La faccia nascosta di The Other Land, dov’era luce abbagliante, qui è buio
fitto, ma in realtà Naza evidenzia tutto l’orrore quando non lo mostra perché
non è portato sullo schermo ma è dentro ai testimoni, alle loro parole, se non
proprio nelle uniche sequenze finali immerse in una luce grigia abbacinante
sulle macerie, sui cadaveri, sui risultati di quegli obiettivi. Ed è dentro agli
spettatori, attoniti perché si rendono conto che quell’indifferenza alla morte
dell’Altro li coinvolge. In Naza non c’è spazio per il giudizio morale: nel
documentario premio Oscar c’era la tensione morale della camera da presa
brandita come un’arma, mentre l’orrore sui tetti di Tel Aviv proviene dalla
mancanza di senso etico.
Anche “Delicatessen”, come un po’ tutti i commenti sul film, ha rilevato
quest’assenza, forse però cercando di andare oltre questo palese imbarazzo degli
spettatori alla ricerca di una partecipazione emotiva in cui specchiare la
propria dirittura morale che non può reggere una tale insensibile adesione alla
carneficina dettata da un algoritmo, per trovare la causa di questa rimozione
che permea le ricostruzioni dei militari, un atteggiamento che proviene dal
Sistema educativo studiato dallo Stato ebraico fin dalle origini e che produce
quel Sistema , e tentando di individuare la volontà di espungere ogni remora
morale da quella società, una nazione creata a freddo nel 1948 su una Catastrofe
(la Nakba), un brand con incisa sempre l’etichetta di laboratorio del
capitalismo, l’avanguardia nella sperimentazione della militarizzazione di una
comunità-stato. Abbiamo indicato nei lavori di Amos Gitai (in particolare Yoman
Sadeh – Journal de campagne, il titolo deriva dall’esilio francese a cui fu
costretto per questa denuncia che risale al 1982) l’intuizione iniziale della
creazione di queste macchine “umane” da guerra, capaci di ascoltare voci e
atmosfere di una casa fino a pochi secondi prima di dare il via a bombardamenti
che annientano quelle persone innocenti e civili.
Ma l’algoritmo consente il lavacro di ogni coscienza, persino quella del
militare che ha collaborato a scrivere quell’algoritmo che valuta quante decine
– centinaia in alcuni casi – di Naza possono essere sacrificati per annientare
un individuo e fornisce lo stesso alibi di Eichmann, il criminale nazista che
organizzava i viaggi verso Auschwitz e che fu impiccato dopo il processo del
1960 a cui assistette Arendt (coniando in quel frangente la “banalità del male”)
e dalle cui riprese fu tratto un film nel 2007 con la regia di Robert Young,
dove si evidenziava la linea difensiva che intendeva sgravarsi di ogni
responsabilità, in quanto militare che eseguiva gli ordini.
In questo caso il riferimento più assimilabile al militare che ha partecipato
alla formulazione dell’algoritmo è più recente, perché sebbene con altra
intensità, anche l’Oppenheimer di Nolan si autoassolveva dicendo che lui aveva
solo messo a disposizione un ordigno, ma lo scarico delle proprie responsabilità
è comune agli schizzi infantili prodotti dai due scienziati come lo era alla
linea di difesa di Eichmann.
La struttura – prontamente copiata dall’hasbarah con un film dal titolo
provocatoriamente uguale, uscito il giorno dopo la nostra trasmissione per
cercare di confutare la denuncia di Abraham e Szor con il solito coacervo di
menzogne e mezze verità prive del riscontro di giornalisti veri – vede la quinta
del set avvolta dalle ombre, come la caverna di Platone, ma le parole
pronunciate da questi fantocci da teatro d’ombre, vuote maschere stanziate su
interni domestici illuminati nei condomini dirimpetto sono bombe tirate su altri
interni a 60 chilometri da lì lungo la medesima riviera e che hanno fatto strame
degli abitanti, e solo alla fine c’è la breve sequenza sulle vittime, come a
certificare l’esecuzione, mostrando il mondo vero di cui le testimonianze erano
le vaghe ombre. Solo che in quelle riprese di una parte per il tutto di Gaza la
voce e il volto del padre disperato si vede e si sente in piena luce, mentre le
fattezze dei mandanti, l’opinione pubblica israeliana degli appartamenti
illuminati dall’altra parte della camera da presa, sono sempre impallate da
qualche elemento dell’arredo. Anonimi, ma responsabili come gli spettatori, che
per questo motivo escono terrei e silenziosi dalle sale in cui si svolge il rito
collettivo che in genere deve risultare catartico, invece con Naza la catarsi è
impedita da quella sequenza finale che rende il tutto cinéma-vérité. E questo fa
impazzire Netanyahu e la sua cricca di feroci nazisti, che continuano a fornire
legittimazione a questi soldati che nel migliore dei casi si chiedono «Se penso
ancora oggi che i nazisti siano il male assoluto. Ma, mi chiedo, allora io chi
sono?». Intanto alcuni, intrisi dell’educazione di Tsahal trasudano godimento
sadico dal tiro all’affamato.
Altro motivo di rabbia che può far cadere in deliquio l’intera famiglia
Netanyahu è la difficoltà di accreditare come antisemitismo lo spirito che detta
il film realizzato da due ebrei israeliani.
Sono tutte situazioni, prassi, mezzi, strumenti, catene di comando, algoritmi,
sistemi di controllo, tecnologie disumanizzanti e paradossalmente oscenità di
omicidi e massacri non visti direttamente ma evocati, come nel caso
dell’ob-scene di cui abbiamo parlato a proposito di La voce di Hind Rajab (anche
in quel caso una voce) … tutti crimini conosciuti e da questi microfoni più
volte denunciati.
Il film è prodotto da un quotidiano: “The Guardian” gli conferisce lo stato di
reportage giornalistico, denuncia del malessere della società israeliana e
occidentale in generale, forse anche di più dell’arroganza corrotta del potere
dell’imperatore di The Bibi Files, da cui a completamento di Naza si respira uno
spirito di sovrano, più che di sovranista.