Coppa America, marketing e propaganda. Chi passa all’incasso dopo le pre-regate

NapoliMONiTOR - Wednesday, September 30, 2026
(disegno di diego miedo)

In psicologia si chiama “elaborazione euristica” l’utilizzo di regole generali per prendere decisioni e sviluppare giudizi rapidi. Le euristiche funzionano come automatismi: si basano su esperienze e conoscenze sedimentate, che adattiamo alle nuove realtà in cui ci imbattiamo. Sono meccanismi studiati e sfruttati nel marketing, per esempio attraverso l’euristica dell’autorità, per la quale tendiamo a fidarci acriticamente dei giudizi espressi da esperti o personaggi autorevoli (un sindaco o un genitore), o quella della rappresentatività, per cui valutiamo qualcosa associandola a una categoria o a uno stereotipo (“una cosa bella è necessariamente di qualità”).

Elaborazioni euristiche e persuasione indiretta sono due tra le principali strategie che la propaganda legata all’America’s Cup di vela sta utilizzando per rafforzare la vendibilità (oltre che la credibilità) dell’evento. Una vendibilità che è certamente aumentata dopo il fine settimana di pre-regate appena trascorso, in cui l’intero lungomare napoletano è stato trasformato in villaggio per spettatori e curiosi, che hanno ammirato per giorni le barche a vela rincorrersi nel golfo.

Viene però da chiedersi chi ha venduto cosa, e a chi, con questa imponente operazione. Sicuramente l’organizzazione della competizione ha capitalizzato l’evento; si tratta d’altronde di una macchina mangiasoldi che sposta centinaia di milioni per ogni edizione, tra contributi pubblici, sponsorizzazioni private e diritti televisivi. Della bellezza del golfo partenopeo e del contributo di migliaia di comparse non retribuite, hanno beneficiato gratuitamente i miliardari dell’America’s Cup Partnership, e quindi Emirates Team New Zealand, Luna Rossa Prada-Pirelli, Athena Racing-GB1, Alinghi Red Bull Racing, K-Challenge-Orient Express. Nella settimana di eventi decine di cameramen si sono aggirati nel villaggio riprendendo lo spettacolo, e poi ore di riprese via drone sono state accumulate, i fotografi hanno lavorato sodo, senza contare il materiale prodotto dagli smartphone dei visitatori e ceduto, sempre gratuitamente, alle grandi piattaforme social e quindi alla pubblicità.

L’altro grande affare, però, è stato fatto dall’amministrazione comunale, e in particolare dal sindaco Manfredi, il quale ha ripetuto ossessivamente nelle interviste che tutto ha funzionato per il meglio, che la città si è fatta trovare pronta, che i dispositivi di sicurezza sono stati efficaci. In realtà, se è vero che non ci sono stati episodi eclatanti, le disfunzioni ci sono state: nella stazione della metro Toledo si è registrato il caos per la rottura delle scale mobili; una piccola voragine si è aperta sulla riviera di Chiaia nella giornata di venerdì bloccando il traffico per ore; gli interventi sul “decoro urbano” sono stati raffazzonati e superficiali (vedi le panchine dipinte solo sul lato davanti e lasciate piene di ruggine sul di dietro); sul fronte sicurezza, poi, alcune barche sono riuscite a fine regata a eludere il blocco della Guardia costiera, avvicinandosi a quelle in gara. A chi non era in quei luoghi tutto questo non è stato raccontato, ma non è questo il punto.

L’offensiva mediatica ha ricordato per certi versi ciò che accadde per la sfilata scudetto sul lungomare del 2025, quando una meravigliosa giornata di sole, la partecipazione popolare, l’entusiasmo e la passione dei tifosi furono sfruttati per rilanciare ulteriormente l’immagine della città, a beneficio del mercato turistico, che ha necessità di essere continuamente sollecitato, ma anche del mercato finanziario, per il quale l’affidabilità conta quanto e più della bellezza (dalla Apple a Msc, fino al gruppo londinese Rocco, buona parte del cui capitale proviene dal fondo saudita PIF, che dalla prossima estate gestirà un albergo extra lusso dentro lo storico palazzo Sirignano).

Il cosiddetto “ritorno d’immagine” giova, in piena campagna elettorale, anche al sindaco, che si accontenterà probabilmente di una rielezione a primo cittadino una volta tramontate le possibilità di diventare il leader-outsider del Campo largo per le prossime elezioni politiche. E non è un caso che a occuparsi di immagine – dandogli una curiosa delega “all’America’s Cup” – Manfredi abbia nominato un suo fedelissimo, il più quotato in termini di comunicazione politica: Carlo Puca, dallo scorso maggio assessore “alla partecipazione attiva e all’immagine della città”.

Puca è un giornalista napoletano, assunto negli anni Novanta alla Rai per aver ripreso con una telecamera nascosta un combattimento clandestino tra pitbull. È stato autore televisivo, ha scritto per Panorama e il Riformista, e nel 2012 si “finse camorrista” per un reportage opinabile che ebbe una grossa eco. È stato stretto collaboratore di Antonio Polito durante la sua esperienza di senatore, ed è attualmente coordinatore regionale di Progetto Civico, un piccolo partito di centro (fondato da Alessandro Onorato, assessore al turismo a Roma), che si candida a essere l’ala moderata proprio del Campo largo. «Questo è uno – mi ha raccontato qualche mese fa un noto giornalista napoletano – che chiama in redazione senza farti problemi, e mette becco su cosa può uscire e cosa no».

Puca è diventato un fedelissimo del sindaco per le sue capacità di comunicatore, ma anche per il suo peso nel circuito mediatico locale (una polemica nel sottobosco dei giornalisti napoletani si scatenò qualche anno fa, quando l’attuale assessore, allora consulente per Manfredi, si fece invitare in Rai da Caterina Balivo per parlare bene dell’amministrazione, qualificandosi come giornalista ma senza dire per chi lavorava).

Il fatto che Puca faccia lo spin doctor del sindaco pagato con i nostri soldi, non è però neppure la cosa più grave. Più preoccupante è la sua gestione del “grande evento” Coppa America, che ha comportato il calare di un sistematico silenzio su tutte le voci contrarie, in particolare sulle proteste provenienti dall’area ovest della città, di chi sollevava il tema della cementificazione del litorale, del disastro ambientale, dei dragaggi approssimativi e pericolosi, degli sforamenti dei valori di soglia delle polveri sottili, dell’emergenza abitativa legati ai lavori connessi allo svolgimento della competizione.

La manifestazione che sabato si è svolta a Bagnoli, proprio mentre le barche sfilavano sul lungomare, sembra però aver aperto una contraddizione. Mentre la stampa locale liquidava in poche righe la presenza di più di mille persone in corteo per il quartiere, così come faceva il Tg3 regionale, proprio l’edizione nazionale del telegiornale di Rai 3, e alcuni articoli di testate come Il Fatto Quotidiano, parlavano più approfonditamente delle proteste, dando adeguato spazio alla voce degli oppositori all’evento.

Il sistema di propaganda architettato dalla coppia Puca-Manfredi, che fino a qualche giorno prima sembrava blindato, ha mostrato insomma qualche crepa, lasciando trasparire la possibilità che la mobilitazione bagnolese, in corso da oltre un anno, possa tornare ad avere visibilità. È indispensabile per chi protesta riflettere sul fatto che i fronti della presenza in piazza e dell’apparto comunicativo si autoalimentano (d’altronde senza l’eco che avevano avuto lo scorso inverno i blocchi dei camion, non si sarebbe riusciti a portare in corteo a febbraio più di tremila persone).

La battaglia contro lo scempio della Coppa America non è conclusa: c’è da fermare i lavori criminali in atto, c’è da tutelare la salute, il mare e l’aria, c’è da pretendere l’applicazione dei piani urbanistici che prevedono spiaggia e bosco e non il porto che quest’amministrazione, foraggiata dal governo Meloni, sta costruendo sulla colmata. Bisogna aguzzare l’ingegno e gettare il cuore oltre l’ostacolo: direbbe qualcuno che siamo in un posto per cui vale ancora la pena lottare. (riccardo rosa)