Una rete regionale contro il Cpr di Castel Volturno

NapoliMONiTOR - Wednesday, July 22, 2026
(disegno di sam3)

Il 15 luglio, nella seduta del consiglio comunale di Castel Volturno avente come oggetto la realizzazione di un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), “preoccupazione e contrarietà sono state espresse dai consiglieri e dalla giunta, con la richiesta di un tavolo straordinario con tutte le autorità competenti per “uscire dalle dinamiche di crisi ed emergenzialità” dell’area.

Nella delibera si fa riferimento al lavoro svolto collettivamente sul territorio per risolvere le situazioni di degrado ambientale e abitativo della zona, all’interno della quale l’inserimento di un Cpr non farebbe che incrementare la percezione del luogo come area di crisi, senza alcuna attenzione alle reali necessità della popolazione. Nella delibera si chiede di lavorare, piuttosto, a un piano di rigenerazione urbana e sociale, al recupero delle periferie, al rilancio economico e produttivo della città. L’atto fa riferimento, inoltre, alla recente istituzione di una Zona a protezione speciale di quattromila ettari da parte della Regione Campania, proprio tra Castel Volturno e Cancello Arnone, provvedimento che potrebbe bloccare, almeno temporaneamente, la costruzione del Cpr.

A seguito di assemblee organizzate a Napoli, Salerno, Benevento e Caserta dalle associazioni locali – culminate in un momento di incontro al centro Fernandes di Castel Volturno, promosso con il supporto di una rete regionale contro tutti i centri di detenzione ed espulsione per migranti –, fin dalla scorsa primavera le associazioni Asoim ed Elsa avevano citato i risultati dei rilevamenti effettuati nella zona, alla luce dei quali, per decenni, si era chiesta l’istituzione di un’area protetta, ponendo il sito come una delle realtà naturalistiche più importanti per almeno quindici specie di uccelli (tra i quali la cicogna nera) tutelati dall’Allegato 1 della Direttiva europea 2009/+47 CE. A partire da quella proposta, la Regione si era impegnata, dando poi seguito alla parola data, a porre un ulteriore ostacolo all’apertura del Cpr, sfruttando l’evidente incompatibilità dell’area con la costruzione di una struttura detentiva.

Cittadini e istituzioni locali continuano, intanto, a opporsi alla decisione del governo. Il 16 luglio, nel corso di una giornata organizzata presso la sala consiliare del Comune in memoria della strage dei ghanesi del 18 settembre 2008, associazioni e comitati, istituzioni locali e regionali, il vescovo e tutte le altre realtà sociali presenti, hanno ribadito il loro no al Cpr: «Nessuno vuole trovarsi sul territorio una struttura del genere», il refrain emerso dagli interventi in assemblea. «Abbiamo eliminato gli zoo e i parchi acquatici, ma continuiamo a creare recinti per le persone. Da anni lavoriamo in questa terra contro lo sfruttamento, il caporalato e la camorra. Basta emergenze, basta marginalità e degrado: vinceremo tutti insieme in una ostinata resistenza!». Dopo l’assemblea i manifestanti si sono spostati verso il parco umido della piana individuata per la costruzione del Centro, formando una lunga catena umana e mostrando uno striscione con la scritta “Zona di vincolo umanitario”. Sono passati poco meno di tre mesi dall’indizione, da parte di Invitalia, dell’appalto da 41,2 milioni di euro per la costruzione di questo carcere per migranti, che dovrebbe essere completato in circa un anno e mezzo.

NELL’INFERNO DEI CPR
A provocare ulteriore allarme sono le caratteristiche con cui dovrà essere costruito il Centro, sulla base di elementi che richiamano con evidenza il panopticon di Bentham, pianificato attraverso l’uso esplicito di espressioni come “confinamento” e “livelli di detenzione differenziati” a seconda della “condizione di ostilità” dei trattenuti.

 Il modello panottico, basato sull’efficienza geometrica con l’obiettivo di “gestire” i detenuti con il minimo sforzo economico e umano, si concretizza nel progetto del Cpr di Castel Volturno in un ballatoio posto a un’altezza di otto metri e mezzo protetto da griglie: una sorveglianza dall’alto che garantisce completa visione di tutti i moduli di detenzione, blindati e separati tra loro da recinzioni di filo spinato, con una rete esterna di protezione alta almeno sei metri. Nel Cpr, in sostanza, i detenuti saranno sempre guardati e sorvegliati. Un sistema di contenzione finalizzato a cancellare chi non dispone del “documento giusto”, chi ha la sola colpa di aver attraversato un confine o ha perso il permesso di soggiorno a causa delle scellerate norme che negli anni hanno sempre più ridotto le possibilità di regolarizzazione, o della lentezza dell’apparato burocratico. Fuori, intanto, il riprodursi all’infinito di questo sistema riduce le persone in uno stato perenne di ricattabilità, sfruttabilità e marginalità.

È importante ricordare, come già fatto qui in altre occasioni, che la detenzione amministrativa esiste in Italia dal 1998, con l’istituzione dei primi Cpta per opera della legge Turco-Napolitano, sotto un governo di sinistra. I centri hanno cambiato nome negli anni: da Cie (Centri di identificazione ed espulsione) a Cpr (Centri per il rimpatrio), senza mai trasformarsi nei fatti: luoghi di afflizione e abuso dove le persone vengono trattenute attualmente fino a diciotto mesi e poi, per lo più, rigettate in strada, devastate da mesi di sottrazione della libertà individuale condita da una endemica somministrazione di medicinali. Queste strutture sono state denunciate e definite negli anni “gabbie per cani”, “lager di stato”, “luoghi peggiori delle carceri”, “luoghi di tortura”; nel tempo si sono susseguiti rapporti di vari organi istituzionali e non, che ne mostravano l’orrore; di Cpr sono morte quarantaquattro persone per le quali, a oggi, non si è quasi mai ottenuta verità e giustizia (fa eccezione il processo per la morte di Moussa Balde, nel 2021, al Cpr di Torino, che ha visto la condanna dell’ente gestore Gepsa al pagamento di quattrocentomila euro).

Con il patto europeo sulle migrazioni e l’asilo entrato in vigore il 12 giugno di quest’anno, l’Europa ha sancito di fatto la fine del diritto d’asilo, sposando il modello statunitense basato su sorveglianza, detenzione e omicidio. Eppure, le proteste di chi subisce la detenzione amministrativa sono riuscite talvolta a provocare la chiusura di strutture e a denunciare ingiustizie e soprusi. A seguito della morte per infarto del cittadino marocchino Moustapha Anaki nel Cie di Crotone (2013), per esempio, i compagni di modulo del detenuto, che avevano chiesto un’assistenza mai arrivata, distrussero il Centro. Vennero accusati di devastazione e saccheggio e processati, ma nel 2016 un giudice, con l’unica sentenza di questo tipo in Italia, decretò che si era trattato di legittima difesa contro la sottrazione illegittima della libertà individuale.

Se l’Unione europea continua a promuovere la costruzione di luoghi di detenzione dentro e fuori i propri confini, lavorando ad accordi con paesi al di fuori del continente (delegando l’uccisione delle persone in cammino a milizie come quelle libiche e tunisine), non esiste altra strada che un’opposizione radicale ai centri, organizzata dalle persone detenute insieme alle comunità dei territori. La rete regionale contro i centri di detenzione per migranti si riunirà ancora nei mesi di luglio e agosto per pianificare la battaglia contro l’apertura del Cpr di Castel Volturno. Una manifestazione nazionale verrà promossa invece per il prossimo autunno. (yasmine accardo)