Bandiere rosse a Trieste. La città e l’eredità delle guerre balcaniche

NapoliMONiTOR - Tuesday, October 6, 2026

 

A Trieste, piazza Garibaldi è un posto particolare. A prima vista sembra un grande spartitraffico alberato di forma triangolare tra diverse vie. Guardando meglio ci si accorge che è anche un centrale punto d’incontro per chi vive tra i popolosi quartieri San Giacomo e Barriera vecchia, con alcuni bar a fare da punto di riferimento. La piazza cambia tanto durante il giorno: la mattina presto si incontrano persone che lavorano nel settore edile, mentre iniziano le loro attività i banchi di robivecchi o di frutta e verdura; di pomeriggio e di sera le persone sono diverse, con una certa prevalenza di persone provenienti dall’ex Jugoslavia. Spesso ai tavolini dei bar sono seduti solo uomini. Negli ultimi anni la zona è stata sempre più associata a un luogo pericoloso nelle cronache dei giornali locali e nel giugno 2025 è stata inserita in una delle tre zone rosse previste dalla prefettura di Trieste. La presenza delle forze di polizia o dei carabinieri è da allora costante durante tutto il giorno.

Domenica 20 settembre verso le 19 la piazza è molto animata. Oltre ai soliti avventori dei bar, intorno alla fontana centrale si sono raccolte diverse decine di persone con delle bandiere rosse. Il traffico nelle vie circostanti è rallentato, ci sono delle macchine che si sono fermate intorno al presidio con gli stessi drappi rossi o con delle altre bandiere con la figura di un uomo che vengono sistemate sui cofani. Sulle bandiere c’è il l’aquila a due teste simbolo dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës), la forza di liberazione del Kosovo attiva negli anni Novanta e soprattutto nel 1998-99 durante il conflitto con quello che rimaneva della Jugoslavia. L’uomo sui drappi è Hashim Thaçi, dal 2016 al 2020 presidente del Kosovo dopo aver ricoperto anche altri incarichi di primo piano, condannato a venticinque anni di carcere lo scorso 16 settembre dalle corti speciali per il Kosovo, un tribunale kosovaro con sede all’Aja, per reati gravi come la detenzione come crimine di guerra, trattamento crudele come crimine di guerra, tortura e omicidio come crimine di guerra. Con lui sono stati condannati anche Kadri Veseli (diciotto anni), Rexhep Selimi (tredici anni) e Jakup Krasniqi (venticinque anni), tutti con un ruolo di primo piano nella gestione dell’UÇK negli anni Novanta. I giudici, di diverse nazionalità, li hanno invece assolti dalle accuse di crimini contro l’umanità che l’accusa aveva mosso nei loro confronti. Nei confronti della sentenza si può ora ricorrere in appello.

Nel frattempo sono arrivate altre persone e il presidio si è ingrossato. Qualcuno ha un cartello con la scritta Heronj të luftës, eroe di guerra. Altri hanno invece con loro la scritta Liria Ka Emër, cioè la libertà ha un nome: è il nome di una piattaforma nata nel 2020, proprio in corrispondenza delle dimissioni di Thaçi da presidente del Kosovo e del suo trasferimento a L’Aja per affrontare il processo.

A un certo punto alcune persone iniziano a muoversi a piedi e in breve dalla piazza parte una fila di persone che prima cammina sul marciapiede e poi, all’altezza di largo della Barriera vecchia, irrompe nella strada e blocca il traffico, dirigendosi verso il centro della città. La polizia sembra sorpresa, non riesce ad arginare la folla che cammina veloce; la testa lascia addirittura indietro una parte dei manifestanti, tra cui alcuni bambini. Gli slogan sono in albanese, non sembra che ci sia l’interesse a farsi capire da chi assiste ai bordi delle strade o dagli autobus bloccati dalla manifestazione. La folla scandisce quasi di continuo il nome dell’UÇK, mentre le macchine con le bandiere rosse continuano a girare nelle strade vicine dando costanti colpi di clacson. I manifestanti passano per la nevralgica piazza Goldoni e poi si dirigono su via Mazzini che da lì porta verso il mare. Non lontano c’è la chiesa serbo-ortodossa, costruita alla fine dell’Ottocento, e viene da pensare che vogliano andare lì. Invece il corteo svolta nella direzione opposta e arriva poco dopo nella centralissima piazza Unità, sede della prefettura, della presidenza della regione e del comune di Trieste.

Nei giorni successivi il giornale locale, Il Piccolo, tratta il tema come una questione di ordine pubblico, visto che a quanto viene riportato il raduno e poi il corteo sono stati del tutto spontanei e quindi non comunicati alla questura. Si dice che la folla considera le persone condannate degli eroi, sorvolando su quanto peso possa aver avuto la sentenza in un paese dallo status internazionale incerto come il Kosovo, la cui indipendenza è stata riconosciuta solo da alcuni paesi senza che nemmeno l’Unione europea abbia una linea comune in merito (per esempio, né la Grecia né la Spagna hanno riconosciuto l’indipendenza). Inoltre, le tensioni con la Serbia non sono mai venute meno e negli ultimi mesi si è aggiunta una marcata instabilità politica.

Basta passare poche ore a Priština per rendersi conto che l’UÇK è considerata parte della memoria da difendere del paese. Nelle strade della città si trovano spesso targhe di commemorazione e in centro si possono trovare anche grandi cartelli sull’UÇK. È quindi facile immaginare che il processo dell’Aja sia visto come un’accusa alla legittimità dello Stato kosovaro. Nella capitale kosovara il 18 settembre si è tenuta una grande manifestazione in sostegno di Thaçi, Veseli, Selimi e Krasniqi.

Al di là della questione internazionale e giudiziaria, viene da riflettere sul ruolo di Trieste in questa vicenda. La città può considerarsi multietnica al più tardi dall’apertura del porto franco nel XVIII secolo. La decisione dell’imperatore d’Austria attirò persone diverse, dando vita a una città in cui la lingua greca, il tedesco, il triestino e diverse lingue slave convivevano, almeno fino alle fine della prima guerra mondiale. In seguito, nonostante la fine dell’Impero austro-ungarico, la perdita per Trieste del ruolo di uno dei due porti nevralgici imperiali e la collocazione all’interno dello Stato italiano (a eccezione del periodo finale della seconda guerra mondiale fino al 1954) questo carattere è almeno in parte rimasto.

Alcune cose sono cambiate. Comunità storiche, come quella luterana di lingua tedesca e quella greca, sono numericamente molto meno consistenti rispetto al passato. Trieste, però, nella seconda metà del Novecento ha sviluppato un legame con la Jugoslavia e più in generale con l’Europa orientale e con le sue vicende. Basti pensare che per anni i mercati e i negozi di Ponterosso, intorno al Canal grande, attraevano clienti dall’est che compravano beni di consumo, come i jeans, incrementando un settore economico non secondario per la città.

Questo si vede anche nei dati sulla presenza di persone con altre nazionalità in città. Stando ai dati demografici del 30 giugno 2026 forniti dal comune di Trieste i serbi presenti in città sarebbero 3.407 e i kosovari 2.065 su 26.678 persone straniere censite. Si tratta rispettivamente della prima e della terza comunità più presenti in città, frutto soprattutto dell’immigrazione degli ultimi decenni, e non è da escludere che le cifre siano sottostimate. Gli albanesi censiti, vicinissimi ai kosovari per diversi aspetti culturali e linguistici, sono invece 719.

Rimane l’impressione che la città faccia ancora fatica a confrontarsi con l’eredità delle guerre degli anni Novanta nei Balcani che l’hanno comunque coinvolta, anche se a distanza, e continui a pensarsi più come un’isola che come un territorio che alla storia jugoslava e balcanica è legato. Trieste continua a dare l’idea di una città a più facce in cui ogni comunità ha i suoi luoghi di riferimento e i suoi canali di espressione culturale, siano il teatro e le scuole di lingua slovena, i doposcuola, la moschea, un’associazione culturale o anche i posti di lavoro, come sembra avvenire almeno in parte nel settore edile. Le diverse comunità possono vivere vicine nello spazio, ma raramente si trovano insieme e questo può portare a illudersi che i conflitti siano ormai sopiti o poco rilevanti. Dopo la manifestazione del 20 settembre, che ha sorpreso la città e che altrettanto rapidamente la città sembra voler superare, viene spontaneo chiedersi se per Trieste non sia il caso di pensare a dei luoghi e a delle opportunità stabili di incontro tra le comunità, almeno con l’obiettivo di avere più consapevolezza della storia di chi ci vive accanto. (alessandro stoppoloni)