Il tempo è finito ieri. Per il pediatra palestinese Hussam Abu Safiya

il Rovescio - Monday, July 13, 2026

Riceviamo e diffondiamo questo racconto e appello. Sulla vicenda si veda anche qui.

HUSSAM ABU SAFIYA

La sua famiglia era di Hamama, antica città palestinese a pochi chilometri
da Gaza, ma che non esiste più, occupata e distrutta da Israele nel 1948, i
suoi 5mila abitanti scacciati e così Hussam è nato e cresciuto nel campo
profughi di Jabalia, campo terribilmente noto per le migliaia di vittime
che ha pagato e paga al terrorismo sionista. Riesce comunque a frequentare
l’università, in Kazakistan: medicina, specializzazione pediatria, ma,
ottenuta la laurea, torna immediatamente nella Striscia con Elbina, la
moglie kazaka.

Ad inizi 2024 nel pieno del genocidio è nominato direttore generale
dell’ospedale di Beit Lahia nel nord di Gaza. Pur sotto continui
bombardamenti e la mancanza di ogni cosa o quasi, l’ospedale mantiene una
discreta, eroica operatività. Hussam vi si stabilisce in maniera stabile,
per un certo periodo attraverso Instagram riesce a comunicare giornalmente
l’orrore che sta vedendo e vivendo, ma tutto precipita a fine anno.

Un drone uccide suo figlio quindicenne, in un’altra occasione anche lui
rimane ferito da alcune schegge. Poi il 27 dicembre l’IDF va all’assalto
dell’ospedale come fosse una fortezza nemica, un nemico composto da
dottori, infermieri, pazienti gravemente ammalati, altri amputati, donne
partorienti, neonati in incubatrice. Morti, feriti, distruzione, l’ospedale
non esiste più. Tra le 200 e 300 persone vengono rapite: si rivedono le
terribili immagini di lunghe colonne di uomini seminudi, legati e bendati,
fucili puntati. Tra loro anche Hussam.

È trascorso un anno e mezzo, Hussam non è stato semplicemente rapito, è
stato letteralmente inghiottito, nel buio più orrorifico. Di lui si sa poco
e quel poco è l’inferno. Giorni e giorni per scoprire che era nel campo di
concentramento di Sde Teiman in pieno deserto, un vero lager, un campo di
tortura ed ogni sorta di violenza e depravazione. Poi vari spostamenti, il
suo avvocato lo può vedere solo a distanza di mesi e mesi e quello che ci
riferisce è agghiacciante: Hussam è dimagrito di decine di chili, racconta
dell’isolamento, dei continui lunghissimi interrogatori, ore e ore sotto
tortura, botte, costole rotte, scosse elettriche e poi ogni umiliazione, la
fame, nessun medicinale per i suoi problemi cardiaci.

A differenza di migliaia di altri rapiti, di Hussam conosciamo bene il nome
e il volto. Questo comporta che per la sua liberazione sia in atto una
discreta mobilitazione internazionale, ma finché tanti, pur sinceramente
vicini al popolo palestinese, non capiscono che se è Israele che lo tiene
sequestrato, sono tutti gli Stati Occidentali che lo permettono, non si
ottiene nulla. Ed infatti, come nulla fosse, un tribunale sionista decide
periodicamente il prolungamento della sua detenzione a tempo indefinito
senza specificare alcuna accusa. Si è potuto vedere l’ultima volta ad inizio giugno, con Hussam
“miracolosamente” riapparso dopo 18 mesi da desaparecido, in collegamento
video, unica misera concessione ottenuta dalle proteste internazionali.

Rispetto al 7 ottobre Israele vuole allestire il più grande processo del
secolo trasformandolo in un orrendo spettacolo mediatico, la più repellente
propaganda, una narrazione tossica più che mai, il bene contro il male, o
meglio, rispolverando la Bibbia, tanto cara ai giudici/carnefici sionisti,
i figli della luce contro i figli delle tenebre.
Trecento imputati e la pena di morte come prima richiesta dell’accusa, Hussam
potrebbe essere tra loro se, tra stenti, torture e cure negate, non lo
uccidono prima.

Muoviamoci, per lui e tutti gli altri, concretamente, il tempo è finito
ieri.