di Marco Sommariva* Non è che quanto accadutomi ieri (5 febbraio) a Genova-Pegli
era successo tempo fa negli Stati Uniti dando la stura a un potere che oggi dà
sfogo …
Tag - testimonianze
di Elena Mistrello Elena Mistrello, illustratrice e fumettista è stata espulsa
dalla Francia, dove era stata invitata in occasione del festival bdcolomiers per
firmare le copie dell’edizione francese di “Sindrome …
di Luigi Gallini Proposta per la creazione di una “Assemblea Permanente dei
Pazienti Psichiatrici”. Mi chiamo Luigi Gallini e sono nato nel 1964. Sono in
trattamento psichiatrico da circa 40 …
di Gigi Monello Una condanna per “delitto di umanità”. l’avvocata Cassano è
stata condotta in carcere, ritenuta colpevole, assieme al compagno Fabio Degli
Angeli, di avere ospitato l’amica Marta Garofalo …
di Orazio Grasso Repressione istituzionale, cyberbullismo, e violazioni dei
diritti costituzionali. Sono passati più di vent’anni da quando ho iniziato a
interagire con le persone su internet. All’inizio era curiosità, …
Riceviamo e pubblichiamo comunicato dal caos Turba di Perugia, su quello che è
accaduto alla manifestazione del 4 ottobre 2025 a Roma Una trama avvincente con
crackers, macchine in fiamme …
di Lorenzo D’Agostino* Il racconto del giornalista de il manifesto, Lorenzo
D’Agostino, catturato sulla Sumud Flotilla. «Ci hanno chiamato terroristi, senza
acqua e al gelo e privi di assistenza legale». …
I ricordi di chi, in questi anni, ha conosciuto e amato Awdah Hathaleen, giovane
attivista palestinese di Umm al-Kheir, ucciso lunedì da un colono israeliano
Awdah Hathaleen aveva appena 31 anni, tutti trascorsi sotto occupazione
militare, in quel pezzo di terra che è Masafer Yatta, il sud della Cisgiordania
occupata. Aveva tre figli e viveva […]
Nel tardo pomeriggio di giovedì 27 marzo, nel quartiere San Lorenzo a Roma, è
avvenuto un fatto gravissimo, ripreso dalla telecamera della giornalista del
Domani Isabella De Silvestro. Una persona migrante senza fissa dimora,
visibilmente provata, è stata scaraventata violentemente a terra da alcuni
carabinieri intervenuti per arrestarlo perché in possesso di sostanze
stupefacenti. Dalle riprese è possibile vedere che l’uomo, una volta
immobilizzato a terra tra due macchine e con i corpi degli agenti che gravano su
di lui, viene ripetutamente colpito con pugni. Alla giornalista, subito dopo, è
stato detto che era passibile di denuncia per violazione della privacy e
favoreggiamento. Ci troviamo di fronte all’ennesima vicenda di abuso da parte
delle forze di polizia e di un uso illegittimo della forza esercitata a danno di
persone già prive di tutele e garanzie.
di Isabella de Silvestro da Il Domani
Sono le 18.30 di giovedì 27 marzo e sto camminando in piazzale Tiburtino, a
Roma. Il sole non è ancora tramontato. Sento delle grida provenire dal
sottopassaggio di via Santa Bibiana, adiacente al piazzale: «Prendetelo,
fermatelo». Mi giro e vedo un ragazzo che corre, inseguito da tre uomini: due
carabinieri in divisa e un altro uomo, che in seguito capirò essere un
carabiniere in borghese.
Il ragazzo inseguito, L. B., non ha più fiato per continuare a correre,
rallenta, è disarmato, è scalzo, si ferma. Uno dei carabinieri lo raggiunge e lo
spinge con violenza, scaraventandolo fra due macchine parcheggiate. «Bravo» si
complimenta il collega gridando. «Vaffanculo, vaffanculo» urlano invece contro
il ragazzo disteso sull’asfalto. Si gettano su di lui e sul suo corpo inerme e
iniziano a colpirlo con calci e pugni. Il motivo dell’inseguimento e del fermo
ha a che fare con la droga, ma questo lo scoprirò solo il giorno dopo.
Attraverso di corsa la strada che ci separa gridando di smetterla, cercando di
attirare l’attenzione dei passanti. Smettono di picchiarlo quando vedono che ho
tirato fuori il cellulare per riprenderli. Hanno il fiatone, sono agitati, lo
tengono bloccato a terra, schiacciato dal peso dei loro corpi. Lo ammanettano.
Lui non oppone resistenza, fa fatica a respirare, è in stato confusionale,
gettato fra le due auto, con il viso sul cemento. Emette dei rantoli.
Mentre lo ammanettano, i carabinieri mi chiedono insistentemente di «favorire un
documento». Rispondo che non ho alcun problema a presentare un documento ma
chiedo loro di accertarsi se il ragazzo sta bene. «Sta benissimo» risponde uno
di loro. «Non sta bene, non mi sembra una persona che sta bene, chiamate
un’ambulanza», insisto. Chiedo direttamente a lui come si sente ma non è in
grado di rispondermi. È ancora disteso a terra, cerca di riprende fiato, sembra
sotto shock. Invece dell’ambulanza i carabinieri chiamano un’altra volante, che
impiega sette minuti ad arrivare. In quei sette minuti L.B. riesce faticosamente
a mettersi a sedere. Gli chiedo se parla italiano e mi risponde di sì.
«Come stai?».
«Male».
«Cosa posso fare?».
«Ti prego, aiutami».
Domando alle persone che nel frattempo si sono radunate intorno alla scena se
qualcuno ha dell’acqua. Gli porgo una bottiglietta ma è ammanettato e
indolenzito, fatica a tenerla fra le mani, gli si rovescia addosso. Uno dei
carabinieri prende il mio documento. «Non diffonda il video o la denunciamo. Sta
intralciando un’operazione di polizia e può essere accusata di favoreggiamento».
Quando arriva la volante riprendo con il cellulare il momento il cui L.B. viene
condotto verso l’auto dei carabinieri. Fatica a camminare dritto, ha la schiena
inarcata e il passo è claudicante. Il carabiniere che lo sta portando verso
l’auto mi dice che non posso inquadrarlo. Rispondo che non lo sto inquadrando,
mi interessa riprendere le condizioni del ragazzo che hanno arrestato. Una
collega del carabiniere arrivata con la volante mi chiede nuovamente il
documento e mi ripete che verrò denunciata se dovessi divulgare il video. Dico
che sono giornalista e che non c’è alcun bisogno di intimidirmi, le chiedo di
spiegarmi per cosa verrò denunciata: «Per violazione della privacy», risponde.
Caricano L.B. nell’auto, che si siede con grande fatica per il dolore provocato
dalle percosse. L’auto dei carabinieri parte a grande velocità e sirene spiegate
e non so se lo stiano portando in ospedale o in caserma. Rimango ancora per
circa mezz’ora sul posto dell’aggressione e mi confronto con altri testimoni
della scena. Una persona, che ha preferito rimanere anonima temendo
ripercussioni da parte delle forze dell’ordine, mi dice che ha filmato la spinta
e i pugni. Gli assicuro che non verrà coinvolto se non lo desidera e dopo un po’
di titubanza mi inoltra il video.
Il mattino dopo mi reco al Tribunale penale di Roma, in piazzale Clodio, dove
avvengono le convalide degli arresti per direttissima, ovvero i procedimenti
penali che si verificano quando una persona viene arrestata in flagranza di
reato. Mi accompagna Gianluca Dicandia, avvocato che presta servizio a
CivicoZero, una cooperativa sociale che si occupa di minori stranieri non
accompagnati, poco lontana dal luogo dell’aggressione. Dicandia non ha assistito
alla scena ma è stato allertato da una collega che invece si trovava sul posto e
lo ha chiamato per fornire aiuto.
Io e l’avvocato Dicandia ci troviamo quindi in tribunale alle 9. Dopo circa
un’ora di attesa vediamo avvicinarsi L.B., accompagnato dai poliziotti verso la
sala dove si terrà l’udienza. Ha uno sguardo terrorizzato, il viso esausto. Mi
avvicino a lui e gli chiedo se si ricorda di me: annuisce. Gli spiego che ho i
video dell’abuso e che ci impegneremo per aiutarlo.
Non mi è permesso entrare nell’aula dove si svolgerà il procedimento e allora
rimango fuori, in attesa che esca insieme all’avvocata d’ufficio che gli è stata
assegnata, con la quale in seguito parlo e a cui consegno i video perché li
possa depositare. In aula c’è uno dei carabinieri coinvolti nel pestaggio, lo
riconosco, lui riconosce me: non ne è felice.
Apprendo che L.B. è un migrante senza fissa dimora: dorme per strada. È stato
visto, secondo la versione dei carabinieri, al mercato Esquilino accompagnato da
un cane mentre consegnava una dose di crack a un uomo italiano. Dalla bocca
avrebbe sputato otto involucri di crack. Preso in flagranza di reato avrebbe
consegnato il cane a un signore e avrebbe iniziato a correre per scappare dalle
forze dell’ordine.
Al momento dell’aggressione a cui ho assistito correva scalzo. Ai piedi portava
dei calzini con la scritta “Italia”, accompagnata dalla nostra bandiera.
Il Comando Provinciale dei Carabinieri di Roma, interpellato sulla vicenda, fa
sapere che in merito alle informazioni ed ai video forniti, sono stati attivati
approfondimenti il cui esito verrà riferito alla Procura della Repubblica di
Roma, già informata.
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi
sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
Quest’oggi io non voglio essere triste. Fu Gianfranco Manfredi a convincermi che
ero uno scrittore. E’ morto all’età di 76 anni Gianfranco Manfredi: cantautore,
fumettista, scrittore, attore, sceneggiatore. Il ricordo di Marco Sommariva
di Marco Sommariva
Nel 2008 Marco Tropea pubblicò un mio romanzo. S’intitolava Il venditore di
pianeti ed era già uscito due anni prima per le edizioni di Sicilia Punto L.
Come aveva fatto Tropea a scoprirmi? Semplice. Fu Gianfranco Manfredi, all’epoca
edito da Marco, a segnalarmi. Gianfranco aveva letto alcune mie cose grazie a un
mio lettore della provincia di Parma che gliele aveva spedite a casa perché
riteneva io meritassi, bontà sua, una vetrina più ampia. Gianfranco cosa fece
secondo voi? La cosa che nessuno s’aspetta da una persona che, solitamente, “ha
ben altro da fare”: prese i miei libri inviatigli, li lesse, chiese il mio
numero di cellulare al lettore che perorava la mia causa e mi chiamò per dirmi
che, anche secondo lui, meritavo una vetrina più ampia spiegandomi che, tra
Guanda e Marco Tropea, secondo lui, per i miei scritti, era meglio il secondo.
In realtà, il mio numero di cellulare non era mio ma della ditta per cui
lavoravo e così, quando lo vidi suonare molto oltre l’orario di lavoro, decisi
di non rispondere a quel numero sconosciuto. Non un grande esordio, insomma, ma
per fortuna mi richiamò poco dopo e per fortuna decisi di rispondere.
Ora immaginatevi la scena del sottoscritto che, dall’altra parte del telefono,
sente una persona col fiato corto che si presenta come Gianfranco Manfredi: non
avreste risposto “Sì, va be’, e io sono Napoleone!”? Ma non ebbi il tempo di
farlo perché la seconda cosa che subito mi disse Gianfranco fu: “Non sto
scopando, ho il fiatone perché ho appena finito di spalare neve davanti a casa
mia”. Pensai… questo dev’essere Manfredi veramente: da uno come lui mi aspetto
proprio questa schiettezza.
Ovviamente, al primo appuntamento a Milano con Marco Tropea – era l’11 marzo
2004, il giorno degli attentati a Madrid – e, poi, pure al secondo incontro,
volle esserci anche lui: entrambe le volte pranzammo tutti e tre in un
ristorante vicino alla casa di editrice di Marco. Era tutta un’altra Italia, si
respirava tutta un’altra aria: la prima volta mi presentarono Massimo Coppola,
in quel momento impegnato nel fondare la casa editrice ISBN, la seconda volta mi
presentarono Enrico Deaglio che ho poi rivisto ultimamente alla Fiera del Libro
di Torino quando ho rilasciato l’intervista sulla letteratura distopica, ai tipi
del programma Wonderland di Rai4.
I primi due pranzi furono, per me, una specie di terzo grado, ma non da parte di
Gianfranco, bensì da parte di Tropea che aveva bisogno di capire chi fossi: lui
non aveva ancora letto nulla di mio.
I pranzi che duravano circa un paio d’ore, si svolgevano pressappoco così: Marco
chiedeva, io rispondevo guardando Gianfranco e Gianfranco ascoltava e sorrideva
soddisfatto. Credetemi, senza quei suoi sorrisi non avrei mai trovato il
coraggio di dire a Marco Tropea ciò che pensavo, e ciò che pensavo non erano
sempre cose bellissime da ascoltare. Mi spiego meglio. Quando Tropea mi chiese
se avessi mai letto libri pubblicati dalla sua casa editrice e se questi mi
erano piaciuti, risposi che li avevo letti ma che, specialmente l’ultimo, non mi
erano piaciuti – non chiedetemi perché neppure in occasioni come queste non
riesco a raccontare una balla, non lo so.
Ovviamente, spiegai il perché di quella mia risposta, lo feci con calma e onestà
intellettuale, ma sempre aggrappato al salvagente delle labbra di Gianfranco che
parevano dirmi “Vai così che vai bene”.
Pensate mi sia fermato qui? Macché! Son pure arrivato a parlar male di un
romanzo di Sepúlveda, al che il buon Tropea, stavolta un po’ piccato, mi chiese:
“Tu sai chi ha portato Sepúlveda in Italia?” Non lo sapevo e… esatto!… era stato
proprio lui.
Credetemi, in due pranzi ho inanellato una serie di risposte da far accapponar
la pelle, tutte quelle che dovrebbe evitare chi brama d’esser pubblicato da un
editore ben strutturato a livello nazionale, ma io ero sereno: già mi
pubblicavano, e pazienza se era una casa editrice di dimensioni più ridotte ma,
soprattutto, la tranquillità me la trasmetteva lui, Gianfranco che, e qui forse
mi sto un po’ allargando, a volte pareva proprio gongolare per certe mie uscite:
era lui che mi aveva portato a quel tavolo e pareva esserne fiero.
Come al lettore che gli ha spedì i miei lavori, anche a Gianfranco devo molto:
probabilmente non sarei neppure qui a scrivere di lui se non mi avesse
instradato.
Fu lui a scrivere una prefazione al mio romanzo Fischia il vento che già ne
vantava una di don Gallo, e un’altra la scrisse per il mio saggio Pillole
situazioniste.
Si pose nei miei confronti sempre in maniera orizzontale, mai salì su alcun
pulpito.
Mi fece sempre dei gran complimenti, e forse il più grande fu l’unica volta in
cui mi “sgridò”: più di vent’anni fa mi convinse che ero “un qualcosa” a cui non
mi decidevo a credere, ossia, che ero uno scrittore, e usò più o meno queste
parole: “Vengono pubblicati libri distribuiti in tutta Italia col tuo nome in
copertina, quindi, quando ti firmi, quando ti presenti, devi dire che sei uno
scrittore, se continuerai a nasconderti dietro il tuo lavoro in fabbrica
sembrerà che non credi in quello che scrivi, e questo non è vero, io lo so,
quindi, forza!, dài!”
Ha sempre risposto alle mie mail e ai miei messaggi: quando a marzo dell’anno
scorso gli scrissi che stavo andando alla Fiera del Libro di Torino per
conoscere di persona Marco Philopat, perché occorreva che mi mettessi d’accordo
per un libro che spero esca l’anno prossimo per Agenzia X, lui mi rispose:
“Philopat è una brava persona. Ti troverai bene”. Un po’ quello che mi disse di
Tropea, quando mancavano pochi giorni al primo appuntamento.
Arrivammo persino a fantasticare di un romanzo da scrivere a quattro mani.
Insomma, Gianfranco mi adottò a fine 2003 e non mi mollò più, neppure quando era
già malato, a marzo dell’anno scorso, appunto.
Col tempo s’allontanò leggermente rispetto ai primi anni, ma unicamente perché
io crescessi ulteriormente, perché non mi venisse neanche lontanamente l’idea di
restare nell’orbita di qualcun altro: dovevo camminare con le mie gambe, anzi,
correre. Lo capii quasi subito, solo un leggero spiazzamento iniziale, poca
roba: un po’ come quando si lascia la casa dei genitori per andare a vivere da
soli.
Mi fermo qui perché non vorrei finire con l’annoiare ma oggi, 24 gennaio 2025,
ci ha lasciato una persona che, per come l’ho conosciuta io, si comportava nella
vita di tutti i giorni così come ve l’ho raccontato, in linea con i suoi
scritti, le sue sceneggiature, le sue canzoni e, quindi, per il mio modo di
vedere, si comportava bene, in quel modo che mi appartiene molto: resistere
sempre, ogni momento, anche nella quotidianità, anche da soli, con parole e
fatti.
Non so se ho fatto bene a ricordarlo in questa maniera, senza neppure elencare
un’opera da lui realizzata, ma ho preferito così, e ho come l’impressione che
‘ste righe non gli sarebbero dispiaciute.
Lo scrittore Marco Sommariva, oggi, si sente un po’ più solo ma, sapete che vi
dico?, forse sono un po’ svanito ma il domani non esiste e quest’oggi io non
voglio essere triste.
www.marcosommariva.com
> Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi
> sostenerci donando il tuo 5×1000
>
> News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp