
Arrevuoto, vent’anni di teatro in movimento
NapoliMONiTOR - Thursday, July 2, 2026
(foto di arrevuoto – xx movimento)A fine maggio è andato in scena, al teatro San Ferdinando, XX Movimento. Sospesi tra le stelle, spettacolo annuale del progetto di arte e pedagogia Arrevuoto. Per qualche mese ho seguito alcuni dei laboratori, in particolare quello di Scampia, che si svolge da Chikù – Cibo e cultura, ristorante di donne rom e napoletane che si trova esattamente sopra l’Auditorium Fabrizio De André (i laboratori si svolgono in un ristorante perché il teatro c’è, ma è chiuso a causa di vicissitudini burocratiche, talvolta grottesche, dal 2017). Insieme al gruppo di Scampia hanno partecipato scuole come la Madonna Assunta di Bagnoli e il Casanova-Costantinopoli del centro storico di Napoli, e poi associazioni, centri educativi, cooperative sociali come Stelle sulla Terra (Materdei) e L’Orsa Maggiore (Rione Traiano).
Per capire Arrevuoto bisogna tornare indietro di vent’anni: «Era un momento cupo, con una guerra di camorra in atto», racconta Emma Ferulano, una delle coordinatrici del progetto. Arrevuoto nasce infatti negli anni della faida di Scampia, quando nel quartiere – parallelamente al diffondersi di un morboso interesse mediatico – artisti, educatori, insegnanti e operatori culturali iniziano a interrogarsi su come intervenire nei territori senza appiattirsi sulle logiche emergenziali legate alle politiche repressive. Da quella domanda nasce un incontro inedito. Da una parte ci sono le realtà che da anni lavorano nel quartiere, come il Gridas e altri gruppi informali educativi. Dall’altra Goffredo Fofi, che insieme ad altri pensa di portare a Napoli l’esperienza della Non scuola del Teatro delle Albe di Ravenna, un metodo teatrale che viene rielaborato per coinvolgere non solo le scuole, ma anche i centri educativi (formali e informali) che operano nei differenti territori e i ragazzi che la scuola non la frequentano affatto. Il progetto trova il sostegno di Roberta Carlotto, all’epoca direttrice del teatro Mercadante, in un’alleanza per una volta lungimirante tra istituzioni e realtà territoriali. Arrevuoto si concretizza sulla base di un’idea semplice e radicale insieme: mescolare le carte, attraversare la città, portare gruppi di adolescenti provenienti da contesti diversi a condividere lo stesso spazio scenico. «Mischiare i ragazzi del campo rom e napoletani di Scampia con quelli del centro, i ricchi ai poveri, e così via», spiega Ferulano.
Già molte ore prima, il giorno dello spettacolo, in platea si riuniscono ragazze, ragazzi e guide teatrali, guide pedagogiche, registe e registi, e con loro tutte le persone, molte delle quali sono attivisti dei differenti quartieri, che negli ultimi mesi hanno lavorato alla costruzione dello spettacolo. Prima che il pubblico entri in sala c’è il rito. Lo richiama Maurizio Braucci, che in Arrevuoto funge da direttore artistico, alzando l’indice verso l’alto. «Quindi…». La parola passa di bocca in bocca, fino a trasformarsi in coro. Braucci racconta una storia su Maradona, e in riferimento alla prima del giorno precedente, conclude: «Ieri è andato in scena un miracolo. Se si ripete non è più un miracolo, ma Arrevuoto».
Vent’anni dopo il primo movimento, quel nome continua a raccontare qualcosa del progetto. Il sostantivo deriva dal verbo “arrevotare”, che significa in napoletano rivoltare, ribaltare, mettere sottosopra. Secondo uno dei racconti che circolano tra i “vecchi” del progetto, nacque durante uno dei primi laboratori, a Scampia, quando E., adolescente del quartiere, minacciava continuamente di far saltare il banco, di “fare arrevotare tutto”. Quella parola, che raccontava insieme insofferenza, energia e desiderio di rompere gli schemi, finì per dare il nome a un’intera esperienza.
Anche la geografia dei laboratori è cambiata col tempo. A partire dai quattro gruppi iniziali Arrevuoto ha coinvolto via via educatori e ragazzi di diversi quartieri, spesso proprio quando questi attraversavano momenti particolarmente difficili. Ma la scelta non è mai stata casuale. «A Caivano ci abbiamo provato per una vita», racconta Emma Ferulano. «Non ci siamo riusciti perché mancava una rete sul territorio». Prima ancora dei laboratori, Arrevuoto costruisce infatti relazioni: con associazioni, scuole e realtà educative, condividendo quello che Ferulano definisce il «senso politico e pedagogico profondo del progetto. Quando è mancata questa cosa, i laboratori non sono andati bene».
Se la storia di Arrevuoto nasce dentro la faida di Scampia, anche il ventesimo movimento, così come hanno fatto tutti gli altri, prova a riportare alcune delle contraddizioni del presente della città sul palco. Durante lo spettacolo, per esempio, Mirella La Magna, storica attivista del Gridas, incontra finalmente il sindaco di Napoli. È un incontro immaginario, ovviamente, che richiama una vicenda reale: dal 2021 il Gridas ha chiesto un confronto con l’amministrazione senza aver mai ricevuto risposta, in riferimento alle ordinanze di sgombero che pendono sul destino dello storico spazio sociale. La scena si muove tra ironia e denuncia, due elementi che attraversano da sempre tanto il lavoro del Gridas quanto quello di Arrevuoto. La finzione diventa un luogo in cui ciò che nella realtà continua a non accadere può avere visibilità pubblica.
Alla fine, in scena arrivano gli alieni. La domanda che ha accompagnato la costruzione di Sospesi tra le stelle è semplice: cosa accadrebbe se centinaia di navicelle spaziali accerchiassero la Terra? In realtà gli extraterrestri non hanno alcuna intenzione di invadere il pianeta, anzi la loro tecnologia ha la forza di disinnescare ogni arma e a fermare ogni conflitto. Non cercano presidenti, generali o capi di Stato, vogliono soltanto bere un caffè, quello più buono di Napoli, preparato da Totore l’Asteroide, un giovane barista disposto a tutto pur di liberarsi dell’acne che gli copre il volto. Quando finalmente ottiene ciò che desidera, rinunciando al proprio talento, il ragazzo viene accolto e riconosciuto da una società che fino a quel momento lo aveva ignorato. Qualcosa però si rompe. Il dono che rendeva speciale il suo caffè scompare e con esso l’equilibrio che aveva costruito intorno a sé. Il sipario si chiude mentre i partecipanti cantano una delle canzoni parte del rito. La platea si svuota lentamente, abbracci e sorrisi accompagnano attori, pubblico ed educatori verso l’uscita. Nel piazzale antistante al teatro una domanda ritorna più di tutte: «L’anno prossimo si fa Arrevuoto?». (pasquale frattini)