Nelle ultime 24 ore, secondo la tv Al Jazeera, i palestinesi uccisi sono 112, in
gran parte civili. Colpita da un attacco aereo israeliano una scuola a nord-est
di Gaza City che ha provocato la morte di almeno 31 persone.
di Michele Giorgio da Pagine Esteri
C’è una scuola a nord-est di Gaza City che non ospita più lezioni da mesi, ma
accoglie centinaia di sfollati. Si chiama Dar al-Arqam e sorge nel quartiere di
al-Tuffah, un’area martoriata dai bombardamenti. Ieri è stata colpita da un
attacco aereo israeliano che, secondo quanto riferito dalla Difesa civile di
Gaza, ha provocato la morte di almeno 31 persone. Tutti civili. Tutti rifugiati.
L’ennesimo massacro in una Striscia che non conosce tregua. Nelle ultime 24 ore,
secondo la tv Al Jazeera, i palestinesi uccisi sono 112, in gran parte civili.
Secondo i comandi israeliani, la scuola Dar al-Arqam sarebbe stata utilizzata
come centro di comando e controllo da Hamas, che – affermano – usa
sistematicamente le infrastrutture civili a fini militari. Hamas respinge
l’accusa e ribadisce di non operare tra i civili. In ogni caso, le scuole colme
di sfollati, come gli ospedali e le tendopoli, continuano ad essere prese di
mira.
I jet israeliani la scorsa notte hanno colpito anche in Libano dove hanno ucciso
un dirigente di Hamas con i figli.
Il bilancio delle vittime, aggiornato dal ministero della Sanità di Gaza, parla
di 50.523 morti e 114.776 feriti dal 7 ottobre 2023. Da quando, il 18 marzo, le
truppe israeliane hanno ripreso l’offensiva rompendo la fragile tregua durata
due mesi, 1.163 persone sono state uccise e altre 2.735 ferite. Un’ecatombe
ininterrotta.
Tra le vittime, la percentuale di donne e bambini supera ormai il 60%. A
riportarlo è l’Ufficio centrale di statistica palestinese (PCBS), che in
occasione della Giornata dei bambini palestinesi – che sdi celebra il 5 aprile –
ha diffuso dati devastanti: 17.954 minori sono stati uccisi dal 7 ottobre 2023,
tra cui 274 neonati. 876 bambini sotto l’anno di età sono rimasti vittime dei
raid, 17 sono morti di freddo nelle tende degli sfollati, 52 per malnutrizione.
Sempre secondo il PCBS, circa 39.000 bambini a Gaza hanno perso uno o entrambi
i genitori dall’inizio del conflitto. Di questi, 17.000 sono orfani di entrambi.
Vivono accampati tra rovine e tendopoli. “Condizioni tragiche”, recita il
rapporto del PCBS.
Da notare che il sistema educativo di Gaza è paralizzato da due anni, con le
scuole trasformate in rifugi, insegnanti e studenti dispersi o uccisi. Una
paralisi che minaccia di lasciare un enorme vuoto nel futuro della società
palestinese.
Nel frattempo, l’esercito israeliano ha annunciato l’occupazione di nuove aree
del nord della Striscia, in particolare nel sobborgo di Shujayia (Gaza city),
con l’obiettivo dichiarato di espandere la zona cuscinetto lungo i confini con
Gaza. Un’operazione che – sostiene il portavoce militare – prevede “corridoi
organizzati” per i civili. Le immagini che arrivano da Gaza dicono ben altro:
famiglie intere costrette ad abbandonare le case a piedi, su carretti trainati
da asini o su biciclette di fortuna, trascinando con sé pochi oggetti.
Centinaia di migliaia di persone sono fuggite nelle ultime settimane, in quello
che le agenzie umanitarie definiscono uno degli esodi di massa più grandi della
guerra. In molti casi, i palestinesi sono stati costretti a fuggire più volte,
inseguendo una sicurezza che non esiste più in nessun angolo della Striscia. Nel
sud, le truppe israeliane si stanno concentrando intorno alle rovine di Rafah,
al confine con l’Egitto, dove vivono ormai ammassati oltre un milione e mezzo di
sfollati.
Israele, dal canto suo, non ha ancora spiegato chiaramente il piano a lungo
termine per le aree che sta occupando con la cosiddetta zona di sicurezza.
L’obiettivo potrebbe essere lo spopolamento permanente di alcune aree, comprese
le ultime terre coltivabili e le riserve idriche della Striscia. L’esercito
continua a dichiarare che smantellerà le infrastrutture di Hamas e libererà gli
ostaggi – ne restano 59 nelle mani del movimento islamista, secondo fonti
israeliane – ma sul terreno l’operazione si sta traducendo in una guerra di
attrito contro i civili.
I palestinesi collegano le mosse militari israeliane al piano dell’ex
presidente americano Donald Trump, che anni fa prospettava la trasformazione di
Gaza in una sorta di resort sotto controllo internazionale, con la popolazione
palestinese trasferita altrove. Un’idea che torna nei timori dei residenti,
sempre più convinti che si voglia cancellare l’identità del territorio insieme a
quella della sua gente.
Nel frattempo, la Cisgiordania non resta immune: 923 palestinesi, tra cui 188
bambini, sono stati uccisi dal 7 ottobre, e altri 660 bambini feriti.
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Tag - Dal mondo
Donne e minoranze vittime di apartheid istituzionalizzato in Iran
di Gianni Sartori
Sappiamo che per i beluci (Baloch) le cose non vanno tanto bene in Pakistan. Per
quelli che vivono in Iran forse ancora peggio.
Anche se ovviamente per le minoranze e per gli oppositori in genere (e per le
donne in particolare) si tratta di un “mal comune”. Andiamo con ordine.
Secondo l’organizzazione “Baloch Activists Campaign” (BAC, citata dall’agenzia
curda Mezopotamya) nei primi tre mesi del 2025 la repressione del regime di
Teheran avrebbe causato direttamente la morte di almeno trenta beluci, tra cui 4
donne e due minorenni (oltre a una sessantina di feriti). Stando alle cifre
ufficiali (presumibilmente per difetto) sarebbero 218 i beluci arrestati (tra
loro cinque bambini).
Inoltre 24 beluci sono stati giustiziati (altri tre sono in attesa
dell’esecuzione) e due sono deceduti a causa delle mine anti-persona posizionate
dai Guardiani della rivoluzione nelle zone di frontiera (causando la morte di
almeno altre sette persone; presumibilmente kolbar o migranti).
Sempre dal rapporto della BAC si apprende che almeno tre donne baloch sono state
assassinate da uomini appartenenti alla loro famiglia e tre hanno perso la vita
in circostanze sospette. Altre due, incinte, sarebbero morte a causa della
negligenza dei medici.
Per concludere sostenendo che “l’uccisione di civili, le esecuzioni di massa, la
repressione, gli arresti arbitrari, la violenza contro le donne e le morti
dovute a negligenza ospedaliera indicano che il governo non solo non ha cercato
di migliorare le condizioni di vita dei beluci, ma ha intensificato la
repressione mettendo in pericolo la sicurezza e la vita dei cittadini”.
Per cui si rivolgono alle istituzioni internazionali dei diritti umani e alle
organizzazioni che difendono i diritti delle donne e dei bambini affinché
“prestino attenzione a questa situazione esercitando pressione sulla Repubblica
islamica d’Iran per porre fine a questo processo”.
Ovviamente i problemi non riguardano solo i beluci. Secondo l’Ong di difesa dei
diritti umani HENGAW, solo nel mese di marzo il regime iraniano ha eseguito
complessivamente 58 condanne a morte. Sia di beluci che di curdi, turchi,
afgani…
Un incremento non da poco pensando che nel marzo 2024 le esecuzioni erano state
“solo” 18.
In alcuni casi le condanne sono state eseguite segretamente, senza informare i
familiari e senza permettere loro un ultimo incontro.
Sempre in base alla documentazione di HENGAW, tra le persone inviate alla forca
nel marzo 2025 vi erano quattro donne (due a Ourmia, una a Machhad e una a
Ispahan). Si tratta di Asieh Ghavicheshm, Nasrin Barani, Kosar Baghernejad e
Mozhgan Azarpisheh.
Tre di loro erano accusate di omicidio e una di traffico di sostanze
stupefacenti. Non risulterebbero invece esecuzioni recenti di minorenni.
HENGAW è stata in grado di fornire anche statistiche e percentuali. 18 dei
condannati a morte (31%) erano persiani e 14 quelli turchi (24%).
Quanto alle altre minoranze, sarebbero 6 i condannati a morte appartenenti
all’etnia Luri; 4 tra Gilaki e Mazanderanii; 3 i beluci, 2 i curdi e uno
rispettivamente per Tat, Arabi e Turcomanni. A cui vanno aggiunti 4 espatriati
afgani e altri 4 di origine sconosciuta.
Circa il 50% era stato condannato per reati legati al traffico di stupefacenti,
il 28% per omicidio.
La maggior parte delle esecuzioni è avvenuta nelle prigioni delle province di
Khorasan-e Razavi (9), dell’Azerbaïdjan orientale (6) e di Lorestan (5).
Sempre nel mese di marzo, in Iran sono state arrestate dalle forze di sicurezza
almeno 17 attiviste (13,5 % del totale delle persone arrestate). Tra loro nove
militanti curde legate al movimento Jin, Jiyan, Azadi.
Si tratta di: Sedigheh Noorbala, Fatemeh Atashi Khiavi, Marziyeh Ghafari Zadeh,,
Rojbin Afsoon, Avin Ahmadi, Sarya Ahmadi, Leila Pashaei, Baran Saeidi, Soma
Mohammadzadeh, Shno Mohammadi, Sedigheh Noorbala, Fatemeh Atashi Khiavi,
Marziyeh Ghafari Zadeh, Leila Qolikhani Ganjeh, Rojbin Afsoon, Avin Ahmadi,
Sarya Ahmadi, Sima Alipour, Mehregan Namavar, Soheila Motaei, Nina Golestani,
Anisa Fanaeian e Arezoo Jalilzadeh.
Altre sei militanti venivano intanto condannate e incarcerate: Narges Nasri
(condannata a 10 anni), Fereshteh Souri (un anno), Mandana Sadeghi (4 anni, 2
mesi e 7 giorni), Farzaneh Yahyaabadi (3 mesi), Hamideh Zarei (un anno e sei
mesi), Kobra Taherkhani (tre anni). Nello stesso periodo si sono verificati
almeno otto femminicidi (per mano di mariti, fidanzati, fratelli…). Sia gli
arresti che le condanne al carcere e i femminicidi sono la conseguenza delle
leggi segregazioniste che nel regime iraniano impongono un vero e proprio
apartheid di genere. Alimentando l’oppressione delle donne e una sorta di
misogenia istituzionalizzata. Nel 2024 i femminicidi documentati in Iran erano
stati 191 (cifre fornita da HENGAW).
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Mentre il nuovo governo di Damasco appare alquanto tiepido nel riconoscimento
delle minoranze, nel nord-est le SDF stabiliscono rapporti di reciproco
riconoscimento con la comunità armena. Smobilitando nel contempo le milizie
curde da Aleppo e procedendo allo scambio di prigionieri con l’SNA.
di Gianni Sartori
Anche se “Dio solo sa come andrà a finire” l’evoluzione della situazione in
Siria appare emblematica di quanto potrebbe in futuro accadere in tutto il Medio
oriente.
Risale alla fine del mese scorso l’annuncio del presidente al-Sharaa del nuovo
governo ad interim. Dovrebbe restare in carica cinque anni e traghettare il
Paese verso la nuova Costituzione e le prime elezioni politiche post-Assad.
Un esecutivo composto da 23 ministri, tra cui anche una donna, la cristiana Hind
Kabawat a cui è stato affidato il dicastero del Lavoro e degli Affari sociali.
Com’era prevedibile la maggioranza dei ministri (in particolare nelle
“posizioni-chiave”) appartiene alla comunità sunnita. In buona parte sono ex
membri del “governo di salvezza” di Idlib tra il 2011 e il 2024. Come Asaad
al-Shaibani (nuovamente a capo della diplomazia) e Mourhaf Abou Qasra
(confermato alla Difesa).
Ad un altro ex jihadista, Anas Khattab (già dirigente dell’Intelligence a
Idlib), è stato affidato il ministero degli Interni mentre Mouzhar al-Waiss
dovrà occuparsi della Giustizia. In sostituzione di Shadi Mohammad al-Waisi,
allontanato dopo la diffusione di alcuni video in cui presenziava all’esecuzione
di due donne accusate di prostituzione a Idlib. Tra gli appartenenti alle
minoranze, l’alawita Yarub Badr (ministro dei Trasporti) e il druso Amgad Badr
(dicastero dell’Agricoltura).
Oltre alla già citata cristiana cattolica Hind Kabawat che in un’intervista ha
detto di ispirarsi al pensiero e all’opera del gesuita padre Paolo dall’Oglio,
ai suoi ideali di “giustizia, inclusione e diversità”.
Tuttavia il nuovo governo è stato comunque messo in discussione – diciamo pure
“bocciato” – dai curdi per una “evidente mancanza di reale coinvolgimento delle
minoranze”.
Intanto nel nord-est siriano, il 2 aprile il comandante delle SDF (Forze
Democratiche Siriane) Mazloum Abdi ha ricevuto sua Eminenza il vescovo aggiunto
Levon Yeghiayan, pastore dell’Arcidiocesi Ortodossa Armena di Al Jazeera e una
delegazione della comunità armena. Levon Yeghiayan ha trasmesso al comandante
delle SDF le felicitazioni e le benedizioni dell’arcivescovo armeno ortodosso di
Aleppo, Makar Ashkarian, per Newroz e per Eid al-Fitr. Elogiando le SDF per
quanto stanno facendo a tutela della sicurezza, del dialogo, del rispetto e
della convivenza tra le diverse comunità etniche, politiche e religiose.
Da parte sua Abdi ha ricordato il ruolo storico assunto dalla comunità armena
nell’arricchimento del tessuto sociale e culturale del nord e dell’est della
Siria, così come nell’intero Paese. Ricordando come sia “responsabilità
collettiva dei siriani superare le divisioni e collaborare per l’unità e un
futuro stabile per tutti”.
Successivamente, nell’arco della stessa giornata, il Comandante delle SDF ha
ricevuto una delegazione di sceicchi e dignitari di Raqqa. Anche da costoro sono
venuti elogi per l’operato delle SDF, in particolare per i recenti accordi con
il governo di Damasco (anche se in parte – forse – rimessi in discussione).
Con un preciso riferimento a quello del 1 aprile (composto da 14 clausole e
salutato dal Consiglio civile di vicinato come una “soluzione sostenibile”) con
cui le forze curde si sono impegnate a rimuovere le barricate e ritirare le
milizie armate dai quartieri a maggioranza curda di Aleppo (Cheikh Maqsoud e
Achrafieh). Milizie che si sposteranno sulla riva orientale dell’Eufrate
portandosi comunque appresso le armi. Allo scopo di assicurare la convivenza e
la sicurezza dei residenti con la costituzione di un Comitato di coordinamento
per garantire eventuali spostamenti della popolazione curda nel nord-est. Viene
inoltre garantito il mantenimento dei municipi e consigli locali esistenti e
pianificato lo scambio dei prigionieri catturati durante il conflitto.
Il primo scambio è avvenuto il 3 aprile con la liberazione da parte
dell’Amministrazione autonoma di 400 persone. Da parte sua l’Esercito Nazionale
Siriano (SNA, sottoposto al comando turco), grazie al ruolo di intermediario del
governo di Damasco (HTS), ha liberato 170 prigionieri curdi.
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A Dohouk (in Bashur – Kurdistan del Sud – nel nord dell’Iraq) le celebrazioni
tradizionali dell’Akitu sono state funestate da un attacco di probabile natura
jihadista. Mentre in Siria gli ascari di Ankara devastavano le tombe dei caduti
di FDS, YPJ e YPG.
di Gianni Sartori
Il 1 aprile due persone sono state ferite alla testa da alcuni colpi d’ascia
durante le celebrazioni per il nuovo anno (Akitu) della comunità
assiro-cristiana nel Kurdistan autonomo nel nord dell’Iraq. Al momento le due
vittime (un giovane e una donna anziana che versa in gravi condizioni) sono
ancora ricoverate all’ospedale in osservazione.
L’Akitu, festa di primavera le cui origini risalgono all’antica Mesopotamia,
viene da sempre celebrato dalla comunità assiro-cristiana come inizio del nuovo
anno (equivalente del Newroz curdo, in marzo).
Mentre la polizia locale (Assayech) sta indagando per stabilire se l’episodio
(inusuale per il Kurdistan autonomo) rientri effettivamente nelle azioni
terroristiche di natura islamista, per Ali Tatar, governatore di Dohouk, il
grave episodio “non dovrà comunque intaccare la coesistenza pacifica nel
Kurdistan”.
Attualmente la comunità cristiana dell’Iraq non supera i 400mila individui
(all’epoca di Saddam si aggirava intorno al milione e mezzo). In passato molti
sono espatriati per paura delle violenze settarie. Soprattutto nel 2014 con la
conquista di Mosul da parte delle milizie dello Stato islamico.
Stando alle agenzie, alcune cellule jihadiste sarebbero ancora operative (più o
meno in clandestinità) in diverse aree isolate dell’Iraq.
Intanto in Siria – per non essere da meno – le bande turco-jihadiste si dedicano
al vandalismo, distruggendo le tombe dei combattenti delle forze arabo-curde
(FDS, YPJ, YPG). Già in altre occasioni il cimitero dei martiri della città di
Manbij veniva sistematicamente devastato dalle truppe di occupazione
turco-jihadiste. E ora la cosa si è ripetuta. Come hanno dovuto amaramente
constatare i parenti dei caduti al momento dell’ultima visita di Aïd el-Fitr (30
marzo, fine del Ramadan). Il Consiglio delle famiglie dei martiri di Manbij ha
denunciato che “mentre in città fervevano le celebrazioni, le tombe dei nostri
cari venivano dissacrate”.
Causando una profonda sofferenza tra i familiari di quanti si erano sacrificati
combattendo contro gli invasori.
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Decimati dalla controguerriglia e dalle defezioni, i maoisti indiani – dopo
oltre mezzo secolo – sembrano – se non a rischio estinzione – comunque in grande
difficoltà. Sempre pessima poi la situazione per gli adivasi. Indifesi, il
classico “vaso di coccio”, esposti a discriminazioni e strumentalizzazioni da
ogni lato.
di Gianni Sartori
Risale al 1967 la nascita nel villaggio di Naxalbari (distretto di Darjeeling,
Bengala occidentale) del movimento naxalita ( maoista). Sopravvissuto per oltre
mezzo secolo, attualmente sembra essere in grandi difficoltà. Forse è ancora
prematuro decretarne la fine, ma gli ultimi eventi sembrano andare in tale
direzione.
Il 30 marzo una cinquantina di maoisti, compresi quadri superiori della
guerriglia, si sono arresi alle forze di sicurezza (polizia di Stato, Guardia di
riserva di distretto-DRG, Forze speciali- STF, unità d’élite COBRA del CRPF) nel
distretto di Bijapur .
Determinante il fatto che negli ultimi tre mesi ben 134 militanti, di cui 118
appartenenti alla divisione Bastar, siano stati uccisi in Chhattisgarh. Inoltre
sembra funzionare l’istituzione di taglie cospicue e di premi (“buonuscita” ?)
per chi abbandona le armi e diserta.
Nel frattempo le forze di sicurezza continuano a braccare i superstiti. Anche il
giorno prima, 29 marzo, altri 18 guerriglieri (compreso il comandante Jagdish –
Budhra) erano stati abbattuti nei distretti di Sukma e di Bijapur (Chhattisgarh)
dai paramilitari della Guardia di riserva del distretto (DRG che ha avuto due
feriti) e dalla Forza di polizia centrale di riserva (CRPF). Tra i caduti 11
donne.
Jagdish (su cui pendeva una taglia di 2,5 milioni di rupie) era considerato
ideatore e responsabile dell’attacco nella valle di Jhiram del 2013 in cui
avevano perso la vita 25 appartenenti alle forze di sicurezza e alcuni esponenti
politici del Congresso (come Nand Kumar Patel).
Sempre alla fine di marzo nel Chhattisgarh era stato ucciso dalla DRG un altro
comandante maoista, Sudhir (conosciuto anche come Sudhakar, Murli, Ankesarapu…).
Dirigente del Comitato di zona di Dandakaranya del PCI(M), originario
dell’Andhra Pradesh e in attività dalla fine del secolo scorso. Era anche
responsabile di una MOPOS (Scuola politica mobile) incaricata della formazione
dei quadri. Nella stessa circostanza venivano uccisi Mannu Barsa e Pandru Atra,
originari di Bhairamgarh (nel Bijapur).
Era andata ancora peggio qualche giorno prima quando una trentina di maoisti
riuniti nelle foreste del distretto di Bijapur venivano eliminati, dopo essere
stati circondati, dalle Forze di sicurezza delle frontiere (BSF) e dalla DRG.
Ovviamente non è detto che tutti i morti ammazzati in quanto “maoisti” lo siano
poi veramente.
La guerra – va detto – è anche (o soprattutto) contro i tribali.
Vedi il caso del 9 marzo quando le Forze di sicurezza dello Stato del Madhya
Pradesh annunciavano l’uccisione di un “naxalita” nel distretto di Mandlaet. In
realtà Hiran Singh Partha (38 anni, padre di cinque figli) apparteneva alla
comunità tribale Baiga e non aveva nessun coinvolgimento nella guerriglia.
Ma forse per il movimento naxalita è molto più preoccupante il diffondersi delle
defezioni.
Stando alle cifre fornite dal governo indiano, nel 2024 sarebbero almeno 792 i
maoisti che si sono arresi nella sola regione del Bastar.
Tra le misure risultate più efficaci, le ricompense introdotte nel Chhattisgarh
per i disertori (50mila rupie, una casa, un pezzo di terra e in molti casi la
cancellazione dei reati di cui sono accusati). Oltre al prezzo delle armi
eventualmente consegnate: ben 25mila rupie per un rudimentale EEI (dispositivo
esplosivo improvvisato).
Oltre ai cospicui indenizzi previsti per i congiunti dei collaborazionisti
(informatori, infiltrati…) che perdono la vita nello svolgimento di tale
attività. Recentemente raddoppiati (per incoraggiare le delazioni) a oltre un
milione di rupie per famiglia.
Fermo restando che alla fine, a conti fatti, a rimetterci ulteriormente saranno
sempre e comunque gli indifesi adivasi.
“Tirati per la giacca” da una parte e dall’altra. Talvolta convertiri al
cristianesimo forse più per ragioni di sopravvivenza (per sfuggire alle
discriminazioni, alla logica delle caste) che per convinzione.
Se mi passate l’analogia, come i bogomili bosniaci che – accusati di eresia –
migrarono in blocco nell’islam (XVI sec.). Sfangandosela, diversamente dai
catari (poracci!).
E comunque destinati – gli adivasi – a subire angherie e prepotenze dai gruppi
maggioritari e dominanti
Come in questi giorni (31 marzo) quando i fondamentalisti indù di Bajrang Dal,
(ala giovanile del Vishva Hindu Parishad) hanno attaccato un gruppo di
pellegrini, in maggioranza tribali (adivasi) convertiti, nei pressi della Holy
Trinity Church di Jabalpur.
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USA. Persone migranti, non importa se regolari o meno, vengono rastrellate per
strada, sequestrate da uomini dal volto coperto e senza divise o distintivi, e
sbattute in pulmini neri per poi scomparire nei centri di detenzionea dell’ICE
(U.S. Immigration and Customs Enforcement). Persone comuni prese a caso, ma
anche persone impegnate nella solidarietà alla Palestina sottoposte a sequestri
mirati.
Se la deportazione disposta da Trump di centinaia di immigrati venezuelani in un
lager salvadoregno ha sollevato un certo scandalo a livello internazionale, in
questi giorni nel silenzio tombale dei nostri media si stanno moltiplicando
negli USA scenari che ricordano l’Argentina dei generali dopo il golpe del ’76,
quando energumeni col passamontagna ti rapivano per strada sbattendoti su una
Ford Falcon.
Raccogliamo qui le denunce che sempre più riempiono i social network, e che
raccontano ogni giorno la quotidianità di questo nuovo incubo americano.
di Alexik da La Bottega del Barbieri
Le hanno detto che avrebbe passato la notte a Miami.
Nessun avvertimento. Nessun avvocato. Non c’è tempo per fare le valigie.
Solo polsini d’acciaio avvolti intorno ai polsi, stretti sul petto, incatenati a
una cintura in vita così stretta che non riusciva a respirare. Un autobus senza
cibo, senza acqua, senza bagno – solo una pozzanghera di piscio che bagna il
pavimento. Le guardie le hanno detto di andare avanti e urinare dove si sedeva.
L’ha fatto.
Condizioni di detenzione a Krome.
Poi l’hanno spinta dentro Krome. Krome, il centro di detenzione di Miami dove
dovrebbero essere detenuti uomini con precedenti penali, non donne immigrate
senza accuse, senza condanne, senza voce. Krome, dove lei e altre 26 sono stati
infilate “come sardine in un barattolo”, costrette a dormire sul cemento, dove
gli è stata offerta una doccia di tre minuti in quattro giorni e dove le guardie
gli han detto di fingere di avere una crisi convulsiva se volevano medicine. Una
donna ha avuto una crisi epilettica. Sono venuti per lei. Le altre le hanno
ignorate.
Tre persone sono morte in custodia dell’ICE. Tre. In poco più di un mese.
Genry Ruiz-Guillen, 29 anni, dall’Honduras, morta il 23 gennaio.
Serawit Gezahegn Dejene, 45 anni, etiope, morta il 29 gennaio.
Maksym Chernyak, 44 anni, ucraino, è morto il 20 febbraio.
Nessuna condanna. Nessun processo equo. Nessuna protezione.
Solo morte sotto luci fluorescenti.
E mentre i corpi si accumulano, gli architetti di questo sistema ridono.
Gli architetti della sofferenza
Tom Homan, ora ufficialmente lo “zar delle frontiere” di Trump, non sta più
solo urlando dai talk show di Fox News. Comanda lui. E promette “deportazioni
ogni giorno”, giura di espellerne a milioni. Sta spingendo per costruire nuovi
campi di detenzione nelle basi militari e nella baia di Guantanamo, per
esternalizzare il carcere nelle carceri locali e per abbassare gli standard
federali di detenzione lngo i confini.
Vuole consegnare vite umane a qualsiasi sceriffo con gabbia e budget. Questa non
è una forza dell’ordine, è un’epurazione nazionale.
Kristi Noem non è più la governatrice del Sud Dakota.
È stata promossa a Segretario della Sicurezza Nazionale, supervisionando
l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), il Customs and Border Protection
(CBP), e la Federal Emergency Management Agency (FEMA).
Ha già iniziato a rimodellare la politica delle catastrofi e l’applicazione
dell’immigrazione con la fredda efficienza di chi non si è mai preoccupato del
costo umano. Ha visitato i centri di detenzione all’estero e ha proposto di
attribuire più potere e finanziare la macchina che sta già uccidendo le persone.
Questa è la donna che ora si occupa di proteggere la patria – e la tratta come
un campo di battaglia.
E Stephen Miller, il goblin di alabastro dietro la prima ondata di terrore
xenofobo di Trump, è tornato all’interno dell’Ala Ovest [l’edificio che ospita
gli uffici del Presidente degli Stati Uniti d’America, ndt] come Vice Capo di
Stato Maggiore per la Politica e la Sicurezza Nazionale. Lui non si sta
nascondendo. Non si sta ammorbidendo. Sta gettando le basi per le deportazioni
di massa, le separazioni familiari e la militarizzazione totale
dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione. La strategia di Miller è
semplice: inondare il sistema, romperlo e far sembrare la crudeltà come ordine.
Questa non è cattiva gestione. Questa non è politica. Questa è sofferenza umana
sancita dallo Stato. L’Immigration and Customs Enforcement ha 46.269 persone in
custodia, ben oltre la sua dotazione ufficiale di 41.500 posti letto. Il
Congresso l’ha appena premiato con altri 430 milioni di dollari.
I centri di detenzione stanno straripando. Le guardie sussurrano: “Non dovrebbe
essere così”. Ma continuano a girare la chiave. Continuano a chiudere le porte.
Perché questo sistema non è stato progettato per riabilitare. Non è stato
progettato per scoraggiare. È stato progettato per distruggere le persone.
E funziona.
Approfittatori imprenditoriali del gulag
Akima Infrastructure Protection – ricorda questo nome.
Questo è l’appaltatore privato che gestisce Krome con un contratto federale da
685 milioni di dollari. I soldi delle tue tasse. Il tuo paese. Il tuo nome sulla
fattura.
E Akima non ha semplicemente ignorato le segnalazioni di sovraffollamento, abusi
e morte – non ha nemmeno risposto. Perché non hanno l’obbligo di farlo. Nel
sistema di gulag dell’immigrazione americano, la responsabilità è facoltativa, i
profitti sono obbligatori.
Akima non è il solo. Il racket delle detenzioni privatizzate è un business in
crescita.
Peggiori sono le condizioni, più alti sono i margini. Più detenuti equivale a
più letti, più guardie, più pagamenti federali. Questi non sono semplici
appaltatori di carceri, sono profittatori di guerra, in una guerra interna
contro i poveri, i non bianchi, i senza documenti, gli usa e getta.
E mentre tre esseri umani muoiono nelle gabbie del governo in trenta maledetti
giorni, l’ICE pubblica un comunicato dicendo che non possono verificare gli
abusi senza i nomi delle donne. È come guardare una casa bruciare e dire che non
puoi aiutare se le fiamme non presentano una richiesta formale.
Quello che ICE significa davvero è questo: a meno che non ci consegni i loro
nomi, non possiamo vendicarci.**
Paura, silenzio e il nuovo incubo americano
Queste donne hanno paura di parlare perché sanno cosa succede a chi dice la
verità in un sistema costruito per cancellarle. La loro paura non è paranoia. È
saggezza. Perché nell’America di Trump, il sistema dell’immigrazione non è più
civile. È punitivo, predatorio e letale.
E mentre questo spettacolo horror al rallentatore si svolge dietro sbarre
d’acciaio e posti di blocco di sicurezza, il resto del paese lo passa oltre:
troppo stanco, troppo intorpidito, troppo avvolto nei punti di discussione per
vedere cosa c’è proprio di fronte a loro:
Gli Stati Uniti stanno di nuovo gestendo i campi di concentramento.
Non in segreto. Non nell’ombra. A Miami. In Arizona. In Texas. Con un pieno
finanziamento del Congresso. Con indifferenza bipartisan. Con l’approvazione
aperta di un movimento politico che acclama la crudeltà come fosse patriottismo.
E a meno che non gli diamo un nome, lo urliamo e ci infuriamo contro, andrà
sempre peggio. Perché questa amministrazione lo ha detto chiaramente: non
vogliono aggiustare il sistema. Vogliono distruggere più persone. Più
velocemente. Più economicamente. Più rumorosamente.
E se questo significa più sacchi per cadaveri? Così sia. Per loro non è un
fallimento.
Il piano funziona esattamente come previsto.**
Che diavolo FACCIAMO?
Smettiamo di fingere che sia normale. Smettiamo di chiamarlo “sistema guasto” e
iniziamo a chiamarlo per quello che è: un’arma.
Abbiamo i nomi. Diamo un nome ai morti. Noi diciamo Genry. Serawit. Maksym. Non
come note a piè di pagina, ma come prova che il silenzio è complicità.
Facciamo pressione al Congresso affinché tolga i fondi all’ICE, perchè metta
fine ai contratti di detenzione privata, perché chiuda Krome e ogni struttura
simile. Chiediamo indagini indipendenti, responsabilità penale e media che
coprano queste storie come se fossero in gioco vite, perché lo sono.
Sosteniamo le organizzazioni guidate dagli immigrati. Scateniamo l’inferno nei
municipi.
Presentiamoci con i cartelli, con le querele, con le telecamere, con la giusta
furia. Inondiamo i loro uffici. Scriviamo fino a quando ci sanguinano le dita.
Organizziamo protestiamo resistiamo.
E se ti trovi in una posizione di potere – se sei uno staff, un avvocato, un
giornalista, un essere umano con una piattaforma – usala. Questa non è
un’esercitazione. Questo non è un momento per restare neutrali.
La macchina sta uccidendo le persone. Le persone che lo gestiscono ne sono
orgogliose.
E la storia non perdonerà chi è rimasto a guardare.
Alza la voce. Distruggi il loro silenzio. E non fermarti finché le gabbie non
saranno vuote.
DAL PROFILO FB DI DUSTIN WEST
Sono stato appena fermato e il mio cane è stato aggredito da agenti dell’ICE in
borghese, insieme a membri sotto copertura della polizia di New York, credo,
mentre cercavo di intervenire in un rapimento ICE nel mio quartiere.
Si sono rifiutati di identificarsi, erano mascherati, non hanno prodotto alcun
mandato firmato, ed erano in un furgone senza contrassegni. Hanno letteralmente
rapito dalla strada una famiglia che accompagnava i figli a casa da scuola, e
poi hanno preso a calci il mio cane e ammanettato me e i miei vicini per aver
fatto domande.
Hanno frugato illegalmente nel mio telefono, violato diversi diritti
costituzionali, e poi sono scappati con una famiglia e le urla dei bambini nel
retro di un furgone per chissà dove.
Se questo può accadere in un angolo di Harlem alle 5:30 del pomeriggio, siamo in
grossi guai ragazzi. Proteggete voi stessi e i vostri vicini in qualsiasi modo
possiate fare.
Sono assolutamente affranto, infuriato e disgustato per quello che è diventato
il mio paese e se non provate lo stesso; o non ci fate attenzione o siete parte
del problema.
Voglio rendere chiara la conclusione che ho tratto da questa esperienza.
È questo: i neri e i non bianchi in questo paese sono sottoposti a questo stesso
tipo di violenza e illegalità da secoli, con esiti spesso ben peggiori di quelli
che ho vissuto io.
Il fatto che gli oppressori al potere ora siano disposti a infliggerlo anche ad
un uomo bianco privilegiato in pieno giorno, nel presunto bastione dei valori
progressisti che è New York, dimostra solo quanto siano diventati sfacciati e
quanto debba essere pericoloso per tutti gli altri, non per un privilegiato come
me.
I bianchi DEVONO ostacolare il fascismo in ogni momento. DOBBIAMO mettere in
gioco i nostri corpi e i nostri privilegi.
DOBBIAMO essere chiave inglese negli ingranaggi di questa orribile macchina che
abbiamo contribuito a creare. Non ci rimane molto tempo per evitare che vengano
fatti danni irreversibili e irreparabili a milioni di persone qui e in tutto il
mondo….
Vi prego di tenere d’occhio i vostri quartieri, continuare a parlarne, e fare
ciò che è possibile per fermare queste cose quando le vedete, e trasmettete
immediatamente in streaming! Vorrei davvero averlo fatto !
Credo che abbastanza corpi bianchi e telecamere dal vivo avrebbero potuto far
pensare due volte questi tizi e avrebbero potuto impedire il rapimento di questa
famiglia. Conosco abbastanza tutte le persone, organizzate, rumorose e in
strada, speriamo possano iniziare a invertire la rotta mortale su cui siamo.
Tutti devono agire secondo le proprie abilità, privilegi e livelli comfort
rischiando, ma tutti devono agire! Il silenzio è complicità!
***
DAL PROFILO FB DI FABIO SABATINI
***
Arresti, deportazioni e intimidazioni per reati d’opinione. È così che comincia,
colpendo quelli sgraditi alla maggioranza. Per arrivare, infine, a chiunque osi
dissentire. Una repressione del dissenso sistematica, che si sta già estendendo
dai campus universitari a ogni angolo della vita pubblica.
Il video dell’arresto di Rumeysa Ozturk diffuso da AP mette i brividi, fa paura,
indigna.
***
Ozturk è una dottoranda di ricerca presso il Department of Child Study and Human
Development della Tufts University, dove si occupa di psicologia dello sviluppo
infantile. Aveva un permesso di soggiorno regolare e risiede negli Stati Uniti
da quando ha conseguito un Master alla Columbia University. Pochi giorni fa,
appena uscita di casa, è stata accerchiata da sei uomini, alcuni dei quali
mascherati, ammanettata e caricata su un furgone. Le è stato revocato il visto e
subito dopo è stata deportata. Nessuna udienza, nessuna garanzia costituzionale.
Come tanti altri deportati, non è accusata di alcun reato. Ma ha firmato,
insieme a dei colleghi, una lettera di sostegno alla popolazione civile di Gaza,
pubblicata su una rivista studentesca locale. Una presa di posizione che le
autorità hanno ritenuto “contraria agli interessi americani”.
La sua università non ha ottenuto altre informazioni sulle ragioni dell’arresto
– ma dovremmo chiamarlo rapimento, come quello di Mahmoud Khalil e di tanti
altri studenti, dottorandi e ricercatori che stanno sparendo nel silenzio
generale.
Serve una incredibile faccia tosta per giustificare le violazioni dei diritti
civili con l’alibi della lotta all’antisemitismo, quando si governa con ministri
e consiglieri antisemiti o perfino fan dichiarati del Terzo Reich.
L’antisemitismo è solo un pretesto.
Ora Trump ha deciso di colpire i simpatizzanti della Palestina, sapendo che
musulmani e professori dei college di élite non suscitano simpatie nel pubblico,
e il loro arresto crea divisioni. Domani toccherà a chi protesta per i diritti
LGBT, poi a chi imbratta le Tesla, fino a che nessuno che critichi il regime
potrà più sentirsi al sicuro, per quanto bianco, maschio, etero e cis.
Ogni minoranza perseguitata lo sa: l’unico vero scudo contro l’oppressione e la
violenza è una società libera, fondata sul rispetto dei diritti civili, dello
stato di diritto e delle garanzie costituzionali.
Accettare che uno studente o un ricercatore possa sparire per reati d’opinione,
senza processo né accuse formali, significa accettare che anche i cittadini
“nativi” possano perdere i loro diritti. Al governo basterà dire che qualcuno
“ha agito contro gli interessi americani”.
Lo stesso vale per le università. La Columbia ha accettato di cedere al potere
politico la gestione delle proprie procedure di reclutamento e disciplina, in
cambio della sopravvivenza finanziaria. Ma un’università senza fondi è ancora
un’università. Un’università senza libertà di espressione, no. È solo
un’istituzione svuotata, pronta a diventare un braccio ideologico, uno dei
tanti, del regime. Se ci si piega per non perdere fondi, presto si
sacrificheranno i professori dissenzienti e chiunque, non adeguandosi, metta a
rischio l’afflusso di risorse. Finché il regime arriverà a stabilire quali libri
si possano tenere nelle biblioteche, non solo quelle universitarie.
È così che comincia. Con piccoli compromessi a spese di chi è sgradito alla
maggioranza. E poi, gradualmente, si arriva a chiunque osi dissentire. Altro che
difesa del free speech. Altro che lotta all’antisemitismo. Quella in corso è una
sistematica repressione del dissenso, che si sta già estendendo dai campus
universitari a ogni angolo della vita pubblica americana.
La libertà d’espressione e la democrazia non sono mai un’eredità garantita. Sono
conquiste fragili, che si logorano rapidamente con l’indifferenza verso le
ingiustizie, come quando si accettano in silenzio l’arresto di un ricercatore e
la censura di un’idea.
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La Germania si affida al manuale degli Stati Uniti: le deportazioni prendono di
mira i manifestanti della guerra di Gaza. Le obiezioni di un alto funzionario
dell’immigrazione secondo cui nessuno dei manifestanti era stato condannato per
reati sono state respinte da pressione politica. L’unica accusa è di aver
protestato a favore della Palestina
di Sebastiano Canetta da il manifesto
Deportati oltre confine per motivi politici: la versione tedesca del
metodo-Trump. Berlino si conforma all’inquietante deriva di Washington
inaugurando – nel massimo silenzio istituzionale – le prime espulsioni degli
attivisti che hanno manifestato a favore della Palestina. Sono quattro giovani
residenti nella capitale tedesca su cui non pende alcun reato, “colpevoli” solo
di aver partecipato alle demo contro Israele nel 2024, ovvero di aver
disobbedito alla ragione di stato che in Germania impone di stare sempre e
comunque dalla parte di Tel Aviv.
Si chiamano Kasia Wlaszczyk, Cooper Longbottom, Roberta Murray e Shane O’Brien;
i primi due sono rispettivamente cittadini di Polonia e Stati uniti mentre gli
altri hanno il passaporto irlandese. Hanno meno di un mese di tempo per lasciare
la Bundesrepublik prima che scatti l’ordine esecutivo.
A DARE la notizia è il giornalista indipendente Hanno Hauenstein sul sito di
Intercept, dettagliando la procedura legale a perfetta imitazione di ciò che
accade dall’altra parte dell’Atlantico. «Secondo le norme tedesche
sull’immigrazione, le autorità non hanno bisogno di alcuna condanna penale per
emettere il decreto di espulsione – come ha sottolineato Thomas Oberhäuser,
presidente del comitato per il diritto dell’immigrazione dell’Ordine degli
avvocati – Tuttavia le motivazioni addotte devono essere direttamente
proporzionali alla gravità del provvedimento che comporta conseguenze estreme
quali la separazione dalla famiglia o la perdita del lavoro. La domanda-chiave
è: quanto è grave la minaccia e quanto è commisurata la risposta? Se si espelle
qualcuno semplicemente per le sue convinzioni politiche, allora siamo di fronte
a un eccesso enorme».
I quattro fogli di via dalla Germania portano la firma del Land di Berlino e
sono stati emessi «fra le pressioni politiche e le obiezioni del capo
dell’Agenzia per l’immigrazione. Il conflitto interno è sorto perché tre dei
quattro colpiti dall’ordine di espulsione sono cittadini Ue e godono della
libertà di movimento tra i paesi membri».
Alla fine ha deciso il Senato del Land governato dal sindaco-governatore della
Cdu, Kai Wegner, e dalla vice-borgomastra della Spd, Franziska Giffey, cui
spetta l’ultima parola in tema di immigrazione. Con una scelta politica
tutt’altro che sorprendente: la linea ufficiale del Municipio Rosso viene
sventolata fin dall’ingresso dove oltre alla bandiera cittadina sono issati il
vessillo dello Stato ebraico e il bicolore dell’Ucraina.
(In controtendenza ieri Rolf Mützenich, storica figura della Spd, in prima linea
nel negoziato con la Cdu, ha chiesto a Merz di chiarire se Berlino intende
eseguire il mandato d’arresto contro Netanyahu nel caso visiti la Germania: «Non
possiamo permettere che i rappresentanti del nostro Stato siano messi sullo
stesso piano di Viktor Orbán»).
«Ciò che si è verificato a Berlino è tratto direttamente dal manuale
dell’estrema destra» denuncia Alexander Gorski, avvocato di due degli attivisti.
In pratica «il dissenso politico viene messo a tacere facendo leva sullo status
di immigrato dei manifestanti. Sotto il profilo legale questa vicenda ricorda da
vicino il caso di Mahmoud Khalil, lo studente palestinese della Columbia
University espulso dagli Usa».
E IN GERMANIA ormai basta poco, se di fatto l’unico evento che collega i quattro
casi è l’accusa di aver partecipato all’occupazione della Freie Universität di
Berlino l’anno scorso. Nessuno dei destinatari dell’atto di espulsione è
accusato di vandalismo o resistenza.
«L’ordine cita soltanto il sospetto che i quattro abbiano preso parte a
un’azione di gruppo coordinata, mentre le rimanenti accuse sono di lievi entità:
due sono accusati di aver definito “fascista” un poliziotto e di aver afferrato
il braccio di un altro agente per fermare l’arresto di un attivista; tre di aver
manifestato insieme a gruppi che scandivano slogan come “From the River to the
Sea” (dichiarato illegale nel 2024) e “Palestina libera”. Le autorità affermano
che tutti hanno urlato slogan antisemiti o anti-Israele, tuttavia nessuno viene
specificato».
In teoria l’unica vera accusa penale sarebbe il «fascista» dato al poliziotto da
O’Brien, che è ritenuto un reato. Ma l’irlandese è già stato portato alla sbarra
di un tribunale di Berlino ed è stato assolto.
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Un anno fa, l’UE e l’Egitto hanno annunciato il lancio di un “partenariato
strategico e globale”. Ciò comporta un pacchetto di aiuti e investimenti da 7,4
miliardi di euro dall’UE all’Egitto. Questo articolo analizza questo sviluppo
nel contesto dei cambiamenti regionali, l’inefficacia delle “soluzioni esterne”
alla migrazione e l’impatto della cooperazione UE-egiziana sui diritti umani in
Egitto. Sostiene che il sostegno europeo all’Egitto è alla base delle violazioni
dei diritti umani. Questi abusi vengono poi ignorati in modo che l’UE possa
affermare che l’Egitto è un “partner” sicuro e affidabile per la gestione della
migrazione.
di Statewatch
Riepilogo
* Nel marzo 2024, l’UE e l’Egitto hanno concordato un pacchetto di aiuti di 7,4
miliardi di euro, che include 200 milioni di euro specificamente per la
migrazione.
* Questo finanziamento si avvia su altri progetti del valore di decine di
milioni di euro per sostenere la polizia egiziana, le agenzie di frontiera e
di sicurezza.
* L’UE ha inoltre sostenuto l’elaborazione della legislazione dell’UE in
materia di asilo che è stata criticata per non aver rispettato le norme
fondamentali in materia di diritti umani.
* Le pratiche del governo egiziano violano chiaramente anche i diritti umani:
le persone sfollate con la forza affrontano respingimenti, profittegatori e
difficoltà di accesso ai servizi
* L’UE è complice di queste violazioni dei diritti umani, ma c’è poco segno che
cambierà rotta – una riunione ad alto livello ha recentemente convenuto che
il primo vertice tra i presidenti dell’Egitto, la Commissione europea e il
Consiglio europeo dovrebbe aver luogo quest’anno.
Introduzione
Il 17 marzo 2024, l’UE e l’Egitto hanno concordato un pacchetto di aiuti di 7,4
miliardi di euro. La maggior parte di questi soldi sarà fornita come un prestito
ed è progettata per aumentare il commercio e gli investimenti in Egitto, che ha
messo a punto la legittimità della dittatura. Include anche 200 milioni di euro
dedicati specificamente all’applicazione delle frontiere e dell’immigrazione
egiziane.
Questo articolo esamina il crescente sostegno dell’UE alle autorità e alle
politiche egiziane in materia di migrazione, asilo e frontiere. Quindi, analizza
la pertinente legislazione egiziana, una delle quali è stata redatta con il
sostegno dell’UE. La terza sezione esamina come la posizione dell’Egitto come
paese di origine e di transito, e come paese ospitante, lo rende strategicamente
importante per l’UE.
Una sezione successiva esamina i modi in cui le autorità egiziane e le società
private hanno cercato di generare entrate da persone e migranti sfollati con la
forza. Ciò è seguito da una valutazione del crescente ruolo dell’Egitto nella
politica migratoria, non solo ai suoi confini terrestri, ma nel Mar
Mediterraneo.
Il sostegno dell’UE al governo egiziano, e in particolare alle sue agenzie di
sicurezza e di polizia, ignora le violazioni dei diritti umani da loro commesse.
L’UE è quindi complice di tali violazioni. C’è poco segno che l’UE cambierà
rotta. Questo articolo sostiene che l’UE userà invece una falsa rappresentazione
della situazione in Egitto per aumentare il suo sostegno al regime.
Cresce il sostegno dell’UE agli abusi del governo egiziano
Dalla fine del 2023 al 2024, la Commissione europea ha concluso in fretta una
serie di accordi di partenariato esterno nella regione mediterranea. Il più
grande di questi è stato l’accordo del marzo 2024 firmato con l’Egitto.
È arrivato sulla scia di una serie di altri accordi e accordi di finanziamento
con il governo del Cairo. Nel 2024, l’UE ha fornito all’Egitto 9 milioni di euro
di aiuti umanitari per rifugiati e richiedenti asilo. Altri 20 milioni di euro
sono stati stanziati dall’UE per l’accoglienza delle persone sfollate dalla
guerra per procura in Sudan – una risposta modellata dall’impatto della guerra
sulla migrazione irregolare nella regione e nell’area mediterranea.
Altri progetti hanno cercato di rafforzare le capacità della guardia di
frontiera egiziana, che è accusata di crimini tra cui sparizioni forzate,
torture, detenzioni arbitrarie e deportazione forzata dei rifugiati.
Nel novembre 2024, 20 milioni di euro del cosiddetto Fondo europeo per la pace
sono stati assegnati alle forze armate egiziane. L’obiettivo è quello di
aumentare la capacità dei militari “di migliorare la sicurezza nazionale e la
stabilità della Repubblica araba d’Egitto, nonché di migliorare la protezione
dei civili”.
L’UE fornisce inoltre finanziamenti per progetti di cooperazione in materia di
sicurezza per i paesi dell’Africa settentrionale. Un progetto separato mira a
migliorare “la capacità delle forze dell’ordine in tutto il Nord Africa di
indagare e perseguire efficacemente i gruppi di criminalità organizzata
coinvolti nel traffico di migranti e, se del caso, nella tratta di esseri
umani”.
I documenti dell’UE descrivono in che l’obiettivo generale e l’impatto del
sostegno all’Egitto e ad altri Stati del Nord Africa sono quelli di “contribuire
al miglioramento della sicurezza e dell’integrità delle frontiere attraverso una
cooperazione transfrontaliera reciprocamente vantaggiosa”. La cooperazione
prevista dovrebbe essere “soprattutto contro i gruppi della criminalità
organizzata, compresi quelli coinvolti nel traffico di migranti e nella tratta
di esseri umani”. L’obiettivo principale specifico è quello “stabilire o
rafforzare la cooperazione operativa transfrontaliera tra le autorità di
gestione delle frontiere”.
L’UE intende firmare accordi di “anti-sbù” per i paesi di origine e di transito,
tra cui l’Egitto e la Libia. La Tunisia è già a bordo. Questi accordi hanno lo
scopo di rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza nella regione
attraverso la cooperazione con attori come Frontex ed Europol. L’UE vorrebbe che
ciò includesse la condivisione di dati personali sensibili, sebbene i documenti
indichino che le autorità egiziane non sono state finora disposte a concordare
tale livello di cooperazione.
Sono stati dati fondi europei all’Egitto per ospitare i feriti e i feriti della
Palestina. L’UE ha fornito quasi 5,5 milioni di euro per le cure mediche. Allo
stesso tempo, le autorità egiziane hanno tratto profitto dal passaggio dei
palestinesi in Egitto e negato loro i permessi di soggiorno e l’accesso ai
servizi.
Non è tutto: le autorità egiziane hanno abusato di migliaia di richiedenti asilo
sudanesi, trattenendoli in strutture di detenzione segrete, negando loro il
diritto di chiedere asilo e, infine, espellendoli illegalmente in Sudan. Ciò non
ha influito sul sostegno europeo alle autorità. Né le sistematiche campagne di
incitamento all’odio trasmesse sui social media contro rifugiati, richiedenti
asilo, migranti e persone che li difendono.
La cooperazione bilaterale è in corso anche tra l’Egitto e gli Stati europei. Il
29 aprile 2024, il ministero dell’Interno egiziano ha annunciato l’avvio di
workshop e sessioni di formazione per la seconda fase di un progetto di
cooperazione alla sicurezza italo-egiziana per rafforzare l’azione di polizia
contro il traffico di migranti. A seguito di ciò, le agenzie di sicurezza in
Egitto hanno intensificato il targeting di rifugiati, migranti e richiedenti
asilo.
I precedenti accordi per il “contrabbandovi” o la “governo migratoria e il
controllo delle frontiere” non sono riusciti a frenare la migrazione irregolare.
In effetti, questi accordi perpetuano le cause della migrazione irregolare,
aumentano i rischi e sostengono i regimi autoritari nella regione.
Le violazioni commesse dall’Egitto attraverso il suo apparato militare e di
sicurezza contro i cittadini e gli sfollati forzati non possono essere separate
dal sostegno, dalla formazione, dalla costruzione di capacità, dalle
attrezzature e dall’intelligence fornite dall’UE o dai suoi Stati membri.
Un decennio di leggi per violare i diritti degli sfollati forzati
La nuova legge sull’asilo
Il 7 giugno 2023, il Consiglio dei Ministri egiziano ha emesso il decreto
243/2023, una proposta di legge sull’asilo. È arrivato insieme a una decisione
[1] su ciò che le autorità egiziane hanno definito “legalizzare la presenza di
stranieri in Egitto”.
Attraverso la decisione di “legalizzazione”, le autorità hanno costretto le
persone senza permesso di soggiorno in Egitto a legalizzare il loro status per
un periodo specifico. Per fare ciò, hanno dovuto pagare 1.000 dollari alle
autorità di immigrazione affiliate al ministero degli Interni. I gruppi per i
diritti umani hanno bollato la misura illegale e non rispettando lo scopo
dichiarato del disegno di legge.
I dettagli del disegno di legge sull’asilo sono stati tenuti segreti. Le
richieste delle organizzazioni per i diritti umani di rivedere il disegno di
legge, partecipare al processo di redazione legislativa e presentare proposte
per il progetto di sono state ignorate.
Sembra che questa legge sia stata, almeno in parte, il risultato di una “tabella
di marcia” concordata tra l’Agenzia europea per l’asilo e le autorità egiziane.
La tabella di marcia includeva tra le altre cose “attività a sostegno
dell’elaborazione della legislazione nazionale in materia di asilo”. Wael
Badawi, un alto funzionario dell’immigrazione nel ministero degli Esteri
egiziano, ha detto in una conferenza a Vienna nell’ottobre 2024 che l’Agenzia
dell’Asilo dell’UE aveva sostenuto la stesura della legge.
Il 22 ottobre 2024, il Comitato per la difesa e la sicurezza nazionale del
parlamento egiziano ha rilasciato una dichiarazione di approvazione del disegno
di legge sull’asilo. Un membro del comitato ha detto alla stampa che avevano
approvato il disegno di legge il giorno in cui è arrivato. Ciò è avvenuto
nonostante le obiezioni basate sui diritti umani . È stato rapidamente passato
attraverso il parlamento ed è stato adottato senza un dibattito sostanziale,
nonostante gli avvertimenti di aver violato gli obblighi internazionali.
Le organizzazioni locali e internazionali hanno chiesto che la legge venga
rispedito in parlamento. Tuttavia, il presidente lo ha approvato il 17 dicembre
2024. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno avvertito di una serie di problemi:
criminalizzazione e privazione della libertà; violazione del principio di non
respingimento; protezione delle donne; e accesso alla giustizia, tra gli altri.
I media statali, nel frattempo, hanno accolto con favore la legge come prima
legge sull’asilo dell’Egitto. Tuttavia, c’era un meccanismo giuridico
preesistente basato su un memorandum d’intesa tra il governo egiziano e l’UNHCR.
Sebbene avesse molti difetti, il meccanismo condivideva la responsabilità per la
registrazione e il riconoscimento dello status di rifugiato tra l’UNHCR e
l’Egitto.
Le aree di confine come zone militari
Il sistema di asilo in Egitto non può essere ridotto alla nuova legge sull’asilo
o al vecchio sistema di asilo. Altre leggi sviluppate nell’ultimo decennio
riguardano gli sfollati forzati che risiedono e transitano attraverso l’Egitto.
Prima di tutto, nel 2014, il presidente ha emesso un decreto che designa le aree
di confine come zone militari. La presenza non autorizzata in queste zone è
stata resa reato.
I dati della guardia di frontiera egiziana mostrano che, tra il 2016 e il 2021,
questa decisione ha portato a fermare oltre 100.000 persone di diverse
nazionalità nelle aree di confine (le autorità militari hanno cessato di rendere
le informazioni disponibili dopo il 2021). Un documento dell’UE del 2022 indica
che le autorità egiziane hanno riferito di aver fermato oltre 27.000 migranti
che hanno cercato di uscire dall’Egitto al confine con la Libia nel 2021. Non ha
dichiarato quale valutazione del rischio è stata effettuata per quanto riguarda
le operazioni elencate.
Sebbene le autorità egiziane forniscano dettagli sulla cooperazione europea per
le guardie di frontiera e le guardie di frontiera egiziane, non riferiscono sui
procedimenti giudiziari dei detenuti. I rapporti delle organizzazioni per i
diritti umani mostrano che le persone sono state sottoposte a detenzione
illegale e processi militari. Molti sono stati deportati con la forza. L’UNHCR
ha riferito che le autorità egiziane non hanno concesso l’accesso alle strutture
di detenzione o consentono ai rifugiati di registrarsi presso di loro.
Legge sulla “migrazione illegale”
Una legge del 2016 per combattere la migrazione illegale [2] ha completamente
ignorato i diritti fondamentali e le garanzie per i migranti, i rifugiati e i
richiedenti asilo nei processi di migrazione e registrazione. Invece, la legge
ha affrontato la migrazione irregolare da un punto di vista della sicurezza,
introducendo sanzioni più severe.
La legge ha portato a migliaia di arresti in tutto il paese. Le persone sono
state arrestate con l’accusa di contrabbando, senza prove. Alcuni sono stati
rilasciati dai pubblici ministeri. Da gennaio 2019 a marzo 2023, le autorità di
sicurezza egiziane hanno arrestato 1.250 persone per contrastare l’immigrazione
“illegale”. Le spese sono state deposte in 1.030 casi. Queste cifre provengono
dal rapporto del governo .
Il ministero degli Interni usa anche le accuse passate per detenere le persone e
farle passare di nuovo attraverso il sistema giudiziario. Gli attivisti si
riferiscono a questo come “riciclaggio”. Ciò può essere fatto per gonfiare il
numero di azioni penali o per dimostrare prestazioni “buone” nella lotta alla
migrazione – nei confronti del pubblico, dell’UE o di altri “partner”.
L’Egitto come partner “strategico” per l’Europa
Nonostante questi abusi e violazioni, l’UE ritiene che l’Egitto abbia un ruolo
“strategico” per la “prosperità, sicurezza e stabilità della regione del
Mediterraneo centrale”. Ciò è in parte dovuto al suo ruolo in relazione al
movimento delle persone. L’Egitto è un paese di origine e di transito, così come
un paese che ospita un gran numero di migranti e rifugiati.
Le misure che si basano sulla militarizzazione e la criminalizzazione mentre i
due principali approcci alla gestione delle frontiere e della migrazione sono
stati costosi per i diritti degli egiziani e dei non egiziani. Ignorando le
cause profonde dell’immigrazione irregolare, l’approccio dell’UE basato su
“soluzioni esterne” è controproducente.
Un paese di origine
L’interesse dell’UE per l’Egitto come paese di origine è recentemente aumentato,
nonostante la mancanza di partenze dalle sue coste dal 2017. I documenti dell’UE
mostrano un aumento delle traversate nel Mediterraneo per il terzo anno
consecutivo: nel 2021, ci sono stati 77.724 arrivi registrati nel Mediterraneo,
105.561 nel 2022 e 158.020 nel 2023. In ciascuno di questi anni, gli egiziani
sono stati tra le prime tre nazionalità registrate per le traversate del
Mediterraneo dopo il Bangladesh, nonostante il numero di egiziani che hanno
fatto un viaggio in calo del 45,1% nel 2023.
Le analisi dell’UE ignorano le cause profonde del movimento dei cittadini e
degli espatriati. L’approccio preferito è il divieto alla fonte. Questo sostegno
consente di esercitare un maggiore controllo da un regime dittatoriale che
reprime sia gli egiziani che i non egiziani, attuando abusi e violazioni
diffuse, che a loro volta contribuiscono a persone che vogliono lasciare il
paese.
Allo stesso tempo, l’Egitto sta sopportando una crisi economica che costringe i
giovani a scegliere tra opzioni mortali: entrare in Libia per partire per
l’Europa via mare, o usando la rotta balcanica, piuttosto che rimanere in un
paese in cui un regime repressivo ha soffocato il progresso e le opportunità per
le nuove generazioni. Come Timoteo E. has put it“L’ultimo decennio di governo
repressivo, estrattivo e disorganizzato ha imposto un enorme pedaggio agli
egiziani, al loro stato e al loro paese”.
Un paese di transito
L’Egitto è diventato un importante paese di transito, poiché anche gli egiziani
che desiderano emigrare devono trasferirsi nei punti di partenza all’estero. Nel
frattempo, i rischi per gli sfollati forzati in Egitto, compresi rifugiati,
migranti e richiedenti asilo, sono aumentati a causa di procedimenti giudiziari,
deportazioni, questioni di registrazione e cambiamenti legali.
Un’escalation in vie di transito e di trasporto legali o semi-legali utilizzate
dai migranti per raggiungere l’Egitto è stata segnalata da Frontex. Si tratta in
particolare di cittadini del Bangladesh, siriani e pakistani e degli espatriati.
Dall’Egitto, queste persone si recano in Libia, e talvolta in Tunisia e Algeria,
per raggiungere i punti di partenza costieri e per dirigersi verso l’Europa.
Gli egiziani sono presumibilmente tra i principali cittadini extracomunitari
sospettati di traffico di esseri umani, secondo un documento dell’UE (PDF). I
gruppi per i diritti umani riferiscono che centinaia di egiziani sono stati
sottoposti a indagini, accuse e detenzioni (soprattutto in Italia e in Grecia),
ma i procedimenti giudiziari sono stati spesso dannosi o infondati. Nel caso
“Pylos 9”, nove egiziani sono stati incarcerati in Grecia nonostante le autorità
greche sapessero di essere innocenti.
Un paese ospitante
L’Egitto ospita oltre nove milioni di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. I
dati dell’OIM, basati sui dati forniti dalle autorità egiziane, mostrano che
queste comunità rappresentano quasi il 9% della popolazione egiziana.
All’interno di questo gruppo, l’80% sono sudanesi, siriani, yemeniti e libici.
1,4 milioni di persone sono attualmente registrate presso l’UNHCR e sopportano
circostanze difficili a causa di una serie di regolamenti governativi. Questi
rendono lo status giuridico delle persone ancora più insicura.
Detto questo, l’OIM ha riferito nel 2022 che “il 60% di quei migranti
internazionali che vivono in Egitto sono ben integrati da oltre 10 anni (5,5
milioni di persone), con il 6% integrato per 15 anni o più (seconde generazioni
incluse)”. Le autorità egiziane sono, tuttavia, desiderose di ritrarre l’Egitto
come oppresso dalla fornitura di servizi ai non cittadini – contrariamente alla
verità – per dimostrare che l’Egitto ha bisogno di ulteriore sostegno.
Rifugiati: costretti nel limbo legale e trasformati in bancomat
Per l’UE, quindi, l’Egitto ha un ruolo chiave nel contenere il movimento di
persone che potrebbero cercare di viaggiare in Europa. La mano negoziale del
paese è ulteriormente rafforzata dagli sviluppi in tutta la regione
afro-asiatica: una guerra per procura in Nord Sudan, la campagna di genocidio di
Israele contro i palestinesi a Gaza e oltre e la continua migrazione da parte
dei richiedenti asilo siriani provenienti da altri paesi africani. Le autorità
egiziane hanno usato questi sviluppi per ottenere più denaro dalle istituzioni
internazionali, dai “partner” del governo e dagli sfollati forzati.
Poco dopo l’inizio della guerra per procura in Sudan, le autorità egiziane hanno
cambiato le regole per le persone che viaggiano in Egitto. Il Quadro di Libera
Libertà tra Egitto e Sudan include la libertà di migrare. Tuttavia, le autorità
hanno gradualmente annullato il diritto dei cittadini sudanesi di trasferirsi in
Egitto a meno che non fosse richiesto un visto in anticipo.
Le aziende hanno offerto di completare queste nuove procedure di visto per
prezzi compresi tra 2.000 e 3.500 dollari a persona. Le autorità hanno quindi
annullato alcune delle regole che consentono ai cittadini siriani di entrare in
possesso del visto. Questo è stato fatto in modo che anche loro sarebbero stati
predati da società legate ai servizi di sicurezza egiziani che traggono profitto
da queste situazioni.
I rapporti mostrano anche che, negli ultimi due anni, i palestinesi sono stati
costretti a pagare ingenti somme di denaro a una società chiamata Hala Travel,
di proprietà di Ibrahim al-Argani. Il leader di una milizia armata nel Sinai del
Nord, il nome di Ibrahim al-Argani è recentemente diventato prominente a causa
della sua azienda che trae profitto dalla crisi umanitaria causata dalla
campagna militare genocida di Israele nella Striscia di Gaza. Gli adulti
palestinesi sono stati accusati tra 5.000 e 10.000 dollari per i viaggi in
Egitto. Al-Argani ha anche interessi commerciali nella ricostruzione della
Libia.
Un’altra forma di profitto può essere vista nelle procedure di permesso di
soggiorno. Le autorità egiziane danno date di appuntamento molto remote a
persone che cercano un permesso di soggiorno dal dipartimento per l’immigrazione
del ministero dell’Interno. I tempi di attesa possono superare i due anni:
alcuni rifugiati hanno date previste per il 2027. Le autorità quindi arrestano
le persone che non hanno i documenti giusti e li costringono a pagare $ 1.000 e
altre multe da rilasciare, per l’opportunità di ottenere un permesso di
soggiorno temporaneo e di essere protette dalla deportazione.[3]
Da respingimenti alle frontiere terrestri agli atti pericolosi nel Mediterraneo
I finanziamenti e i consigli dell’UE per la sicurezza egiziana, la polizia e le
autorità di frontiera sostengono più della politica di respingimenti verso il
Sudan o la Libia. È anche legato al ruolo dell’Egitto nella polizia delle
migrazioni attraverso il Mar Mediterraneo. Questo sostegno è in definitiva
destinato a dimostrare che l’Egitto è un “paese sicuro” per migranti e
rifugiati.
I documenti dell’UE mostrano che le partenze dalla costa egiziana sono cessate
nel 2017, con le rotte migratorie cross-mediterranee che si spostano verso la
Libia. Tuttavia, nel giugno 2022, l’UE ha stanziato 80 milioni di euro di
finanziamenti alla Guardia costiera egiziana per “rafforzamento della capacità”.
Ciò includeva l’acquisto di tre imbarcazioni di soccorso e l’implementazione di
addestramento attraverso CIVIPOL e IOM.
La scorsa estate, la Marina egiziana ha iniziato a mostrare le sue capacità nel
Mediterraneo per la prima volta in un decennio. Il 23 luglio 2024 alle 5:42 ora
del Cairo, le forze armate egiziane hanno rilasciato una dichiarazione: “Le
forze navali sono riuscite a salvare una barca per l’immigrazione clandestina
con (31) persone a bordo dopo aver subito un guasto tecnico”. Refugees Platform
in Egitto ha riferito che gli egiziani sopravvissuti sono stati accusati, ma le
autorità non hanno rivelato il risultato per i sopravvissuti non egiziani.
Ci sono stati incidenti simili nel corso dell’anno. Una dichiarazione di
dicembre ha detto che la marina “risucciò nel contrastare il tentativo di
immigrazione illegale” di una barca con 63 persone a bordo (60 egiziani e tre
cittadini sudanesi). Sono stati poi consegnati alle “autorità specializzate per
intraprendere azioni legali contro di loro”. All’inizio di questo mese, Alarm
Phone ha riferito che una nave mercantile ha sbarcato 42 persone salvate da una
nave in difficoltà a Port Said.
Frontex ha anche cercato di aumentare la sua cooperazione con l’Egitto. A
seguito di un incontro su “sicurezza e forze dell’ordine” al Cairo nel giugno
2023, i funzionari del ministero degli Interni egiziano hanno visitato la sede
di Frontex a Varsavia nel dicembre 2023.
“La visita intende familiarizzare i rappresentanti della Repubblica araba
d’Egitto con i metodi di lavoro e il mandato di Frontex”, ha detto una lettera
del direttore di Frontex, Hans Leitjens. “fornirebbe anche un’eccellente
opportunità per identificare aree di interesse condiviso e scambi su strade per
una futura cooperazione”, ha scritto Leitjens.
La visita è stata finanziata tramite il progetto EU4BorderSecurity, che prevede
la cooperazione tra Frontex e vari stati del Nord Africa. “Attraverso questo
progetto, Frontex può offrire all’Egitto una serie di attività di capacity
building in base alle vostre esigenze nel campo della migrazione e della
gestione delle frontiere”, ha detto un documento rilasciato da Frontex ai sensi
delle regole dell’UE per l’accesso ai documenti.
Questa cooperazione continua nonostante l’impunità per centinaia di morti in
mare. Le autorità egiziane non hanno ancora indagato sulla responsabilità dello
stato nell’affondamento della barca Rashid nel 2016, che si ritiene abbia
causato la morte di almeno 300 persone. Come altrove nella regione, le politiche
europee in materia di migrazione e sicurezza hanno la precedenza sui diritti
delle persone.
Gli ultimi sviluppi
Durante una riunione parlamentare egiziana del 2 dicembre 2024, un dossier
urgente è venuto dall’ufficio del presidente per la discussione e
l’approvazione. Si trattava di 1 miliardo di euro ricevuti come prestiti a breve
termine dall’UE, parte di un pacchetto maggiore di 5 miliardi di euro, a sua
volta parte dei 7,4 miliardi di euro concordati nel marzo 2024. L’accordo è
stato rapidamente approvato, anche se sono in corso negoziati sui restanti 4
miliardi di euro di questo pacchetto.
I restanti 4 miliardi di euro saranno destinati all’Egitto in tre rate. La
condizionalità politica dovrebbe essere attribuita a questo finanziamento, come
richiesto da alcuni politici europei. Tuttavia, i funzionari egiziani hanno
respinto tale condizionalità nei recenti incontri, una fonte vicina al processo
negoziale.
Le loro richieste potrebbero essere state prese in onorate dai funzionari
dell’UE. Il progetto di risoluzione del Parlamento europeo sulla proposta non ha
menzionato i diritti umani. La motivazione del relatore per il fascicolo, Celine
Imar, eurodeputata per il Partito popolare europeo di destra, afferma:
“Questa MFA [assistenza macro-finanziaria] si basa su rigide condizioni
preliminari che richiedono all’Egitto di continuare a compiere passi concreti e
credibili verso il meccanismo democratico, lo stato di diritto e i diritti
umani. Il relatore ritiene che le condizioni preliminari integrate nella
cooperazione a lungo termine con l’Egitto porteranno a riforme e miglioramenti a
lungo termine nel paese.
–
Alcuni potrebbero sentire che le cose non si muovono abbastanza velocemente, ma
è difficile negare che il paese sia sulla strada giusta”.
Tre giorni dopo il voto del Parlamento europeo, si è tenuta al Cairo una
riunione ad alto livello tra il ministro degli Esteri egiziano e l’Alto
rappresentante dell’UE per gli affari esteri. La dichiarazione rilasciata dal
ministro degli Esteri egiziano alla conferenza di chiusura ha dichiarato che
c’era un accordo tra:
* Attivare l’asse politico del partenariato e, di conseguenza, tenere il primo
vertice egiziano-europeo nel 2025 a livello del presidente della Repubblica,
del Presidente della Commissione europea e del presidente del Consiglio
europeo.
* Attivare l’asse economico, degli investimenti e del commercio, facilitando
l’accesso dei beni e dei prodotti egiziani all’UE e agli investimenti europei
in Egitto
* Rafforzare le rotte migratorie regolari tra l’Egitto e l’UE e rafforzare il
“partenariato del totale” destinato a consentire la migrazione del lavoro
dall’Egitto verso l’UE
Il ministro degli Esteri egiziano ha osservato che l’Egitto attende con
interesse un ulteriore sostegno da parte dell’UE a causa del “tremenso fardello”
imposto dal numero di stranieri presenti nel paese.
La conclusione
Il sostegno dell’UE alle autorità egiziane solleva seri interrogativi. L’Egitto
è riconosciuto dall’UE come un attore regionale fondamentale. Questo
riconoscimento, e l’interesse dell’UE per il controllo della migrazione,
sostiene il sostegno per espandere gli sforzi di controllo delle frontiere
dell’Egitto, il sostegno alla legislazione sui rifugiati, e potrebbe
preannunciare un aumento delle operazioni di “spingimento” in Egitto. Un modo in
cui questo potrebbe essere fatto è sostenere che l’Egitto è un “paese sicuro”.
L’UE sta attualmente preparando la legislazione con un elenco comune di paesi
terzi “sicuri”, anche se resta da vedere quali Stati saranno messi nell’elenco.
La cooperazione con i “partner” esterni è una chiara priorità per l’UE. Magnus
Brunner, Commissario per gli Affari interni e la migrazione, ha affermato che
l’UE deve essere “aperta” ed esplorare “nuove idee” per frenare la migrazione
illegale. Ha sostenuto che i cosiddetti “centri di ritorno” al di fuori dell’UE
(cioè i campi di deportazione negli Stati non UE) possono essere gestiti “in
modo umano e legalmente sano”. L’Egitto potrebbe essere un luogo potenziale per
una tale iniziativa?
L’accordo italiano di Giorgia Meloni con l’Albania esemplifica questa strategia.
Tuttavia, ha subito un continuo rifiuto da parte dei tribunali italiani ed è
sotto esame da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea.
Il rapporto tra le diffuse violazioni dei diritti umani contro i cittadini e i
non cittadini in Egitto e il sostegno continuo per rafforzare la polizia, le
forze di frontiera e militari del paese richiede un’urgente riconsiderazione.
Qualunque siano le valutazioni dei rischi intrapresi nell’ambito di questi
progetti, è difficile vedere come tengano conto in modo significativo delle
questioni relative ai diritti umani.
Le violazioni dei diritti continuano alle frontiere e nelle città, così come il
targeting della società civile. Il controllo sociale sugli spazi pubblici e
digitali viene esteso in nome della “sicurezza”. La gestione e la corruzione
portano a un continuo peggioramento delle condizioni economiche. Queste sono
cause profonde per la migrazione, che danno anche origine a sentimenti ribelli
tra il popolo. Il sostegno dell’UE alle agenzie di sicurezza e di polizia
coinvolte nelle violazioni dei diritti umani chiude un occhio su tali
violazioni, rendendo l’UE complice in esse.
Nour Khalil, ricercatore e giornalista specializzato in politiche migratorie e
di asilo e violenza di frontiera, e direttore esecutivo della piattaforma per i
rifugiati in Egitto (RPE).
Le note
[1] Decisione n. 3326/2023 del Consiglio dei ministri egiziano.
[2] Legge 82/2016.
[3] Decisione n. 3326/2023 relativo alla legalizzazione dello status degli
stranieri è una base giuridica per tali azioni.
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Con la ripresa dei bombardamenti a Gaza sono stati uccisi almeno altri 322
bambini e feriti 609. Con una media di più di dieci bambini al giorno negli
ultimi dieci giorni.
di Gianni Sartori
Mentre con la fine della tregua riprende la conta dei morti palestinesi nella
striscia di Gaza (sia per i bombardamenti sull’enclave che per le operazioni
terrestri) si ha quasi l’impressione che i 50mila precedenti (cifra
presumibilmente per difetto) vengano “rimossi”, dimenticati.
Chi si è preso la briga di controllare i grafici ha potuto constatare come nei
primi mesi la conta dei morti ammazzati fosse di centinaia al giorno. In seguito
si osservava una flessione con impennate improvvise in coincidenza con attacchi
particolarmente letali. In ogni caso non c’è stato giorno che non abbia
registato vittime (anche durante le due tregue del novembre 2023 e di
quest’anno). Farebbe eccezione soltanto il 12 febbraio 2025. Giornata in cui
nessuno, stando almeno ai dati ufficiali, avrebbe perso la vita sotto le bombe.
Con la ripresa delle operazioni militari sono stati colpiti anche altri centri
sanitari (v. il reparto di chirurgia dell’ospedale Nasser di Khan Yunis, attacco
in cui hanno perso la vita diversi bambini) e il numero delle vittime è
aumentato di un migliaio. Così come hanno perso la vita altri giornalisti (due
il 24 marzo) per un totale di oltre 200 secondo fonti palestinesi.
Sulla questione delle vittime civili (e dei bambini in particolare) è
intervenuta recentemente l’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia)
denunciando che con la rottura dell’alto-al-fuoco (dal 19 gennaio al 18 marzo)
“sono stati uccisi almeno 322 bambini e feriti 609. Con una media di più di
dieci bambini al giorno negli ultimi dieci giorni”.
Gran parte di questi bambini erano sfollati e vivevano in condizioni precarie
nelle tende improvvisate o in case pesantemente danneggiate.
Stando a quanto dichiarato dal Ministero della Sanità palestinese sarebbero
oltre mille le persone decedute dalla ripresa delle ostilità.
Vittime che – come si diceva – vanno ad aggiungersi alle 50.357 (quelle
accertate) precedenti. Tra loro – sempre secondo l’UNICEF – oltre 15mila sono
bambini.
Complessivamente si calcola che dall’ottobre 2023 la popolazione della Striscia
si sia ridotta almeno del 6% (circa 16mila persone).
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Ambulanze e mezzi dei vigili del fuoco nel mirino. I corpi occultati con i
bulldozer. Per i quindici membri della Mezzaluna rossa e della Protezione civile
scomparsi una settimana fa a Gaza si è trattato di un’esecuzione. Tom Fletcher
(Onu): «Se il diritto umanitario conta ancora, la comunità internazionale deve
agire». In serata l’esercito dà il via all’operazione di terra a Rafah, per
espandere la «zona cuscinetto» e quindi spostare forzatamente la popolazione
di Eliana Riva da il manifesto
L’esercito israeliano ha ammesso di aver aperto il fuoco contro la squadra
inviata per soccorrere i feriti di Tal al-Sultan, a Rafah. Lo ha fatto nel suo
stile, con una dichiarazione gelida, notificando l’errore senza mostrare alcuna
ombra di rimorso. E incolpando dell’accaduto Hamas, anche se si trattava di
ambulanze e di camion dei vigili del fuoco. Anche se all’interno c’erano 15
membri della Mezzaluna rossa palestinese (Prcs) e della protezione civile.
Una settimana fa, di domenica, l’esercito ha bombardato il quartiere di Rafah,
nel sud della Striscia, e lo ha chiuso in un recinto di carri armati e mezzi
militari. Nessuno può uscire dall’assedio che continua ancora oggi. Feriti e
dispersi sotto le macerie delle case colpite dalle bombe necessitavano di
immediato soccorso. Decine le telefonate ricevute dalle sale operative e l’invio
dei mezzi è stato comunicato all’esercito israeliano, come succede da mesi nella
Striscia di Gaza. La squadra è giunta a Tal al-Sultan e ha informato la centrale
di essere stata circondata dai carri armati, che hanno cominciato ad aprire il
fuoco, causando feriti. Poi le comunicazioni si sono interrotte.
PER CINQUE GIORNI Israele ha impedito alla Mezzaluna e alla protezione civile di
accedere alla zona e verificare cosa fosse successo agli operatori e ai
volontari. Gli appelli quotidiani sono stati regolarmente ignorati. Grazie alle
pressioni dell’Ufficio Onu di coordinamento degli affari umanitari, in un breve
sopralluogo sono state rinvenute le carcasse delle ambulanze, crivellate di
colpi e occultate dal terreno. Sono riusciti a recuperare un solo corpo, quello
del capo-missione Anwar Abdel Hamid al-Attar. La Prcs ha testimoniato di aver
ritrovato i suoi resti «smembrati» e che le casacche di riconoscimento indossate
dal personale sono state rinvenute strappate e mischiate al terriccio. «Ciò
suggerisce che le forze di occupazione israeliane hanno preso di mira
direttamente l’equipaggio durante la loro incursione», ha dichiarato la
Mezzaluna rossa, «quindi hanno deliberatamente modificato le caratteristiche
dell’area e occultato i corpi di alcuni civili usando bulldozer e macchinari
pesanti».
TESTIMONI hanno raccontato che la squadra di soccorso è stata giustiziata e
sepolta. Servirebbe l’accesso completo all’area e un lungo lavoro di scavo per
rinvenire frammenti di cadaveri da analizzare per il riconoscimento. Ma Tel Aviv
continua a opporsi all’ingresso dei soccorritori. La Prcs ha invitato la
comunità internazionale a fare «pressioni sulle autorità israeliane affinché
rivelino la sorte delle squadre scomparse».
Ma gli appelli al mondo, a Gaza nascono e muoiono. Anche quelli delle Nazioni
unite.
VENERDÌ IL SOTTOSEGRETARIO generale per gli affari umanitari, Tom Fletcher, ha
dichiarato che «per dieci terribili giorni», gli attacchi aerei israeliani hanno
fatto centinaia di vittime. «Pazienti uccisi nei loro letti d’ospedale. Spari
sulle ambulanze. Operatori di primo soccorso ammazzati». Nonostante le misure
richieste dalla Corte internazionale di giustizia in merito alle accuse di
genocidio presentate contro Israele, «tutto questo continua senza
responsabilità», ha aggiunto Fletcher. «Se i principi fondamentali del diritto
umanitario contano ancora, la comunità internazionale deve agire finché può per
sostenerli». Il giorno dopo l’appello, almeno 21 persone sono state uccise
dall’alba al tramonto.
Nonostante i bombardamenti e la distruzione, i palestinesi stanno cercando di
prepararsi come possono al primo giorno di Eid al-Fitr, la festa della fine del
Ramadan che comincerà questa sera. Ma ieri i droni di Tel Aviv hanno sganciato
bombe su una mensa di comunità, un luogo in cui si distribuiva cibo a est di
Gaza City. Almeno una persona è stata uccisa e altre sono rimaste ferite, alcune
sono gravi. Nel sud di Khan Younis un altro drone ha distrutto un carretto
trainato da animali, uccidendo quattro persone sul colpo e un raid aereo ha
centrato le tende degli sfollati, ammazzando cinque persone, tra cui una donna e
un bambino. A Gaza City un attacco a un rifugio ha causato sei vittime, di cui
tre donne.
ISRAELE HA DICHIARATO in serata di aver cominciato l’operazione di terra a
Rafah, per espandere la «zona cuscinetto» e quindi spostare forzatamente la
popolazione. Nuovi ordini di evacuazione sono stati emanati e ai palestinesi è
stato ordinato di dirigersi nella zona di al-Mawasi. Intanto, Khalil al-Hayya,
funzionario di Hamas, ha fatto sapere ieri sera che il gruppo ha approvato una
proposta di cessate il fuoco presentata da Egitto e Qatar.
L’ufficio di Netanyahu ha dichiarato di aver risposto con una controproposta
dopo una consultazione interna e un coordinamento con gli Stati uniti. Il piano
prevederebbe una tregua a Gaza in cambio della liberazione di cinque ostaggi.
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