> «In questo libro racconto di come siamo i nostri peggiori nemici da qualunque
> parte ci osserviamo, di come la specie umana continua a faticare a empatizzare
> con altre specie che popolano il pianeta e di come nel nostro amare e
> utilizzare giardini, fiori e piante siamo sempre vittime di noi stessi, della
> nostra politica, delle nostre smanie di conquista e controllo, della nostra
> economia estrattiva e devastante»
> (Ilaria Maria Sala, Flower Power, Hopefulmonster editore, Torino 2026).
Ilaria Maria Sala è stata qualche volta ai nostri microfoni raccontando con
grande partecipazione la tragedia della Rivoluzione degli ombrelli di Hong Kong,
dove ancora abita; conosce molto bene ogni angolo dell’Asia orientale e questa
chiosa dell’Introduzione ci sembra adatta per avvolgere in una confezione il
prodotto forse più controverso di Kore’eda Hirokazu, ovvero 箱の中の羊?, Hako no naka
no hitsuji, Pecore nella scatola. Stavolta il titolo scelto dal regista
nipponico annuncia lo strumento che si andrà a utilizzare: infatti è plausibile
questa fiaba tecnologica solo se ci si affida all’immaginazione che proietti in
esclusiva all’interno della scatola coi due buchi di Saint’Exupery qualunque
storia che si è predisposti ad ascoltare.
ASSENZA E DESIDERIO DI RICONGIUNZIONE
Il regista di After Life sembra aver individuato nell’Intelligenza Artificiale
un argomento nuovo da affrontare, approcciandolo però attraverso i consueti suoi
topoi: lutti non elaborati, malinconia collegata a figure famigliari, uno
sguardo infantile che incrocia quello rivolto sul mondo dei bambini, memoria
ricostruita o rievocata.
Tutto questo viene riproposto in un contesto di una coppia che in un futuro
prossimo ha perso il proprio figlio in circostanze che non vengono spiegate
precisamente – forse rapito e trovato morto, forse per un incidente… ciò importa
soltanto per il padre che tenta di usare la “controfigura” acquistata dalla
ditta Rebirth – che lo ha dotato di una memoria raccogliticcia del bambino
originale, che infatti sa a memoria le stazioni della linea ferroviaria dei
dintorni – per comprendere come si sono svolti i fatti e sgravarsi la coscienza,
non alla madre che cerca di sostituire il figlio morto senza buttarlo con
l’acqua sporca.
In entrambi i casi si assiste a quell’illusione genitoriale di avere la capacità
di influenzare con il proprio esempio il comportamento del figlio, o di
indirizzarlo verso i propri interessi; invece è vero che al figlio in versione
tech vengono inculcati “input” che apparentemente ne costruisco un avatar del
figlio morto, ma l’intuizione per sottrarsi al mondo se la costruisce
autonomamente e all’oscuro dei genitori.
DIFFICOLTÀ PER UMANI ADULTI A “IMMAGINARE” IL PLASTICO FUNZIONANTE
I genitori affrontano dunque separatamente la scomparsa di Kakeru, svuotando il
loro rapporto. Otone è un’architetta che si immerge nei suoi modellini di case
al punto di uniformarsi cromaticamente con le stanze della propria abitazione,
ma anche di finire con il perdersi nei modellini stessi che vengono
costantemente rimaneggiati e mai finiti, e sia questi che la casa reale
cercherebbero un equilibrio con la natura: infatti il rito dell’impiantumazione
degli alberi è quasi una prolessi dell’epilogo, solo che quella degli umani ha
qualcosa di artificiale, meccanico e poco rispettoso dei bisogni delle piante. E
questo della comunione con la Natura è l’altro elemento centrale e utile a dare
vita all’epilogo che prende forma da tutti questi temi introdotti gradualmente
(apparentemente senza soluzione, come al solito nel cinema di Kore’eda), e che
costituisce quel motivo che produce una svolta nell’intero corpus del regista a
ogni racconto filmico fondendone la motivazione e facendola crescere
dall’interno stesso della diegesi del film.
In questo caso a fiorire dall’interno del film, sorgendo da quell’assemblaggio
di situazioni e oggetti significativi proposti dal dipanarsi della storia
stessa, è quel progetto autonomo e misterioso che l’AI del bambino-androide
immagina con la propria comunità in sintonia con la componente vegetale, parte
organica che comunica con gli altri alberi – ma anche coi ragazzini – attraverso
funghi e territorio in un’esaltazione radicata nella tradizione shintoista, dove
gli automi inorganici si fondono con la natura (in quel primo piano del bambino
che “ascolta” ed entra in sintonia con l’albero sulla cui corteccia appoggia
l’orecchio, visualizzando l’essenza della comunione tra vegetale organico e
tecnologico automa con la mano meccanica in primo piano ad accarezzare la
pianta).
UN EPILOGO RASSICURANTE, SOTTRAENDOSI CON L’IMMAGINAZIONE AI MODELLI UMANI
ASFITTICI
In questo forse c’è anche una vena di ottimismo, visto che nel prendere le
distanze dal mondo che li allontana la comunità dei bambini dimostra che il
riconoscimento tra la specie vegetale e quella degli androidi permette la
convivenza. In fondo la generazione precedente è ancora più autocentrata e
incapace di empatizzare: la nonna non comprende nemmeno la natura androide del
sostituto di Kakeru, il bambino morto, ma collocandolo in una sorta di twilight
zone manda suo tramite incerti saluti al marito defunto, aggiungendo una nuova
elaborazione di lutto impossibile.
I genitori invece in qualche modo attraverso la positiva e matura figura del
Kakeru digitale, attraverso l’azione della sua versione “artificiale” percorrono
una sorta di formazione e crescita, tanto da accompagnarlo nel nuovo abbandono
del modellino di gabbia domestica (ma questa volta il lutto pare elaborato e il
compito del prodotto della Rebirth è dunque stato assolto, perché in questo
nuovo distacco completano quello non riuscito con Kakeru), dove la casa comune è
un albero in quella comunione fatta di energia autonoma e naturale, che non è
sfruttamento della componente vegetale da parte della specie tecnologica che
riesce a entrare in sintonia senza fare danni all’ecosistema.
Dunque rispondendo all’appello di Ilaria Maria Sala: esistono specie che
popolano il mondo e possono convivere senza sfruttarsi o annientarsi,
reinterpretando gli insegnamenti “umani” senza esserlo; i modellini di habitat
elaborati da Otone sono l’ispirazione iniziale per il nuovo Kakeru e questo
mondo salvato dai ragazzini è ibrido, poiché vi partecipano sia i manufatti del
tutto tecnologici, sia insieme a loro due bambini organici e può non essere
azzardato vederci echi – più pacati – della immaginazione al potere di Zero de
conduite di Vigo, e anche suggestioni ambientaliste ed educazione collettiva
pacifista del Losey di The Boy with Green Hair.