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Yuval Abraham e Rachel Szor, Naza #21
La faccia nascosta di The Other Land, dov’era luce abbagliante, qui è buio fitto, ma in realtà Naza evidenzia tutto l’orrore quando non lo mostra perché non è portato sullo schermo ma è dentro ai testimoni, alle loro parole, se non proprio nelle uniche sequenze finali immerse in una luce grigia abbacinante sulle macerie, sui cadaveri, sui risultati di quegli obiettivi. Ed è dentro agli spettatori, attoniti perché si rendono conto che quell’indifferenza alla morte dell’Altro li coinvolge. In Naza non c’è spazio per il giudizio morale: nel documentario premio Oscar c’era la tensione morale della camera da presa brandita come un’arma, mentre l’orrore sui tetti di Tel Aviv proviene dalla mancanza di senso etico. Anche “Delicatessen”, come un po’ tutti i commenti sul film, ha rilevato quest’assenza, forse però cercando di andare oltre questo palese imbarazzo degli spettatori alla ricerca di una partecipazione emotiva in cui specchiare la propria dirittura morale che non può reggere una tale insensibile adesione alla carneficina dettata da un algoritmo, per trovare la causa di questa rimozione che permea le ricostruzioni dei militari, un atteggiamento che proviene dal Sistema educativo studiato dallo Stato ebraico fin dalle origini e che produce quel Sistema , e tentando di individuare la volontà di espungere ogni remora morale da quella società, una nazione creata a freddo nel 1948 su una Catastrofe (la Nakba), un brand con incisa sempre l’etichetta di laboratorio del capitalismo, l’avanguardia nella sperimentazione della militarizzazione di una comunità-stato. Abbiamo indicato nei lavori di Amos Gitai (in particolare Yoman Sadeh – Journal de campagne, il titolo deriva dall’esilio francese a cui fu costretto per questa denuncia che risale al 1982) l’intuizione iniziale della creazione di queste macchine “umane” da guerra, capaci di ascoltare voci e atmosfere di una casa fino a pochi secondi prima di dare il via a bombardamenti che annientano quelle persone innocenti e civili. Ma l’algoritmo consente il lavacro di ogni coscienza, persino quella del militare che ha collaborato a scrivere quell’algoritmo che valuta quante decine – centinaia in alcuni casi – di Naza possono essere sacrificati per annientare un individuo e fornisce lo stesso alibi di Eichmann, il criminale nazista che organizzava i viaggi verso Auschwitz e che fu impiccato dopo il processo del 1960 a cui assistette Arendt (coniando in quel frangente la “banalità del male”) e dalle cui riprese fu tratto un film nel 2007 con la regia di Robert Young, dove si evidenziava la linea difensiva che intendeva sgravarsi di ogni responsabilità, in quanto militare che eseguiva gli ordini. In questo caso il riferimento più assimilabile al militare che ha partecipato alla formulazione dell’algoritmo è più recente, perché sebbene con altra intensità, anche l’Oppenheimer di Nolan si autoassolveva dicendo che lui aveva solo messo a disposizione un ordigno, ma lo scarico delle proprie responsabilità è comune agli schizzi infantili prodotti dai due scienziati come lo era alla linea di difesa di Eichmann. La struttura – prontamente copiata dall’hasbarah con un film dal titolo provocatoriamente uguale, uscito il giorno dopo la nostra trasmissione per cercare di confutare la denuncia di Abraham e Szor con il solito coacervo di menzogne e mezze verità prive del riscontro di giornalisti veri – vede la quinta del set avvolta dalle ombre, come la caverna di Platone, ma le parole pronunciate da questi fantocci da teatro d’ombre, vuote maschere stanziate su interni domestici illuminati nei condomini dirimpetto sono bombe tirate su altri interni a 60 chilometri da lì lungo la medesima riviera e che hanno fatto strame degli abitanti, e solo alla fine c’è la breve sequenza sulle vittime, come a certificare l’esecuzione, mostrando il mondo vero di cui le testimonianze erano le vaghe ombre. Solo che in quelle riprese di una parte per il tutto di Gaza la voce e il volto del padre disperato si vede e si sente in piena luce, mentre le fattezze dei mandanti, l’opinione pubblica israeliana degli appartamenti illuminati dall’altra parte della camera da presa, sono sempre impallate da qualche elemento dell’arredo. Anonimi, ma responsabili come gli spettatori, che per questo motivo escono terrei e silenziosi dalle sale in cui si svolge il rito collettivo che in genere deve risultare catartico, invece con Naza la catarsi è impedita da quella sequenza finale che rende il tutto cinéma-vérité. E questo fa impazzire Netanyahu e la sua cricca di feroci nazisti, che continuano a fornire legittimazione a questi soldati che nel migliore dei casi si chiedono «Se penso ancora oggi che i nazisti siano il male assoluto. Ma, mi chiedo, allora io chi sono?». Intanto alcuni, intrisi dell’educazione di Tsahal trasudano godimento sadico dal tiro all’affamato. Altro motivo di rabbia che può far cadere in deliquio l’intera famiglia Netanyahu è la difficoltà di accreditare come antisemitismo lo spirito che detta il film realizzato da due ebrei israeliani. Sono tutte situazioni, prassi, mezzi, strumenti, catene di comando, algoritmi, sistemi di controllo, tecnologie disumanizzanti e paradossalmente oscenità di omicidi e massacri non visti direttamente ma evocati, come nel caso dell’ob-scene di cui abbiamo parlato a proposito di La voce di Hind Rajab (anche in quel caso una voce) … tutti crimini conosciuti e da questi microfoni più volte denunciati. Il film è prodotto da un quotidiano: “The Guardian” gli conferisce lo stato di reportage giornalistico, denuncia del malessere della società israeliana e occidentale in generale, forse anche di più dell’arroganza corrotta del potere dell’imperatore di The Bibi Files, da cui a completamento di Naza si respira uno spirito di sovrano, più che di sovranista.
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LA FINE DI AUTISTICI/INVENTATI E GLI INTERESSI IN CAMPO – TECNOMILIARDARI REAZIONARI – AI E POLITICA – APP PER GENOCIDARI IN VACANZA@1
Estratti della puntata del 7 settembre 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia LA FINE DI AUTISTICI/INVENTATI Con un comunicato rilasciato il 6 settembre 2026 si annuncia la fine del progetto Autistici/Inventati. La chiusura di A/I non è “l’ennesima disgrazia”, ma un evento che incarna diverse traiettorie da analizzare e con le quali è urgente confrontarsi. Il provvedimento dell’OFAC (ufficio beni stranieri del Dipartimento del Tesoro statunitense) descrive il contesto di arbitrarietà e di potere sanzionatorio globale di questa agenzia, così come l’impossibilità di disobbedire ai suoi diktat da parte di provider e banche. La questione non è semplicemente quella di trovare strumenti alternativi dove trasferire il proprio blog o la propria casella di posta elettronica, ma come muoversi collettivamente per contrastare la desertificazione di progetti che esulino dalle logiche del capitalismo della sorveglianza. PERCHÉ ATTACCARE A/I: CORNICE DI URGENZE E INTERESSI IN CAMPO L’attacco statunitense risponde ad almeno tre scopi: – fronte interno USA: corroborare la tesi di Antifa come network terroristico globale – testare l’adesione a un’internazionale reazionaria della repressione – completare l’egemonia sulla rete (guerra alla crittografia, all’anonimato, ecc.) Questi tre scopi non vanno letti come segmentati, ma rispondono all’agenda di classe dei tecnomiliardari: il rischio concreto di esplosione della bolla dell’AI, le contraddizioni insanabili di un completamento dei processi di automazione all’interno del sistema capitalista, l’ipotesi di una rabbia sociale organizzata che inizi a rivolgersi contro di loro, suggeriscono l’investimento in strutture di potere reazionarie. Se diversi attori geopolitici giocano alla guerra di informazione con le loro squadre di chatbots e AI agentiche, il “campo da gioco” prinicpale sono i social media statunitensi. INTELLIGENZA ARTIFICIALE E POLITICA In ambito politico, i chatbots non servono solo a manipolare il consenso, ma vengono progressivamente utilizzati in modo crescente da legislatori, ministri, funzionari di vario ordine e grado. Un’analisi di algorithmwatch.org ci consente di tornare sulla relazione tra AI e politica, osservando scenari attuali e futuribili: APP PER LE VACANZE DEI CRIMINALI DI GUERRA Shachpatz (giubbotto antiproiettile) è un’app israeliana, realizzata dal movimento ultra sionista di azioni legali Shurat HaDin, per tutelare veterani di IDF in vacanza da eventuali ripercussioni per i crimini di guerra commessi a Gaza. Se gli strumenti di autodifesa digitale vengono criminalizzati come funzionali alla commissione di reati, se collettivi come autistici/inventati sono tacciati di facilitare reati politici e network terroristici internazionali come Antifa, può essere interessante segnalare altri strumenti che tutelano poveri genocidari indifesi. SPOILER PROSSIMA PUNTATA Droni dormienti attivati da segnali acustici, automazione dei sistemi d’arma russi in Ucraina… breve introduzione di argomenti che affronteremo insieme lunedì prossimo:
guerra
antifa
intelligenza artificiale
Israele
bello come una prigione che brucia
Gaza : la tregua coloniale e l’illusione del giorno dopo.
Il piano americano che viene raccontato come una tregua in atto quando continuano a morire decine di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania , è una sorta d’ingegneria sociale in continuazione con il piano degli accordi di Abramo e di ridefinizione del Levante con al centro la potenza militare israeliana e le disponibilità finanziarie dei paesi del Golfo. In questo piano non si parla dei palestinesi ma è solo una tappa nel progetto di espulsione dalla striscia di Gaza. Il bottino per la banda sionista è la Cisgiordania , l’approvazione dell’ estensione degli insediamenti E1, tagliando la Cisgiordania in due costituisce proprio il tentativo di cancellare la possibilità di uno stato palestinese una volta per tutte. Ormai non ha senso parlare dell’ipotesi dei due stati , solo uno stato multietnico nel territorio della Palestina storica è una prospettiva immaginabile una volta superato il suprematismo sionista . L’obiettivo del piano americano non è la “ricostruzione”, ma piuttosto la riprogettazione dello spazio, dell’autorità e della coscienza palestinese all’interno di un nuovo quadro che faccia di Gaza un laboratorio per un progetto di “pace economica” basato sul controllo senza sovranità. Di questo e altro ne abbiamo parlato con Bassam Saleh giornalista free lance, attivo in associazioni e comitati di solidarietà con il popolo palestinese .
L'informazione di Blackout
altavisibilita
Cisgiordania
Gaza; conflitto israelopalestinese; Hamas; guerra
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BOGOTA’: Vertice dell’Gruppo dell’Aia contro il genocidio in Palestina
Più di trenta paesi si sono riuniti a Bogotà il 15 e il 16 luglio per la Conferenza d’Emergenza convocata dal Gruppo dell’Aia, nato a gennaio 2025, con l’obiettivo di fermare il genocidio in corso a Gaza. la conferenza co-presieduta da Colombia e Subafrica ha avuto inizio in una piazza germita di persone con il […]
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Colombia
Sudafrica
boicottaggio
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