(disegno di martina di gennaro)
Tra gli utenti libici dei social media, un video girato all’interno del carcere
dell’Ucciardone di Palermo ha raccolto, nei giorni scorsi, decine di migliaia di
visualizzazioni. Nel filmato, girato circa due settimane fa, Mohanned “Jarkass”
Khashiba*, trentenne, detenuto in Italia da oltre undici anni, annunciava una
protesta per chiedere certezze rispetto alle possibilità e alla data del
rimpatrio, suo e di altri due cittadini libici reclusi in Italia, Mohammed
Mezgui e Tarek Laamami.
Nel filmato, il trentenne appariva in primo piano, con il volto segnato dalle
occhiaie. Sosteneva di aver minacciato il suicidio, di essere stato trasferito
in isolamento dopo aver avuto dei problemi con le forze dell’ordine all’interno
del carcere, di aver iniziato uno sciopero della fame e della sete (attualmente
sospeso, ndr). A colpire l’opinione pubblica libica sono stati in particolare
gli ultimi fotogrammi, in cui l’uomo si mostra, per qualche secondo, con le
labbra cucite in segno di protesta. Pur consapevole di stare compiendo “un gesto
sbagliato dal punto di vista religioso”, come ha detto nel video, Khashiba è
apparso esasperato: «Dopo undici anni di prigione e tre anni di promesse – ha
sospirato, in arabo, nella telecamera – basta».
«Lui è alla nona sezione», ha spiegato il garante delle persone detenute per la
città di Palermo, Pino Apprendi, dopo averlo visitato in carcere. «La nona è la
sezione di coloro che hanno provvedimenti disciplinari. Non ha mai avuto una
manutenzione, andrebbe chiusa, è piena di umidità, di difficoltà, ci sono quelli
con l’articolo 14 che vanno in punizione, ci sono quelli con problemi
psichiatrici. È un inferno vero e proprio». Tuttavia, e Apprendi ci tiene a
sottolinearlo, la protesta di Moahnned non è stata rivolta contro il carcere
italiano, ma contro le autorità libiche, affinché prendessero in carico la
situazione e sbloccassero la procedura di rimpatrio.
Nel giro di poche ore dalla diffusione della notizia dello sciopero della fame,
singoli e organizzazioni libiche di vario genere si sono pronunciate in
solidarietà con Khashiba e con gli altri suoi connazionali reclusi: un fatto
inusuale per un paese segnato da una chiusura totale degli spazi di libertà di
espressione e di difesa dei diritti delle persone.
Quando lasciò il paese, nel 2015, a vent’anni, Mohanned Khashiba era una giovane
promessa del calcio libico: sembra che il suo soprannome fosse “Maradona”, forse
anche per una certa somiglianza fisica, e che già da giovanissimo giocasse ad
alti livelli, arrivando a essere convocato anche nella nazionale Under 21.
Non a caso, in favore di Mohanned Khashiba e degli altri calciatori incriminati
con lui si sono mobilitati, nei giorni scorsi, anche gli ultras dell’al-Ittihad,
uno dei due maggiori club di Tripoli, che hanno manifestato davanti
all’ambasciata d’Italia con fumogeni e striscioni: “Libertà per i nostri
giocatori nelle carceri italiane”, recitava uno di questi.
Khashiba e Laamami fanno parte di un gruppo di calciatori coinvolti nel caso del
naufragio del 13 agosto del 2015. Fu un massacro: quarantanove persone morirono
asfissiate nella stiva di un’imbarcazione sovraccarica .
Il processo per quella strage, che ha coinvolto otto persone di diverse
nazionalità, fu molto discusso sin dal primo grado per essere stato condotto in
maniera superficiale, sulla base di prove raccolte in modo frettoloso e
strumentale. Mohanned Khashiba, che per la difesa era un passeggero come gli
altri e voleva tentare una carriera da sportivo in Svezia, è tuttora condannato
a trent’anni, accusato di essere uno dei cosiddetti “scafisti”. Nel suo gruppo,
altre tre persone hanno avuto la stessa condanna, mentre la più nota, Alaa
Faraj, conosciuto anche per aver raccontato la sua storia in un libro, ha
ottenuto una grazia parziale dal Quirinale, accedendo a misure alternative alla
detenzione.
Il capitano dell’imbarcazione su cui viaggiavano i calciatori, condannato con
sentenza definitiva a sedici anni, «ha sempre dichiarato di essere l’unica
persona che guidava l’imbarcazione», spiega l’avvocato che difende Khashiba,
Antonio Pecoraro. «La vicenda – aggiunge – è confermata anche da altri
passeggeri che abbiamo sentito, la cui testimonianza stiamo cercando di
utilizzare a supporto di una nuova istanza di revisione».
Attualmente, la preoccupazione più urgente è che il trentenne possa ricominciare
il digiuno o ripetere atti di autolesionismo. Le ultime visite e le
rassicurazioni dei diplomatici libici al momento lo hanno rincuorato, spiega
l’avvocato, ma la situazione potrebbe peggiorare nuovamente se non otterrà
risposte nel giro di qualche giorno.
Secondo il governo di Tripoli, le richieste di autorizzazione al trasferimento
dei prigionieri libici sono attualmente al vaglio della magistratura italiana.
«È un caso scomodo per le attuali autorità italiane», commenta Claudia Gazzini,
studiosa esperta di Libia che si è a lungo occupata della vicenda dei
calciatori, aiutando anche la famiglia di Mohannad a fargli arrivare regali e
vestiti all’Ucciardone. «Dare l’impressione di fare uno sconto, o dare
un’agevolazione, facendo tornare in Libia questi ragazzi che, ufficialmente,
sono stati condannati e visti dall’opinione pubblica come scafisti… non è un
immagine che fa piacere al governo italiano. Ma noi sappiamo che sono
innocenti», aggiunge.
Khashiba, Mezgui e Laamami chiedono di avvalersi di un recente accordo sullo
scambio di detenuti tra Roma e Tripoli approvato l’anno scorso dalle camere.
Sebbene possa andare incontro all’interesse personale dei tre, l’intesa è
guardata con sospetto da una parte della società civile italiana, che teme possa
aprire la strada al rimpatrio forzato di altre persone, in particolar modo
dissidenti o altri detenuti politicamente più esposti. D’altra parte, nel caso
sollevato da Khashiba – che mentre era in carcere ha perso sua madre senza
poterla mai rivedere – l’accordo consentirebbe almeno di ricevere le visite di
parenti e amici e di scontare la pena in un contesto generalmente più familiare
e favorevole, anche sul piano dell’opinione pubblica.
Il vero problema, spiega Sara del circolo Arci Porco Rosso di Palermo, che segue
il caso da anni, «è che queste persone sono state condannate a trent’anni in
Italia sulla base del nulla. Loro hanno ricevuto pene particolarmente alte, ma
sono migliaia le persone arrestate con accuse simili. L’articolo 12 del testo
unico sull’immigrazione, che incrimina il favoreggiamento dell’immigrazione
clandestina, ed è tra i capi di imputazione per il gruppo dei calciatori libici,
non dovrebbe proprio esistere. Le persone non dovrebbero essere incarcerate solo
per aver aiutato sé stesse e altre ad attraversare una frontiera chiusa».
(giulia beatrice filpi)
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*I dati anagrafici di Mohanned Khashiba e degli altri detenuti presentano
qualche incoerenza e differenza a seconda delle fonti consultate
Tag - migrazioni
(disegno di martina di gennaro)
Il 16 marzo 2026 Tommy Olsen, cittadino norvegese e fondatore della Ong Aegean
Boat Report (ABR), che da anni monitora e denuncia i respingimenti delle persone
migranti nel Mare Egeo, viene arrestato nella sua casa a Tromsø, in Norvegia.
L’arresto segue una richiesta di estradizione emessa dal governo della Grecia,
ed è finalizzato a sottoporre l’attivista a un processo nel quale viene imputato
di favoreggiamento e organizzazione criminale, e per il quale rischia di essere
condannato fino a vent’anni di carcere. La sua detenzione e la persecuzione
della sua organizzazione rivela la complicità degli stati europei nella violenza
agita contro le persone migranti.
La richiesta di estradizione viene emessa, non a caso, alle soglie dell’entrata
in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, operativo da giugno
2026, le cui direttive in merito alle politiche di frontiera dei paesi membri e
degli aderenti Schengen sono state preannunciante dall’implementazione
di decreti e leggi nel 2025. Queste ultime, hanno infatti predisposto in maniera
intermittente sospensioni al diritto di asilo in base ai capricci dei governi e
agli equilibri geopolitici (pensiamo al caso dei paesi nord-africani o
della Siria), condannando alla detenzione e alla deportazione sempre più vite
umane. Parallelamente all’affossamento definitivo della libertà di movimento
attraverso l’arma del paese sicuro, il nuovo Patto opererà una stretta decisiva
anche in materia di favoreggiamento, tema da sempre prediletto
per criminalizzare la solidarietà internazionale, che da dieci anni a questa
parte ha spinto migliaia di individui a mobilitarsi in difesa dei diritti delle
persone migranti. Già dallo scorso 5 febbraio 2026, il governo greco ha
predisposto una nuova legge secondo cui il rivestire un ruolo dirigenziale
all’interno di un’organizzazione non governativa si traduce automaticamente in
un fattore aggravante in casi legati a violazioni dei codici in materia di
migrazioni. Una coincidenza davvero curiosa, dal momento che allo stesso mese
risale la notifica di arresto di Olsen.
La sua persecuzione aveva avuto inizio anni fa, con l’avvio di diverse indagini
avviate per volontà delle procure di varie isole-hotspot dell’Egeo. Sebbene
quattro siano state archiviate, un’indagine avviata nel 2022 dalla procura di
Kos lo vede rinviato a giudizio. A “incriminarlo”, sarebbe un messaggio
scambiato con un uomo sbarcato a Kos nel luglio 2021 e l’accusa di complicità
nel traffico illegale, avanzata da un membro della guardia costiera.
Il vero motivo di questo accanimento giuridico? L’organizzazione di Olsen svolge
da anni attività di monitoraggio nel Mar Egeo, rendendo nota la presenza di
imbarcazioni in transito alla guardia costiera allo scopo di avviare le attività
di soccorso, spesso in seguito alla richieste di aiuto ricevute da una linea
telefonica d’emergenza specificatamente predisposta. Nel corso degli anni tale
strumento ha però anche permesso di collezionare numerose prove audio-visive,
incluse scene di rapimenti, prese in ostaggio e violenze in mare, permettendo
così di denunciare le violenze e i respingimenti illegali effettuati dalle
autorità greche e contribuendo a smascherare l’ipocrisia del sistema di
“accoglienza” europeo.
In particolare, Aegean Boat Report nasce come pagina Facebook tra il 2015 e il
2016, nel pieno dell’intensa stagione migratoria che proietta la frontiera greca
nel ciclone mediatico internazionale. Nasce quindi come pagina di informazione,
pubblica notizie in tempo reale sugli sbarchi, promuovendo un’attivazione che
aveva spinto lo stesso Olsen a svolgere attività di volontariato sull’isola di
Lesbo. L’obiettivo del progetto era colmare il vuoto in materia di dati,
trasmessi all’epoca in maniera opaca e incostante dai governi e dall’UNHCR. La
peculiarità dell’approccio della futura associazione consisteva nel considerare
non solo i dati europei, ma anche quelli turchi, confrontando così le partenze
con gli sbarchi, e restituendo una visione molto più coerente, ma anche
drammatica, della realtà. Nel 2018, grazie alla presenza di vari attori sul
campo, nasce la Ong norvegese, che ha saputo garantire un’operatività h24, sette
giorni su sette, diventando uno dei maggiori riferimenti sul territorio greco.
Gli slanci di solidarietà internazionale che si raccolsero all’epoca della
“stagione migratoria” furono innumerevoli. È altrettanto innegabile, tuttavia,
quanto la stessa parola “solidarietà” a cui si faceva appello, fosse diventata
uno strumento tutt’altro che neutrale, e piuttosto strategico. Esso veniva
rivolto a soggetti migranti, che per etnia e religione costituivano in quel
periodo gli stessi obiettivi politici della “caccia al terrorista” scatenatasi
in parallelo all’escalation di violenza e di morte nella Siria di Assad e alla
minaccia dello Stato Islamico. Abbiamo imparato a comprendere, oggi, quanto la
parola “solidarietà” possa essere un termine pericoloso, coloniale,
de-responsabilizzante e, in tal senso, comodo alle agende dei governi europei.
Il filone narrativo “solidale” all’epoca si inseriva in un clima politico che
esigeva il rafforzamento di una morale cristiana ed eurocentrica,
polarizzatrice, dove non poteva esistere alcun margine di ambiguità tra civiltà
bianca e barbarie islamica, generosità cristiana e de-soggettivazione araba.
L’essere solidale diveniva un salvagente da indossare, lodato fino a quando
fosse rimasto ignaro dell’ipocrisia politica da cui veniva celebrata.
In tal senso, dobbiamo chiarire che l’attività di Aegean Boat Report è stata
molto più che solidale: è stata politica. Così come politica è la sua richiesta
di estradizione oggi. Un manifesto, che dichiara la caccia a chiunque osi
sfidare il sistema di apartheid, in cui l’unico vero carnefice è lo stato di
diritto europeo. Questa non è di certo una novità, considerando che solo il mese
scorso si è concluso il processo che dal 2018 vedeva imputata tra i tanti anche
Sarah Mardini, rifugiata siriana accusata di smuggling per aver preso parte a
operazioni di soccorso nelle acque di Lesbo, dove lei stessa era sbarcata anni
prima. Con lei, anche Sean Binders. Oltre ad aver trascorso più di cento giorni
in carcere, gli imputati hanno dovuto affrontare un esasperante processo
protrattosi per otto anni e che, come nel caso di Olsen, contemplava possibili
condanne fino a vent’anni di detenzione per favoreggiamento.
C’è una motivazione specificamente politica che ci rivela il perché le attività
di monitoraggio di Aegean Boat Report abbiano cominciato a essere
particolarmente scomode durante i primi anni Venti, periodo in cui peraltro la
migrazione aveva cominciato a perdere popolarità, spodestata dalla pandemia di
Covid-19 e ancora sostituita mediaticamente dal movimento globale Black Lives
Matter. Parallelamente agli accordi Europa-Turchia 2016 e alle loro implicazioni
di lunga durata, oltre alla predisposizione di nuovi campi chiusi ad accesso
controllato sulle isole dell’Egeo (trionfo dell’approccio securitario e di
sorveglianza alla gestione dell’accoglienza), le pratiche illegali di
respingimenti alla frontiera, noti internazionalmente come “pushback”, diventano
prassi strutturale, di cui lo stato di diritto europeo si serve per implementare
le sue leggi razziste. La presenza dell’agenzia europea Frontex al confine,
investita di un mandato di lotta al traffico degli esseri umani, ha svolto in
questi anni una funzione di deterrenza strategica, organizzando centinaia di
spedizioni mortifere, che dai porti sono partite nella notte, o alle prime ore
dell’alba, per neutralizzare le imbarcazioni affollate di migranti che a stento
contenevano i propri passeggeri, e alla cui guida stavano persone sotto ricatto
o marinai improvvisati, scelti casualmente dal gruppo destinato alla
“traversata”. Senza poter nemmeno toccare terra e accedere al sistema di asilo,
migliaia di persone sono state inseguite, minacciate, ricattate, perquisite,
pestate, molestate in mare e a terra, dalla stessa guardia costiera adibita al
loro salvataggio. Uomini mascherati di nero compaiono come protagonisti di
queste spedizioni punitive nelle testimonianze di ogni persona sopravvissuta.
Nel panico generale, il masked-man impartisce ordini, decreta il sequestro di
beni essenziali, perquisisce corpi alla ricerca di telefoni che possano
contenere prove sul presunto trafficante. Il motore delle imbarcazioni è rimosso
e lasciato affondare, il gommone spinto verso la Turchia e abbandonato in balia
delle onde. È esattamente quanto raccolto dalle testimonianze di una giovane
donna, che il 25 ottobre 2025 ha denunciato in tempo reale un tentativo di
respingimento avvenuto al largo di Chios: uomini mascherati e armati di pistole
hanno minacciato i passeggeri. Il motore gettato in mare. La giovane testimone,
che era riuscita a nascondere il proprio telefono, riesce però a chiamare la
linea predisposta da ABR, alle 2:36 del mattino, e gli operatori mettono subito
in allerta la guardia costiera turca per operare un soccorso. In attesa del
sopraggiungere dei soccorsi, arrivati alle 3:35, i passeggeri restano in
contatto con gli operatori, raccontando la violenza subita e inviando prove
audio-visive dell’accaduto.
Nel 2023 ABR pubblica alcune fotografie in cui figurano persone legate e
bendate, stipate nel retro di un furgone. La fotografia, scattata a Kos da una
donna che era riuscita a nascondere il suo telefono, denuncia un tentativo di
“pushback via terra”, ovvero il rapimento di persone già sbarcate, che non hanno
raggiunto però ancora il campo o potuto dichiarare la propria presenza alle
autorità locali. La procura avvia un’indagine dichiarando falsificati tali
contenuti. Tempo dopo, Frontex è costretta a smentire e condannare l’accaduto.
Di recente, le testimonianze di un pentito, membro della guardia costiera
ellenica, non hanno solo confermato quanto già si denunciava da anni, ma hanno
addirittura svelato l’esistenza di una linea telefonica segreta, attraverso cui
vengono coordinate le intercettazioni delle imbarcazioni da neutralizzare, in
modo da non lasciare tracce nel caso di eventuali indagini.
Il contro-monitoraggio svolto dall’associazione di Olsen è stato quindi
cruciale, imponendo di fatto alla guardia costiera di svolgere operazioni di
salvataggio e limitandone la violenza. Il legale di Olsen rimane ottimista
sull’esito del processo, avendo affrontato ormai numerosi casi analoghi, tutti
conclusi con la caduta dei capi di accusa. Tuttavia, l’ordine di estradizione e
le accuse mosse contro Tommy, così come quelle verso Sarah e Sean, sono un
monito che risuona minaccioso in vista delle nuove legislazioni migratorie e del
nuovo scenario geopolitico in Asia occidentale. Lo stato di guerra totale
imposto dall’imperialismo sionista in Palestina, Libano, Iran, così come le già
precarie condizioni in Siria, Iraq e Afghanistan annunciano un’intensificazione
dei flussi migratori verso la Turchia. C’è la possibilità concreta che il nuovo
campo di Vastria (capienza settemila persone), costruito in mezzo a una foresta
disboscata nel cuore di Lesbo, lontano chilometri da servizi e inaccessibile
alle Ong, venga inaugurato davvero, nonostante le esitazioni per l’alto rischio
di incendi. Quale volto assumerà la migrazione all’alba di questo patto? Ma
soprattutto: quale volto potrà assumere la nostra diserzione da questo sistema
imperialista e fatiscente? (roberta cecconi)
Questa puntata è stata fatta in strada con il progetto “Radio Carretta
Carretta”, la qualità dell’audio a volte viene un po meno.
A giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo che
attraverso nuove tecnologie e la ufficializzazione di pratiche finora “illegali”
ma usate da tutti i paesi, rende i confini europei ancor più sorvegliati. Nuovi
sistemi di riconoscimento e raccolta dati dei migranti, respingimenti e
deportazioni più veloci, allungamenti della reclusione nei cpr, queste alcune
delle “novità” inserite nel patto. Ma questi strumenti, seppur sempre più
tecnologici e raffinati, sono sempre stati presenti e ogni Stato li ha
utilizzati a più riprese contro i “nemici” del momento, dai delinquenti comuni
ai briganti fino ai detenuti politici. Il ruolo delle colonie interne ed esterne
è stato fondamentale per la delocalizzazione della detenzione amministrativa,
per il processo di colonizzazione e per la creazione dell’idea di uno Stato
forte e intransigente. Una chiacchiera a due voci
(disegno di nyushi)
In Il pericolo di un’unica storia (Einaudi, 2020) la scrittrice nigeriana
Chimamanda Ngozi Adichie scrive: “Le storie possono spezzare la dignità di un
popolo. Ma le storie possono anche riparare quella dignità spezzata”. Il libro
di Alaa Faraj, Perché ero ragazzo (Sellerio, 2025) fa esattamente questo:
restituisce dignità a una storia che era stata deformata, ridotta, incasellata
dentro una narrazione, giudiziaria e mediatica, falsa e ingiusta.
All’inizio della storia raccontata nel libro, Alaa Faraj è un giovane studente
universitario di Ingegneria, un promettente calciatore che decide di fuggire
dalla Libia devastata dalla guerra dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Alaa
parte da Bengasi con due amici, spinto dal desiderio di vivere, di studiare, di
realizzarsi. Una volta arrivato in Italia, vede però i suoi sogni infrangersi
bruscamente: viene infatti condannato a trent’anni con l’accusa di traffico di
esseri umani e concorso in omicidio plurimo per la morte di quarantanove persone
che viaggiavano sulla sua stessa imbarcazione. È il caso giudiziario passato
alle cronache come la “tragedia di Ferragosto” del 2015, raccontato anche nel
film di Gianfranco Rosi Fuocoammare.
La storia personale di Alaa Faraj e dei suoi amici si intreccia con diversi
elementi della storia globale degli ultimi decenni (le primavere arabe, il loro
fallimento, gli interventi militari internazionali in Libia, una nuova fase del
jihadismo, l’ulteriore stretta securitaria sulle migrazioni) e non è possibile
scindere le due storie. Il libro nasce dalle lettere e dagli scritti redatti in
carcere e inviati da Alaa alla docente di Filosofia del diritto Alessandra
Sciurba, che ha curato la pubblicazione del volume e ha lavorato strenuamente,
insieme a tanti altri e altre, per la sua liberazione, ottenendo un primo
importantissimo risultato alla fine di dicembre 2025 quando il presidente della
Repubblica Mattarella ha concesso la grazia parziale.
Nelle pagine dal ritmo incalzante di Perché ero ragazzo, nonostante alcune
imprecisioni dovute a una lingua imparata in carcere, Alaa riscrive la propria
storia e, insieme, ribalta agli occhi di chi legge le sentenze che lo hanno
definito un criminale. Racconta i sogni che lo avevano spinto a partire
semplicemente “perché era ragazzo”: perché aveva l’età delle possibilità, delle
aspirazioni, dell’inquietudine. Attraverso l’atto di scrivere, un atto di
lenimento delle ferite causate dall’ingiustizia, Alaa ricostruisce il percorso
che da Bengasi lo ha condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo. Ma la sua
non è solo una ricostruzione biografica: è un atto di resistenza. Scrivere
diventa un modo per sottrarsi alla narrazione imposta dalle sentenze, per
riappropriarsi della propria voce dopo essere stato privato della libertà del
corpo e della parola.
La storia di Alaa Faraj restituisce dignità anche a tante persone accusate di
essere “scafiste” (se ne contano circa tremila nelle carceri italiane), spesso
sulla base di meccanismi di profilazione razziale e di interpretazioni distorte
del diritto, che trasformano i migranti in colpevoli. Persone che, dopo un
viaggio intrapreso per cercare una vita nuova, si ritrovano in carcere, come
racconta anche il noto caso di Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana
arrestata con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Più in
generale il testo ha il grande merito di smontare la narrazione egemonica e
semplificante che riduce i e le migranti a un’alterità indistinta, a un “altro”
da temere. È proprio ciò che Adichie definisce il pericolo dell’unica storia, di
un racconto che non è capace di restituire la pluralità dei posizionamenti.
Scrive Adichie: “La conseguenza di un’unica storia è questa: sottrae alle
persone la propria dignità. Rende difficile il riconoscimento della nostra pari
umanità”. Leggendo questo libro, accade il contrario. Pagina dopo pagina, Alaa
smette di essere il “clandestino”, il detenuto, il musulmano percepito come
minaccia. Diventa un figlio, un fratello, un amico, un ragazzo con paure e
desideri in cui è impossibile non riconoscersi. L’empatia che nasce dalla sua
voce è uno degli elementi più potenti del libro: Perché ero ragazzo non lascia
spazio alla distanza, non consente di sentirsi estranei.
In questo senso, la lettura richiama alla mente un altro libro pubblicato da
Sellerio, Storia della mia vita (2024) di Janek Gorczyca, racconto in prima
persona di un uomo polacco che vive a Roma da più di trent’anni, senza fissa
dimora, senza documenti e senza un posto fisso di lavoro. Anche lì, i margini –
che siano il carcere, la strada, la migrazione – non sono luoghi abitati da
un’umanità diversa, ma spazi in cui si riflette la nostra comune fragilità, i
nostri sogni, desideri, paure. Entrambi i libri ribaltano la percezione
dell’alterità e mostrano come la disumanizzazione dell’“altro/a” sia un
dispositivo culturale e politico: un meccanismo che si ripete nel tempo,
sperimentato già nelle pratiche coloniali del XIX e XX secolo e ancora oggi
operante, che consente di rendere accettabili trattamenti degradanti e disumani
verso chi viene costruito come “altro/a”. Un meccanismo che vediamo all’opera
tutti i giorni, nel modo in cui è trattato il genocidio a Gaza, nel modo con cui
sono trattati i migranti, lasciati morire in mezzo al mare, lungo le frontiere
di terra, nei centri di detenzione.
La vicenda di Alaa Faraj richiama inevitabilmente altre storie di migrazione, ma
anche storie che ci mostrano l’importanza di percorsi ostinati verso la ricerca
della giustizia e della verità. Vengono così in mente gli scritti dal carcere
di Alaa Abd El-Fattah, attivista egiziano incarcerato dal regime di al-Sisi e
autore di Non siete stati ancora sconfitti (Hopefulmonster, 2021) e le
mobilitazioni internazionali che hanno permesso la sua liberazione. Anche in
questo caso la parola, che emerge dal silenzio del carcere, diventa resistenza,
testimonianza, ostinazione nel rivendicare verità e giustizia.
Allo stesso modo, la battaglia per Alaa Faraj – sostenuta da una rete sempre più
ampia di persone che chiedono con lui verità e giustizia – si intreccia
idealmente con altre lotte civili, come quella della famiglia di Giulio Regeni e
di quel “popolo giallo” che continua a chiedere la verità. Le storie dei due
Alaa, la storia di Giulio (raccontata in un documentario nelle sale nei giorni
scorsi, Giulio Regeni. Tutto il male del mondo) non riguardano soltanto i
singoli casi qui nominati, ma interrogano tutti e tutte noi. In un tempo in cui
si parla di crisi del diritto internazionale e di indebolimento dello stato di
diritto e delle garanzie fondamentali, queste storie ci insegnano la
perseveranza, l’ostinazione nel non cedere all’ingiustizia e alla menzogna.
Nulla potrà restituire gli anni perduti ad Alaa Faraj, ma raccontare la sua
storia, leggerla, può riaprire lo spazio del riconoscimento, ricordarci che
dietro ogni categoria – migrante, detenuto, straniero – c’è una persona. E può
cambiare il corso della storia stessa. Ed è ciò che questo libro sta facendo,
attraverso una scrittura che non chiede pietà, ma giustizia, e che, raccontando
una vita, ci costringe a interrogarci sulla nostra. (renata pepicelli)
(disegno di rosa battaglia)
Dopo diciassette mesi di detenzione il Tribunale di Napoli ha assolto quattro
giovani migranti dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Le storie di S., A., K. e I. si intrecciano nel luglio 2024, quando la nave
dell’Ong Ocean Viking recupera due imbarcazioni partite dalle coste libiche, in
area Sar (ricerca e soccorso) e le conduce al porto di Napoli.
Appena sbarcato il gruppo, prende avvio la consueta ricerca dello “scafista”.
Bastano poche ore e qualche testimonianza raccolta in modo raffazzonato per
individuare i nomi di quattro ragazzi. Così, in una giornata qualsiasi di
luglio, le porte del carcere di Poggioreale si aprono per S., A., K. e I.,
giovani vulnerabili, con un passato migratorio estremamente difficile. Si
trovano in carcere in un paese sconosciuto, di cui non parlano la lingua, dove
nessuno spiega cosa stia accadendo, perché sono è lì e per quanto tempo ci
dovranno restare. Fin dal primo momento i quattro ragazzi vengono senza alcuna
prova associati a un’immaginaria organizzazione dedita al traffico di esseri
umani: passeggero che prende il timone equivale a comandante, che equivale a
scafista, che equivale a membro di una rete criminale internazionale che
trasporta i migranti dalla Libia all’Italia.
Nel corso del processo, durato un anno e mezzo, si sono avvicendati numerosi
testimoni dell’accusa e della difesa, nel tentativo di ricostruire l’intero iter
del viaggio dalla Libia all’Italia. Si è parlato dei lunghi periodi di
detenzione in Libia, delle torture nelle carceri finanziate dall’Europa, delle
minacce della cosiddetta guardia costiera libica. Lo stesso comandante della
Ocean Viking, che aveva soccorso le due imbarcazioni di fortuna su cui
viaggiavano i ragazzi, ha spiegato in aula come gli interventi della guardia
libica metta solo a rischio la vita dei migranti.
Un quadro sempre più nitido ha cominciato a delinearsi, riportando i fatti alla
loro ordinarietà. I quattro ragazzi accusati di aver guidato la barca, che
durante il tragitto si erano scattati selfie ed erano stati ripresi in video e
foto – materiale utilizzato dalla Procura come prova della loro colpevolezza
(del resto chi non si fotograferebbe mentre commette un reato di tale portata…!)
– non erano affatto pericolosi criminali. Erano passeggeri costretti a prendere
il controllo di un barchino alla deriva per tentare di salvare la propria vita e
quella degli altri. Passeggeri che avevano agito in stato di necessità, poiché
in quel momento non potevano fare altro.
Il 5 dicembre, nell’ultima udienza, questa verità tanto evidente quanto
difficile da affermare per le implicazioni politiche che comporta è stata fatta
propria dal pubblico ministero, che, accogliendo la ricostruzione della difesa,
ha chiesto l’assoluzione dei quattro imputati poiché il fatto non costituiva
reato. I giudici, riconoscendo la stessa realtà, hanno assolto i ragazzi. È bene
sottolineare che il riconoscimento già in primo grado dello stato di necessità,
che esclude la punibilità del fatto in concreto, rappresenta una decisione quasi
unica. Per quanto sembri ovvio che quattro ventenni spaventati, reduci da una
detenzione in Libia, non appartengano a reti criminali dedite al traffico di
esseri umani, risulta estremamente difficile che quest’evidenza venga affermata
con chiarezza in un’aula di giustizia.
La stessa Giorgia Meloni, d’altronde, all’indomani della strage di Cutro, aveva
affermato in conferenza stampa che si sarebbe impegnata per cercare e perseguire
gli scafisti “su tutto il globo terraqueo”. Una figura, quella dello “scafista”,
evocata come soggetto onnipotente, capace di attraversare confini e regole,
responsabile diretto delle migrazioni verso l’Europa. Una rappresentazione che,
riprodotta nelle aule di giustizia e nel discorso politico, svolge una funzione
precisa: offrire un colpevole individuale a fronte di un fenomeno strutturale.
Lo scafista diventa il capro espiatorio di un sistema che criminalizza la
mobilità anziché interrogarsi sulle sue responsabilità. A partire dagli anni
Novanta, con l’Accordo di Schengen e il Trattato di Maastricht, l’Unione Europea
ha infatti progressivamente rafforzato le frontiere esterne, trasformandosi
nella cosiddetta “fortezza Europa”. Alla libera circolazione interna dei
cittadini ha fatto da contraltare un inasprimento delle politiche di controllo
nei confronti dei cittadini extracomunitari, accompagnato da un ricorso
crescente a misure restrittive della libertà personale. In questo contesto, la
distinzione tra vittima e responsabile tende a dissolversi.
Non sorprende, allora, che nelle aule di giustizia risulti così difficile
affermare l’inesistenza dello “scafista” come figura criminale autonoma. Le
pronunce divergenti ne sono una conseguenza diretta. A causa di una decisione
dello stesso Tribunale di Napoli, un altro giovane, J., imputato per il medesimo
reato dei quattro ragazzi di cui si parla qui, è tuttora detenuto nel carcere di
Poggioreale (qui abbiamo raccontato la storia sua e di altri due suoi compagni).
Per J. il pm ha richiesto una condanna a otto anni di reclusione. Storie simili,
esiti opposti.
Un dato certo è che nel giudizio sui migranti, anche in tribunale, pesa spesso
più la disposizione di chi ascolta che la consistenza dei fatti che emergono, o
che restano invisibili, nel corso del processo. Il procedimento penale, anziché
costituire uno spazio di accertamento della realtà, si trasforma in un luogo di
conferma di premesse già date, dove alcune narrazioni risultano immediatamente
credibili e altre strutturalmente inattendibili. Eppure appare paradossale una
presunzione di colpevolezza tanto automatica quanto selettiva: chi ha guidato,
anche per pochi istanti, una barca, diventa immediatamente uno trafficante di
uomini; chi ha attraversato la Libia, è stato detenuto arbitrariamente,
torturato o sottoposto a trattamenti inumani, non viene automaticamente
riconosciuto come vittima delle violenze delle frontiere (a dispetto
dell’abbondanza di rapporti di organizzazioni internazionali, pronunce di corti
sovranazionali e innumerevoli testimonianze di migranti, operatori umanitari e
attivisti). La sofferenza, quando è strutturale e sistemica, sembra perdere
valore probatorio.
Questa asimmetria non è casuale, ma riflette una frattura più ampia che
attraversa il mondo reale e il discorso pubblico: una frattura che privilegia la
logica del controllo e della punizione rispetto a quella della protezione e
della responsabilità. In tale cornice, la repressione diventa la risposta
primaria a fenomeni complessi, mentre le cause strutturali delle migrazioni
forzate vengono rimosse o esternalizzate. Da un lato si finanziano centri di
detenzione in Libia e si normalizzano rapporti con attori responsabili di gravi
violazioni dei diritti umani come il generale Almasri, rimpatriato nonostante un
mandato di cattura della Corte Penale Internazionale; dall’altro, si avverte
come indispensabile l’individuazione di un colpevole immediatamente disponibile,
tra un gruppo di persone che approdano a fatica sulle coste europee.
L’accanimento giudiziario contro l’anello più debole della catena non è un
errore, ma un elemento strutturale. Per mantenere intatta l’architettura delle
politiche migratorie si sacrifica persino la coerenza del diritto penale. Ma se
il processo diventa il luogo in cui si punisce ciò che è politicamente utile
punire, e non ciò che è giuridicamente rilevante, allora non sono soltanto i
migranti a perdere tutela, ma è l’intero sistema di giustizia a rivelare le
proprie crepe più profonde. In questo senso, le assoluzioni non rappresentano
solo la fine di una vicenda individuale, ma un momento di rara frizione in un
meccanismo che, il più delle volte, funziona senza mai interrogarsi davvero sui
propri presupposti. (gea scolavino vella)
(disegno di diego miedo)
Come in tanti altri luoghi del sud Italia, anche a Bacoli, il piccolo paese che
mi ha adottata, la prima domanda che segue l’arrivo di uno straniero (un
furestiero) è: «Ma tu a chi si’ figlio?». Non si tratta di curiosità, quanto
piuttosto di un tentativo di collocare l’altro in una rete di relazioni, di
trovargli un posto, anche piccolo, nella comunità.
Nel linguaggio giuridico questa domanda prende il nome di “identificazione”. Più
specificamente, nella normativa sull’immigrazione, si traduce nel Verbale delle
dichiarazioni del cittadino straniero, annotate nel cosiddetto Modello C3
previsto dal Decreto legislativo 25/2008. È qui che lo stato italiano annota,
tra le altre cose, a chi sei figlio.
Prima di poter rispondere, lo straniero entrato in Italia senza “autorizzazione”
deve essere informato dalla polizia di frontiera dei suoi diritti, tra cui
quello di chiedere protezione internazionale (a sancire quest’obbligo è una
direttiva europea del 2013). Nei fatti, al confine, molto spesso i diritti
soccombono insieme alle persone.
Il 19 novembre due cittadini marocchini di circa venticinque anni sono stati
chiusi a chiave in un container al porto di Napoli per diverse ore, colpevoli di
essersi imbarcati a bordo di un mercantile in partenza da Casablanca senza avere
una “autorizzazione” per entrare in Italia.
Entrambi, in realtà, avevano con sé il passaporto, ma erano arrivati in Italia
senza il timbro del privilegio sui documenti di viaggio. Per quattro giorni,
allora, si sono nascosti nella stiva nella nave, viaggiando al buio e immobili,
respirando fumi. A quel punto il comandante, che aveva sentito cattivi odori
provenire dalla zona della stiva, li ha scovati, e ha informato la polizia. I
medici saliti a bordo, intanto, appuravano che uno dei due giovani si trovava in
stato di incoscienza e che entrambi avevano bisogno di esami specifici da
effettuare in ospedale.
La procedura prevista in questi casi dalla legge è precisa: trasporto in
ospedale e informativa legale sui diritti legati alla protezione internazionale,
da effettuare con l’ausilio di un mediatore linguistico-culturale. Per i due
cittadini marocchini, invece, è scattato il trattenimento di fatto in altri
container del porto di Napoli, quelli che le forze dell’ordine hanno in altre
occasioni chiamato i container “dei tunisini” (attraverso una generalizzazione
gergale e apertamente razzista riferita alle persone straniere che entrano in
Italia senza autorizzazione al soggiorno, che ha reso in aree portuali la parola
“tunisino” sinonimo di “clandestino”).
Dal 19 al 22 novembre questi due giovani uomini, pur essendo fisicamente in
Italia – prima nei container e poi a bordo di una nave ormeggiata al porto di
Napoli – non sono esistiti. La polizia di frontiera, intervenuta allo sbarco, ha
redatto uno sbrigativo verbale di affido al comandante che, dietro minaccia di
essere accusato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, è stato
incaricato di “restituirli” al paese di provenienza: è questa d’altronde la
modalità di gestione dei confini della “roccaforte europea”, che mette al primo
posto la loro protezione pur nell’essenza di bene giuridico astratto,
burocratico, geografico ed evidentemente non umano.
All’arrivo della nave a Gioia Tauro, però, dopo che questa aveva lasciato il
porto di Napoli, i due giovani erano riusciti a mettersi in contatto con il
numero di telefono di InLimine (progetto di Asgi – Associazione per gli Studi
Giuridici sull’Immigrazione) manifestando in lingua araba, alla mediatrice
culturale, la volontà di chiedere protezione internazionale. Ai due richiedenti
asilo non è stato comunque consentito di sbarcare, se non dopo circa otto ore,
quando ormai non era più possibile alle istituzioni coinvolte mantenerli
nell’invisibilità.
Questa vicenda evidenzia come tanto il sistema legislativo quanto l’immaginario
collettivo abbiano trasformato il diritto fondamentale a lasciare un territorio
– consacrato dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dal Patto
internazionale sui diritti civili e politici – in un atto criminale. La
distorsione pubblica dell’immagine dello “straniero senza documenti” ha reso
questo diritto, e chi lo esercita, sinonimo di pericolo, di illegalità, di
minaccia, sebbene per esempio la legge italiana punisca questa condotta di reato
solo con una sanzione pecuniaria.
Fino al 1989 (anno di adozione del Testo Unico sull’Immigrazione), d’altra
parte, l’attraversamento della frontiera non era previsto come reato: il Testo
Unico sulle leggi di pubblica sicurezza del 1931 si limitava a prescrivere
alcuni obblighi per il cittadino straniero, tra cui quello di presentarsi
dinanzi alle forze dell’ordine entro tre giorni dall’arrivo, “per dare contezza
di sé”. Allo straniero privo di documenti di soggiorno, in sostanza, si
richiedeva di rendersi visibile, obbligo che ha oggi ceduto il posto a una
dovuta disposizione verso le autorità di pubblica sicurezza, in centri di
trattenimento amministrativo o magari in un container, dove è il confine a
decidere se siamo criminali o invisibili.
Ma il primo criminale, furestiero, e profugo di guerra sbarcato sulle coste a
Bacoli, era figlio di una dea. Si chiamava Enea. (martina stefanile)
Il 5 novembre, mercoledì, lə eurodeputatə della Commissione LIBE (Commissione
Libertà civili, giustizia e affari interni) voteranno una nuova proposta di
regolamento su Europol, che mira ad ampliare la sorveglianza di massa in nome
della lotta al “traffico di migranti”. Come avverte Leila Beladj Mohamed in un
articolo scritto su questo tema, “dietro la formula […]
(disegno di malov)
Sono trascorsi più di due anni e mezzo da quando ho visto Henda Benali e Kamel
Abdellatif per la prima volta, nella loro casa di Kebili, una città della
Tunisia interna. Il nostro incontro più recente risale invece a questa
primavera, nella sala del Kif Kif, un locale che è anche punto di ritrovo per la
sinistra araba a Roma. Rispetto a quanto percepito quella mattina del settembre
2022, Henda e Kamel mi sono sembrati stavolta più forti e agguerriti. Come se
lottare per la verità sulla morte del loro primogenito li avesse in qualche
modo, forse loro malgrado, costretti alla vita. Le lacrime c’erano sempre, ma
non era il dolore sordo di Kebili. Era un dolore rumoroso.
Henda e Kamel avevano attraversato il paese, da Roma a Bologna, con il comitato
Verità e Giustizia per Wissem Ben Abdellatif, per raccontare la storia di un
giovane uomo che chi legge questo giornale conosce bene. Wissem che giocava bene
a calcio. Wissem che ascoltava Bob Marley e aveva perso il lavoro. Wissem che
sorrideva, con gli amici, girando video sulla barca che lo portava in Italia.
Wissem che è morto, in seguito alla detenzione nel Cpr di Ponte Galeria e a una
contenzione fisica durata centotré ore, quaranta all’ospedale Grassi di Ostia,
poi sessantatré al San Camillo di Roma. Legato per centotré ore.
«Wissem ha detto chiaramente di aver ricevuto delle manganellate in testa nel
Cpr di Ponte Galeria, e anche i suoi compagni di detenzione hanno confermato
questa cosa», ha raccontato il padre durante l’incontro pubblico. Magro, provato
dai problemi di salute, tremava. Ha smesso di parlare, Kamel, ma una scritta in
inglese sul suo cappellino diceva per lui: “No Fear”. Niente Paura.
«Perché ucciderlo in quel modo?». Si è chiesta invece, ancora una volta
“perché?”, Henda, la madre. Spera che suo figlio sia un esempio per tutte e
tutti. Wissem aveva voluto denunciare la situazione sua e dei suoi compagni di
detenzione, girando video nel Cpr e diffondendoli in rete. Wissem, Henda ne è
sicura, ora è in Paradiso. Tradotta a braccio da un giovane tunisino, commosso
anche lui, conclude: «Se fosse stata una morte normale l’avremmo accettata».
L’avvocato Romeo ha spiegato che la procura di Roma ha richiesto l’archiviazione
per la denuncia per sequestro di persona contro il primario del reparto
psichiatrico del San Camillo, che poi è lo stesso del Grassi di Ostia, e contro
gli altri medici coinvolti nella lunga contenzione fisica di Wissem: «Sebbene
avessimo chiesto di essere informati nell’eventualità di una richiesta di
archiviazione, la notizia di quest’ultima è arrivata solo al momento
dell’udienza preliminare, che si è tenuta ad aprile nei confronti dell’unica
persona ancora indagata, l’infermiere che ha somministrato una dose di farmaci
non prevista dalla scheda terapeutica di Wissem». La prossima udienza si terrà a
Roma il 10 settembre: i genitori si sono costituiti parte civile, e i loro
legali hanno ottenuto che venga chiamata in causa anche l’Asl Roma 3, nella cui
giurisdizione si trova il reparto psichiatrico dove Wissem ha trascorso le sue
ultime ore. In generale, fanno sapere ancora dal comitato, “ci si aspetta che la
controparte punti a far passare la morte di Wissem, una morte di Stato, come
morte naturale”. Come in altri casi si tenderà in effetti a punire solo le
ultime violenze subite da Wissem, normalizzando la lunga catena di abusi che le
hanno precedute.
L’ingiustizia subita dal ventiseienne di Kebili, però, non sta solo in un
sovradosaggio di farmaci. Sta nella lunghissima contenzione fisica. Nella
detenzione in Cpr, esperienza vicina a quella del carcere più duro e che
sanziona per di più un semplice illecito amministrativo come la permanenza
irregolare su un territorio nazionale. Anche queste violenze sono dettagli
accidentali, effetti collaterali della grande ingiustizia di un ampio e
capillare regime di frontiera basato su razza e classe. Se Wissem ha dovuto
attraversare il mare, finire a Lampedusa, essere chiuso in una nave quarantena
ad Augusta e poi in Cpr, è perché non ha avuto, come centinaia di migliaia di
altre persone, nessuna opportunità di attraversare legalmente il Mediterraneo.
Sarebbe bastato un visto turistico, una borsa lavoro, una borsa di studio, come
quella che chi scrive ha ottenuto qualche anno fa, senza particolari meriti
accademici peraltro, proprio per la Tunisia, proprio a ventisei anni.
La grande violenza normalizzata, che si colloca nel livello antecedente a quella
individuale subita da Wissem, sta nel fatto che i visti Schengen agli africani,
e in generale alle persone non bianche, siano un’eccezione. Eppure, anche se
divenuto marginale nei dibattiti sulla migrazione, il muro della burocrazia e
dell’esclusione dalla libertà di movimento è il più pervasivo e strutturale
fondamento di questo sistema. A rafforzare questo muro ci sono le decine di
barriere che impediscono le vite dei migranti: non solo quella del Mediterraneo
o del deserto, non solo i lager libici e quelli europei, ma anche le
interdizioni che molto spesso rendono impossibile lavorare al di fuori del
bracciantato agricolo sottopagato, dello spaccio, della prostituzione. Fino al
carcere, che spesso consegue a tutto questo.
Solo nel 2023, secondo i dati di Schengen Visa Statistics, settecentomila
persone di varie nazionalità africane hanno perso ottanta euro, una cifra pari
alla metà di uno degli ultimi stipendi di Wissem, per fare la domanda di un
visto europeo che non hanno mai ottenuto. I dinieghi dei paesi europei verso le
persone di nazionalità africane che chiedono il visto hanno rappresentato il 43%
del totale dei visti negati in tutto il mondo. Del resto, tante persone non ci
hanno nemmeno provato, a entrare legalmente, perché non avevano le migliaia di
euro di fideiussione bancaria necessarie a farlo.
Sono quindi le nostre frontiere blindate, l’unica causa profonda della
“migrazione irregolare”, espressione abusata da tanti governi, italiani e non
solo. Fanno qualcosa di male – è il sottinteso decisivo – le persone che non si
spostano “a causa” di una forza maggiore, ma perché, semplicemente, lo
desiderano. Ora seguito dall’ipocrita corollario del “Piano Mattei”, l’assioma
dominante ripete: “fermiamo la migrazione irregolare”, “aiutiamoli a casa loro”.
Ma per chi subisce l’oppressione e la repressione non esiste un loro da
“aiutare” o “salvare” che sia diverso dal “noi”. L’imperativo della frontiera,
il non vi muovete che ha dilaniato il corpo di Wissem, è sempre più pressante
sul corpo di chiunque, come lui, voglia migrare; e poi manifestare, occupare,
protestare.
Accertare la verità sulla dinamica della sua morte, a cominciare dalla prossima
udienza è quindi, come dice l’avvocato Romeo, “una prima forma di giustizia”.
L’ultima è l’intero orizzonte verso cui guardare e tendere, perché, come insiste
Henda, la morte di Wissem serva a impedire che casi come il suo si ripetano
ancora. (giulia beatrice filpi)
(archivio disegni napolimonitor)
L’11 aprile quaranta migranti sono stati trasferiti da centri di permanenza per
il rimpatrio italiani a uno dei centri di detenzione amministrativa di Gjadër,
in Albania. Da alcune testimonianze si è evinto che i migranti sono stati legati
per tutto il viaggio e la fase di sbarco con fascette ai polsi, compresi i
momenti dei pasti e di utilizzo dei servizi igienici (pratica rivendicata
orgogliosamente dai ministri Piantedosi e Salvini).
Poco dopo l’arrivo in Albania i detenuti si sono organizzati e hanno avviato una
protesta. L’Ansa ha comunicato che dopo queste proteste dieci dei quaranta
migranti sono stati reclusi nel carcere del centro, sotto il controllo della
polizia penitenziaria. Qualche ora dopo il Viminale ha smentito, senza tuttavia
diffondere altri elementi.
L’operatività della prigione mascherata per migranti richiedenti asilo,
esternalizzata in Albania su iniziativa del governo Meloni, è finora rimasta
inattuata a causa dello stop da parte dei tribunali italiani. Nonostante le
dichiarazioni ufficiali, ostacoli giuridici hanno bloccato l’avvio
dell’operazione, in particolare relativi alla compatibilità di questa misura con
la normativa europea.
I centri “delocalizzati” sono l’emblema del trattamento differenziato riservato
alle persone migranti, come ha sottolineato l’Asgi. Per “risolvere” il problema
giuridico, il governo ha approvato un decreto, il 28 marzo, trasformando quei
centri in Cpr. Da tempo, d’altronde, il ministro Piantedosi sostiene la
necessità di allargare la rete dei centri di permanenza per il rimpatrio, e il
trasferimento a Gjadër rappresenta un ulteriore colpo al diritto delle persone
migranti, isolate con la deportazione in Albania ancora di più, e con una minore
possibilità – per esempio – di entrare in contatto con i rispettivi legali.
Il sistema della detenzione amministrativa illustra perfettamente il rapporto
che intercorre tra dinamiche di repressione dello Stato e l’accumulazione di
profitto da parte dei privati. Sebbene le strutture siano finanziate dal
governo, la loro gestione è affidata a cooperative e aziende, guidate
esclusivamente dall’obiettivo della massimizzazione dei guadagni. Nati nella
forma di Centri di Permanenza Temporanea (Cpt) nel 1998, gli attuali Cpr sono
diventati simbolo di sofferenza quotidiana, abusi sistematici e violazioni dei
diritti umani protratte in un tempo lunghissimo.
Se la legge Turco-Napolitano aveva previsto che i migranti irregolari potessero
essere trattenuti per un periodo massimo di trenta giorni, ben presto la durata
di questa detenzione venne aumentata. Con la legge Bossi-Fini (governo di
centrodestra) del 2002 venne estesa a sessanta giorni, mentre il decreto
Minniti-Orlando del 2017 (governo di centrosinistra) trasformò i Cpt in Cpr,
innalzando la durata a novanta giorni. Nel 2018, il decreto Sicurezza firmato da
Matteo Salvini la aumentò ulteriormente a centottanta, riducendo nel contempo le
possibilità di regolarizzazione attraverso la protezione umanitaria. Infine, nel
2023, il governo Meloni ha innalzato la durata della detenzione fino a dodici
mesi anche per i richiedenti asilo (oltre a siglare l’accordo di cui sopra con
l’Albania).
Le sofferenze patite dai migranti nei centri italiani sono state ampiamente
provate negli anni. Sovraffollamento, carenze igienico-sanitarie, cibo di scarsa
qualità, uso indiscriminato di psicofarmaci sono solo alcuni tra questi. I
farmaci vengono utilizzati in grande quantità e senza consenso del “paziente”,
non solo per “gestire” il malessere psicologico ma anche per sedare la tendenza
a protestare, naturale in quelle condizioni. Numerose sono le testimonianze di
migranti che hanno sviluppato dipendenze o subito danni permanenti a causa di
trattamenti farmacologici imposti, senza alcun supporto o cura adeguata. Anche
le morti, per suicidi indotti dalla prigionia, sono tristemente note.
Della storia di Wissem Ben Abdel Latif questo giornale si è occupato e si
continua di occupare da tempo. Nel 2022 un’inchiesta è stata aperta nei
confronti di un medico del Cpr di Ponte Galeria per la morte di Mustafà Fannane,
con l’accusa di avergli somministrato trattamenti inadeguati. Ousmane Sylla e
Moussa Balde, invece, si sono tolti la vita nei Cpr rispettivamente di Ponte
Galeria e Torino (una delle strutture più infami). Belmaan Oussama è morto nel
Cpr di Palazzo San Gervasio nel luglio 2024, mentre Aziz Tarhouni ha più volte
tentato il suicidio, in uno stato di estrema sofferenza psichica, mentre era
detenuto a Trapani-Milo. (luna casarotti)
(disegno di irene servillo)
Farah è una madre e una donna coraggiosa che si è rivolta alla nostra
associazione per avere notizie di suo figlio Aouina Mohamed Amine, di soli
sedici anni, scomparso durante un viaggio verso l’Europa.
Mohamed Amine è partito la notte del 5 febbraio 2024 da Bizerte, a bordo di un
gommone nero, insieme ad altre diciassette persone, tra le quali sono noti i
nomi di Helmi, Yassim, Mohamed, Bilel, Ayoub, Seif, Fahmi, Mahdi, Maher, Mohamed
Omar, Ghanim, Souahail e del piccolo Anas, di appena cinque anni. La
destinazione era Cagliari, con arrivo previsto per il giorno successivo. Di lui
non si sono mai più trovate tracce.
Alla partenza da Bizerte, Mohamed Amine indossava un maglione nero, pantaloni da
jogging, un giubbotto e scarpe Nike nere. Il giovane aveva una piccola cicatrice
sulla gamba sinistra, poco sotto il ginocchio, ricordo sul suo corpo di un
infortunio subito in passato. Tre giorni dopo la partenza sua madre Farah ha
ricevuto un messaggio da un numero tedesco che riferiva di un possibile
avvistamento del figlio in un ospedale di Cagliari. Tuttavia, nonostante il
messaggio sia ancora disponibile, il numero a oggi risulta inesistente, rendendo
impossibile sia risalire al mittente che verificare se la segnalazione sia
veritiera.
Contattata la polizia, all’ufficio immigrazione sostengono che le verifiche
iniziali condotte dalle autorità non abbiano portato a risultati concreti. Tra
gennaio e marzo 2024 non risultano sbarchi di cittadini tunisini a Cagliari, ma
solo gruppi di algerini. Inoltre, il confronto tra la fotografia del passaporto
di Mohamed Amine e le immagini delle persone sottoposte a foto-segnalamento in
Italia non ha dato esito positivo. La questura di Palermo sostiene che sul
territorio siciliano non risulti alcuna traccia del ragazzo, e che pertanto il
nominativo rimane sconosciuto.
Successivamente si viene a sapere che il 7 febbraio un attivista ed ex
parlamentare tunisino, Majdi Karbai, noto per il suo impegno sui temi
dell’immigrazione, era stato contattato da una persona, familiare di alcuni
migranti in viaggio, per segnalare una situazione di emergenza. Un’imbarcazione
partita da Bizerte e diretta a Cagliari si trovava bloccata in mezzo al mare a
causa di un guasto al motore. I passeggeri a bordo, riusciti a raggiungere
telefonicamente i propri parenti, avevano lanciato l’allarme. Karbai aveva
immediatamente contattato la Guardia Costiera di Roma, quella di Cagliari e
quella siciliana, oltre alla sala operativa della capitale. Nonostante
l’intervento dei soccorsi, però, l’imbarcazione non venne intercettata.
La barca su cui viaggiavano Mohamed Amine e gli altri dovrebbe essere naufragata
al largo della Sardegna, in condizioni di mare tempestoso, il 6 febbraio del
2024. Con l’arrivo della scorsa primavera il mare iniziò a restituire corpi di
vittime, e tra marzo e aprile diversi cadaveri furono ritrovati al largo delle
Eolie e di Rodia, sulle coste della Sicilia, della Calabria e della Campania.
Tra i corpi recuperati, alcuni furono identificati grazie a dettagli diffusi
dalla stampa.
Per esempio, il 13 aprile, il corpo di un’uomo fu trovato in stato di avanzata
decomposizione dalla Capitaneria di Porto di Milazzo, nella zona di mare tra
l’isola di Vulcano e il promontorio di Capo Tindari, nel comune di Patti
(Messina). Il fratello della vittima lo riconobbe grazie a una serie di tatuaggi
distintivi: un dragone, una tela di ragno e uno scorpione. Il giorno successivo,
i resti del piccolo Anas furono rinvenuti da un pescatore nei pressi della zona
industriale di Lamezia. Di suo padre Souahail, invece, non sembra essere rimasta
nessuna traccia.
Grazie all’intervento dell’associazione Mem. Med. Memoria Mediterranea,
ulteriori indagini furono attivate. Tra le diciotto persone disperse si riuscì
però a trovare e identificare solo cinque cadaveri. In quei giorni Farah si
sottopose al test del Dna, ma l’esito fu negativo: nessuno di quei corpi era
quello di suo figlio. A oggi, il nome di Mohamed Amine dovrebbe essere incluso
nella lista ufficiale dei dispersi diffusa dal consolato tunisino a Roma
all’epoca dei ritrovamenti, ma nonostante quattro solleciti, il consolato non
fornisce alcuna conferma a riguardo. Se così non fosse, sarebbe ancora più
difficile che eventuali tracce del corpo di Mohamed Amine vengano associate al
suo nome, in caso di ritrovamento.
Intanto, l’incertezza è diventata per questa donna un tormento insostenibile.
Da un lato, la speranza che Mohamed Amine possa essere sopravvissuto le dà la
forza di continuare a cercarlo e di non arrendersi. Dall’altra, il timore che il
mare, silenzioso custode di innumerevoli tragedie, possa un giorno restituirle
il corpo del figlio non le dà pace. In bilico tra questa speranza e questo
dolore Farah continua a lottare per la verità, e perché anche di fronte
all’immensità del mare ogni vita venga ricordata; e ogni storia, per quanto
tragica, raccontata. (luna casarotti – yairaiha ets)