacanza” e senza staff. Inoltre, non è credibile: il governo non
era informato del viaggio. Tajani ha dichiarato di non saperlo, cosa insolita,
dato il ruolo delle ambasciate; ma qui potrebbe valere la scusante che stiamo
parlando di Tajani. Però se Crosetto, come afferma, ha preso decisioni “non da
solo”, i Servizi sapevano, quindi non è credibile che il governo fosse davvero
all’oscuro. […] Non stupisce quindi che la vicenda abbia sollevato forti
perplessità per le incongruenze, la scarsa trasparenza e i comportamenti anomali
di un ministro della Difesa in un momento di grave crisi internazionale.
Insomma, balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate
ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?
Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere
181) È vero che Alain Ducasse, lo chef francese, con le sue 14 stelle Michelin è
il più stellato al mondo, ma non è vero che ottenne la sua prima stella con una
zuppa di cipolle il cui ingrediente segreto era la nebbia.
(daniele luttazzi, ilfattoquotidiano.it)
Ho spesso cercato invano delle risposte al fatto che, al contrario dell’Italia o
della Spagna, dove nel momento topico di una partita di calcio i tifosi urlino
scompostamente «Goooooooooool», in Inghilterra la voce collettiva che più
chiaramente si solleva è «Yeeeeeeeeeeah» o addirittura «Yeeeeeeeeeees!» (off
topic: ma quanto gioca bene l’Arsenal di Arteta?). Questa rubrica è stata buona
occasione per approfondire:
L’esultanza dei tifosi napoletani in Curva A non è la stessa dei milanisti in
Curva Sud; e all’interno dello stesso stadio, i romanisti esultano in un modo, i
laziali in un altro ancora. In Inghilterra ci si sbraccia e agita un po’
goffamente – soprattutto da quando la Thatcher ha deciso certe regole di
comportamento per i tifosi –, in Spagna il suono del “gol” è quasi sordo e
cattedrale, di una tonalità bassissima rispetto allo ‘Yeah’ quasi femminile
proprio del calcio anglosassone. E così anche la teatralità dell’atto quando è
gol varia da paese a paese, di cultura in cultura. Esiste persino una squadra di
calcio in Brasile, il Gremio, celebre per il modo di esultare dei propri tifosi:
è la famosa e pericolosissima avalanche (cascata) oggi proibita dopo i sette
feriti del 2013 – gli unici ufficiali, perché a guardare le immagini possiamo
tranquillamente immaginarne un numero maggiore. (gianluca palamidessi,
rivistacontrasti.it)
(credits in nota 3)
(a cura di riccardo rosa)
__________________________
¹ Totò, Nino Taranto, Macario e Lisa Gastoni in: Il monaco di Monza, di Sergio
Corbucci (1963)
² Carlo Verdone e Sal Da Vinci in: Troppo forte!, di Carlo Verdone (1986)
³ Carlo Monni, Roberto Benigni e Massimo Troisi in: Non ci resta che piangere,
di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984)
Tag - parola della settimana
(disegno di ottoeffe)
È crisi nera per il Boca Juniors, che ieri ha impattato anche contro il modesto
Gimnasia Mendoza: ennesimo pareggio, quarta gara senza vittorie, sette punti di
ritardo già accumulati in sette partite dalla coppia Estudiantes–Velez che guida
la classifica.
Nel match precedente, più volte, nel corso di uno scialbo zero a zero nel derby
contro gli storici rivali del Racing de Avellaneda, i tifosi avevano perso la
pazienza e gridato «Movete Boca movete, movete deja de joder!», qualcosa tipo
“Datti una mossa Boca, non rompere il cazzo!”.
Come forse ho già scritto in questa rubrica, un Boca-Racing ho avuto la gioia di
vederlo alla Bombonera nell’aprile del 2023. Al contrario del mortorio della
settimana scorsa, il tifo fu fuori controllo: i bosteros erano già in odore di
titolo e nell’incontro precedente tra le due compagini il numero degli espulsi
aveva raggiunto quasi quello dei giocatori rimasti sul terreno di gioco. Per di
più gli scontri fuori dal campo avevano portato un numero enorme di arresti, si
diceva, anche in seguito alla “spiata” fatta dall’hinchada del Racing.
Con el machete en la mano / Con in mano il machete
la chapa en el corazon: / e il distintivo sul cuore:
será siempre vigilante / sarai per sempre un poliziotto
Academia Racing Club! / Academia Racing Club!
Racing botón! / Racing spia!
(coro tifosi boca juniors vs racing de avellaneda)
Si allarga lo scandalo esploso con le indagini della procura di Milano sulle
piattaforme multinazionali del delivery (prima Glovo e poi Deliveroo, finita
questa settimana con un provvedimento di urgenza sotto il controllo
giudiziario). Ai rider, tremila nella provincia di Milano e ventimila in tutta
Italia – si legge nell’imputazione a carico dell’amministratore Andrea Giuseppe
Zocchi (ma è iscritta anche la S.r.l.) –, sarebbero state corrisposte paghe “in
alcuni casi inferiori fino a circa il novanta per cento rispetto alla soglia di
povertà e alla contrattazione collettiva”.
Già da qualche anno è un segreto di Pulcinella il ruolo delle grandi piattaforme
nel sistema del cosiddetto caporalato digitale. La procura tuttavia evidenzia
con chiarezza la dinamica per cui le multinazionali sfrutterebbero la loro
posizione di forza rispetto ai lavoratori per imporre retribuzioni completamente
inadeguate rispetto alla quantità e alla qualità della prestazione lavorativa. E
noi come i fessi, con i nostri sensi di colpa borghesi, stiamo a guardarci la
pagliuzza dentro il nostro occhio perché in mano al fattorino che ci ha portato
la pizza non lasciamo che qualche spicciolo, piuttosto che fomentare la nostra e
la altrui rabbia contro gli schiavisti digitali.
Nella gig-economy l’imbrigliamento del lavoro è inscritto nell’architettura
stessa della piattaforma, dal momento in cui – soprattutto nelle piattaforme
dove vige un sistema libero di accesso alla flotta attiva (free login) come Uber
– il/la lavoratore/trice è contemporaneamente indispensabile e superfluo al
processo lavorativo, cioè è solo potenzialmente impiegato; è libero nell’accesso
all’impiego, ma fortemente vincolato al metabolismo degli algoritmi che regolano
la sua performance. Tuttavia, occorre evitare di cedere a visioni vittimizzanti
sul lavoro di piattaforma, ovvero che escludono a priori la possibilità di
esercitare agency anche attraverso le stesse infrastrutture che coordinano
l’imbrigliamento. Per quanto costituisca un mercato del lavoro estremamente
downgraded (cioè privo di tutele, quanto di garanzie della sicurezza
dell’impiego, cfr. Sassen 1994), lo spazio sociale occupato dalle piattaforme è
(ancora) anche uno spazio informale di pratiche sommerse e industriose
attraverso cui lavoratori e lavoratrici tentano di aggirare le maglie del
proprio stesso imbrigliamento. In altre parole, l’informalità si rivela anche
nella sua forma costituente, laddove diventa un terreno fertile per la
sperimentazione di pratiche di rimaneggiamento e resistenza contro il
disciplinamento algoritmico. (gianmarco peterlongo, imbrigliamento e
rifeudalizzazione del lavoro nella gig-economy. una ricerca sul caporalato
digitale tra italia e argentina)
Torna l’Argentina, e a proposito di “mani” non si può ignorare quella divina. Ho
visto un video qualche giorno fa in cui Anna Trieste prefigurava il ritorno in
città di Kevin De Bruyne, infortunato di lungo corso e reduce da mesi di esilio
dorato, che scende a Capodichino e trova mezza squadra in infermeria, il Napoli
giù in classifica sotto caterve di gol, e soprattutto l’allenatore dell’Inter
«che addirittura mette nella stessa frase Bastoni e Maradona», accostando la
simulazione del difensore nerazzurro con il patriottico gesto di resistenza di
D10s.
Chissà se KDB l’avrà presa a ridere come noi, abituati a ben altri paragoni:
Titoli sotto mano questa settimana, a voi le conclusioni:
Napoli, ospedale San Giovanni Bosco in mano al clan: quattro arresti, c’è anche
un avvocato. (sky tg 24, 25 febbraio)
L’avvocato Marengo: “Il Toro è nelle mani degli Agnelli”. (settecalcio.it, 20
febbraio)
Comala, i vincitori del bando tendono la mano ai gestori storici: “Basta
scontri, lavoriamo insieme”. (la repubblica, 27 febbraio) > clicca qui, per
approfondire
Trump: “Iraniani, prendete in mano il vostro governo e il vostro destino”. (il
corriere della sera, 28 febbraio)
Netanyahu agli iraniani: “Prendete in mano il vostro destino!”. (la7, 28
febbraio)
È iniziata la guerra all’Iran. Israele e Usa in azione (avvenire, 28
febbraio)
L’Iran colpisce obiettivi Usa nel Golfo. Medio Oriente in fiamme (il fatto
quotidiano, 28 febbraio)
Anna avrebbe voluto morire,
Marco voleva andarsene lontano,
qualcuno li ha visti tornare
tenendosi per mano:
a cura di riccardo rosa
(disegno di ottoeffe)
Comme criscevem’
‘e boss assettavano a Sanremo
affianco agli onorevoli,
po’ raccuntavan’ e nuje sentevem’.
(co’sang, 80-90)
Fanno un certo effetto le immagini delle fiamme che divorano la cupola del
teatro Sannazzaro, semidistrutto da un incendio all’alba di mercoledì, e quelle
del cratere affumicato rimasto al suo posto, fotografato dall’alto. Il
Sannazzaro era stato il primo teatro napoletano, nel 1888, a essere illuminato
dalla luce elettrica; il suo palco aveva ospitato Eleonora Duse, Roberto Bracco
e la compagnia dei fratelli De Filippo; poi era diventato un cinema porno; a
metà anni Sessanta era infine stato rilevato, ristrutturato e riaperto nel 1971
dall’attrice Luisa Conte e da suo marito Nino Veglia.
(credits in nota 1)
La storia del mondo è una storia di incendi, e la storia del teatro è in qualche
modo anche la storia del mondo. Quando visitai per la prima volta The Globe a
Londra sapevo del grande incendio che lo aveva distrutto nel 1613, ma non sapevo
che solo cinquant’anni dopo essere stato rimesso in piedi era stato demolito. Fu
una delusione apprendere che quel posto così suggestivo in cui stavo camminando
era solo una ricostruzione moderna, fatta nel 1997, peraltro nemmeno nello
stesso punto in cui la struttura originale era sorta. Capii dopo che era una di
quelle finzioni che intreccia la realtà, come gli uomini-donne nel teatro
medievale, con la creazione, o come Jacques in As you like it, dove all the
world’s a stage, and all the men and women merely players; they have their exits
and their entrances; and one man in his time plays many parts, his acts being
seven ages.
Attiguo a casa sua stava un palazzo moresco, denunciato dal salmastro,
orientale, come un riflesso sbiadito. Scrostato sotto le volte degli archi e
sulle cupole. Abitato l’inverno da Cristiani comodi che nell’estate pagana
cedevano le due ali sul mare per non morire di fame. (carmelo bene, nostra
signora dei turchi)
Sembrerà strano a qualcuno, ma Brunelleschi l’architettura l’aveva studiata solo
da autodidatta, quando a trentasette anni vinse un concorso per la progettazione
della cupola di Santa Maria del Fiore, una delle cattedrali più importanti mai
costruite al mondo. Filippo era infatti di formazione orafo (e orologiaio), e
forse proprio per questo la soluzione che aveva proposto non incontrò
grandissimo seguito, tra gli addetti ai lavori: senza la possibilità di
usufruire di un sostegno esterno, Brunelleschi si inventò un sistema di corde,
archi di mattoni verticali e anelli di pietra e legno orizzontali, che come i
cerchi di una botte avrebbero impedito alla cupola di cedere alla spinta
laterale. Alcune sofisticate macchine furono progettate per portare i
pesantissimi materiali a quell’enorme altezza, tra cui un paranco azionato da
buoi. Una buona parte di queste informazioni sono tuttavia soltanto
supposizioni, perché alla sua morte Brunelleschi non lasciò neppure uno schizzo
della progettazione.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/brunelleschi.mp4
(credits in nota 2)
Si è fatto un gran parlare delle dichiarazioni del capo della procura di Napoli,
Nicola Gratteri, che ha detto che quelli che voteranno Sì al prossimo referendum
sulla giustizia sono – a proposito di cupola – mafiosi e massoni. Ora, sebbene
la linea del gorilla di Brassens appaia ancora convincente sull’approccio ai
togati, Gratteri incluso, per quel poco che ci ho capito mi sembra abbastanza
insano pensare di smantellare una lobby (il sistema delle correnti) intervenendo
direttamente sulla separazione dei poteri e aumentando il controllo del potere
politico sui magistrati.
D’altronde, il procuratore capo di Napoli – uno showman ormai che manco il
compianto Mario Musella – dovrebbe sapere che il confine tra mafiosi, massoni e
politici nel nostro paese non è mai stato troppo netto. E pure i giudici, sulla
cupola, non stanno esattamente sempre fermi a guardare.
PM: Signor Mutolo durante lo svolgimento del maxi processo vi giunsero notizie
sulla possibilità di un aggiustamento di questo processo?
GM: Guardi negli ultimi periodi l’assicurazione era quella: state tranquilli,
noi dobbiamo subire una condanna per il discorso politico, insomma, in cui si
doveva far credere al mondo intero che la mafia era tutta condannata, comunque
in appello con i giudici di merito si darà un aggiustatina, però a Roma state
tranquilli perchè c’è l’assicurazione che viene il processo buttato a terra. Già
aveva preso piede che a Roma diciamo c’era il Presidente Carnevale, si parlava
che c’era la persona giusta al punto giusto e quindi cioè non ci potevano essere
problemi. […]
PM: Signor Mutolo, in che modo Andreotti sarebbe dovuto intervenire su
Carnevale?
GM: Perchè era una cosa che ci interessava diciamo all’On. Andreotti, cioè l’On.
Andreotti era l’esponente, per quanto concerneva Palermo, la Sicilia, che era il
più stretto, che era in contatti con Salvo Lima, quindi Salvo Lima cioè mandò a
dire, cioè parlò con Riina, con altre persone che ora io non è che posso sapere
con quante persone ha parlato fuori. Io posso dire con quelli che si parlava
dentro, che l’On. Andreotti aveva dei rapporti particolari. Però io non so se
sono di parentela, se sono politici, se sono di amici, comunque l’assicurazione
era quella, che a Roma il processo sarebbe stato buttato a terra, cioè già si
sapeva va bene che quando questo processo arrivava a Roma con le carte vuote il
processo doveva essere buttato a terra, cioè i detenuti dovevano passare per
vittime, va bene, e i giudici che avevano istruito il processo dovevano essere
dei giudici inquisitori. Anzi ci diceva che sicuramente dopo la sentenza che
faceva il Presidente Carnevale sicuramente il giudice Falcone a quel punto se ne
doveva andare in qualche paese sud africano per andare a fare l’ambasciatore con
il giudice.
(il pentito gaspare mutolo interrogato dal pm nel corso dell’udienza del
processo per la morte di mino pecorelli del 30 maggio 1996)
La scorsa settimana si è tenuto a Bagnoli un consiglio di municipalità, uno di
questi momenti di farsa (lapsus: volevo dire “falsa”) partecipazione che stanno
organizzando il sindaco di Napoli, in veste anche di commissario straordinario
per la bonifica, il suo partito (il Pd), i suoi assessori e tutta una pletora di
personaggi che cercano di risollevare la reputazione del baraccone Coppa
America, ormai inviso alla maggior parte degli abitanti del territorio.
Tra le varie scene comiche, c’è stata quella della vicesindaca Lieto che si
siede da sola in un banco del parlamentino di via Acate, dopo che attivisti e
altri abitanti hanno occupato gli scranni della giunta, e si becca fischi,
pernacchi e improperi, mentre tutti gli uomini con lei presenti (il dirigente
Auricchio, l’assessore Cosenza, i subcommissari Falconio e De Rossi) se la danno
a gambe levate lasciandola da sola in balia della contestazione. Lo stesso
Auricchio, che si vanta spesso di essere carabiniere e uomo delle istituzioni,
qualche minuto dopo si avvicinava a uno dei cittadini che stava osservando la
scena, apostrofandolo con un «ma tu a chi appartieni?», nel tipico slang dei
“servitori dello Stato” e dei popoli barbari.
Qui alla frontiera cadono le foglie,
e benché i vicini siano tutti barbari e tu,
tu sia a mille miglia di distanza,
sul tavolo ci sono sempre due tazze.
(anonimo, dinastia tang – 618-906)
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Luisa Conte in Non ti pago, di Eduardo De Filippo (1964)
² Marco Messeri, Aldo, Giovanni e Giacomo in Tu la conosci Claudia?, di Massimo
Venier (2004)
(disegno di ottoeffe)
Le stagioni ed i sorrisi
son denari che van spesi
con dovuta proprietà.
(francesco guccini, vedi cara)
Sorrisi abbastanza amari ha provocato la scorsa settimana la telecronaca
dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina fatta dal direttore di Rai
Sport Paolo Petrecca, che ne ha combinate di tutti i colori in mondovisione,
sbagliando il nome dello stadio San Siro, confondendo Matilda De Angelis con
Mariah Carey, la presidente del Cio con la figlia di Mattarella, e allietando
gli spettatori con una serie di luoghi comuni del tipo “i brasiliani hanno il
ritmo nel sangue” – ma a differenza dei napoletani…:
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/covatta.mp4
(credits in nota1)
Il povero Petrecca nulla c’entra d’altronde con lo sport, cosa di cui non si
occupava da secoli prima di essere nominato direttore della rete, e per di più
non era stato impeccabile nemmeno come direttore di Rai News24, tanto da farsi
sfiduciare dal voto contrario al suo piano editoriale da parte dell’83% dei suoi
giornalisti. Semplicemente è stato messo lì dal governo nell’ambito della
lottizzazione della televisione nazionale, altra pratica che scandalizza solo
gli ipocriti, dal momento che è cinquant’anni, più o meno, che funziona così.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/andreotti.mp4
(credits in nota2)
La parola “lottizzazione” fu coniata a fine anni Sessanta da Alberto Ronchey,
giornalista, saggista e poi pure ministro in un governo Ciampi, che denunciò con
una lettera a La Malfa la spartizione delle cariche in Rai. La lottizzazione
divenne pratica alla luce del sole qualche anno dopo, con il cosiddetto “patto
della Camilluccia”, che prendeva il nome dalla strada romana su cui sorgeva una
splendida villa della Democrazia Cristiana. Dopo una divisione dei posti tra Dc
(Rai Uno) e Socialisti (Rai Due), negli anni del compromesso storico e dopo la
nascita dell’attuale Rai Tre anche il Partito comunista reclamò la sua parte,
prendendosi quella che diventerà poco tempo dopo Tele-Kabul.
La situazione più difficile da gestire, come racconta Daniele Zaccaria sul
Dubbio, riguardava però la rete ammiraglia, con un alternarsi di nomine dovute
ai continui cambiamenti dei rapporti di forza interni tra andreottiani,
fanfaniani, forlaniani, e demitiani, “in particolare nelle testate
giornalistiche con gli inviati ‘a libro paga’ riconoscibili per via degli
accenti regionali: all’inizio degli anni Ottanta, per esempio, ci fu l’assalto
degli avellinesi incarnato dall’approdo di Biagio Agnes, amico stretto di De
Mita, alla direzione generale”.
(credits in nota3)
Ogni anno, il 14 febbraio, un timido sorriso di nostalgia fa capolino sul mio
viso alleviando la tristezza per l’anniversario della morte di Marco Pantani,
ricordando il casino che io e un caro amico montammo in un pub quella sera di
ventidue anni fa, quando nell’intervallo di un indecente Bologna-Juventus
apprendemmo della morte per overdose dell’indimenticato pirata, nel motel Le
Rose di Rimini (per uno strano gioco del destino, tra i cantori delle imprese di
Pantani c’era il telecronista Auro Bulbarelli, giornalista defenestrato venti e
passa anni dopo da Petrecca per motivi ridicoli, a poche ore dalla telecronaca
olimpica dello scandalo, e da lui sostituito).
Mentre la notizia della morte del nostro eroe colpiva me e U. come un fulmine a
ciel sereno, quella sera, a pochi centimetri da noi due compagni di classe
continuavano impunemente a pomiciare, palpeggiandosi sulle panchine di legno
senza rispetto alcuno per il nostro lutto (non ricordo se gli intervenuti per
sedare la rissa che stava per scoppiare era gente seduta con noi al tavolo o
altri astanti del locale, ma forse questo dettaglio non ha importanza neppure
per questa rubrica). Vale la pena invece ricordare il sorriso fragile
dell’antieroe della bicicletta, ammazzato da una macchina infernale che l’aveva
schiacciato con una violenza inaudita e per ragioni che neppure i processi sulla
vicenda sono riusciti a chiarire del tutto (per approfondire: una bella
intervista a Gianni Mura a dieci anni dalla morte del Pirata e una altrettanto
bella alla mai rassegnata mamma Tonina, che nemmeno per un secondo ha creduto
alla colpevolezza di suo figlio nel caso Madonna di Campiglio, che diede inizio
al calvario)
(una foto di marco pantani a metà anni novanta)
Ho appreso via radio qualche giorno fa della reunion dei Portishead per il
concerto Together for Palestine organizzato a Wembley da Brian Eno. Sono andato
a sentirmi l’arrangiamento di Roads fatto per l’occasione, dopo qualche ora, a
casa, e l’ho trovata più devastante di sempre. Per i fan, oltre alla musica,
vale la pena guardare il video, anche perché Beth Gibbons è molto invecchiata ma
è bellissima anche a sessant’anni.
A proposito di anni che passano e di sorrisi, noto che ad aprile diventerà
maggiorenne persino Third (2008), l’ultimo album registrato dal gruppo inglese
in studio, e la cui canzone più bella è senza dubbio Nylon Smile. Nel frattempo
anche se il trip-hop è morto, e Bristol era una città orribile già nel 2010
quando l’ho visitata, i Massive Attack hanno tolto tutti i loro album da Spotify
per protesta contro gli investimenti del suo proprietario nell’AI militare
israeliana.
I struggle with myself
Hopping I might change a little
Hopping that I might be
Someone I wanna be
Looking out I wanna know someone might care
Looking out I want a reason to be there
‘Cause I don’t know what I’ve do to deserve you
And I don’t know what I’ll do, without you
Looking out I want to know some way might clear
Looking out I want a reason to repair
‘Cause I don’t know what I’ve done to deserve you
And I don’t know what I’ll do without you.
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Stefano Sarcinelli e Giobbe Covatta in Tribuna Politica, 1993
² Leo Gullotta, Giulio Andreotti, Pippo Franco e Oreste Lionello in Biberon,
1998
³ Renzo Arbore, in: FF.SS. – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a
Posillipo se non mi vuoi più bene?”, di Renzo Arbore (1983)
(disegno di ottoeffe)
Organizzate eventi sul fratello minore di Mussolini, sul segretario del Partito
nazionale fascista Ettore Muti: vi ritenete un centro di ricerca di destra?
«Molti ci vedono a destra, ma abbiamo superato questa vecchia dicotomia. Presto
pubblicheremo un libro su Che Guevara».
Il titolo?
«Che Guevara visto da destra».
(ilcentro.it, Ultradestra d’Abruzzo, il responsabile del Centro studi: «È
formazione culturale. I nostri iscritti crescono»)
Credo di aver già scritto, in questa rubrica, di una brava insegnante di
francese che avevo alle superiori. Una volta scelta la parola di questa
settimana, mi sono ricordato di una sua lezione che mi piacque molto, un lunedì
mattina del quarto o del quinto anno a occhio e croce. Va detto che -pr aveva la
sfortuna di doversi accollare le prime due ore del primo giorno della settimana,
che coincidevano con il momento di conteggio del Fantacalcio (non c’erano le app
automatiche di oggi, si faceva tutto con carta, penna e Corriere o Gazzetta
dello Sport): una pratica che implicava l’abbassamento da parte di almeno mezza
classe di una soglia d’attenzione già di per sé non esattamente elevata.
A conteggi finiti anche io incominciai ad ascoltare. Essendomi perso la parte
iniziale della lezione, però, per un bel po’ non riuscì a capire come mai
dovevamo studiare in letteratura francese la produzione teatrale di un autore
irlandese e di un movimento a cui era stato dato nome da un critico ungherese,
con un saggio, The Theatre of the Absurd, scritto in inglese.
Trentanove anni, oggi, sano come un pesce, a parte la mia vecchia debolezza, e
intellettualmente ho adesso ogni motivo di credere sulla… (esita)… cresta
dell’onda… o da quelle parti. Celebrata l’orrenda ricorrenza, come sempre in
questi ultimi anni, tranquillamente, alla Taverna. Non un’anima. Rimasto a
sedere davanti al fuoco con gli occhi chiusi, a separare il grano dalla pula.
Buttata giù qualche annotazione sul rovescio di una busta. Felice di essere di
nuovo nella mia tana, nei miei vecchi stracci. Appena mangiato, mi spiace dirlo,
tre banane, e solo con difficoltà mi sono astenuto da una quarta. Micidiale per
un uomo nel mio stato. (samuel beckett, l’ultimo nastro di krapp)
Ho letto per la prima volta un mesetto fa L’ultimo nastro di Krapp.
Personalmente odio le banane, ma per quanto ne sappia hanno un sacco di virtù.
Per cui una delle cose che mi sono chiesto mentre leggevo è quale fosse lo stato
di quell’uomo per cui queste, mi riferisco alle banane, potessero risultare così
micidiali. Ci ho messo un po’ anche a capire – forse per colpa di quei venti
minuti impiegati a fare i conteggi del Fantacalcio – come mai il protagonista di
quel lavoro ce l’avesse così profondamente con il tempo, tanto da flagellarsi
con l’ascolto delle vecchie bobine registrate negli anni precedenti e tanto da
consacrare il ricordo di un sé che disprezza e condanna a ultima immagine, anzi
ultimo suono, della sua vita.
L’opera si conclude con Krapp che fissa il vuoto sul palcoscenico in silenzio, e
il nastro, ormai finito, che gira a vuoto nel registratore.
(credits in nota1)
Beckett mi è sembrato più lineare di un Armony davanti a una puntata di qualche
giorno fa di Otto e mezzo, in cui l’ospite principale era tale Leonardo Maria
Del Vecchio, giovane miliardario e principale erede del fu padrone di Luxottica.
Del Vecchio, trent’anni, si è presentato davanti alle telecamere di La7 in un
bel completo blu e uno stato di apparente trance, da far probabilmente temere i
propri cari per la sua salute: lunghissime pause, capacità argomentative di un
tredicenne strafatto di Diazepam, labbra e altre terminazioni nervose del volto
che gli pulsavano all’impazzata non appena il discorso si faceva più insidioso
(tipo quando è stata tirata in ballo l’accusa di omissione di soccorso che gli
pende sulla fedina penale, dopo un grave incidente stradale nel 2025 sulla
tangenziale di Milano).
(credits in nota 2)
Come sempre, davanti all’assurdità di questi personaggi, quelli che mi fanno più
incazzare sono quelli di sinistra, o presunti tali, e nel caso specifico Gruber
e Giannini (chiedo scusa a chi si sente realmente di sinistra, ma è meglio
definirli tali che beccarsi una querela qualificandoli in altro modo). Se nella
parte del gran cortigiano c’era il tiratissimo Italo Bocchino, che si prodigava
in difese d’ufficio al miliardario talmente ruffiane da risultare comiche, il
quadretto si completava con le cannonate sulla Croce Rossa che Gruber e Giannini
sparavano, credendo di mettere alla gogna il giovane miliardario con continue
provocazioni e – questa è una specialità della giornalista ex Rai – facendo di
tutto per tirargli di bocca frasi sconvenienti.
Come se aspettassimo l’uscita dalle quinte di Godot, io e g. siamo rimasti con
occhi sbarrati ad ammirare lo spettacolo, tra la prosopopea di quei due che si
compiacevano di aver fatto domande scomode al loro ospite, il giovane che non
vedeva l’ora di uscire di lì e fare serata, e una domanda in fondo ingenua che
rimaneva latente nell’aria: ma cosa cazzo l’avete invitato a fare?
a cura di riccardo rosa
________________________
¹ Rudiger Vogler in: Lisbon Story, di Wim Wenders (1994)
² Intervista a Filangieri Giuseppe, Cinico tv (1992)
(disegno di ottoeffe)
‘A terra ‘lloc’ è fertile
ma volano proiettili
aggio fatt’ ‘o sanghe friddo comme fosse ‘o rettile. […]
Te fanno fa’ ‘a fine d’e nire ‘mmiez ‘e naziskin,
te lassano int’o garage ‘mmiezo ‘e plastiche d’e motorin’. […]
(uomodisu, indians)
Per la terza volta in pochi mesi un agente del corpo federale americano Ice ha
ucciso una persona a Minneapolis in circostanze sconcertanti. L’uomo,
trentasette anni, è stato sparato più volte da un militare distante pochi metri
fino a che non è stato raggiunto letalmente da un proiettile al petto. Il
Dipartimento per la Sicurezza Interna si è subito affrettato a precisare che
l’uomo era armato (capirai che novità, negli Stati Uniti) ma non ha fornito
nessun dettaglio – almeno fino al momento della scrittura di questa rubrica –
sugli eventi.
Poche ore prima, nell’ambito delle proteste in corso in città contro l’Ice e
contro la violenza militare ormai incontrollata, circa cento preti erano stati
arrestati all’aeroporto di Minneapolis-St. Paul, dove si trovavano per
denunciare la deportazione di alcuni migranti detenuti. Alcuni video mostrano i
manifestanti inginocchiati a pregare, poi l’arrivo della polizia, e quindi
l’arresto.
Come si evince chiaramente dai suoi scritti, Camilo Torres non intende esaurire
la sua azione, approcciando alle problematiche sociali della sua comunità, con
la semplice prospettiva caritatevole. La povertà, intesa non solo dal punto di
vista economico, ma anche culturale e sociale, necessita, per padre Torres,
dapprima della presa di coscienza da parte delle classi deboli, e dappoi
dell’impegno attivo e fattivo, per la «presa del potere» da parte del Popolo.
[…] Sempre nel suo messaggio ai cristiani si legge: «[…] se la beneficenza,
l’elemosina, le poche scuole gratuite, i pochi piani edilizi, ciò che viene
chiamato “la carità” non riesce a sfamare la stragrande maggioranza degli
affamati, né a vestire la maggioranza degli ignudi, né ad insegnare alla
maggioranza di coloro che non sanno, bisogna cercare mezzi efficaci per dare
tale benessere alle maggioranze.» Ed è per questi motivi che egli è persuaso, al
fine di instaurare e garantire la giustizia sociale, che i cristiani
siano obbligati a partecipare alla lotta armata. (giorgio barberis e francesco
ingravalle, introduzione a liberazione o morte!, di padre camilo torres)
In questi mesi abbiamo saputo tutto dell’agenzia federale americana
anti-immigrazione. Ci hanno detto che hanno arrestato un uomo con sua figlia
piccola e li hanno trasportati da Minneapolis al Texas, opponendosi tra l’altro
all’intervento di un giudice federale che ne aveva ordinato il rilascio. Ci
hanno spiegato l’allargamento in termini di numero di agenti e di potere di
intervento che gli è stato attribuito dall’amministrazione Trump, e il conflitto
tra poteri scatenato dalla sua impunità di fatto. Meno dettagliati appaiono i
resoconti delle manifestazioni che si stanno via via diffondendo anche in altre
città, in cui non di rado i manifestanti si scontrano fisicamente con i militari
e/o con la polizia, come accaduto proprio a Minneapolis dopo il ferimento di un
venezuelano che cercava di fuggire ed è stato sparato, per questo, alla gamba.
So’ fernut’ ‘e tiempe ‘e pappa, cacca e nanna,
ma qua ann’ d’e miracoli?
D’e grazie ‘e Dio?
Mo’ ‘o patapata ‘e l’acqua acchiapp’, at’ che grandine.
Pallottole vaganti ‘e ‘sti cape vacant’
ca te fanno veni’ ‘o spanteco
‘sti guappe te fanno jitta’ ‘o sanghe.
(la famiglia, fuje)
Sabato mattina ero in metropolitana in modalità spleen, sotto il diluvio, in
ritardo sia per il mio appuntamento che per la parola di questa settimana,
quando una signora ha richiamato il suo cane che leccava le scarpe di un altro
passeggero – «Bob!». Non credo di aver mai conosciuto nella mia vita un cane che
si chiamasse Bob, ma ho conosciuto abbastanza bene, intorno ai vent’anni, Dylan,
e mi è venuta così in mente A Hard Rain’s a-Gonna Fall, il cui protagonista ha
tra l’altro gli occhi come i miei. La canzone – anzi all’inizio era una poesia,
che non avrebbe dovuto essere musicata – è stata scritta durante l’epoca del
grande rischio nucleare, ma direi che è buona per tutte le stagioni, con il suo
riflettere sulla capacità umana di distruggere tutto ciò ci passa tra le mani,
noi stessi compresi.
Ricordavo un verso in cui il figlio dagli occhi blu cammina per la terra
desolata, e descrive un mare riempito da proiettili e non da pesci (sicuramente
nel mio fanatismo avrò pensato a qualcosa tipo la crisi missilistica e alle armi
nucleari che viaggiavano via mare). In realtà leggo che l’espressione usata è
pellets of poison, che dovrebbe essere qualcosa tipo “granuli di veleno” che
“riempiono le acque”.
L’area di Bagnoli […] per cui è prevista una massiccia movimentazione di terreni
pesantemente inquinati da Ipa e Ocb, è adiacente al mare del golfo di Pozzuoli.
È facilmente prevedibile, che Ipa e Pcb, attualmente relegati nei suoli e nei
sedimenti marini, se mobilizzati in area prospiciente il mare, possano
diffondervisi. Gli Ipa, combinandosi con il cloro (Cl), producono dei derivati,
gli Ipa clorurati, che sono più tossici dei composti d’origine. In particolari
condizioni (combustione incompleta) possono formarsi diossine, sostanze
notoriamente cancerogene-mutagene. Inoltre, gli stessi Ipa e Pcb, se si
combinano con lo stagno (Sn) o il mercurio (Hg), formano sostanze altamente
tossiche. […] Ricordiamo un caso di grave inquinamento ambientale prodotto dalla
combinazione di composti organici con mercurio, nella Baia di
Minimata, Giappone. L’inquinamento, di origine industriale, provocò la malattia
di Minamata, scoperta per la prima volta nel 1956, determinò gravi
intossicazioni negli abitanti e fece incrementare notevolmente l’incidenza di
decessi per cancro nella popolazione della baia (Timothy, 2001). Fu causata dal
rilascio, dal 1932 al 1968, di metilmercurio nelle acque reflue da parte
dell’industria chimica Chisso Corporation. Il metil-Hg, altamente tossico e
cancerogeno, si accumulò nei molluschi, nei crostacei e nei pesci della baia,
entrando nella catena alimentare e causando così l’avvelenamento degli abitanti
del luogo, inclusi numerosi decessi. […] I danni ambientali e sulla salute della
popolazione sono persistiti per decenni e continuano ancora oggi ad avere
effetti, anche sociali, sulle comunità locali. (benedetto de vivo e maurizio
manno, bonifica di bagnoli: perché è rischioso il dragaggio dei sedimenti
marini)
I lavori della vergogna sulla colmata vanno avanti a Bagnoli: i cittadini
protestano (c’è un presidio quotidiano a piazza Bagnoli, dalle 17:00), Bassolino
e De Luca fanno ammuina, le inchieste giornalistiche si moltiplicano, ma il
sindaco-commissario Manfredi non chiarisce le modalità che appaiono davvero
grossolane con cui si sta operando su un terreno inquinatissimo, preparandosi a
fare ancora peggio sui fondali marini. Intanto, camion carichi di materiale
dall’aspetto poco rassicurante se ne vanno a centinaia avanti e indietro da
giorni, perdendo polveri in giro per il quartiere.
Eppure, ci sono tanti scienziati che in questi anni ci hanno spiegato che il
miglior modo per riparare un danno ambientale fatto dall’uomo è usare la natura.
E ce ne sono altri, di scienziati, di tutt’altro tipo ma non meno brillanti, che
ci hanno raccontato che il modo migliore per fare la cosa migliore è rivoltarsi.
Il 7 febbraio ci sarà a Bagnoli una grande manifestazione cittadina.
Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c’è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d’un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.
(vladimir majakovskij, la nostra marcia)
a cura di riccardo rosa
(disegno di ottoeffe)
Ci prepariamo per andare a casa e ironizziamo ognuno sulle cinque migliori
“canzone 1 – lato A” di tutti i tempi scelte dagli altri (le mie: Janie Jones,
dei Clash, da The Clash; Thunder Road, di Bruce Springsteen, da Born to Run;
Smells like teen spirits, dei Nirvana, da Nevermind; Let’s get it on, di Marvin
Gaye, da Let’s get it on; Return on the grievous angel, di Gram Parsons, da
Grievous Angel. (nick hornby, alta fedeltà)
Negli ultimi giorni sono stato più volte coinvolto in una pratica che ho a cuore
quanto l’insicuro e finto-cinico tassonomo Rob Gordon di Alta fedeltà: fare
classifiche. Gli ultimi mesi sono stati peggiori per me o per te? È meglio
campare riparando stampanti, facendo la guida turistica o un dottorato
all’università? Qual è la top ten degli attaccanti più forti nella storia del
Napoli? E dove si colloca Cavani? (In queste settimane circola una bufala sul
ritiro del campione uruguagio, all’età di appena trentotto anni: comunque vada
lo si ringrazia a nome del calcio per tutto quello che ha fatto).
Una classifica un po’ mortificante che ho proposto riguarda la gravità delle
varie implicazioni che si porta dietro l’assurdo omicidio commesso da un agente
dell’Ice americana (Immigration and Customs Enforcement) ai danni di una donna
che aveva provato a intralciare le operazioni di questo vergognoso corpo
militare, che agisce per lo più senza alcun freno e nello sprezzo totale di
qualsiasi regolamento – il vicepresidente Vance ha detto che l’agente assassino
godrà di “totale immunità”, una categoria giuridica conosciuta solo nella sua
testa e nei film dell’agente segreto con licenza di uccidere.
Nel caso specifico, in cima al podio della gravità ho messo la narrazione ormai
pacifica per cui ogni volta che c’è da mistificare qualcosa di scabroso si
millanta l’esistenza di un presunto pericolo di “terrorismo interno”, pure se
l’azione che si è andata a contrastare è la distribuzione di volantini o
l’esposizione di uno striscione colorato tenuto in mano da vecchi e bambini.
Rispetto a questa ennesima vicenda di violenza poliziesca ho apprezzato la
posizione del sindaco locale, che adeguandosi al livello del dibattito politico
negli Usa ha esplicitamente, e più volte, detto agli agenti dell’Ice “di
andarsene a fanculo fuori dalla città”. Belli anche i video in cui maestre e
professoresse di scuola danno di matto affrontando a muso duro i militari che
vogliono andarsi a prendere gli studenti cosiddetti irregolari fin dentro la
classe.
(credits in nota 1)
Questa pratica, a quanto leggo, sembra non essere rara negli ultimi anni negli
Stati Uniti. In contrasto a questa operazione vi sono però, per fortuna,
numerosi opuscoli, diffusi da Ong e da alcune scuole persino, dal titolo: Know
your rights: what to do if Ice comes to your school (“Conosci i tuoi diritti:
cosa fare se l’Ice arriva nella tua scuola”). Questa la situazione:
In qualità di immigrato, ho il diritto all’istruzione?
Sì, tutti gli studenti tra i cinque e i ventuno anni hanno il diritto a
un’istruzione pubblica gratuita dalla scuola primaria alla secondaria (K–12),
indipendentemente dallo status di immigrazione. Secondo l’American Civil
Liberties Union: “Tutti i bambini che vivono negli Stati Uniti hanno il diritto
a un’istruzione pubblica gratuita”.
L’Ice può portarmi via dai locali scolastici?
Non di norma. Secondo il Dipartimento dell’Istruzione dello Stato di New York,
l’Ice non può portare uno studente fuori dai locali scolastici né interrogarlo
senza il permesso del genitore o tutore dello studente, tranne nei casi in cui
abbia un mandato valido oppure quando è stato commesso un reato all’interno
della proprietà scolastica.
Sono obbligato a rispondere agli agenti dell’Ice?
No, hai il diritto di rimanere in silenzio. Secondo l’Immigrant Legal Resource
Center, tutti i bambini, indipendentemente dallo status di immigrazione, hanno
il diritto di rimanere in silenzio nelle interazioni con l’Ice. Se un agente
dell’Ice cerca di parlarti a scuola o durante un evento scolastico, non parlare
con lui. Avvisa immediatamente un agente per la sicurezza scolastica, il/la
preside o un insegnante.
(da: mobilization for justice – traduzione mia)
(da vd news)
Tornando alle classifiche, mi segnalano l’uscita giovedì di un articolo del
Mattino che riporta i dati sui Daspo (prescrizione nata per le manifestazioni
sportive, ma ormai estesa a numerosi altri ambiti come la movida, le
manifestazioni politiche, o utilizzata per punire comportamenti “anomali” nel
corso dei cosiddetti “grandi eventi”, la vendita ambulante irregolare di merci e
altro) comminati nel 2025 dalla questura di Napoli. Sono 379: il che vuol dire
che a quasi quattrocento napoletani sono stati imposti limiti alla libertà di
movimento in base a provvedimenti frutto nel migliore dei casi di una indagine
poliziesca, senza passare per la magistratura. Il solito Del Gaudio si preoccupa
di condividere con i propri lettori il suo stupore nel ritrovare in classifica
non solo parcheggiatori e ambulanti, ma “finanche” gente “rispettabile” come
studenti e professionisti.
Non solo accattoni o sbandati del sabato sera, dunque, a leggere le storie che
si celano dietro Daspo urbani e sportivi. Avanzano gli insospettabili. Non
mancano studenti o lavoratori, finanche esponenti del mondo delle professioni.
[…] Studenti, qualche colletto bianco, imprenditori: sono quelli che sono stati
segnalati per condotte tutt’altro che irreprensibili. (leandro del gaudio, il
mattino)
Passa p’o cazzo d’e classifiche, d’e sbirri, d’e tossici razzisti comme Vasco
Rossi!
‘E scoppio ‘ncuollo po’ pareo,
papà nun sta
dint’all’assemblea d’a Società
Italiana Autori Editori
(co’sang, intro)
(credits in nota 2)
Un topos della musica leggera contemporanea è il livore verso il mercato, i
manager e le classifiche, responsabili dello scadimento della produzione
musicale internazionale (in realtà qualche anno dopo aver scritto queste
invettive la maggior parte degli autori si ritrova invischiata fino al collo
dentro queste cose, ma c’è poco da colpevolizzarli: perché proprio loro
dovrebbero andare avanti a cereali con l’acqua e spese nei discount, quando
tutto il mondo procede compatto nella direzione opposta?).
Un passaggio chiave sul rapporto tra musicisti e mercato sta dentro Have a
cigar, brano scritto nel ’75 dai Pink Floyd, che racconta il momento in cui il
giovane artista/la band protagonista del disco si trova davanti per la prima
volta i manager di una grossa casa discografica. I boss si entusiasmano per la
canzone appena lanciata (“Uscirete con un album | Lo dovete alla gente”), gli
prospettano grandi guadagni (“Ti abbiamo detto il nome di questo gioco? | Noi lo
chiamiamo ‘cavalcare il treno dei soldi facili’”), gli parlano delle charts
(“Avete visto le classifiche?”).
Dopo avergli ripetuto che la band è davvero fantastica – sinceramente, that’s
what I think, gli chiedono, a proposito: “Ma chi di voi è Pink?”.
a cura di riccardo rosa
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¹ Una professoressa di Chicago impedisce agli agenti dell’Ice di entrare nella
propria classe
² Gianni Morandi racconta di alcune telefonate con Fabrizio De Andrè dopo il
successo della canzone Si può dare di più
(disegno di ottoeffe)
Devo ammetterlo: Aldo Cazzullo mi è simpatico. La sua faccia mi rasserena, o
comunque quando la vedo non sento il prurito che mi attraversa il corpo se per
errore mi compaiono sullo schermo i suoi colleghi paladini della sinistra
democratica (da de Gregorio a Telese nessuno escluso, passando per Gruber e
Gramellini, senza nemmeno contare Fazio e questo Scanzi che mi ricorda quegli
accademici che studiano i movimenti sociali ma non hanno mai attacchinato un
manifesto in vita loro – prendo in prestito l’espressione da -gr).
La settimana scorsa stavo guardando Una giornata particolare, che sarebbe un
buon programma se non fosse per alcuni excursus no-sense sulla base di
associazioni di idee discutibili, in cui si dà voce a gente discutibile – tipo
Farinetti sul vino o Lino Banfi sulla morte, in una puntata sui misteri della
Bibbia. Farinetti e Saviano a parte (compariva anche lui ovviamente, su Sodoma e
Gomorra…), ho scoperto che uno dei fatti mitologico-religiosi a cui si
appigliano gli ebrei per giustificare i loro presunti diritti sulla Palestina
risale alla colonizzazione dei Cananei da parte degli Israeliti (1200 avanti
Cristo, più o meno): questi ultimi, infatti, sarebbero stati autorizzati a
soggiogare la popolazione a ovest del Giordano alla luce non solo della promessa
di Yahveh, che gli aveva indicato quella terra, ma anche di una maledizione
fatta da Noè a suo figlio Cam, e a suo nipote Canaan, dal momento che il primo,
dopo aver trovato il genitore a dormire nudo e ubriaco lercio in una tenda, non
l’aveva coperto con un lenzuolo.
(l’ebrezza di noè, di michelangelo buonarroti – cappella sistina, roma)
Nel Libro di Giosuè, uno dei cosiddetti “libri storici” dell’Antico Testamento
(in realtà è documentato che ci siano scritte un sacco di fandonie), si racconta
la conquista della città di Ai, in terra di Canaan: su precisa indicazione del
Signore, gli Israeliti attirano gli abitanti locali nel deserto per battagliare,
facendo contemporaneamente entrare altri uomini in città, non appena le porte
rimangono sguarnite.
Quelli di Ai videro che il fumo della città si alzava verso il cielo.[…] Giosuè
e tutto Israele videro che quelli dell’agguato avevano conquistato la città e
che il fumo si era levato; si voltarono dunque indietro e colpirono gli uomini
di Ai. Anche gli altri uscirono dalla città contro di loro, e così i combattenti
di Ai si trovarono in mezzo agli Israeliti, avendoli da una parte e dall’altra.
Gli Israeliti li colpirono, finché non rimase nessun superstite o fuggiasco. […]
Quando gli Israeliti ebbero finito di uccidere tutti gli abitanti di Ai, che li
avevano inseguiti in campo aperto nel deserto, e tutti fino all’ultimo furono
passati a fil di spada, tutti gli Israeliti rientrarono in Ai e la colpirono a
fil di spada. Tutti i caduti in quel giorno, uomini e donne, furono dodicimila,
tutta la popolazione di Ai. […] Giosuè incendiò Ai, riducendola a una collina di
rovine per sempre […]. Fece appendere il re di Ai a un albero, fino alla sera.
Al tramonto comandò che il suo cadavere fosse calato giù dall’albero e lo
gettarono all’ingresso della porta della città. (libro di giosuè, capitolo 8)
Più passa il tempo, più mi accorgo di quanto impegniamo il nostro tempo a fare
cose inutili, tipo preoccuparci di cosa gli altri pensano di noi, o di quello
che dicono i leader di uno dei partiti più insopportabili della storia del
parlamento. Eppure, seguendo una serie di associazioni di idee tipo Una giornata
particolare mi sono ritrovato a fare un conteggio, e ho scoperto che negli
ultimi trent’anni avrò passato più o meno centocinquantamila minuti (circa
centocinque giornate) a difendere una porta, attaccandone raramente un’altra.
(credits in nota 1)
A mia discolpa va detto che la decisione la presi per caso, quando avrò avuto
più o meno otto anni. In quel periodo l’allenatore mi schierava testardamente
all’ala destra, finché in una partita in cui non avevamo nemmeno un difensore mi
spostarono dietro e le cose cominciarono ad andare meglio. Sliding doors, lo
chiamano gli anglofoni dalla fine degli anni Novanta (grazie a un iconico film
che diede un senso figurato a un’espressione che significava altro), indicando
un momento apparentemente insignificante che può cambiare il corso dei fatti, o
la vita di una persona. Le porte scorrevoli, in linguaggio politico, sono
infatti porte (e poltrone) di altro genere: l’espressione fa riferimento al
passaggio di un alto esponente istituzionale ai vertici di aziende private che
agiscono nello stesso campo in cui egli aveva operato fino a poco prima come
attore pubblico.
Il più irritante […] è stato quello dell’ex ministro degli interni, Marco
Minniti, che ha assunto la presidenza dalla nuova fondazione Medi Or promossa
dal gruppo di tecnologie militari Leonardo […]. Parole chiave: difesa,
sorveglianza, intelligence, confini, tradotte nello statuto Medi Or in
formazione e scambio culturale con i paesi africani e medio orientali. Minniti
aveva lasciato il seggio di deputato del Pd alla Camera alla fine del mese di
febbraio 2021 per andare a presiedere la nuova fondazione di Leonardo, ex
Finmeccanica, partecipata dallo Stato che opera nei settori di difesa,
aerospazio, sicurezza. […] Il caso più recente è quello di Andrea Urbani, che a
luglio 2022 ha lasciato l’incarico di direttore generale della programmazione
del ministero della salute, per andare a ricoprire il ruolo di amministratore
delegato dell’IRCCS San Raffaele di Milano, uno dei maggiori ospedali privati
italiani con un fatturato annuo vicino a due miliardi di euro, come già avevano
fatto altri ex ministri: Angelino Alfano, presidente del Gruppo ospedaliero
milanese San Donato dal 2019 e – ancor più grave per il suo ulteriore ruolo come
governatore della Lombardia, regione che rappresenta un Eldorado per la sanità
privata in Italia […] – Roberto Maroni, entrato nel Cda del San Donato nel 2020.
(enzo ferrara, altronovecento)
(credits in nota 2)
Forse è un po’ banale, ma per preparare la rubrica di questa settimana dovevo
mettermi a riascoltare i Doors.
Mi è servito almeno, il latrato di Edip-orrison – che voleva farla finita
uccidendo il padre e andando a letto con la madre –, per impormi un obiettivo
per questo nuovo anno: pensare (citando il mitico Yogi Barra: consiglio a tutti
la sua storia) che non è finita finché non è veramente finita. Buon 2026 a tutti
i lettori.
a cura di riccardo rosa
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¹ Zdenek Zeman asfalta Massimo Mauro dopo un Napoli-Cagliari (3-3) del 2014
² Sara Grattogi sull’ennesimo scandalo all’ospedale privato San Raffaele di
Milano, Uno Mattina News, 10 dicembre 2025
(disegno di ottoeffe)
Il nuovo arrivato era un uomo sui trentatré o trentaquattro anni, cioè un po’
più anziano del compagno. Era di media statura, robustissimo, dalla pelle
bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra
beffarde, e sottili, indizio di una ferrea volontà. A prima vista si capiva che
era un europeo non solo, ma che doveva appartenere a qualche razza meridionale.
(emilio salgari, le tigri di mompracem).
È un mese che sulle cronache napoletane e nazionali l’attore Alessandro Preziosi
pubblicizza il personaggio da lui interpretato nella serie dedicata a Sandokan
andata di recente in onda su Rai 1 (evidentemente di successo, sebbene molto
modesta: personalmente ho resistito mezza puntata). Nella fiction Preziosi è il
corsaro portoghese Yanez, compagno d’avventure della Tigre della Malesia, e in
qualche modo carattere a lui speculare. A mio avviso (non che questo abbia
qualche rilevanza) è il personaggio più bello del ciclo di Salgari: freddo,
elegante nei modi e nell’aspetto, ironico, prudente, è ingegnoso e astuto, anzi
queste ultime due sono probabilmente le sue caratteristiche principali.
Sarà per questo che non c’è intervista (l’ultima è uscita ieri a pagina piena
sul Corriere del Mezzogiorno, a cura di Vanni Fondi) in cui Preziosi, che è
napoletano, non ci propina la retorica sul partenopeo scaltro e “sfaccimmo”,
parola che ripete a oltranza, traducendola quando l’intervista è nazionale a
beneficio dei fan italiani. Il cliché riesce in effetti tanto efficacemente che
il lettore napoletano per bene può gongolare compostamente, sentendosi anche lui
un po’ “sfaccimmo”: anche se odia l’arte di arrangiarsi e disprezza chi si
arrangia, chiedendosi perché non va a lavorare invece di truffare il prossimo;
anche se a Napoli nessuno usa questa parola per intendere quello che intende
Preziosi.
Detto ciò, mi sono chiesto alla terza intervista in un cui si ripeteva questo
refrain: ma di napoletani fessi, ce ne sono?
(credits in nota 1)
Non è il caso di trascendere nella trivialità della connotazione femminile della
parola di questa settimana, quindi sorvolerei da ora in poi sul napoletano,
riportando però almeno il fatto che in francese fesse vuol dire natica,
derivando dal latino “findere”, il cui participio si riferisce a qualcosa di
“crepato in lungo”, “diviso in due”.
Stando sul più accettabile socialmente, secondo i dizionari, il fesso non è
necessariamente uno stupido (può esserlo, ma non necessariamente lo è), quanto
colui “che si comporta da stupido”, e questo è un po’ in contraddizione con il
meridionale “farsi fare fesso”, che fa riferimento al “farsi raggirare”. Tipo
quando io ti dico: vedi che questa cosa che stiamo facendo richiede un
sacrificio per un po’ di tempo. Ma poi finirà, è solo temporaneo. Ti
restituiremo tutto dopo qualche mese, e oltretutto saremo più ricchi sia io che
tu.
Coppa America ogni due anni, team d’accordo. Il Comune di Napoli: pronti a
ospitarla anche nel 2029 (repubblica napoli, 27 dicembre 2025)
Avevamo più o meno quindici anni, io e miei amici, quando una professoressa di
italiano e latino una mattina alzò un polverone accusandoci di essere
maschilisti e sotto sotto fascisti, perché avevamo scritto a caratteri cubitali
sul muro della classe un vecchio detto napoletano: “’O barbiere te fa bello, ‘o
vino te fa guappo, ‘a femmena te fa fesso!”. Quella professoressa si diceva
femminista e di sinistra (la parola comunista già cominciava a diventare fuori
moda), ma raramente le abbiamo visto fare un giorno di sciopero, persino quando
Berlusconi voleva eliminare l’articolo 18 (non ci riuscì, ma poi ci pensò
Renzi), o quando la Moratti completò l’opera di distruzione della scuola
pubblica iniziata dal post-comunista Berlinguer junior. Molti di noi
fessacchiotti per qualche tempo la considerammo anche una persona autorevole, ma
poi capimmo prima di arrivare alla maturità (intesa come diploma). A volte penso
che sarebbe bello tornare a essere così ingenui.
(credits in nota 2)
a cura di riccardo rosa
Ps.: A proposito di Coppa America, bradisismi, palazzi che crollano e territori
sotto attacco, consiglio la lettura di questo breve testo scritto ieri dagli
attivisti dell’Assemblea Popolare di Bagnoli e pubblicato attraverso i canali di
Villa Medusa (entrambe le realtà fanno parte della Rete No America’s Cup).
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¹ Totò ed Ernesto Calindri in: Totòtruffa 62, di Camillo Mastrocinque (1961)
² Massimo Troisi e Pippo Baudo in Fantastico (1990)
(disegno di ottoeffe)
C’è un povero cristo fuori al tribunale di Napoli che campa vendendo bloc notes,
penne, accendini, manifestini di lutto per la Juventus. Ha anche qualche marca
da bollo in tasca, e quando gli avvocati, che lo conoscono tutti, sono in
ritardo e devono sbrigarsi perché l’ufficio chiude, le prendono da lui e gli
fanno un regalo.
Il tizio avrà più di sessant’anni. La sua vita è un disastro – me l’ha
raccontata venerdì in pochi minuti – e non sta nemmeno troppo bene con la testa.
Ha tutta l’aria di chi non sarebbe capace di far male a una mosca, eppure la
guardia giurata del tribunale, uno con gli occhiali da Rambo e pistole
d’ordinanza sul fianco, gli ha dato addosso perché pretendeva di decidere il
limite spaziale entro cui il tizio poteva o non poteva esercitare il suo
commercio. Non parliamo del cancello del tribunale, dove finiva la giurisdizione
di Rambo – che non essendo neppure capace di vincere un concorso nella
penitenziaria opera per conto di quelle agenzie di mercenari, spesso controllate
dal Sistema, e che quindi ha esattamente i miei diritti e quelli di chiunque
altro a (non) decidere cose che riguardano la pubblica via. Parliamo della
strada, per la precisione della fermata di un autobus. Eppure, nella sua testa,
Rambo pensava di poter comandare. È finita a insulti alle mamme e con l’apertura
di una riflessione sull’idea di limite.
Ti farò male più di un colpo di pistola
È appena quello che ti meriti
Ci provo gusto, me ne accorgo, e allora?
Non mi vergogno dei miei limiti (e lividi)
(subsonica, colpo di pistola)
Una prima definizione matematica di limite pare sia attribuibile a tale
Augustin-Louis Cauchy, matematico di inizio Ottocento, e qualche decennio dopo a
Heinrich Eduard Heine. Smanettando in rete mi sono reso conto che almeno due-tre
degli studiosi che hanno toccato questa materia hanno avuto problemi
psichiatrici. È successo a Weierstrass, tedesco, padre dell’analisi moderna
(quella matematica, ovviamente): suo padre, ufficiale del governo tedesco di
Boemia, lo costrinse a studiare legge a Bonn, ma lui non combinò niente e anzi
si avvicinò da autodidatta alla matematica e al gruppo del Crelle’s Journal, che
oggi è la più antica rivista di matematica esistente.
A un certo punto il giovane Karl se ne va a studiare a Munster (che solo per una
strana coincidenza legata ai natali di un mio amico è la squadra tedesca per cui
tifo), rompendo con il padre, e diventa un grande esperto di funzioni
ellittiche, ma anche un alcoolizzato, sviluppando problemi psichici e nevrosi di
vario tipo.
Anche Cantor, uno dei più grandi matematici della storia (per intenderci, quello
che ha inventato gli insiemi), soffrì di una grave depressione, perché isolato
dalla comunità scientifica. Cercò invano supporto in papa Leone XIII e forse
anche per questo arrivò a identificare il suo rigorosissimo concetto di infinito
assoluto con… Dio. Passò gli ultimi anni della sua vita in manicomio, ad Halle.
L’esaltazione creatrice è intimamente legata alla malinconia, sorella della
depressione e figlia della mania, ma anche parente vicina della follia, dal
momento che l’opera non è più sufficiente a contenere tutte le tensioni. […] Il
romantico-melanconico coniuga la tristezza al quotidiano e contempla il suo
dolore nella profonda solitudine del ripiegarsi su se stesso. “La malinconia è
la felicità di essere triste”, scrive Victor Hugo ne Les travailleurs de la mer.
Vi si fondono molto intimamente un’attitudine filosofica, la ricerca poetica e
la malattia depressiva, condizioni che caratterizzano dolorosamente questi
insaziabili sogni d’assoluto. (philippe brenot, le génie et la folie –
traduzione mia)
È interessante come la matematica associ il limite a quest’idea di assoluto,
mentre per la semantica lo stesso vocabolo indica una linea terminale o
divisoria, un confine.
Qualche anno fa abbiamo pubblicato un libro curato da Miguel Angel Valdivia, che
si chiama appunto Confini, dove dialogano quattro storie di quattro disegnatori,
Andrea De Franco, Federica Ferarro, Mario Damiano e Adriana Marineo. I quattro
interpretano il concetto in maniera ora concreta ora metafisica, interrogandoci
non solo sull’idea di limite, ma anche se non soprattutto su quella dello spazio
che si trova prima e dopo di questo.
(disegno di andrea de franco, da: confini)
Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni dei Duemila andava in onda ogni
pomeriggio su Rai Uno (o forse Rai Due) un programma che si chiamava Ci vediamo
in Tv, condotto da Paolo Limiti, autore televisivo (Rischiatutto), scrittore di
canzoni (La voce del silenzio, Stupidi, Adagio) e regista radiofonico (Il
maestro e Margherita).
Per quanto ricordi, la trasmissione era un viaggio nostalgico durante il quale
si esibivano cantanti perlopiù ottuagenari, rievocando spesso le storie
all’origine di brani che erano stati grandi successi anche cinquanta o
sessant’anni prima. Vi partecipavano Milva, Ornella Vanoni, Mirna Doris, Angela
Luce − cult una sua appassionata esibizione in L’urdema tarantella
(Bovio-Tagliaferri, 1936) per la quale rivendicava, con solennità, di aver
ricevuto un premio come “unica, grande, sola, vera interprete del sentimento
della canzone napoletana”.
L’urdema tarantella racconta la drammatica uccisione da parte di una donna
gelosa dell’amante del marito, davanti la chiesa della Madonna della Catena, che
a Napoli si trova in via Santa Lucia, così chiamata in riferimento al miracolo
con cui Maria salvò dalla condanna a morte tre innocenti, nella città di
Palermo, spezzando le loro catene. Un’altra drammatica uccisione legata a quella
chiesa fu quella dell’ammiraglio Caracciolo, che lì riposa in pace: Caracciolo
fu arrestato e fatto uccidere dall’ammiraglio Nelson in persona, dopo aver
combattuto contro la flotta borbonica che cercava di restaurare l’ordine dopo le
sollevazioni della Repubblica Napoletana.
Si vide Caracciolo sospeso come un infame all’antenna della fregata Minerva; il
suo cadavere fu gittato in mare. Il re era ad Ischia, e venne nel giorno
susseguente, stabilendo la sua dimora nel vascello dell’ammiraglio Nelson. Dopo
due giorni, il cadavere di Caracciolo apparve sotto il vascello, sotto gli occhi
del re. Fu raccolto dai marinari che tanto l’amavano, e gli furono resi gli
ultimi offici nella chiesa della Santa Lucia che era prossima alla sua
abitazione. (mariano d’ayala, saggio storico sulla rivoluzione di napoli 1799 di
vincenzo cuoco e sulla vita dell’autore)
Ma in matematica, il limite – e qui spero di non deludere C., matematica e
scrittrice ben più raffinata di quell’altra ahinoi, invece, più famosa e potente
– serve a descrivere che cosa accade a una successione di numeri quando la
variabile si avvicina sempre di più a un certo valore, senza doverlo per forza
raggiungere. In parole povere, è come avvicinarmi alla felicità, senza mai
poterla neppure sfiorare, ma andare sempre nella stessa direzione, in modo che
sarà inequivocabile che quella costituisce il mio limite.
Troviamo sempre qualcosa, vero, Didi, per darci l’impressione di esistere?
(estragone, in: samuel beckett, aspettando godot)
a cura di riccardo rosa