(disegno di mario damiano)
Nelle pagine dell’Unità degli anni Settanta c’era una piccola rubrica dedicata
ai “sogni proibiti dei bambini”. Nell’estate del 1974 in redazione arrivò una
lettera di una studentessa di quarta elementare di Massafra, una città non
lontano della zona industriale di Taranto dove sorge l’enorme stabilimento
siderurgico dell’ex-Ilva, all’epoca Italsider. La bambina scriveva nella sua
lettera: “Penso che il mio paese sarà così: ci dovranno essere le strade
asfaltate. La luce per la strada, l’acqua, la fogna, dei giardini pubblici per
far respirare un po’ d’aria. Ci doveva essere un po’ di verde, invece non c’è.
Nel mio paese ci sono solamente tre ville dove non si può giocare. Nel mio paese
c’è l’Italsider di Taranto, perciò, il fumo viene nel mio paese e noi bambini
respiriamo tutta quell’aria inquinata”.
Due, o forse tre, generazioni dopo, nel 2008, le lettere dei bambini delle
scuole elementari di Taranto, questa volta indirizzate al governo regionale, si
erano fatte più cupe. “Il verde non è verde, il blu è malato, gli animali sono
pochi, l’uomo sta morendo a causa di tante malattie legate all’inquinamento. Ma
avere un futuro è un nostro diritto”. Finirono in un libro realizzato dalla
Regione Puglia che il presidente dell’epoca, Nichi Vendola, consegnò al governo
nazionale di centrodestra. Erano gli anni della legge regionale anti-diossina e
dell’impegno a rimettere in piedi l’Arpa per tenere sotto controllo le emissioni
dei Riva che avevano collezionato record di produzione a Taranto mentre
chiudevano batterie e altoforno a Genova. In mezzo ci sono stati anni di
raccolta di dati, denunce, evidenze, perizie ed epidemiologia popolare che hanno
conteso ai padroni della fabbrica il sapere sui danni causati dai loro profitti
e hanno stabilito nessi causali tra acciaio prodotto e malattie e
contaminazioni.
Questa estate poi, l’associazione Genitori Tarantini ha ottenuto un risultato
cruciale per la città, frutto di anni di militanza spesso solitaria. La loro
azione inibitoria contro l’ex-Ilva è stata accolta dal tribunale di Milano che
ha imposto la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, la rimozione
dell’amianto presente e la riduzione delle emissioni nocive da produzione. Gli
impianti dovranno essere fermati entro la fine di ottobre per i lavori necessari
ed è chiaro a tutti che uno stop totale dell’ultimo altoforno in funzione
significa che questi e gli altri impianti a esso asserviti non ripartiranno più.
“Ilva is a killer” e “tutto l’acciaio non vale la vita di un bambino” sono da
anni gli slogan del composito movimento cittadino e finalmente sembrano aver
avuto giustizia. In un post sui social, il profilo dei Genitori Tarantini fa
ordine tra gli interventi degli attivisti fatti nei giorni caldi di assemblee
che hanno seguito la sentenza: “Abbiamo avuto tanta pazienza e comprensione.
Persino i mitilicoltori, gli agricoltori, i pescatori dicevano: ‘se chiude la
fabbrica, dove andranno a mangiare [gli operai]?’. Proprio loro che in tanti il
posto di lavoro l’avevano perso a causa di quella fabbrica! E quando la mattina
ci svegliavamo e guardavamo il cielo, l’orizzonte, e la puzza entrava fino in
gola e la sentivamo scricchiolare sotto i denti, il pensiero andava a chi
abitava nelle vicinanze, a soli venti metri da quella fabbrica, ai bambini, a
come potevano salvarsi, visto che non potevano neanche andare via! E poi, quei
bambini in ospedale, grigi come piccoli fantasmi! Come abbiamo potuto permettere
che sacrificassero anche i nostri bambini, arrivare a questo? […]. Ci sentivamo
impotenti, disarmati. E da quella fabbrica nessun segno di pentimento, di
comprensione; quelli che lo facevano venivano sbattuti fuori. E i sindacalisti,
muti. Anzi, un giorno li abbiamo visti percorrere la ringhiera con i loro Tir,
come se per loro i tarantini fossero solo gli abitanti di una colonia intorno
all’Ilva. Stavano scioperando e creavano disagio ai tarantini, che avevano avuto
tanta pazienza e avevano sopportato di tutto. La guerra ai poveri, la loro
contro di noi, perché noi la guerra a loro non l’abbiamo mai fatta, abbiamo
sopportato e abbiamo avuto tanta pazienza. Non hanno mai capito che non era la
popolazione a dover accettare quello che arrivava dalla fabbrica, ma la fabbrica
a doversi adeguare a una ‘colonia’ la cui maggioranza era abitata da donne,
uomini e bambini che nulla avevano a che fare con quella fabbrica. Chi ci lavora
è la minoranza”.
Sembra facile tracciare la linea tra i buoni e i cattivi, le vittime e i
carnefici. Certo è che la classe operaia a Taranto è sempre stata un problema.
Nel dopoguerra, gli operai erano colpevoli per la loro assenza: un Mezzogiorno
prettamente agricolo non presentava le basi necessarie allo sviluppo e
richiedeva massicci investimenti che avrebbero dovuto portare capannoni
industriali ma pure una vera rivoluzione antropologica. Quando gli investimenti
nell’industria di base arrivarono, i lavoratori tarantini si dimostrarono
refrattari o ritardatari nell’assorbire la razionalità industriale prevista dal
modello imposto. In una ricerca commissionata dalla Comunità europea alla fine
degli anni Sessanta fatta dai sociologi – tutti settentrionali – Baglioni, Cella
e Manghi, si indagavano “le tensioni emergenti dall’impatto tra un’iniziativa
industriale tra le più avanzate sul piano organizzativo e un tipo di manodopera
che, presumibilmente, doveva essere espressione di un ambiente se non totalmente
arretrato ma certo ai margini delle zone industrializzate del paese”.
Lo studio definiva i lavoratori più riottosi e resistenti alla disciplina di
fabbrica, ai ritmi serrati, al lavoro notturno e su turni, agli incidenti
mortali del subappalto, all’esposizione agli agenti nocivi e alla
parcellizzazione dei compiti dovuta all’inquadramento rigido della job
evaluation come “disadattati”, in ritardo di adattamento rispetto alla civiltà
industriale, appunto. Fu poi il tempo della figura mitico-sociologica del
metalmezzadro che mischiava lavoro di fabbrica e cura delle proprie terre
finendo per non diventare mai davvero membro di una classe operaia consapevole e
collettiva. Il metalmezzadro era a suo agio nell’economia informale, nella
ragioneria individualizzata degli interessi, nell’arte di arrangiarsi di fronte
alla crisi incombente della siderurgia iniziata negli anni Ottanta. Con la
privatizzazione degli impianti poi, gli operai divennero la generazione
spoliticizzata e precaria che con la prima busta paga sicura, nel contesto
depresso della provincia di Taranto, correva a seppellirsi di cambiali per
consumi che non poteva permettersi. Oggi, infine, sono sempre gli operai la
palla al piede della storia della città, incapaci di garantire alcuna
transizione, fardello di cui prendersi cura con prepensionamenti e lavori da
fargli fare dopo averli riqualificati. È l’insostenibile peso degli operai
dell’industria.
La sociologia ci ha poi spiegato che a Taranto, sulle macerie della produzione
industriale a cui proprio gli operai – i subalterni dei luoghi produttivi –
avevano contribuito, è sorto un attivismo delle forze della riproduzione
sociale: le mamme, i bambini, i genitori tarantini. Alle tute blu restava
l’ombra di una complicità e il peso di una storia di sviluppo nocivo a cui non
avevano opposto un mondo diverso.
IL PIANO ALTERNATIVO
Poche settimane fa, nella fase calante dell’estate, gli operai delle ditte
d’appalto dell’ex-Ilva in sciopero si sono fatti strada tra le vie di Città
Vecchia. Mentre i delegati componevano il presidio sotto Palazzo di Città alcuni
lavoratori hanno deciso di bloccare il ponte girevole. In un breve video di una
testata giornalistica locale si vede uno scambio acceso tra un’attivista del
movimento ambientalista e alcuni lavoratori. Lei armata di bici e loro di una
certa disperazione si scambiano qualche urlo.
“E noi dovremmo morire per il vostro posto di lavoro?”, dice lei.
“E tu mi devi spiegare dove vanno a mangiare tutti questi cristiani [se l’Ilva
chiude]? A casa tua vanno a mangiare?”, grida un operaio, tenuto a bada dagli
altri.
Lei risponderà, senza chinare la testa, che gli attivisti si stanno dando da
fare molto più dei lavoratori stessi per trovare loro un lavoro che non uccida
né chi lavora né chi vive in città. Fa riferimento, credo, ai laboratori di
progettazione sociale che sono nati a Taranto negli ultimi anni e che producono
analisi costi-benefici, conti dei servizi eco-sistemici, suggestioni per
economie alternative.
Non bisogna fermare la città ma la fabbrica, dicono dai movimenti. Non si
possono arrecare disturbi alla cittadinanza e poi volere la sua solidarietà.
L’aria che tira è quella di rivalsa, c’è chi invoca il decreto sicurezza per far
tacere le manifestazioni. Ma le manifestazioni degli operai finiscono lo stesso
in poche ore, anche senza decreti, con impegni del governo a far sì che si
sospendano i licenziamenti. Altre comunicazioni di licenziamenti collettivi
arriveranno nei giorni successivi, e quindi nuovi presidi e nuove
rassicurazioni.
Intanto sui social si moltiplicano i racconti personali di chi ce l’ha fatta da
solo. C’è chi, fuori dalla fabbrica, si è reinventato senza chiedere aiuti,
senza ammortizzatori sociali, senza “mangiare a casa di nessuno”. Questa è la
narrazione che va per la maggiore. C’è chi ha aperto partita Iva, chi si è
inventato un mestiere, chi si è rimesso a studiare senza finire a lavorare nel
mostro. Ma le figure più edificanti sono gli operai del siderurgico che si sono
lasciati l’acciaio alle spalle. Anche i giornali tornano sulle storie –
purtroppo poche, sempre quelle – di lavoratori dell’ex-Ilva che hanno cambiato
vita con l’incentivo all’esodo previsto dopo la prima amministrazione
straordinaria con gli accordi del 2018. E ciclicamente ritornano le storie
esemplari del ristoratore ex-operaio del tubificio, del barista-poeta che dopo
l’altoforno ha aperto un caffè letterario, del fotografo di talento
ex-metalmeccanico. Per pigrizia di giornalisti in cerca di articoli che si
scrivono da soli, o forse perché mai come in questa crisi abbiamo bisogno di
piccoli eroi, ci facciamo bastare tre storie su tredicimila.
In queste settimane, gli attivisti si incontrano in piazza, preparano una grande
manifestazione nazionale per la chiusura della fabbrica. Raffaele Cataldi,
operaio dell’ex-Ilva (ora in “Ilva in AS”) in cassa integrazione dal 2018 e che
spesso è la voce del Comitato Cittadini Liberi e Pensanti, ha specificato che i
lavoratori della fabbrica “non sono assassini”, e questo preambolo forse
racconta dell’aria che tira in città. Ha poi rassicurato i colleghi preoccupati
dalla chiusura. Ha detto in assemblea a piazza della Vittoria: “A Taranto tutti
hanno diritto al reddito, tutti, non solo i lavoratori dell’Ilva che non sono né
assassini e non sono quelli che da domani moriranno di fame, perché io sono un
cassintegrato e fino a mo’… anzi, ho preso chili, dopo la malattia ho preso pure
chili; quindi, posso dire che non sono morto di fame”.
Poco meno di un anno fa, in un’altra manifestazione organizzata dal fronte
ambientalista tarantino, per la chiusura della fabbrica e lo sviluppo di
economie alternative, un attivista faceva invece questo discorso: “Siamo
arrivati all’inevitabile resa dei conti tra passato e futuro. Se noi immaginiamo
Taranto come un campo di battaglia, troviamo da un lato, sotto al gonfalone
dell’Ilva chiusa, gli attivisti, le associazioni, i cittadini, gli imprenditori
che vogliono un’alternativa. Dall’altra parte troviamo chiaramente chi l’Ilva la
vuole aperta e io parlo quasi esclusivamente al momento dei lavoratori, perché
sul campo di battaglia ci vanno le vittime. Ci stanno quelli che stanno subendo
tutto questo, perché chi invece ci ha portati a fare questa battaglia se ne sta
come nei film, bello sulla collina, sul cavallo a fare il generale, a vedere noi
che ci scanniamo. E sono: i politici, la classe politica, ovviamente. La classe
dirigente e ovviamente i sindacati. Questi tre se ne stanno sulla collina e noi
siamo sotto qui a scannarci. Siamo arrivati ormai a muso duro l’un l’altro, a un
tiro di schioppo, perché il momento è appunto quello dell’ora zero”.
Il discorso continuava con l’elenco delle “saracinesche culturali” aperte tra
Tamburi e Città Vecchia, i festival, i concerti, le partite Iva della
cultura-intrattenimento, gli esperti di servizi per l’accoglienza per
crocieristi. Una Taranto di imprenditori culturali che si fanno da soli emerge
tra le prospettive di alternativa alla fabbrica, supportate dagli studi dal
basso che prevedono la creazione di musei eco-storici, passeggiate
esperienziali, l’apertura dell’aeroporto di Grottaglie a voli civili (a
cinquanta chilometri da quello di Brindisi) e il potenziamento del porto per
accogliere più crocieristi.
E gli operai? A fare le bonifiche. È questo l’altro tassello dell’alternativa,
il Piano Taranto. Questo piano, sviluppato da associazioni e movimenti
tarantini, dopo aver analizzato nel dettaglio i costi della permanenza della
fabbrica, sviluppa una stima di costi e impatti per una dismissione e bonifica
integrale dei terreni del Sito di Interesse Nazionale tarantino. Basandosi
sull’adattamento di uno studio costi-benefici delle bonifiche fatto da
Confindustria su scala nazionale, il Piano Taranto fornisce uno scenario
rassicurante: “L’investimento per la sola area di Taranto – si afferma nel
documento – ammonterebbe pertanto a poco più di due miliardi di euro, con un
effetto sull’occupazione capace di generare oltre 40 mila potenziali posti di
lavoro – vale a dire quasi 30 mila in più di quelli attualmente occupati tra
Ilva e indotto – ed entrate fiscali per Stato ed enti locali di quasi un
miliardo di euro”.
Per il piano, quindi, si può “ragionevolmente affermare che il numero dei
lavoratori oggi impiegati presso Ilva e il suo indotto, sarebbero totalmente
riassorbiti nelle nuove attività di risanamento e riconversione economica, più
ulteriori unità occupate in aggiunta a queste. Tutto ciò con un investimento di
fondi che, a conti fatti, risulta inferiore a quello fino a oggi profuso dagli
organi statali per l’operazione di salvataggio del siderurgico”.
Un’analisi più attenta delle stime pone seri dubbi su costi e impatto
occupazionale stimati, sugli assunti di base usati nello studio di Confindustria
e sulla sua applicazione al caso tarantino. Non è chiara la durata
dell’intervento, che nelle stime di Confindustria (poi applicate al calcolo
della bonifica del sito tarantino) è fissata a cinque anni, ma che nel nostro
caso pare altamente ottimista. Non è chiaro quanti dei posti di lavoro creati
dalle bonifiche su tutta la filiera saranno tarantini, o perfino meridionali, e
per quale lasso di tempo. Non si menziona poi che le stime di Confindustria sono
tracciate sulle spese preventivate – e non le spese effettive – per la bonifica
di vari SIN italiani con l’esclusione di Casale Monferrato dove la presenza di
amianto, come per Taranto, rappresenta un costo aggiuntive. Sono poi escluse dai
calcoli le bonifiche delle falde. Ma in fin dei conti l’accuratezza delle stime
non è il punto centrale del piano, lo è invece il valore simbolico di un
processo democratico di transizione dal basso. Che a trovare lavoro siano mille
o diecimila persone diventa quasi un dettaglio secondario rispetto alla
centralità simbolica della pratica politica stessa.
CONQUISTE OPERAIE
Sempre in una lettera inviata alla redazione dell’Unità, nel 1972, qualche anno
prima della lettera della bambina di Massafra, un lavoratore dell’Italsider di
Bagnoli a Napoli rispondeva al presidente del consiglio Andreotti, che in un
discorso programmatico alle Camere aveva denunciato l’alto livello di
assenteismo nelle imprese a partecipazione statale del Mezzogiorno e annunciava
una stretta per accrescere l’efficienza. L’operaio nella lettera scriveva: “Gli
italiani devono sapere che l’Italsider, oltre a produrre acciaio, produce anche
la più alta percentuale di malati e di omicidi bianchi. Venga a vedere, l’on.
Andreotti, luì che è cresciuto sempre nella bambagia o nei governi, venga a
vedere come sono ridotti fisicamente i nostri compagni di lavoro […]; venga a
dare un’occhiata alla cartella clinica di Giuseppe Cordoni (deceduto
recentemente per i suol mali contratti nella fabbrica); venga a trovare le
decine e decine di pensionati per invalidità, affetti da silicosi, asma,
pleuriti, ecc. È chiaro che le nuove generazioni che lavorano all’Italsider,
lavorano per vivere e non per morire; e lottano (piaccia o no al governo
Andreotti-Malagodi) assieme a tutti ì lavoratori siderurgici per migliori
condizioni di vita e di lavoro, e per la settimana lavorativa di 36 ore”.
Taranto non era da meno. La costruzione dello stabilimento, che aveva fatto
tornare centinaia di emigrati e portato in fabbrica centinaia di braccianti, si
chiudeva con un’enorme disoccupazione di ritorno. Migliaia di lavoratori
impiegati per pochi anni nelle ditte lungo feroci catene d’appalto ripresero a
emigrare a fine lavori a metà degli anni Sessanta; ne rimasero in pianta stabile
circa cinquemila. Ma la disoccupazione, in una città che la fabbrica aveva
dispossessato del suo accesso al mare e delle sue altre potenzialità
industriali, era solo uno dei tanti costi dell’industrializzazione di stato.
“A Taranto come in guerra” titolava l’Unità in un reportage di fine estate del
1969. C’era “un sistema illegale di appalti a ditte minori che sfruttano con
ogni mezzo gli operai”, spiegava il giornalista. E nello stesso anno, nei
verbali dell’“Indagine conoscitiva sulle aziende di stato” della Commissione
Lavoro del Senato emergevano schedature poliziesche dei nuovi assunti,
licenziamenti illegittimi, rappresaglie antisindacali, pagamenti a nero, orari
interminabili, lavori a cottimo, e nessun rispetto delle più basilari regole
sulla sicurezza.
Le lotte operaie di quel periodo si concentrarono su conquistare diritti di
rappresentanza e sicurezza. Attraverso la lotta, gli operai ottennero
l’abolizione delle gabbie salariali (per cui i siderurgici di Taranto
guadagnavano in media il quindici per cento in meno dei colleghi di
Cornigliano); la fine del sistema della job evaluation basato sulla
parcellizzazione alienante degli inquadramenti e delle mansioni; l’elezione
diretta dei delegati sindacali e l’istituzione del consiglio di fabbrica; la
creazione di comitati paritetici per migliorare la salute e la sicurezza in
fabbrica e redigere pratiche operative e studi sulla salute negli ambienti di
lavoro.
Quando negli anni Settanta la dirigenza dell’Italsider propose l’espansione
dello stabilimento (il “raddoppio”), qualcosa era già cambiato nella classe
operaia tarantina e nelle forze politiche della sinistra. È rimasta traccia di
una opposizione trasversale delle forze di sinistra della città, inclusi Arci,
sindacati e partito comunista. Il segretario del Pci tarantino, che poi
diventerà sindaco, intervistato all’indomani della presentazione del progetto di
raddoppio del siderurgico era già chiaro: “Per noi sviluppo economico significa
non solo occupazione ma anche casa, trasporti, scuola, verde, ambiente. Per
questo diciamo no alla decisione dell’Italsider di ampliarsi a mare, mangiandosi
completamente il territorio della piccola e media industria, chiudendo la città
in una morsa che la soffocherà, inquinerà il mare, aggraverà in maniera notevole
i già gravissimi problemi di collegamento tra la città e la zona industriale”.
Nella primavera del 1971 gli operai dell’area industriale entravano in sciopero
contro il progetto di espansione dell’Italsider verso il mare. Non era una
opposizione all’allargamento dello stabilimento ma il tentativo di modificarne
le scelte ed evitare che la fabbrica strozzasse la città. La contestazione
apriva un solco profondo tra forze operaie e impresa di stato, che diventerà
sempre più profondo in quel decennio. Al movimento operaio non bastava più la
promessa di lavoro, chiedeva il diritto di negoziare il tipo di sviluppo che
avrebbe interessato la città e le sue classi subalterne.
Nei reparti, l’esperienza diretta della nocività dei processi produttivi acuiva
la microconflittualità tra lavoratori e manager, e il conflitto portava a una
negoziazione continua. I delegati lo incanalavano in forme di lotta più o meno
organizzate, nelle discussioni delle commissioni aziendali, nelle negoziazioni
dei tavoli di trattative. La microconflittualità operaia, nel sindacato dei
consigli, si trasformava in riflessioni collettive, piattaforme rivendicative,
azioni di lotta più o meno radicali, avanzamenti parziali, clausole nei
contratti collettivi, impegni di investimento.
Non si trattava solo di monetizzare il rischio ma di rinegoziare i processi
produttivi, migliorare l’ambiente di lavoro, investire per modifiche
impiantistiche, ridurre l’esposizione e l’orario di lavoro, riappropriarsi dei
ritmi, delle conoscenze, delle tecnologie. Le poche carte rimaste, i resoconti
delle assemblee, le mozioni dei gruppi, gli eventi del sindacato unitario Flm, e
le memorie di chi c’era, restituiscono una classe operaia cosciente del proprio
ruolo centrale nel determinare lo sviluppo cittadino, consapevole del sapere
operaio sviluppato sugli impianti e attenta alla materialità di un processo
produttivo infernale. Nei ciclostili del circolo giovanile “Che Guevara” di
Lotta Continua in Città Vecchia, che gli attivisti di Taranto, anche loro operai
e delegati di fabbrica, pubblicano nei primi anni Settanta, si leggono le
vignette della fabbrica Italuccide: “Ci sono molti modi di uccidere. Si può
sparare a uno, ficcargli un coltello nella pancia, togliergli il pane,
massacrarlo di lavoro, ficcarlo in una casa inabitabile, farlo andare in guerra…
solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro stato”.
Sul giornale Avast! (Basta!), che il circolo produce in ciclostile e
distribuisce tra l’area industriale e la città, si vede la fabbrica sullo sfondo
che emana fumi, ammorba l’aria e il mare, e si legge: “Il padrone dice che
questo è il prezzo del progresso e che prima o poi… Ma poi cosa?!” (15 gennaio
1972). E poi ancora: “Gli operai degli appalti hanno ingressi separati, non
hanno docce e gabinetti decenti, spesso sono costretti a spogliarsi all’aperto.
Dentro a lavorare si entra all’alba e si resta per dodici ore e più. I ritmi di
lavoro sono massacranti. I capi sono sempre lì a rompere i coglioni, a
costringere gli operai a fare lavori più pericolosi. Fuori dalla fabbrica è lo
stesso: trovandosi spesso disoccupati gli operai degli appalti non hanno
assistenza medica, se stanno in città bisogna pagare più di 30 mila lire di
affitto, se stanno in paese ogni giorno si perdono ore e ore di trasporto e per
di più a spese dell’operaio”.
Anche gli operai di Taranto del circolo Città Vecchia risponderanno alle
dichiarazioni programmatiche di Andreotti con un articoletto su Avast! (data
sconosciuta). Il titolo chiede: “Andreotti, perché non provi tu a lavorare a
Taranto?”. E poi continua: “Andreotti, capo del governo di centrodestra, nel suo
discorso alle Camere, ha denunciato ‘la piaga dell’assenteismo’. E come punta
massima di assenteismo ha citato Taranto e l’Italsider. Ma se ad Andreotti
interessa saperlo, Taranto non ha solo quello di primati. Ha anche il primato di
omicidi bianchi, visto che l’Italsider in dieci anni ha ucciso trecento operai.
Ha sicuramente il primato della nocività, visto che dopo dieci anni di lavoro al
siderurgico un operaio ha immancabilmente la salute rovinata. E lo sa Andreotti,
quanto perde un operaio dell’Italsider e imprese solo per andare al lavoro?
Due-tre-quattro ore di trasporti. Visto che gli operai vengono da paesi lontani
fino a 50 km e solo per attraversare Taranto ci vogliono delle ore. E si faccia
dare Andreotti dai suoi amici dirigenti dell’Italsider i dati sulle ore
straordinarie lavorate dalle ditte. Di quanti operai costretti a dieci-dodici
ore al giorno per colpa dei salari di fame! Ne verrebbe fuori un altro primato.
Quindi Andreotti stia tranquillo. Se spera di eliminare l’assenteismo si sbaglia
di grosso. A Taranto gli operai, non solo non hanno nessuna intenzione di
lavorare di più, ma hanno tutte le intenzioni di lavorare di meno, di lottare
per lavorare meno e salvaguardare la propria salute, di lottare contro i ritmi,
gli straordinari e per ridurre gli orari”.
Il gruppo Per l’Unità Operaia che prese forma in fabbrica in quegli anni
comprendeva delegati attivi nella sinistra extra-parlamentare e pescava tra
Lotta Continua e i trozkisti della Quarta Internazionale. La loro azione dentro
i luoghi della produzione e in città, nei sindacati, nei consigli di fabbrica e
nei circoli cittadini fu uno stimolo costante che collegava le negoziazioni dei
vertici sindacali e le strategie politiche del Pci e degli altri partiti di
sinistra con l’esperienza diretta dei lavoratori nei reparti più nocivi e la
vita dei subalterni in città. Il gruppo era minoritario nei numeri ma egemonico
nei consigli di fabbrica dell’area industriale. Lo testimoniano i libri e le
interviste ai protagonisti del tempo. Questi delegati portarono i consigli a
votare mozioni che riconoscevano le autoriduzioni delle famiglie operaie, in
difficoltà di fronte al carovita, come forme di lotta legittime e supportate dai
sindacati. E quando i delegati di movimento furono espulsi per le loro critiche
alla decisione dei vertici sindacali di firmare uno dei primi accordi sulla
cassa integrazione in fabbrica, una breve raccolta nei reparti portò migliaia di
firme operaie a sostegno del loro reintegro nelle rispettive organizzazioni
sindacali.
Quando, a metà degli anni Settanta, i lavori per il raddoppio si conclusero,
lottare contro la nuova disoccupazione di ritorno diventò un modo per ricomporre
le lotte delle classi operaie che i processi di accumulazione in corso avevano
diviso. Nella Vertenza Taranto si uniranno le lotte per il miglioramento degli
ambienti, la sicurezza e le condizioni di lavoro, l’opposizione agli esuberi di
fine lavori, la riqualificazione degli appalti selvaggi e il superamento dello
sviluppo basato sulla monocoltura dell’acciaio. Nelle piattaforme sindacali, che
poi troveranno sponda istituzionale nella prima giunta comunista della città, la
disoccupazione di ritorno andava affrontata stavolta rinegoziando il modello di
sviluppo in città. Le maestranze e i saperi operai che Italsider voleva
espellere andavano riassorbiti in un piano di opere pubbliche, edilizia popolare
e scolastica, riqualificazione del porto e collegamento con l’area industriale
di Grottaglie dove imprese di manifattura leggera avrebbero dovuto svilupparsi
per trasformare l’acciaio prodotto dall’Italsider. In quelle rivendicazioni gli
operai in esubero diventavano maestranze utili a diversificare la crescita
opprimente dell’industria di base oligopolistica. Infrastrutture per i trasporti
e un piano delle acque per l’agricoltura provinciale dovevano riequilibrare la
monocoltura nociva. Le centinaia di ditte d’appalto presenti nello stabilimento
siderurgico, invece, avrebbero dovuto essere assorbite sotto le dipendenze
dirette del siderurgico, a meno che non fossero state in grado di dimostrare che
almeno metà delle loro commesse venivano da clienti non riconducibili
all’Italsider.
La contrattazione collettiva di gruppo e di stabilimento in quegli anni,
intanto, impegnava la fabbrica a ingenti investimenti ambientali per la
riduzione delle emissioni negli ambienti di lavoro e in quelli circostanti. Con
la contrattazione locale poi, i lavoratori dell’Italsider ancorarono una parte
degli aumenti retributivi strappati alla dirigenza per il finanziamento del
cosiddetto “salario sociale”, un tesoretto gestito da una commissione paritetica
tra consiglio di fabbrica e azienda che veniva destinato a opere di pubblica
utilità. Con il salario sociale degli operai, negli anni vennero finanziate
strade, trasporti pubblici, asili cittadini, e anche i primi presidi di medicina
del lavoro locale.
In una indagine del sociologo Aris Accornero alla fine degli anni Settanta
emergeva che la prima preoccupazione degli operai del siderurgico di Taranto era
ancora la nocività dell’ambiente e l’impatto dei processi produttivi sulla
salute molto più che in stabilimenti simili nel resto d’Italia. Si dice spesso
che l’industrializzazione portò sviluppo, benessere, consumi, oltre che veleni e
malattie. Un’analisi materialista della storia di Taranto permette una piccola
correzione. Se sviluppo e benessere ci fu, pur tra i fumi degli altiforni, non
fu per l’industria ma per le lotte degli operai tarantini che in quell’industria
consumarono i loro corpi.
Della portata visionaria della Vertenza Taranto, però, restò poco. I disoccupati
di ritorno non furono costretti a emigrare ma le ambizioni di programmazione
sociale di sindacati e partiti della sinistra dovette ridimensionarsi. La crisi
del settore siderurgico portò i sindacati sulla difensiva e la riforma delle
relazioni industriali sganciò i delegati dalla microconflittualità dei reparti.
Erano gli anni del riflusso, della cogestione della crisi dell’acciaio, della
marcia dei quarantamila a Mirafiori e della fine del sindacato unitario dei
metalmeccanici. A Taranto le forze organizzate del movimento operaio gestirono i
primi accordi di cassa integrazione mentre chiudevano o si ridimensionavano le
acciaierie del resto d’Italia. In fabbrica arrivavano i consulenti della Nippon
Steel che sapevano trasformare le relazioni basate sul conflitto in circoli di
qualità e toyotismo. La volontà di negoziare e la ricomposizione tra lavoratori
diretti e in appalto portò a miglioramenti tecnologici per alcuni e
super-sfruttamento per altri. Gli Ottanta sono anche anni di criminalità
organizzata che infiltra la gestione delle ditte in appalto e riporta indietro
al dispotismo dei regimi del lavoro. Arrivarono poi i primi prepensionamenti e
la privatizzazione. L’arrivo di patron Riva fu una cesura senza precedenti: il
pensionamento dei padri otteneva in cambio l’assunzione dei figli; mandare in
soffitta le lotte era la moneta di scambio per il lavoro precario dei giovani.
Le conquiste sugli impianti, gli investimenti per la salute e la sicurezza si
erosero, a dimostrazione che le conquiste sindacali richiedono potere operaio
per resistere ed evolversi. La produzione a tutti i costi diventò il nuovo
mantra nello stabilimento. I vertici sindacali intanto compromettevano la
legittimità residua che gli restava agli occhi dei nuovi operai con la
cogestione del dopo-lavoro fatta con i soldi dei Riva e mostravano tutta la loro
debolezza di fronte al dispotismo padronale, dal reparto confino alla Palazzina
Laf, fino alla struttura-ombra manageriale dei “fiduciari” che seminavano panico
e timore nei reparti pur non ricoprendo alcuna posizione ufficiale
nell’organigramma aziendale. Allo stesso tempo, si aprivano spazi per farsi
strada in fabbrica, per far carriera e sentirsi pure appagati, ma da soli, a
costo di lasciare tutti gli altri indietro. La città dimenticava la storia di
lotte della sua classe operaia e gli operai dimenticavano di essere una classe.
Come racconta Alemanno, operaio e scrittore anche lui, in un libro del 2012:
“L’orgoglio siderurgico dei padri è sepolto per sempre. L’Ilva era pubblica, si
chiamava Italsider, e i nostri Cipputi si permettevano il lusso di studiare,
formarsi sul ciclo di produzione dell’acciaio, farne un tutt’uno con i concerti
di Giorgio Gaber al circolo Italsider o con le biblioteche popolari, stimolati
dal genio incompreso di Peppino Francobandiera. Certo, c’era il Partito
(comunista). E c’erano i sindacati. Ora l’Ilva è qualcosa da chiudere dietro la
porta di casa a fine turno, facendo calare il silenzio. Non parliamo. A casa non
parliamo mai di lavoro perché dialogare non è facile. E dialogare con chi poi?
Tanti di noi avrebbero sognato di fare il carabiniere. Essere fuori, essere
altrove. Di questo parliamo, sì; oppure lo pensiamo e ce lo teniamo dentro.
Perché parlare può fare male”.
I movimenti sociali, fuori dalla fabbrica, si attivavano per produrre evidenze
scientifiche sull’impatto dell’acciaio sulla salute e sull’ambiente. Alcuni
operai, un’avanguardia che cercava ancora di connettere fabbrica e città, erano
presenti nell’onda nuova di mobilitazioni che emerse nella seconda metà degli
anni Duemila. Nell’estate 2012, però, con il sequestro dell’area a caldo per
disastro ambientale da parte della magistratura e con l’emergere del Comitato
Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, in opposizione alle mediazioni
sindacali della crisi e alla loro gestione dei rapporti con Riva, la lotta per
la giustizia ambientale si centrò sempre più chiaramente sulla necessità di
immaginare una città post-industriale. Quella prospettiva passava, e passa
ancora, dalla chiusura dello stabilimento, e chi prova a tenerlo aperto, con
tutti i distinguo del caso (l’ambientalizzazione, la decarbonizzazione, la
proprietà pubblica per la transizione ecologica), agli occhi degli attivisti è
un venditore di fumo. È così che il solco tra operai e sindacati da una parte, e
il resto del fronte ambientalista dall’altra si è fatto negli anni incolmabile.
Con la storica cacciata delle leadership sindacali nazionali fatta dagli operai
del Comitato a bordo del tre ruote nell’estate del 2012 si concludeva pure la
stagione della modernità industriale. Nuovi attori e soggetti collettivi, nuove
pratiche di democrazia, nuove economie e una nuova coscienza di classe sarebbero
dovuti emergere dalle macerie di quel movimento operaio stanco, forse già morto.
LE SOLITUDINI DELL’OPERAIO
E la nuova stagione è arrivata con i suoi soggetti, gli attivisti, gli eroismi.
Il ruolo dell’operaio nella nuova configurazione si è fatta sempre più
solitaria. La solitudine della tuta blu non è un tema nuovo. Tre libri recenti,
scritti da tarantini (un giornalista e due operai del siderurgico) ne parlano
con trasporto.
In un bel libro, il giornalista tarantino Fulvio Colucci, racconta dell’epopea
delle squadre di calcio del quartiere Tamburi. Da bambino, anche Colucci giocava
nella squadra della parrocchia di Gesu Divin Lavoratore e da grande ripercorre
le memorie di un gruppo fatto di operai siderurgici capaci di disegnare trame di
gioco elegantissime sul campo sporcato dalla polvere scura del minerale. Il
campo è quello che sorge a pochi metri dai parchi minerari della fabbrica, Ilva
Football Club è il nome del team. Quando il giornalista decide di ricostruirne
l’epopea, i protagonisti sono già quasi tutti morti di tumore. Tra ricordo
d’infanzia, romanzo collettivo e sogno, Colucci narra di Peppe siderurgico,
punta della squadra, alle prese con la solitudine di un rigore da battere. Il
capoturno e i colleghi lo hanno lasciato dormire a lavoro durante il turno di
notte e ora si aspettano freddezza nell’esecuzione. Lo stesso Peppe che, tra la
chance di diventare calciatore professionista e la paura di perdere tutto
deciderà di restare operaio. Mentre sistema la palla sul dischetto e guarda i
cumuli di minerali a distanza di uno sputo, Peppe passa in rassegna una storia
personale che sembra destino collettivo. Così scrive Colucci: “Dalle acciaierie
arriva odore di sgomento. Inarrestabile. A fredde folate spazza il piano di
carico dei pensieri. […]. I bambini si aggrappano ai tubi Innocenti e, dalla
tribuna, urlano spazientiti: ‘Mae’ e tiralo stu rigore!’. Peppe punta la scarpa
sulla terra battuta, più nera di un vulcano spento. Prende tempo. Non vuole
darla vinta al disagio infilatosi tra le linee dei pensieri, per colpa del
siderurgico seduto lì, poco distante a fumar tranquillo, a rosolare la città e
il quartiere Tamburi, ad attendere il suo errore. Già si vede infilzato dalle
ciminiere come un pollo allo spiedo. […] L’Ilva ha avuto tutto: gli onori, le
autorità, le benedizioni dei vescovi. I carabinieri col pennacchio. Grandi
cerimonie, tragedie enormi, piccole miserie. Scruta tutto, tutto decide. Il
rigore no. Peppe non vuol sbagliarlo, non vuol dare la soddisfazione al
capoturno, vendere anche l’anima alle acciaierie. Lui aveva varcato con orgoglio
i cancelli dello stabilimento, poi si era accorto del progresso dal volto
d’inferno, del risultato scritto a tavolino, della sfida persa in partenza di
fronte all’immensità della macchina, al suo istintivo divorare l’uomo e alla
perfetta solitudine dell’operaio. Se n’era accorto sfogliando un pomeriggio
l’Unità nella sezione del partito comunista ai Tamburi. Quei numeri
agghiaccianti solo a dirsi. All’Italsider come in guerra: centinaia di morti,
migliaia di feriti. Un solo ambulatorio non attrezzato, il numero incalcolabile
di operai deceduti per malattie gastriche o respiratorie contratte sul lavoro,
l’inchiesta del Consiglio di fabbrica. Il Consiglio di fabbrica, già. Che senso
aveva giocare a pallone? […] La fabbrica sembra un plotone d’esecuzione, le
ciminiere fucili puntati sul petto. Peppe prende la rincorsa. Tenta una finta
per sbilanciare il portiere che non abbocca. Tira con quel po’ di forza
rimastagli incollata al corpo. Una botta violenta, centrale, piega le mani al
ragno nero”.
Nel romanzo Malesangue dello scrittore operaio dell’ex-Ilva Raffaele Cataldi, il
paragone calcistico ritorna insieme alla solitudine. È una lunga lista di
tradimenti quella che elenca l’autore raccontando della sua esperienza di
lavoratore e attivista del Comitato Liberi e Pensanti: il dipendente
dell’ufficio del personale che lo accusa per i giorni di malattia che ha preso
legittimamente, i compagni che negli anni non hanno più sostenuto la sua scelta
di militare nel Comitato, i cittadini che di fronte all’occasione di occupare e
bloccare la fabbrica si sono tirati indietro, e le realtà associative che non
hanno condiviso la stesura del Piano Taranto: “Lo sdegno e il senso di abbandono
che ho provato in tutti questi momenti resta indescrivibile. E se ho sostenuto
quella solitudine, è solo grazie a ciò che ho imparato giocando a calcio. Quando
giocavo in porta e prendevo un gol, quando i miei compagni festeggiavano un gol
lontano da me nella metà campo avversaria, quando il mister nell’analisi della
partita negli spogliatoi diceva di aver perso per un solo tiro in porta subito,
facendo ricadere la colpa su chi, involontariamente, quell’unico tiro in porta
non era riuscito a pararlo…. È la solitudine del portiere. Ed è simile alla
solitudine dell’operaio”.
Anche Cataldi, come Peppe siderurgico, è operaio suo malgrado. Se nelle pagine
di Colucci la scelta di finire in fabbrica fa i conti con la mancanza di
alternative, per Cataldi è una sorta di equivoco del destino. Lui in
stabilimento ci finisce perché una cognata aveva mandato la sua candidatura a
sua insaputa. È il rispetto familiare più che la prospettiva di un lavoro
stabile a spingere Cataldi nello stabilimento, ed è lì che realizza presto che
la busta paga garantisce “pane e veleno”. Ma Cataldi non si fa piegare dal
regime di fabbrica, è anzi categorico: “Ho sempre lottato per la sicurezza sul
lavoro e non sono mai sceso a compromessi”. È questo che porta Cataldi in rotta
con i sindacati e spiega la sua solitudine. E tuttavia quello di Malesangue è un
operaio sui generis a confronto con il resto della letteratura working-class. A
differenza del riottoso metalmeccanico Di Ciaula o dell’epopea siderurgica e poi
post-industriale dei libri di Alberto Prunetti, la parabola narrata da Cataldi
non apre questioni, non pone dubbi, non restituisce un protagonista angosciato,
internamente combattuto, crocevia di tensioni, ma piuttosto un individuo
risolto, a una dimensione, nient’affatto dubitativo, come solo un giusto può
essere. Ci sono buoni e cattivi nella sua fabbrica, ma questi non seguono la
linea demarcata dalla struttura economica, dalla posizione di classe. La
demarcazione non è il risultato di una visione materialista della società che si
fa spazio tra le righe del memoriale, che prende forma nel resoconto
dell’esperienza vissuta nei luoghi di lavoro. Si tratta piuttosto di una
distinzione morale tra pochi operai dalla schiena dritta e tutti gli altri che
mandano la città all’inferno. L’obiettivo politico del libro è chiaro e riflette
il conflitto non sanato in città. La lotta contro la fabbrica non è tanto una
lotta di classe, vecchio arnese del secolo scorso, ma una lotta di santi, di
giusti contro cattivi, nella quale non resta che schierarsi. La solitudine
dell’operaio di Malesangue non è tanto diversa da quella di Peppe siderurgico ma
è una solitudine che ci conforta e consola perché traccia senza tentennamenti il
confine tra buoni e cattivi. Non è il risultato di una struttura economica, dei
rapporti di forza tra classi, ma il prezzo da pagare per essere stato sempre tra
i giusti. La fine di quella solitudine, quindi, non richiede la trasformazione
del sistema economico complessivo; basterà chiudere la fonte del male che è la
fabbrica; né richiede la ricostruzione di corpi collettivi, intermedi, politici;
basterà che la rivolta morale di ognuno di noi porti la conta dei giusti ad
aumentare.
Anche Luca Russo è lavoratore del siderurgico alle prese con la sua personale
solitudine di tuta blu. Sta nel romanzo di Fabio Boccuni, anche lui operaio
dell’ex-Ilva e scrittore, delegato della Fiom tarantina. Ne La Settimana
decisiva, l’operaio di Boccuni parla della famiglia dei Tamburi, del lavoro in
fabbrica, dell’impegno nel sindacato. Viene assunto in primavera, “quando
sbocciano i fiori e si inizia a respirare quell’aria buona di nuove
opportunità”, con un sospiro di sollievo. L’impiego industriale non è il
risultato di un equivoco o di un obbligo familiare, ma la fine del lavoro nero e
precario da manovale edile prima e da metalmeccanico in formazione-lavoro poi.
Con la fine della precarietà inizia l’impegno sindacale e con l’impegno
sindacale arriva la disillusione. La fabbrica è una bestia complessa, i
sindacati hanno armi spuntate da leggi e contratti e sono ormai privi del
vecchio potere collettivo delle mobilitazioni. I lavoratori hanno opportunità di
carriera personali e poca solidarietà, i capireparto hanno il volto feroce del
padrone e quello ammiccante di chi ce la può fare se riesce a stare nelle grazie
di chi comanda. L’orgoglio operaio ormai perso lo custodisce nonno Pietro,
siderurgico in pensione che anima i ricordi delle estati infantili del
protagonista, e che però muore poco dopo il primo sequestro della fabbrica nel
2012. “Era stato un uomo fortunato – riflette il protagonista su suo nonno – ad
appartenere a quella generazione che era stata protagonista di un cambiamento,
una generazione che aveva avuto la possibilità di riconoscersi nelle grandi
organizzazioni di massa, politiche e sindacali, pur senza esserne
necessariamente parte attiva. Quella fortuna, insomma, di non sentirsi troppo
soli a questo mondo”.
Boccuni segue la crisi della fabbrica inventata che aderisce a quella
dell’ex-Ilva e racconta dell’impotenza sostanziale di chi prova a tenere uniti
il fronte operaio e quello ambientalista. Non è una lotta eroica la sua, ma una
prova di resistenza, un continuo farsi attraversare dalle tensioni, dalle
ragioni di ognuno che sono tutte legittime, dagli ostracismi reciproci, dalle
umane miserie, dall’impotenza di mettergli ordine e farne organizzazione
politica. La fine del libro coincide con la fine della fabbrica, che nel romanzo
come nella realtà si appresta a una lenta chiusura. Il protagonista in cassa
integrazione aspetta qualche buona notizia da un editore che ha un suo
manoscritto e da sua sorella che sta per partorire e ragionando sulle sue ferite
di classe scrive: “Ci avevano detto di trovarci un lavoro, di darci da fare, di
prendere moglie, di comprare casa, di fare dei figli, di mettere su famiglia, di
non disdegnare all’occorrenza di impegnarci nel sociale. Noi ci avevamo provato,
ci avevamo provato a fare tutto quello che ci avevano detto di fare. Nonostante
tutto, la nostra condizione era peggiorata: Marcella non c’era più, il mio
lavoro non c’era più. Non c’era più neanche il mio impegno sociale, non avevo
figli, nessuna opportunità, nessuna speranza. Questa era la mia condizione, mia
e di tanti miei coetanei, di tanti miei colleghi di fabbrica”.
La solitudine dell’operaio si è fatta piena, completa e angosciante. Non c’è
giustizia né missione superiore per cui battersi nel libro di Boccuni ma solo un
enorme malinteso: a nascere operai non c’è redenzione, si salvano in pochi, i
giusti, per tutti gli altri ci sono solo macerie.
Il passaggio dalla classe operaia – con i suoi riti, le organizzazioni e le
azioni collettive – alla solitudine dell’operaio sta nello spirito del tempo, ma
a Taranto è anche il risultato del processo di marginalizzazione e
stigmatizzazione delle tute blu tarantine. La crisi ambientale di Taranto si
produce e si aggrava nel cambiamento dei rapporti di forza dentro la fabbrica e
si riproduce fuori con il solco tra movimenti cittadini e organizzazioni dei
lavoratori. La resistenza al disastro ambientale, che prima trovava spazio nelle
lotte sindacali che a partire dalla fabbrica avevano avuto l’ambizione di
negoziare lo sviluppo della città, ha lentamente trovato forma fuori dai
cancelli del siderurgico e fuori dagli attori politici e collettivi del
movimento operaio. In questo passaggio, però, spesso il sindacato, senza forza
di rinegoziare i processi produttivi con l’azienda, ha finito per diventare
l’obiettivo principale – forse perché più facile da colpire – delle critiche,
delle accuse e dei tic dello sciame di soggettività alternative che ha preso
forma in città. Messo in soffitta l’operaio massa, ci è rimasto l’operaio con la
sua solitudine, eroica o angosciante a seconda dei casi.
ULTIMI PREPARATIVI
Nel 2008, quando ho preso il diploma da perito tecnico industriale in una scuola
di paese della provincia di Taranto, il docente di elettronica si raccomandava
con i più studiosi tra noi di impegnarci per prendere un bel voto agli esami di
maturità. I reclutatori dell’Ilva si sarebbero interessati a noi se avessimo
preso bei voti, ci avrebbero dato un’opportunità. L’Ilva in realtà era già
vicina al tracollo e in quella classe già sapevamo che la fabbrica non sarebbe
stato il nostro futuro. Io sono finito a fare altro e dopo anni di lavoro nero e
precariato ho trovato un impiego precario dove mi pagano per fare ricerca. A
tanti anni di distanza la mia precarietà non è diminuita ma si è fatta più
pesante e, nonostante gli sforzi, continua a tenermi lontano dalla mia terra. Ma
è solo un caso che non sia oggi in cassa integrazione ad assistere alla mia
fabbrica che chiude.
In questi giorni contesi, un caro amico che lavora in fabbrica mi ha detto che
si sta preparando alla chiusura. Ha fatto il passaporto, qualche concorso, si
sta guardando intorno. Mi ripete sempre che, finita la fabbrica sarà impossibile
negoziare alcunché. Senza la fabbrica e la sua classe operaia lì concentrata, il
potere contrattuale del territorio sarà ulteriormente indebolito, e tutta la
città – non solo gli operai – sarà incapace di negoziare per bonifiche,
investimenti, e protezioni sociali. Ecco perché i sindacati ancora credono alla
decarbonizzazione, mi spiega, e alla continuità produttiva. «Se mi pagassero per
non lavorare, starei pure zitto e buono – mi dice –, che non è che a me piace
andare a lavorare lì, però bene non sto neanche in cassa integrazione… Io ho
fatto l’acciaio, France’, non so se è chiaro! Le vostre macchine, i vostri
frigoriferi, le vostre lavatrici probabilmente le ho fatte io».
Agli ambientalisti invidio la loro guerra santa, la convinzione davvero
legittima di essere dalla parte di un bene assoluto. Agli operai invidio la
possibilità di tenere i piedi in una storia, la maestria e il sapere che si ruba
nei luoghi della produzione anche quando sei sottopadrone e per lui devi
produrre, la solidarietà meccanica che si crea nella materialità del lavorare
fianco a fianco con un compagno. A Taranto invidio il suo mare, i suoi
intellettuali, la sua storia di lotte operaie dimenticate, la sua rivolta della
riproduzione sociale. (francesco bagnardi)
Tag - ambiente
(disegno di sam3)
I primi giorni di settembre è stata resa pubblica la notizia del ritrovamento in
Calabria di xylella fastidiosa, un batterio da quarantena che causa il
disseccamento degli ulivi. Un decreto regionale ha ufficializzato il rilevamento
della sottospecie pauca del batterio su sette alberi di ulivo nel comune di
Taurianova, in provincia di Reggio Calabria. Le analisi, condotte dal sistema
fitosanitario regionale e validate dal Crea (Consiglio per la ricerca in
agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), hanno portato all’immediata
istituzione di un’area delimitata, che comprende una zona infetta e una fascia
cuscinetto di circa due chilometri. Nei giorni successivi, le dichiarazioni
istituzionali hanno assunto toni che richiamano da vicino quelli già osservati
in Puglia durante la cosiddetta emergenza del disseccamento degli ulivi, durata
oltre un decennio, di cui abbiamo scritto sul numero 12 de Lo stato delle città.
L’assessore regionale all’agricoltura ha definito il ritrovamento “un inizio di
epidemia” e ha affermato che la Regione interverrà “con grande determinazione”
per evitare che il fenomeno possa propagarsi ulteriormente. Parallelamente,
rappresentanti del mondo tecnico e agronomico hanno invocato una risposta
“immediata, coordinata e rigorosamente fondata sulle evidenze scientifiche”,
sottolineando la necessità di applicare tempestivamente le misure di
eradicazione e rafforzare la sorveglianza del territorio.
Per comprendere la portata di tali dichiarazioni occorre ricordare la vicenda
pugliese della xylella nel Salento, dove dal 2013 il disseccamento degli ulivi è
stato progressivamente ricondotto, nel discorso istituzionale e mediatico
dominante, alla presenza del batterio. In quel contesto, una crisi ecologica
estremamente complessa è stata quasi sempre rappresentata attraverso una
spiegazione con un’unica causa, nella quale xylella è divenuta il principale
fattore interpretativo del fenomeno. È proprio questa eredità narrativa e
politica che sembra riemergere oggi in Calabria, ancora prima che si registrino
manifestazioni diffuse di disseccamento assimilabili a quelle osservate nel
Salento. Il ritrovamento del batterio xylella in Calabria sembra prefigurare la
riattivazione di un dispositivo ormai familiare nel panorama agricolo
meridionale. Prima che emergano evidenze di fenomeni significativi e prima che
si apra una discussione approfondita sulle caratteristiche specifiche del
contesto locale, il dibattito pubblico appare già orientato verso misure
straordinarie: delimitazione delle aree infette, programmi di eradicazione,
sostituzione delle varietà tradizionali con cultivar considerate resistenti,
nuovi programmi di finanziamento per la riconversione agricola.
Come è accaduto in Puglia, la presenza del batterio tende rapidamente a
trasformarsi in una condizione emergenziale che giustifica l’attivazione di
specifiche forme di intervento sul territorio. L’aspetto più significativo non
risiede nell’individuazione dell’agente patogeno, bensì nel processo attraverso
il quale la sua presenza viene tradotta in una particolare forma di
governabilità. Ciò che osserviamo non è soltanto una risposta a un rischio
biologico paventato, ma la costruzione di un regime discorsivo che anticipa e
orienta le possibili trasformazioni del paesaggio agrario.
In Calabria, allo stato attuale, non si registrano fenomeni di disseccamento
diffuso assimilabili alla crisi che ha interessato il Salento. Eppure, la
semplice identificazione del batterio sembra sufficiente a evocare scenari di
devastazione, mobilitando immagini, narrazioni e strategie operative elaborate
durante l’esperienza pugliese. In questo senso, xylella agisce non come
organismo biologico, ma come segno politico capace di rendere imminente una
catastrofe assente dal paesaggio visibile. L’emergenza non nasce necessariamente
dall’osservazione di un disastro in atto, ma dalla costruzione di una minaccia
potenziale che richiede interventi immediati. È precisamente questa
anticipazione del rischio a produrre gli spazi di legittimazione per misure che
altrimenti incontrerebbero maggiori resistenze sociali e politiche. L’emergenza
fitosanitaria costituisce uno dei dispositivi attraverso cui prende forma la
governamentalità, ovvero quell’insieme di pratiche, saperi e tecniche mediante
cui i territori e le popolazioni vengono resi leggibili, amministrabili e
trasformabili. Una volta definito il problema, diventa possibile stabilire quali
conoscenze siano ritenute valide, quali soggetti siano autorizzati a intervenire
e quali trasformazioni possano essere presentate come necessarie e inevitabili.
Come mostrano numerose osservazioni sviluppate negli anni della crisi pugliese,
il disseccamento emerge dall’interazione tra una pluralità di organismi e
processi: batteri, funghi patogeni, insetti vettori, stress idrici, cambiamenti
climatici, pratiche agronomiche e trasformazioni socioeconomiche del mondo
rurale. Al contrario, la riduzione del disseccamento degli ulivi alla sola
presenza del batterio xylella assume un’importanza strategica. La
semplificazione della complessità ecologica consente, infatti, di costruire una
relazione causale lineare tra batterio e malattia, trasformando un fenomeno che
coinvolge molteplici attori biologici, ambientali ed economici in un problema
tecnicamente definito e amministrativamente gestibile. L’approccio emergenziale
tende però a espellere questa complessità dal campo della rappresentazione
pubblica. Ciò che resta visibile è una spiegazione mono-causale che identifica
un nemico biologico e giustifica una risposta tecnico-amministrativa
proporzionata alla minaccia costruita ad hoc per introdurre una vero e proprio
mutamento, una trasformazione dei territori calata dall’alto, come spiega molto
bene Giovanni D’Elia.
Anche le cifre hanno assunto una funzione narrativa. L’inesattezza numerica è
ingrediente essenziale nella produzione dell’emergenza: le cifre catastrofiche
vengono trasformate in strumenti di persuasione collettiva. Numeri, mappe,
proiezioni e scenari futuri contribuiscono a costruire un immaginario della
devastazione che rende difficilmente contestabile l’adozione di interventi
straordinari. La crisi viene così narrata come inevitabile, mentre determinate
soluzioni vengono presentate come le uniche razionalmente perseguibili. Ciò che
emerge è qualcosa di più di una questione fitosanitaria. Attraverso il
linguaggio dell’emergenza vengono ridefinite le forme di utilizzo della terra,
le varietà considerate economicamente desiderabili, i flussi di finanziamento
pubblico e le modalità stesse di abitare il paesaggio rurale. L’uliveto
tradizionale, con la sua biodiversità varietale e la sua dimensione
storico-culturale, rischia di essere reinterpretato secondo criteri sempre più
orientati alla standardizzazione produttiva e alla gestione tecnica del rischio.
Come scrive il comitato Ulivivo, la forza della narrazione emergenziale sta
proprio nella sua capacità di ridurre la complessità e rendere lineare qualsiasi
passaggio logico. Disseccamenti uguale xylella; xylella uguale abbattimenti e
sostituzioni; abbattimenti e sostituzioni uguale salvezza del territorio. Una
concatenazione apparentemente semplice che, però, da un lato è basata sul falso
assunto dell’equivalenza fra disseccamento e xylella (i dati ufficiali della
Puglia dimostrano che la maggior parte degli ulivi disseccati non è positiva a
xyella), dall’altro, occulta le vere ragioni alla base di tale sconvolgimento
colturale e culturale. Come hanno mostrato numerose osservazioni e ricerche
condotte in questi tredici anni in Puglia, gli alberi disseccati sono il
risultato dell’incontro di molteplici attori biologici e ambientali: funghi
patogeni, insetti rodilegno, pratiche agricole errate, condizioni climatiche
estreme, impoverimento microbiologico e di sostanza organica dei suoli e
trasformazioni economiche del mondo rurale. Ridurre tale complessità a un
batterio significa impedire di considerare tutti i processi ecologici che
rendono possibile l’emergere della malattia. È la stessa logica che porta a
interpretare il paesaggio e tutti i caratteri di un territorio come uno sfondo
passivo da correggere tecnicamente, piuttosto che come il risultato di relazioni
storiche secolari, biologiche e sociali che coinvolgono esseri umani e non
umani.
Parallelamente, l’attenzione pubblica raramente si concentra sugli effetti
economici generati dall’emergenza. Ogni crisi apre, infatti, specifici flussi di
finanziamento destinati a monitoraggi, analisi, espianti, produzione di
biomassa, reimpianti con piante brevettate, riconversioni varietali e operazioni
di svendita e gestione territoriale. In questo senso la xylella non rappresenta
soltanto un problema fitosanitario, ma anche un dispositivo che mobilita
risorse, ridefinisce priorità amministrative e contribuisce a trasformare il
valore economico dei territori coinvolti. Le conseguenze riguardano tutti gli
aspetti legati al territorio, da quello socio-culturale a quello economico, da
quello identitario a quello della sovranità alimentare di chi abita quel
territorio. Dove un tempo esistevano uliveti secolari composti da pregiate e
uniche varietà locali, emergono nuovi assetti agricoli, nuove cultivar, nuove
relazioni tra agricoltori, mercato e istituzioni. In altre parole, l’emergenza
produce una vera e propria riconfigurazione territoriale. In Puglia l’emergenza
xylella ha prodotto il crollo vertiginoso del valore dei terreni, la
significativa riduzione del numero di piccoli e medi imprenditori agricoli, lo
spostamento dei finanziamenti a sostegno dell’agricoltura verso le grandi
aziende, la comparsa di numerosissimi progetti per la realizzazione di impianto
eolici e fotovoltaici.
La possibile estensione del modello pugliese alla Calabria appare dunque come un
processo di territorializzazione dell’emergenza. Non si tratta semplicemente di
contenere un batterio, ma di rendere il territorio disponibile a nuove forme di
pianificazione, investimento e riconfigurazione agricola. In questo senso, la
presenza della xylella opera come un punto di ingresso attraverso cui diventa
possibile intervenire sul paesaggio, riorganizzare le economie locali e
ridefinire gli stessi criteri di valore attribuiti alle campagne mediterranee.
La lezione che emerge dall’esperienza pugliese è che le crisi ecologiche non
possono essere comprese unicamente come eventi naturali. Esse sono anche
processi narrativi e politici che selezionano cause, producono evidenze e
orientano interventi. Osservare ciò che accade oggi in Calabria significa allora
interrogarsi non tanto sulla supposta diffusione di un batterio, ma sulla
riproduzione di una forma di governo che, attraverso la retorica dell’emergenza,
trasforma la complessità dei paesaggi in oggetti di amministrazione tecnica. È
in questa traduzione della complessità in governabilità che si gioca la vera
posta in gioco della questione xylella nel Mezzogiorno. (giuseppe vinci)
di Nicoletta Dosio Ruspe e polizia nel Bosco Ospizio di Reggio Emilia, dove un
progetto edilizio minaccia un’area verde ricca di biodiversità. Il quartiere
resiste e il presidio incontra la …
di Gianni Sartori Il governo Milei apre la Patagonia ai megadata center con
incentivi fiscali e garanzie trentennali, mentre continua la repressione dei
mapuche. Dalla condanna di Facundo Jones Huala …
(disegno di escif)
Circa le otto di sera, entroterra cilentano, terrazza di Perito, provincia di
Salerno. Il tramonto si anticipa a fine estate. Ho attraversato il paese con
Antonio Pellegrino, cofondatore della cooperativa sociale Terra di Resilienza e
del Palio del Grano, giunto quest’anno alla ventiduesima edizione. Ai piedi dei
tre scalini della cappelletta della Maddalena, incontriamo alcune signore sedute
fuori casa. Antonio si ferma e chiacchiera con loro in cilentano stretto – di
grano, di varietà locali, di mietitura. Diffidenti all’inizio, le signore si
aprono quando riconoscono nelle sue parole la conoscenza delle stesse pratiche
di un passato che sembra lontano. Maria, una di loro, ci apre le porte della
cappella della Maddalena, dopo una breve visita proseguiamo verso la
terrazza. «Io sono un sostenitore dello spontaneismo. La spontaneità è un
esercizio vitale anti-pianificazione, determinante per molte cose. Almeno per me
lo è stato. Non è tanto legato all’occasione. Adda succedere
perché adda succedere».
Con questa frase si può leggere tutto il resto.
Dopo gli anni di studio a Napoli, cosa ti ha riportato a Caselle in Pittari?
«In realtà ero già tornato a Caselle, perché l’università l’ho fatta in età
adulta. Mi sono iscritto a trent’anni, mi sono laureato a trentacinque. Sono
andato all’università proprio perché avevo voglia di fare un percorso
accademico. Mi ero iscritto all’università già appena diplomato, però mollai
dopo sei mesi. Poi sono andato in Toscana».
Che facevi in Toscana?
Sono andato in Toscana perché dovevo fare il militare. Volevo mettere da parte
un po’ di soldi. Però, arrivato là, mi hanno fatto una proposta di lavoro, di
entrare in una società. Ho fatto per tre anni l’imprenditore. Guadagnavo bene.
Avevo dei soldi a venticinque anni, con grandi responsabilità. Però questo è
coinciso pure con la mia politicizzazione, con la necessità di tornare. Quindi
ho venduto le mie quote sociali e sono tornato. Quindi più che un ritorno da
Napoli, è stato un ritorno dalla Toscana. Dopo quattro anni sono tornato con una
voglia operativa incredibile. Ti sto parlando di anni pure molto particolari, il
G8 di Genova, la nostra voglia di partecipazione, di una politicizzazione che
non era più di partito. Insomma, il tema di quegli anni era il no-global, ci
chiamavano no-global. Ora il paradosso è che i no-global sono diventati quelli
di destra… E quindi, dopo quattro anni, torno con la voglia di conoscere le
montagne, la storia, la geografia. Ho fatto un’indagine totalizzante, con questo
bisogno di definire il proprio. Era più che altro la necessità di avere un
quadro più chiaro sullo sviluppo del pensiero e del territorio in ambito storico
e politico — in mezzo, il percorso di sociologia a Napoli, tra il 2008 e il
2012. Col ritorno dalla Toscana è nato pure il Palio del Grano, che poi è la
cosa che forse più di tutto mi ha cambiato la vita.
«L’ispirazione è stata mettere insieme la cultura del palio che avevo conosciuto
in Toscana con un ricordo infantile, quando con mio nonno si mieteva il grano a
mano… Vabbè, ho avuto uno strano battesimo. Nel senso che appena sono entrato
nel grano, il mio primo ricordo è che un biacco, una serpe nera, mi è passato in
mezzo alle gambe. Quando si mieteva il grano partecipava la famiglia allargata,
dieci-dodici persone. E la storia riguarda compa’ Giovanni Terenzio, un parente
di famiglia, nipote di mia nonna. Io andavo con loro e avevo il compito di
andare a prendere l’acqua alla sorgente, “alla lancetta”, che è un contenitore
di terracotta. Avevo dieci anni. Compa’ Giovanni in quell’occasione mi mise la
falce in mano. Mi diede le prime lezioni di mietitura. Quando ho iniziato a
tagliare il grano, mi faceva: “Nun te fa fa o’ zaccano”. Quando due mietitori
lavorano, se uno va più veloce dell’altro e gli taglia la strada, il primo si
riposa e l’altro deve mietere per tutti e due. Era un gioco. Da quel gioco è
nato il Palio del Grano, da quella nozione. Lo organizziamo con la Proloco di
Caselle in Pittari dal 2005, prima edizione. Poi la prima Biblioteca del Grano,
nel 2008. Di seguito sono venute fuori un po’ a cascata tutte le altre storie.
La cooperativa sociale Terra di Resilienza, costituita nel 2012 insieme a Dario,
Claudia e Marianna, aveva pure lo scopo di rendere produttiva quest’attività che
avevamo recuperato con la Proloco. Poi abbiamo aperto il mulino, la biblioteca.
Quindi oggi vivo e lavoro di questo. La cooperativa è diventata il braccio
operativo; il palio, invece, è più un’azione volontaria che attraversa il
paese».
Come ti sei avvicinato alla coltivazione dei grani antichi?
«Abbiamo iniziato con un’attività di recupero delle varietà di grano locali,
siamo partiti con quattro varietà, di cui due erano proprio
indigene, ianculidda e russulidda, varietà di grano tenero. Una siamo riusciti a
iscriverla pure al registro delle varietà della conservazione regionale. Poi è
la morfologia della spiga che caratterizza spesso i nomi, della granella o della
farina. La cultura tradizionale era morfologica: ‘u guascio, ‘u chiatto, ‘u
cicato, ‘u carusato, ‘a russia, che è più rossa. Insomma, si parla di varietà
locali, non ibride, e sono tutte molto variabili – c’è grande eterogeneità,
quindi già chiamarle varietà è una cosa impropria. La forma “grani antichi” esce
fuori con gli americani. Io un po’ la ripudio, perché sembra una cosa di mummie
sterili. Non è perché sono contro gli americani, ma perché sono gli stessi della
rivoluzione verde. È una vecchia storia. Hanno preso il lavoro di Strampelli, il
genetista italiano, associato alla propaganda agraria di Mussolini. Di fatto il
patrimonio genetico dei grani realizzati da Strampelli è diventato la base per
il miglioramento che ha fatto poi Norman Borlaug americano, che ha ricevuto il
premio Nobel e ha fatto nascere la Green Revolution, la rivoluzione verde. C’è
la genetica, c’è il modo in cui è scritto un seme, quindi il contributo
genetico, ciò che portano i geni e la progenie, ma poi c’è l’epigenetica, quindi
c’è l’adattamento di anno in anno a condizioni pedologiche, climatiche,
ambientali, alla pressione dei contadini. Quindi i semi non sono monoliti».
Cos’è per te il folclore oggi in questi territori?
«Il folclore è celebrare la morte di qualcosa, questo è il mio punto di
vista. Ovviamente si intende per folclore e per folk tutto ciò che attiene alle
radici culturali di un paese, alle specifiche appartenenze simboliche e
materiali di una comunità, però quello che oggi analizzo criticamente, più che
il folclore, è la folclorizzazione. Cioè il fatto che viene celebrata questa
musealità, il “fatto a mano”. I cavatelli fatti a mano con la farina del Canada.
Questo significa che non si ha una relazione con la terra, col proprio paesaggio
agrario. Il Cilento è patrimonio Unesco in quanto paesaggio culturale, che è
soprattutto la relazione del corpo con l’ambiente in cui si trova. Come la fai
l’ecologia se non hai prossimità alimentare? Che non significa guardarsi
l’ombelico, non si vive di solo pane per l’amor di dio… Diciamo che
l’antropologia, culturalmente intesa, sui territori appenninici è legata
all’addomesticazione della montagna, quindi soprattutto alla pastorizia. Nel
tempo è venuto meno quest’impianto, questo substrato culturale legato alle
pratiche – cioè a mangiare il proprio pane, a pascolare, a usare il
cacio-ricotta piuttosto che il parmigiano. Venendo meno questo mondo, lo si
rispolvera in feste, sagre, in una musealità senza senso, dove c’è
un’espressione museale appunto. Nel folclore si celebra la nostalgia, il dolore
di casa, perché ci si rende conto che stiamo morendo. Poi i paesi qui intorno,
quindici-venti giorni all’anno, si fanno una bella botta di endorfine – lo si
vede in questo “festival bar”, in questi palchi…».
Oltre a coltivare la terra, il Cilento che attraversi coltiva anche un’idea di
futuro?
«Secondo me, dove c’è cultura che diventa radice operativa c’è sempre futuro. Se
stiamo qua, in questo preciso punto e, per assurdo, domani una bomba rompe
l’acquedotto e tutta l’industria non riesce più a portare l’acqua, dobbiamo
andare a trovare la sorgente – io so dov’è. Ecco, quello è il futuro. Ma uno
dice: tu vedi il futuro solo nella disgrazia del mondo organizzato così? Lo vedo
anche in questo. Il Covid ci ha già dato un piccolo riscontro, ma lo vedo anche
nel selvatico. Nella capacità di creare spontaneismo attraverso queste radici
culturali, dentro questi ultimi delta. Questo lo vedo fertile per lo
spontaneismo. Forme spontanee, che non significa reazionarie, non significa
disorganizzate, ma che significa ancora lo stare come elemento fondante – lo
stare in termini di mente locale, lo stare in termini di riuscire a quadrare una
dimensione del proprio, come spinta».
Uno stare o un restare?
«Nel restare ci vedo già uno slancio politico dichiarato. Lo spontaneismo in
quanto tale non è dichiarato, non è rivelato – bisogna rivelarlo,
addomesticarlo. Il mio sta nel tornare alle pratiche, alle cose da fare».
Quali sono le pratiche di una comunità per te?
«Le pratiche sono pure impegnarsi. Mangiare il pane più prossimo, bere l’acqua
più prossima, fare le condoglianze se è morta la nonna del vicino, condividere
il cibo – vorrei ritrovare una dinamica dell’insieme, della prossimità nel senso
umano. Caselle è inserita nei flussi che caratterizzano tutti i paesi interni.
Il nostro è un piccolo approdo, come quello di tante realtà che si sono attivate
nei territori. Come quando devi scalare una parete e tieni un appiglio. I
processi culturali dell’Appennino intanto sono in un dirupo. Gli immaginari non
si sviluppano più a livello locale, si sviluppano in reti distanti, online. In
una società che sceglie cose emotivamente più facili, più raggiungibili, sono
pochi quelli che scelgono un lavoro lento, progressivo e sedimentario. Però il
mondo è grande, e noi siamo comunque occidente. Io una risposta sulla prossimità
umana la vedo nelle cosiddette periferie del mondo. Lì c’è spontaneismo…».
(edoardo m. benassai)
(disegno di resli)
Ad Airola l’aria non appartiene alle stagioni né alla terra. È la recidiva di un
processo instradato da atti criminali, da infiltrazioni silenziose che si sono
stratificate negli anni, mentre la narrazione superficiale raccontava di una
primavera che non c’era più. Quando il 31 agosto scorso la colonna di fumo nero
è tornata ad alzarsi sulle case, il pensiero di tutti è andato a quel 13 ottobre
2021, all’incendio che scoppiò nello stabilimento Sapa saturo di materiali
plastici e solventi.
L’incendio questa volta ha riguardato l’impianto di stoccaggio rifiuti Eco
Energy, nell’area industriale, e ha bruciato per giorni tonnellate di plastica,
rifiuti indifferenziati e materiali non identificati. Il sito in questione,
sottoposto a sequestro preventivo già nel 2022 nell’ambito di indagini per
auto-riciclaggio, e poi finito in amministrazione giudiziaria, era stato
nuovamente sigillato nell’aprile 2024 dai militari del Nucleo operativo
ecologico di Napoli, dopo il riscontro di reati gravissimi per gestione illecita
dei rifiuti e scarichi abusivi. Parliamo di un complesso dove la quantità di
rifiuti stoccati era sessantaquattro volte superiore al limite consentito.
Cumuli imponenti ostruivano persino il passaggio dei lavoratori, materiali erano
affastellati direttamente sulla terra, esposti alla pioggia senza alcuna
protezione, mentre un capannone abusivo di duemila metri quadri veniva usato
come discarica coperta. A questo si aggiunge la mancanza di presidi antincendio
e la scarsa autonomia di manovra per i mezzi di soccorso.
Tra sequestri, amministratori giudiziari, rimpalli di responsabilità tra
tribunali ed ex gestori indagati persino fuori regione per smaltimento illecito,
la Eco Energy è diventata un bomba a orologeria, nonostante i doveri di
sorveglianza delle autorità preposte.
Ma ciò che sta succedendo ad Airola non è un caso isolato, è l’ennesimo segnale
di una patologia di ampia estensione. Secondo gli ultimi dati del report
Ecomafia di Legambiente, la Campania si conferma in cima alle classifiche per
reati ambientali in Italia. Se si guarda al solo ciclo dei rifiuti, gli illeciti
continuano a registrarsi con ritmi impressionanti. Non si tratta di semplice
mancanza di senso civico: è un mercato criminale da miliardi di euro l’anno,
portato avanti da reti organizzate di imprenditori senza scrupoli, con relazioni
personali, complicità istituzionali e precisi modi di pensare e agire.
UNA COESISTENZA ILLOGICA
Per capire il perché di questi accadimenti occorre fare un passo indietro, agli
anni Settanta. È in quel decennio che l’illusione della modernizzazione e del
posto fisso rimpiazza la vocazione agricola del luogo, facendo della Valle
Caudina territorio fertile per le ambizioni industriali.
Vivere oggi in un paese come Airola significa fare i conti con una coesistenza
forzata e per questo illogica tra globale e locale. Lo si intuisce subito
osservando aree con differenti funzionalità, dove non si percepisce distinzione
tra uso agricolo, industriale e centro abitato. Un esempio evidente è quello del
corso principale, corso Montella, che divideva anche socialmente il paese in
due: sul marciapiede più ampio passeggiavano i signori, sull’altro i contadini.
Oggi quella striscia di basolato è la metafora di ciò che siamo: un territorio
dove l’illusione industriale sfiora gli orti casalinghi e il centro abitato si
stringe alle fabbriche. Su quel corso camminano i residui di una coscienza
civile e il tacito assenso: nessun borgo è idilliaco, nessuna comunità è del
tutto incolpevole.
Ancora oggi la zona industriale presenta tutte le criticità ambientali storiche,
rilevate nel tempo anche dall’Arpac: impianti ad alto impatto come quelli dove
operano le aziende per il trattamento rifiuti, quelle di lavorazione pelli che
hanno compromesso aria e suolo, le attività metalmeccaniche, e un abusivismo
edilizio che sfida la natura da troppo tempo.
L’incendio non è una fatalità: è il tassello di una mutazione sociale e
urbanistica che ha sconfinato in uno spazio di cui nessuno si sente padrone, ma
di cui tutti siamo responsabili. In questo vuoto, la gestione opaca dei rifiuti
si incunea con facilità, ed ecco che i capannoni svuotati nel tempo dalla
produzione sono diventati luogo di stoccaggio oltre i limiti, trappole
ecologiche pronte a prendere fuoco al primo intoppo burocratico o giudiziario.
IL MITO DEI BORGHI
La narrazione dominante descrive oggi tanti piccoli paesi italiani come santuari
inviolati, mentre operazioni di marketing territoriale raccontano una ruralità
edulcorata, fatta di borghi felici e cieli tersi. La realtà delle nostre
province smentisce però questo patrimonio di idee. L’eco-criminalità e la
sconsiderata gestione dei rifiuti non sono fantasmi lontani, camminano
silenziose accanto a noi, infiltrandosi anche dove le comunità si credono al
sicuro.
Già negli anni Duemila, quando esplose l’emergenza rifiuti, la Valle Caudina fu
chiamata a pagare il suo tributo con la discarica di Tre Ponti a Montesarchio.
Nata per accogliere milioni di metri cubi e ridotta a 480 mila dopo le barricate
popolari, quella cava senza bonifica e con milioni di euro pubblici spesi solo
per gestire il percolato, vent’anni dopo testimonia ancora come la risposta
emergenziale sia la norma nella nostra terra.
Ma la vulnerabilità travalica i confini. Nel cuore dell’Alta Irpinia il caso di
Nusco ne è la riprova: le ispezioni dell’Arpac sollecitate dai miasmi denunciati
dai cittadini hanno rivelato nel suolo veleni fuorilegge come cadmio, cromo VI,
mercurio e solventi clorurati. E proprio in queste ore l’imponente incendio
divampato a Taverna del Re – lo storico e gigantesco sito di stoccaggio di
ecoballe nel giuglianese – si specchia in modo speculare e angosciante con il
rogo di Airola.
Il filo conduttore è lo stesso: l’eco-criminalità e l’incuria ambientale non
sono solo reati, ma fanno parte di un approccio culturale che considera la
provincia come una discarica in cui bruciare le responsabilità. È per questo che
bisogna svegliarsi dal sonno stantio della vita lenta e dei borghi
incontaminati: la lentezza che ci stiamo raccontando non è armonia con la
natura.
La mobilitazione ad Airola di domenica 6 settembre, su iniziativa di giovani
locali, è stato un primo e chiaro segnale della volontà di non cedere più alla
tentazione della passività, gettando le basi per interventi di ricostruzione che
non si fermino al clamore e che non restino chiusi dietro porte di vetro. Siamo
il tassello di un’economia che – lo ha ricordato il dottor Marfella durante la
manifestazione – dovrebbe garantire il benessere e la felicità collettiva, un
principio che è stato deviato, mettendo gli interessi di pochi davanti alla
salute pubblica e all’ambiente.
A quegli interessi è necessario rispondere mobilitandosi in tanti, perché, come
hanno denunciato gli attivisti di Stop Biocidio presenti domenica ad Airola, la
Terra dei Fuochi non è un perimetro ristretto, ma una geografia estesa di veleni
che vive del mito ipocrita del riciclo, di capannoni strapieni di rifiuti
industriali che prendono fuoco quando il danno è ormai consumato. L’Italia è già
stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver
informato i cittadini sui rischi che correvano: pretendere dati reali e verità
sanitaria è l’unica via rimasta.
L’esigenza di rivendicare risposte è stato, in effetti, il focus di molti
interventi dei cittadini e dei rappresentanti della associazioni che hanno
animato anche il consiglio comunale straordinario di lunedì 7 settembre. È stata
una lunga seduta, conclusa con l’approvazione unanime di una delibera che
impegna l’amministrazione a intervenire su bonifica, monitoraggio sanitario e
ambientale, sorveglianza della popolazione esposta, tutela delle attività
produttive, ristori e agevolazioni per le aziende colpite, oltre alla
costituzione di un’unità di crisi e al coordinamento con i sindaci della Città
Caudina.
A queste legittime pretese dobbiamo continuare ad affiancare l’abnegazione nello
studio dei nostri contesti, la richiesta di riscontri e di accesso ai dati per
opporci al disastro, aggirando le scorciatoie narrative. Chi opera nel mondo
dell’associazionismo ha il dovere di proporre questo nuovo sguardo, perché,
oltre alla mobilitazione, diventa importante costruire un abbecedario della
cittadinanza, un percorso che aiuti tutti ad acquisire conoscenze, strumenti e
nuovi approcci.
«Nei paesi – mi ha detto Miriam Corongiu: agricoltrice, scrittrice e attivista
impegnata nella Terra dei Fuochi – la presa di coscienza ambientale è un
processo ostacolato da pressioni sociali, giudizi, reticoli familiari o
complicità locali. Creare consapevolezza richiede un lavoro “persona per
persona”, partendo da piccoli nuclei e cerchi stretti di fiducia, per poi
allargare gradualmente le assemblee. È fondamentale connettersi con le realtà
territoriali che hanno già affrontato lotte simili per mutuarne strategie
pratiche e legali. Bisogna però ridefinire cosa sia un risultato tangibile: in
contesti segnati da profonde iniquità ambientali, l’obiettivo iniziale non è
quasi mai la vittoria immediata, ma condizionare il dibattito pubblico, rompere
il silenzio». (carmen ciarleglio)
(disegno di naum)
A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti
dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle
popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del
percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con
oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta
ancora incompiuto.
La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al Commissario unico
per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati, struttura incardinata
presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale Giuseppe
Vadalà, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa
dei comitati attivi nella Terra dei Fuochi. Una diffidenza tutt’altro che
pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della
gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. Dal 1994 la regione è stata
attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per
la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo
smaltimento illecito dei rifiuti speciali.
L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza
rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La
struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e
recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del Consiglio
d’Europa. Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie,
sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni
erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali
sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre
7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni. È stato inoltre
riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni
agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione
delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo
con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo
sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo
studio a supporto delle misure richieste dalla Cedu, sulla falsariga dello
studio che l’Iss ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la Procura di
Napoli Nord.
Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo
rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità
dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato,
quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio
dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini
di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e
risanamento ecologico. Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i
risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La
struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i
prossimi anni di 329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la
riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32
grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o
messa in sicurezza definitiva.
Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in
programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa
ricognizione commissariale, tuttavia, stima in 2 miliardi e 527 milioni di
euro il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica.
A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30
milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno
complessivo individuato supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Che cosa
rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e
ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni
di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi
alla questione contabile. Ciò che emerge davvero, però, è la misura della
distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al
Consiglio d’Europa e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di
durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e
accompagnare le indagini fino alle bonifiche.
La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma
anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti
abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno
visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle
discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce,
ancorché qui si concentri il dramma più profondo della Terra dei Fuochi.
Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti
anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività
conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica.
Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi
definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della
sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza
alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale.
Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative
alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di
monitoraggio della Regione Campania in collaborazione con l’Università Federico
II. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di
contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il
tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate
rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena. Le criticità più
significative si concentrano proprio nei territori della Terra dei Fuochi, con
superamenti registrati, tra gli altri, a Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal
di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra e Succivo. La Federico II
aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare
azioni immediate di sanità pubblica.
La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento
dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il
problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per
l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi
stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova
emergenza. In questo rovente mese di luglio, ad Acerra, il Comune ha disposto la
chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di
tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il
numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni
interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione
cautelativa dei pozzi privati.
Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee,
tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di
fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei
territori di Napoli e Caserta. A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del
problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più
pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene,
tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di
contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non
tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e
sulle produzioni agricole.
C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di
Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero
degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per
sé evocativa della risoluzione del problema. I maxi-roghi verificatisi
recentemente tra Giugliano e Scampia, così come i roghi di Acerra e di altri
territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una
capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a
esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di
plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti
urbani e speciali.
Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della
Terra dei Fuochi rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le
accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma,
scala e geografia. Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno
acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e
stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei
rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali
combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e
potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala
sovracomunale.
È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’Agro Caleno in funzione
dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025
nell’azienda di stoccaggio Campania Energia, tra Teano e Riardo, ha interessato
un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di
intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al
valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica. A questo episodio
si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti,
come Gesia di Pastorano e le criticità riscontrate nelle attività di gestione
dei rifiuti presenti tra Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise e gli altri
comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso
i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’Agro Caleno e nel Medio
Volturno.
Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro
storico di Terra dei Fuochi. Una dinamica analoga sta emergendo in Puglia, dove
la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta
segnando in maniera inquietante l’estate in corso. Nel giro di poche settimane,
un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di
stoccaggio a Francavilla Fontana, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio
di due chilometri; a Manduria sono stati distrutti dalle fiamme sette
autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della
raccolta; a San Paolo di Civitate, nel foggiano, un incendio di vaste
proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di
metri dalle abitazioni.
Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra Carbonara, Ceglie e
Loseto; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla
convocazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con
la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte. Nel maggio
2026, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari ha
ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali
provenienti anche dalle province di Napoli e Caserta verso le aree interstiziali
delle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani. L’inchiesta ha interessato
rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue
provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e
sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva
avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di
destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti.
A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato
delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il
polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle
materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali
presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo
l’intera filiera a una pressione crescente. Al momento, la criticità appare più
evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di
raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a
riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi
industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti
potrebbe propagarsi rapidamente verso il Mezzogiorno, aggravando le condizioni
già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti
irregolari e incendi nei siti di deposito.
Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la
responsabilità della Terra dei Fuochi, come intende affrontare i flussi
intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il
fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo
storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente
convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a
ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno. La storia, insomma, si ripete
a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi
comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I
dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per Napoli
e Caserta; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma
non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali
abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi
o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi. La scala
provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze
interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno
strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni
episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i
materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti
ambientali e le misure cautelative adottate. Una banca dati permetterebbe di
costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i
piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i
roghi con le caratteristiche dei territori.
Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei
rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo
lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il
giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e
quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di
finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la
variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale. La struttura
commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi,
spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla
comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo,
raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna
rapidamente nelle condizioni precedenti.
In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la
fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità
ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa,
schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto
respiro delle comunali. In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin
dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari
delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le
risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di
monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di
persistente inadempienza. Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei
confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio
alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di
personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza
amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento
straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si
morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso.
La stessa Corte europea ha posto la necessità di una strategia
politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di
monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è
proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione. Il governo ha
affidato il monitoraggio a Ispra, ma ha poi indebolito la credibilità della sua
terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto Maria
Alessandra Gallone, già senatrice per due legislature nelle file di Forza Italia
e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, Pichetto Fratin. In altre
parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie
politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso
perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà
sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea.
La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere
considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza,
soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla
Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama
fuori, indicando la competenza di qualcun altro. Il governo rinvia alla Regione,
la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla
carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei
rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla
necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema
mostra ancora tutta la sua vulnerabilità.
Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà
economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei
rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre
la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato
ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto
produttivo locale. Può la repressione sostituire una politica capace di
intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si
riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue
articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla
frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di
raccolta e trattamento dei rifiuti speciali?
Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto
produttivo locale, dal distretto industriale di Grumo Nevano-Aversa,
specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di
San Giuseppe Vesuviano, uno dei principali poli meridionali del
tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro
nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e
decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle
plastiche e agli pneumatici. La stessa assenza di una politica industriale
ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le Aree di
sviluppo industriale (Asi) disseminate tra le province di Napoli e Caserta, oggi
relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella
della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la Terra dei
Fuochi.
I prossimi mesi saranno decisivi. Il 30 gennaio 2027, a due anni dalla
pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di
verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di
attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche
ambientali nel contesto nazionale e regionale. Il 30 aprile 2027, termine
giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà
dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio
indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In
questi mesi si deciderà se la Terra dei Fuochi continuerà a essere amministrata
come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria
priorità per gli enti locali.
In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare
la propria autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento.
Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza
arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai
territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale.
Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante
delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e
contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso
tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di
istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere
viva per il futuro di questi territori. Perché, in definitiva, il futuro della
Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori
di Napoli e Caserta, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di
agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che
sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione,
già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono
gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica.
(pasquale pennacchio)
La polizia carica i manifestanti davanti al Parlamento mentre cresce la
“Rivoluzione dei fenicotteri”. Da due mesi migliaia di persone chiedono le
dimissioni del governo Rama e la cancellazione delle …
(foto di giuseppe carrella)
A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore,
infine come vista.
In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro
una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro
la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture
dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso
principale al mare.
Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni,
sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento
si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare,
è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene
lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa
assemblea, riparo, punto di partenza.
Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare.
Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli
di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo
territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde:
“Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa
precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi.
Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale,
abitativa, relazionale.
La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San
Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si
riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio
ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di
centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per
individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre
dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo
popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso
rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto.
Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla
città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il
mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano
ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui.
San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È
un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura
industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse.
La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana.
L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e
lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La
deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata
nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli
pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per
questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e
carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere
materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire
chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero
accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di
Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire
agli abitanti.
Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini
chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno
bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia,
mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il
patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a
coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta
sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato
scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici,
passa una grande nave metaniera LNG.
(foto di giuseppe carrella)
È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini
che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme
l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua:
puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia
polverosa, il mare sporco.
Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di
chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui
perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura.
L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi
stanno male».
La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate,
sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di
bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una
madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se
quell’acqua possa farli stare male.
Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e
materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un
pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e
cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale
termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche
Officine, dove un tempo si producevano locomotive.
Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato
dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli
striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima
festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo
bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo
della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato,
abitato, rimesso in movimento.
(foto di giuseppe carrella)
Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono
distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si
chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea
pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una
riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del
quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale,
controllabile, utile alla popolazione.
Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è
svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che
potrebbero essere bellissimi.
Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si
avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte,
una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più
spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo
della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori
disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
Il report Diritto non crimine: la repressione degli ecoattivisti, la
criminalizzazione del conflitto e il diritto costituzionale a difendere ambiente
e territori ai tempi dei decreti sicurezza. CONFLITTO E RESISTENZA. …