Franco Basaglia è una figura chiave nella storia della psichiatria italiana: è
stato infatti il pioniere di un movimento radicale che ha trasformato il
trattamento dei disturbi mentali nel nostro Paese. Nato nel 1924, Basaglia era
un medico e psichiatra che ha sfidato le convenzioni della sua epoca,
opponendosi al trattamento spesso inumano riservato ai […]
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La sera dell’11 agosto 1965, a Los Angeles l’agente bianco della California
Highway Patrol Lee Minikus, ferma il ventunenne nero Marquette Frye all’angolo
di Avalon Boulevard e 116ma Strada, a Watts, il ghetto nero nel sud di Los
Angeles. Il giovane è sospettato di guida in stato di ebbrezza. Fermare un
ragazzo nero in auto […]
Il 9 agosto 1945 alle 11 del mattino, l’esercito degli Stati Uniti lanciò una
bomba atomica sulla città giapponese di Nagasaki. Solamente tre giorni prima
avevano distrutto la città di Hiroshima, usando per la prima volta un’arma
nucleare. Si stima che il bombardamento di Nagasaki causò tra i 60mila e gli
80mila morti, e che […]
Il 6 Agosto del 1945, alle 8:15 del mattino, fu sganciata da parte degli Stati
Uniti d’ America la prima bomba atomica della storia su Hiroshima. Tre giorni
dopo (9 Agosto 1945), alle 11.02, una seconda bomba fu sganciata su Nagasaki. Si
contarono più di 210.000 morti e 150.000 feriti a causa delle due esplosioni.
[…]
La Corte d’assise, presieduta da Paolo Curatolo, emette la sentenza a carico dei
63 imputati per i fatti di Reggio Emilia del luglio 1960, assolvendo da ogni
addebito i poliziotti che avevano aperto il fuoco contro i manifestanti. Il
pubblico ministero aveva affermato: “I poliziotti hanno il diritto di sparare
anche quando la resistenza dei […]
Il 9 giugno del 1980, nelle terre di Calabria le elezioni comunali, provinciali
e regionali sancirono l’affermazione del Pci che, per la prima volta, conquistò
più voti del Psi e divenne così il secondo partito nella Regione. A Rosarno,
nella piana di Gioia Tauro, partì un corteo improvvisato che si diresse verso il
Rione Case […]
Era pomeriggio sera del 2 giugno del 1996, quando Luigina Colantonio, 16 anni,
di Montorio nei Frentani (Campobasso) viaggiava con il fratello Michele verso
Larino: arrivati alle porte del paese, trovarono un posto di blocco operato da
una pattuglia dei Carabinieri della Compagnia frentana.
Intimano l’alt alla vecchia 127 del padre di Luigina (fiat 127 matricolata nel
1971), ma suo fratello, privo di patente di guida, alla vista di quella
pattuglia si fece prendere dal panico.
Il 17enne, così, effettuò una manovra d’inversione proprio davanti alla volante
e ripartì per tornare a Montorio. I Carabinieri che conoscevano bene il ragazzo
lo seguirono.
A metà strada, tra Larino e Montorio, dopo averli seguiti per alcuni chilometri,
il carabiniere Ciuffreda decise di mirare verso la lenta utilitaria ancora non
raggiunta in salita dalla volate dei Carabinieri con la sua pistola d’ordinanza,
in modo da bloccare la fuga.
Nel frattempo, però, la piccola Luigina, 14 anni, spaventata, si era distesa sul
sedile posteriore dell’auto, in un attimo la tragedia si compie. La piccola
Luigina morirà subito con due proiettili conficcati al cuore.
Al Tg del Molise Michele, fratello di Luigina, dichiarò di aver subito
“maltrattamenti”, accusando i carabinieri di “scorretto comportamento”.
“questa cosa così atroce, che può succedere solo in un’ Italia da schifo: ce l’
hanno ammazzata e nessuno pagherà. Qui a Montorio non è mai successo niente di
tanto brutto. Siamo gente per bene. Dovete aiutarci…”. Michele ascolta la
versione ufficiale dell’ Arma e ad ogni passo mormora “ma non è vero questo, ma
come è possibile che dicano…“. E’ stupefatto, si capisce che fa una gran fatica
a controllarsi. “Io e Francesco, sostengono loro, saremmo due tossici? Ma è cosa
da pazzi“. Solo alla fine alzerà la voce, furente. I fatti , secondo Michele
Colantonio, sono andati così: “Sono andati – attacca lui – che i carabinieri ci
aspettavano. Perché qualcuno in paese li aveva informati. Ce l’ hanno pure
confermato dopo… Sapevano che io ogni tanto, ma sì insomma spesso, uso la
macchina di mio padre senza dirglielo. E la patente non ce l’ ho. Ho visto le
luci della pattuglia poco prima di arrivare a Larino. Ho invertito la marcia.
Ero terrorizzato. Sì, perché quelli appena hanno cominciato l’ inseguimento si
sono messi a sparare. Hanno sparato almeno 15 colpi contro di noi. Io in
macchina urlavo come un dannato. Non mi sono fermato, no, avevo una paura
tremenda. Poi Luigina, che si era accovacciata dietro dopo i primi colpi, a un
certo punto ha strillato ‘ mi hanno presa’ . Allora ho inchiodato. Lei è scesa
dalla macchina e ha detto ‘ Michele, mi fa male’ , ed è crollata a terra. E’
morta lì, sulle mie ginocchia. I carabinieri lo sapevano che eravamo tutti
minorenni. Lo sapevano… Quando hanno aperto la portiera uno ha puntato la
pistola alla testa di Francesco, quell’ altro mi ha tirato un pugno e mi ha
sibilato contro: ‘ Io ti ammazzo…’ . Era agitatissimo. Io non so chi siano, non
li avevo mai visti prima, sembrava che ce l’ avessero con noi. Poi quando quello
che mi si è avventato contro s’ è accorto che Luigina era già morta – perché
Luigina è morta lì per la strada, in ospedale c’ è arrivato il cadavere – allora
s’ è disperato. E’ andato nel pallone. Ha cominciato a chiamare la centrale… mi
ha detto che io gli ho rovinato la vita. Lui mi aveva ammazzato la sorella e io
gli avevo rovinato la vita? Io gridavo che ci voleva l’ ospedale, subito, ma
sono passati almeno quattro o cinque minuti prima che i due carabinieri
caricassero Luigina sul sedile della loro macchina e ci dicessero di seguirli.
All’ ospedale neanche volevano farmi entrare, continuavano a ripetere che io gli
avevo rovinato la vita“.
Michele Colantonio fu denunciato per guida senza patente e resistenza a pubblico
ufficiale. Per due carabinieri, invece, nessuna conseguenza
All’alba del 31 maggio 2013, la polizia attaccava un presidio permanente di
poche decine di persone a Gezi Park, un parco pubblico in Piazza Taksim, nel
centro di Istanbul. Idranti, lacrimogeni, manganelli, ruspe. Le tende del
presidio vennero distrutte ed incendiate, gli alberi piantati dai manifestanti
abbattuti, molti i feriti e gli arrestati. Dal violento sgombero dei pochi
manifestanti che protestavano contro la distruzione di uno dei pochi parchi del
centro di Istanbul, si aprì una nuova fase di lotte in Turchia. Le
manifestazioni contro la violenza usata dalla polizia nello sgombero vennero
represse ancora più duramente, scatenando un’ondata di proteste che scontrandosi
con il pugno di ferro del governo non si infranse, ma si estese in una rivolta
di massa antigovernativa, che scosse la Turchia per più di due settimane.
Il primo giugno la polizia, dopo ore di scontri ininterrotti, fu costretta ad
abbandonare Piazza Taksim, di fronte alla determinazione di oltre un milione di
persone che si erano unite alla resistenza di piazza. Da quel momento, per molti
giorni, la storica Piazza Taksim dove si trova Gezi Park, piazza simbolo delle
lotte dei lavoratori e dei movimenti rivoluzionari, divenne il centro di un
grande movimento. Ogni gruppo politico, ogni partito o sindacato, aveva il
proprio spazio in quella piazza, in cui erano sempre in corso assemblee,
dibattiti, performance teatrali e musicali, mentre lo spazio liberato era
completamente autogestito, dalla distribuzione di cibo all’infermeria, fino alla
resistenza contro i tentativi di sgombero da parte della polizia.
Ovunque in Turchia si tenevano manifestazioni quotidiane, si occupavano parchi,
si resisteva alla polizia. Ad Ankara il centro delle proteste era Güven Park, un
parco pubblico adiacente alle principali sedi ministeriali, nel centrale
quartiere Kizilay della capitale turca. Si trattava ormai di una rivolta estesa
a tutto il paese.
Non è un caso che il detonatore di questo movimento sia stata la repressione
della protesta contro la distruzione di Gezi Park ad Istanbul. Infatti il
governo progettava di costruire su quel terreno un rifacimento delle caserme
ottomane che furono demolite nel 1940 per far posto al parco. In queste
strutture avrebbero trovato spazio tra l’altro una moschea e un centro
commerciale.
Un progetto che ben riassumeva la politica del governo conservatore-religioso
del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP): nazionalismo in salsa
neo-ottomana, conservatorismo religioso, speculazione edilizia e capitalismo
sfrenato.
Per questo la violenta repressione poliziesca ha scatenato una reazione di
piazza tanto larga e determinata contro l’oppressione dello Stato e la
devastazione del capitale, facendo emergere le forti contraddizioni sociali
della Turchia governata da dieci anni dall’AKP.
Dopo lo sgombero definitivo della “Comune di Gezi Park” il 15 giugno 2013, le
proteste non si sono fermate. Al contrario in Turchia una nuova fase di lotte
sociali e politiche si è aperta.
Guarda “”Gezi Parkı” protestoları: Ne olmuştu? – DW Türkçe“:
da InfoAut
Il pomeriggio del 29 maggio del 1971, a Torino, una manifestazione animata da
studenti, operai e solidali sfocia in cinque ore di duri scontri con le forze
dell’ordine. Il corteo era stato indetto in solidarietà con gli operai FIAT, nei
giorni in cui si stava chiudendo la vertenza sul contratto integrativo.
Chiaramente i sindacati confederali non aderirono alla manifestazione, che
vedeva come principali organizzatori Lotta Continua e Potere Operaio e che aveva
come concentramento piazza Porte Palatine.
Intorno alle 16.30, quando alle Porte Palatine si trovavano più di 500
manifestanti, la Polizia decide di impedire la partenza del corteo, vista la
presenza di un gran numero di manifestanti armati di bastoni. Da subito quindi
sale la tensione, la polizia riesce a sequestrare una decina di bastoni, e in
breve tempo si arriva allo scontro. Una trentina di carabinieri cerca di
caricare per far disperdere il corteo che però risponde subito con grande
determinazione. Dalle borse e dalle tasche dei manifestanti spuntano furori
sassi e alcune bottiglie molotov. I carabinieri vengono praticamente
accerchiati, molti militari alti in grado vengono presi particolarmente di mira:
il vicequestore Mastronardi viene colpito da un sampietrino in pieno volto, si
accascia a terra.
Giungono i rinforzi, 300 tra reparto mobile e carabinieri. I manifestanti però
non si disperdono e riescono sempre a ricompattarsi. Gli scontri si spostano
davanti al Duomo, alcuni manifestanti vi entreranno per sfuggire alle cariche,
altri continueranno ad ingaggiare un violentissimo corpo a corpo fin sopra le
scalinate della chiesa. Gli scontri continuano e si spostano nelle vie
circostanti, nel pieno centro di Torino. Via Garibaldi e la centralissima piazza
Castello sono lo scenario di una vera e propria battaglia: da un lato delle
improvvisate barricate sassi bastoni e molotov, dall’altro lacrimogeni scudi e
manganelli. Sono ormai le 19.15, quando la polizia riesce a sfondare le
barricate e a guadagnare terreno, il corteo non è più compatto, ma i
manifestanti non abbandonano le strade e continuano a fare azioni improvvisate,
“imboscate” ai danni di volanti e blindati che trasportano i fermati (una
sessantina).
Solo alle 21 la situazione sembra essere rientrata sotto il controllo delle
forze dell’ordine, che hanno subìto più di quaranta di feriti, ma il clima è
ancora teso e l’aria densa di lacrimogeni. Auto incendiate, vetrine sfondate,
strade disselciate sono l’immagine di una Torino che (come si legge in un
comunicato) quel giorno scese in piazza “per combattere la repressione padronale
e poliziesca, per rendere agli sbirri ciò che si meritano”. da InfoAut
Tra febbraio e marzo del 1945, mentre le truppe alleate non sono avanzate
rispetto alle posizioni occupate durante l’inverno,l’offensiva partigiana
nell’Italia settentrionale si sviluppava con nuova forza.
È il 10 aprile quando la direzione per l’Italia settentrionale del partito
comunista fa pervenire a tutte le organizzazioni politiche e formazioni militari
partigiane la direttiva n. 16 dedicata all’insurrezione: “l’offensiva sovietica
sull’ Oder e l’offensiva anglo-americana in Italia saranno gli atti finali della
battaglia vittoriosa. Anche noi dobbiamo scatenare l’attacco definitivo. Non si
tratta più solo di intensificare la guerriglia, ma di predisporre e scatenare
vere e proprie azioni insurrezionali”.
Alcuni giorni dopo il generale Clark (generale americano a dirigere le forze
alleate in Italia) invia un messaggio ai partigiani raccomandando di restare
sulle montagne e di non compiere azioni premature. Appena conosciuto il testo
dei messaggio Togliatti scrive a Longo: “Il nuovo ordine del giorno del generale
Clark è stato emanato senza l’accordo del governo né nostro. Tale ordine del
giorno non corrisponde agli interessi del popolo. E nostro interesse vitale che
l’armata nazionale e il popolo si sollevino in un’unica lotta per la distruzione
dei nazifascisti prima della venuta degli alleati. Questo è indispensabile
specialmente nelle grandi città, come Milano, Torino, Genova ecc., che noi
dobbiamo fare il possibile per liberare con le nostre forze ed epurare
integralmente dai fascisti. Prendete tutte le misure necessarie per la rapida
realizzazione di questa linea, scegliete voi stessi il momento dell’insurrezione
sulla base dello sviluppo generale della situazione sui fronti, sul movimento
del nemico e sulla base della situazione delle forze patriottiche.”
Il popolo italiano aderisce con slancio all’appello: il 19 aprile i partigiani,
guidati da Barontini, liberano Bologna e nella mattinata del 24 tutte le
stazioni radio trasmettono questo messaggio “Il Comitato di liberazione
nazionale dell’Alta Italia invita all’insurrezione in tutte le città e le
province, per cacciare gli invasori e i loro alleati fascisti, e per porre le
basi di una nuova democrazia, che sarà l’espressione della volontà popolare”.
È l’insurrezione. Il giorno successivo vengono liberate Torino e Milano, e la
maggior parte del nord Italia.
In questi giorni convivono, nel clima di generale euforia, la fiducia e i dubbi
nei confronti del prossimo futuro, degli Alleati e del governo di Roma: ci si
avvia a vivere un momento in cui l’uscita dall’incubo della morte, per essere
sentita davvero come definitiva, chiede ancora dei morti. In questo senso, le
organizzazioni partigiane aspirano ad una giustizia rapida ed esemplare, che
permetta anche di “evitare l’errore di Roma per cui troppi fascisti girano
ancora indisturbati per le vie dell’Urbe”.
Procedere all’epurazione è un bisogno sentito ed impellente, “l’epurazione
dobbiamo farla adesso, chè dopo la liberazione non si fa più, perché in guerra
si spara, finita la guerra non si spara più”, la giustizia deve venire dal
popolo, che da una parte continua a repellere la denuncia come metodologia di
risoluzione, e che dall’altra parte spesso vede troppo lassismo da parte delle
autorità.
Per molti anni la stampa revisionista ha parlato di 300.000 uccisi nelle
giornate di aprile, mentre nel 1952 il ministro dell’interno Scelba fornisce la
cifra di 1732 epurati. Le stime concrete degli storici fanno invece ammontare il
numero dei morti tra i dodici e i quindicimila in tutto il nord Italia.
Guarda “La liberazione di Torino“:
da InfoAut