
Qualcosa dentro di sè. Convertirsi all’Islam a Napoli
NapoliMONiTOR - Friday, September 18, 2026
(disegno di otarebill)Le moschee di Napoli si trovano nei quartieri di Garibaldi, Mercato e Pendino, dove negli anni si è consolidata una comunità islamica multiculturale, che comprende fedeli nati musulmani e convertiti all’Islam. Malgrado non esistano dati precisi circa la presenza musulmana in Italia e circa le conversioni di italiani all’Islam, secondo i dati Istat, Napoli è la città del sud Italia con la maggiore presenza musulmana e conta una delle percentuali di convertiti più alte del paese.
Nel 1989 la comunità musulmana della città ha presentato al Comune la prima richiesta di una vera moschea, di un luogo di culto unico in cui ospitare tutti i fedeli, ma il progetto non è mai stato approvato. Oggi, infatti, le sette moschee della città sono in realtà piccoli centri culturali di aggregazione, adibiti a sale di preghiera. Tre di queste sono connotate etnicamente: i musulmani bengalesi hanno aperto due sale di preghiera, in via Lavinaio e in via Sopramuro; in via Firenze si trova la moschea senegalese.
In via Spaventa c’è la moschea dell’imam Amar Abdallah, presidente della comunità islamica di Napoli. La moschea organizza gite fuori porta, corsi di arabo e di lettura del Corano per adulti e bambini. È qui che ho appuntamento con Francesca, studentessa napoletana convertita all’Islam e membro di Nisa, associazione femminile islamica nata proprio tra le mura della moschea. Ci incontriamo all’ingresso, a pochi passi dalla stazione. Con lei c’è Maria, anche lei convertita all’Islam e membro di Nisa. Quando entro in moschea è l’ora della preghiera del pomeriggio, vedo alcuni uomini prendere un tappeto e andare verso la loro sala di preghiera, più ampia di quella delle donne. Le ragazze mi chiedono di togliere le scarpe e mi danno un velo da indossare, poi mi portano al piano di sopra, dove ci sono le sale di preghiera per le donne: alcune pregano, due ragazze chiacchierano tra loro a bassa voce.
Francesca ha ventiquattro anni e studia francese e arabo alla facoltà di mediazione linguistica dell’Orientale. Abita a Mergellina con sua madre e proviene da una famiglia di cristiani non praticanti. Al liceo ha vissuto vicino Parigi per sette mesi, per imparare il francese, e ci è tornata dopo tre anni per studiare francese e arabo. Mi racconta che nella sua classe in Francia c’erano ragazze di tante nazionalità diverse, originarie del Congo, della Martinica, del Marocco e della Tunisia, e molte di loro erano musulmane.
«C’era una ragazza turca, lei era musulmana – dice Francesca –. Mi piaceva il modo in cui si approcciava alla religione, perché dava sempre una risposta sensata e razionale alle mie curiosità. Quando le chiedevo dell’Islam non credevo che mi sarei convertita, ero solo curiosa. Prima di convertirmi ero atea e per me era strano che ci fossero persone della mia età che credevano davvero in un dio. Mi domandavo perché loro credessero in qualcosa, come facessero a credere. Frequentando delle ragazze musulmane, diventai curiosa di alcuni aspetti dell’Islam sui quali prima avevo dei pregiudizi. Spesso domandavo alla ragazza turca perché c’era bisogno di mettere il velo, oppure perché si doveva mangiare la carne halal. Lei mi regalò un libro sul rapporto tra la scienza e il Corano, scritto da alcuni professori musulmani convertiti e da non musulmani. Dopo aver letto il libro iniziai a fare ricerche per comprendere ancora meglio l’Islam. Qualcosa si era insinuato dentro di me. Ad agosto dell’anno dopo, tornata in Italia, mi sono convertita. Direi che in Francia è nata la curiosità per l’Islam, ma quando sono tornata in Italia ho cercato di capire se l’Islam facesse per me, se fosse vicino alle mie idee, a prescindere dai condizionamenti delle persone che frequentavo».
La conversione di Francesca è stata molto graduale, senza cambiamenti bruschi né rigide auto-imposizioni. Nel suo racconto non compare un momento preciso, improvviso, in cui avviene la conversione. Addirittura, racconta di non aver vissuto un’esperienza spirituale quando si è convertita, ma si è trattato piuttosto di un processo razionale, dai confini sfumati e non definibili. Infatti, convertitasi a diciotto anni, per i primi due anni ha praticato la religione diversamente da come lo fa adesso, perché sentiva il bisogno di comprendere i precetti dell’Islam e di integrarli gradualmente nel suo stile di vita. «Prima di convertirmi – continua Francesca – avevo pensato a come sarebbe cambiata la mia quotidianità, ma all’inizio a me bastava credere, mi bastava la fede. Diventai vegetariana per non mangiare carne, ma non andavo a comprare carne halal. Iniziai a vestirmi in modo più modesto, a volte mettevo il burkini, ma non portavo ancora il velo. Smisi anche di bere e fumare: ero contenta di avere finalmente un motivo per smettere; prima i miei amici lo facevano e di conseguenza lo facevo anch’io. Non pregavo cinque volte al giorno, all’inizio magari pregavo due volte al giorno o non lo facevo affatto. Al primo Ramadan ruppi il digiuno con del maiale, ma da quel giorno ho smesso di mangiarlo. Non mi sono mai detta di non poter fare qualcosa perché la religione me lo imponeva, volevo cambiare gradualmente, secondo i ritmi che funzionavano per me».
La conversione di Francesca è stata comunque un’esperienza solitaria, dato che inizialmente non conosceva persone musulmane e non sapeva che a Napoli ci fossero moschee, macellerie halal e punti di ritrovo. «A volte mi chiedevo se fossi pazza – prosegue –. Mi domandavo se la conversione avesse avuto senso, sentivo una sorta di scissione dentro di me. Avevo fatto una scelta, ma era come se nessuno fosse come me ed era molto strano. Sentivo quasi di avere una doppia personalità, anche perché in Francia avevo detto ad alcune persone di essermi convertita, mentre in Italia, oltre alla mia famiglia e alle mie amiche più strette, non lo avevo detto a nessuno. Per chi sapeva della conversione esisteva una persona, la Francesca musulmana, per chi non lo sapeva ne esisteva un’altra, la Francesca di sempre, che era stata atea fino a due anni prima. Avevo paura del giudizio delle persone e quindi a volte indossavo il velo, altre lo toglievo. Oggi finalmente ho risolto questa scissione. Quando sei una ragazza con il velo, e in generale quando sei percepito come diverso rispetto a ciò che è considerato la norma, hai sempre la sensazione di dover giustificare la tua esistenza, ma oggi non sento più la necessità di dovermi adattare alle diverse situazioni in cui mi trovo, indosso sempre il velo e non nascondo più alle persone che sono musulmana».
Le domando com’è cambiato il rapporto con le persone intorno a lei, con la famiglia e con gli amici, dopo la conversione. «All’inizio, ogni volta che uscivo con il velo diventava un incubo, perché mia madre mi diceva di toglierlo per evitare che la gente mi fissasse. Ma il fatto che fossi musulmana ai miei non è mai interessato troppo, e non lo capivano nemmeno. Per tanto tempo mia madre ha pensato che avessi preso questa scelta perché soffrivo per la loro separazione, come se fosse una risposta a un dolore che provavo, ma per me non è mai stato così. Per lei il velo è stata la cosa più difficile da accettare. Mio padre invece era curioso, mi faceva delle domande, non si è mai opposto. Mia sorella maggiore è felice di poter conoscere l’Islam in un modo diverso, non stigmatizzato, attraverso la mia esperienza. Quest’anno ha persino fatto il Ramadan».
Il rapporto con le sue amiche non è cambiato dopo la conversione, Francesca racconta di essersi sentita sostenuta nella sua scelta e che non si sono allontanate solo perché avevano abitudini diverse. Se escono per andare a bere non ci va, ma in altri contesti si trova bene insieme a loro. Inoltre, dopo la conversione ha conosciuto molte ragazze musulmane. «Dopo il Covid sono andata a studiare in Francia. Quando sono tornata a Napoli, ho iniziato a frequentare la moschea, ho conosciuto le ragazze e insieme abbiamo creato Nisa. Ho scoperto la moschea il giorno dell’Eid Al-Fitr, venni qui a piazza Garibaldi per pregare e la madre di una mia amica, che aveva capito che fossi convertita, mi ha presentato le ragazze e da lì ho iniziato a frequentarla. Ho visitato anche altre moschee nei dintorni, ma non mi piacciono gli spazi per le donne».
Maria ha ventidue anni, vive a Cardito e studia mediazione linguistica all’Orientale. Il suo processo di conversione è iniziato al liceo grazie a un’amica musulmana, originaria del Pakistan, con cui ha vissuto a Milano. «La sua religione – racconta – mi incuriosiva, spesso le facevo domande e facevo ricerche da sola. Fu lei a regalarmi la piccola biografia del profeta e, leggendo, mi colpì il comportamento esemplare di Maometto. Il mio processo di conversione è stato facile e sereno. Pronunciai la shahada di fronte a lei, poi i suoi genitori, che vivevano a Napoli, volevano che mi convertissi ufficialmente e mi accompagnarono alla moschea qui a via Spaventa. Da quel momento ho iniziato a frequentarla. Anche per me la conversione è stata in gran parte razionale. Tutto ciò che avevo letto e su cui mi ero informata aveva senso. Mi piacevano le regole di comportamento del Corano e l’idea che alcuni precetti delle scritture siano confermati dalla scienza. Per esempio, ai musulmani è consigliato bere da seduti e anche la scienza dice che è meglio per lo stomaco. Una persona che non crede non può sentire la spiritualità, le interessano i fatti concreti; la spiritualità e la sensazione di potersi affidare completamente a dio vengono dopo. Nell’Islam la fiducia totale in dio si chiama Tawhid. Devi fare sempre del tuo meglio, ti affidi a dio, che vede il tuo impegno e ti ricompensa. Io ora sento di credere totalmente in dio e farlo mi permette di essere più serena, mi fa sentire protetta. So che dio mi vede».
Quando le domando come la conversione ha influito sul rapporto con la sua famiglia, Maria mi dice che è figlia unica e che i genitori, che sono separati, hanno reagito in modo molto diverso. Sua madre crede che lei sia stata condizionata dalla sua vecchia amica del liceo e che la conversione sia stato un modo per affrontare il dolore della separazione dei genitori, ma per Maria non è così. «Mio padre lavora a contatto con gli studenti in Erasmus – continua –, la maggior parte originari di paesi musulmani come la Siria o il Pakistan, quindi lui ha sostenuto la mia scelta. Mi fa i complimenti sul velo, ha assaggiato la carne halal e ha persino imparato qualche parola in arabo. Mia madre, che è cristiana e frequenta la Chiesa, non ha mai accettato la conversione e il suo rifiuto ha reso il nostro rapporto più difficile di quanto non fosse già. Prima della conversione mi chiedeva perché non indossassi le gonne e non mi truccassi in un certo modo; il velo non le piace e non ne comprende il senso. Mia madre è profondamente influenzata da ciò che dicono in televisione, dagli stereotipi, da tutto ciò che ascolta. È una persona chiusa nella piccola realtà del suo paesino, circondata da persone che le assomigliano».
Gli altri membri della sua famiglia hanno chiuso i rapporti con lei dopo la conversione. «Cercano sempre di non lasciarmi da sola con i miei cugini, perché pensano che io sia un’influenza negativa. Mia zia ha preso in affidamento una bambina, la cui madre biologica è musulmana, e non vuole che io le metta in testa idee strane, come dicono loro. Non mi è mai interessato del giudizio delle persone, io ero convinta della mia scelta e mi andava bene anche restare da sola».
Dopo la conversione la sua vita e le sue abitudini non sono cambiate. «Non mi è mai piaciuto bere né fumare e già prima di convertirmi ero vegana, mentre adesso mangio la carne halal, perché credo che il modo in cui l’Islam tratta gli animali sia più etico e rispettoso».
Francesca e Maria condividono un’interpretazione personale del velo, non soltanto legata alla religione. Sara Hejazi, antropologa italo-iraniana, parla dell’hijab come di un simbolo che rappresenta la volontà di consacrare la propria vita a dio e che per questo è una libera scelta della donna. La tendenza occidentale di concepire il velo come strumento ideologico e di sottomissione femminile, unita a una lettura letterale del Corano, minano il significato profondo dell’hijab. Il velo che si vede oggi, secondo Hejazi, “non ha nulla a che vedere con la tradizione, ma è portatore di nuovi significati, legati al risentimento culturale, alla rivalsa, alla ricerca spirituale di modelli alternativi. [Le musulmane delle nuove generazioni] lo indossano per esprimere se stesse attraverso il corpo”.
Per Maria il velo significa innanzitutto appartenere a una comunità: “Mi sono sempre vestita in modo abbastanza modesto e mi piaceva indossare il velo anche prima di convertirmi, ma solo con il tempo ne ho compreso il significato. Per me il velo è un simbolo: ovunque io vada le persone attorno a me sanno che sono musulmana e questa appartenenza alla comunità islamica è una responsabilità di cui vado fiera”.
Francesca sottolinea la scelta che si trova alla base del velo: “Il canone eurocentrico viene sempre imposto su chiunque nel mondo e si tende a credere che chi devia rispetto a quel canone sbagli. Credo che questo porti allo shock per il velo, che ci tengo a ribadire essere una scelta. Per me il velo è uno strumento di liberazione, non un sintomo di oppressione. Il velo mi permette di non essere giudicata dalle persone che ho intorno solo per il mio corpo e di non diventare ossessionata dal mio aspetto. Ci sono tante frange del movimento femminista. Per me indossare il velo significa mostrare agli altri la mia personalità, non soltanto il mio aspetto, e questo è il mio modo di essere femminista. Credo che il mio valore risieda dentro di me, non nel mio aspetto fisico, e secondo me indossare il velo lo dimostra. Non significa darla vinta agli uomini che ci vogliono coperte, al contrario, per me un uomo è più interessato a vederci scoperte”.
Francesca ha cominciato a indossare il velo solo due anni dopo la conversione. “Se lo avessi fatto subito sarebbe stato più difficile. A un certo punto desideravo metterlo, perché ne avevo compreso il significato e gli avevo dato una mia personale interpretazione. Mi piace pensare che, da quando indosso il velo, la gente possa vedermi solo per ciò che sono dentro. Oggi ci sono giorni in cui è più difficile indossarlo, magari a volte fa caldo e mi dà fastidio avere tanti vestiti addosso, ma è più qualcosa di psicologico, perché il velo aiuta a ripararsi dal caldo”.
Maria e Francesca frequentano la moschea quotidianamente. Per loro non è solo un luogo di preghiera, vanno lì per riposarsi dopo l’università, per fare le riunioni del gruppo o soltanto per stare insieme, è il loro punto di ritrovo. Maria mi racconta che è affezionata all’imam e che lavora come sua segretaria: “Io vengo in moschea tutti i giorni, per pregare, per incontrare le ragazze, per rilassarmi. Il sabato e la domenica insegno un po’ di arabo ai bambini, prendo i pagamenti, distribuisco i libri. Sono affezionata alla moschea, è come se facessi parte di una grande famiglia”.
Francesca mi racconta che durante il Ramadan hanno l’abitudine di fare l’iftar, il pasto serale con cui si rompe il digiuno, in moschea tutte insieme, mentre i ragazzi non hanno mai avuto questo genere di iniziative, e questo è uno dei motivi per cui è nato il gruppo Nisa. Mi spiegano che prima di fondare il gruppo alla moschea c’era il GMI, che poi è stato chiuso. Volevano che ci fosse un’associazione di questo tipo, perché a Napoli non ce n’era nessuna e ancora oggi ce ne sono poche. “Noi uscivamo spesso insieme – dice Francesca –, ma c’erano tante ragazze della nostra età che vedevamo in moschea e pensavamo che potesse essere bello creare un gruppo e organizzare delle attività insieme. Il GMI era un gruppo misto, noi abbiamo voluto creare un gruppo femminile, perché all’interno della moschea i ragazzi sono pochi e non sono attivi. Ci sono molti ragazzi dell’Orientale che si stanno convertendo e questo è interessante, ma non sono ancora attivi a livello locale”.
A Maria non piaceva che all’interno del GMI ci fossero sia uomini che donne, perché hanno un modo molto diverso di vivere la moschea e la religione. “Io sono molto severa nei confronti degli uomini musulmani, perché non rappresentano l’Islam correttamente. Per farti un esempio, secondo le Scritture gli uomini devono abbassare lo sguardo quando passano di fronte a una donna, ma non lo fanno mai e spesso diventano molesti. Inoltre anche loro dovrebbero seguire le regole della modestia, coprendosi fino all’ombelico e alle ginocchia, ma non le rispettano. Credo che senza uomini siamo più tranquille”.
Verso la fine del nostro incontro, le ragazze mi raccontano delle vicende accadute da quando frequentano la moschea, legate al modo in cui i social media e i programmi televisivi raccontano l’Islam. In alcuni talk show i presentatori invitano persone musulmane che vivono in Italia, ma che non parlano bene la lingua, per farli confrontare con politici e giornalisti islamofobi e loro non hanno gli strumenti adeguati per difendersi, o per spiegare cos’è davvero l’Islam, e perché è diverso dal modo in cui viene rappresentato dai media e dai politici occidentali. Maria mi racconta di essere finita senza il suo consenso su un programma di Rete 4, in un reportage intitolato “Pericolo Islam: nelle moschee che predicano il martirio”. “Dopo l’università vengo sempre qui in moschea per la preghiera del pomeriggio e di solito non c’è nessuno – racconta –. Quel giorno ero da sola e stavo per pregare, quando una signora con il velo entrò nella stanza. Io pensai che fosse una convertita, perché indossava male il velo, e che dovesse parlare con l’imam. Lei invece mi chiese cosa ne pensassi della jihad. È una domanda molto strana, perché il concetto di jihad negli anni è stato mal interpretato e reso controverso. Io le spiegai che la religione non c’entra nulla con chi si fa saltare in aria. Lei mi stava registrando, aveva nascosto un microfono e una telecamera. Io e l’imam siamo andati in onda senza il nostro consenso, ma lei ha tagliato la parte in cui dicevo che chi si suicida e uccide gli altri non fa parte dell’Islam, così dall’editing sembra che io difenda chi lo fa”.
La stessa giornalista è andata in diverse moschee e ha intervistato degli imam che non sanno parlare bene l’italiano, che quindi rispondevano alle sue domande in arabo e in inglese, e ciò che dicono non corrisponde a quello che c’è scritto nei sottotitoli in italiano. Francesca mi spiega che jihad significa sforzo. Ci sono vari tipi di jihad, ma lo sforzo più grande che si può fare è la Jihad Al-Nafs, che è la lotta spirituale e interiore contro il proprio ego, per dominare i desideri negativi. “La jihad non c’entra nulla con la guerra santa, che è un concetto cristiano. L’Islam infatti proibisce il suicidio e la violenza in generale contro le persone, gli animali e l’ambiente”.
Francesca mi dice che i precetti dell’Islam che la rispecchiano sono quelli che riflettono i valori di uguaglianza, di rispetto per la terra e per la diversità delle persone, “mentre il mio momento preferito della preghiera è il sujud, quando si poggia la testa per terra. È una delle poche posizioni del corpo in cui il cuore si trova sopra la testa e si ha un flusso di sangue ossigenato che arriva al cervello e che ti fa sentire bene fisicamente”. Maria mi spiega che è il momento in cui il fedele è più vicino ad Allah, perché volontariamente ci si mette in posizione di massima prostrazione e umiltà e quindi è considerato il gesto più sacro della salat (la preghiera).
Poco prima che vada via, Maria mi chiede se voglio provare a leggere il Corano. Nella sala ne hanno varie copie. Me ne mostra una e mi indica cosa leggere, spiegandomi che per ogni sura ci sono regole diverse. “Io ho studiato arabo in moschea per due anni e l’anno scorso mi sono iscritta all’Orientale – mi spiega –. Mi piace molto leggere il Corano, perché devo essere concentrata per seguire le regole di lettura e recitazione. Lo sto studiando da un po’ di tempo e ho memorizzato diverse sura”.
Francesca invece ha seguito in moschea un corso per imparare a leggere il Corano, ma non le piace l’arabo perché all’università glielo hanno insegnato male. Mi dice che sa leggerlo piano, ma che non capisce ciò che legge. “Mi piacerebbe poter leggere e capire subito, soprattutto perché durante la preghiera recitiamo il Corano e comprendere la preghiera è molto emozionante. Durante il Ramadan facciamo la preghiera notturna e a volte si sente l’imam che piange e che si emoziona. mi piacerebbe poter parlare con le persone in arabo, ma non so se avrò mai la voglia di studiare arabo di nuovo”.
Quando chiedo alle ragazze come si vedono nel futuro, quali sono le loro aspirazioni e quanto la religione influenza l’idea di donna che vogliono incarnare, entrambe mi parlano del desiderio, che si trasforma quasi in un bisogno, di avere un impatto sulle persone e di trasmettere loro un’idea diversa, positiva, dell’Islam. Maria sente il peso di non poter sbagliare solo perché musulmana. “La società non mi perdona ciò che perdona alle persone che non lo sono, quindi ho un senso di responsabilità, so che devo essere esemplare e voglio mostrare che l’Islam non è quello di cui tutti parlano”.
Maria mi spiega che prima della conversione le sue ambizioni erano laurearsi e studiare. “Adesso è diverso, sento una responsabilità di mostrare agli altri che le donne con il velo possono fare tutto ciò che vogliono, che non siamo diverse dalle altre. Qui c’è bisogno di portare questo esempio, questa novità nel modo di concepire l’Islam. Voglio essere un esempio soprattutto per le donne, voglio che siano ambiziose e indipendenti, a prescindere dal velo e dalla religione”. (emma de simone)