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occupata. Aveva tre figli e viveva […]
Nel tardo pomeriggio di giovedì 27 marzo, nel quartiere San Lorenzo a Roma, è
avvenuto un fatto gravissimo, ripreso dalla telecamera della giornalista del
Domani Isabella De Silvestro. Una persona migrante senza fissa dimora,
visibilmente provata, è stata scaraventata violentemente a terra da alcuni
carabinieri intervenuti per arrestarlo perché in possesso di sostanze
stupefacenti. Dalle riprese è possibile vedere che l’uomo, una volta
immobilizzato a terra tra due macchine e con i corpi degli agenti che gravano su
di lui, viene ripetutamente colpito con pugni. Alla giornalista, subito dopo, è
stato detto che era passibile di denuncia per violazione della privacy e
favoreggiamento. Ci troviamo di fronte all’ennesima vicenda di abuso da parte
delle forze di polizia e di un uso illegittimo della forza esercitata a danno di
persone già prive di tutele e garanzie.
di Isabella de Silvestro da Il Domani
Sono le 18.30 di giovedì 27 marzo e sto camminando in piazzale Tiburtino, a
Roma. Il sole non è ancora tramontato. Sento delle grida provenire dal
sottopassaggio di via Santa Bibiana, adiacente al piazzale: «Prendetelo,
fermatelo». Mi giro e vedo un ragazzo che corre, inseguito da tre uomini: due
carabinieri in divisa e un altro uomo, che in seguito capirò essere un
carabiniere in borghese.
Il ragazzo inseguito, L. B., non ha più fiato per continuare a correre,
rallenta, è disarmato, è scalzo, si ferma. Uno dei carabinieri lo raggiunge e lo
spinge con violenza, scaraventandolo fra due macchine parcheggiate. «Bravo» si
complimenta il collega gridando. «Vaffanculo, vaffanculo» urlano invece contro
il ragazzo disteso sull’asfalto. Si gettano su di lui e sul suo corpo inerme e
iniziano a colpirlo con calci e pugni. Il motivo dell’inseguimento e del fermo
ha a che fare con la droga, ma questo lo scoprirò solo il giorno dopo.
Attraverso di corsa la strada che ci separa gridando di smetterla, cercando di
attirare l’attenzione dei passanti. Smettono di picchiarlo quando vedono che ho
tirato fuori il cellulare per riprenderli. Hanno il fiatone, sono agitati, lo
tengono bloccato a terra, schiacciato dal peso dei loro corpi. Lo ammanettano.
Lui non oppone resistenza, fa fatica a respirare, è in stato confusionale,
gettato fra le due auto, con il viso sul cemento. Emette dei rantoli.
Mentre lo ammanettano, i carabinieri mi chiedono insistentemente di «favorire un
documento». Rispondo che non ho alcun problema a presentare un documento ma
chiedo loro di accertarsi se il ragazzo sta bene. «Sta benissimo» risponde uno
di loro. «Non sta bene, non mi sembra una persona che sta bene, chiamate
un’ambulanza», insisto. Chiedo direttamente a lui come si sente ma non è in
grado di rispondermi. È ancora disteso a terra, cerca di riprende fiato, sembra
sotto shock. Invece dell’ambulanza i carabinieri chiamano un’altra volante, che
impiega sette minuti ad arrivare. In quei sette minuti L.B. riesce faticosamente
a mettersi a sedere. Gli chiedo se parla italiano e mi risponde di sì.
«Come stai?».
«Male».
«Cosa posso fare?».
«Ti prego, aiutami».
Domando alle persone che nel frattempo si sono radunate intorno alla scena se
qualcuno ha dell’acqua. Gli porgo una bottiglietta ma è ammanettato e
indolenzito, fatica a tenerla fra le mani, gli si rovescia addosso. Uno dei
carabinieri prende il mio documento. «Non diffonda il video o la denunciamo. Sta
intralciando un’operazione di polizia e può essere accusata di favoreggiamento».
Quando arriva la volante riprendo con il cellulare il momento il cui L.B. viene
condotto verso l’auto dei carabinieri. Fatica a camminare dritto, ha la schiena
inarcata e il passo è claudicante. Il carabiniere che lo sta portando verso
l’auto mi dice che non posso inquadrarlo. Rispondo che non lo sto inquadrando,
mi interessa riprendere le condizioni del ragazzo che hanno arrestato. Una
collega del carabiniere arrivata con la volante mi chiede nuovamente il
documento e mi ripete che verrò denunciata se dovessi divulgare il video. Dico
che sono giornalista e che non c’è alcun bisogno di intimidirmi, le chiedo di
spiegarmi per cosa verrò denunciata: «Per violazione della privacy», risponde.
Caricano L.B. nell’auto, che si siede con grande fatica per il dolore provocato
dalle percosse. L’auto dei carabinieri parte a grande velocità e sirene spiegate
e non so se lo stiano portando in ospedale o in caserma. Rimango ancora per
circa mezz’ora sul posto dell’aggressione e mi confronto con altri testimoni
della scena. Una persona, che ha preferito rimanere anonima temendo
ripercussioni da parte delle forze dell’ordine, mi dice che ha filmato la spinta
e i pugni. Gli assicuro che non verrà coinvolto se non lo desidera e dopo un po’
di titubanza mi inoltra il video.
Il mattino dopo mi reco al Tribunale penale di Roma, in piazzale Clodio, dove
avvengono le convalide degli arresti per direttissima, ovvero i procedimenti
penali che si verificano quando una persona viene arrestata in flagranza di
reato. Mi accompagna Gianluca Dicandia, avvocato che presta servizio a
CivicoZero, una cooperativa sociale che si occupa di minori stranieri non
accompagnati, poco lontana dal luogo dell’aggressione. Dicandia non ha assistito
alla scena ma è stato allertato da una collega che invece si trovava sul posto e
lo ha chiamato per fornire aiuto.
Io e l’avvocato Dicandia ci troviamo quindi in tribunale alle 9. Dopo circa
un’ora di attesa vediamo avvicinarsi L.B., accompagnato dai poliziotti verso la
sala dove si terrà l’udienza. Ha uno sguardo terrorizzato, il viso esausto. Mi
avvicino a lui e gli chiedo se si ricorda di me: annuisce. Gli spiego che ho i
video dell’abuso e che ci impegneremo per aiutarlo.
Non mi è permesso entrare nell’aula dove si svolgerà il procedimento e allora
rimango fuori, in attesa che esca insieme all’avvocata d’ufficio che gli è stata
assegnata, con la quale in seguito parlo e a cui consegno i video perché li
possa depositare. In aula c’è uno dei carabinieri coinvolti nel pestaggio, lo
riconosco, lui riconosce me: non ne è felice.
Apprendo che L.B. è un migrante senza fissa dimora: dorme per strada. È stato
visto, secondo la versione dei carabinieri, al mercato Esquilino accompagnato da
un cane mentre consegnava una dose di crack a un uomo italiano. Dalla bocca
avrebbe sputato otto involucri di crack. Preso in flagranza di reato avrebbe
consegnato il cane a un signore e avrebbe iniziato a correre per scappare dalle
forze dell’ordine.
Al momento dell’aggressione a cui ho assistito correva scalzo. Ai piedi portava
dei calzini con la scritta “Italia”, accompagnata dalla nostra bandiera.
Il Comando Provinciale dei Carabinieri di Roma, interpellato sulla vicenda, fa
sapere che in merito alle informazioni ed ai video forniti, sono stati attivati
approfondimenti il cui esito verrà riferito alla Procura della Repubblica di
Roma, già informata.
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