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Il bosco si difende. L’ultima “terra comune” dei Castelli romani
(disegno di pietro cozzi) La pioggia gelida del primo mattino si placa, le nuvole lasciano passare perfino un po’ di sole, man mano che le persone affluiscono nella piazza principale dei Campi d’Annibale, una delle aree più urbanizzate dei Castelli romani, nel territorio di Rocca di Papa. Nonostante il meteo incerto, il primo corteo contro il disboscamento dei Colli Albani è un successo. Siamo a metà febbraio e il Comitato protezione boschi dei Colli Albani ha chiamato a raccolta abitanti, associazioni e collettivi per marciare tra le strade del borgo di Rocca di Papa con l’obiettivo di arrivare sotto la sede del Parco regionale dei Castelli romani. La piattaforma rivendicativa è frutto di diversi mesi di controllo popolare, studio e mobilitazioni da parte del giovane comitato, costituito poco più di un anno prima: i tagli boschivi stanno violentando il territorio e i suoi beni patrimoniali; gli interessi economici dietro il cosiddetto ceduo (metodo di “governo” del bosco che consente la ricrescita delle piante dopo alcuni anni dal taglio del fusto) sono soverchianti rispetto all’interesse collettivo di protezione del bosco che i comuni, l’ente parco e tutte le istituzioni hanno di fatto smesso di perseguire. Il taglio massiccio va fermato, sostiene il fronte sempre più ampio di organizzazioni e residenti che si è compattato intorno all’attività del comitato, altrimenti il disastro ambientale e sociale diventerà irreversibile. Per le strade della Rocca il corteo raccoglie la solidarietà di abitanti e commercianti che si affacciano dalle finestre e dalle botteghe, si uniscono alla marcia per qualche tratto, raccontano le loro storie sull’importanza del bosco per questa comunità. I manifestanti chiedono una moratoria al taglio ceduo che interessa la quasi totalità degli ottomila ettari sotto la gestione dell’ente parco, tagli che vengono effettuati in modo intensivo, distruggendo gli ecosistemi naturali e i preziosi sentieri della via Francigena, la via Sacra, l’Ippovia, cammini millenari sventrati dal continuo passaggio di ruspe e cingolati. Durante il corteo alcuni anziani boscaioli si fermano a parlare con attivisti e cittadini; sostengono le ragioni della mobilitazione perché, raccontano, le tecniche tradizionali avvenivano a passo di mulo, in aree circoscritte e diffuse, nel più minuzioso rispetto dei cicli vegetativi. Era un’economia di sussistenza, a beneficio delle famiglie locali, ben diversa dall’industria su vasta scala che oggi riceve dalle istituzioni il lasciapassare per massacrare l’ambiente boschivo a beneficio di grandi interessi privati. A differenza dei boscaioli solidali, infatti, nei giorni precedenti la manifestazione iniziano a circolare online tentativi di denigrazione da parte di improvvisati sodalizi di impresari del legname che rivendicano il loro diritto a disboscare, con il solito mantra sull’occupazione e goffi tentativi di greenwashing. Tuttavia, sono gli stessi che ci svelano parte della destinazione del legname tagliato: l’edilizia, soprattutto quella destinata alle classi più agiate, interessate a impreziosire le proprie abitazioni ecosostenibili con il castagno locale; ma anche il commercio di scarti della lavorazione del legno, materiale imprescindibile per il funzionamento di tutta una serie di impianti industriali, tra cui quelli per la produzione di cemento. C’è infatti una forte connessione tra il disboscamento dei Colli Albani e l’implacabile cementificazione di cui il territorio è vittima da decenni. Come hanno spiegato alcuni interventi alla fine del corteo, il bosco per queste comunità ha sempre rappresentato l’ultimo margine, la barriera verde contro l’avanzare della metropoli. Mentre Roma si espandeva a sud-est e la pianura della provincia ne subiva le conseguenze in termini di impatto urbano (con la nascita di agglomerati tra i più densamente popolati della penisola), gran parte dei centri collinari sulle pendici del vulcano laziale venivano risparmiati dallo tsunami speculativo proprio grazie alla muraglia alberata. Ma il bosco da solo non sarebbe bastato. Soprattutto la mobilitazione popolare, che negli anni Ottanta porterà alla nascita del Parco regionale dei Castelli romani, è riuscita a porre un primo importante freno a cementificazione, crisi idrica e disboscamenti. Purtroppo lo stesso ente parco, nato dalle lotte delle comunità, nei decenni successivi e per diverse ragioni non è stato in grado di fermare quelle che oggi rappresentano le più pesanti nocività nell’area, cui si aggiunge l’aggressione estrattivista del ciclo dei rifiuti capitolino. La pressione antropica è implacabile, frutto di una profonda commistione tra interessi politici ed economico-finanziari sull’utilizzo del suolo nei Castelli romani. In tutta l’area si contano ormai oltre 350 mila residenti, mentre i servizi diminuiscono sotto i colpi della scure neoliberista che taglia le strutture socio-sanitarie e disincentiva la pianificazione pubblica del territorio. La stessa pressione antropica è tra le principali cause dell’abbassamento drammatico del livello dei laghi di Albano e di Nemi, un processo che sembra inarrestabile e che porterà a una crisi idrica dell’intera falda a fronte dei 172 mila litri d’acqua al giorno che serviranno all’inceneritore di Santa Palomba, se non verrà fermato prima. Ma il legame tra motoseghe e betoniere non si ferma qui. Come accennato, gli scarti della lavorazione del legno servono anche ad alimentare gli impianti per la produzione industriale della calce e di altri materiali per l’edilizia. Tra le vertenze presenti al corteo c’erano anche rappresentanti della lotta contro l’ampliamento dell’impianto Fassa Bortolo di Artena, il quale per funzionare avrà bisogno di circa 30 mila tonnellate di questi scarti! È verosimile che il ceduo locale sarà una fonte appetibile. La mattina del corteo, dentro la sede dell’ente parco non c’è nessuno. Nessuno che possa ricevere i manifestanti, nessun comunicato nelle ore successive, solo un silenzio assordante. Si affaccia il sindaco di Rocca di Papa, contestato della piazza per voler difendere l’idea che si può continuare a tagliare con ritmi non dissimili da quelli attuali, purché ciò avvenga nella “legalità” delle concessioni. Nonostante il botta e risposta in piazza, al sindaco viene riconosciuta dagli organizzatori almeno la decenza di aver aperto un dialogo. Le realtà presenti sono le stesse che hanno intrapreso in questi mesi un percorso comune di messa a sistema delle mobilitazioni sulle singole vertenze e di analisi degli intrecci tra ognuna di esse. La rete ha iniziato a incontrarsi mensilmente in assemblee pubbliche (l’ultima lo scorso 21 marzo a Genzano), lanciando una nuova grande mobilitazione congiunta per fine maggio, dove far emergere in modo chiaro la relazione tra le nocività, tra i nodi del sistema estrattivo sui Castelli romani, e dunque delle lotte per provare a contrastarlo. Deforestazione, crisi idrica, consumo di suolo, discariche e combustori, questione abitativa, diritto a restare per comunità umane e non. Simili processi intersezionali non sono una novità in questo territorio. C’è una lunga storia ai Castelli romani che parte dalle lotte contadine per la terra e per la casa, e arriva ai conflitti ambientali, l’antifascismo militante, i comitati per la sanità pubblica, i collettivi transfemministi, la solidarietà con la comunità palestinese, l’implacabile lotta No Inc. Sempre a proposito di storia, a margine della manifestazione qualcuno si domanda da quanto tempo non si vedesse un corteo simile per le strade del piccolo e inerpicato borgo di Rocca di Papa. C’era stata la mobilitazione antifascista e antirazzista del 2018, quando molte persone solidali accorsero in difesa dei migranti appena sbarcati dalla nave Diciotti della Guardia costiera e ospiti in una struttura sulla via dei Laghi, all’esterno della quale si erano raggruppati i soliti nuclei delle più note sigle neofasciste romane. Ma la memoria storica corre molto più indietro, prima ancora delle lotte per l’istituzione del Parco, addirittura prima della nascita delle organizzazioni di massa. A metà del XIX secolo, i rocchigiani insorsero contro gli abusi dei principi Colonna e per il rispetto degli usi di legnatico (la raccolta del legno concessa per consuetudine ai contadini). Da queste parti il processo di smantellamento degli usi collettivi fu lo strumento della definitiva “recinzione” delle terre. Un caso emblematico è quello del castagno, principale vittima del disboscamento attuale. La richiesta di legname già dal XVI secolo spinse il governo pontificio a sostituire i boschi originari (oggi ridotti a poche aree) con il più proficuo castagno, ma la scelta fu orientata anche da una legge che liberava i proprietari dagli usi collettivi qualora la loro terra fosse adibita ad alberi da frutto. Molti proprietari di boschi trovarono utile allora trasformarli in castagneti, così da tenere lontana la povera gente dal libero uso del bosco. Questi processi non furono indolori e le comunità provarono a resistere fino alla prima metà del secolo scorso. A Rocca di Papa tutto ebbe inizio all’alba del primo maggio 1855, quando duecento contadini marciarono per invadere i terreni dei Colonna. Affisso un manifesto contro le autorità, i paesani proclamarono la Repubblica di Rocca di Papa e innalzarono nella piazza del paese l’albero della libertà: un berretto rosso giacobino sulla cima di un palo di legno. Non sappiamo quanto durò l’esperienza di autogoverno (forse un giorno, forse qualche settimana), né i nomi delle persone coinvolte nella rivolta e nei successivi arresti. Sappiamo solo che la milizia del papa riuscì in pochissimo tempo a sedare il tentativo rivoluzionario. Rimane un importante episodio di insurrezione contadina nella provincia romana, nonché un esempio lampante di quanto sia radicato il rapporto viscerale di questa comunità con il bosco, con la sua concezione di “common” da difendere a ogni costo. La funzione sociale del bosco non nasce nell’ambito della produzione, dunque, quanto dalla riproduzione sociale delle comunità, proprio perché questo aveva rappresentato per millenni una risorsa libera e utile ai processi di sopravvivenza collettiva – benché nell’ambito di rapporti feudali –, come appunto la raccolta, la caccia, la protezione da incursioni esterne, i rituali religiosi. Nell’era moderna, la tensione tra produzione e riproduzione è diventata conflitto: ai giorni nostri il bosco dei Castelli è una risorsa per il profitto delle aziende del legname, ma è anche epicentro del riposo di migliaia di famiglie lavoratrici, luogo di svago, percorrenza, fruizione culturale, economie tradizionali, ambito di accoglienza di viandanti e viaggiatori (laddove, in parte, riesce a resistere al turismo di massa), protezione non solo dall’espansione urbana ma anche dai cataclismi climatici, casa inviolabile di specie vegetali e animali. La produzione di legname, a oggi, non sembra portare alcun tipo di beneficio alle comunità: ai Castelli si tagliano più alberi di trent’anni fa ma non si produce neppure un mestolo di legno. È il capitalismo estrattivo, che toglie al territorio senza restituire niente, neppure all’interno di un indotto. In questo contesto il bosco dei Castelli rappresenta di fatto la frontiera tra iper-sfruttamento delle risorse e spazio ri-produttivo sul territorio. Ennesimo suolo conteso tra interessi divergenti: miniera per gli speculatori ma anche ultima terra comune, percorribile e collettiva per gli abitanti ai suoi margini, ben consapevoli dell’importanza della difesa del bosco. (lorenzo natella)
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Il bosco tra le piste Porsche è salvo, ma non l’ha salvato la Regione Puglia
(disegno di leMar) Si ferma il piano di sviluppo industriale del centro di sperimentazione automobilistica Nardò Technical Center nel Salento, di cui abbiamo scritto nei mesi passati. Lo annuncia Porsche nel pomeriggio di giovedì 27 marzo, in una nota in cui motiva la rinuncia al progetto con le attuali “prospettive sociali, ambientali ed economiche” e “le circostanze dell’industria automotive mondiale”. La buona notizia arriva dopo quasi venti mesi di lotte e resistenza da parte di associazioni e comitati, a un anno esatto dalla comunicazione della Regione Puglia riguardo la decisione del presidente Emiliano di sospendere l’accordo di programma con NTC, a seguito dei richiami dalla Commissione europea. Nell’attesa che la Regione metta nero su bianco la revoca dell’accordo di programma con NTC, è tempo di riavvolgere il nastro e smontare le narrazioni che accompagnano la decisione di Porsche e stanno monopolizzando gli spazi di quotidiani e pagine d’informazione.  Il piano prevedeva l’ampliamento dei circuiti NTC con nuove piste e impianti su duecento ettari guadagnati distruggendo l’ultimo pezzo di un antico bosco mediterraneo e 351 ettari espropriando terreni dei cittadini. Tutto con il consenso della Regione Puglia e dei comuni di Nardò e Porto Cesareo, che riconoscevano in questo progetto la pubblica utilità. L’area rientra in un sito di interesse comunitario e in una riserva regionale, è tutelata dalla normativa comunitaria, la Direttiva Habitat e la rete Natura 2000 per la salvaguardia della biodiversità. Normative che sono state aggirate senza il parere della Commissione europea e senza dibattito pubblico, ignorando numerosi pareri d’impatto ambientale negativi. Tutto grazie al “rilevante interesse pubblico” connesso alla salute dell’uomo e alla sicurezza  pubblica. Infatti, alla distruzione del bosco, il progetto affianca la realizzazione di un centro di elisoccorso attrezzato con eliporto e annesse strutture sanitarie, un centro visite polifunzionale e un centro di sicurezza antincendi. Molto è stato detto riguardo la reale utilità pubblica di queste opere: gli ospedali di Lecce e Brindisi sono sprovvisti di piste di atterraggio e gli incendi che nei mesi estivi hanno interessato le campagne nei terreni limitrofi all’anello di Porsche non hanno visto i soccorsi di NTC. L’IMBROGLIO ECOLOGICO Le misure compensative alla distruzione del bosco sarebbero state la rinaturalizzazione e riforestazione delle aree intorno al perimetro di NTC, ma era impensabile rimpiazzare una comunità ecosistemica complessa e autosufficiente con filari di alberelli bisognosi di anni e acqua per crescere, con sole dodici specie vegetali contro le quattrocentoventi attestate nel bosco secolare. Per fare spazio alle piste di prova per auto elettriche, Porsche avrebbe tradito le promesse di sostenibilità del gruppo Volkswagen, di cui fa parte: “lasciare un mondo migliore per le generazioni future”, “sostenibilità significa mantenere a lungo termine sistemi ecologici, sociali ed economici sostenibili a livello globale, regionale e locale”. Per denunciare il massacro ambientale in un’area protetta e la perdita irreversibile di biodiversità, per resistere a questa truffa ai danni della natura e della comunità, si è costituito nell’autunno 2023 il comitato Custodi del bosco d’Arneo, che ha promosso un ricorso al Tar a gennaio 2024 insieme a Italia Nostra e Gruppo di Intervento Giuridico, fino a ottenere dal commissario europeo per l’ambiente Sinkevičius, a nome della Commissione europea, la richiesta di ulteriori chiarimenti riguardo il progetto e i presunti motivi di interesse pubblico. Nei mesi è cresciuta la solidarietà e la mobilitazione dell’opinione pubblica tedesca, con sit-in e manifestazioni a Stoccarda, patria di Porsche, una lettera aperta ai Ceo di Porsche e Volkswagen, con il supporto delle tre maggiori associazioni per la tutela della natura del Baden-Württemberg, Nabu, Bund e Lnv, di Robin Wood e Fern. L’alleanza tra associazioni pugliesi e tedesche ha portato la vicenda del bosco d’Arneo al consiglio di amministrazione Porsche durante l’annual general meeting di Stoccarda, la  riunione annuale degli shareholders. Lì i Custodi del bosco sono stati riconosciuti come legittimi interlocutori e portatori d’interesse, si è messa in luce tutta l’illogicità del piano e l’incoerenza con le politiche aziendali (seppur le risposte siano state vaghe e autoassolutorie nonostante le domande consegnate con tre giorni di anticipo). A novembre, durante una pacifica azione di protesta, gli attivisti di Robin Wood hanno piantato un leccio nella Porsche-Platz a Stoccarda, che è stata simbolicamente rinominata “Bosco d’Arneo-Platz”. Ancora, a dicembre le associazioni hanno inviato al presidente Emiliano un documento per chiedere chiarimenti in vista della scadenza della sospensiva e a gennaio una conferenza stampa con attivisti dalla Germania e dal Brasile ha continuato ad alimentare quel dibattito pubblico negato dalle istituzioni. A ridosso di Ferragosto (con le stesse tempistiche nemiche della partecipazione con cui un anno prima era stata diffusa la notizia del progetto), la Regione avvia il procedimento di definizione degli obiettivi di conservazione sito-specifici della Zona Speciale di Conservazione “Palude del Conte, dune di Punta Prosciutto”, in cui ricade il circuito NTC. In effetti, sulla Puglia incombono una procedura d’infrazione comunitaria del 2015 e una messa in mora del 2019 da parte della Commissione europea, per aver  omesso di stabilire nelle ZSC misure di conservazione necessarie per gli habitat naturali presenti. Ora, la Puglia conta ottanta siti tra ZSC e SIC, ma la Regione si attiva solo per quello che interessa Porsche. Dalle osservazioni presentate da alcune associazioni alla deliberazione regionale si scopre che già nel 2006 i proprietari delle piste avevano avuto l’autorizzazione all’ampliamento su un’area di circa trecentocinquanta ettari, con l’unica prescrizione di realizzare opere di rinaturalizzazione su una superficie pari all’estensione dell’habitat compromesso. L’intero quadro della vicenda mostra un pericoloso precedente in cui stretti vincoli ambientali non bastano più a proteggere un’area, un caso in cui il potere economico privato cattura la scelta pubblica, celando gli interessi del singolo operatore di mercato con il velo della pubblica utilità, a discapito dei diritti della collettività. Come argomenta Giovanni D’Elia, il forte potere economico di uno dei maggiori gruppi automobilistici a livello mondiale sarebbe stato in grado di influenzare gli attori istituzionali nella gestione di una vasta area boschiva tutelata dal diritto europeo. A marcare questo ricatto, nel bollettino ufficiale la Regione scriveva che la “mancata realizzazione delle quattro fasi del masterplan potrebbe comportare la dismissione dell’impianto di prova esistente”, in quanto “il mancato adeguamento alle nuove esigenze tecnologiche in corso nel settore automotive innescherebbe il processo di declino tecnologico e commerciale delle attuali piste”. In più minacciava che “con la dismissione delle attività, oltre a ricadute di natura socio-economica, verrebbe meno il presidio dell’area attualmente assicurato da NTC, aumentando di conseguenza il rischio di compromissione degli habitat”. Ora che Porsche dichiara che “le attività di testing continueranno a essere svolte nel sito, contribuendo allo sviluppo di tecnologie innovative per la mobilità”, torna in mente la paura che le opposizioni al piano di ampliamento di NTC avrebbero indotto il disinteresse di Porsche a investire e a rimanere sul territorio. La tanto temuta “alternativa zero” che avrebbe comportato anche “l’esaurimento del positivo indotto socio-economico generato sul territorio, derivante dalla presenza di clienti e visitatori da tutto il mondo”, e paventata come “non percorribile” durante la seduta a Bari della V Commissione in Regione a novembre 2023, ora sta perfettamente in piedi e lo dice Porsche stessa. Ritorna il copione, tracciato da Naomi Klein nel saggio Shock economy, per cui le crisi vengono utilizzate, dietro il pretesto dell’emergenza, come un’opportunità per introdurre politiche economiche impopolari, quali deregolamentazioni e privatizzazioni. L’elemento chiave è la velocità con cui vengono attuate tali politiche, mentre il consenso popolare viene manipolato attraverso la paura e la propaganda. Approfittando del disorientamento e della paura causati dalla crisi, i governi agiscono rapidamente, spesso senza un adeguato dibattito pubblico. Dopo anni di disastri ecologici con ambiente e salute subordinati al profitto, è evidente come non possa esistere industria sostenibile sotto il capitalismo, sostenibilità e profitto non sono conciliabili. Il mese scorso perfino Ursula von der Leyen “si è arresa di fronte alla narrazione industriale: mantenere alta la competitività rispettando stringenti regole ambientali non è possibile, i conti non tornano”, scrive Irpi Media. IL SUD DEI RICATTI “Chance perse”, “colpo fatale al futuro”, “clima ostile all’impresa”: sono alcuni dei titoli allarmistici che occupano le pagine della stampa locale dopo la rinuncia di Porsche. La generica categoria degli ambientalisti contro cui stanno puntando il dito la Regione e le associazioni di categoria rimarca  la stigmatizzazione delle esperienza di attivazione sul territorio. Gli ambientalisti sono solo cittadini attenti (e incensurati) che chiedono di autodeterminarsi, che hanno utilizzato gli strumenti legislativi ordinari, senza generare problemi di ordine pubblico durante le manifestazioni, mentre chi cercava di aggirare i vincoli della giustizia erano altri. Non è una novità che al sud chi respinge modelli di sviluppo imposti dall’alto sia sempre tacciato di arretratezza e inciviltà, come fossimo poveri selvaggi da evangelizzare al progresso, secondo la buona tradizione coloniale. L’assessore Delli Noci, braccio destro di Emiliano, piange una “perdita enorme per il territorio”, “gli sforzi della Regione Puglia di attrarre investimenti da parte di grandi imprese vengono vanificati, con la grave perdita di occasioni di crescita, di nuovi posti di lavoro e di possibilità di sviluppo”. Lo stesso presidente Emiliano, interpellato dal Quotidiano di Puglia, dichiara: “Abbiamo perso una grande occasione di sviluppo, centinaia di posti di lavoro e un rimboschimento di cinquecento ettari al posto dei centocinquanta da abbattere”. E poi preme il pulsante delle emozioni di pancia: “C’è chi sarà felice e chi si rende conto di questi ragazzi e ragazze pugliesi che dovranno andar via a causa di questo mancato investimento”, senza ammettere che, se migliaia di pugliesi sono costretti a emigrare, la colpa è di politiche regionali capaci solo di svendere una terra pur di avere il prestigio di averlo concesso. Chi sottolinea la perdita di opportunità occupazionali, in questo perenne ricatto salute-lavoro che attanaglia il meridione, dimentica i fatti recenti che hanno interessato lavoratori di NTC, oltre alle vicende sindacali dei pochi salentini che lavorano per Porsche, sottopagati e minacciati di licenziamento: collaudatori e operai in presidio permanente davanti ai cancelli dell’azienda e in sciopero della fame nel 2017, costretti per vent’anni a condizioni di lavoro precarie. Alcuni collaudatori raccontano: “Lavoriamo rischiando la vita ogni giorno, quaranta ore alla settimana, per una paga misera”, “stare per ore con il piede fisso sull’acceleratore, lungo una pista che sembra non finire mai, con gli stessi contratti che si applicano ai commessi” e non metalmeccanici. I politici non hanno mai avuto scrupoli nell’alimentare il ricatto: la sindaca di Porto Cesareo accusava ogni tentativo di frenare il progetto di NTC come uno “schiaffo al territorio e alla comunità”, alle “tante attività che d’inverno farebbero la fame”. Un anno fa Confcommercio e Federalberghi si dicevano preoccupate che la sospensione al progetto di NTC potesse “influenzare negativamente l’economia locale”, essendo l’attività del centro prove “risorsa per centinaia di piccole e medie imprese e realtà del commercio locali” e “una risorsa vitale per le strutture ricettive”. Grazie a “clienti internazionali che visitano l’area tutto l’anno, il Salento viene promosso su scala globale”. Quando Emiliano dichiara che la rinuncia di Porsche “anche dal punto di vista ambientale è stato un danno, perché nel tempo avremmo quintuplicato l’area boschiva”, finge di non sapere che se quello che la Regione auspica è un’opera di riforestazione, questa è perseguibile senza bisogno di sacrificare gli ettari di bosco e le specie animali che lo abitano. Poi, la riforestazione resta una misura compensativa che (lo dice il nome) serve a bilanciare l’incidenza negativa significativa dell’intervento, quindi per logica non può essere motivo per attestare la bontà dell’intervento. L’amaro in bocca dei politici locali e delle associazioni di categoria alimenta la logica coloniale ed estrattiva in un territorio di conquista già devastato dal disseccamento degli ulivi, consumo di suolo e desertificazione, incendi sistematici, crisi idrica e siccità galoppante, land grabbing per impianti di fotovoltaico, agrivoltaico ed eolico (proprio in questi giorni a Livorno si tiene Confluenza, il primo incontro nazionale contro la speculazione energetica ed estrattivista sui territori). Sebbene la Puglia sia ancora in violazione della direttiva sui criteri sito-specifici e la vicenda di Porsche abbia mostrato come bastino forti poteri privati per far decadere i vincoli ambientali, la storia del bosco d’Arneo serve come monito: ciò che viene presentato come necessario e inevitabile non è che una contingenza. Gli imperativi del capitalismo non diventino una tara cognitiva che riduce la politica a spartizione di fette di potere. Il leccio che i Custodi del bosco e il Wwf hanno piantato lo scorso 24 gennaio a Lecce in viale De Pietro, nell’aiuola di fronte gli uffici di NTC, sta a ricordare che bisogna immaginare sempre altri scenari possibili oltre quello imposto. E serve raccontare i territori e le storie con tutto ciò che preme al loro ribaltamento, riappropriandosi della categoria dell’utopia, come scrive Alessandro Leogrande. “Non è possibile raccontare il presente senza presagire un suo sovvertimento”. (chiara romano)
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La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo
NESSUN IMPIANTO, NESSUN RIMORSO: ALCUNE CONSIDERAZIONI E UN RACCONTO A PIÙ VOCI DELLA MOBILITAZIONE DELLO SCORSO FEBBRAIO Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti. Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico. In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali. La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici». I NUMERI, LE OPERE (E I GIORNI) DI UNA CRISI Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere. L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale. Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro. Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora. Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni. L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva. Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione. In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla. La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività. INTERESSE PRIVATO E PITTATE DI VERNICE, STOP Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino. Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati. Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo. Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale. Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico. Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione. Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso. BORMIO – FAKE SNOW, REAL PROFIT! La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”. Lo ski stadium di Bormio durante il presidio Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose. Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno. Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota. All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno. Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare. I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto. Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio. In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata». Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza. La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza. Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è. A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili». È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo. Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso. Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza». Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo. Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza. Disinteressati. I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero. C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante. Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia. Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante. Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate. La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio. Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni. A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria. Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare. CALDAROLA – ANCHE IN APPENNINO: LA MONTAGNA NON SI ARRENDE (A DUE PASSI DAI SIBILLINI) Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice. Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata. Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.” Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”. Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema. Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento. Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre. PONTE DI LEGNO – RI-PENSARE LE TERRE ALTE PER LA LORO SALVAGUARDIA La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro. Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta. Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio. Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata. Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili. Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili. La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante. Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature». Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate. ____________________________________ FONTI ISTITUZIONALI Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico Dossier di candidatura Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023 Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici   FONTI OPEN Primo report OpenOlympics Secondo report OpenOlympics Rapporto Neve diversa 2024   FONTI COMPAGNE LA MONTAGNA NON SI ARRENDE (UTILI IN CALCE ALLA PAGINA “MATERIALI AUDIO” E “COSE INTERESSANTI”) Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab) Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte) Video integrale convegno Off Topic Video Duccio Facchini – Altreconomia L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.
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Taranto inerme. Il progetto del dissalatore tra criticità e pareri contrari
(disegno di india santella) Risulta difficile ragionare sulla città di Taranto senza conoscerne le origini. La storia racconta di una comunità millenaria, capitale della Magna Grecia, e di un passato che spesso ritorna, intrecciandosi con il presente. Ne è un esempio il fiume Tara, un fiume di origine carsica lungo appena due chilometri, il cui nome deriva da Taras, personaggio della mitologia greca, che secondo il mito fu salvato da un delfino inviato da suo padre Poseidone dopo un naufragio, raggiungendo la costa nei pressi del fiume. Ma oltre al mito è possibile associare al Tara alcune vicende storiche, come l’incontro nel 35 a.C. tra Marco Antonio e Ottaviano, che avvenne proprio al centro del fiume; e nel 1594 la battaglia tra Cristiani e Saraceni presso le sponde del Tara, questi ultimi respinti dalla popolazione della vicina Massafra. A oggi il Tara è frequentato da una numerosa comunità, che ne approfitta durante le calde estati per trovarvi ristoro. In occasione del rito della Madonna del Tara, il primo giorno di settembre i credenti si riuniscono per pregare affinché le acque del fiume possano proteggere la salute dei devoti; è credenza popolare che bagnarsi nel Tara e cospargersi dei suoi fanghi comporti dei benefici. Al di là del valore storico e sociale, va riconosciuto al Tara il suo importante contributo dal punto di vista ambientale, infatti il suo ecosistema è parte integrante del paesaggio ionico. Le acque e la vegetazione ripariale costituiscono una forte attrattiva per le specie selvatiche tipiche delle zone fluviali della Puglia: aironi, salamandre, anguille, diversi pesci d’acqua dolce, una notevole quantità di insetti, e ultimamente è stata avvistata anche la lontra, un mammifero considerato specie protetta. Pertanto, il fiume rappresenta una vera e propria oasi naturale in un’area fortemente caratterizzata dalle attività antropiche. Il Tara, dunque, possiede tutte le caratteristiche necessarie affinché possano essere intraprese azioni di tutela dello stesso da parte delle istituzioni, ma negli anni nulla è stato fatto per preservare l’area. Oggi il fiume è minacciato da un controverso progetto promosso da Acquedotto Pugliese, una società partecipata della Regione Puglia. Si tratta di un dissalatore che avrebbe le dimensioni di circa cinque volte l’attuale dissalatore più grande d’Italia, quello di Cagliari. L’impianto sarà finanziato con fondi provenienti da Pnrr e Fsc, quindi spendibili non oltre il 2026. Il 25 settembre 2023, per un costo che si aggira intorno ai cento milioni di euro, al netto del ribasso d’asta, vengono aggiudicati i lavori all’associazione temporanea di imprese costituita dalle società Suez Italy, Suez International, Edil Alta con sede ad Altamura, la tarantina Ecologicia e la massafrese Cisa, società molto attiva nel settore dei rifiuti. Dopo diverse sedute, la conferenza dei servizi del 10 gennaio 2025 ha dato il via libera alla realizzazione del dissalatore. Un fattore rilevante è la modalità di approvazione che viene utilizzata, ovvero a prevalenza di pareri. Durante le precedenti conferenze si è sempre deciso di procedere all’unanimità, salvo ora cambiare modalità di approvazione. Spiccano infatti i rumorosissimi “no” provenienti dalla Soprintendenza del ministero della cultura, da Arpa Puglia e Asl Taranto, con pareri ampiamente motivati dagli stessi enti; ma la maggioranza non ha esitato nel procedere alla concessione della Valutazione d’impatto ambientale, necessaria al rilascio di tutte le autorizzazioni che consentiranno la realizzazione dell’impianto, lasciando aperto il dibattito sul peso della componente politica rispetto a quella tecnica. Il ministero della cultura, attraverso un documento di cinquanta pagine, afferma la sua decisa contrarietà al progetto, dichiarando che l’opera andrebbe realizzata altrove, essendo in netto contrasto con il paesaggio e l’ambiente, e che nessuna modifica al progetto potrà modificare il parere contrario. Anche Arpa Puglia indica che esistono criticità che non considerano l’importanza naturalistica, geomorfologica e idrologica del sistema delle sorgenti e del fiume, riconosciuta dalla pianificazione della stessa Regione Puglia.  Arpa fa notare inoltre che il progetto prevede l’espianto di circa novecento ulivi (nella zona sono presenti ulivi secolari), e circa mille e quattrocento alberi da frutto, di cui la maggior parte agrumi. In risposta, Acquedotto Pugliese ha dichiarato che gli ulivi verranno reimpiantati, non si sa però dove, e alcune voci sollevano dubbi sulla capacità degli alberi di adattarsi a nuove aree ed eventualmente ad avere frutti. Un’altra osservazione dell’ente di controllo ambientale riguarda l’utilizzo delle acque, indicando come la quantità minima di acqua che deve rimanere nel fiume debba essere maggiore o uguale a 2.000 l/s, considerando che la portata media del Tara equivale a 3.700 l/s, e affinché i prelievi non abbiano impatti negativi sull’ecosistema il limite massimo di prelievo è fissato a 1.300 l/s. A oggi esiste già un prelievo di acque autorizzato dall’Autorità idrica pugliese pari a 1.100 l/s, per uso destinato all’ex Ilva e all’irrigazione; il Wwf di Taranto ha fatto sapere che questo prelievo può arrivare a 3.500 l/s. Il progetto del dissalatore prevede un prelievo di 1.000 l/s, quindi la somma dei prelievi potrebbe superare di gran lunga non solo il deflusso ecologico (quantità minima necessaria), ma addirittura anche la portata del fiume stesso. Il Tara ha origine carsica, la sua portata varia in funzione delle piogge. Non si capisce come l’impianto possa sopperire a una mancanza delle stesse, se strettamente legato ai fenomeni piovosi. Acquedotto Pugliese ha proposto durante la conferenza dei servizi che se dovesse non esserci acqua a sufficienza, tutti gli utilizzatori dovranno ridurre i prelievi secondo regole concordate. In concomitanza con l’avanzare di questo progetto, si registrano le attività di associazioni, comitati e liberi cittadini che hanno prodotto opposizioni, anche tecniche, sufficienti per dimostrare quanto l’operazione sia inopportuna e impattante dal punto di vista ambientale. Per esempio, il Wwf di Taranto ha prodotto osservazioni sul consumo di suolo che questo progetto produrrà. È prevista la costruzione di due grandi condotte: una di quattro chilometri, condurrà gli scarichi della lavorazione in mare; l’altra, di quattordici chilometri, accompagnerà le acque depurate al centro di raccolta. Inoltre, in prossimità delle tubazioni, è prevista la costruzione di strade di servizio. La somma di suolo occupato da strade, condotte e stabilimento occuperà quindi all’incirca otto ettari di suolo, che corrispondono a una dozzina di campi da calcio. Bisogna inoltre segnalare un fatto di cronaca non irrilevante, ovvero la comparsa di una numerazione registrata di nascosto su ulivi secolari all’interno di proprietà private, secondo i proprietari dei terreni proprio in corrispondenza del tratto che vede passare la condotta di quattordici chilometri. Non è possibile attribuire alcuna colpevolezza in quanto non si dispone di prove, ma i titolari degli alberi hanno sporto denuncia contro ignoti e presentato un esposto ai carabinieri sottoscritto da circa centocinquanta cittadini. Altro punto critico: l’impianto si avvarrà della tecnologia a osmosi inversa per desalinizzare le acque già dolci. La bassa salinità delle acque, di fatto, costituisce un punto di forza del progetto di Acquedotto Pugliese: l’ente sostiene che il dissalatore comporterebbe un consumo di energia minore per produrre la stessa quantità di acqua che verrebbe prodotta lavorando acque più salate. Sempre secondo il Wwf di Taranto, però, oltre la salamoia giungerebbero in mare fanghi, metalli, anti-incrostanti e cloruri, che sarebbero poi soggetti a un processo di stratificazione, determinando un’alterazione dell’habitat marino. Un altro interrogativo riguarda il consumo di energia: gli impianti di dissalazione sono energivori, e in questa fattispecie i proponenti hanno dichiarato che le fonti energetiche che alimenteranno l’impianto sono di tipo rinnovabile. Dopo mesi di dibattito sul dissalatore, solo ora viene annunciato che l’impianto sarà alimentato al cento per cento da energia rinnovabile. Questo aspetto, che non era stato incluso nel progetto originale né menzionato nei documenti ufficiali, appare più come un tentativo di rassicurare l’opinione pubblica che come il frutto di una reale programmazione strategica. In altre parole, sembra un’aggiunta dell’ultimo minuto piuttosto che un elemento strutturale del piano iniziale.  Nonostante questo annuncio, però, analizzando i dettagli scopriamo che il quattordici per cento dell’energia sarà autoprodotta tramite fotovoltaico, mentre il restante arriverà dalla rete con “garanzie di origine”: una modalità che non garantisce affatto che l’energia consumata in tempo reale sia davvero rinnovabile. Si potrebbe continuare a elencare una serie di interrogativi da porre alla Regione Puglia riguardanti il progetto, ma è altrettanto importante soffermarsi sull’aspetto politico della vicenda. Regione Puglia e Acquedotto Pugliese hanno scelto Taranto come sede per la costruzione dell’impianto, pur essendo a conoscenza della critica situazione ambientale del capoluogo ionico, definendo questo progetto strategico per la Puglia (stessa cosa fu detta in altre situazioni da altri attori). Il progetto è giunto alle battute finali, accompagnato da una scarsa partecipazione da parte della comunità locale, ormai fragile e stanca di dover affrontare spesso problemi che hanno natura comune. La politica ionica da diversi anni ha smesso di avere un ruolo centrale nelle decisioni prese altrove, sebbene questo territorio abbia già dato troppo in termini ambientali, e i suoi cittadini continuino a pagarne le conseguenze. Considerando che già oggi la rete idrica pugliese perde il 43,6% (fonte Istat), caro presidente Emiliano, non sarebbe il caso di prendere in considerazione un’altra alternativa per risolvere la crisi? (domenico colucci)
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Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi
Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile. Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti. Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono. Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopico. Attraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi: recluse a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso. Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena. Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che non si arrende e non sa immaginare altro che portare allo sfinimento un modello-cadavere fatto di nuovi piloni e cannoni via via più performanti (si legga: idrovori). Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato. Un modello da gusto del macabro che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi di luoghi che muoiono, purché non spingano a calarvisi incuriositi, ma a colonizzare; tantopiù che all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare gli specchietti condendoli con la retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire. Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem specchiato nella nostra decadenza fatto di topi festanti mentre la nave affonda, mentre non soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta andrebbero spazzati via, ma con loro tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna. Tutto ciò non è emendabile, non perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso. Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi. È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco. Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly. È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti. Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato. Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle. Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e abbiamo deciso di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio. Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti. Dal canto nostro, noi abbiamo deciso di non concentrarci su una manifestazione singola, ma di contaminarci e contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare. Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora. L'articolo Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.
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La sentenza sulla Terra dei Fuochi e l’archivio delle lotte ambientali
(disegno di naum) Tra le calunnie mosse agli attivisti e ai comitati campani dai vari carrozzoni politici e mediatici che negli anni hanno presieduto allo svolgersi di uno dei più grandi disastri ambientali della storia italiana, le più infamanti erano due: “siete manovrati dalla camorra” e “se vi ammalate è colpa dei vostri stili di vita”. Noi che ci siamo stati sulle discariche, noi che abbiamo denunciato la camorra e lo Stato in ogni sede, noi che abbiamo studiato il problema nelle sue articolazioni criminali, tossicologiche e sanitarie, noi sapevamo che erano accuse strumentali. Erano modi attraverso cui governanti e pseudo-intellettuali scaricavano le proprie responsabilità, sotterrando la verità della loro complicità o indifferenza nel vociare della propaganda di regime, legittimando la repressione. Nei presìdi e alle manifestazioni alle volte eravamo in pochi, altre in tanti, molti di più di quanto i nostri avversari si aspettassero. In ogni caso, niente di ciò che è stato fatto al suolo, all’aria e all’acqua di quella che è diventata tristemente famosa come Terra dei Fuochi, fu ignorato o non combattuto dalla militanza ecologica degli attivisti campani. Noi sapevamo, e ve l’abbiamo detto in tutti i modi. E ora, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ci ha dato ragione, condannando lo Stato italiano perché se n’è sempre lavato le mani. Il 30 gennaio 2025, la Corte ha infatti emesso una sentenza che riscrive la storia ufficiale della Terra dei Fuochi, conferendo i crismi della verità giudiziaria alle analisi e alle accuse che i comitati campani contro l’inquinamento da rifiuti – che abbiamo chiamato Biocidio – avevano già portato nelle strade, nei media, nelle prefetture e negli uffici ministeriali. Una sentenza che inchioda le istituzioni dello Stato alle proprie menzogne e inettitudini. Il procedimento, iniziato nel 2015, ha preso le mosse dalla denuncia di quarantuno cittadini campani e cinque associazioni locali contro lo stato italiano per aver messo a repentaglio il loro diritto alla vita. Secondo i querelanti, le istituzioni del nostro paese hanno tollerato che i rischi da contaminazione ambientale da rifiuti persistessero, e addirittura aumentassero, ben oltre l’emergere delle evidenze che ne imponevano la presa in carico e la risoluzione. Il processo ha affrontato la questione Terra dei Fuochi in tutta la sua estensione temporale: dal finire degli anni Ottanta fin quasi al presente. La sentenza chiarisce le omissioni continue delle autorità statali nell’intervenire in maniera efficace sulla prevenzione, deterrenza, messa in sicurezza e informazione di un disastro ambientale certamente complesso e diffuso, ma eclatante e documentato fin dalle origini. In particolare, la Corte ha rilevato che “non vi fossero prove sufficienti di una risposta sistematica, coordinata e completa da parte delle autorità nell’affrontare la situazione della Terra dei Fuochi”. I progressi nella valutazione degli impatti dell’inquinamento su salute e ambiente sono stati “glaciali”, di una lentezza inammissibile per i doveri di uno Stato. Rispetto poi alle bonifiche, la Corte stigmatizza un “problema generalizzato di coordinamento e attribuzione di responsabilità”, tale da rendere “impossibile farsi un’idea generale di dove si debba ancora decontaminare”. Lo stato italiano ha inoltre fallito nel combattere lo smaltimento illegale di rifiuti a causa di un ordinamento normativo sui crimini ambientali prima assente e poi, quando lentamente approvato, parziale e inefficace. Constatata l’entità e la gravità della situazione, la Corte ha anche deplorato lo stato italiano per l’incapacità di approntare “una strategia di comunicazione completa e accessibile per informare il pubblico sui rischi per la salute e sulle azioni intraprese per gestire tali rischi”. Per queste ragioni, la Corte certifica che il problema della Terra dei Fuochi non è stato affrontato “con la diligenza giustificata dalla gravità della situazione”. E conclude, lapidaria: “Lo stato italiano non ha fatto tutto ciò che gli era richiesto per proteggere la vita dei ricorrenti”. Esattamente la ragione per cui protestavano i comitati campani. Alla luce del giudizio, la Corte fornisce indicazioni dettagliate sulle misure che le autorità italiane devono adottare. In primo luogo, occorre approntare una strategia complessiva che riunisca tutte le misure esistenti o previste per affrontare il fenomeno dell’inquinamento, includendo la cittadinanza e le associazioni locali nella pianificazione. Ciò implica identificare le aree di smaltimento illegale, valutarne la contaminazione ambientale e indagare gli impatti sulla salute. I tempi devono essere chiari, le risorse dedicate corpose, e la loro allocazione trasparente. In secondo luogo, queste attività devono essere supervisionate da un meccanismo indipendente che ne monitori l’attuazione, l’impatto e l’aderenza alle tabelle di marcia. I membri di tale organo di controllo devono essere liberi da influenze del governo; le loro deliberazioni rese pubbliche. Infine, in terzo luogo, la cittadinanza va informata puntualmente sui problemi e sulle misure per affrontarli, attraverso un’unica piattaforma pubblica. In sostanza, la Corte impone all’Italia di programmare, controllare e informare: tutto quello che è stata incapace di fare correttamente per tre decadi. L’Italia ha ora due anni per attuare queste misure. Ad attenderla al varco, nel caso fallisca (ancora) nell’onorare gli obblighi, ci sono più di quattromila ulteriori denuncianti dalla medesima terra e con la medesima accusa che la Corte si impegna a valutare. Essendo questo un ricorso-pilota, si offre all’Italia abbastanza tempo per dimostrare un radicale cambio di passo nell’affrontare le condizioni strutturali alla base della violazione del diritto alla vita, condizioni rilevanti per le altre cause pendenti mosse dai cittadini campani. RIAPRIRE L’ARCHIVIO Il collegio di avvocati per l’Italia si è difeso dinanzi alla corte con lo stesso vecchio arnese che rappresentanti dello Stato hanno già utilizzato in passato per delegittimare le ragioni dei cittadini in agitazione: l’assenza di un nesso di causalità certo tra uno specifico inquinante da una determinata discarica e un preciso danno biologico in ogni singolo querelante. Volevano convincere i giudici che non può essere dimostrato che quelle che si definiscono “vittime” dell’incompentenza e corruzione delle istituzioni italiane siano tali. D’accordo, stanno morendo, ma siamo sicuri che sia per la diossina e i PCB che respirano quotidianamente? L’Italia ha provato di nuovo ad affrancarsi da ogni responsabilità. Ma la Corte ha determinato che il chiarimento scientifico del nesso di causalità tra le discariche illegali e i roghi di rifiuti che hanno contaminato le matrici ambientali, da un lato, e l’insorgenza di patologie nei residenti, dall’altro, non è mai stato dirimente per la presa in carico da parte dello Stato dell’obbligo di proteggere la cittadinanza dall’inquinamento. La conoscenza che vi era una dispersione incontrollata di inquinanti che hanno impatti devastanti sulla salute sarebbe sempre dovuta essere, ed è tuttora, condizione sufficiente e necessaria per agire. La Corte ha accettato l’esistenza nella Terra dei Fuochi di un rischio per la vita “sufficientemente grave, reale e accertabile” e “imminente”. E in base al principio di precauzione ciò impone il dovere di protezione da parte dello Stato. Prendano nota gli oppositori istituzionali alle richieste dei cittadini in altre zone inquinate d’Italia. La corte non poteva essere più chiara. E così mette un’altra pietra sopra le narrazioni tossiche – già stroncate nei processi penali e dalla scienza – che proliferavano durante gli anni delle mobilitazioni. Riaprendo l’archivio delle lotte ci troviamo i ministri e gli “esperti” che a più riprese hanno stigmatizzato le popolazioni campane in rivolta come ignoranti e irrazionali. Il ministro Lorenzin, il ministro Balduzzi, gli epidemiologi di stato, i medici senza deontologia, costoro blandivano e accusavano i campani preoccupati dei tumori e della mortalità inusitate nella loro terra, additando come causa la povertà relativa e i supposti stili di vita individuali dei meridionali. Ma quelle illazioni, come sapevamo e come deduciamo dalla sentenza della Corte, servivano solo a sviare l’attenzione dalle condizioni concrete del territorio e dalle omissioni dello Stato. La Corte riconosce che solo dopo il 2013, con il decreto 136/2013, poi convertito nella legge 6/2014, lo sdetato italiano inizia, con estremo ritardo, a interessarsi alla questione in maniera sistematica. Risalgono alle disposizioni di quel decreto la mappatura dei terreni agricoli contaminati, l’elargizione di risorse per il monitoraggio ambientale e gli screening sanitari, e l’aumento dei controlli sul territorio. Un anno prima, nel dicembre 2012, l’allora ministro degli interni Cancellieri nominava Donato Cafagna “commissario antiroghi” e lo metteva a capo della cabina di regia presso la prefettura di Napoli con il compito di con­trasto e prevenzione degli smaltimenti abusivi. E un anno dopo, nel 2014, i cittadini campani formati come “osservatori civici” vengono per la prima volta inclusi e ascoltati. E ancora, nel 2015, sono finalmente codificati nel codice penale, con la legge 68/2015, i delitti ambientali. Ma cos’era successo per arrivare a quelle leggi e a quegli interventi? Apriamo l’archivio e scopriamo una stagione di mobilitazioni ambientali senza precedenti in Campania per persistenza e numeri, che costruiva sull’eredità dei comitati campani dei primi dieci anni del duemila, i quali combattevano contro il piano disastroso per i rifiuti urbani e denunciavano gli sversamenti illegali. Nell’estate del 2012 fu organizzato il Coordinamento Comitati Fuochi, una rete di oltre cinquanta comitati campani contro l’inquinamento, che si adoperò con campagne di denuncia e bussò a tutte le porte, sedendosi a tutti i tavoli di concertazione che poteva. Alimentò una campagna mediatica martellante e ubiqua, che con il supporto del quotidiano Avvenire a poco a poco veicolò il dolore e la rabbia di vivere tra fumi tossici e discariche illegali sempre più lontano, sempre più in alto. Si dedicò inoltre al lavoro di raccordo e comunicazione tra comitati, attori economici, parrocchie e centri sociali. Giungendo, grazie all’alleanza con i Cittadini Campani per un Piano Alternativo dei Rifiuti, con la Rete Commons e con altri gruppi storicamente impegnati sull’ambiente, a costituire la Coalizione Stop Biocidio. Decine di marce per la vita attraversarono i territori tra il 2012 e il 2013, fino all’apice del Fiume in Piena, la manifestazione dei centomila da tutta la regione che il 16 novembre 2013 inondò Napoli per imporre il problema della Terra dei Fuochi. Fu solo la pressione delle mobilitazioni sociali a costringere i governi regionale e nazionale a intervenire, pur se ancora in maniera insufficiente. La pubblicazione della sentenza ha innescato il si salvi chi può. Come ha provato a fare l’assessore regionale all’ambiente Fulvio Bonavitacola, lesto a diramare una dichiarazione in cui tenta di smarcare la Regione dalle responsabilità dettagliate dalla Corte, e prova a incensare il suo operato. Ma con il governo regionale di cui Bonavitacola è assessore non è aumentata né la sicurezza né la chiarezza per i cittadini campani. La sentenza della Corte rileva che nel periodo 2018-2021 “il fenomeno dell’inquinamento non sembrava essersi esaurito, in quanto continuavano a essere scoperte discariche abusive di rifiuti e segnalazioni di incendi abusivi”, mentre le informazioni ai cittadini erano scarne e imprecise. Inoltre, continua, nello stesso periodo “i progressi complessivi negli sforzi di decontaminazione sono stati lenti e molte delle azioni hanno riguardato solo fasi preliminari intraprese di recente”, nonostante la responsabilità per le bonifiche fosse passata alla Regione. Attenti ad attribuirvi meriti che non avete, noi ricordiamo tutto. Anche lo “spot pubblicitario” della rimozione delle ecoballe, o il fatto che la Regione Campania nel 2020 non riconfermò la Commissione Speciale Terra dei Fuochi. UNA FINE CHE È UN INIZIO La sentenza della Corte Europea ha mandato scariche elettriche sulle sedie di non pochi rappresentanti dello stato. Costringendoli ad attivarsi. Già il giorno dopo, sabato primo febbraio, è stato convocato un incontro alla prefettura di Napoli per fare il punto sugli interventi, invitando anche gli esperti dei comitati. Gli stessi comitati che stanno analizzando la sentenza, con l’impegno di riportarla sui territori in incontri e dibattiti pubblici. A partire da ora, ci sembra siano almeno tre le priorità emergenti dalla discontinuità che la Corte ha segnato sulla questione Terra dei Fuochi. Come affermato con forza dai giudici, la popolazione non deve solo essere informata puntualmente, ma le espressioni di cittadinanza attiva che la Campania ha prodotto in numero considerevole vanno incluse nella pianificazione, nel monitoraggio e nella valutazione delle soluzioni approntate. Per assicurarsi che ciò accada, non basterà avere la forza di una sentenza dietro, pur se basata sui diritti umani ed emessa dalla più alta autorità giudiziaria a livello europeo. La pressione popolare è imprescindibile, occorre riannodare i fili della cooperazione tra gruppi di base, storici e recenti. Una larga Coalizione – determinante in passato per i destini regionali e nazionali – va riorganizzata e potenziata. Infine, l’agenda da imporre dal basso deve includere tutte le direttive della sentenza, ma anche andare oltre. Le parole d’ordine sono riparazione e rigenerazione del territorio. Per fare questo ingenti risorse economiche devono essere messe a disposizione, e qualunque sia il governo di turno bisogna fargli sentire il fiato sul collo. Le mistificazioni che abbiamo dovuto sopportare finora vanno spazzate via, non accetteremo mezze misure. Sappiamo la verità e ci assicureremo che venga onorata. Ci assumiamo la responsabilità di tenere alta l’attenzione, ma qualunque figura istituzionale che è o sarà incaricata di agire materialmente sulle consegne della Corte, deve assumersi la piena responsabilità del proprio ruolo e delle azioni che metterà in moto. È finito lo scaricabarile, è finita la confusione. Vi abbiamo trascinato in tribunale e fatto condannare, non metteteci ancora alla prova. Ci siamo mobilitati e continueremo a farlo. Finché non riusciremo a riappropriarci di questa amata terra nostra. (salvatore de rosa)
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La crisi idrica in Basilicata, tra cambio climatico, emergenza e privatizzazione
(disegno di vinylico) La Basilicata è una tra le regioni del meridione d’Italia che dispone di maggiori quantità di risorse idriche. Nonostante sia notoriamente ricca d’acqua, una parte della sua popolazione ha subito una crisi idrica che si è protratta dalla metà dello scorso ottobre al 20 gennaio 2025. Ben ventinove comuni (ventisette della provincia di Potenza e due della provincia di Matera) sono stati privati dell’acqua corrente per dodici ore al giorno. Le restrizioni hanno riguardato 140 mila persone. LA CRONACA A ottobre il governo a guida Giorgia Meloni dichiara lo stato di crisi nominando il presidente della Regione Basilicata Vito Bardi quale commissario straordinario all’emergenza idrica. Si aggiunge paradosso al paradosso: chi ha in parte generato il problema viene chiamato a risolverlo. La crisi nasce, secondo la narrazione istituzionale, dalla mancanza di piogge che avrebbe determinato l’esaurimento dell’acqua in una delle dighe lucane, la diga della Camastra. Per la prima volta anche il governo regionale fa riferimento al cambiamento climatico, a suo avviso l’unico colpevole che fa precipitare i ventinove comuni lucani nella serrata dei rubinetti. La Camastra è la diga che raccoglie e consegna l’acqua allo schema idrico Basento-Camastra. Nel novembre scorso arriva al minimo storico di acqua invasata, scendendo a 350 mila metri cubi contro i 32 milioni di metri cubi di capacità del progetto originario. Da quel momento per i cittadini di quei comuni inizia un vero e proprio calvario. I lucani non sono i primi, né sicuramente gli unici, ad avere disagi per via del razionamento dell’acqua. L’assurdità è però evidente: in Basilicata la popolazione residente è di cinquecentomila persone mentre la sua risorsa idrica, grazie alla presenza di una rete idrografica fitta e generosa, ha la possibilità di soddisfare le esigenze di oltre cinque milioni di persone. La situazione lucana disegna una distopia se ci si interroga su quella che sarà la gestione dell’acqua in tempi futuri, in cui le risorse idriche della terra di sicuro diminuiranno in seguito alle modifiche del clima e, soprattutto, la loro gestione sembra orientata verso una privatizzazione sempre più marcata. Il racconto istituzionale della crisi idrica in Basilicata, infatti, non convince per nulla. Le cause della crisi – vedremo – non sono imputabili alla sola assenza di pioggia, ma sono di tutt’altra natura. Torniamo a ottobre 2024. L’unità di crisi con a capo il commissario/governatore Vito Bardi comunica che, dal giorno 16, i comuni serviti dallo schema idrico Basento-Camastra andranno incontro a restrizioni. Stop all’acqua corrente dalle 18:30 della sera fino alle 6:30 del mattino successivo. Un annuncio scarno, freddo e perentorio. Nel comunicato si aggiunge la notizia che la diga della Camastra è in sofferenza e che, se non arriveranno imminenti piogge, si arriverà a uno svuotamento totale della riserva d’acqua entro il 25 novembre; da quel punto l’unica soluzione per garantire l’acqua sarà attingerla dal fiume Basento. Succederà esattamente così. Il Basento nasce poco distante dal capoluogo di regione, precisamente tra le montagne del comprensorio di Monte Arioso, e dopo 150 km sfocia nello Ionio. È un fiume storicamente considerato molto inquinato. Prima di immergersi nel mare, infatti, attraversa varie zone industriali, tra cui quella di Tito. L’area industriale di Tito ospita un Sin, Sito d’interesse nazionale ai fini della bonifica. Da anni si parla del disastro provocato dalla ex Daramic, una fabbrica ora chiusa che produceva separatori in plastica per batterie. Tra il 1985 e il 1987 c’è stato uno sversamento accidentale di quindici tonnellate di tricloroetilene (trielina), una sostanza cancerogena che è potuta arrivare fino alla falda acquifera. Allo sversamento non è ancora seguita la rimozione e la conseguente bonifica dei terreni. La Daramic scaricava, come alcune altre aziende, i reflui di lavorazione nel torrente Tora, un affluente del Basento. A certificare il disastro ambientale ci ha pensato la magistratura. L’ultima inchiesta della procura di Potenza è del 2023 e riconferma che a Tito Scalo la situazione è ferma al momento dell’incidente, con valori di trielina superiori ben 270 mila volte alla soglia stabilita per legge. Il Basento raccoglie pure i reflui della produzione siderurgica presente nella zona industriale di Potenza e, continuando la sua corsa verso il mare, raccoglie anche le acque di scarto del depuratore della città. Con questo potenziale carico inquinante arrivava alla piscina temporanea scavata a servizio del neonato impianto di sollevamento di Albano di Lucania. Dall’impianto provvisorio, con una condotta lunga 4 km, si porta l’acqua a una vasca, battezzata Camastrino, per poi immetterla nella condotta esistente che in origine portava le acque della diga della Camastra nell’acquedotto fino al potabilizzatore di Masseria Romaniello a Potenza. La mobilitazione popolare rispetto a questa scelta a dir poco affrettata è subito massiccia e spontanea. Nessuno rimane in silenzio, dagli studenti ai comitati dei genitori fino ai pensionati. Per convogliare e dare un minimo di struttura alla protesta nasce il comitato acqua pubblica “Peppino Di Bello”. Al contrario, in viale Verrastro, la sede della Regione Basilicata, il mutismo e l’autoritarismo nelle decisioni sono l’unica risposta. La protesta è etichettata, come da copione, populista e allarmista da tutto l’arco governativo regionale, con l’aggiunta di immancabili minacce di querele per procurato allarme. La prima risposta pubblica di Bardi al suo stesso consiglio regionale arriva in data 19 novembre, a oltre un mese dal razionamento dell’acqua e a pochi giorni dall’arrivo delle acque del Basento nei rubinetti dei lucani. Una risposta scritta probabilmente altrove e letta dal presidente dal primo all’ultimo rigo, con fiato corto, senza un minimo di partecipazione emotiva. Il nodo responsabilità è l’unico su cui Bardi costruisce l’intervento, per scaricare le colpe sulle precedenti amministrazioni, colpevoli di scarsa cura e manutenzione delle dighe lucane, omettendo di sottolineare che da sei anni è lui il presidente della regione. Vaghe e sommarie le informazioni sui lavori da realizzare alle dighe da parte del nuovo gestore degli invasi lucani. Dal messaggio di Bardi letto in assise regionale, senza possibilità di replica da parte dei consiglieri e con la gente a occupare la strada fuori dal Consiglio, vengono fuori i nomi di altri attori della crisi idrica: i responsabili politici e tecnici di Acquedotto Lucano e Acque del Sud spa. Acquedotto Lucano è una controllata pubblica della Regione Basilicata. Acque del Sud è una nuovissima creatura dello Stato italiano, una società nelle mani del ministero delle economie e delle finanze. STATO DI EMERGENZA L’emergenza, e i commissari che derivano dalle emergenze, è ciò che mette in campo la politica italiana. A capo dell’unità di crisi ci finisce il governatore di una piccola regione del Sud che, guarda caso, è anche generale, cosi come lo era il Figliuolo durante l’emergenza Covid. Una carica militare rivendicata da Bardi stesso a dicembre, in conferenza stampa, come replica a una giornalista di Report. “Qui rispondo da generale”, salvo poi in verità non rispondere, né lì né ad altre domande, per tutti i mesi di durata della crisi, né da generale né da commissario né da governatore della Basilicata. Il finanziamento stanziato dal governo Meloni per l’emergenza lucana dovuta alla crisi idrica è di 2,5 milioni di euro, finiti presto. La sola condotta dal fiume Basento alla diga della Camastra, con le sue pompe di sollevamento, assorbe la metà del budget. Poi c’è l’acquisto di buste di acqua potabile da Acquedotto Pugliese, che prende l’acqua potabile dalle dighe lucane, altro ridicolo cortocircuito. L’emergenza permette a Bardi e ai suoi istituti di vigilanza e controllo, Arpa Basilicata su tutti, di andare in deroga alla legge su un tema come l’acqua a uso civile, e questo desta ulteriore preoccupazione. Prima di potabilizzare l’acqua di un fiume, infatti, andrebbero eseguite analisi ripetute e continuate per un anno intero. Solo nell’eventualità di esito positivo si può procedere alla potabilizzazione. In Basilicata le acque del Basento sono analizzate per meno di due settimane. Si può andare in deroga alle leggi in periodi emergenziali, ma non su questioni che riguardano potenziali problemi legati alla salute della cittadinanza. Invece è quello che il generale Bardi fa per tre mesi con i cittadini lucani, con l’avallo dell’Asp, dell’Arpab e delle analisi di Acquedotto Lucano. La magistratura lucana, che affida ulteriori analisi dell’acqua del fiume Basento all’Arpa Campania, ha confermato quanto sostenuto dagli altri organi di controllo e così l’acqua del Basento in quindici giorni diventa potabile. Ma potabile non vuol dire per forza buona. Infatti si sostengono processi di potabilizzazione spinti a livello chimico-fisico e per la disinfezione dell’acqua si usano percentuali di cloro incredibilmente alte, al punto che l’odore del cloro dai rubinetti perfora le narici. Dulcis in fundo, il direttore scientifico di Arpa Basilicata ammette candidamente, ai microfoni di Report, che è meglio bere acqua minerale invece che quella del Basento, mentre il direttore generale dell’Arpab parla di analisi “moderatamente positive”. Trapela un allarmismo non tanto velato da questi uomini delle istituzioni, le stesse invocate per l’intera durata della crisi come modello inattaccabile a cui credere ciecamente; le stesse che non aprono un dialogo con la popolazione e non chiedono se i cittadini sono disposti a sostenere sacrifici maggiori in tempo di ore di sospensione dell’erogazione evitando l’ingerenza dell’acqua del Basento. Tornando ai veri attori della crisi, troviamo di sicuro l’ente gestore della rete idrica, l’Acquedotto Lucano completamente a gestione pubblica e sotto l’egida della Regione Basilicata. Nato nei primi anni duemila staccandosi da Acquedotto Pugliese, ne sono soci tutti i 131 sindaci dei comuni lucani. Ad Acquedotto Lucano tocca tuttavia la sola distribuzione dell’acqua dagli invasi alle case, non la reperibilità della risorsa. Se di acqua nell’invaso della Camastra non ce n’è, non è possibile imputarne la responsabilità ad Acquedotto Lucano, ma gravano sull’ente le responsabilità delle perdite delle condotte, il 65% dell’acqua che trasportano (dati Istat). Un quantitativo enorme, l’ingiustificabile perdita di acqua è presente da anni, ma questo è un fenomeno diffuso in tanti acquedotti italiani. È grave, ma il tema vero qui è la gestione dell’acqua invasata, in questo momento storico la gestione delle grandi dighe lucane è sotto il controllo del vero protagonista di questa vicenda: Acque del Sud spa. CARROZZONI La risorsa idrica del meridione d’Italia è in capo ad Acque del Sud spa, che ha sostituito il commissariato Eipli, Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia. Acque del Sud nasce della legge 74/2023 per volontà del governo Meloni. Luigi De Collanz, già commissario e liquidatore Eipli, diventa il presidente della nuova società per azioni. Il ministero delle economie e finanze detiene il 65% delle quote; un restante 30% è destinato a soci privati e l’ultimo 5% sarà diviso tra le regioni del Sud. Il carrozzone Eipli – cosi definito dalla politica stessa – in tanti anni di gestione lacunosa e debitoria non aveva mai lasciato i lucani senz’acqua. Acque del Sud ci riesce subito. Le dighe italiane, in virtù di una serie di norme per la sicurezza sismica imposte dal 2019 dalla Direzione generale per le dighe e le infrastrutture idriche, sono tutte drasticamente ridotte per capacità d’invaso. È solo la Camastra, tuttavia, a risultare vuota al punto da attingere acqua dal fiume. Lo svuotamento repentino non è normale se si osservano i dati sul prelievo giornaliero dalla diga verso lo schema idrico Basento-Camastra, che nell’anno 2024 è sempre più importante rispetto al passato. Acque del Sud non spiega il perché, indica la vecchia gestione come il male assoluto e annuncia imminenti lavori con somma urgenza per ampliare la quota invasabile cosi da ottenere una maggiore riserva d’acqua; questo a parole perché già dopo le nevicate di inizio gennaio la diga della Camastra ha raggiunto il suo volume massimo e pare si rischia già di sversare l’acqua nel fiume. Insomma Eipli era un carrozzone e non era capace, ma Acque del Sud non si sta dimostrando più efficace. Il vertice della società a partecipazione statale, alle prime domande e dubbi sorti sulla gestione della risorsa invasata da parte dei comitati di lotta, risponde con un’offesa: “qualunquisti da marciapiede”. Ai cittadini lucani spaventa l’indicazione governativa che offre il 30% delle azioni di una risorsa come l’acqua ai privati. L’acqua non può essere oggetto di mercificazione. Le regioni del sud devono detenere minimo il 35% delle quote della società per avere un ruolo da protagonista, nessun privato può comperare l’acqua e trattarne il costo e il valore. Nel 2011, in Italia, il referendum sull’acqua pubblica ha sancito questo principio, il contrario di quello che indica la linea politica che sta portando avanti il governo Meloni. La legge che ha portato ad Acque del Sud va rivista e concertata con le regioni, soprattutto con quelle come la Basilicata che dispongono dell’acqua. Su questo bisogna intestare la battaglia civile e soprattutto politica. Si sta smantellando quanto fatto di buono fin qui in termini di collaborazione tra regioni. Negli ultimi decenni l’accordo di programma tra lo Stato e le regioni Basilicata e Puglia per una gestione condivisa dell’acqua aveva funzionato. L’accordo stipulato con la legge 36 del 1994, attivo dal 1999, aveva tra le finalità il superamento dei conflitti legati alla disponibilità della risorsa idrica, era una vera forma di federalismo solidale tra regioni. Un unicum europeo. Ventisei anni dopo quell’accordo è alle soglie di possibili scontri sociali tra porzioni di territori che dispongono di acqua, la Basilicata, e territori che ne sono privi, la Puglia. La trazione industriale e capitalista che il mondo sta imponendo a una velocità che pare inarrestabile, investe anche la risorsa più importante per l’uomo e la sua esistenza. Questo concetto possiamo spiegarlo con un esempio e pochi freddi numeri: il 50% dell’acqua prelevabile in natura è utilizzata per l’agroindustria e l’allevamento intensivo, un ulteriore 30% è utilizzato per la produzione di energia e per le attività minerarie; a uso civile idropotabile rimane solo il 20% e in caso di crisi idrica, come quella lucana, a chi viene razionata l’acqua? A chi produce carne? A chi produce elettricità o estrae petrolio e gas? No, l’acqua viene razionata prima alla gente e poi alle industrie. Serve una mobilitazione forte e diffusa tra le persone per provare a salvarsi tutti insieme. E forse proprio da una vertenza che metta al centro l’acqua come bene comune, pubblico e intoccabile dal denaro, potremmo provare a ripartire per dare voce a questa regione del meridione d’Italia cosi ricca di acqua e petrolio al punto che è colonizzata ormai da trent’anni dalle più grandi multinazionali dell’estrattivismo fossile con Eni in testa. (mimmo nardozza)
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[2025-01-24] Acque inquinate dai PFAS in Valsusa e Piemonte @ Piazza della stazione di Bussoleno
ACQUE INQUINATE DAI PFAS IN VALSUSA E PIEMONTE Piazza della stazione di Bussoleno - . (venerdì, 24 gennaio 18:00) Rilanciamo l'appuntamento di QUESTO Venerdì alle 18 in piazza della Stazione a Bussoleno, per mobilitarsi sulla questione delle acque inquinate dai PFAS in Valsusa e Piemonte. https://www.notav.info/post/comitato-acqua-sicura-analisi-dei-pfas-nelle-acque-potabili-di-235-comuni-italiani-bussoleno-il-comune-record-in-italia-per-quantita-di-pfoa-e-una-sostanza-cancerogena-venerdi-24-01-ore-18/ #lottaambientalista #territorio@cazafeu #inquinamentodaPFAS
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C’è un clima di merda. Cronaca di un’azione di Extinction Rebellion a Roma
(archivio disegni napolimonitor) Sono arrivato a Roma il 16 novembre per partecipare a un’assemblea nazionale alla Sapienza, indetta per rispondere all’eventuale approvazione del decreto sicurezza 1660. In un’aula magna stracolma, l’assemblea si è svolta attraverso brevi interventi in cui esponenti di varie realtà politiche, associative, sindacali e di movimento, hanno portato il proprio punto di vista sulla questione del decreto. A essere sottolineata è stata soprattutto la necessità di organizzarsi e scendere in piazza coesi, poiché l’attacco del governo potrebbe cambiare la storia giuridica e sociale del nostro paese. La criminalizzazione del dissenso che viene proposta, ha affermato un professore dell’Università romana, è forse peggiore delle misure repressive degli anni Settanta, quando c’era la lotta armata. Ora a essere puniti e considerati criminali e terroristi sono gli attivisti per il clima, le persone migranti, chi rivendica il diritto alla casa, chi lotta per i diritti sul lavoro, chi si oppone a trattamenti degradanti nelle carceri. E a essere tutelate e difese sono le forze dell’ordine. C’è evidentemente un cortocircuito tra ciò che il governo Meloni intende per sicurezza, e quello che il concetto di sicurezza significa in una democrazia. L’assemblea è stata seguita nel pomeriggio dal Climate Pride, una parata colorata e pacifica che ha percorso il centro di Roma in nome della giustizia climatica, per fare pressione nei confronti di chi nelle stesse ore si trovava a Baku, in Azerbaijan, dove si è svolta la COP29. Qualche giorno dopo, all’interno di questo fermento collettivo, è successo qualcosa di diverso al centro della Capitale. Questo è il mio racconto “dal di dentro” con Extinction Rebellion Italia. *     *    *  La sera del 21 novembre partecipo a un briefing per l’azione del giorno seguente. Durante quattro ore di riunione ci vengono spiegati i possibili scenari, i livelli di rischio, il funzionamento della comunicazione, e ci viene impartito un breve addestramento sulle azioni di disobbedienza civile non violenta. Il numero di informazioni è copioso. La preparazione dettagliata. Il giorno dopo arrivo a Termini leggermente in ritardo e incontro i miei buddies per la giornata. Siamo nel gruppo benessere, che durante le azioni si assicura che tutte stiano bene, e provvede con cibo, coperte e acqua ai bisogni primari. Nell’attesa di un messaggio dalla nostra referente ci mettiamo a fare colazione in un bar lì vicino. Sono le 9:30 circa. Con una mezzora di attesa in più del previsto riceviamo la comunicazione che gli altri gruppi stanno procedendo con il piano A. Dopo il segnale di conferma ci dirigiamo nel luogo dell’azione, che si rivela essere piazza del Viminale. Guidate da una crescente puzza di sterco arriviamo in piazza. Il letame portato dal camioncino delle attiviste – circa sei quintali – è già stato scaricato. Di fronte alle tende aperte per occupare la piazza, si schierano i poliziotti a presidio dell’ingresso del palazzo. Agenti in borghese iniziano a rimuovere le attiviste dalle tende, la situazione diventa tesa e concitata. Mentre trascinano fuori le persone sono ripresi da molte telecamere e anche per questo sembrano agire con cautela, anche se c’è chi ha preso qualche calcio e qualche botta in testa. La presenza della polizia sembra aumentare con il passare dei minuti. Quando mi volto, dalla schiera di poliziotti dietro di me sento le parole: “Da qui non esce nessuno”. Dopo poco, la polizia decide di sgomberare l’intera piazza. Le attiviste intonano cori, suonano tamburi e fanno discorsi ad alta voce, raccontando perché sono lì. Mi viene da chiedermi per chi, visto che non ci sono rappresentati politici e le persone comuni che passano, anche volendo assistere non possono perché la polizia ha “chiuso” la piazza. Nemmeno i giornalisti posso entrare, ma ci sono i social. I due police contact discutono animatamente con gli agenti della Digos per arrivare a un accordo e permettere a chi vuole di lasciare la piazza e non finire in questura. È una trattativa laboriosa, perché la polizia sembra non voler far uscire nessuno, senza offrire ragioni. Ma si arriva a un compromesso. Tutte identificate, fotografate, e poi fuori. Le persone che decidono di rimanere dentro la piazza vengono prese una a una e portate come “sacchi di patate” dentro due autobus della polizia, che ricordano quelli delle gite scolastiche. Un poliziotto ci dice che non andranno in questura, ma all’ufficio immigrazione, perché c’è più spazio, a un’ora dal centro, lontano dai palazzi della politica. Alcune di noi intanto si dirigono al bar mentre fuori inizia a piovere forte. Quando spiove, passeggiamo tra i Fori imperiali e il Colosseo per prendere la metro verso l’ufficio immigrazione. Il contrasto tra la bellezza del centro di Roma e il luogo che ci attende è straniante. Saliamo sulla metro B, scendiamo a Rebibbia. Dopo la metro, altri venti minuti di autobus lungo una strada piena di rifiuti per arrivare in una desolante zona industriale: Tor Sapienza. Fuori dall’uscita ma dentro i cancelli, ci sono delle panchine sulle quali ci sediamo. Vengono posizionate cassette con il pranzo che era stato preparato per la giornata e una cassa di arance. Poco dopo escono due militari di turno. Uno di loro, un giovane, ha un atteggiamento amichevole. Chiede cosa abbiamo combinato, ci dice che capisce ma non è d’accordo con gli eccessi e accetta di mangiare un’arancia che gli viene offerta. Poco dopo esce una donna che lavora in questa sede della questura e ci invita ad allontanarci, dicendo che disturbiamo e che non è mica un luogo pubblico (ah no?). Ci mettiamo all’ingresso della strada, di fianco all’entrata. Alcune persone hanno tamburi e suonano, altre danzano. Io chiacchiero con due attivisti, uno di Venezia l’altro emiliano. Sono colpito nel notare il forte senso di comunità che caratterizza questo gruppo di XR, con persone da parti diverse d’Italia. Percepisco una forte condivisione di valori, linguaggi, pratiche. A questo proposito N. mi dice che lui non capisce chi non va a votare, ma che allo stesso tempo il voto rappresenta una parte minoritaria della vita politica in una democrazia, che è fatta invece di queste cose. M. parla di suoi trascorsi in altri cortei, in cui la polizia ha un atteggiamento più violento rispetto a quello che vediamo con le azioni di XR. È un tema che ritorna in varie conversazioni. La polizia li vede come nemici? Io credo che li vedano più come un fastidio, come un problema da risolvere. Parlando con loro mi rendo sempre più conto di quanto il movimento sia fatto di persone “ordinarie”, di varie generazioni e con diverse identità politiche. Sono persone che, stufe o disorientate dal panorama politico, hanno trovato una famiglia dentro questa realtà; ma sono anche persone che lavorano, che pagano le multe, che magari fanno parte di altre realtà sociali e politiche. È necessario decostruire la retorica mediatica dei “ragazzini” che non sanno cosa vuol dire vivere in società, o quella ancora peggiore dei “terroristi”. Le ore passano, il freddo aumenta, da dentro nessuna notizia. Non si può comunicare con le persone detenute né con chi le detiene. Sono più di cinquanta, il numero esatto non si sa. Chiediamo che gli venga dato il cibo che abbiamo preparato, ma non è possibile far entrare nulla. Ci viene detto di aspettare e che le persone non sono né in stato di arresto né di fermo, che si stanno svolgendo “normali” procedure identificative, che richiedono tempo. Intorno alle dieci di sera, dopo circa nove ore, quando il timore che si dovesse passare la notte lì iniziava a farsi concreto, vengono rilasciate le attiviste in gruppi di quattro o cinque. Alcune hanno fogli di via, tutti con durate diverse e completamente arbitrarie. Saranno trentadue in totale, per molti con l’obbligo di lasciare Roma entro due ore. Altre, tutte le restanti, vengono rilasciate senza nulla in mano, come se fosse normale trattenere le persone in questura. Alcune attiviste rientrano dal cancello pretendendo che gli venga rilasciata almeno una dichiarazione sul perché sono state trattenute e rilasciate. Il momento dell’uscita dalla questura è caratterizzato da emozioni contrastanti. Gli abbracci sono intensi. C’è chi ride, chi piange di gioia per rilasciare lo stress accumulato. C’è chi cerca cibo, che è pronto e caldo anche per la cena. La cucina e la logistica del movimento in queste giornate sono state formidabili. Sono arrivati pasti in qualsiasi situazione e in qualunque luogo. Alla fine il conto dei danni “legali” è impressionante. Centosei persone identificate, settantadue trattenute in questura per otto-nove ore, trentadue fogli di via, alcuni anche per persone che vivono, studiano e lavorano a Roma. Dai tre mesi ai due anni e mezzo. È finalmente il momento di tornare a Roma. Il viaggio in autobus è divertente. Il bus che porta a Rebibbia passa dopo poco, ma è la direzione sbagliata della circolare. Lo prendiamo lo stesso, ci faremo il giro dentro per riscaldarci anziché aspettare il prossimo. Quando ripassa dalla fermata più vicina all’ufficio della questura, si aggiungono quelle che aspettavano il successivo, e così un autobus solitario nella borgata sperduta si riempie improvvisamente di vita. Il giorno dopo a mezzogiorno c’è una conferenza stampa indetta in nottata da XR, dopo quanto accaduto il giorno precedente. La conferenza stampa al parco è un momento importante per XR. Oltre a raccontare cos’è successo il giorno prima, a turno alcune tra chi ha ricevuto un foglio di via si presentano e annunciano di volerlo violare pubblicamente in quanto misura illegittima. Una ragazza che lavora come ricercatrice a Venezia tiene un discorso molto chiaro ed elaborato, spiegando i motivi per cui l’azione è stata fatta e rimarcando la questione della sicurezza, al centro della retorica del governo che si accinge ad approvare il famigerato decreto 1660. Spiega che in questa situazione politica e climatica, con queste misure securitarie e questo atteggiamento della questura e delle forze dell’ordine, ci si sente tutt’altro che sicure. Alla conferenza stampa si vedono pochi giornalisti, ma è comunque un momento significativo. Un gruppo di attiviste sta decidendo di violare pubblicamente delle misure cautelari (i fogli di via) pensate per colpire la libertà di movimento di individui considerati socialmente pericolosi. Lo fanno per l’illegittimità giuridica e morale di queste misure. È un gesto forte di disobbedienza, considerando che rischiano denunce penali. Ci sono vari modi per affrontare queste misure, e una di queste è fregarsene, non rispettandole. Questo non vuol dire che sia facile. Non ci riescono tutte, alcune sono preoccupate per il loro posto di lavoro, altre non se la sentono emotivamente. Sono molteplici le facce della repressione, quella preventiva agisce in maniera subdola, fa sentire le persone insicure e impaurite, e spesso le paralizza. Ma è una giornata a suo modo splendida. Il parco è illuminato dal sole, e poco dopo il gruppo cucina dimostra ancora una volta costanza e dedizione, arrivando con un pranzo pronto per essere consumato, anche camminando. È ora di unirci al corteo nazionale di Non Una di Meno nella giornata contro la violenza sulle donne, di marciare e occupare lo spazio pubblico per un’altra giusta causa, nonostante tutto. (francesco dal cerro)
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