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Un anno dopo la sentenza su Terra dei Fuochi, nasce il comitato per vigilare sulle bonifiche
(archivio disegni napolimonitor) Quando inseriamo le indicazioni per il luogo dell’assemblea e saliamo in macchina, non ci accorgiamo che ci porteranno in una chiesa. Precisamente nella chiesa di San Matteo Apostolo, a Giugliano in Campania, provincia di Napoli. È qui che, il 18 dicembre scorso, una settimana prima di Natale, si è tenuta l’assemblea di cittadini per la costituzione del comitato di vigilanza dell’attuazione della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Nel gennaio 2025,  la corte ha condannato lo Stato italiano per la gestione del disastro ambientale della Terra dei Fuochi, ritenendolo responsabile di non aver protetto la vita dei residenti esponendoli a rischi ambientali e sanitari per decenni. Che un’assemblea dei comitati si svolga in una chiesa sorprende non troppo, visto il ruolo storico delle parrocchie in questo territorio. Da don Patriciello a Caivano a don Massimo Condidorio qui a Giugliano, i parroci “di frontiera” sono stati spesso protagonisti della lotta contro il disastro ambientale. A sorprendere, semmai, è la presenza di una volante dei carabinieri a presidiare l’ingresso. Anche questo, però, non è del tutto inatteso. All’interno, sedute tra i banchi di legno, ci sono le diverse anime dei comitati della Terra dei Fuochi: Acerra, Caivano, Pianura. Ognuna porta con sé una storia specifica che parla di rifiuti interrati, roghi tossici, ecoballe, dove contaminanti diversi hanno disegnato differenti genealogie dei dolori, accomunate da patologie tumorali, neoplasie e morti premature. Su questi veleni, negli anni, i comitati hanno costruito una conoscenza scientifica che supera spesso quella accademica grazie a dati raccolti dal basso, studi indipendenti e relazioni puntuali tra esposizione ambientale e malattie. Introducendo l’assemblea, è il parroco don Massimo Condidorio a fare gli onori di una casa la cui sacralità dovrà accompagnare la battaglia. Una benedizione sugellata da un padrenostro recitato collettivamente. Accanto a lui, l’avvocata Valentina Centonze, parte del team legale che ha guidato il ricorso, entra subito nel vivo sottolineando il valore storico della sentenza e ricordando la responsabilità che questa affida proprio al comitato esecutivo che si sta istituendo. La sentenza della CEDU ha riconosciuto ciò che i comitati dicono da almeno trent’anni: nella Terra dei Fuochi lo Stato italiano non ha protetto e continua a non proteggere i propri cittadini e le proprie cittadine da gravi rischi ambientali e sanitari. La sentenza definisce la risposta delle amministrazioni locali e nazionali come non “sufficiente, sistematica, coordinata e strutturata”. Dallo stesso pulpito, Vincenzo Petrella, vicepresidente dei Volontari Antiroghi di Acerra, ironizza: «Persone a distanza di migliaia di chilometri da noi, che nemmeno parlano la nostra lingua, hanno capito quello che volevamo dire. Allo stesso tempo, amministratori locali che parlano il nostro stesso dialetto, che vivono nelle nostre strade, hanno fatto finta per tanto tempo di non capire le nostre parole». È un passaggio del discorso che raccoglie anni di derisioni e di rabbia. «Ci hanno accusato di essere allarmisti, di diffondere paure infondate. Hanno persino alluso che fossimo noi ad appiccare i roghi tossici, perché non si spiegavano come mai fossimo sempre presenti quando bruciava un cumulo di rifiuti. Noi abbiamo sempre risposto che eravamo lì perché forse loro, le istituzioni, non c’erano. Ora la sentenza CEDU certifica che loro sapevano… e hanno scelto di non agire». Il lavoro storico dei comitati nel segnalare la crisi socio-ecologica della Terra dei Fuochi è riassunta, secondo Antonio Marfella, oncologo di Medici per l’Ambiente, nel fatto che la sentenza porti il nome di Alessandro Cannavacciuolo, primo firmatario del ricorso. Nel 2007 la pubblicazione delle foto delle malformazioni che avevano colpito le pecore di suo zio Vincenzo, pastore di Acerra, suscitarono l’interesse della stampa internazionale. Vincenzo Cannavacciuolo si ammalò e morì pochi mesi dopo. Per l’oncologo Marfella, siamo entrati nella “fase sette della crisi”. Secondo la sua storiografia, la nascita del fenomeno della Terra dei Fuochi è legata principalmente allo smaltimento illegale dei rifiuti, fatto di interramenti, sversamenti e roghi. Oggi, invece, le contaminazioni principali passano sempre più attraverso il circuito legale dello smaltimento. «La correlazione che dobbiamo tracciare è tra i siti di stoccaggio dei rifiuti e l’insorgere dei casi tumorali. Questi dati le Asl non li diffondono, o si rifiutano di diffonderli, quindi è nostro compito produrli. Ognuno secondo le specificità del suo territorio. Qui siamo a Giugliano, per esempio, l’attenzione allora si dovrebbe concentrare sui Pfas, visto l’ammontare di rifiuti smaltiti in questa zona». Gli Pfas sono sostanze perfluoroalchiliche, dette anche “inquinanti eterni” per la loro persistenza nell’ambiente, e il riferimento è allo Stabilimento di tritovagliatura e imballaggio rifiuti (Stir) proprio di Giugliano e al fatto che qui passino quotidianamente almeno cinquecento tonnellate di rifiuti solidi urbani. Giorni festivi compresi. Queste parole fungono da introduzione all’intervento di Giovanni Merola, avvocato del movimento chiamato proprio “Basta Impianti”, attivo nell’Agro Caleno, dove sono ben ventidue gli stabilimenti di rifiuti nel raggio di pochi chilometri. «In queste zone – dice – è possibile sovrapporre perfettamente la mappa dei casi tumorali a quella degli impianti». La notizia dell’apertura dell’ennesimo stabilimento tra Pignataro Maggiore e Capua come il divampare dell’ennesimo rogo tossico a Teano, hanno riacceso la rabbia della cittadinanza, culminata con il blocco del casello autostradale a fine settembre. Una riattivazione che ha già prodotto risultati concreti, dal sequestro dell’impianto di Sparanise all’audizione con i comitati della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e agli illeciti ambientali, prevista nei prossimi mesi. Gli avanzamenti, seppur lenti, delle lotte ambientali negli ultimi mesi hanno riattivato qualcosa che somiglia alla speranza. Non una speranza ingenua, ma la consapevolezza di avere un nuovo potente strumento giuridico tra le mani. La sentenza della CEDU impone allo Stato italiano di adottare entro due anni misure concrete e dettagliate, indicate dalla stessa Corte, per fronteggiare i danni ambientali. Un anno, nel frattempo, è già passato. La costituzione del comitato esecutivo servirà a dare vita a un meccanismo di monitoraggio indipendente per vigilare affinché siano rispettati gli obblighi imposti dalla sentenza. Dalle bonifiche al monitoraggio sanitario, dovranno essere investiti milioni di euro per la Terra dei Fuochi e sarà compito del comitato assicurarsi che questi soldi vengano spesi per la messa in sicurezza e la bonifica del territorio. L’istituzione del comitato esecutivo segna l’inizio di una nuova fase storica. Il comitato si propone come interlocutore stabile delle istituzioni, garante della trasparenza e strumento di pressione civile nei confronti del governo e della Regione. È un nuovo esperimento politico, che si inserisce nella lunga storia dei movimenti della Terra dei Fuochi e ne rilancia il laboratorio. La Corte europea, infatti, riconosce esplicitamente che Ong, associazioni, gruppi della società civile e anche singoli individui possano inviare comunicazioni scritte per segnalare criticità, ritardi o attuazioni solo formali delle misure imposte dalla sentenza. La scommessa dei comitati è trasformare questa possibilità giuridica in un controllo popolare sistematizzato e di fare della messa in sicurezza del territorio uno spazio di partecipazione politica. L’assemblea è un susseguirsi di testimonianze fatte di documenti, cartelle cliniche, pennette usb consegnate simbolicamente al tavolo del comitato, perché il dolore raccolto in quelle carte possa essere condiviso e diventare strumento di riscatto. Prima di sciogliersi, ci si dà appuntamento al giorno successivo: ancora a Giugliano e ancora in una chiesa, la Collegiata di Santa Sofia. Il comitato appena nato diventa così immediatamente operativo, chiamato a confrontarsi pubblicamente con le istituzioni e con il commissario straordinario Giuseppe Vadalà. Ci rimettiamo in macchina consapevoli di essere alle porte di un nuovo ciclo di lotte e che dai rapporti di forza che queste sapranno generare dipenderà il futuro della Terradei Fuochi. (raffaele guarino)
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Non c’è pace tra gli ulivi. Il glifosato da medicina a veleno
(disegno di valeria cavallone) Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale. Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del più diffuso pesticida a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli. “Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani”, è il titolo dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology, che attestava che il glifosato, commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Gli autori concludevano che l’erbicida non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è stata considerata negli anni una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato, citata a livello globale in oltre ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità come l’Agenzia per la protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore della rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di “gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”. Lo studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato dai ricercatori dipendenti della Monsanto e anche la peer review viziata da questa pratica in conflitto con la ricerca indipendente. A detta del caporedattore, gli autori potrebbero aver ricevuto un risarcimento finanziario da Monsanto per il loro lavoro su questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”. Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto “biologico”, una panacea contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva preso piede sin da quando il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole quotidiane in tutto il mondo. Se per l’agricoltura industriale il principio fondamentale è  l’utile sempre e comunque, allora il glifosato è l’ideale per liberarsi delle erbe “infestanti” perché sbrigativo, efficace e bisognoso di poca manodopera, giusto il trattorista per le irrorazioni. In Puglia, addirittura, tra la fine degli anni Novanta e il 2010 il glifosato della Monsanto, in base a questo dogma riduzionista, è stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo e il sostegno delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico, il Salento è stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di Roundup Gold e Platinum, che non ha risparmiato nessun areale. La tecnologia testata rientra nel programma GIPP (Gestione Infestanti Piante Perenni) della Monsanto iniziato nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013, finalizzato al controllo delle erbe infestanti negli oliveti, attraverso l’utilizzo dell’erbicida contenente glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno delle autorità scientifiche regionali e il totale consenso degli amministratori. Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati come infestanti e invece dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di altissimo pregio, siano stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato le specie e la biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli agricoltori ma anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente dotati di un livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da sempre definito come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito il Roundup nel 2018, continua a sostenere che la sostanza chimica è sicura se utilizzata secondo le istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il mondo rurale è tra le prime vittime per livello delle insorgenze tumorali in tutto il mondo e il Salento è la prima regione in Europa per insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E pensare che tecnici e scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la causa della innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con sicumera e arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto subire una sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se lo dice la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa sempre più una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi. Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha reso le piante più vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei suoli del Salento già sottoposta alla pressione della desertificazione associata alle cattive pratiche agricole. In letteratura scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti chimici e, dunque, la maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è conosciuta da tempo. Per quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati molti problemi: una riduzione significativa di macro e micro nutrienti riscontrata nei tessuti delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua interazione con la disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per conservare la salute della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle piante nei raccolti. Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi secolari e monumentali, dal 2013 si comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento degli ulivi, la xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato, l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate che producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti, per eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima” e  “allargare il campo di indagine della malattia di disseccamento degli ulivi anche all’eventuale correlazione con l’utilizzo massiccio di glifosato”. In effetti, osservando la zona focolaio, si era accertato come i disseccamenti fossero a macchia di leopardo con maggiore presenza di sintomi nei terreni che utilizzano in modo massiccio i disseccanti, in particolare il Roundup della Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione biologica. Come mostra Margherita Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di disseccamento degli olivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003 al 2010, è fino a due volte più alta che nella provincia di Bari, e fino a quattro volte superiore rispetto alla provincia di Foggia. Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che cala ombre sulla qualità della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche? Che scienza e scienziati, lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e interessi di vario genere, sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni talvolta addirittura maggiori rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la posizione sociale che ricoprono può essere più determinante rispetto, come in questo caso, a problematiche che coinvolgono la salute delle persone e dell’ambiente; che la peer review può essere aggirata e inficiata in diversi modi e da diversi fattori, per esempio dal meccanismo perverso delle citazioni e auto-citazioni che diventano una garanzia per il successo, spesso commerciale, prima che scientifico, di alcuni prodotti, tecnologie e personalità afferenti al mondo scientifico. Le pubblicazioni relative a xylella (test di patogenicità, brevetti relativi a presunte piante, immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari) sono emblematiche di questa crisi della scienza e della ricerca sempre più esposta a interessi industriali, legati alle esigenze di carriera e affermazione bibliometrica di taluni scaltri ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli affari. (giuseppe vinci)
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In corteo a Vitulazio contro la devastazione ambientale. Una fotogalleria
Fotogalleria di Fabrizio Ferraro Vitulazio (Caserta), 13 dicembre, ore 15.00. Calcestruzzo annerito intorno ai nostri passi. Siamo in corteo con il Movimento Basta Impianti. Un intreccio irregolare e numeroso di volti, età e rabbie. Altrettanto cospicuo lo schieramento delle forze dell’ordine. In testa un furgone, tra gli amplificatori spiccano le foto dei “martiri”. Superiamo un campanile, l’orologio è fermo alle 11:20. Ci sono anche le attiviste del comitato Mai più Ilside, le cui lotte nel 2021 hanno portato alla messa in sicurezza e bonifica del sito di gestione rifiuti di Bellona. «Noi abbiamo vinto allora», dicono mostrando le immagini del prezzo pagato in salute e vite. Basta Impianti mantiene il passo. A metà gennaio il movimento sarà ascoltato in Commissione bicamerale rifiuti e dalla Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e agli illeciti ambientali.
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Dalla memoria all’azione. Un’assemblea del movimento Basta Impianti nell’Agro Caleno
(disegno di mattia vincenzo abbruzzese) Diluvia, per un momento quasi grandina. È il 2 dicembre e un freddo umido si è cristallizzato sulla città da qualche giorno. Sono le venti circa. Io e Mel, quasi completamente zuppi, ci infiliamo in una vecchia Clio, asciughiamo alla buona il taccuino e la macchina fotografica e partiamo in direzione Bellona, un comune di quasi seimila abitanti in provincia di Caserta, in un lembo dell’Agro Stellato. Stasera si terrà un’assemblea pubblica indetta dal movimento Basta Impianti, cresciuto nelle campagne dell’Agro Caleno, dove da anni si consuma la convivenza forzata con siti di stoccaggio, impianti di trattamento rifiuti e progetti industriali ad alto impatto. Partecipano residenti e attivisti che si oppongono all’idea di un territorio condannato a essere “compromesso”. L’oscurità e la condensa sul parabrezza filtrano un paesaggio quasi inosservabile fino all’ingresso nel borgo, dove le luci di Natale restituiscono un po’ di opaca visibilità. Entriamo nel teatro parrocchiale alle spalle della chiesa di San Secondino. Nella lunga sala alcune decine di persone tra tavoli di plastica ricoperti da incerate verdi, formano un’ovale di sedie; il microfono è aperto e già si susseguono gli interventi moderati da un ragazzo dai capelli lunghi seduto accanto all’amplificatore. Alle sue spalle un lungo striscione plastificato con il lettering in maiuscolo “Basta Impianti”. Ancora umidi prendiamo posto e ascoltiamo Pasquale, un attivista: «Noi ci dobbiamo sentire tutti in dovere di parlare di ciò che è malato. Sono stato fuori le scuole per parlare ai genitori dell’urgenza, dell’importanza del corteo del 13 dicembre a Vitulazio. Le autorizzazioni per nuovi impianti portano noi cittadini ad ammalarci sempre di più per cui, cari genitori, non è solo una questione di senso civico partecipare a questa battaglia, voi lottate per evitare un pericolo che vi tocca direttamente. C’è stato tra loro chi mi ha risposto che da queste parti la monnezza o si sotterra o s’appiccia. Che cosa può insegnare un genitore così a suo figlio? C’è chi pensa che il diritto di proprietà legittimi qualsiasi tipo di brutalità, ma la terra non ha padroni. Noi siamo di passaggio, lo dobbiamo alle future generazioni. Stasera siamo in tanti e dobbiamo essere ancora di più». Dopo di lui parla Clemente Carlino, che è stato assessore del comune di Grazzanise al tempo delle “ecoballe”. «Questa terra – dice – è stata scelta come il “buco dove sversare”. Tutti questi luoghi sono stati considerati tali, da Santa Maria Capua Vetere a Cancello e Arnone, da Borgo Appio a Grazzanise, questa è la nostra condizione da tempo. Ora sappiamo che ci sarà un ampliamento da quattro a nove vasche nell’impianto di biogas di Arianova a Pignataro Maggiore, tra l’altro ci dicono che è un impianto non impattante… Balle! Non ci sta niente da fare, noi siamo condannati alla ribellione! Ma non dobbiamo fermarci qua. Io dico che dobbiamo andare più in là dell’Agro Caleno e unirci con tutti i luoghi di sofferenza ambientale, fino al litorale domizio…». La chiusura dell’intervento è accolta da applausi, e qualche colpo di tosse. L’intervento successivo è del neoeletto consigliere regionale Raffaele Aveta del Movimento 5 Stelle. Parla della sua vicinanza alla causa,  del suo interesse alle politiche ambientali e sanitarie, di una serie di casi che ha seguito personalmente; si definisce “ambientalista militante”. «Forse – dice a un certo punto – a Caserta c’è qualcuno che vuole davvero fare politica come servizio alla comunità…». Una voce si leva in fondo alla sala: «Sì, ma non a parole, che pensa di fare la Regione?». Risponde Aveta: «Sicuramente non dare in gestione siti di stoccaggio a società con capitale sociale quasi nullo, quelle sono truffe!». A questo punto un cellulare suona rompendo per qualche istante il silenzio durante il cambio al microfono. Getto uno sguardo in fondo alla sala verso il gruppo di non più giovanissimi signori da cui era partito il commento. La storicità del fenomeno Terra dei fuochi sta nelle loro rughe… Proprio qualche giorno prima, il dottor Marfella, oncologo, membro di Medici per l’ambiente, che da anni si occupa di questi temi, mi aveva raccontato l’aspetto dinamico di questo fenomeno industriale, un’anatomia articolata in sei fasi distinte. La prima fase (1980-2014) è quella degli sversamenti. Per decenni, rifiuti speciali e tossici, in larga parte provenienti dal Nord, sono stati interrati o abbandonati al Sud. Un ciclo interrotto solo nel 2014 dall’introduzione dei primi delitti ambientali. Questo segna l’inizio della seconda fase (2014-2019). Quelle norme, focalizzando la pena sui roghi ai bordi stradali, hanno prodotto un effetto perverso: i fuochi tossici si sono semplicemente spostati all’interno di depositi e siti di stoccaggio, spesso localizzati al Nord, invertendo di fatto la rotta prevalente del traffico illecito. La terza fase (2020-2022) si apre con la pausa forzata del lockdown, che spegne tutto per un po’. Alla ripresa, in assenza di impianti campani per i rifiuti speciali, il sistema reagisce esternalizzando il problema: parte un flusso massiccio e scarsamente controllato di rifiuti verso l’estero. Ma l’aumento dei costi di trasporto porta alla quarta fase (2021-2022): non conviene più esportare. Si torna quindi all’antico, ai roghi tossici locali. È una crisi globale, quella energetica, a innescare la quinta fase (2022-2023). Da agosto 2022, il caro bollette paralizza anche le attività illegali. I roghi cessano, non per un’azione repressiva, ma per semplice insostenibilità economica. Ora viviamo la sesta fase (2022-2025), quella dell’attesa. Si attende l’operatività del sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti RenTRi. Un’attesa che potrebbe durare ancora anni. Ritorno con lo sguardo al microfono perché intanto, ha preso la parola il ragazzo coi capelli lunghi che siede accanto all’amplificatore, si chiama Dario. «Diamo battaglia da trent’anni nei nostri territori – dice –, siamo disposti a rivoltarli come calzini per seguire gli sviluppi di queste vicende, senza mollare di un centimetro. Non siamo Nimby (not in my backyard, non nel mio cortile), per cui proseguiremo dialogando con tutte le parti coinvolte e interessate a sostenere le istanze di questo movimento, dentro e fuori l’Agro Caleno». Poi, rivolgendosi al neo consigliere, prosegue: «La prossima volta però ci portiamo il cronometro per gli interventi – e aggiunge sorridendo –, e adesso lascio il microfono per i venticinque minuti dedicati a Ignazio…». Risate, qualche applauso. Ignazio è seduto proprio lì accanto. È un medico, appare preoccupato: «Vorrei far passare un messaggio, oggi è difficile… Dal ’98, dai tempi del centro sociale Tempo Rosso di Pignataro Maggiore, noi ci siamo. C’eravamo con la bonifica conquistata a Bellona, ma eravamo tanti comitati. Oggi invece c’è un movimento, sta cambiando il tipo di attacco. L’Agro Aversano è stata la Terra dei fuochi parte uno, qui si sta per osservare la parte due. C’è una mappatura che stiamo realizzando che mette in relazione l’incidenza tumorale e la concentrazione di impianti nella zona. Mappiamo anche i roghi. Perché la gente che vive di monnezza, nomi e cognomi, sono sempre gli stessi o amici loro.  Tra non molto apriranno il nono impianto di stoccaggio tessile a Vitulazio. In una zona che già presenta un aumento della diffusione e dove l’età di contrazione tumorale si abbassa ancora: non solo abbiamo più casi ma avvengono anche prima; andremo a dire a una donna trentenne che non potrà avere figli per questo… L’obiettivo del corteo del 13 dicembre sarà di incontrare il governatore Fico. Perché deve essere riconosciuta la straordinarietà del problema. Ci giochiamo il titolo di zona straordinaria, speriamo di non giocarci quello di Terra dei fuochi bis. Noi qui parliamo di impianti che stoccano, mettono “in garage” il rifiuto. Basta impianti, siamo saturi! Ci va più che bene un solo sito di riciclaggio adeguatamente controllato e monitorato, ma che sia funzionale alla chiusura degli altri quaranta. A Sparanise, a breve realizzeranno altri due impianti e a Vitulazio altrettanti nuovi siti per rifiuti tessili. Sappiamo che sono stati sequestrati per illeciti proprio due impianti tessili in loco, degli otto presenti. Il buon senso mi porta a dire: controlliamo anche gli altri sei. Noi chiediamo il ritiro delle concessioni per quelli sequestrati e il controllo di tutti gli altri attivi. Chiediamo una valutazione di impatto ambientale per rischio cumulativo. Siamo in condizioni di saturazione ambientale…». Il discorso di Ignazio prosegue ancora e si conclude con un lungo applauso. Gli ultimi interventi sono di Enzo Palmesano, giornalista di Pignataro Maggiore noto per le sue inchieste contro la criminalità organizzata e le ritorsioni subite dalla camorra, il quale racconta due importanti roghi avvenuti a Bellona nel 2012 e nel 2017: «Il 29 dicembre 2017 la popolazione disse basta e con una delegazione sostanziosa si presentò sotto il municipio. C’erano attivisti, sì, ma c’erano anche i malati di tumore, i familiari delle vittime, diverse persone anziane. Chiedevamo risposte. La reazione delle istituzioni in quella circostanza fu di chiamare i carabinieri. Sono andati sotto processo diversi di quei malati. Undici persone assolte recentemente perché il fatto non sussiste. Per questo sono contento che questa riunione si faccia proprio qui a Bellona. Abbiamo il timore che il 13 dicembre a Vitulazio possa essere usata l’arma della repressione, i segnali ci sono… Questo è il movimento più importante nato in questa provincia nell’ultimo quarto di secolo, c’è gente da tutta Italia che si sta chiedendo che sta succedendo nell’alto casertano. I sindaci pro-impianti, in queste zone compromesse, sono nemici, non avversari politici». I vestiti sono quasi asciutti, l’assemblea è finita. Usciamo: non piove più e la brina sull’Agro Stellato si solleva, restituendo un paesaggio in bilico tra la memoria di chi ha lottato e l’attesa delle prossime azioni concrete di un’intera comunità. (edoardo benassai)
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Se oggi il popolo reclama la vita. Un mese di mobilitazioni per l’ambiente in Tunisia
(disegno di dalila amendola) Che cosa significa, oggi, richiedere il diritto alla vita in Tunisia? A Gabès, città del sudest trasformata in una zona di sacrificio, la risposta risuona nelle piazze. Riecheggia, in questi giorni, la sensazione che vivere a Gabès, la più grande città del sudest tunisino, sia come vivere in una zona di guerra. Un tempo nota per ospitare un sistema unico al mondo di oasi litorali, la città è ora paradigma di un sistema di sfruttamento del territorio senza limiti né confini. Le ragioni sono da ricercare nelle relazioni coloniali tra Sud e Nord globale e, nello specifico, nella trasformazione del territorio tunisino in una fabbrica a cielo aperto per la produzione – per lo più – di fertilizzanti da esportare in Europa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso: i casi di soffocamento. È però nei paradossi del capitale che si sviluppano comunità resistenti in grado di inceppare l’avanzare delle faglie dell’accumulazione. È quanto sta accadendo questo mese nel territorio di Gabès, dove, a partire dall’inizio di ottobre, si sono susseguite una serie di mobilitazioni finalizzate allo smantellamento delle unità produttive inquinanti del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Le proteste, che hanno raggiunto il loro apice nel grande sciopero regionale del 21 ottobre, affondano le radici nei numerosi casi di soffocamento verificatisi a settembre. Le aree circostanti il complesso chimico e industriale sono state – e continuano a essere – colpite da fughe di gas tossici che causano asfissia, difficoltà respiratorie e motorie nelle persone esposte. Tra queste, numerosi bambini e bambine che il 10 ottobre sono stati trasferiti in ospedale perché, mentre erano in classe, stavano improvvisamente soffocando. Le immagini virali di quel giorno hanno segnato un punto di rottura definitivo per un territorio che da decenni si mobilita per rivendicare il diritto alla vita. La risposta della comunità è stata immediata e, nei giorni a seguire, si sono susseguite numerose proteste davanti ai cancelli della GCT, durante le quali non sono mancati momenti di tensione con le forze dell’ordine. In questo clima, il 14 ottobre si sono verificati nuovi casi di soffocamento, scatenando una nuova ondata di rabbia raccolta nella marcia popolare del giorno seguente. I video di quei momenti mostrano scene di forte tensione e una rabbia sociale diretta contro gli impianti inquinanti dell’industria dei fosfati. Le oasi e le spiagge, un tempo descritte come un paradiso terrestre e oggi devastate dalla contaminazione, sono diventate teatro di scontri tra polizia e manifestanti, con l’uso di gas lacrimogeni. È di quei giorni anche la notizia, diffusa dall’ospedale, della fine delle bombole d’ossigeno necessarie per trattare i casi di asfissia. Segue il tentativo di organizzare la rabbia: a guidare il processo c’è il movimento ecologista Stop Pollution, nato a Gabès dopo la rivoluzione e oggi capofila nella resistenza al disastro ecologico. Cosa succede quando un corpo “rifiutabile” diventa corpo politico? Quando la lotta per sopravvivere si trasforma in sabotaggio delle relazioni di scarto? Sale la marea. Dalla convergenza tra Stop Pollution e lo storico sindacato UGTT nasce la chiamata allo sciopero regionale del 21 ottobre, che ha coinvolto oltre centomila persone e ottenuto l’adesione totale delle attività commerciali del territorio. Le immagini di quella storica giornata raccontano una comunità che, all’unisono, rivendica il diritto alla vita e lo smantellamento delle unità produttive responsabili di un genocidio urbano senza precedenti nel territorio tunisino. Il popolo si solleva contro la narrazione tossica dello sviluppo, secondo cui alcune comunità sarebbero residuali e sacrificabili, inondando le strade di Gabès con una mobilitazione senza eguali. LE RADICI DEL DISASTRO Le cause del dissenso nel sudest tunisino sono antiche e risalgono alla scoperta, durante la colonizzazione francese, di fosfati nell’area. A partire da allora, l’intera economia materiale e immateriale della regione è stata stravolta e asservita all’estrazione e successiva lavorazione dei fosfati, portando sul lungo termine a una catastrofe ecologica e sociale. L’instaurarsi del monopolio minerario, di cui ancora oggi la Tunisia è schiava, ha consolidato il modello estrattivista basato sulla marginalizzazione sociale e sulla degradazione ambientale. Così Gabès, per la sua posizione strategica, è stata scelta come nodo principale di trasformazione dei fosfati, culminando nella costruzione nel 1972 dell’impianto del GCT. Raccontare cosa avviene a Gabès impone una difficoltà: non si sa dove cominciare. L’impatto ecologico del GCT si inserisce in un quadro più ampio di sfruttamento eccessivo delle terre e delle risorse idriche delle oasi che ne hanno determinato la progressiva scomparsa. Oggi si parla della morte del corpo dell’oasi, metafora potente per la lenta agonia di Gabès. La quasi totalità delle oasi è stata sacrificata per lasciare spazio all’urbanizzazione seguita all’insediamento industriale, ma l’aspetto più grave riguarda l’espropriazione delle risorse idriche: per esempio, nell’oasi di Chenini erano presenti quattrocento sorgenti naturali utilizzate collettivamente e gratuitamente per l’irrigazione; oggi sono tutte esaurite. Quando si parla di acqua, bisogna inoltre guardare al mare, dove quotidianamente l’impianto del GCT scarica — senza alcun trattamento — gli scarti della produzione. Nello specifico, si tratta del fosfogesso, pericoloso a causa dell’elevata presenza di metalli pesanti e materiali radioattivi. Nel corso dei decenni, ciò ha causato un crollo drastico della biodiversità del golfo, che è passato da ospitare duecentocinquanta specie nel 1965 a sole cinquanta nel 2023. Parallelamente all’espropriazione e contaminazione dell’acqua, le ciminiere rilasciano costantemente ammoniaca, anidride solforica e ossido di azoto, trasformando l’aria in veleno. A marzo è emersa anche la notizia della pianificazione di nuovi impianti per la produzione di ammoniaca e idrogeno verde. Dinnanzi a tutto ciò, possiamo davvero parlare di emergenza? Da decenni Gabès soffoca non per un incidente, ma per causa diretta di politiche neocoloniali che si perpetuano. In tal senso, le rivendicazioni dei movimenti sociali ed ecologisti sono chiare: lo smantellamento delle unità inquinanti e la riconversione ecologica del territorio, insieme a un’indagine sugli impatti dell’industria. Le mobilitazioni proseguono, e il 25 ottobre una grande marcia di sostegno ha raggiunto la capitale, inondando le strade di Tunisi. LA DOPPIA FACCIA DEL POTERE Davanti a questo grande movimento popolare, il presidente Kais Saied ha dovuto prendere posizione, garantendo sostegno e solidarietà. Con una strategia tipica, però, ha scaricato la responsabilità del disastro sui governi precedenti, senza offrire prospettive concrete d’intervento. L’unico intervento tempestivo osservato è stato quello delle forze dell’ordine, impegnate a difendere le macchine della morte e a reprimere con violenza i manifestanti. La crisi di Gabès rappresenta un banco di prova cruciale per Saied, che dal 2021 ha intensificato la repressione contro ogni forma di dissenso. Recentemente, sono state sospese per un mese organizzazioni storiche come l’Association Tunisienne des Femmes Démocrates, il Forum Tunisien pour les Droit Economiques et Sociaux e la rivista indipendente Nawaat. Queste sospensioni si inseriscono in una strategia di silenziamento della società civile tunisina, tesa a controllare e limitare ogni opposizione al potere assoluto del presidente. Gli arresti politici – fondati su decreti contro la “cospirazione contro la sicurezza di Stato”, come quello del giudice Ahmed Sawab, condannato a cinque anni di carcere dopo un processo lampo – testimoniano il vortice di regressione democratica in corso. Dal luglio 2021, con lo scioglimento arbitrario del parlamento e l’accentramento dei poteri nelle mani di Saied, le istituzioni si sono progressivamente indebolite, la magistratura subordinata all’esecutivo e le libertà civili fortemente ridotte. La crisi di Gabès mette in luce non solo le sfide ambientali e sociali, ma anche la profonda crisi politica e di legittimità del regime, che risponde con repressione e controllo mediatico piuttosto che con soluzioni inclusive e trasparenti. A soli tredici anni dalla rivoluzione, il popolo tunisino torna a chiedersi cosa significhi davvero lottare per la propria vita in un contesto dominato da violenza e repressione. Nel 2024 e 2025, parallelamente a proteste sociali e ambientali, sono stati registrati ulteriori arresti arbitrari di attivisti e manifestanti. Un caso emblematico è quello di Mohamed Ali Rtimi, attivista queer dell’Association tunisienne pour la justice et l’égalité, arrestato durante una mobilitazione di Stop Pollution il 23 maggio 2025. Le recenti proteste a Gabès sono state represse con arresti e detenzioni arbitrarie, spesso in condizioni che violano i diritti processuali, con accusati privi di avvocati e accusati ingiustamente di essere “cospiratori finanziati dall’estero”. Gli arresti di massa – oltre centocinquanta in due settimane – e la repressione delle proteste pacifiche dimostrano una chiara volontà politica di criminalizzare la mobilitazione popolare e soffocare ogni voce critica. Gabès torna però a sollevarsi, si fa marea contro un potere che vorrebbe sacrificarla, inondando ancora una volta le strade il 31 ottobre. Lottare per il diritto alla vita a Gabès significa rivendicare un diritto basilare come quello di respirare ma anche quello di restare, o meglio, tornare: tornare ad abitare un territorio senza che ciò costi la vita. Significa essere quel sole che sorge ogni giorno, tra i colori lividi della contaminazione e della repressione, sapendo che, per quanto gli si spari addosso, “nessuno può spegnere il sole”. (matilde collavini)
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Sullo Stretto il ponte non lo vogliono. Cronaca di un corteo a Messina
(fotografia di nm) Il 9 agosto un fiume di gente ha attraversato le strade di Messina per dire no al ponte. Più di diecimila persone sono scese in strada lanciando una sfida al ministro Salvini che, qualche giorno prima, durante l’approvazione del progetto definitivo del ponte da parte del Cipess, si era precipitato in città – accolto da una decina di sostenitori tra cui il sindaco della città Basile – per presentare in pompa magna il progetto, con l’avvio dei  cantieri che avverrà entro la fine del 2025, e che prevede l’inizio dei lavori a fine 2025 e soprattutto a fine degli espropri. Al termine dell’incontro, con un fare provocatorio, Salvini aveva lanciato dei bacini ai manifestanti “No ponte” che lo aspettavano fuori dal luogo in cui si teneva l’evento. La manifestazione, partita alle diciotto da piazza Cairoli, ha attraversato le principale arterie del centro, giungendo due ore dopo a piazza Duomo. Sul camion con le bandiere della Palestina e dei No ponte, campeggiava la fotografia di Santino Bonfiglio, militante morto qualche mese fa, a cui è stato dedicato il corteo. Appena dietro il camion, uno striscione con la scritta No ponte, e un pugno chiuso che spezza in due il ponte che unisce le due sponde dello Stretto. Tra i manifestanti tanta gente comune e qualche volto noto, come Antonio Mazzeo, membro dell’equipaggio della Freedom Flotilla che ha provato a rompere l’assedio a Gaza. Il corteo, sebbene sia stato circondato da un numero enorme di agenti in tenuta antisommossa – evidente il clima di intimidazione, nella nuova cornice securitaria sublimatasi con l’approvazione del ddl sicurezza – è riuscito ad affrontare con maturità le diverse provocazioni ricevute, a cominciare dal volo basso dell’elicottero della polizia al momento della partenza del corteo, e alcuni spostamenti anomali di contingenti verso una parte di manifestanti in alcuni tratti della manifestazione. Un altro elemento da sottolineare è stata la decisione di eliminare qualsiasi caratterizzazione partitica, collocando a inizio corteo le bandiere No ponte, e spostando in coda tutti i militanti con le bandiere dei propri partiti e gruppi politici. Nei primi interventi i manifestanti denunciano il tentativo di colonizzazione del progetto ponte promosso dal governo Meloni, la Società Stretto di Messina e Webuild, che alimentano la macchina ponte. In particolare il ruolo di WeBuild (ex Salini-Impregilo), a cui vengono appaltati diversi cantieri in Italia, che ha visto schizzare verso l’alto le azioni in borsa dopo l’annuncio della costruzione del ponte del 2023. Il progetto di WeBuild si realizzerà attraverso un utilizzo di tecniche invasive, cantierizzazione diffusa e alimentando criticità legate allo smaltimento di materiali tossici, come quella già verificatasi per la costruzione del raddoppio ferroviario sulla Messina-Catania, che ha inquinato di arsenico l’area di Contesse, alla periferia sud della città. (fotografia di nm) Tutte criticità che preoccupano la popolazione, visto che le aree di cantiere, tra stoccaggio di materiali e costruzione dei cavi, interesseranno tutta la città, compresi i quartieri che si trovano a più di venti chilometri di distanza rispetto a dove sorgeranno i pilastri del ponte. Il tutto verrà facilitato dal decreto infrastrutture, che per accelerare la costruzione prevede la possibilità di cantierizzazione per fasi. Dopo circa trenta minuti dalla partenza del corteo, mentre una signora esce dal proprio balcone di casa sventolando una bandiera della Palestina, un altro intervento dal camion ricorda che i territori sono di chi li abita e se ne prende cura. Un riferimento è alla legge 2001, che come avvenuto con la Tav in Val di Susa, per la costruzione delle opere pubbliche non prevede alcuna consultazione con le popolazioni locali. Tra i quattordici miliardi che serviranno per la costruzione di questa grande opera, una buona parte delle risorse potrebbe essere utilizzata invece per intervenire sulla gestione idrica o sul dissesto idrogeologico. Messina registra perdite della rete idrica che costringono la popolazione ad avere l’acqua solo per alcune ore al giorno. O la sanità, con la sua crisi economica strutturale che impedisce l’incremento dei posti letto negli ospedali, e le  assunzioni di ausiliari, Oss, infermieri e medici specializzati. (fotografia di nm) Altrettanto menzognera resta la manovra del governo di far passare il ponte come un’infrastruttura militare che rafforza i sistemi di mobilità in una regione piena di basi Nato, come emergerebbe dalla recente delibera Iropi che giustificherebbe la costruzione del ponte per facilitare lo spostamento di truppe militari nel Mediterraneo. Secondo Antonio Mazzeo a oggi non esiste alcun documento ufficiale che consideri il ponte funzionale allo spostamento di truppe, mezzi e armamenti. Eppure il dispositivo ponte continua ad essere alimentato non solo dal governo ma anche dalla magistratura, come dimostrato dalla sentenza del tribunale di Roma che ha condannato i militanti No ponte – che avevano presentato un ricorso contro la costruzione da parte della Società Stretto di Messina – al pagamento di 340 mila euro di spese legali. Ed è per questo che appena il corteo arriva a piazza Duomo, un ultimo intervento dal camion ricorda come il movimento No ponte non può fare affidamento su nessun soggetto istituzionale, consigliere o partito, ma solo sulle forze degli stessi militanti che con passione e energia continuano a sostenere la mobilitazione, da più di venti anni. Gli stessi manifestanti ricordano ai reparti mobili schierati davanti e in coda al corteo che i militanti continueranno la battaglia, sia nei cantieri dove partiranno i lavori, che davanti a ogni casa dove verrà eseguito lo sfratto per l’esproprio. Prima di entrare in piazza un ultimo coro arriva dalla folla: “Lo stretto di Messina non si tocca, lo difenderemo con la lotta!” (giuseppe mammana)
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L’indifferenza delle istituzioni campane all’emergenza ambientale del Lago Patria
(archivio disegni napolimonitor) Puntuale ogn’anno, come il due novembre della Livella di Totò, si ripresenta a ogni estate la solita ostruzione coatta alla foce del Lago Patria. La diga di sabbia è stata piazzata all’inizio di luglio, più o meno come lo scorso anno, quando la manomissione artificiale della foce determinò la morìa di pesci per ipossia, con relativa emersione a galla dei cadaveri. Questa manovra, che deturpa gravemente l’ecosistema del lago, avrebbe lo scopo di “preservare” il tratto di costa tra Varcaturo e Ischitella dai reflui che si riversano nel bacino. L’unico risultato è però, piuttosto, quello di trasformare il lago in una vasca stagnante dove la temperatura si innalza a dismisura e la fauna acquatica muore soffocata. Dal 1999 il lago fa parte della Riserva naturale Foce Volturno-Costa di Licola, un’area protetta regionale che ha accorpato e ampliato altre aree già protette. “È una questione che denunciamo da anni, ma che continua a ripetersi”, dichiara Giovanni Sabatino, presidente dell’Ente Riserva Foce. “Nel lago arrivano, a mezzo della centrale idrovora di Patria, le acque provenienti dal canale Vena, per una superficie complessivamente drenata di circa duecento chilometri quadri. Tutto il carico inquinante arriva così al lago. A settembre 2024 abbiamo costituito un tavolo tecnico con attori istituzionali e non, per opporci all’uso criminale del lago come discarica dove vengono smaltiti rifiuti soprattutto liquidi di natura organica, ma anche chimica, attraversando i canali di aree a forte vocazione agricola”. Il tavolo sembra ben apparecchiato: vi partecipano il presidente della Commissione regionale ambiente, Giovanni Zannini; il  vice presidente della Commissione parlamentare ecomafie, Francesco Emilio Borrelli; e poi Fulvio Bonavitacola, vicepresidente della regione Campania, Maria Antonietta Troncone, procuratore capo di Napoli Nord, Gabriella Maria Casella, presidente del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e ancora i sindaci di Castel Volturno, di Villa Literno e l’ex primo cittadino di Giugliano. Tuttavia, misure concrete per l’individuazione degli scarichi illegali non sono state ancora prese e dopo quasi un anno, l’“usanza” si ripete puntuale (nessuna risposta o dichiarazione in merito ci è stata fornita dalla polizia municipale di Castel Volturno, che ha giurisdizione sulla foce; da quella di Giugliano, che ha giurisdizione sul lago; dalla protezione civile e dalle segreterie dei sindaci). Come storicamente documentato, fasi di profonda distrofia estiva del Lago Patria, con morìe di massa della fauna ittica, si verificavano regolarmente anche negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo. Tuttavia, si legge in uno studio del Cnr-Irsa, “il precipitare delle condizioni ecologiche del lago, con relativi episodi di mortalità in massa nel periodo estivo, è dovuto in modo preponderante allo scarso ricambio col mare, a causa dell’occlusione, quasi costante, del tratto finale del canale di foce per l’apporto di sabbia dovuto alle mareggiate. L’occlusione è talvolta favorita, o volutamente mantenuta – specie in periodo estivo, quando il lago avrebbe maggior necessità di ricambio delle acque – per non compromettere la balneazione (e gli interessi economici) nei lidi presenti sugli adiacenti tratti di costa”. A fronte della progressiva e selvaggia urbanizzazione del territorio, avvenuta senza la realizzazione di infrastrutture fognarie adeguate e di depurazione degli scarichi, un question time del 2017 di due consiglieri comunali di Giugliano chiedeva al presidente del consiglio di rendere conto degli atti compiuti dall’ente per subentrare alla Regione nella realizzazione del progetto di risanamento del bacino. Sebbene l’ordinanza del commissario alla depurazione che approvò il progetto esecutivo sia del settembre 2005, quest’ultimo non solo a oggi non è stato completato, ma neppure è dato conoscerne lo stato dell’arte. Lo sversamento del sovrappieno degli scarichi urbani in laguna, intanto, continua indisturbato, nonostante, sempre nel 2017, in una interrogazione alla giunta regionale, il consigliere Tommaso Malerba avesse fatto richiesta di conoscere la quantità di risorse stanziate e impiegate fino a quel momento: le carte non sono mai arrivate, o sono arrivate in maniera incompleta. Dopo poco i lavori sono stati addirittura sospesi. Eppure, tra i vari interventi suggeriti nello studio del Cnr vi è l’apertura del canale di foce in modo costante, “al fine di assicurare un ricambio più continuo delle acque lagunari a opera delle maree”. Questa circolazione implicherebbe anche “un processo di progressiva depurazione del Lago Patria e un minor carico generale di inquinanti, in modo da non compromettere la balneazione nei tratti di costa adiacenti, come avviene invece con riaperture della foce effettuate d’urgenza, quando le condizioni delle acque lacustri sono ormai critiche”. Sempre nel 2017, in qualità di sindaco della Città Metropolitana di Napoli, Luigi de Magistris aveva approvato un progetto di fattibilità per “Lavori di riqualificazione paesaggistica del Lago Patria” nel comune di Giugliano, sulla base di un finanziamento regionale di otto milioni e seicentomila euro. Il documento puntava allo sviluppo di strutture turistico-ricettive, delle infrastrutture collegate al tempo libero e allo sport, alla realizzazione di una pista ciclabile, la rifunzionalizzazione della strada principale, la creazione di una fascia boscata e la sistemazione di un’area a verde attrezzato. Quel finanziamento è andato perduto a causa dell’inerzia istituzionale dei vari enti coinvolti, e così lo scorso gennaio la Città Metropolitana ha dovuto avviare una gara d’appalto per un intervento di riqualificazione paesaggistica e infrastrutturale, per un investimento previsto di sette milioni di euro circa. L’unico atto concreto si è avuto lo scorso marzo, quando in tutta fretta, prima di dare le dimissioni (sfiduciato da diciannove consiglieri su venti), l’ex sindaco di Giugliano Nicola Pirozzi aveva dato avvio ai lavori per il rifacimento di un complesso sportivo abbandonato, il centro Remiero, dedicato alla disciplina del canottaggio. Ritardi, inadempienze, uso inappropriato di risorse finanziarie: l’aggressione ambientale a questo territorio prosegue impunita. Intanto, nell’ultima indagine conoscitiva del 23 giugno, l’Autorità nazionale anticorruzione ha evidenziato tutte le carenze nella progettazione, nell’avvio e nell’esecuzione degli interventi previsti per la costruzione e per l’efficientamento dei sistemi depurativi. Su questo tema come su altri, numerose procedure di infrazione da parte dell’Unione Europea sono al momento aperte. (mena moretta)
ambiente
Una questione nucleare. La Basilicata e il Centro Trisaia di Rotondella
(disegno di andrea nolè) Nel 1959 Feltrinelli dà alle stampe Sud e magia di Ernesto de Martino, libro che raccoglie un insieme di studi condotti da un gruppo di ricerca in alcuni paesi della Lucania. Negli stessi anni il Centro nazionale per l’energia nucleare (Cnen) individua il luogo in cui costruire la sua seconda sede, lungo la Statale 106 che collega Taranto a Reggio Calabria, in una contrada del comune di Rotondella in Basilicata. La contrada Trisaia da quel giorno cessa di esistere per fondersi con la funzione prescelta: il Centro Trisaia. Ma perché la Basilicata, perché proprio in quelle terre? «Ho sempre pensato che ci sia una connessione tra questi due eventi, concettualmente distanti, come una sorta di sillogismo storico, politico e antropologico, tra l’individuazione della Trisaia e l’uscita di Sud e magia. Poi, certo, un grosso contribuito è stato dato da Emilio Colombo all’epoca ministro dell’industria», dice Claudio Persiano dell’Arci di Rotondella, alludendo all’idea della “scoperta” come colonizzazione di terre remote, sfruttamento di colonie interne senza problemi con la gente del posto. Di scoperta si parla anche negli studi etno-antropologici compiuti da de Martino nelle “terre dell’osso” – i cui fini erano però ben altri –, nei paesi dimenticati da Cristo per indagare quella civiltà contadina inchiodata al destino inamovibile e ai confini della Storia, al di fuori di qualsiasi idea di classe e di trasformazione dello stato di cose presente. In altra occasione, quando ho posto la stessa domanda a Casimiro Longaretti, tra i promotori dei campeggi di lotta contro il nucleare lungo la costa jonica degli anni Settanta, anch’egli ha fatto riferimento a una condizione antropologica di subalternità a motivo delle scelte politiche di insediamento della Trisaia. «La mia regione non viene scelta a caso – dice Longaretti –. È nota, infatti, la sudditanza del popolo lucano al potere centrale dello Stato. La Dc e il clero hanno sempre avuto libero arbitrio sulla sorte degli abitanti di questa desolata regione del Sud. Per noi lucani il detto “o briganti o emigranti” è quanto mai vero, siamo stati sempre trattati marginalmente dal potere centrale; fateci caso, la Basilicata non viene mai nominata nemmeno nell’informazione meteo; ci orientiamo con il bollettino delle regioni confinanti». Ma Colombo, “figlio prediletto della Lucania”, ha la vista lunga. Quel contadiname senza senno né sorte potrebbe tornargli utile – pensa il plenipotenziario della Dc. Voti, consenso e mediazione locale, a suon di prebende, clientele e posti di lavoro, sono una miniera preziosa. Coglie la palla al balzo e dà il via all’istituzione della sede lucana, strategicamente importante per lo sviluppo del paese e il progresso della sua regione. Tra l’altro in un luogo logisticamente baricentrale, crocevia di più regioni – Calabria, Puglia e la stessa Basilicata. Così nel 1962 il Cnel acquista i terreni in Trisaia, a un paio di chilometri dalla spiaggia jonica, mentre l’inaugurazione del Centro Ricerche Enea e del suo impianto avvengono nel 1968. SCANZANO E LE SCORIE Nel Cristo si è fermato a Eboli Carlo Levi parla della condizione dei “suoi” contadini: “E quella gente mite, rassegnata e passiva, impenetrabile alle ragioni della politica e alle teorie dei partiti, sentiva rinascere in sé l’anima dei briganti. Così sono sempre le violente ed effimere esplosioni di questi uomini compressi, un risentimento antichissimo e potente affiora, per un motivo umano; e si danno al fuoco i casotti del dazio e le caserme dei carabinieri, e si sgozzano i signori; nasce, per un momento, una ferocia spagnola, una atroce, sanguinosa libertà. Poi vanno in carcere, indifferenti, come chi ha sfogato in un attimo quello che attendeva da secoli”. D’altronde è quanto avvenuto nel novembre 2003. La protesta di una regione contro il decreto 314 voluto dal secondo governo Berlusconi che avrebbe dato il via alla realizzazione del deposito nazionale di scorie nucleari nelle cave di salgemma di Terzo Cavone, nel comune di Scanzano Jonico, a una ventina di chilometri dalla Trisaia. Nei giorni della protesta migliaia di persone partecipano a blocchi stradali, cortei, comizi; occupano il municipio, il sito prescelto e la stazione ferroviaria con la “marcia dei centomila” del 23 novembre. Due giorni dopo un altro corteo, a Roma stavolta. Il 26 si tiene un convegno davanti al presidio, pieno di persone e di telecamere, con una processione di politici di ogni colore. Il 27 novembre arriva la notizia: il nome di Scanzano sparisce dal decreto. «È rimasto poco – continua Claudio Persiano –. L’associazione ambientalista “ScanZiamo le scorie”. E niente più. Quella potenza e quella coscienza esplose nei quindici giorni di mobilitazione sono rientrate nei ranghi. Poi è tornata la pletora di politici locali, i mediatori di clientele dei politici nazionali, luogotenenti del potere che con la Trisaia hanno sempre fatto affari. Perché la Trisaia ha distribuito soldi, commesse, posti di lavoro e incarichi». Non proprio, però. L’ipoteca che lascia la Trisaia, nonostante le proteste contro ulteriori forme di inquinamento, è quanto raccolto dall’Istituto Superiore di Sanità. Un rapporto, su incarico del ministero della salute, ha indagato lo stato di salute degli abitanti di nove comuni italiani in cui erano presenti impianti nucleari. L’indagine del 2015 ha confrontato i tassi di mortalità per diverse patologie, focalizzandosi in particolare su ventiquattro tipi di tumori potenzialmente collegati all’esposizione a radiazioni ionizzanti. I risultati hanno mostrato che, nella maggior parte dei casi, la mortalità era inferiore rispetto alla media regionale. Alcuni eccessi osservati non sono stati ritenuti riconducibili direttamente alla radioattività, poiché avrebbero richiesto esposizioni elevate e continuative, incompatibili con il normale funzionamento degli impianti. Lo studio ha analizzato diversi scenari di esposizione, da quelli legati al normale funzionamento a ipotesi più critiche. Il rapporto sottolinea la necessità di un monitoraggio costante della salute pubblica e dei livelli di esposizione, soprattutto in vista di futuri progetti legati alla gestione dei rifiuti radioattivi. Sta di fatto però che, quando al monitoraggio si sostituiscono interessi privati, in un mix di correità e “familismo amorale” tra lobby e classi dirigenti per trovare scorciatoie nella gestione e nello stoccaggio di materiale radioattivo, appaiono le peggiori infamità. L’Italia, peraltro, ha un grosso problema che si trascina da decenni riguardo al monitoraggio di tale materiale. E di infamità da quelle parti ce ne sono tante, assai spesso sottaciute. Anche qui vige la morale dei Carmine Schiavone, che a chi gli chiedesse conto degli sversamenti nel casertano, cioè sotto casa sua, rispondeva: “Ma tu quanto tempo vuoi campare?”. L’ULTIMA INCHIESTA Il 27 maggio si terrà la seconda udienza del Tribunale di Potenza sull’inchiesta condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia sull’inquinamento della falda idrica nel sito Enea – Sogin (Società per lo smantellamento degli impianti nucleari e la gestione dei rifiuti radioattivi), in particolare all’interno dell’Impianto di trattamento e rifabbricazione elementi di combustibile (Itrec) che si trova dentro la Trisaia. A dire il vero è la terza, seppur distinta, inchiesta sulla Itrec. «I fatti risalgono all’aprile 2018 – racconta Claudio –, quando scattarono i sigilli a tre vasche di raccolta dell’impianto Itrec di Rotondella. Sarebbero servite allo sversamento in mare di circa 65 mila metri cubi di acqua contaminata da sostanze cancerogene quali il cromo esavalente e, senza alcun trattamento, attraverso una condotta di scarico non autorizzata. Anche se in realtà la vicenda è iniziata nel 2014-15. La Sogin monitora le acque di falda tramite una serie di peziometri, cioè strumenti che servono a evitare che le acque e le piscine non si contaminino fra di loro. Questi piezometri restituiscono dei valori di cromo esavalente, trielina, tricloroetilene e altri elementi, molto elevati rispetto ai limiti di legge. Così nel 2015, la Sogin comunica questa rilevanza, e nello stesso anno parte il monitoraggio da parte dell’Arpab (l’Agenzia regionale per l’ambiente). Nel 2017 questi dati vengono poi raccolti dall’Asm, l’Azienda sanitaria di Matera e dal comune di Rotondella. Intanto il sindaco emana un divieto di emungimento delle acque sotterranee nella zona della Trisaia. E nel 2018 gli organi di stampa danno notizia della terza inchiesta condotta negli anni sull’Itrec e il Centro Enea». L’accusa è nei confronti di tredici indagati, tutti direttori, dirigenti e tecnici della Sogin, dell’Ufficio ambiente della provincia di Matera, del centro ricerche Enea, del dipartimento fusione nucleare e tecnologie per la sicurezza dell’Enea, dell’ufficio suolo e rifiuti dell’Arpab di Matera. Insomma, nomi di un certo calibro della politica ambientale regionale e nazionale. Nell’udienza di fine mese il tribunale potentino riconoscerà la parte civile per i comuni di Rotondella e di Policoro; le associazioni Legambiente Basilicata, Cova Contro, ScanZiamo le scorie, Arci Basilicata e Arci La tarantola di Rotondella. In altre parole, riconoscerà quello che è un monitoraggio popolare, dal basso, talvolta sotterraneo eppure esistente, che ha cercato di contrastare il saccheggio dei beni comuni della Lucania. Che è invero il sedimento di memorie collettive e di lotte degli anni Settanta. Gli echi delle proteste di Scanzano, e di tutta la regione, risalgono infatti ai campeggi di lotta lungo la costa jonica di fine anni Settanta, da cui è nato il Coordinamento nazionale antinucleare e antimperialista promotore del referendum abrogativo del nucleare nel novembre 1987. L’opposizione al nucleare inizia a Montalto di Castro (VT) nel ’77. L’anno successivo, dal 29 luglio al 6 agosto, Radio Onda Rossa, gli autonomi di via dei Volsci di Roma insieme a compagni lucani, tra cui Casimiro Longaretti, organizzano un campeggio di lotta a Nova Siri Marina, a soli quattro chilometri dalla Trisaia. Militanti di Nova Siri, Rotondella, Policoro, Pisticci, Ferrandina, Valsinni, San Giorgio Lucano e di altri comuni della provincia di Matera si ritrovano a collaborare nella realizzazione dell’evento. Rispondono alla chiamata compagni dei paesi dell’alto Jonio cosentino, prossimi a Nova Siri, così come i pugliesi, in particolare i tarantini e i brindisini. Durante il campeggio vengono organizzati interventi ai cancelli dello zuccherificio di Policoro, distante una trentina di chilometri dal campeggio, e nell’area industriale della valle del fiume Basento, tra Pisticci Scalo e Ferrandina, dove sono situate l’Anic, la Liquichimica e altre piccole fabbriche dell’indotto. Si parla con i lavoratori delle condizioni di lavoro, dei turni massacranti, di lavoro straordinario non retribuito e tanto altro. Gli operai sembrano quasi stupiti nell’apprendere da ragazzi che vengono da lontano quanto le condizioni lavorative in fabbrica siano di assoluto sfruttamento: a loro basta fornire alla famiglia quel minimo di salario a fine mese per poter campare, e perciò sono grati a padroni e padrini per la “magnanimità”. Altri gruppi di campeggianti si spingono a un’oretta d’auto fino a Taranto ai cancelli dell’Italsider. Nelle piazze dei paesi dell’entroterra lucano nascono assemblee spontanee sui diritti negati e sul lavoro massacrante e sottopagato; sulle donne sfruttate nei pesanti lavori agricoli, dentro le serre a temperature insopportabili per la produzione di frutta e verdure, sottoposte al dileggio dell’agrario di turno o dei caporali. «Prima di allora – ricorda Casimiro Longaretti – si parlava della Trisaia come di un posto di lavoro ambito, con una paga mensile appetibile rispetto al salario da fame degli operai di altre categorie, ma nessuno aveva mai spiegato loro la pericolosità di quel tipo di lavoro e che tipo di materiali venissero trattati; nessuno aveva mai spiegato cosa comportasse stare all’interno di quel ciclo infernale, a contatto con materiale nucleare altamente radioattivo». Dopo una settimana di preparativi e informazione alla popolazione dei paesi limitrofi, si arriva alla manifestazione conclusiva: sabato 5 agosto 1978, giorno dell’anniversario della strage nucleare di Hiroshima e Nagasaki, in Giappone, per mano degli Usa. Il corteo partecipatissimo si muove verso la Trisaia sulla statale 106: striscioni contro il nucleare, contro la galera e la repressione, contro gli agrari; cartelli con i nomi dei padroni che sfruttano gli operai, contro l’inettitudine dei sindacati incapaci di contrastare i caporali; striscioni che denunciano la permissività del Pci, la sua connivenza e il suo guadagno percentuale sull’assunzione dei suoi protetti nelle varie aziende del metapontino. L’anno successivo, più o meno nello stesso periodo e sempre all’interno della pineta a un passo dallo Jonio a Marina di Nova Siri, i comitati autonomi operai di Roma e i compagni lucani ripropongono l’impegno. La partecipazione al secondo campeggio No Nuke è addirittura superiore all’anno precedente. «Malgrado tutte le avversità create dal compromesso storico – ricorda Casimiro – la lotta contro l’Energia Padrona non si fermava. La domanda che ritornava spesso durante le settimane preparatorie, era relativa al perché proprio la Lucania fosse stata prescelta per ospitare l’energia nucleare. La risposta sintetizzava tutta la storia dell’Italia unita. La Basilicata è la regione del Mezzogiorno che storicamente ha fatto registrare meno tensioni sociali. I moti di piazza si erano fermati agli anni Cinquanta, con le lotte per le terre dell’ente per la riforma agraria. Nel contempo un grande bisogno di lavoro, rispetto al quale non è mai importata la qualità e se esso comportasse un particolare pericolo per l’ambiente e per la popolazione locale. Le lobby energetiche italiane non fecero mai mistero di questa scelta. I salari erano molto bassi in Lucania, e in più vi era l’opportunità per loro, con una maggiore produzione di energia, di attivare l’automazione delle linee di produzione nelle fabbriche del Nord, il che avrebbe permesso una drastica riduzione della mano d’opera e, di conseguenza, l’espulsione di migliaia di operai. Così, il ricatto del bisogno di lavoro tra le masse del Sud sarebbe enormemente cresciuto. La gente del posto, invece, considerava questa scelta come una manna dal cielo e poco importava loro della sicurezza e della qualità del lavoro». Le tensioni politiche nel paese si avvertono tutte durante gli incontri, nonostante il posto stupendo e il mare che ritma le giornate. Il “teorema Calogero” aleggia tutt’intorno, la retata repressiva del 7 aprile è ancora calda: un minestrone di accuse contro l’area dell’Autonomia operaia. Così il dibattito tra i campeggiatori è condizionato dall’inquietante retroscena. «Ancora oggi – ammette Casimiro – molte persone sono grate ai partecipanti dei due campeggi per aver dato loro una indicazione su quanto fosse pericoloso quello che si celava dietro le reti di recinzione del Cnen. Grazie a quelle mobilitazioni le persone hanno compreso che il potere delle lobby può essere sconfitto solamente prendendo coscienza e opponendosi compatti. È l’esempio di Scanzano Jonico del 2003». (francesco festa)
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Avevamo ragione noi! Un corteo ad Acerra per la bonifica della Terra dei fuochi
  Acerra, 10 maggio 2025. In quello che per tre decenni è stato un luogo simbolo dell’emergenza rifiuti, e contemporaneamente delle lotte ambientali, sfila il corteo che pretende l’esecuzione della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo con cui si condanna l’Italia per non aver tutelato la salute dei propri cittadini, imponendole di attuare un piano di bonifiche nell’arco di due anni. Comitati, studenti, attivisti e cittadini da tutta la provincia compresa tra Napoli e Caserta affollano le strade del centro cittadino al grido di “abbiamo sempre avuto ragione noi”. Più che dai presenti il corteo si racconta, però, a partire dagli assenti. Nonostante l’appuntamento sia in piazza Duomo, il primo è proprio il vescovo, monsignor Di Donna. Il pastore gode di grande credito sul territorio, e aveva guidato il proprio “gregge” nel corteo del 2023 contro la quarta linea dell’inceneritore (in aperto scontro con l’esecutivo regionale); oggi, però, sembra aver ripiegato su posizioni più moderate e di dialogo con il commissario unico per le bonifiche, Giuseppe Vadalà. Un repentino cambio di rotta successivo all’ultima legge di stabilità che, come denunciano alcuni consiglieri regionali, vede una pioggia di finanziamenti attribuiti alle diocesi, senza, dall’altro lato, l’elaborazione di particolari progettualità o strategia di sviluppo del territorio. All’appello mancano anche i rappresentanti istituzionali: il presidente del consiglio comunale Raffaele Lettieri (ex sindaco per due mandati) e il sindaco Tito D’Errico, eletto proprio con Lista Lettieri. In un comunicato, la giunta acerrana ha richiamato più alle “responsabilità istituzionali […] che alle azioni dimostrative (in quanto) la difesa dell’ambiente non può diventare terreno di scontro ideologico né strumento di visibilità”. È una sollecitazione che potrebbe anche essere auspicabile, se non fosse che negli ultimi tredici anni le responsabilità sono state in capo a questi stessi amministratori e che i due milioni e settecentomila euro per la bonifica del sito di Calabricito, per esempio, erano già stati stanziati dieci anni fa (proprio con un accordo di programma tra la Regione e RaffaeleLettieri): il  progetto invece non è stato portato a termine, mentre l’ente guidato da Vincenzo De Luca continuava a finanziare programmi di “rigenerazione integrata urbana sostenibile” (PRIUS), l’ultimo dal valore di quattordici milioni di euro. Il comunicato istituzionale si chiude con un richiamo alla fiducia nella “filiera istituita tra diocesi, Comune e Regione, ora ampliata al governo, nelle veci del Commissario unico Vadalà” (“[…] chi si impegna veramente per il Bene di Acerra”). Probabilmente questi esponenti istituzionali non sarebbero stati ben accolti dai partecipanti al corteo, e nello specifico dagli studenti che hanno coniato per loro una serie di slogan divenuti celebri, al suono dei quali li hanno allontanati dalle ultime manifestazioni. Colpito da una feroce campagna di repressione per opera della dirigenza scolastica nel 2024, quando il preside La Montagna sospese settantuno studenti (ritirando poi il provvedimento) dopo l’occupazione del liceo De Liguori, il movimento studentesco ha visto in questi ultimi anni indebolite le proprie capacità organizzative. Ciò nonostante, a questi ragazzi va il merito di farsi portavoce di una libera e sincera rabbia, senza la quale questo corteo trascorrerebbe anche troppo tranquillamente, nonché del coraggio necessario per portare avanti una lotta anche quando non è più così popolare. Mentre la manifestazione prosegue, tra la folla prova a farsi notare qualche altro personaggio che oggi si pone in opposizione alla giunta comunale, e che della tutela dell’ambiente ha fatto il fulcro della propria campagna elettorale nel 2022. Ancora una volta, però, si tratta degli stessi politici che, rivestendo posizioni di rilievo, non hanno portato avanti azioni concrete in tema ambientale nell’ultimo decennio: tra questi vale la pena citare anche solo i membri dell’amministrazione Esposito, responsabili, per esempio, di non aver mai fatto entrare in funzione gli impianti di depurazione della falda acquifera costruiti dall’amministrazione precedente, avendo allo stesso tempo continuato a pagare il personale che vi agiva. “Bonifiche subito!” è uno slogan che ritorna da trent’anni e che rischia di assolvere tutti se non ci si assume la responsabilità di una trasformazione trasversale, come spesso ripete Valentina Centonze, avvocata che ha promosso e vinto il ricorso alla Cedu. Un rischio concreto insito nello strumento stesso del commissariamento promosso dal governo Meloni: in primo luogo, perché il commissario assolve a un incarico che ha un preciso inizio e una fine, connesso strettamente ai fondi stanziati (ne consegue che, laddove lo stanziamento fosse insufficiente, le istituzioni potrebbero trovare il modo di “assolversi” di fronte alla Corte); in secondo perché il decreto legge del 14 marzo che gli conferisce l’incarico demanda al commissario l’individuazione dei fondi e le operazioni di bonifica, il monitoraggio sanitario e il piano comunicativo, ma trascura la prescrizione più significativa della sentenza: l’istituzione di un’autorità indipendente composta dalla società civile, che prenda parte al processo decisionale e vigili sulle operazioni, oltre che l’avvio di una riforma in materia penale e amministrativa in relazione ai reati ambientali e al meccanismo di individuazione delle responsabilità. La Terra dei fuochi non può essere una questione isolata, scindibile dal conteso. Un contesto di piccole e medie imprese che si fondano su regimi di lavoro per lo più irregolare, e che scaricano spesso sulla collettività la voce più onerosa del loro bilancio: quella dello smaltimento dei rifiuti industriali; un contesto in cui agisce una classe politica il cui unico scopo, ben lungi dal farsi espressione delle esigenze del territorio, è stato quello di mantenere lo status quo, tutelando i propri interessi particolari e le proprie clientele. Infine, il contesto di una società che dopo anni di lotte ha smarrito sé stessa, intrappolata in un vuoto politico che ha inaridito il territorio e disintegrato qualsivoglia tendenza all’emancipazione collettiva. Dopo un lungo percorso il corteo si chiude con l’intervento del Comitato unico contro la quarta linea, che prova a dare nuova linfa alla mobilitazione e su cui adesso pesa la responsabilità di tenere alto il conflitto nelle sedi istituzionali, ribaltando una narrazione che mostra la popolazione come un soggetto passivo e vittimizzato. La sfida è quella di non abbassare la guardia rispetto agli interventi in programma, pianificati da chi con una mano firma l’avvio delle bonifiche e con l’altra rinnova il contratto di gestione dell’inceneritore (attraverso una gara di appalto dai contenuti piuttosto ambigui, che aumenta la capacità inceneritiva di ulteriori 100.000 tonnellate). Non c’è più tempo per protagonismi o richiami populistici: è il momento di intervenire direttamente su un modello di sviluppo che antepone il profitto alla salute degli abitanti, di disegnare un futuro diverso anche solo in memoria degli unici assenti giustificati di questo corteo: le vittime. (maddalena de simone)
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Il bosco si difende. L’ultima “terra comune” dei Castelli romani
(disegno di pietro cozzi) La pioggia gelida del primo mattino si placa, le nuvole lasciano passare perfino un po’ di sole, man mano che le persone affluiscono nella piazza principale dei Campi d’Annibale, una delle aree più urbanizzate dei Castelli romani, nel territorio di Rocca di Papa. Nonostante il meteo incerto, il primo corteo contro il disboscamento dei Colli Albani è un successo. Siamo a metà febbraio e il Comitato protezione boschi dei Colli Albani ha chiamato a raccolta abitanti, associazioni e collettivi per marciare tra le strade del borgo di Rocca di Papa con l’obiettivo di arrivare sotto la sede del Parco regionale dei Castelli romani. La piattaforma rivendicativa è frutto di diversi mesi di controllo popolare, studio e mobilitazioni da parte del giovane comitato, costituito poco più di un anno prima: i tagli boschivi stanno violentando il territorio e i suoi beni patrimoniali; gli interessi economici dietro il cosiddetto ceduo (metodo di “governo” del bosco che consente la ricrescita delle piante dopo alcuni anni dal taglio del fusto) sono soverchianti rispetto all’interesse collettivo di protezione del bosco che i comuni, l’ente parco e tutte le istituzioni hanno di fatto smesso di perseguire. Il taglio massiccio va fermato, sostiene il fronte sempre più ampio di organizzazioni e residenti che si è compattato intorno all’attività del comitato, altrimenti il disastro ambientale e sociale diventerà irreversibile. Per le strade della Rocca il corteo raccoglie la solidarietà di abitanti e commercianti che si affacciano dalle finestre e dalle botteghe, si uniscono alla marcia per qualche tratto, raccontano le loro storie sull’importanza del bosco per questa comunità. I manifestanti chiedono una moratoria al taglio ceduo che interessa la quasi totalità degli ottomila ettari sotto la gestione dell’ente parco, tagli che vengono effettuati in modo intensivo, distruggendo gli ecosistemi naturali e i preziosi sentieri della via Francigena, la via Sacra, l’Ippovia, cammini millenari sventrati dal continuo passaggio di ruspe e cingolati. Durante il corteo alcuni anziani boscaioli si fermano a parlare con attivisti e cittadini; sostengono le ragioni della mobilitazione perché, raccontano, le tecniche tradizionali avvenivano a passo di mulo, in aree circoscritte e diffuse, nel più minuzioso rispetto dei cicli vegetativi. Era un’economia di sussistenza, a beneficio delle famiglie locali, ben diversa dall’industria su vasta scala che oggi riceve dalle istituzioni il lasciapassare per massacrare l’ambiente boschivo a beneficio di grandi interessi privati. A differenza dei boscaioli solidali, infatti, nei giorni precedenti la manifestazione iniziano a circolare online tentativi di denigrazione da parte di improvvisati sodalizi di impresari del legname che rivendicano il loro diritto a disboscare, con il solito mantra sull’occupazione e goffi tentativi di greenwashing. Tuttavia, sono gli stessi che ci svelano parte della destinazione del legname tagliato: l’edilizia, soprattutto quella destinata alle classi più agiate, interessate a impreziosire le proprie abitazioni ecosostenibili con il castagno locale; ma anche il commercio di scarti della lavorazione del legno, materiale imprescindibile per il funzionamento di tutta una serie di impianti industriali, tra cui quelli per la produzione di cemento. C’è infatti una forte connessione tra il disboscamento dei Colli Albani e l’implacabile cementificazione di cui il territorio è vittima da decenni. Come hanno spiegato alcuni interventi alla fine del corteo, il bosco per queste comunità ha sempre rappresentato l’ultimo margine, la barriera verde contro l’avanzare della metropoli. Mentre Roma si espandeva a sud-est e la pianura della provincia ne subiva le conseguenze in termini di impatto urbano (con la nascita di agglomerati tra i più densamente popolati della penisola), gran parte dei centri collinari sulle pendici del vulcano laziale venivano risparmiati dallo tsunami speculativo proprio grazie alla muraglia alberata. Ma il bosco da solo non sarebbe bastato. Soprattutto la mobilitazione popolare, che negli anni Ottanta porterà alla nascita del Parco regionale dei Castelli romani, è riuscita a porre un primo importante freno a cementificazione, crisi idrica e disboscamenti. Purtroppo lo stesso ente parco, nato dalle lotte delle comunità, nei decenni successivi e per diverse ragioni non è stato in grado di fermare quelle che oggi rappresentano le più pesanti nocività nell’area, cui si aggiunge l’aggressione estrattivista del ciclo dei rifiuti capitolino. La pressione antropica è implacabile, frutto di una profonda commistione tra interessi politici ed economico-finanziari sull’utilizzo del suolo nei Castelli romani. In tutta l’area si contano ormai oltre 350 mila residenti, mentre i servizi diminuiscono sotto i colpi della scure neoliberista che taglia le strutture socio-sanitarie e disincentiva la pianificazione pubblica del territorio. La stessa pressione antropica è tra le principali cause dell’abbassamento drammatico del livello dei laghi di Albano e di Nemi, un processo che sembra inarrestabile e che porterà a una crisi idrica dell’intera falda a fronte dei 172 mila litri d’acqua al giorno che serviranno all’inceneritore di Santa Palomba, se non verrà fermato prima. Ma il legame tra motoseghe e betoniere non si ferma qui. Come accennato, gli scarti della lavorazione del legno servono anche ad alimentare gli impianti per la produzione industriale della calce e di altri materiali per l’edilizia. Tra le vertenze presenti al corteo c’erano anche rappresentanti della lotta contro l’ampliamento dell’impianto Fassa Bortolo di Artena, il quale per funzionare avrà bisogno di circa 30 mila tonnellate di questi scarti! È verosimile che il ceduo locale sarà una fonte appetibile. La mattina del corteo, dentro la sede dell’ente parco non c’è nessuno. Nessuno che possa ricevere i manifestanti, nessun comunicato nelle ore successive, solo un silenzio assordante. Si affaccia il sindaco di Rocca di Papa, contestato della piazza per voler difendere l’idea che si può continuare a tagliare con ritmi non dissimili da quelli attuali, purché ciò avvenga nella “legalità” delle concessioni. Nonostante il botta e risposta in piazza, al sindaco viene riconosciuta dagli organizzatori almeno la decenza di aver aperto un dialogo. Le realtà presenti sono le stesse che hanno intrapreso in questi mesi un percorso comune di messa a sistema delle mobilitazioni sulle singole vertenze e di analisi degli intrecci tra ognuna di esse. La rete ha iniziato a incontrarsi mensilmente in assemblee pubbliche (l’ultima lo scorso 21 marzo a Genzano), lanciando una nuova grande mobilitazione congiunta per fine maggio, dove far emergere in modo chiaro la relazione tra le nocività, tra i nodi del sistema estrattivo sui Castelli romani, e dunque delle lotte per provare a contrastarlo. Deforestazione, crisi idrica, consumo di suolo, discariche e combustori, questione abitativa, diritto a restare per comunità umane e non. Simili processi intersezionali non sono una novità in questo territorio. C’è una lunga storia ai Castelli romani che parte dalle lotte contadine per la terra e per la casa, e arriva ai conflitti ambientali, l’antifascismo militante, i comitati per la sanità pubblica, i collettivi transfemministi, la solidarietà con la comunità palestinese, l’implacabile lotta No Inc. Sempre a proposito di storia, a margine della manifestazione qualcuno si domanda da quanto tempo non si vedesse un corteo simile per le strade del piccolo e inerpicato borgo di Rocca di Papa. C’era stata la mobilitazione antifascista e antirazzista del 2018, quando molte persone solidali accorsero in difesa dei migranti appena sbarcati dalla nave Diciotti della Guardia costiera e ospiti in una struttura sulla via dei Laghi, all’esterno della quale si erano raggruppati i soliti nuclei delle più note sigle neofasciste romane. Ma la memoria storica corre molto più indietro, prima ancora delle lotte per l’istituzione del Parco, addirittura prima della nascita delle organizzazioni di massa. A metà del XIX secolo, i rocchigiani insorsero contro gli abusi dei principi Colonna e per il rispetto degli usi di legnatico (la raccolta del legno concessa per consuetudine ai contadini). Da queste parti il processo di smantellamento degli usi collettivi fu lo strumento della definitiva “recinzione” delle terre. Un caso emblematico è quello del castagno, principale vittima del disboscamento attuale. La richiesta di legname già dal XVI secolo spinse il governo pontificio a sostituire i boschi originari (oggi ridotti a poche aree) con il più proficuo castagno, ma la scelta fu orientata anche da una legge che liberava i proprietari dagli usi collettivi qualora la loro terra fosse adibita ad alberi da frutto. Molti proprietari di boschi trovarono utile allora trasformarli in castagneti, così da tenere lontana la povera gente dal libero uso del bosco. Questi processi non furono indolori e le comunità provarono a resistere fino alla prima metà del secolo scorso. A Rocca di Papa tutto ebbe inizio all’alba del primo maggio 1855, quando duecento contadini marciarono per invadere i terreni dei Colonna. Affisso un manifesto contro le autorità, i paesani proclamarono la Repubblica di Rocca di Papa e innalzarono nella piazza del paese l’albero della libertà: un berretto rosso giacobino sulla cima di un palo di legno. Non sappiamo quanto durò l’esperienza di autogoverno (forse un giorno, forse qualche settimana), né i nomi delle persone coinvolte nella rivolta e nei successivi arresti. Sappiamo solo che la milizia del papa riuscì in pochissimo tempo a sedare il tentativo rivoluzionario. Rimane un importante episodio di insurrezione contadina nella provincia romana, nonché un esempio lampante di quanto sia radicato il rapporto viscerale di questa comunità con il bosco, con la sua concezione di “common” da difendere a ogni costo. La funzione sociale del bosco non nasce nell’ambito della produzione, dunque, quanto dalla riproduzione sociale delle comunità, proprio perché questo aveva rappresentato per millenni una risorsa libera e utile ai processi di sopravvivenza collettiva – benché nell’ambito di rapporti feudali –, come appunto la raccolta, la caccia, la protezione da incursioni esterne, i rituali religiosi. Nell’era moderna, la tensione tra produzione e riproduzione è diventata conflitto: ai giorni nostri il bosco dei Castelli è una risorsa per il profitto delle aziende del legname, ma è anche epicentro del riposo di migliaia di famiglie lavoratrici, luogo di svago, percorrenza, fruizione culturale, economie tradizionali, ambito di accoglienza di viandanti e viaggiatori (laddove, in parte, riesce a resistere al turismo di massa), protezione non solo dall’espansione urbana ma anche dai cataclismi climatici, casa inviolabile di specie vegetali e animali. La produzione di legname, a oggi, non sembra portare alcun tipo di beneficio alle comunità: ai Castelli si tagliano più alberi di trent’anni fa ma non si produce neppure un mestolo di legno. È il capitalismo estrattivo, che toglie al territorio senza restituire niente, neppure all’interno di un indotto. In questo contesto il bosco dei Castelli rappresenta di fatto la frontiera tra iper-sfruttamento delle risorse e spazio ri-produttivo sul territorio. Ennesimo suolo conteso tra interessi divergenti: miniera per gli speculatori ma anche ultima terra comune, percorribile e collettiva per gli abitanti ai suoi margini, ben consapevoli dell’importanza della difesa del bosco. (lorenzo natella)
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