Mercoledì 23 settembre il Senato ha approvato il disegno di legge sul nucleare
presentato dal Consiglio dei ministri all’inizio del 2025, dopo il via libera
della Camera a inizio giugno. Si tratta di una legge delega: un provvedimento
con cui il parlamento attribuisce al governo la facoltà di legiferare su una
materia attraverso uno o più decreti legislativi, da scrivere nei prossimi 24
mesi. Il punto più complesso e preoccupante è che il testo si muove in nome
della “neutralità tecnologica“: saranno i decreti attuativi a stabilire quali
soluzioni potranno essere utilizzate, sulla base di “maturità, sicurezza e
sostenibilità”.
Quello che si sa è che il DDL esclude le grandi centrali tradizionali e limita
le installazioni agli SMR (Small Modular Reactors), una tecnologia ancora in
fase di sviluppo, ma propagandata come già esistente. In realtà non ce ne sono
di operativi perché non sono economicamente convenienti a livello di produzione:
sono piccoli e producono poca energia (100-150 MW), in Italia ne servirebbero
tra i 40-80 per coprire la percentuale di fabbisogno invocata dal governo.
Decine di comunità si troverebbero quindi un reattore vicino a casa, senza
tutele sulla sicurezza delle centrali e sulla gestione delle scorie, punti non
affrontati all’interno del DDL.
È evidente la natura ideologica dello slancio verso l’energia nucleare. Invece
di investire sulle rinnovabili, si presenta la fissione nucleare come una
tecnologia matura, green ma soprattutto come una soluzione ponte, mentre si
continua a inseguire l’idea della fusione. Il piano poggia su una visione
irrealistica dei tempi di sviluppo di queste tecnologie, comunque troppo lunghi
rispetto all’urgenza di decarbonizzare e di mitigare il cambiamento climatico.
Nel ddl, inoltre, manca qualsiasi riferimento alle risorse consumate dalle
centrali, in particolare all’acqua, che andrebbe presa in considerazione visto
l’aggravarsi delle siccità legate al cambiamento climatico. Non si affronta
nemmeno il tema dello smaltimento e del trasporto delle scorie, che diventerebbe
cruciale con impianti dislocati in tanti territori.
Da un lato si insegue quindi l’obiettivo dell’indipendenza energetica, in un
contesto di difficoltà di approvvigionamento dei combustibili fossili;
dall’altro, vista la natura intrinsecamente dual-use della tecnologia nucleare,
la vicenda va letta nel contesto generale del riarmo europeo.
In questo senso sono emblematici progetti come lo statunitense PELE, che punta a
realizzare piccoli reattori trasportabili su gomma per produrre energia
elettrica e alimentare basi militari in teatri e territori “ostili”, o ANPI per
la produzione di nuove armi alimentate da SMR. Anche l’Italia va in questa
direzione, puntando alla nuclearizzare della marina militare (progetto MINERVA)
e con la joint venture Nuclitalia, di cui fa parte Leonardo, che avrà quindi
libero accesso alla tecnologia SMR una volta sviluppata per supposti scopi
civili.
Ne abbiamo parlato con Alessandro Ferretti, docente di Fisica all’Università di
Torino e autore del blog https://alessandroferrettiblog.wordpress.com/
Tag - dual use
Leonardo e Rete Ferroviaria Italiana (RFI) hanno sottoscritto un accordo di
collaborazione per realizzare un progetto condiviso nell’ambito della Military
Mobility, un’iniziativa UE finalizzata ad aumentare le capacità infrastrutturali
e digitali esistenti, per assicurare la movimentazione di risorse militari,
all’interno ed all’esterno dell’Europa. Leonardo e RFI si propongono di
identificare l’architettura e le funzionalità della […]