Privati dell’acqua. A Napoli la giunta Manfredi trasforma l’azienda idrica in società per azioni

NapoliMONiTOR - Wednesday, July 29, 2026
(disegno di vinylico)

“C’è un legame indissolubile tra beni comuni, diritti che devono essere soddisfatti
e possibilità per la persona di accedere ai primi in modo tale
da non essere sottoposta alle regole di una scarsità reale o artificiale e sostanzialmente a una logica di mercato.
I beni comuni ci parlano di una logica non mercantile,
anche se poi, quando essi vengono gestiti, interviene il mercato”.
(Stefano Rodotà)

La deliberazione con cui, il 24 luglio scorso, la giunta comunale di Napoli ha avviato la trasformazione dell’azienda speciale ABC in Acqua Bene Comune Napoli S.p.A. Società benefit – adottata mentre era in corso la manifestazione contro tale scelta, e dopo mesi di richieste di proroga della concessione ad ABC – ha riaperto la questione politica su quale sia la forma giuridica più adeguata alla gestione di un bene essenziale e pubblico come l’acqua.

Non è una domanda soltanto tecnica. Il diritto è strumento e forma della politica: è il fine perseguito a determinare quale sia il mezzo più idoneo a realizzarlo. La domanda che noi ci poniamo è quale sistema è coerente con la natura pubblicistica dell’acqua come bene comune, anche e soprattutto in una logica di democrazia partecipativa.

L’opposizione dei cittadini alla privatizzazione dell’acqua risale al 2011. Subito dopo il referendum abrogativo, a enorme partecipazione popolare, il comune di Napoli trasformò Arin S.p.A., interamente pubblica, in ABC Azienda Speciale, con la consapevolezza che una società di capitali resta sempre una società di capitali sottoposta al diritto societario – anche quando è pubblica al cento per cento, anche quando il socio è il Comune, anche quando si rassicura che nessun privato entrerà mai. La società per azioni ha un capitale, quote, azioni, strumenti societari, ha una possibilità infinita di far gemmare organi sociali (il che significa possibilità di incarichi, consulenze e quant’altro) e un controllo meno stringente da parte della Corte dei Conti. Infatti, ricordiamo tutti come solo la pressione dei movimenti incalzò la giunta Iervolino per revocare la delibera che prevedeva la cessione di quote dell’Arin S.p.A. ai privati.

Oggi una società in house può essere integralmente pubblica, domani può essere aperta al privato attraverso cessioni di quote, fusioni, aumenti di capitale, aggregazioni, società miste, operazioni regionali o industriali. L’azienda speciale, invece, è un ente pubblico strumentale. Non ha e non potrà mai avere soci privati a meno di una trasformazione (come quella che sta avvenendo), perché non ha azioni da vendere. Giunti quasi alla scadenza della concessione, l’amministrazione comunale, l’Ente idrico campano e una parte del ceto politico-istituzionale stanno costruendo la narrazione dell’inevitabilità della fine di ABC sulla base di due argomenti: la scadenza dell’affidamento e l’articolo 14 del d.lgs. n. 201 del 2022 (c.d. decreto Draghi). Poiché il servizio idrico integrato è un servizio a rete, allora non sarebbe più possibile mantenere ABC nella forma di azienda speciale. Ne deriverebbe, secondo questa ricostruzione, la necessità di trasformarla in società per azioni, a controllo comunale. Il punto decisivo è che la giunta del sindaco Manfredi utilizza la scadenza del 2027 come argomento di chiusura, quasi fosse una soglia oltre la quale il modello ABC deve necessariamente estinguersi. Ma la scadenza della concessione non implica automaticamente l’obbligo di trasformazione dell’azienda speciale in S.p.A. (come dimostrato nel parere del prof. Alberto Lucarelli – sul punto anche Gaetano Azzariti).

La convenzione di affidamento di ABC contempla la proroga per ulteriori trent’anni dalla scadenza. Non si deve procedere a un nuovo affidamento, ma verificare se sia possibile dare continuità a un rapporto già instaurato. La differenza non è nominalistica ma sostanziale. Dire che la proroga equivale sempre e comunque a un nuovo affidamento significa forzare il dato giuridico per produrre un effetto politico, e cioè rendere inevitabile la S.p.A. D’altronde, questa amministrazione si è già mostrata aperta alle privatizzazioni in genere (basti pensare all’edilizia pubblica e alla costituzione della Napoli Patrimonio S.p.A.). È vero che l’articolo 14 d.lgs. n. 201/2022 limita la gestione in economia e tramite azienda speciale ai servizi diversi da quelli a rete; ma questa previsione non può essere automaticamente trasformata in una clava contro le gestioni pubblicistiche già esistenti. Il decreto non dice che le aziende speciali devono essere trasformate, diventando società per azioni, e neppure che ogni proroga è vietata. Del resto, anche la Corte dei Conti ci ha detto di recente che la gestione dell’acqua può rimanere affidata alle aziende speciali, come ABC; basterebbe leggere la delibera della Sezione di Controllo della Campania della Corte datata 29 aprile 2026 sulla vicenda Acquedotto di Mugnano.

Una volta chiarito questo, cade la maschera.

La forma giuridica dell’acqua conta. L’azienda speciale struttura il servizio come funzione pubblica, con un consiglio di amministrazione partecipato, un comitato di sorveglianza e il bilancio partecipato; la S.p.A. lo colloca dentro la grammatica societaria con effetti sulla governance, sul controllo democratico, sul rapporto con i lavoratori, sulla possibilità di esternalizzare, sulla logica tariffaria, sull’equilibrio economico-finanziario e, non in ultimo, sull’apertura futura al capitale privato.

Il primo segnale, spesso, arriva proprio dal lavoro. Il caso dei call center che si legge in questi giorni e delle esternalizzazioni è emblematico. La privatizzazione non comincia sempre con l’ingresso del socio privato. Talvolta comincia con la frammentazione del lavoro, con l’indebolimento della contrattazione, con la trasformazione del lavoratore in costo comprimibile. Lo stesso vale per le tariffe (chiediamoci quanto il costo dei biglietti della metro sia aumentato nel corso degli ultimi anni, nonostante il pessimo servizio erogato da Anm – società comunale, appunto). La forma pubblica della proprietà non basta a garantire la funzione sociale del servizio. Una S.p.A. pubblica può benissimo scaricare sui cittadini il peso degli investimenti, dei debiti, dei piani industriali, delle inefficienze accumulate. Per questo la questione ABC non riguarda solo gli assetti giuridici. Riguarda il modello di città.

La vicenda ABC si intreccia con la “partita” regionale della grande adduzione. Il presidente regionale Fico, difensore della prima ora dell’acqua pubblica (anche se da presidente della Camera dei deputati nulla ha fatto per una legge sui beni comuni e sull’acqua pubblica, in attuazione dell’esito referendario) si è esposto solo sulla vicenda De Luca, revocando la delibera che apriva alla cessione del quarantanove per cento delle quote ai privati nella gestione delle grandi reti idriche regionali, ma sulla modifica del modello ABC pare essere d’accordo con il sindaco Manfredi. Questo non basta, infatti, per fermare il privato, se poi si affida la gestione alla forma della S.p.A. e se la Regione concede copertura politica alla linea Manfredi sulla trasformazione di ABC. Se la Regione Campania sostituisce alla società mista una S.p.A. (anche a capitale interamente pubblico) la formula rimane invariata. A Benevento, per esempio, la privatizzazione non solo è già iniziata ma procede secondo i piani del mercato. La gestione del servizio idrico nel beneventano è passata a un modello misto pubblico-privato con l’affidamento ad Acea Acqua del quarantacinque per cento delle quote della costituenda società Sannio Acque S.r.l., mentre sono in corso processi di privatizzazione nei trentuno comuni dell’area nord di Napoli a cui i movimenti territoriali si stanno opponendo.

La vera rottura per Fico sarebbe un’altra. Occorrerebbe istituire un’azienda speciale regionale per la grande adduzione, sul modello di Molise Acque. Una struttura pubblicistica regionale, non una società di capitali. Un ente capace di gestire infrastrutture strategiche senza consegnarle alla logica delle quote, del capitale, delle future aperture societarie. Questa sarebbe la scelta coerente con il referendum del 2011.

A questo punto gli scenari sono tre.

Il primo è quello avviato dall’amministrazione comunale con la delibera del 24 luglio, di cui occorre attendere la pubblicazione. La trasformazione di ABC in S.p.A. integralmente pubblica, rassicurazioni sulla permanenza del controllo comunale, promessa che nulla cambierà, ma la veste di S.p.A. non lo impedisce.

Il secondo scenario, sostenuto da cittadini e comitati, è quello della proroga dell’affidamento ad ABC. È lo scenario coerente con il referendum e che un gruppo di cittadini attivamente sta difendendo (i movimenti per l’acqua pubblica in Campania protestano da settimane e padre Alex Zanotelli ha annunciato azioni di disobbedienza civile). Questa scelta richiede una motivazione rafforzata, assunzione di responsabilità da parte del Comune, dell’Ente idrico campano e della Regione.

Il terzo scenario è quello del conflitto. Se le istituzioni continueranno a sottrarsi al confronto, saranno i cittadini, i lavoratori e i comitati a riportare la questione nello spazio pubblico. Ed è ciò che sta già accadendo. Le mobilitazioni sull’acqua pubblica stanno ricostruendo un fronte sociale che tiene insieme difesa di ABC, opposizione alla S.p.A., tutela dei lavoratori, contrasto alle esternalizzazioni, critica agli aumenti tariffari e rivendicazione di una gestione regionale integralmente pubblica della grande adduzione.

È inutile nascondere che anche l’esperienza ABC ha avuto problemi, a causa anche del disinteresse del sindaco de Magistris verso il modello bene comune che andava attuato e rinforzato. A questo punto si correggano governance, investimenti, controlli, partecipazione, organizzazione interna. Quei problemi sono stati usati come pretesto per cancellare l’unica grande esperienza italiana di attuazione istituzionale del referendum sull’acqua pubblica. La verità è che l’azienda speciale dà fastidio perché non è facilmente contendibile, non ha capitale da aprire, né ha soci da far entrare; non è compatibile con le operazioni finanziarie e conserva un legame più stretto tra ente pubblico, servizio, lavoratori e comunità. 

Napoli perde il primato di capitale dell’acqua pubblica, condiviso insieme ad altre città europee come Parigi, Berlino, Monaco. Ma gli abitanti, i movimenti, i comitati non perdono la memoria di quella conquista, né la capacità di rivendicarne ancora il significato politico. (andrea chiappetta / michela tuozzo)