(archivio disegni napolimonitor)
Claudia Castellucci vive a Cesena, e nel teatro Comandini, storica sede della
Societas Raffaello Sanzio, sta costruendo il suo ultimo happening del 2025.
Drammaturga e coreografa, dagli anni Novanta ha sperimentato la scuola come
luogo di ricerca intorno alla rappresentazione, pubblicando nel 2015 per
l’editore Quodlibet, Setta. Scuola di tecnica drammatica. Nel 2014 ha fondato la
Scuola Cònia, un corso estivo di Tecnica della Rappresentazione che ha diretto
fino al 2025, rivolto “a studenti che vogliono realizzare le loro idee in un
contesto critico, alimentato da diversi docenti esterni, specialisti di
discipline estetiche”. Nel 2020 Claudia Castellucci con lo spettacolo Fisica
dell’aspra comunione ha ricevuto il Leone d’Argento per la sezione danza della
Biennale di Venezia curata da Marie Chouinard. La sua storia artistica prende
avvio nel 1981 quando col fratello Romeo e i fratelli Chiara e Paolo Guidi,
fonda la compagnia teatrale Societas Raffaello Sanzio per “un teatro dalla scena
prevalentemente visiva, plastica e sonora”. Il loro modo innovativo di concepire
l’arte scenica si afferma nel panorama internazionale già dagli anni Novanta e
dal 2006 la compagnia “si trasforma in Societas, dando luogo a sviluppi
artistici distinti per ognuno degli artisti fondatori”.
Siamo nella cucina del teatro Comandini, perché le sale sono in allestimento per
la serata, quando Claudia Castellucci inizia a parlarci del suo lavoro. «Fin da
giovanissima c’è stato da parte mia un interesse a sviluppare delle idee e a
realizzarle principalmente insieme ad altri, attraverso lo strumento del teatro
e quindi della rappresentazione. Tutto questo a livello intuitivo, perché quando
ero molto giovane esempi non ce n’erano, anche perché ho sempre vissuto in
provincia, anzi, nei primi anni della vita in un piccolo paese e quindi i
paragoni erano veramente pochissimi. Ciò che mi ha ispirato è stato il gioco
infantile, che poi è diventato una cosa più seria perché regolare e regolata. Il
gioco è di per sé una trasformazione della realtà da parte dei bambini, che col
crescere e acquisire coscienza, diventa più serio. Ciò che loro immaginano
esiste e in questo senso è serio, ma quando c’è il passaggio nell’età della
consapevolezza, questa serietà assume anche il carattere del grave».
CONTADO
Claudia Castellucci nell’ultimo anno, insieme a Sissj Bassani e Pier Paolo
Zimmermann, parte della sua compagnia di danza Mòra, ha lavorato a Contado, in
cui musica dal vivo, bar, consultazione di articoli su arte e letteratura, sala
da ballo e happening, si susseguono durante la serata. «Contado – dice – è un
progetto che cerchiamo di far accadere periodicamente, in modo da creare
un’abitudine. Tra la città e la provincia, i tempi della vita fisica e del tempo
fisico sono percepiti e vissuti in maniera diversa, non dico né migliore né
peggiore. Questa diversità per noi è il terreno di ricerca, facendo leva su
alcune caratteristiche tipiche della città di provincia – il torpore, la
vicinanza delle cose, la fissità dei panorami, la lontananza dal “centro” – per
elettrizzare, per ionizzare le idee rispetto alla metropoli. Contado dunque è un
luogo di incontro, discussione e sperimentazione. Un luogo che per alcuni versi
si ispira al Cabaret Voltaire, quando Hugo Ball, uno studioso del cristianesimo
bizantino, sentì il bisogno di azzerare il linguaggio – che sentiva identico a
quello utilizzato dai promotori della Grande Guerra – e di fondare un luogo
aperto a tutti come un bar, aperto anche a nuovi alfabeti così come a tutti gli
analfabeti».
Il lavoro sulla provincia e la relazione con il centro, la città, è per Claudia
Castellucci parte della sua biografia, da dove costruire un dialogo che
probabilmente non è con la città, ma con l’opera stessa. «La parola Contado,
più che un’elegia nei confronti della provincia, indica una funzione che le
città di provincia devono perseguire rispetto alle metropoli, sulle quali
convergono tutte le arti. Le cose sono molto cambiate rispetto a pochi decenni
fa, il più piccolo paese è collegato alla metropoli ed è del tutto omologo alla
mentalità corrente. Dal punto di vista fisico la distinzione ancora c’è, solo
che bisogna trovarla, non è automatico vivere in una città di provincia ed
essere arricchiti da fantomatiche caratteristiche che la provincia avrebbe in
sé. Occorre capire la condizione provinciale come favorevole a una via
decentrata. Contado è una parola medievale che si riferisce a tutto ciò che era
fuori le mura della città, all’attività rurale di persone, spesso servi della
gleba, e in senso metaforico allude al fatto che Cesena, la città in cui si
svolge, è lontana dai punti nevralgici dell’arte contemporanea che generalmente
insistono nelle metropoli. C’è una credenza, un atteggiamento e una disposizione
che mirano a raggiungere la città per essere dentro a questo estuario dell’arte.
Ma Contado ne resta fuori».
LAUDES PLEBIS
Alla terza serata di Contado, il 12 dicembre 2025, Claudia Castellucci è
arrivata attraverso un seminario denominato Laudes Plebis, un seminario sulle
acclamazioni corali in cui ha preso forma un happening con quindici persone. Le
Laudes Plebis interrompono la proiezione di un film con una serie di cori,
maschili e femminili. Il film è Solo sotto le stelle, una traduzione infelice
di Lonely Are the Brave del 1962, diretto da David Miller e sceneggiato da
Dalton Trumbo, membro della Hollywood Ten, un gruppo di professionisti del
cinema che nel 1947 si rifiutarono di testimoniare davanti alla Commissione per
le attività antiamericane sulla loro adesione al comunismo. Inserito nella Lista
nera di Hollywood, Trumbo nel 1950 fu condannato a undici mesi di prigione.
«Prima di parlare delle Laudes Plebis – dice Castellucci –, bisogna parlare del
concetto di happening che caratterizza Contado. Io, di età avanzata, e due
ragazzi sotto i trent’anni portiamo avanti questa invenzione che è stata molto
lunga, con processi di crisi, necessità di sospendere, e un tempo proprio di
decantazione e di critica. Eravamo partiti in un certo modo, poi qualcuno ha
abbandonato, di conseguenza abbiamo sospeso il lavoro di creazione incontrandoci
regolarmente per cinque mesi soltanto per leggere un libro, il cui primo
paragrafo faceva capo alla pioggia di atomi di Epicuro e alla minima deviazione
di uno di essi come origine di qualcosa d’altro rispetto alla fissità cosmica
delle apparenze pre-mondiali. Non a caso il titolo del primo happening nella
prima serata di Contado era Piove. Che questo sia dunque un inizio
sulla semplice pioggia. In quel testo si parla della necessità di creare un
vuoto, non in senso pneumatico, spirituale, ma per sgomberare il campo dalle
nozioni, da tutto quello che si sa, far sì che nell’estrema povertà qualcosa
emerga, qualcosa accada, qualche coincidenza si accenda, ma bisogna essere
specificamente attenti a questo. Il concetto di happening l’abbiamo spiegato
attraverso qualcosa che era già accaduto nella storia, negli anni Cinquanta per
la precisione, quindi non un’invenzione assoluta».
Nell’happening c’è la brusca interruzione del film, con quindici persone
mischiate tra il pubblico che all’improvviso si alzano e gridano le acclamazioni
corali. Tre per la precisione sono le rotture, le interruzioni; e a ogni
interruzione il film proiettato assume una distorsione, vocale e visiva. Questa
è una delle battute detta da Kirk Douglas, che mostra il tono del film: “Un uomo
dell’Ovest ama gli spazi aperti. Ciò significa che deve odiare i recinti. E più
recinti ci sono, più li odia… Hai mai notato quanti recinti stanno spuntando? E
i cartelli che ci mettono sopra: divieto di caccia, divieto di escursione,
vietato l’ingresso, proprietà privata, zona chiusa, circolare, andatevene,
sparite, crepate!”.
«L’happening – continua Castellucci – è appunto un accadere delle cose, anche
fuori dalla galleria, fuori dai teatri, ma l’importante è che siano accadimenti
preparati non troppo a lungo, senza tutte le necessità legate alla tecnica, alla
tecnologia, al disporre di molti mezzi finanziari. Abbiamo scelto l’happening
per la sua immediatezza, come interruzione di qualcosa, senza stare troppo a
pensarci, quindi fare e poi capire, arare e poi pensare. Un capovolgimento della
cronologia solita per cui prima penso e poi faccio. No, in questo caso prima
faccio e poi penso; conservando un’espressione immediata, impetuosa, di qualcosa
che bisogna fare anche rischiando e buttandosi. Non è un divertimento esteriore
per riderci su, uno scherzo che non fa male a una mosca, no, c’è proprio il
rischio dell’interrompere, e perché appunto questa immediatezza sia luminosa,
sia chiara, è importante essere precisi in poco tempo; è una particolare azione
che si può individuare anche in altre aree dell’attività umana, che ha come
caratteristica quella di una risposta non predisposta da un piano, ma immediata
e precisa… Tutto nasce dalla frequentazione delle manifestazioni per la
Palestina. Lì mi è sorta l’idea di immaginare dei cori, mi sono ricordata di un
libro di Kantorowicz sulle Laudes Regiæ sull’attitudine umana all’acclamazione
corale e popolare riferite agli imperatori romani, e quando l’impero romano ha
permesso il cristianesimo ed è diventato cristiano esso stesso, allora la Chiesa
ha mutuato queste Laudes sostituendo a Cesare Gesù Cristo. Sono documentate con
un passaggio assolutamente identico. Poi lungo la storia è successa un’altra
rivolta, quando l’imperatore cristiano è divenuto più importante rispetto al
papa. Le Laudes in origine erano rivolte all’imperatore romano, poi a Cristo,
infine rivolte all’imperatore cristiano, dove il papa figurava per ultimo nella
gerarchia delle acclamazioni. Quando anche gli imperatori romani scomparvero, le
Laudes Regiæ sopravvissero per secoli nei riti più solenni della Chiesa
Cattolica. In ultimo, e sul versante politico, le riesumò –identiche– Benito
Mussolini, dove l’esaltazione era verso il duce, e questo mi ha abbastanza
colpito. Ho voluto da un lato tenere presente questo aspetto storico, che ha
sempre visto l’uso dell’acclamazione corale nell’espressione politica popolare,
soprattutto nei regimi totalitari, e fare una sorta di controcanto dalla parte
plebea, rivisitata ai giorni nostri».
LA FORMAZIONE DEL LUOGO
Con Claudia Castellucci quest’estate ho frequentato il primo anno della Scuola
Cònia, che è combaciato col suo ultimo anno di direzione (la scuola però non si
fermerà, ma si sposterà a Genova dall’estate 2026, diretta da un gruppo di
scolari della scuola cesenate del passato), e ho partecipato in questo scorcio
d’autunno, a cavallo tra novembre e dicembre 2025, al seminario sulle
acclamazioni corali. Nell’uno come nell’altro caso, lo spazio della ricerca e lo
spazio collettivo sono tutt’uno. La creazione diventa corale e così la
costruzione del luogo. Così lo spiega Claudia Castellucci: «Attualmente sono
interessata ai luoghi, a far sì che i luoghi sorgano, più che altro dati dal
convegno di persone che liberamente si mettono insieme per studiare. Lo studio
vuol dire discutere in modo impegnato. C’è l’aspetto della spontaneità, ma c’è
anche una serietà. Perciò mi interessa pensare ai luoghi, non da sola, mai da
sola. Con gli altri la solitudine non è fugata ma messa al lavoro, espressa,
perché la solitudine coincide con il desiderio di tutti di creare un luogo. Non
c’è un credo che ci raduna, non c’è una direzione preconcetta che fa sì che
tutte le persone possano identificarsi. Semplicemente c’è un’intuizione,
lanciata da qualcuno, e così comincia questo incontrarsi, questa discussione; a
quel punto la persona che ha avuto la prima intuizione cessa di essere la
protagonista, ma ora che la discussione è avviata cominciano ad alternarsi altre
proposizioni. Di solito ciò che creo lo creo insieme ad altri, quindi c’è questa
necessità di procurarsi dei compagni, che si esprime attraverso il convenire
insieme, in una maniera possibilmente regolare, perché la costituzione del luogo
è quasi più temporale che spaziale, la periodicità con la quale ci si incontra
corrisponde a un sentire profondo, che è quello di appuntamenti lungo l’anno,
con tutti i cambiamenti che l’anno procura; e il sapere che ci incontriamo in
quel giorno, ci prepariamo per quel giorno, crea una cadenza temporale che
corrisponde a una cadenza cardiaca, personale». E continua ancora sulla
relazione tra creazione e denaro, proprio per significare e sottolineare la
relazione tra periferia e centro: «C’è una polemica sotterranea nei confronti
della metropoli, il cui monopolio (centralità) delle idee (riconosciute) è quasi
schiacciato, coincidente con la realtà del denaro. Le invenzioni che vogliamo
fare per il luogo Contado, si riferiscono direttamente al concetto del denaro in
rapporto all’arte. Ancora non è palese, ancora dobbiamo arrivarci, perché
Contado, come tutte le invenzioni dei luoghi, non è fatta una volta per tutte,
ma occorre lavorarvi tutte le volte. Qui si apre un altro discorso che forse è
bene non affrontare, neanche Contado finora l’ha affrontato, un discorso che
riguarda proprio il denaro. Nella metropoli il denaro si fa sentire, si fa
sentire con l’arte schiacciandola; anche i comportamenti si informano molto
spesso in funzione del denaro. Il denaro pare essere una leva necessaria per
poter creare, e nelle sfere più alte il denaro è completamente identificato con
l’arte; qui invece è bene cercare di separare il discorso del denaro dall’arte,
nel senso che il rapporto con il denaro c’è e deve esserci, ma in un modo
problematico».
ARTE E DENARO
«Il denaro è una grandissima potenza, trans-storica, trans-nazionale,
trans-religiosa, il denaro comanda su tutto, tutti sono d’accordo rispetto a
questo tipo di transazione, però sta prendendo un accento crematistico che
ingloba l’arte in una maniera davvero importante, per cui la frizione che c’è
sempre stata non c’è più, adesso questo rapporto è diventato monodimensionale».
Qui Claudia Castellucci risponde alla mia domanda sulla relazione medievale e
poi rinascimentale che si crea tra il committente e l’artista, che molte volte
lavorava e viveva nella corte di una famiglia nobile, benestante, o sotto la
protezione della Chiesa, in cui l’artista doveva cercare la sua libertà
espressiva, pur in questa relazione dispari. «Questa è la frizione: pur avendo
commissioni ben precise quanto a soggetto, dimensione, posizione, quantità di
colore prescritta in grammi… documenti in cui si precisa che i colori delle
terre avevano prezzi tutti diversi, e così l’uso del lapislazzuli da parte di un
committente voleva dire: guardate io sono così munifico che spendo molto denaro
pur di usare il lapislazzuli… L’arte è costellata di strettoie ma ciò non di
meno e ciò nonostante, era un esercizio di libertà. È lì che è espressa la
libertà, nella costrizione. Nell’arte contemporanea c’è una tendenza ancora
concettuale, mentale, encefalica che supera la necessità della bottega
(apprendistato) e dell’artigianalità, ma ciò determina un finto strapotere della
capacità mentale e del concetto. L’imposizione della propria idea è ancora
percepita come molto più importante della capacità tecnica e dell’abilità
mimetica, e sempre più l’arte si sta identificando con la sua giustificazione
storiografica e concettuale. Se la Chiesa e il signore del Rinascimento pagavano
molti soldi e assoggettavano l’artista con una serie di richieste precise, lo
facevano per esporre l’arte, quindi per conferire all’arte un uso
rappresentativo, non importa di cosa, ma era un’arte dell’uso, era utile perché
fungeva, aveva una funzione. Con il dominio sempre più piatto del denaro c’è
stata la totale identificazione dell’arte con il denaro: essa è soltanto una
funzione del denaro. Quindi abbiamo l’artista completamente libero di fare tutto
ciò che vuole, ma perde di vista il senso dell’uso, quindi la funzione della
rappresentazione. L’arte è soltanto una funzione del denaro. Se i primi
collezionisti esponevano le loro opere, ora le mettono direttamente in
cassaforte, non le guardano più perché sono soltanto investimenti di denaro…
Parlavo della crematistica perché è attualmente la nostra legge, la legge che
domina tutto, schiaccia tutto. Se vogliamo rivoltarci a questa situazione non
bisogna illudersi di fare rivoluzioni palingenetiche, ma occorre cercare altre
persone che corroborino un’arte utile a decorare e/o a rappresentare. Bisogna
essere in tanti, da soli ci si perde, da soli ci si dispera. Questo non vuol
dire che l’arte deve essere necessariamente collettiva, ma in questo momento
storico è importante ricostruire il tessuto dello stare insieme per un edificio
temporale prima ancora che spaziale. È il convegno cadenzato la prima
architettura».
LA COSTRUZIONE DELL’EDIFICIO E LA POLITICA
Dal «bisogna essere in tanti, da soli ci si perde, da soli ci si dispera»,
Claudia Castellucci introduce il tema della politica e come l’arte, il teatro si
debbano relazionare a essa. E così riprende il ragionamento: «In questo momento
bisogna trascurare un po’ questa parola; è chiaro che è una parola centrale, ma
è talmente confusa, vessata, che è meglio tenerla nascosta per un po’, perché la
politica manifesta è ora veramente impraticabile. Intendo quella dei partiti.
Ciò non significa che bisogna fare finta che non esista la dimensione politica.
In questo momento bisogna cercare proprio di ricostruire il politico, cioè lo
stare insieme, perché è questa la cosa distrutta, distrutta completamente». E
poi ai luoghi collettivi: «Si collega al discorso iniziale del costituire i
luoghi, anche senza spazio; con lo spazio è meglio, cioè poter avere una casa è
meglio, un luogo dove ritrovarsi insieme, ma se non c’è, l’importante è proprio
lo stare insieme, con le idee e la realizzazione delle idee. Non ho in mente un
aspetto espansivo, che sarebbe più politico, non ho in mente il fatto che il
nostro modo possa essere esemplare. Se una cosa è efficace, lo è nel senso della
moltiplicazione, di una certa immediatezza, così pure come di un’estensione di
quello che costituisce, ma se ciò avverrà lo sarà a prescindere da specifiche
intenzioni in questo senso. In una condizione di disastro di un linguaggio
comune, è inefficace partire con il presupposto di dover impiantare qualcosa di
comprensibile per il maggior numero di persone possibili. Bisogna evocare il
segreto. Ciò che dico non è fare delle società segrete, non è fare dei piccoli
club, delle élite (anche se di fatto si è in pochi), ma è un impegno già
orientato alla presa di (al fare presa su) altri e forse molti altri; senza
avere idee di palingenesi politica, e senza neanche voler dire limitiamoci al
piccolo: no, semplicemente si fa, c’è bisogno che si faccia, e si fa. Delle
conseguenze ne parleranno altri, se vogliono, ma per ora è qualcosa di concreto
che non facciamo a porte chiuse».
«A Contado abbiamo discusso se fare l’ingresso gratuito o a pagamento. Ci siamo
detti, se facciamo pagare l’ingresso nessuno entra. Nessuno che non sia di
questa parrocchia. Per parrocchia intendo il teatro contemporaneo, ma proprio
per il fatto che non siamo un club privato, cerchiamo di estenderlo a tutti,
inizialmente. Poi è chiaro che le persone potranno dire: cos’è ‘sta roba, me ne
vado; va bene, d’accordo. Ma questa apertura gratuita è una ricchezza per noi,
non per gli altri, perché ci dà modo di creare e di pensare. Abbiamo deciso di
continuare Contado fino a maggio, per poi connetterci idealmente al festival
chiamato Catalysi, un esperimento che tentammo due anni fa e che abbiamo dovuto
chiudere per mancanza di denaro. Quest’anno sperimentiamo questi appuntamenti
senza grandi mezzi per punteggiare questo periodo di tempo con una regolarità di
incontri. E poi speriamo di continuare, perché non è esaurito ancora
l’esperimento, siamo agli inizi, ci sono tante cose ancora da risolvere. Il
dialogo è formato da qualcuno che parla e parlando non detta. Parla, immagina,
esprime, interroga e dall’altra parte c’è chi coglie questa espressione come
qualcosa che è rivolta a lui o a lei, ed è chiamato a sua volta a esprimersi, a
parlare, discutere, quindi è un edificio che si compie, nel senso che si
costruisce innanzitutto la relazione e poi un oggetto, per esempio uno
spettacolo, un libro, un’azione di qualsiasi natura, politica, artistica,
sociale. È un edificio che non è più individuale come un’opera d’arte. L’opera
d’arte di solito la si immagina individuale, ma in questo caso è un’opera (non
necessariamente d’arte), che si basa su un “automatismo” inizialmente innescato
da una persona per avviare il movimento di altri e questo in un ordine di reale
convivialità, non di guida carismatica. Poi se questo innesco provoca un reale
incontro e questa relazione dura, allora comincia l’edificio, ed è grazie a
questa reciprocità che avviene una trasformazione». (daniele balzano)
Tag - teatro
Il primo argomento della puntata è stato quello dello sciopero internazionale
dei porti, indetto e coordinato dal CALP e dal sindacato di base USB, e che
sempre nelle acque del Mediterraneo avrà luogo in Grecia, nei Paesi Baschi, in
Marocco e in Turchia. Anche qui in Italia ci saranno manifestazioni che vedranno
protagonisti i portuali di ben 11 città, coinvolti attivamente contro la
logistica di guerra. Abbiamo intervistato Riccardo dei CALP per farci spiegare
le rivendicazioni e la portata di questa iniziativa, per poi addentrarci sulle
condizioni generali vissute da chi lavora nei porti e che da qualche anno a
questa parte si ritrova volente o nolente in prima linea contro la logica di
guerra permanente e riarmo. Di seguito il comunicato dello sciopero:
6 Febbraio 2026: “I Portuali non lavorano per la guerra”. Giornata
internazionale di azione congiunta dei porti
I sindacati Enedep di Grecia, Lab dei Paesi Baschi, Liman-Is di Turchia, ODT del
Marocco e USB in Italia hanno chiamato la Giornata internazionale di azione e
lotta il 6 febbraio 2026.
In quella giornata, i lavoratori portuali di circa 21 tra i più importanti porti
europei e del Mediterraneo, da Tangeri a Mersin, passando Bilbao, da gran parte
dei porti italiani e dal Pireo ed Elefsina, manifesteranno e sciopereranno
insieme, una forma concreta di protesta al quale non si assisteva da decenni,
convocata sulle seguenti motivazioni:
per garantire che i porti europei e mediterranei siano luoghi di pace e liberi
da qualsiasi coinvolgimento nella guerra;
per opporsi agli effetti dell’economia di guerra sui nostri salari, pensioni,
diritti e condizioni di salute e sicurezza
per bloccare tutte le spedizioni di armi dai nostri porti verso il genocidio in
Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra, e per chiedere un embargo
commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni locali;
per opporsi al piano di riarmo dell’UE e per fermare l’imminente piano dell’UE e
dei governi europei di militarizzare i porti e le infrastrutture strategiche;
per respingere il riarmo come alibi per introdurre ulteriore privatizzazioni e
automazione dei porti.
Ecco l’elenco delle iniziative in Italia indette per quel giorno:
Genova – ore 18.30 – Varco San Benigno
Livorno – ore 17.30 – piazza 4 Mori
Trieste – ore 17.30 – Cia K. Ludwig Von Bruck presso autorità portuale Trieste
Ravenna – ore 15.00 Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale)
Ancona – ore 18.00 Piazza del Crocifisso
Civitavecchia – ore 18.00 – Piazza Pietro Gugliemotti
Salerno – ore 17.00 – varco principale al porto
Bari – ore 16:00 – Terminal Porto
Crotone – ore 17.30 – Piazza marinai d’Italia presso l’entrata del porto.
Palermo – ore 16.30 – Varco Santa Lucia
Cagliari – ore 17:00 – via Roma lato porto
Queste sono le principali iniziative convocate nei principali porti europei
dalle organizzazioni sindacali che hanno chiamato il 6 febbraio:
Pireo (Grecia) – Appuntamento alle 10.30 l.t. davanti all’ingresso principale
del porto
Elefsina (Grecia) – Appuntamento alle ore 10.30 l.t davanti all’ingersso
principale del porto.
Bilbao (Paesi Baschi) – Ore 10.00 preso il porto
Pasaia/ San Sebastian (Paesi Baschi) – ore 10.00 presso il porto
Mersin (Turchia) – ore 10.30 l.t. terminal porto
Tangeri (Marocco) – ore 10.00 presso l’ingresso del porto (al momento da
confermare visto il grave allarme meteo che potrebbe chiudere il porto).
Hanno espresso solidarietà e sostegno alla giornata del 6 febbraio l’IDC
(International Dockworkers Council), la WFTU (Federazione Sindacale Mondiale) e
la TUI Tppfc – Federazione dei trasporti Europei sempre della FSM.
Sono arrivate adesioni in supporto e solidarietà da altri porti europei tramite
gruppi indipendenti di lavoratori portuali e movimenti sociali e politici:
Amburgo – Manifestazione con più appuntamenti che parte alle ore 13.00 presso il
terminal Hapag-Lloyd per finire alle ore 17.00 davanti al consolato americano.
Brema – Manifestazione dalle ore 12.30 alle ore 14.15 presso l’Eurogate del
porto di Brema.
Marsiglia – Manifestazione dalle 12.00 alle 14.00 davanti all’ingresso del porto
commerciale di Fos-De-Mer alla presenza di sindacalisti e portuali per la
Palestina e indipendenti.
Per quanto riguarda oltre l’Europa, la giornata del 6 febbraio sta incontrando
molte adesioni e manifestazioni di solidarietà soprattutto da USA e Sud America
che sono in via di aggiornamento nelle prossime ore
Al momento, negli USA abbiamo ricevuto il sostegno da parte del movimento del
“Stop Us-Led War” attivo anche in Venezuela e Colombia e abbiamo anche ricevuto
la solidarietà del sindacato di Minneapolis SEIU Local 26, tra i protagonisti
degli scioperi generali al grido ICE OUT.
In Colombia segnaliamo l’iniziativa convocata in solidarietà con la giornata del
6 febbraio dal movimento “Green go home” davanti all’ambasciata USA di Bogotà
alle 4 del pomeriggio.
Manifestazione di solidarietà e vicinanza anche dal sindacato dei lavoratori
petroliferi del Brasile.
Dalle ore 17.30 del 6 febbraio presso tutti i canali social di USB sarà
disponibile la diretta della giornata con interventi e contributi dalle piazze
nazionali e internazionali.
Si profila una giornata di lotta e di solidarietà internazionale, la
dimostrazione che si può concretamente fare qualcosa contro la guerra, le
aggressioni, le rapine di risorse e contro gli effetti dell’economia di guerra
mettendo insieme più sindacati di più paesi.
Un primo punto di partenza ma che marca un livello di mobilitazione che può
mettere in difficoltà i disegni di sfruttamento dei portuali e di tutti i
lavoratori da parte di chi oggi pensa di guidare il mondo.
La solidarietà internazionale è una parte essenziale del nostro futuro!“
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della serata ha riguardato un appuntamento che si
terrà venerdì 6 febbraio presso il Laboratorio Malaerba a Torino, ovvero un
evento a metà tra reading teatrale e di riflessione sul tema delle mafie.
Abbiamo ospitato al telefono Antonio Vesco, antropologo e sociologo che si
occupa appunto di studio dei fenomeni mafiosi per farci raccontare qualcosa di
più su questo evento, oltre che per parlarci del suo ultimo libro “Criminalità
immaginate” edito da Tangerin edizioni, da cui sono estratti molti brani di
questa sorta di conferenza teatrale. Ci siamo fatti spiegare il perchè il mondo
considerato mafioso e quello del precariato lavorativo finiscono per incrociarsi
all’interno del testo di Antonio Vesco e da quali casi di studio è partito per
analizzare il fenomeno.
Vi invitiamo perciò a partecipare a questo evento che ricordiamo si terrà il 6
febbraio alle ore 19:30 presso il Laboratorio Malaerba in Via Verres 4 a Torino.
Buon ascolto
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Il terzo argomento della serata è stato quello di un provvedimento disciplinare,
subito da una lavoratrice che lavorava come dipendente da più di trent’anni
presso il supermercato Pam di via Sabotino a Grosseto a fronte di un
provvedimento disciplinare erogato dall’azienda che le è costato il
licenziamento diretto.
Il tutto è partito da un banalissimo episodio: La dipendente dopo il turno di
lavoro aveva fatto compere presso lo stesso esercizio per il quale lavorava, ma
dopo aver fatto cadere per incidente un flacone di detersivo, con il permesso
del responsabile del punto vendita, ne ha preso un altro dagli scaffali.
L’azienda la accusa pertanto di furto. Ne abbiamo parlato con Paolo Martellucci,
avvocato della lavoratrice, che assieme al siundacato FILCAMS CGIL ha preso in
carico la vertenza.
Buon ascolto
> Cosa sono i margini?
>
> Cosa pensiamo di intravedere nel limbo fra conosciuto e insondabile?
>
> Il teatro con i suoi “riflettori” ci aiuta a comprendere, ri-plasmandole e
> ri-trasmettendole, tutte quelle storie e quelle emozioni che riteniamo
> fondanti per la trasformazione rivoluzionaria a cui ambiamo.
>
> Il teatro di tuttə, il teatro per tuttə.
Scopri il programma qui:
> >>>> RECLAIM THE THEATRE <<<<<
RECLAIM THE THEATRE - FRACICHE
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(sabato, 10 maggio 21:00)
Con la volontà di riappropriarsi di questa forma d’arte come veicolo espressivo,
divulgativo e sociale.
Con la consapevolezza che il teatro è quasi sempre in grado di abbracciare le
rivoluzioni e diventarne un megafono potente e privilegiato.
Speriamo che, a loro volta, anche le nostre rivoluzioni possano intessere un
legame profondo e fertile con il teatro.
Torna Reclaim the Theatre
biglietto: up to you a partire da 3€
“Un gay, una lesbica e una trans entrano in un bar”.
FRACICHE è il primo Varietà di Queer Comedy del Mondo (forse non è vero non
abbiamo verificato), nato dalle menti non proprio lucidissime di Frad, Simonetta
Musitano e Le Recensioni non Richieste.
L’idea è quella di creare spazi comici in cui le persone queer possano
finalmente sentirsi rappresentate, in cui sono finalmente le cosiddette
“minoranze” a prendere il microfono per demolire lo status quo.
La “Queer Comedy” è esattamente come la Standup Comedy solo che stavolta, a
ridere, siamo noi. Ma anche tu dai, e fattela na risata!
Chi siamo
Frad, fumettista e comica romana, ha iniziato il suo percorso nel 2016 con la
pubblicazione di vignette autobiografiche sui social, per poi ampliare la sua
presenza nel mondo dell’editoria e dell’autoproduzione con la realizzazione di
diversi fumetti. Sfruttando appieno le opportunità offerte dai social, ha esteso
il suo repertorio alla creazione di video e reel. Nel 2022, ha fatto il suo
debutto nella stand-up comedy con vari spettacoli per tutta Italia. Mondo
lesbico, femminismo, drammi amorosi, queerness e psicologia sono solo alcuni dei
suoi argomenti preferiti quando è al tavolo a Natale con i parenti.
Il progetto Simonetta Musitano nasce a Reggio Calabria nel 1993 da un uomo e una
donna. Ma presto il duo si scioglie, e lei capisce che tutti i suoi soldi
verranno devoluti all’ordine degli Psicologi. Umile, spontanea, vera, artista
del popolo, sembra un’eterna vent’enne, il suo talento princiTale-princiPale è
la spontaneità (ancora?), essere vera, umile (ma l’ha già detto), è il simbolo
di chi lotta per arrivare ce l’ha fatta, e gli Italiani lo sanno. Lei nasce
attrice e morirà, spera presto. La sua missione è quella di distruggere coi suoi
monologhi il sistema binario eterocispatriarcale non da fuori… ma neanche da
dentro eh, di lato, un po’ più in là, metti che si vuole sedere una persona
anziana, che fai? Facendo ridere ma anche estroflettere, (no in realtà è far
ricredere sua madre che quel concorso da operatrice ecologica non le serviva
davvero, ce la può fare a campare anche da sola, aprendo che so, un crowfunding
per trans pazze e ormonate, vedrai mamma, vedrai!)
Lei è la Pamela Prati del Pigneto: Simonetta Musitano!
“Le Recensioni Non richieste” nasce come progetto di scrittura nel 2018, con
un’unica regola: mettere bocca su qualsiasi prodotto umano, a patto che nessuno
abbia chiesto di farlo. Psicologo, gay, autore di satira e queer comedian, è
troppo vecchio per fare battute nella sua biografia. Qualcuno una volta lo ha
definito “estremista LGBT”, un altro “sciocco brigatista conformista”…e non ha
saputo controbattere perché entrambe le definizioni sono calzanti.
Il progetto è serissimo: se ti fa ridere è un tuo problema.
(disegno di roberto-c.)
Nella Sala Assoli di Napoli il 14 e 15 gennaio scorsi, nell’ambito della
rassegna dedicata al ricordo di Enzo Moscato, è apparso S’ENZ, una fugace
inedita imprevista costellazione (Moscato avrebbe scritto co’stell’azione) di
brani, frammenti delle scritture di Enzo Moscato, scintillanti su una scena
ombrosa e raccolta. Scrivo “scritture” al plurale perché l’esperienza di
scrittura di Moscato è stata segnata non solo da una disseminata poligrafia –
testi teatrali, letterari, poetici in senso stretto,
teorico-filosofici-semiologici – ma anche dalla divisione tra scritture rese
pubbliche e scritture più o meno clandestine, ora volutamente inedite, ora
trattenute il più possibile nel segreto, edite in parte, o utilizzate come
frammenti-schegge nei testi destinati alla pubblicazione. Scritture tenute in
disparte, ritratte ma operanti, parti dell’opera a tutti gli effetti. Opera
segreta che ha preparato, accompagnato, nell’ombra e come ombra, l’opera
manifesta di Moscato. E che possiamo immaginare essere stata ispirata a sua
volta dall’esperienza delle scritture pubblicate e/o messe in scena. A pensarci,
il modo stesso di stare in scena di Enzo Moscato, punteggiato dalla sua presenza
assente, dalla sua lontananza in presenza, dal “farsi ombra” in piena luce o dal
dislocarsi nelle zone oscure della scenografia, cadendo nel silenzio o in un
mormorio sommesso appena percettibile, testimoniava l’impossibilità di una sua
adesione totale alla messa in scena o, più precisamente, la messa in scena di
una lontananza, di uno scarto, di un essere “altrove” in presenza, di un venire
dall’altrove e di desiderare l’altrove. Si può ben dire che Enzo Moscato abbia
fatto parte della cerchia dei napoletani-altrove. Altrove non perché abbiano
abbandonato Napoli per stabilirsi in un altro luogo, ma perché abitando
nell’altrove, pur scoprendo di non poter che restare-patire nella località che
ha nome Napoli, non si sono stabiliti, stabilizzati, in nessun luogo. Come se
proprio la natura porosa della città, che viene evocata in S’ENZ, consentisse, a
chi quei pori, quei vuoti, non intende tapparli con gli stereotipi della
napoletanità, di mantenersi in rapporto con l’altrove. Divenire la propria
porosità, decidersi per il proprio esser bucati, grazie al caso di essere nati a
Napoli: “la città da cui mi onoro (e talvolta) disonoro di prendere
origine”.
S’ENZ – lo spettacolo ideato e interpretato da Giovanni Ludeno, musicato e
cantato da Massimo Cordovani, con la preziosa collaborazione artistica di
Roberto cyop – è come se, nel vasto sgomento e dolore per il venir(ci) a mancare
di Enzo, volesse ricordare, non tanto questo o quel tratto particolare
dell’esistenza di Moscato al fine di tentare di riempire con il ricordo il vuoto
lasciato dalla sua scomparsa, ma commemorare le scritture del suo ritrarsi o
dimettersi in loco e in vita, ossia da una parte il lato in ombra, inedito,
dell’opera, dall’altra l’assentarsi, il sottrarsi, come uno spettro, nell’atto
stesso del venire in scena, del presentarsi in pubblico – è questo, a mio
avviso, l’aspetto toccante, commovente e profondamente “giusto” dello
spettacolo, che gli consente di sottrarsi per nostra fortuna ai rituali
auto-compiaciuti della memoria personale. Del resto gli spettri, scrive Moscato
in Co’stell’azioni, vengono tra noi non per acquietarci o renderci
“sentimentali”, ma per “recare disturbo”, recarlo “in fondo all’occhio e al
cuore”. Se Moscato si aggira come uno spettro in scena, se scrive dall’altrove
per l’altrove, è per recare “disturbo”, “a guisa di ventata, di folata, / che fa
tremmà ’e cappielle”. Gli spettri vengono “pe ffà ammuina, pe fa ’a guerra,
mmiezz’a vvuie, / crià nu poco ’e vita, pe mezz’ora, nzieme a vvuie”. Lo
spettro, il morto non morto, recando “disturbo”, “ammuina” e “pòlemos”, crea
vita, tenta di risvegliare dal sonno i vivi, proprio in virtù della sua ferma
distanza, del suo non cedere alla “comunella”. Grazie al ritmo con cui Ludeno ha
montato i frammenti che compongono S’ENZ, la ventata, il tremore, “nu poco ’e
vita” hanno investito gli spettatori, ora lasciandoli, mi è parso, in un
silenzio attonito e stupito dalla rivelazione della elaborata filosofia di
Moscato, di un Moscato filosofo a tutti gli effetti, ora agitati e ridenti per
la straordinaria ironia “ammuinante” di alcuni più noti frammenti, recitati da
Ludeno con un ritmo più trattenuto di altre volte, in consonanza, credo, con
quella commemorazione della spettralità, del semi-vivo, di cui ho
parlato.
Rammemorando il divenire spettro in vita di Moscato, S’ENZ ne commemora la
poetica, consente di farla tornare, la evoca e mostra nello stesso tempo la
necessità di una sua ri-scrittura, perché il disturbo, il risveglio abbiano a
reinventarsi. Solo così il poeta, “che si fa morto da vivo”, può attraverso la
voce, il gesto, la musica e il canto altrui, di eredi o antenati, continuare, in
una dimensione atemporale, a farsi “vivente nella morte”.
Giovanni Ludeno dà voce e gesti a lacerti di scritture inedite, li compone,
direi li “sfrega”, con frammenti estratti, con studio, intuizione e atto di
forza, da noti testi moscatiani, ne fa fuoco o scintilla, “volubili volute di
fiamma o di scintilla”, a seconda della intensità con cui quei lacerti di
scrittura vengono sfregati. Compone così un nuovo testo, una nuova
costellazione, facendola brillare anche di alcuni versi “stellari” di Leopardi e
Dante, così da donare ulteriore “intensa vita, comm’è chella ca penzamme piglià
pére ncopp’ ’stelle”. Ma la vita intensa è quella che non solo sa assentarsi o
entrare in stato di morte apparente, ma anche decomporsi, dirsi volutamente in
frammenti: “Tengo, allora, ’na nutizia, grande e triste, a ve purtà: ca io so
vivo! / E mi dirò ‘in frammenti’. / Dunque: io so’ vivo, e l’unica condizione
che pongo per continuare ad esserlo / è il frammento, la di me scompo-sizione”.
Scomponendo una scrittura che già di per sé si vota al frammento, Ludeno
risponde al desiderio di Moscato di offrirsi come esperimento per una “autopsia
perpetua”. Fare l’autopsia di una scrittura disseminata e frammentaria,
significa continuare a frammentarla. Ma la frammentazione, la disintegrazione,
l’esplosione sono gesti interni a una spinta irresistibile ad affermare nuove
composizioni, inventare scritture, lingue inesistenti. Spinta verso ciò che non
c’è: ancora il non ancora.
Il frammento non ha chiudersi su sé stesso, deve mantenersi aperto, perciò ha
bisogno di un’autopsia, di una violazione, di un atto di forza. Perpetua
autopsia significa perpetua scomposizione e apertura di un varco per la
scrittura dell’avvenire e l’avvenire della scrittura.
“M’ avit’ ’a fà l’autopsìa, insomma, l’autopsìa perpetua, si vulite ca stu
cuorpo, o l’ànema – ca po’ so’ ’a stessa cosa – continuino a vibrarvi
tra le mani,
dint’ ’e recchie,
ncopp’ ’a lengua
dint’ all’uocchie,
sott’ ’o naso…
dint’ a tutti i cinque sensi!”.
(maurizio zanardi)
Con la volontà di riappropriarsi di questa forma d’arte come veicolo espressivo,
divulgativo e sociale.
Con la consapevolezza che il teatro è quasi sempre in grado di abbracciare le
rivoluzioni e diventarne un megafono potente e privilegiato.
Speriamo che, a loro volta, anche le nostre rivoluzioni possano intessere un
legame profondo e fertile con il teatro.
Scopri il programma qui
PENELOPE 2.0 - SPETTACOLO TEATRALE
Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino
(mercoledì, 6 novembre 19:30)
Benvenutə al 2° spettacolo della rassegna teatrale e circense:" il Neruda non si
rassegna"
"PENELOPE 2.0"
Nell'immaginario collettivo Penelope è una donna conosciuta per la sua immensa
pazienza e mitologica fedeltà ma l'attrice chiamandosi lei stessa Penelope
rivoluzionerà la scena, stravolgendone il significato!
APERITIVO h.19.30
INZIO SPETTACOLO h. 21:00
Aperitivo e spettacoli ad OFFERTA LIBERA, per un'arte accessibile a tuttə!
(asja lacis)
Il progetto “Sud e porosità – south & porosity” prende spunto dal centenario del
soggiorno di Walter Benjamin e Asja Lacis a Capri e a Napoli (1924-2024). Curato
dalla germanista Valentina Di Rosa e dall’artista Andris Brinkmanis, prevede dal
23 al 26 ottobre un convegno, una mostra, una performance e l’apposizione di una
targa commemorativa a Capri.
Approfittiamo di questa felice occasione per pubblicare lo storico testo di Asja
Lacis sul teatro proletario dei bambini.
* * *
Mentre sostenevo gli ultimi esami allo studio, a Pietrogrado fu preso il Palazzo
d’Inverno: i soviet erano al potere. Da Pietrogrado la rivoluzione balzò verso
Mosca, nonostante la resistenza di qualche gruppo isolato di Junker durasse
ancora qualche giorno. Lo studio continuava a lavorare. La sera, mentre
rincasavo, sentivo le palle di fucile fischiarmi sul capo. La rivoluzione stava
cambiando i rapporti fra le persone, la concezione del lavoro; si aprivano
prospettive completamente nuove. Allo studio si formarono gruppi avversi, si
esigeva un immediato cambiamento del repertorio e del piano di studi. Gran parte
degli insegnanti della scuola lettone per i profughi era convinta che il potere
dei soviet non avrebbe retto a lungo, ma gli scrittori, gli insegnanti e gli
studenti di sinistra sentivano l’avvicinarsi di tempi nuovi.
Quando lessi sui muri delle case i primi appelli “A tutti! A tutti!” firmati da
Lenin, fui completamente per il soviet: volevo essere un buon soldato della
rivoluzione è modificare la mia vita sotto la sua guida. La vita intanto
cambiava tutt’intorno; il teatro irrompeva nella strada e la strada nel teatro.
Cominciava l’“Ottobre teatrale”.
I teatri non cambiarono rotta simultaneamente: alcuni si mantennero scettici più
a lungo e temporeggiarono. Il dottor Dappertutto di Pietroburgo, l’infaticabile
sperimentatore, fu il primo fra la gente di teatro a prendere posizione per il
soviet. Cercò il contatto con i lavoratori nelle fabbriche, con gli appartenenti
all’Armata rossa, con il Komsomol, e organizzò dovunque circoli teatrali.
Indossava l’uniforme dell’Armata rossa. La sua messa in scena a Pietrogrado
della Presa del Palazzo d’Inverno** costituì il modello per successive
rappresentazioni di massa all’aperto, a cui prendevano parte migliaia di
persone, mentre decine di migliaia vi assistevano. Le messe in scena delle opere
rivoluzionarie Mistero buffo, La terra in subbuglio, Trust D. B. e altre ancora
proseguirono gli esperimenti precedenti (abolizione della ribalta, riscoperta
del macchinismo teatrale, colloquio col pubblico, stile scenografico
“condizionato”) e introdussero importanti innovazioni (pubblicistica
dichiaratamente di parte, caratterizzazione sociologica, drammaturgia aperta che
si rifaceva alle tecniche del varietà, scena costruttivista, ecc.). Fu
considerato il capo dell’Ottobre teatrale. La mia attività registica a Orel,
Riga, Mosca, Kasakistan e Walmiera deve molto a Mejerchol’d. Oggi vedo
chiaramente quale forza fosse contenuta nel suo “teatro condizionato” e nella
sua filosofia dell’arrangiamento, e con quale inesauribile fantasia egli
utilizzasse i mezzi di espressione teatrale.
Nel 1918 mi trasferii a Orel, per lavorare come regista al teatro cittadino:
avevo la strada spianata, quindi. Ma le cose andarono diversamente.
Per le strade di Orel, nelle piazze dei mercati, nei cimiteri, nelle cantine,
nelle case distrutte vedevo schiere di bambini abbandonati: i besprisorniki. Fra
loro c’erano ragazzi con i visi neri, non lavati da mesi, indossavano giacche a
brandelli da cui l’ovatta pendeva a ciuffi, calzoni imbottiti larghi e lunghi
tenuti su con una corda.
Erano armati di bastoni e spranghe di ferro. Andavano sempre in giro a gruppi
guidati da un capo e rubavano, rapinavano, uccidevano. In breve, erano bande di
briganti, vittime della guerra mondiale e di quella civile. Il governo sovietico
si adoperava per sistemare i bambini sbandati in collegi e officine, ma
riuscivano sempre a scappare.
Negli ospizi municipali invece erano ospitati gli orfani di guerra. Volli
visitarli. Questi bambini avevano da mangiare, erano vestiti decorosamente,
avevano un tetto sul capo, ma guardavano intorno come vecchi: occhi stanchi,
tristi, nulla li interessava. Bambini senza infanzia… Non si poteva rimanere
indifferenti davanti a quello spettacolo, dovevo fare qualcosa e capii subito
che in questo caso non sarebbero certo bastate le canzoncine e i balletti. Per
ridestarli dal loro letargo occorreva un impegno che li
coinvolgesse totalmente e riuscisse a liberare le loro facoltà traumatizzate.
E io sapevo quale forza prodigiosa fosse racchiusa nel gioco teatrale.
Abitavo in una bella casa aristocratica dove, si dice, devono aver vissuto gli
eroi del Nido di nobili di Turgènev. Le stanze avevano grandi finestre di linea
gotica; attraverso gli annosi alberi di acacia la vista giungeva fino alla conca
del fiume. Spazi del genere sembravano fatti apposta per un teatro di ragazzi.
Andai dal responsabile dell’istruzione popolare della città e gli esposi il mio
progetto. A Ivan Michail Curin il piano piacque. Le stanze furono unite a
formare una sala, le cui pareti furono decorate di affreschi. Avevamo calcolato
che sarebbero venuti quindici bambini: ne vennero cento.
Ero convinta che fosse possibile risvegliare e formare i bambini per mezzo del
lavoro teatrale. Certo sarebbe stato semplice trovare un brano adatto per i
bambini, assegnare le parti e provare con i ragazzi fino ad arrivare alla
rappresentazione. Questo avrebbe certamente tenuto occupati i bambini per un
periodo di tempo, ma la loro evoluzione difficilmente ne sarebbe stata
stimolata. Quando si prova con i bambini un testo dato, si lavora fin
dall’inizio soprattutto per una meta precisa: la prima rappresentazione. I
bambini avvertono incessantemente una volontà estranea che li guida e li
costringe: la volontà del regista. Per questa strada non avrei potuto
raggiungere il mio scopo: la loro educazione estetica, lo sviluppo delle loro
facoltà estetiche e morali. Io volevo portare i bambini a che il loro occhio
vedesse meglio, il loro orecchio udisse più finemente, le loro mani formassero
dal materiale informe oggetti utili. A questo fine ripartii il lavoro in
sezioni. Per sviluppare l’occhio, la vista, i bambini dipingevano e disegnavano.
Dirigeva questa sezione Viktor Šestakòv, che più tardi lavorò come scenografo
con Mejerchol’d. Un pianista guidava l’educazione musicale. C’era poi
l’addestramento tecnico: i bambini costruivano oggetti, edifici, animali, figure
e così via. Altre sezioni della mia scuola sperimentale a Orel erano dedicate al
ritmo e alla ginnastica, alla dizione e all’improvvisazione. Le forze latenti
che si liberavano attraverso il processo di lavoro e le capacità che si
sviluppavano, le unificavamo mediante l’improvvisazione. Così nasceva il nostro
teatro, in cui bambini recitavano per bambini: l’insieme delle attività si
traduceva in una forma estetica rigorosa e nel contempo collettiva. L’educazione
borghese tende a sviluppare una facoltà particolare, un particolare talento.
Stimola gli individui unilateralmente. Per dirla con Brecht: essa vuole
“commercializzare” l’individuo e le sue facoltà. La società borghese pretende
dai suoi membri che producano merci il più rapidamente possibile, e questo
principio si palesa nell’educazione dei bambini in tutti i suoi aspetti. Se, per
esempio, questi bambini giocano al teatro, hanno sempre il risultato davanti
agli occhi: la rappresentazione, la comparsa davanti al pubblico. Così va
perduta la gioia del produrre giocando. Il regista come pedagogo si tiene
continuamente in primo piano e tormenta i bambini. (Una battuta indovinata: “Che
cos’è un palo del telegrafo? È un abete riveduto e corretto”. Purtroppo vengono
spesso riveduti e corretti in tal modo anche i nostri bambini).
Scopo dell’educazione comunista è liberare la produttività sulla base di un alto
livello generale di formazione, siano o non siano presenti attitudini
particolari. La mia origine proletaria e gli studi presso il professor Bechterev
a Pietroburgo mi spingevano verso questo principio educativo, e a Orel io
cercavo di applicarlo all’educazione estetico-proletaria dei bambini.
Punto di partenza per educatori ed educandi fu per noi l’osservazione. I bambini
osservavano le cose, i loro rapporti reciproci e la loro modificabilità; gli
educatori osservavano i bambini, ciò che riuscivano a ottenere e fino a che
punto sapevano utilizzare in maniera produttiva le proprie capacità.
L’osservazione non veniva praticata e sviluppata soltanto all’interno dello
studio con il disegno, la pittura, la musica, ma anche all’aperto. Al mattino
presto e poi ancora alla sera ce ne andavamo fuori con i bambini e facevamo
notare loro come i colori mutassero a seconda della distanza e dell’ora del
giorno, come di mattina e di sera suoni e rumori risuonassero diversamente, e
come il silenzio può cantare…
Con i bambini che venivano alla casa di Turgènev dagli ospizi municipali non ci
furono difficoltà. Ai besprisorniki invece non riuscii ad avvicinarmi per molto
tempo. Quando rivolsi loro la parola per la prima volta al mercato e li invitai
a venire da noi, mi schernirono, mi minacciarono coi bastoni e mi mandarono a
quel paese. Ma io ritornai. Si abituarono a me e ai nostri battibecchi, tanto
che se rimanevo lontana molto tempo e poi tornavo, mi si facevano intorno
urlando, come con una vecchia conoscenza.
Frattanto alla casa di Turgênev il lavoro progrediva. Notammo che ormai i
bambini chiedevano di materializzare in oggetti la fantasia e le capacità
acquisite. Una tappa importante: questo bisogno deve essere soddisfatto, la
fantasia infantile non deve andare perduta: passammo quindi all’improvvisazione
con materiali concreti.
Avevo scelto un pezzo per bambini di Mejerchol’d, Alinur (dalla fiaba di
Oscar Wilde Il ragazzo delle stelle). I bambini non conoscevano i miei piani.
Diedi loro come esercizio di improvvisazione una scena tratta da questo lavoro:
alcuni predoni siedono nella foresta intorno al fuoco e si vantano delle proprie
imprese. Nel bel mezzo di questa scena ricevemmo, poco dopo, la prima visita
dei besprisorniki alla nostra casa. I bambini saltarono in piedi e volevano
scappar via da quegli invasori, che avevano effettivamente un aspetto temibile:
elmi di carta sul capo, corazze di rami e pezzi di latta, picche e bastoni in
mano. Convinsi i bambini a continuare l’improvvisazione senza prestare
attenzione agli intrusi. Dopo un po’ Vanika, il capo dei besprisorniki, entrò
nel cerchio di quelli che recitavano e fece un cenno al suo gruppo: i compagni
spinsero da parte i bambini e cominciarono a recitare essi stessi la scena. Si
vantavano di assassinii, incendi, ruberie, con cui cercavano di superarsi a
vicenda in crudeltà; poi si alzarono e squadrarono con disprezzo beffardo i
nostri ragazzi: “Ecco come sono i briganti!”. Secondo tutte le regole
pedagogiche avrei dovuto interrompere i loro discorsi selvaggi e impudenti, ma
io volevo riuscite a conquistarmi un ascendente su di loro. Infatti vinsi la
partita; i besprisorniki ritornarono e presero in seguito parte attiva al nostro
teatro.
Improvvisare lo spettacolo significò per i bambini felicità e avventura. Si
impegnarono a fondo e il loro interesse si ridestò. Si lavorò seriamente;
tagliando, incollando, danzando e cantando impararono i testi. Così prese vita
la figura del cattivo ragazzo tartaro Alinur, che insultava sua madre e
terrorizzava gli altri bambini. Soltanto quando il lavoro delle singole sezioni
sembrò richiedere una sintesi, si discusse se rappresentare il testo
pubblicamente. Emerse così l’esigenza di un fare collettivo – l’educazione
morale-politica in senso socialista – e il desiderio di mostrare il lavoro anche
a tutti gli altri bambini della città.
La rappresentazione pubblica si trasformò in una festa. I bambini del nostro
studio si avviarono in una specie di corteo carnevalesco al teatro all’aperto
della città. Portavano con sé, cantando per le strade, gli animali, le maschere,
gli accessori e le scene. A loro si unirono spettatori piccoli e grandi. La sera
furono in molti a seguirci nella strada di ritorno verso la casa di Turgènev.
Il nostro metodo si era dimostrato valido. Avevamo avuto la prova che era giusto
far rimanere completamente in disparte gli adulti. I bambini avevano la certezza
di fare tutto da soli, e giocando lo facevano. Nessuna ideologia era stata loro
imposta e inculcata; si erano appropriati di ciò che trovava riscontro nella
loro esperienza. Anche noi, gli educatori, avevamo imparato e visto molte cose
nuove: con quale facilità i bambini sappiano adattarsi alle situazioni, fino a
che punto siano creativi e con quale sensibilità reagiscano. Quegli stessi
bambini che sembravano incapaci e limitati, avevano rivelato capacità e talenti
insospettati. Durante la rappresentazione si erano liberate tensioni
sorprendenti, che la fantasia scatenata delle loro invenzioni rendeva tangibili.
Nel 1928 a Berlino raccontai di questo mio lavoro a Johannes R. Becher e a
Gerhard Bisler. Il modello di un’educazione estetica dei bambini piacque e mi
proposero di creare un teatro di bambini di questo tipo nella casa di
Liebknecht. Dovevo dunque stendere il programma. A Capri (1924) avevo già
parlato con Benjamin del mio teatro dei bambini ed egli aveva mostrato uno
straordinario interesse al riguardo. “Scriverò io il programma – disse – e
spiegherò e motiverò teoricamente il tuo lavoro pratico”. Lo scrisse davvero, ma
nella prima stesura le mie teorie furono esposte in maniera terribilmente
complicata. Alla casa di Liebknecht lessero e risero: “Questo te l’ha scritto
sicuramente Benjamin!”. Riportai il programma a Walter Benjamin: doveva scrivere
in maniera più comprensibile. Nacque così il Programma per un teatro proletario
dei bambini nella sua seconda stesura (la prima non è più stata ritrovata).
Brano tratto da A. Lacis, Professione: rivoluzionaria, Feltrinelli, 1976, pp.
78-83.
________________________________
*L’A. attribuisce erroneamente a Mejerchol’d la regia de La presa del Palazzo
d’Inverno, che porta invece la firma di Evreinov. [N.A.T.]
2 GIORNI IN PIAZZA CRISPI: SPETTACOLO DETENUTI A CIELO APERTO
Piazza Crispi, Torino - -
(sabato, 5 ottobre 18:00)
DUE GIORNI IN PIAZZA CRISPI
SABATO 5 OTTOBRE
ALLE 18
BANCHETTI INFORMATIVI CONTRO OGNI GALERA, APERICENA E MUSICA
ALLE 19:30
SPETTACOLO TEATRALE
DETENUTI A CIELO APERTO
DI E CON PAOLA FRANCESCA IOZZI
Ci sono persone detenute, chi con una condanna da scontare, chi in attesa di un
processo e poi ci sono i familiari, persone che sono detenute per metà: madri,
padri, figlie, figli, fratelli, sorelle, amici e amiche che nonostante stiano
fuori vivono secondo i tempi, i ritmi, le norme del carcere. Colloqui, pacchi,
file, perquisizioni, porte che si chiudono alle spalle di coloro che vivono
l’assenza dei propri cari detenuti. Uno sguardo dentro un’umanità sconosciuta ai
più che pure ci appartiene.
3 A SOLO +1
BAROCCHIO SQUAT - - strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO)
(venerdì, 7 giugno 18:00)
BAROCCHIO SQUAT PRESENTA:
3 A SOLO + UNO
L’eterno movimento dal singolo al gruppo e dal gruppo al singolo
4 assoli di teatro al Barocchio squat
Rigorosamente bellavita
Ore 20 cena Bellavita
Cucina aperta dalle 18