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Fantasmi digitali, ecomostri e zone morte: dentro e contro il Tecnocene@0
Foto di elahoa In questa seconda puntata di Cicorie – Amare Ecologie, esploriamo i mostri dell’accelerazione tecnologica incontrollata in cui siamo immersi, indagando quale sia il paradigma economico e sociale in cui affonda le sue radici, quali siano i suoi effetti sulle persone e sui territori e quali lenti interpretative ci permettano di leggervi nuove frontiere di conflitto. Oggi tecnica e tecnologia, nella loro presunta imparzialità, si trovano al centro dei dibattiti politici e sono lo strumento di accreditamento dei governi sulla scena geopolitica mondiale; le Big-tech sostengono il posizionamento degli Stati verso strumenti di difesa nazionale, travestendosi da progresso e avanzamento scientifico. In che modo possiamo smascherare le narrazioni sul potere salvifico della tecnologia e dare un volto e una forma a quella che si va configurando – in modo sempre più esplicito – come l’ennesimo dispositivo di valorizzazione del capitale? Nella prima parte della puntata, per la rubrica “Indovina chi viene a -cene“, approfondiamo il concetto di Tecnocene. Dai natali incerti, scarsamente adottato e privo di un significato condiviso, Tecnocene ci è parso subito molto più problematico rispetto ai fratelli più consolidati Antropocene e Capitalocene, già trattati nel primo episodio. Chi usa questo termine, e perché? Il Tecnocene è conseguenza, evoluzione o condizione di possibilità dell’Antropocene? Quali contraddizioni pone al centro? È il modo di produzione a determinare tecniche e tecnologie, o viceversa? È vero che l’AI ci ruberà il lavoro? Dovremmo darci tutt* al neoluddismo? Di questo e altro discutiamo con Caterina Mele, docente presso il Politecnico di Torino, a partire dal suo articolo “Antropocene o tecnocene? Finalità della tecnica ed effetti socio-economici e ambientali” pubblicato quest’anno su Quaderni della decrescita. Durante il secondo segmento dell’episodio, si viaggia dalla Virginia fino a Moncalieri per provare a dare corpo ai fantasmi della transizione digitale, indagandone il risvolto materiale più emblematico e ingombrante: i Data center. A partire da una panoramica di cosa si sia mosso dapprima in Nord America (Stati Uniti e Canada), poi in Europa (nello specifico in Irlanda e in Finlandia), approfondiamo le specificità dei progetti alle nostre latitudini: in primis in Lombardia che per la sua posizione strategica conta il maggior numero Data Center tra progetti e strutture realizzate, e in cui si sono vissuti i primi momenti di piazza come quello del 10 ottobre a Milano.  Ma anche in Piemonte qualcosa bolle in pentola: sono già 64 le richieste di allaccio per progetti di Data Center. Riportiamo diversi contributi dai territori interessati: Trino Vercellese e Moncalieri (che vede il progetto del Data Center più grande d’Italia). Ospiti in collegamento con noi il collettivo di  XR Torino a presentare il loro dossier sullo stato dell’arte della corsa ai Data Center nella nostra regione. L’invasione massiccia di Data Center ci porta nuovamente – come già avevano fatto i depositi di scorie legati alle centrali nucleari – ad interrogarci su cosa significhi difendere i territori dalla sacrificabilità. Nell’ultima parte della trasmissione, ci interroghiamo su come immaginare e praticare alternative per i territori “compromessi” dialogando con  un* compagn* dell’EX SNIA di Roma per una restituzione della loro lotta e qualche aggiornamento sul Lago che combatte a dodici anni dalla sua liberazione.  In chiusura, restituiamo alcune voci dalle piazze delle ultime settimane, contraddistinte da un protagonismo giovanile in grado di parlare di caro vita, di opposizione alla guerra e lotta al collasso eco-climatico. 
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