(disegno di pietro cozzi)
A novembre scorso il comune di Bologna ha presentato il progetto di un nuovo
Museo delle bambine e dei bambini in un parco del Pilastro, rione popolare
all’estrema periferia della città. Si chiamerà Futura, come la celebre canzone
di Lucio Dalla. Quello che l’amministrazione ha descritto come “un attrattore di
livello nazionale” capace di riqualificare l’area è stato però accolto da una
parte consistente degli abitanti come un’imposizione calata dall’alto, dando
origine a una mobilitazione sfociata in rivolta giovanile che oggi riguarda non
solo il futuro del quartiere, ma un’idea stessa di città.
Da sempre al centro di una narrazione mediatica stigmatizzante, il Pilastro è la
zona di Bologna con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica.
Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita
una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere
vivo un forte spirito comunitario. Il nuovo spazio, che di “museo” ha
soprattutto il nome, si ispira ai cosiddetti children’s museums nati negli Stati
Uniti, luoghi spesso gestiti da enti privati e diffusisi in Italia nell’ultimo
decennio, dal MUBA di Milano a Explora a Roma.
L’intervento era già stato annunciato nel 2022 tra quelli approvati per il Pnrr
e sarà finanziato con cinque milioni e mezzo di euro dai fondi dei Piani Urbani
Integrati e con ottocentomila euro dal bilancio comunale. Il museo dovrebbe però
sorgere nel parco Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, intitolato
ai tre carabinieri uccisi il 4 gennaio 1991 dalla banda della Uno Bianca, uno
degli episodi che contribuì alla fama di “quartiere pericoloso”. Proprio questa
lunga striscia verde, incastonata tra grandi complessi residenziali, è al centro
della contesa che nelle ultime settimane ha visto crescere la mobilitazione di
un numero sempre maggiore di cittadini riunitisi nel comitato MuBasta.
L’edificio di tre piani andrà, infatti, a occupare un’area verde di 1.500 mq del
parco molto utilizzata dalle famiglie e dai bambini, rendendo necessario
l’abbattimento di quattro grandi platani e lo spostamento di nove alberi che in
estate garantiscono ombra e refrigerio. Il nuovo volume dovrebbe inoltre
collocarsi tra due ex case coloniche che oggi ospitano la Biblioteca Spina e la
Casa Gialla, già presìdi culturali fondamentali per il quartiere.
Ad aggiudicarsi il concorso è stato lo studio romano Aut Aut Architettura che,
lamenta il comitato, non avrebbe però rispettato l’indicazione inserita nel
bando di utilizzare un’area del parco già impermeabilizzata, così da ridurre
l’impatto ecologico dell’intervento. Comune e progettisti sostengono invece che
il saldo ambientale sarà positivo: sono previste trentanove nuove piantumazioni
e la de-sigillazione di alcune superfici asfaltate, che verranno sostituite con
percorsi drenanti per compensare la permeabilità perduta.
Il 26 gennaio gli attivisti di MuBasta hanno interrotto il consiglio comunale
chiedendo la sospensione del cantiere e l’avvio di un confronto pubblico.
All’alba del 23 febbraio, però, una ditta incaricata dall’amministrazione,
scortata da decine di agenti di polizia e dalla Digos, ha avviato il taglio dei
platani. Le proteste dei primi manifestanti non hanno impedito l’inizio dei
lavori, ma due giorni dopo un attivista di Extinction Rebellion è riuscito a
entrare nell’area recintata e ad arrampicarsi su uno degli alberi destinati allo
spostamento. Un atto di resistenza durato ben dieci ore durante le quali il
sostegno del rione è cresciuto e al presidio si sono uniti numerosi ragazzi e
famiglie residenti dei palazzi vicini, insieme ad altri attivisti, studenti e
collettivi. In serata, infine, alcune barriere sono state rimosse e il cantiere
è stato occupato, trasformandosi in un presidio permanente con tende, striscioni
e generi di conforto portati dagli abitanti.
Il confronto è proseguito nei giorni successivi in un clima sempre più teso, con
il Pd bolognese che ha chiesto esplicitamente un intervento per ristabilire
“ordine e legalità”. All’alba di lunedì 2 marzo è scattato lo sgombero dell’area
occupata e decine di agenti hanno liberato il parco con la forza, portando in
Questura almeno sei persone. Per tre di loro sono addirittura scattati gli
arresti.
Ma la tensione non si è fermata allo sgombero. Dopo un’assemblea pubblica molto
partecipata, un gruppo di ragazzi del Pilastro – tra cui molti giovanissimi – ha
dato vita a una protesta spontanea che si è rapidamente trasformata in una
rivolta giovanile e popolare. Per due serate di fila si sono verificati scontri
con le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche, idranti e lanci di
lacrimogeni, in alcuni casi anche ad altezza d’uomo.
La questione ambientale è però solo una parte della controversia. Al centro
della protesta c’è la richiesta di maggiore partecipazione alle decisioni e il
timore che l’intervento possa innescare anche al Pilastro dinamiche di
valorizzazione e speculazione immobiliare già viste altrove in città. «Qui la
sensazione – racconta Roberta Pagnoni, una residente – è che le scelte che ci
riguardano sono già state prese altrove, che l’importante sia non perdere il
finanziamento del Pnrr e che del Pilastro non importi davvero a nessuno»..
Tra i membri di MuBasta c’è anche Sergio Spina, ex maestro elementare del
quartiere e figlio di Luigi Spina, primo presidente del comitato inquilini del
Pilastro negli anni Sessanta, a cui è intitolata la biblioteca. Sessant’anni fa
anche il padre partecipò a una mobilitazione per impedire la costruzione di
un’ulteriore stecca residenziale sul parco. Gli abitanti, in maggioranza operai
e piccoli impiegati, si opposero e ottennero una variante al piano regolatore,
grazie alla quale sorsero così scuole a basso impatto edilizio e furono
recuperate le case coloniche già presenti. «Quest’area – spiega Sergio Spina – è
il cuore del polmone verde salvato allora. Qui si vive la socialità degli
abitanti oltre che dei ragazzi del quartiere. Sotto questi alberi tagliati, che
hanno caratterizzato anche la mia infanzia, si svolgono ancora attività
scolastiche, letture all’aperto, feste. Le scuole partecipano al progetto Scuole
Aperte, che promuove l’educazione all’ambiente e alla comunità. Come si può, da
una parte, fare scuola all’aperto e, dall’altra, sostituire il parco con un
edificio di cemento di 1.500 metri quadrati su tre piani?».
Eppure, secondo il Comune, il progetto nasce proprio dopo aver ascoltato le
richieste dei cittadini che hanno preso parte ai percorsi partecipativi, una
serie di incontri gestiti da una fondazione, la FIU Rusconi Ghigi, nei quali
sono state coinvolte le scuole e le associazioni del quartiere. Il comitato
sostiene però che quegli incontri abbiano riguardato solo un numero limitato di
persone rispetto agli oltre settemila residenti del quartiere, rimasti nella
stragrande maggioranza all’oscuro di tutto. In uno dei report si legge peraltro
che i bambini, “nell’indicare i loro luoghi preferiti del parco sottolineano
l’importanza del verde e, in particolare, degli alberi, che ritengono
fondamentali per il loro benessere”. E alla protesta si è unito anche un gruppo
di diciotto maestre e maestri delle scuole elementari scrivendo in una lettera
che si sentono “traditi” perché “le idee dei bambini e delle bambine non sono
state tenute in considerazione”.
«C’è una questione che secondo me è dirimente ed è l’assoluta mancanza di
ascolto – continua Spina –. I bambini avevano chiesto interventi semplici:
chiudere le buche, installare fontanelle e altalene. Le loro richieste non sono
state accolte. Il Pilastro, inoltre, chiede da molti anni più servizi. Un museo
del genere qui, invece, non l’ha chiesto nessuno, soprattutto non sopra questo
parco».
La critica del comitato si inserisce in una stagione di mobilitazioni
ambientaliste che negli ultimi anni hanno attraversato Bologna, a partire dalla
vicenda delle Scuole Besta. Tra il 2022 e il 2023, il progetto di demolizione e
ricostruzione del plesso nel quartiere San Donato-San Vitale, con l’abbattimento
di numerosi alberi, diede vita a un presidio permanente che riunì genitori,
insegnanti e attivisti climatici. Non mancarono tensioni e scontri con le forze
dell’ordine durante l’avvio dei lavori. Dopo mesi di mobilitazione e ricorsi, il
Comune dovette rinunciare. Il sindaco Lepore dichiarò che la decisione era stata
presa per evitare ulteriori violenze: «Non voglio – disse – uno sgombero stile
G8 e il parco non poteva diventare un’altra Val Susa». Per molti, un precedente
che dimostra come la pressione dal basso possa incidere sulle scelte
amministrative.
A questo si aggiunge un ulteriore nodo, finora rimasto sullo sfondo: cosa
significhi, concretamente, che il museo sarà “a guida pubblica”. L’espressione
viene ripetuta dall’amministrazione per rassicurare sul controllo comunale del
progetto, ma è cosa diversa dal definirlo un museo pubblico in senso pieno, con
personale assunto e gestione diretta dell’ente. Il Comune è, infatti, da mesi
alle prese con una vertenza interna legata al personale poiché non riesce ad
aumentare gli stipendi e a fare nuove assunzioni. Il sottodimensionamento
colpisce in particolare musei e biblioteche civiche. “Chi lavorerà nei nuovi
spazi annunciati, se già oggi manca personale per garantire l’apertura regolare
dei musei esistenti?”, chiedono i sindacati. Un interrogativo che riguarda anche
altri progetti in cantiere, come il futuro Polo della Memoria Democratica
nell’area dell’ex Scalo Ravone, e su cui pesa il precedente del Museo della
Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, la cui gestione è stata affidata alla
Fondazione Bologna Welcome. In questo quadro, tra residenti e lavoratori della
cultura cresce il timore che anche Futura possa essere esternalizzato, pur
restando formalmente “a guida pubblica”. Un aspetto su cui molti chiedono
maggiore chiarezza.
«Non siamo contro la cultura né contro un museo per bambini – chiarisce Spina –
ma contro un metodo. Ci viene detto che il progetto è partecipato, ma quando
chiediamo di fermarci e discutere davvero, la risposta sono le transenne e la
polizia. Uno schieramento tale non si vedeva dai tempi della strage dei
carabinieri. Ed è inspiegabile perché non c’è stata alcuna violenza nelle
settimane scorse che potesse giustificarlo».
Tuttavia la giunta comunale non pare voler sentire ragioni: «L’amministrazione è
convinta del percorso che sta facendo e non può accettare che una minoranza
occupi un cantiere», ha dichiarato l’assessore alla scuola, Daniele Ara, uno dei
più convinti sostenitori del progetto. Due narrazioni contrapposte che oggi si
fronteggiano intorno a un fazzoletto di verde diventato il simbolo di un
conflitto più ampio sulla città che Bologna vuole essere. (salvatore papa)
Tag - ambiente
È trascorso un anno dall’emanazione della sentenza Cedu che condanna l’Italia
per aver violato il diritto alla vita di due milioni e mezzo di abitanti,
residenti in novanta comuni tra Napoli e Caserta. Gli anniversari possono
offrire occasioni autocelebrative ma servono anche a fare dei bilanci, tanto
più, nel caso specifico, in ragione del fatto che la corte ha concesso
all’Italia solo due anni per approvare misure generali per affrontare il
fenomeno dell’inquinamento in Terra dei Fuochi.
L’8 agosto 2025 il governo ha approvato il decreto legge n. 116, “Disposizioni
urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti per la
bonifica dell’area denominata Terra dei Fuochi”. Il decreto ha un approccio
prevalentemente sanzionatorio, con lo slittamento di diverse fattispecie di
reato da contravvenzioni a delitti punibili con la reclusione. Così facendo si
rende inapplicabile l’istituto dell’oblazione o della tenuità del fatto, che
avrebbero prodotto l’estinzione del reato, e si legittima l’utilizzo di
strumenti di indagine più invasivi, come le intercettazioni telefoniche,
l’arresto in flagranza differita e le operazioni sotto copertura. Il decreto
interviene in modo significativo sul Testo Unico Ambientale (TUA), introducendo
un’ulteriore differenziazione tra rifiuti pericolosi e non pericolosi. Configura
per ogni reato ambientale un’ipotesi base, per cui sono previste sanzioni
amministrative, e una più grave (c.d. “di pericolo”), quando dalla condotta
deriva un pericolo per la vita, per l’incolumità delle persone o per l’ambiente,
oppure qualora esso avvenga in siti già contaminati, per cui è prevista la
reclusione.
Il governo sembra mostrare i muscoli dinanzi all’annosa questione degli illeciti
in materia di rifiuti ma, a ben vedere, il tentativo maldestro di rispondere
alla sentenza Cedu si risolve nella creazione di un sistema ipertrofico, sempre
più complesso e di difficile applicazione, che finisce per generare anche
effetti paradossali: nella sua fattispecie più grave, l’abbandono di rifiuti non
pericolosi per opera dei singoli cittadini è punita con la reclusione fino a sei
anni; l’attività di gestione non autorizzata di rifiuti non pericolosi (con cui
si indicano una o più fasi nell’ambito della filiera, per opera di un’impresa o
un ente) è invece punita soltanto con una sanzione amministrativa. Ancora, il
reato di miscelazione non autorizzata (una sorta di “diluizione” di rifiuti
pericolosi con altri non pericolosi), pratica molto frequente in Terra dei
Fuochi, viene anch’esso declassato e punito con contravvenzione. Se il nuovo
articolo 259 aggiunge, inoltre, un’aggravante laddove i reati di combustione
illecita, spedizione illegale di rifiuti e gestione non autorizza siano commessi
nell’ambito di un’impresa, in sede di conversione è scomparsa la disposizione
che vedeva il titolare d’impresa responsabile anche per omessa vigilanza sugli
autori materiali del reato riconducibili all’impresa stessa. Pur chiedendo
quindi la corte maggior fermezza nel contrasto ai reati ambientali, del tutto
inascoltata è rimasta la richiesta di rendere più precisa la ripartizione delle
competenze e tra lo Stato e le regioni, per evitare sovrapposizioni o vuoti di
responsabilità.
Così formulato, l’inasprimento delle sanzioni per i crimini ambientali non solo
è inutile, ma è del tutto anacronistico. Lo fanno notare i membri
dell’opposizione in sede di discussione parlamentare: i rifiuti si muovono su
nuove rotte, e la criminalità organizzata non opera più esclusivamente nel
mercato illegale. Ha piuttosto gli occhi puntati sulle bonifiche, fa affari con
i comuni – spesso l’unico soggetto economico rilevante sul territorio –
attraverso appalti con affidamenti diretti e fumosi raggruppamenti temporanei o
consorzi, che consentono di eludere i controlli antimafia, concentrati
esclusivamente sulla società madre. A conferma di ciò, la recente scoperta di
una nuova discarica nel territorio tra Nola e Marigliano, i cui rifiuti, secondo
quanto riscontrato dai volontari antiroghi di Acerra, sembrerebbero provenire
proprio dalle operazioni di bonifica del Regi Lagni.
A fugare ogni dubbio circa il reale interesse dell’esecutivo ad affrontare la
questione, c’è la dimensione dello stanziamento previsto dal decreto, di
quindici milioni. Le previsioni di spesa formulate dal suo stesso commissario
fanno infatti riferimento a tutt’altro ordine di grandezza: dal suo
insediamento, il generale Vadalà redige ciclicamente una relazione sullo stato
dei lavori; i siti individuati a oggi sono duecento novantatré, di cui
ottantacinque sono di competenza pubblica e i restanti duecento otto di
competenza privata (rispetto a questi ultimi le varie amministrazioni comunali
dovrebbero agire in danno). Per la loro bonifica sono necessari dieci anni e due
miliardi di euro.
I quindici milioni previsti sono però insufficienti persino per i soli siti
individuati nel piano per il biennio 2025-2027, settanta circa di cui solo una
quindicina risultano già finanziati, o parzialmente finanziati, con fondi
regionali stanziati (in alcuni casi, già nel 2009, come per località
Calabricito). A questi finanziamenti vanno aggiunti gli ulteriori quarantotto
milioni stimati per le azioni di prevenzione della salute pubblica, i
biomonitoraggi e l’aumento degli screening per le patologie tumorali. Tocca
ahinoi citare, a tal proposito, il deputato dei Verdi Borrelli: «Con quindici
milioni ci può giusto pulire i guardrail degli assi periferici della provincia
di Caserta». Certo, sul finire dell’anno il governo ha emesso un ulteriore
stanziamento, proveniente dalle casse del ministero dell’ambiente. Ma si tratta
di appena sessanta milioni per le bonifiche, a cui vanno aggiunti due milioni di
euro per le attività di prevenzione sanitaria. Cifre che appaiono ancora
decisamente insufficienti.
E dunque, a che punto siamo con queste bonifiche? Sentiti telefonicamente i
membri del comitato esecutore della sentenza ironizzano: «Se non stiamo a zero,
siamo comunque a uno». Questa considerazione rispecchia in effetti quanto
scritto nel report: per i pochi siti finanziati si è ancora in una fase di
caratterizzazione e in alcuni casi di rimozione dei rifiuti top soil, per un
totale di tremila tonnellate. Sul versante tutela della salute lo scenario è
anche peggiore. Nei vari congressi che hanno preceduto l’anniversario della
sentenza, gli stessi esponenti politici che fino a qualche anno fa minimizzavano
i rischi connessi all’esposizione di sostanze contaminanti pericolosi – come
diossine, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici – intonavano come
un ritornello la necessità di aumentare screening oncologici, abbassare l’età
minima per l’accesso agli stessi e implementare biomonitoraggi. Tuttavia, l’Asl
Napoli 2 Nord, che più di tutte si sovrappone amministrativamente all’area della
Terra dei fuochi, non fornisce dati circa le attività di screening da giugno
2025.
Il comitato di esecuzione della sentenza Cedu, seppur critico nei confronti del
commissariamento, rinnova tuttavia la collaborazione con lo stesso, ma mette in
guardia rispetto a un preoccupante scenario. Senza un adeguato stanziamento di
risorse e un intervento strutturale sulla filiera dello smaltimento di rifiuti –
oggi frammentata in un sistema di scatole cinesi che favorisce la continua
movimentazione degli stessi – la corte potrebbe giudicare inadeguate le misure
messe in campo dal governo, e aprire un procedimento sanzionatorio per l’Italia,
i cui costi ricadrebbero, inevitabilmente, sulla collettività. (maddalena de
simone)
(disegno di manincuore)
Quindici minuti di salita tra rocce e arbusti. Peppe e io arriviamo in cima alla
collina che domina Cauciano, alto casertano. Davanti una cava ha sventrato la
montagna. A sinistra, capannoni industriali in fila lungo la statale. A destra,
la pianura coltivata fino al mare. Un’eco di musica arriva dalla concattedrale
di Calvi Risorta. Qui, duemila anni fa, c’era Cales, un insediamento preromanico
di circa sessantamila abitanti durante la tarda repubblica. “Qua se scavi un
metro e mezzo trovi di tutto”, ripetono gli attivisti. Tra muretti a secco e
macchia mediterranea, dalle colline della Terra di Lavoro si osserva un
paesaggio vivo ma sotto pressione.
Il presidio del Movimento Basta Impianti a Cauciano è stato indetto per bloccare
i lavori abusivi di un impianto a biomasse. I lavori, fermati il 23 gennaio,
fanno emergere la lentezza e la negligenza delle istituzioni e del comune di
Pignataro Maggiore, oggi commissariato. La società coinvolta è Ingegneria
Sostenibile Srl, che di sostenibile ha ben poco: mezzi pesanti entrati senza
autorizzazioni, cantieri avviati in fretta, vedette lungo le strade di campagna
per segnalare occhi indiscreti. I risultati oggi sono i sigilli, un noccioleto e
un noceto disboscati, una colata di cemento su un lotto agricolo.
La zona ASI, l’area industriale non lontana, è satura e soggetta a forte
attenzione mediatica. L’interesse quindi si sposta sulle colline agricole,
sempre più bersagliate dalla pressione speculativa. Cauciano diventa il punto di
contatto tra due mondi: profitto e devastazione contro comunità e dignità dei
territori. In questo contesto nasce il Consiglio Popolare della Terra di Lavoro:
strumento per coordinare mobilitazioni, rafforzare la partecipazione,
riaffermare le decisioni dal basso.
Non ero estraneo alla questione di Cauciano. Ne avevo sentito parlare all’ultima
assemblea del Movimento e poi il 29 gennaio scorso, durante l’audizione ottenuta
in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. «La provincia di Caserta
conta centoquattro comuni, più di centocinquanta impianti ad alto impatto e
cinque pronto soccorsi pubblici aperti». Biagio Sarnataro, trentacinquenne
attivista, inizia così il suo intervento in Commissione, sottolineando la
rilevanza nazionale delle istanze della Terra di Lavoro. Cita le bonifiche mai
fatte, i roghi ciclici come elementi di un sistema criminale, la produzione
schizofrenica di nuove autorizzazioni per impianti energetici. «La popolazione
di Terra di Lavoro ora è un soggetto politico ed è disposta a tutte le forme di
lotta. Vogliamo un piano sanitario straordinario e vogliamo smettere di piangere
i nostri cari e i nostri coetanei».
A seguire interviene Giovanni Merola, avvocato e attivista: «Vorrei fornire
alcuni elementi sul passato immediato di queste lotte per motivare ciò che
ritengo essere un disegno criminale e sistemico. Ormai sappiamo che riempire i
capannoni fino all’orlo di rifiuti e dargli fuoco è un vero e proprio modus
operandi. A fronte di quest’evidenza, la risposta istituzionale è sempre stata
repressiva. Ci siamo trovati ad affrontare processi come attivisti, tutti
conclusi con assoluzioni piene. Hanno denunciato ragazzi, madri, nonni. Abbiamo
intravisto un disegno volontario, abbiamo anche temuto che le istituzioni
facessero parte di questa distopia criminale».
Merola cita una recente sentenza. Violazione dell’articolo 18 del Testo Unico di
pubblica sicurezza: manifestazione non autorizzata, contestata per
l’organizzazione di una tavola rotonda nella piazza di Capua. Erano presenti
sindaci, senatori, tanti cittadini. L’accusa: avrebbero dovuto presentare la
richiesta alla questura e non ai vigili urbani. Notizia del 2 febbraio è un
altro sequestro per illeciti che coinvolge un impianto di stoccaggio tessile,
proprio a Capua.
Segue l’intervento di Raimondo Cuccaro, ex sindaco di Pignataro Maggiore. «C’è
inerzia delle autorità a causa di ingenti interessi economici. Vediamo coinvolte
la criminalità organizzata e la negligenza, per non dire il favore, di una parte
della classe politica locale. Mi sono fortemente opposto alla realizzazione del
rigassificatore della Snam Mobilità Spa a Pignataro Maggiore. Questa struttura
si trova a meno di centocinquanta metri dall’impianto che produce gas tecnici,
aria liquida, argon, e idrogeno. Due impianti adiacenti di questo tipo in
un’area così piccola produrrebbero un risultato devastante in caso di guasti,
incendi o terremoti. Salterebbe in aria tutta Pignataro».
Aggiunge che i lavori del rigassificatore, a pena di decadenza, sarebbero dovuti
iniziare nel 2021. Hanno avuto attuazione solo nel 2024. L’impianto è inoltre in
deroga alle prescrizioni urbanistiche del piano ASI, che regolamenta la zona
industriale. Il piano è sovracomunale e viene sistematicamente derogato,
aggiunge Cuccaro. «A questo punto chiedo aiuto al Parlamento, che dovrebbe
essere interessato alla salute dei cittadini».
La risposta istituzionale arriva dall’onorevole Alifano, Movimento Cinque
Stelle. Parla di una terra violentata, partendo dalle cave fino all’utilizzo
sconsiderato del suolo. Si dice solidale, propone un’ulteriore commissione
parlamentare sul tema sanitario, promette controlli su autorizzazioni scadute.
Intanto, in contemporanea, si riunisce la giunta regionale a Napoli per
discutere gli stessi temi con un’altra compagine del Movimento Basta Impianti,
alla luce della promessa del neo-eletto consigliere Raffaele Aveta di produrre
una legge regionale fortemente ispirata dalle vertenze di Terra di Lavoro.
In cima alla collina, poco dopo aver ripreso fiato, ci arriva una telefonata:
Raimondo Cuccaro, l’ex sindaco di Pignataro, è venuto al presidio e vuole
condividere alcune informazioni con noi. Capitomboliamo giù per fargli alcune
domande sulla vicenda di Cauciano.
«Qui l’impianto previsto – ci dice –, da oltre sette milioni di euro su
quarantamila metri quadri di terreno agricolo, finisce al centro di una vicenda
fatta di vincoli nascosti, firme false e lavori bloccati. L’area individuata per
l’impianto a biomassa e metano, secondo il regolamento urbanistico comunale, non
sarebbe nemmeno idonea a ospitare strutture industriali, consentite solo nelle
zone artigianali e dedicate. Alcune particelle risultano aree boscate sottoposte
a vincolo paesaggistico, mai dichiarato nella Procedura abilitativa semplificata
(Pas) presentata dalla società. Il terreno sarebbe già stato asservito ad altre
costruzioni, quindi di fatto non edificabile. Una circostanza emersa solo dopo
l’esposto di un cittadino, mio figlio, che ha portato il Comune a dichiarare
inefficace l’autorizzazione. Infine il colmo: il presunto direttore dei lavori
disconosce l’incarico e denuncia firme contraffatte. Per l’amministrazione si
tratta di un atto inesistente. Il Tar respinge la richiesta cautelare della
società Ingegneria Sostenibile Srl, mantenendo, di fatto, lo stop ai lavori.
Oggi resta un’ordinanza di ripristino e una vicenda che solleva pesanti
interrogativi su legalità, ambiente e tutela del territorio».
Ma la domanda è un’altra. Quante volte il cemento è arrivato prima delle
istituzioni? Quanti altri cantieri sono partiti con la stessa strategia:
forzare, costruire, poi eventualmente doversi difendere in tribunale? Perché in
Terra di Lavoro sembra che il metodo sia sempre lo stesso: occupare con la
forza, contare sull’inerzia istituzionale, scommettere sulla stanchezza delle
comunità. Troppo spesso si assiste a fenomeni di governance occulta tra sindaci
conniventi, uffici tecnici comunali e ditte speculative. Cauciano è un caso, ma
è anche un simbolo. È la prova che quando le istituzioni latitano, sono i
cittadini a dover presidiare il territorio. Metro per metro. Collina per
collina. Il sole scende e ingiallisce la pianura, l’eco della musica si dissolve
nell’aria, ma una cosa è chiara: questa lotta non è finita. È appena cominciata.
(edoardo m. benassai)
Il ciclone Harry ha travolto Calabria, Sicilia e Sardegna con piogge
torrenziali, venti di burrasca e mareggiate eccezionali, spingendo le autorità
locali a chiedere lo stato d’emergenza. In molte aree si sono registrati
accumuli pluviometrici fino a circa 600 mm in pochi giorni, mentre lungo le
coste si sono avute mareggiate con onde fino a nove metri e raffiche di vento
oltre 110 km/h: un quadro che ha già provocato evacuazioni, danni gravissimi
alle infrastrutture e interruzioni della viabilità.
Le organizzazioni ambientaliste hanno subito ricondotto il ciclone Harry
all’aumento degli eventi climatici estremi provocati dalla crisi climatica, cioè
dall’aumento delle temperature globali (qui un pezzo riassuntivo del problema)
dovute all’estrazione dei combustibili fossili e all’eccesso di produzione di
CO2. Eppure, in Italia si parla di “maltempo” (Ansa), o, per esempio, la
presidente del consiglio si dice vicina alle comunità colpite, chiedendo di
esporsi al rischio (GeaAgency).
Del resto, i governi italiani non hanno promosso negli ultimi decenni politiche
di adattamento climatico strutturate. Le nostre coste sono tra le più
vulnerabili d’Europa, con fenomeni erosivi osservati da decenni e con
l’abusivismo edilizio che ha invaso le fasce costiere più sensibili. Una
normativa nazionale – l’articolo 142 del Codice dei beni culturali e del
paesaggio – individua come paesaggisticamente tutelati i territori costieri
compresi in una fascia di trecento metri dalla linea di battigia proprio per
preservare ambiente, paesaggio e sicurezza territoriale. Tuttavia, quella tutela
resta largamente disapplicata nei fatti, come dimostra la presenza di
insediamenti e infrastrutture che sfidano questi vincoli.
La Calabria e la Sicilia soffrono anche di rischi idrogeologici e sismici
strutturali: vaste aree presentano fragilità legate a dissesti, frane ed
erosione costiera, mentre la siccità estiva e la scarsità di risorse idriche
attivano cicli di emergenza che impediscono una gestione sostenibile dell’acqua.
Questo scenario non è neutro: l’economia estrattiva, gli interessi speculativi e
l’assegnazione di enormi risorse pubbliche a grandi opere poco funzionali – come
il progetto di un Ponte sullo Stretto di Messina da più di 13 miliardi di euro,
firmato WeBuild (colosso dietro la Metro C di Roma e la Metro Blu di Milano, per
citarne due) – distolgono fondi da interventi reali di tutela e prevenzione del
territorio.
Qui si coglie la logica del disaster capitalism: mentre investiamo in grandi
infrastrutture simboliche, gli effetti dei cambiamenti climatici provocano danni
enormi ai territori, con perdite di miliardi di euro. Queste perdite, però, sono
viste dal sistema finanziario e dall’industria come occasioni di investimento: è
la ricostruzione. L’esempio più lampante, in Italia, fu la ricostruzione dopo il
terremoto de L’Aquila (qui un riepilogo). Funziona benissimo anche per le
guerre: è, alla fine, il mandato “immobiliare” del Border of Peacedi Trump a
Gaza (qui un pezzo di inquadramento) oppure, per cambiare scenario bellico, lo
sciacallaggio dei governi e di diverse entità aziendali verso l’Ucraina, a
conflitto neanche concluso.
In un paese in cui oltre il novanta per cento dei comuni è a rischio di frane,
alluvioni o erosione, ignorare la prevenzione climatica, puntare sulle grandi
opere o sui grandi eventi (come Milano-Cortina), tradurre la lotta al
cambiamento climatico in sostenibilità economica (ovvero greenwashing),
significa preferire di gran lunga i profitti dei privati al benessere e alla
sicurezza (non quella propagandistica) delle comunità. Affrontare l’emergenza
solo con un approccio a posteriori, cioè con la Protezione civile e
l’applicazione di legislazioni emergenziali, è una scelta politica precisa. Il
problema viene ignorato finché non si trasforma in crisi, mentre occorrerebbe
ripensare le politiche di pianificazione territoriale e investire in
manutenzione, adattamento climatico, difesa costiera naturale e delle
infrastrutture, ascoltando le comunità locali e i movimenti per il clima.
Il capitalismo è il sistema che si riproduce proprio nell’amministrazione della
crisi. Anzi, in certi casi si rilancia, soprattutto se la crisi viene
trasformata in mito. Da una riorganizzazione economica (una forma di
sfruttamento del territorio) viene una riorganizzazione simbolica. Tutti
ricordiamo l’enorme mobilitazione culturale sorta dopo il terremoto d’Abruzzo,
in particolare la canzone Domani 21-04-09 Artisti Uniti per l’Abruzzo. La
catastrofe fu uno dei luoghi di ricostruzione identitaria della nazione, sul
trauma che ha prodotto un’intera generazione si è raccolta. Un meccanismo che,
ironia della sorte, è stato studiato dallo storico John Dickie sul terremoto di
Messina e Reggio Calabria del 1908 (che distrusse completamente le città e
provocò quasi duecentomila morti), sottotitolo “una catastrofe patriottica”.
Ecco, ribaltando, potremmo azzardare che viviamo oggi forme di “patriottismi
della catastrofe”, che vengono usate a copertura di un contenuto: la natura
predatoria del sistema politico-economico in cui viviamo.
Il ciclone Harry non è stato il primo evento climatico estremo, né sarà
l’ultimo. Pensare che lo Stato possa uscire dal fatalismo investendo seriamente
in adattamento climatico, pianificazione territoriale e infrastrutture significa
ignorare ciò che lo Stato è diventato: un dispositivo di amministrazione della
crisi, non di prevenzione. Non è possibile chiedere a un governo strutturalmente
allineato agli interessi del capitale fossile (del resto, Eni è una delle grandi
emettitrici) di agire contro la logica che lo costituisce. Così come non è
possibile credere, in questa fase storica, in una riconversione ecologica
globale o in un abbandono del paradigma della crescita infinita (il problema, in
fondo, non sono le risorse di per sé, ma il loro uso), mentre la politica
mondiale accelera verso destra e verso uno stato di guerra permanente.
L’unica strada praticabile è allora l’autorganizzazione su base territoriale:
forme di autodifesa collettiva che si assumano direttamente la gestione dei
rischi climatici, la manutenzione diffusa, la messa in sicurezza minima, la
circolazione di saperi tecnici e la preparazione alle emergenze. Non come
supplenza morale allo Stato, ma come costruzione di alternative materiali. Che
siano regioni, comuni, quartieri, spazi sociali non importa. Fuori da questa
prospettiva, non c’è nessuna possibilità: solo nuove crisi e nuove
amministrazioni della catastrofe, sempre più violente. (demetrio marra)
(archivio disegni napolimonitor)
Quando inseriamo le indicazioni per il luogo dell’assemblea e saliamo in
macchina, non ci accorgiamo che ci porteranno in una chiesa. Precisamente nella
chiesa di San Matteo Apostolo, a Giugliano in Campania, provincia di Napoli. È
qui che, il 18 dicembre scorso, una settimana prima di Natale, si è tenuta
l’assemblea di cittadini per la costituzione del comitato di vigilanza
dell’attuazione della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Nel gennaio 2025, la corte ha condannato lo Stato italiano per la gestione del
disastro ambientale della Terra dei Fuochi, ritenendolo responsabile di non aver
protetto la vita dei residenti esponendoli a rischi ambientali e sanitari per
decenni. Che un’assemblea dei comitati si svolga in una chiesa sorprende non
troppo, visto il ruolo storico delle parrocchie in questo territorio. Da don
Patriciello a Caivano a don Massimo Condidorio qui a Giugliano, i parroci “di
frontiera” sono stati spesso protagonisti della lotta contro il disastro
ambientale. A sorprendere, semmai, è la presenza di una volante dei carabinieri
a presidiare l’ingresso. Anche questo, però, non è del tutto inatteso.
All’interno, sedute tra i banchi di legno, ci sono le diverse anime dei comitati
della Terra dei Fuochi: Acerra, Caivano, Pianura. Ognuna porta con sé una storia
specifica che parla di rifiuti interrati, roghi tossici, ecoballe, dove
contaminanti diversi hanno disegnato differenti genealogie dei dolori,
accomunate da patologie tumorali, neoplasie e morti premature. Su questi veleni,
negli anni, i comitati hanno costruito una conoscenza scientifica che supera
spesso quella accademica grazie a dati raccolti dal basso, studi indipendenti e
relazioni puntuali tra esposizione ambientale e malattie. Introducendo
l’assemblea, è il parroco don Massimo Condidorio a fare gli onori di una casa la
cui sacralità dovrà accompagnare la battaglia. Una benedizione sugellata da un
padrenostro recitato collettivamente. Accanto a lui, l’avvocata Valentina
Centonze, parte del team legale che ha guidato il ricorso, entra subito nel vivo
sottolineando il valore storico della sentenza e ricordando la responsabilità
che questa affida proprio al comitato esecutivo che si sta istituendo.
La sentenza della CEDU ha riconosciuto ciò che i comitati dicono da almeno
trent’anni: nella Terra dei Fuochi lo Stato italiano non ha protetto e continua
a non proteggere i propri cittadini e le proprie cittadine da gravi rischi
ambientali e sanitari. La sentenza definisce la risposta delle amministrazioni
locali e nazionali come non “sufficiente, sistematica, coordinata e
strutturata”. Dallo stesso pulpito, Vincenzo Petrella, vicepresidente dei
Volontari Antiroghi di Acerra, ironizza: «Persone a distanza di migliaia di
chilometri da noi, che nemmeno parlano la nostra lingua, hanno capito quello che
volevamo dire. Allo stesso tempo, amministratori locali che parlano il nostro
stesso dialetto, che vivono nelle nostre strade, hanno fatto finta per tanto
tempo di non capire le nostre parole». È un passaggio del discorso che raccoglie
anni di derisioni e di rabbia. «Ci hanno accusato di essere allarmisti, di
diffondere paure infondate. Hanno persino alluso che fossimo noi ad appiccare i
roghi tossici, perché non si spiegavano come mai fossimo sempre presenti quando
bruciava un cumulo di rifiuti. Noi abbiamo sempre risposto che eravamo lì perché
forse loro, le istituzioni, non c’erano. Ora la sentenza CEDU certifica che loro
sapevano… e hanno scelto di non agire».
Il lavoro storico dei comitati nel segnalare la crisi socio-ecologica della
Terra dei Fuochi è riassunta, secondo Antonio Marfella, oncologo di Medici per
l’Ambiente, nel fatto che la sentenza porti il nome di Alessandro
Cannavacciuolo, primo firmatario del ricorso. Nel 2007 la pubblicazione delle
foto delle malformazioni che avevano colpito le pecore di suo zio Vincenzo,
pastore di Acerra, suscitarono l’interesse della stampa internazionale. Vincenzo
Cannavacciuolo si ammalò e morì pochi mesi dopo. Per l’oncologo Marfella, siamo
entrati nella “fase sette della crisi”. Secondo la sua storiografia, la nascita
del fenomeno della Terra dei Fuochi è legata principalmente allo smaltimento
illegale dei rifiuti, fatto di interramenti, sversamenti e roghi. Oggi, invece,
le contaminazioni principali passano sempre più attraverso il circuito legale
dello smaltimento. «La correlazione che dobbiamo tracciare è tra i siti di
stoccaggio dei rifiuti e l’insorgere dei casi tumorali. Questi dati le Asl non
li diffondono, o si rifiutano di diffonderli, quindi è nostro compito produrli.
Ognuno secondo le specificità del suo territorio. Qui siamo a Giugliano, per
esempio, l’attenzione allora si dovrebbe concentrare sui Pfas, visto l’ammontare
di rifiuti smaltiti in questa zona».
Gli Pfas sono sostanze perfluoroalchiliche, dette anche “inquinanti eterni” per
la loro persistenza nell’ambiente, e il riferimento è allo Stabilimento di
tritovagliatura e imballaggio rifiuti (Stir) proprio di Giugliano e al fatto che
qui passino quotidianamente almeno cinquecento tonnellate di rifiuti solidi
urbani. Giorni festivi compresi. Queste parole fungono da introduzione
all’intervento di Giovanni Merola, avvocato del movimento chiamato proprio
“Basta Impianti”, attivo nell’Agro Caleno, dove sono ben ventidue gli
stabilimenti di rifiuti nel raggio di pochi chilometri. «In queste zone – dice –
è possibile sovrapporre perfettamente la mappa dei casi tumorali a quella degli
impianti». La notizia dell’apertura dell’ennesimo stabilimento tra Pignataro
Maggiore e Capua come il divampare dell’ennesimo rogo tossico a Teano, hanno
riacceso la rabbia della cittadinanza, culminata con il blocco del casello
autostradale a fine settembre. Una riattivazione che ha già prodotto risultati
concreti, dal sequestro dell’impianto di Sparanise all’audizione con i comitati
della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei
rifiuti e agli illeciti ambientali, prevista nei prossimi mesi.
Gli avanzamenti, seppur lenti, delle lotte ambientali negli ultimi mesi hanno
riattivato qualcosa che somiglia alla speranza. Non una speranza ingenua, ma la
consapevolezza di avere un nuovo potente strumento giuridico tra le mani. La
sentenza della CEDU impone allo Stato italiano di adottare entro due anni misure
concrete e dettagliate, indicate dalla stessa Corte, per fronteggiare i danni
ambientali. Un anno, nel frattempo, è già passato. La costituzione del comitato
esecutivo servirà a dare vita a un meccanismo di monitoraggio indipendente per
vigilare affinché siano rispettati gli obblighi imposti dalla sentenza. Dalle
bonifiche al monitoraggio sanitario, dovranno essere investiti milioni di euro
per la Terra dei Fuochi e sarà compito del comitato assicurarsi che questi soldi
vengano spesi per la messa in sicurezza e la bonifica del territorio.
L’istituzione del comitato esecutivo segna l’inizio di una nuova fase storica.
Il comitato si propone come interlocutore stabile delle istituzioni, garante
della trasparenza e strumento di pressione civile nei confronti del governo e
della Regione. È un nuovo esperimento politico, che si inserisce nella lunga
storia dei movimenti della Terra dei Fuochi e ne rilancia il laboratorio. La
Corte europea, infatti, riconosce esplicitamente che Ong, associazioni, gruppi
della società civile e anche singoli individui possano inviare comunicazioni
scritte per segnalare criticità, ritardi o attuazioni solo formali delle misure
imposte dalla sentenza. La scommessa dei comitati è trasformare questa
possibilità giuridica in un controllo popolare sistematizzato e di fare della
messa in sicurezza del territorio uno spazio di partecipazione politica.
L’assemblea è un susseguirsi di testimonianze fatte di documenti, cartelle
cliniche, pennette usb consegnate simbolicamente al tavolo del comitato, perché
il dolore raccolto in quelle carte possa essere condiviso e diventare strumento
di riscatto. Prima di sciogliersi, ci si dà appuntamento al giorno successivo:
ancora a Giugliano e ancora in una chiesa, la Collegiata di Santa Sofia. Il
comitato appena nato diventa così immediatamente operativo, chiamato a
confrontarsi pubblicamente con le istituzioni e con il commissario straordinario
Giuseppe Vadalà. Ci rimettiamo in macchina consapevoli di essere alle porte di
un nuovo ciclo di lotte e che dai rapporti di forza che queste sapranno generare
dipenderà il futuro della Terradei Fuochi. (raffaele guarino)
(disegno di valeria cavallone)
Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a
venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura
del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della
chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale.
Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del
più diffuso pesticida a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da
immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero
consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di
condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo
rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze
catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli.
“Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e
del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani”, è il titolo
dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and
Pharmacology, che attestava che il glifosato, commercializzato
dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Gli autori concludevano
che l’erbicida non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per
quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema
riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è stata considerata negli anni
una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato, citata a
livello globale in oltre ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità
come l’Agenzia per la protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore
della rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di “gravi
preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli
autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla
cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti
della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”. Lo
studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato dai ricercatori
dipendenti della Monsanto e anche la peer review viziata da questa pratica in
conflitto con la ricerca indipendente. A detta del caporedattore, gli autori
potrebbero aver ricevuto un risarcimento finanziario da Monsanto per il loro
lavoro su questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva
significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente
obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.
Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto “biologico”, una panacea
contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva preso piede sin da quando
il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole quotidiane in tutto il
mondo. Se per l’agricoltura industriale il principio fondamentale è l’utile
sempre e comunque, allora il glifosato è l’ideale per liberarsi delle erbe
“infestanti” perché sbrigativo, efficace e bisognoso di poca manodopera, giusto
il trattorista per le irrorazioni. In Puglia, addirittura, tra la fine degli
anni Novanta e il 2010 il glifosato della Monsanto, in base a questo dogma
riduzionista, è stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo
e il sostegno delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico,
il Salento è stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di
Roundup Gold e Platinum, che non ha risparmiato nessun areale.
La tecnologia testata rientra nel programma GIPP (Gestione Infestanti Piante
Perenni) della Monsanto iniziato nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013,
finalizzato al controllo delle erbe infestanti negli oliveti, attraverso
l’utilizzo dell’erbicida contenente glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno
delle autorità scientifiche regionali e il totale consenso degli amministratori.
Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati come infestanti e invece
dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di altissimo pregio, siano
stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato le specie e la
biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli agricoltori ma
anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente dotati di un
livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da sempre definito
come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito il Roundup nel 2018,
continua a sostenere che la sostanza chimica è sicura se utilizzata secondo le
istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il mondo rurale è tra le prime vittime
per livello delle insorgenze tumorali in tutto il mondo e il Salento è la prima
regione in Europa per insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E
pensare che tecnici e scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la
causa della innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con
sicumera e arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto
subire una sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se
lo dice la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa
sempre più una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi.
Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha reso le piante più
vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei suoli del Salento già
sottoposta alla pressione della desertificazione associata alle cattive pratiche
agricole. In letteratura scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti
chimici e, dunque, la maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è
conosciuta da tempo. Per quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati
molti problemi: una riduzione significativa di macro e micro nutrienti
riscontrata nei tessuti delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua
interazione con la disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per
conservare la salute della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle
piante nei raccolti.
Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi secolari e monumentali, dal 2013 si
comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento degli ulivi, la
xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla
normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non
motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il
risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato,
l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate che
producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti, per
eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che
prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione
Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare
l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il
livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che
permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di
dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di
scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima” e “allargare il campo
di indagine della malattia di disseccamento degli ulivi anche all’eventuale
correlazione con l’utilizzo massiccio di glifosato”.
In effetti, osservando la zona focolaio, si era accertato come i disseccamenti
fossero a macchia di leopardo con maggiore presenza di sintomi nei terreni che
utilizzano in modo massiccio i disseccanti, in particolare il Roundup della
Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione biologica. Come mostra Margherita
Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e
superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia
di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di disseccamento degli
olivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003 al 2010, è fino a due
volte più alta che nella provincia di Bari, e fino a quattro volte superiore
rispetto alla provincia di Foggia.
Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che cala ombre sulla qualità
della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche? Che scienza e scienziati,
lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e interessi di vario genere,
sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni talvolta addirittura maggiori
rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la posizione sociale che
ricoprono può essere più determinante rispetto, come in questo caso, a
problematiche che coinvolgono la salute delle persone e dell’ambiente; che
la peer review può essere aggirata e inficiata in diversi modi e da diversi
fattori, per esempio dal meccanismo perverso delle citazioni e auto-citazioni
che diventano una garanzia per il successo, spesso commerciale, prima che
scientifico, di alcuni prodotti, tecnologie e personalità afferenti al mondo
scientifico. Le pubblicazioni relative a xylella (test di patogenicità, brevetti
relativi a presunte piante, immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari)
sono emblematiche di questa crisi della scienza e della ricerca sempre più
esposta a interessi industriali, legati alle esigenze di carriera e affermazione
bibliometrica di taluni scaltri ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli
affari. (giuseppe vinci)
Fotogalleria di Fabrizio Ferraro
Vitulazio (Caserta), 13 dicembre, ore 15.00. Calcestruzzo annerito intorno ai
nostri passi. Siamo in corteo con il Movimento Basta Impianti. Un intreccio
irregolare e numeroso di volti, età e rabbie. Altrettanto cospicuo lo
schieramento delle forze dell’ordine. In testa un furgone, tra gli amplificatori
spiccano le foto dei “martiri”. Superiamo un campanile, l’orologio è fermo alle
11:20. Ci sono anche le attiviste del comitato Mai più Ilside, le cui lotte nel
2021 hanno portato alla messa in sicurezza e bonifica del sito di gestione
rifiuti di Bellona. «Noi abbiamo vinto allora», dicono mostrando le immagini del
prezzo pagato in salute e vite.
Basta Impianti mantiene il passo. A metà gennaio il movimento sarà ascoltato in
Commissione bicamerale rifiuti e dalla Commissione d’inchiesta sulle attività
illecite connesse al ciclo dei rifiuti e agli illeciti ambientali.
(disegno di mattia vincenzo abbruzzese)
Diluvia, per un momento quasi grandina. È il 2 dicembre e un freddo umido si è
cristallizzato sulla città da qualche giorno. Sono le venti circa. Io e Mel,
quasi completamente zuppi, ci infiliamo in una vecchia Clio, asciughiamo alla
buona il taccuino e la macchina fotografica e partiamo in direzione Bellona, un
comune di quasi seimila abitanti in provincia di Caserta, in un lembo dell’Agro
Stellato. Stasera si terrà un’assemblea pubblica indetta dal movimento Basta
Impianti, cresciuto nelle campagne dell’Agro Caleno, dove da anni si consuma la
convivenza forzata con siti di stoccaggio, impianti di trattamento rifiuti e
progetti industriali ad alto impatto. Partecipano residenti e attivisti che si
oppongono all’idea di un territorio condannato a essere “compromesso”.
L’oscurità e la condensa sul parabrezza filtrano un paesaggio quasi
inosservabile fino all’ingresso nel borgo, dove le luci di Natale restituiscono
un po’ di opaca visibilità. Entriamo nel teatro parrocchiale alle spalle della
chiesa di San Secondino. Nella lunga sala alcune decine di persone tra tavoli di
plastica ricoperti da incerate verdi, formano un’ovale di sedie; il microfono è
aperto e già si susseguono gli interventi moderati da un ragazzo dai capelli
lunghi seduto accanto all’amplificatore. Alle sue spalle un lungo striscione
plastificato con il lettering in maiuscolo “Basta Impianti”.
Ancora umidi prendiamo posto e ascoltiamo Pasquale, un attivista: «Noi ci
dobbiamo sentire tutti in dovere di parlare di ciò che è malato. Sono stato
fuori le scuole per parlare ai genitori dell’urgenza, dell’importanza del corteo
del 13 dicembre a Vitulazio. Le autorizzazioni per nuovi impianti portano noi
cittadini ad ammalarci sempre di più per cui, cari genitori, non è solo una
questione di senso civico partecipare a questa battaglia, voi lottate per
evitare un pericolo che vi tocca direttamente. C’è stato tra loro chi mi ha
risposto che da queste parti la monnezza o si sotterra o s’appiccia. Che cosa
può insegnare un genitore così a suo figlio? C’è chi pensa che il diritto di
proprietà legittimi qualsiasi tipo di brutalità, ma la terra non ha padroni. Noi
siamo di passaggio, lo dobbiamo alle future generazioni. Stasera siamo in tanti
e dobbiamo essere ancora di più». Dopo di lui parla Clemente Carlino, che è
stato assessore del comune di Grazzanise al tempo delle “ecoballe”. «Questa
terra – dice – è stata scelta come il “buco dove sversare”. Tutti questi luoghi
sono stati considerati tali, da Santa Maria Capua Vetere a Cancello e Arnone, da
Borgo Appio a Grazzanise, questa è la nostra condizione da tempo. Ora sappiamo
che ci sarà un ampliamento da quattro a nove vasche nell’impianto di biogas di
Arianova a Pignataro Maggiore, tra l’altro ci dicono che è un impianto non
impattante… Balle! Non ci sta niente da fare, noi siamo condannati alla
ribellione! Ma non dobbiamo fermarci qua. Io dico che dobbiamo andare più in là
dell’Agro Caleno e unirci con tutti i luoghi di sofferenza ambientale, fino al
litorale domizio…». La chiusura dell’intervento è accolta da applausi, e qualche
colpo di tosse.
L’intervento successivo è del neoeletto consigliere regionale Raffaele Aveta del
Movimento 5 Stelle. Parla della sua vicinanza alla causa, del suo interesse
alle politiche ambientali e sanitarie, di una serie di casi che ha seguito
personalmente; si definisce “ambientalista militante”. «Forse – dice a un certo
punto – a Caserta c’è qualcuno che vuole davvero fare politica come servizio
alla comunità…». Una voce si leva in fondo alla sala: «Sì, ma non a parole, che
pensa di fare la Regione?». Risponde Aveta: «Sicuramente non dare in gestione
siti di stoccaggio a società con capitale sociale quasi nullo, quelle sono
truffe!».
A questo punto un cellulare suona rompendo per qualche istante il silenzio
durante il cambio al microfono. Getto uno sguardo in fondo alla sala verso il
gruppo di non più giovanissimi signori da cui era partito il commento. La
storicità del fenomeno Terra dei fuochi sta nelle loro rughe… Proprio qualche
giorno prima, il dottor Marfella, oncologo, membro di Medici per l’ambiente, che
da anni si occupa di questi temi, mi aveva raccontato l’aspetto dinamico di
questo fenomeno industriale, un’anatomia articolata in sei fasi distinte.
La prima fase (1980-2014) è quella degli sversamenti. Per decenni, rifiuti
speciali e tossici, in larga parte provenienti dal Nord, sono stati interrati o
abbandonati al Sud. Un ciclo interrotto solo nel 2014 dall’introduzione dei
primi delitti ambientali. Questo segna l’inizio della seconda fase (2014-2019).
Quelle norme, focalizzando la pena sui roghi ai bordi stradali, hanno prodotto
un effetto perverso: i fuochi tossici si sono semplicemente spostati all’interno
di depositi e siti di stoccaggio, spesso localizzati al Nord, invertendo di
fatto la rotta prevalente del traffico illecito. La terza fase (2020-2022) si
apre con la pausa forzata del lockdown, che spegne tutto per un po’. Alla
ripresa, in assenza di impianti campani per i rifiuti speciali, il sistema
reagisce esternalizzando il problema: parte un flusso massiccio e scarsamente
controllato di rifiuti verso l’estero. Ma l’aumento dei costi di trasporto porta
alla quarta fase (2021-2022): non conviene più esportare. Si torna quindi
all’antico, ai roghi tossici locali.
È una crisi globale, quella energetica, a innescare la quinta fase (2022-2023).
Da agosto 2022, il caro bollette paralizza anche le attività illegali. I roghi
cessano, non per un’azione repressiva, ma per semplice insostenibilità
economica. Ora viviamo la sesta fase (2022-2025), quella dell’attesa. Si attende
l’operatività del sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti RenTRi.
Un’attesa che potrebbe durare ancora anni.
Ritorno con lo sguardo al microfono perché intanto, ha preso la parola il
ragazzo coi capelli lunghi che siede accanto all’amplificatore, si chiama
Dario. «Diamo battaglia da trent’anni nei nostri territori – dice –, siamo
disposti a rivoltarli come calzini per seguire gli sviluppi di queste vicende,
senza mollare di un centimetro. Non siamo Nimby (not in my backyard, non nel mio
cortile), per cui proseguiremo dialogando con tutte le parti coinvolte e
interessate a sostenere le istanze di questo movimento, dentro e fuori l’Agro
Caleno». Poi, rivolgendosi al neo consigliere, prosegue: «La prossima volta però
ci portiamo il cronometro per gli interventi – e aggiunge sorridendo –, e adesso
lascio il microfono per i venticinque minuti dedicati a Ignazio…». Risate,
qualche applauso. Ignazio è seduto proprio lì accanto. È un medico, appare
preoccupato: «Vorrei far passare un messaggio, oggi è difficile… Dal ’98, dai
tempi del centro sociale Tempo Rosso di Pignataro Maggiore, noi ci siamo.
C’eravamo con la bonifica conquistata a Bellona, ma eravamo tanti comitati. Oggi
invece c’è un movimento, sta cambiando il tipo di attacco. L’Agro Aversano è
stata la Terra dei fuochi parte uno, qui si sta per osservare la parte due. C’è
una mappatura che stiamo realizzando che mette in relazione l’incidenza tumorale
e la concentrazione di impianti nella zona. Mappiamo anche i roghi. Perché la
gente che vive di monnezza, nomi e cognomi, sono sempre gli stessi o amici
loro. Tra non molto apriranno il nono impianto di stoccaggio tessile a
Vitulazio. In una zona che già presenta un aumento della diffusione e dove l’età
di contrazione tumorale si abbassa ancora: non solo abbiamo più casi ma
avvengono anche prima; andremo a dire a una donna trentenne che non potrà avere
figli per questo… L’obiettivo del corteo del 13 dicembre sarà di incontrare il
governatore Fico. Perché deve essere riconosciuta la straordinarietà del
problema. Ci giochiamo il titolo di zona straordinaria, speriamo di non giocarci
quello di Terra dei fuochi bis. Noi qui parliamo di impianti che stoccano,
mettono “in garage” il rifiuto. Basta impianti, siamo saturi! Ci va più che bene
un solo sito di riciclaggio adeguatamente controllato e monitorato, ma che sia
funzionale alla chiusura degli altri quaranta. A Sparanise, a breve
realizzeranno altri due impianti e a Vitulazio altrettanti nuovi siti per
rifiuti tessili. Sappiamo che sono stati sequestrati per illeciti proprio due
impianti tessili in loco, degli otto presenti. Il buon senso mi porta a dire:
controlliamo anche gli altri sei. Noi chiediamo il ritiro delle concessioni per
quelli sequestrati e il controllo di tutti gli altri attivi. Chiediamo una
valutazione di impatto ambientale per rischio cumulativo. Siamo in condizioni di
saturazione ambientale…». Il discorso di Ignazio prosegue ancora e si conclude
con un lungo applauso.
Gli ultimi interventi sono di Enzo Palmesano, giornalista di Pignataro Maggiore
noto per le sue inchieste contro la criminalità organizzata e le ritorsioni
subite dalla camorra, il quale racconta due importanti roghi avvenuti a Bellona
nel 2012 e nel 2017: «Il 29 dicembre 2017 la popolazione disse basta e con una
delegazione sostanziosa si presentò sotto il municipio. C’erano attivisti, sì,
ma c’erano anche i malati di tumore, i familiari delle vittime, diverse persone
anziane. Chiedevamo risposte. La reazione delle istituzioni in quella
circostanza fu di chiamare i carabinieri. Sono andati sotto processo diversi di
quei malati. Undici persone assolte recentemente perché il fatto non sussiste.
Per questo sono contento che questa riunione si faccia proprio qui a Bellona.
Abbiamo il timore che il 13 dicembre a Vitulazio possa essere usata l’arma della
repressione, i segnali ci sono… Questo è il movimento più importante nato in
questa provincia nell’ultimo quarto di secolo, c’è gente da tutta Italia che si
sta chiedendo che sta succedendo nell’alto casertano. I sindaci pro-impianti, in
queste zone compromesse, sono nemici, non avversari politici».
I vestiti sono quasi asciutti, l’assemblea è finita. Usciamo: non piove più e la
brina sull’Agro Stellato si solleva, restituendo un paesaggio in bilico tra la
memoria di chi ha lottato e l’attesa delle prossime azioni concrete di un’intera
comunità. (edoardo benassai)
(disegno di dalila amendola)
Che cosa significa, oggi, richiedere il diritto alla vita in Tunisia? A Gabès,
città del sudest trasformata in una zona di sacrificio, la risposta risuona
nelle piazze.
Riecheggia, in questi giorni, la sensazione che vivere a Gabès, la più grande
città del sudest tunisino, sia come vivere in una zona di guerra. Un tempo nota
per ospitare un sistema unico al mondo di oasi litorali, la città è ora
paradigma di un sistema di sfruttamento del territorio senza limiti né confini.
Le ragioni sono da ricercare nelle relazioni coloniali tra Sud e Nord globale e,
nello specifico, nella trasformazione del territorio tunisino in una fabbrica a
cielo aperto per la produzione – per lo più – di fertilizzanti da esportare in
Europa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso: i casi di soffocamento. È
però nei paradossi del capitale che si sviluppano comunità resistenti in grado
di inceppare l’avanzare delle faglie dell’accumulazione. È quanto sta accadendo
questo mese nel territorio di Gabès, dove, a partire dall’inizio di ottobre, si
sono susseguite una serie di mobilitazioni finalizzate allo smantellamento delle
unità produttive inquinanti del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Le proteste, che
hanno raggiunto il loro apice nel grande sciopero regionale del 21 ottobre,
affondano le radici nei numerosi casi di soffocamento verificatisi a settembre.
Le aree circostanti il complesso chimico e industriale sono state – e continuano
a essere – colpite da fughe di gas tossici che causano asfissia, difficoltà
respiratorie e motorie nelle persone esposte. Tra queste, numerosi bambini e
bambine che il 10 ottobre sono stati trasferiti in ospedale perché, mentre erano
in classe, stavano improvvisamente soffocando. Le immagini virali di quel giorno
hanno segnato un punto di rottura definitivo per un territorio che da decenni si
mobilita per rivendicare il diritto alla vita. La risposta della comunità è
stata immediata e, nei giorni a seguire, si sono susseguite numerose proteste
davanti ai cancelli della GCT, durante le quali non sono mancati momenti di
tensione con le forze dell’ordine.
In questo clima, il 14 ottobre si sono verificati nuovi casi di soffocamento,
scatenando una nuova ondata di rabbia raccolta nella marcia popolare del giorno
seguente. I video di quei momenti mostrano scene di forte tensione e una rabbia
sociale diretta contro gli impianti inquinanti dell’industria dei fosfati. Le
oasi e le spiagge, un tempo descritte come un paradiso terrestre e oggi
devastate dalla contaminazione, sono diventate teatro di scontri tra polizia e
manifestanti, con l’uso di gas lacrimogeni. È di quei giorni anche la notizia,
diffusa dall’ospedale, della fine delle bombole d’ossigeno necessarie per
trattare i casi di asfissia.
Segue il tentativo di organizzare la rabbia: a guidare il processo c’è il
movimento ecologista Stop Pollution, nato a Gabès dopo la rivoluzione e oggi
capofila nella resistenza al disastro ecologico. Cosa succede quando un corpo
“rifiutabile” diventa corpo politico? Quando la lotta per sopravvivere si
trasforma in sabotaggio delle relazioni di scarto? Sale la marea. Dalla
convergenza tra Stop Pollution e lo storico sindacato UGTT nasce la chiamata
allo sciopero regionale del 21 ottobre, che ha coinvolto oltre centomila persone
e ottenuto l’adesione totale delle attività commerciali del territorio. Le
immagini di quella storica giornata raccontano una comunità che, all’unisono,
rivendica il diritto alla vita e lo smantellamento delle unità produttive
responsabili di un genocidio urbano senza precedenti nel territorio tunisino. Il
popolo si solleva contro la narrazione tossica dello sviluppo, secondo cui
alcune comunità sarebbero residuali e sacrificabili, inondando le strade di
Gabès con una mobilitazione senza eguali.
LE RADICI DEL DISASTRO
Le cause del dissenso nel sudest tunisino sono antiche e risalgono alla
scoperta, durante la colonizzazione francese, di fosfati nell’area. A partire da
allora, l’intera economia materiale e immateriale della regione è stata
stravolta e asservita all’estrazione e successiva lavorazione dei fosfati,
portando sul lungo termine a una catastrofe ecologica e sociale. L’instaurarsi
del monopolio minerario, di cui ancora oggi la Tunisia è schiava, ha consolidato
il modello estrattivista basato sulla marginalizzazione sociale e sulla
degradazione ambientale. Così Gabès, per la sua posizione strategica, è stata
scelta come nodo principale di trasformazione dei fosfati, culminando nella
costruzione nel 1972 dell’impianto del GCT. Raccontare cosa avviene a Gabès
impone una difficoltà: non si sa dove cominciare. L’impatto ecologico del GCT si
inserisce in un quadro più ampio di sfruttamento eccessivo delle terre e delle
risorse idriche delle oasi che ne hanno determinato la progressiva scomparsa.
Oggi si parla della morte del corpo dell’oasi, metafora potente per la lenta
agonia di Gabès. La quasi totalità delle oasi è stata sacrificata per lasciare
spazio all’urbanizzazione seguita all’insediamento industriale, ma l’aspetto più
grave riguarda l’espropriazione delle risorse idriche: per esempio, nell’oasi di
Chenini erano presenti quattrocento sorgenti naturali utilizzate collettivamente
e gratuitamente per l’irrigazione; oggi sono tutte esaurite.
Quando si parla di acqua, bisogna inoltre guardare al mare, dove quotidianamente
l’impianto del GCT scarica — senza alcun trattamento — gli scarti della
produzione. Nello specifico, si tratta del fosfogesso, pericoloso a causa
dell’elevata presenza di metalli pesanti e materiali radioattivi. Nel corso dei
decenni, ciò ha causato un crollo drastico della biodiversità del golfo, che è
passato da ospitare duecentocinquanta specie nel 1965 a sole cinquanta nel 2023.
Parallelamente all’espropriazione e contaminazione dell’acqua, le ciminiere
rilasciano costantemente ammoniaca, anidride solforica e ossido di azoto,
trasformando l’aria in veleno. A marzo è emersa anche la notizia della
pianificazione di nuovi impianti per la produzione di ammoniaca e idrogeno
verde. Dinnanzi a tutto ciò, possiamo davvero parlare di emergenza? Da decenni
Gabès soffoca non per un incidente, ma per causa diretta di politiche
neocoloniali che si perpetuano. In tal senso, le rivendicazioni dei movimenti
sociali ed ecologisti sono chiare: lo smantellamento delle unità inquinanti e la
riconversione ecologica del territorio, insieme a un’indagine sugli impatti
dell’industria. Le mobilitazioni proseguono, e il 25 ottobre una grande marcia
di sostegno ha raggiunto la capitale, inondando le strade di Tunisi.
LA DOPPIA FACCIA DEL POTERE
Davanti a questo grande movimento popolare, il presidente Kais Saied ha dovuto
prendere posizione, garantendo sostegno e solidarietà. Con una strategia tipica,
però, ha scaricato la responsabilità del disastro sui governi precedenti, senza
offrire prospettive concrete d’intervento. L’unico intervento tempestivo
osservato è stato quello delle forze dell’ordine, impegnate a difendere le
macchine della morte e a reprimere con violenza i manifestanti. La crisi di
Gabès rappresenta un banco di prova cruciale per Saied, che dal 2021 ha
intensificato la repressione contro ogni forma di dissenso. Recentemente, sono
state sospese per un mese organizzazioni storiche come l’Association Tunisienne
des Femmes Démocrates, il Forum Tunisien pour les Droit Economiques et Sociaux e
la rivista indipendente Nawaat. Queste sospensioni si inseriscono in una
strategia di silenziamento della società civile tunisina, tesa a controllare e
limitare ogni opposizione al potere assoluto del presidente. Gli arresti
politici – fondati su decreti contro la “cospirazione contro la sicurezza di
Stato”, come quello del giudice Ahmed Sawab, condannato a cinque anni di carcere
dopo un processo lampo – testimoniano il vortice di regressione democratica in
corso. Dal luglio 2021, con lo scioglimento arbitrario del parlamento e
l’accentramento dei poteri nelle mani di Saied, le istituzioni si sono
progressivamente indebolite, la magistratura subordinata all’esecutivo e le
libertà civili fortemente ridotte.
La crisi di Gabès mette in luce non solo le sfide ambientali e sociali, ma anche
la profonda crisi politica e di legittimità del regime, che risponde con
repressione e controllo mediatico piuttosto che con soluzioni inclusive e
trasparenti. A soli tredici anni dalla rivoluzione, il popolo tunisino torna a
chiedersi cosa significhi davvero lottare per la propria vita in un contesto
dominato da violenza e repressione. Nel 2024 e 2025, parallelamente a proteste
sociali e ambientali, sono stati registrati ulteriori arresti arbitrari di
attivisti e manifestanti. Un caso emblematico è quello di Mohamed Ali Rtimi,
attivista queer dell’Association tunisienne pour la justice et l’égalité,
arrestato durante una mobilitazione di Stop Pollution il 23 maggio 2025. Le
recenti proteste a Gabès sono state represse con arresti e detenzioni
arbitrarie, spesso in condizioni che violano i diritti processuali, con accusati
privi di avvocati e accusati ingiustamente di essere “cospiratori finanziati
dall’estero”. Gli arresti di massa – oltre centocinquanta in due settimane – e
la repressione delle proteste pacifiche dimostrano una chiara volontà politica
di criminalizzare la mobilitazione popolare e soffocare ogni voce critica. Gabès
torna però a sollevarsi, si fa marea contro un potere che vorrebbe sacrificarla,
inondando ancora una volta le strade il 31 ottobre. Lottare per il diritto alla
vita a Gabès significa rivendicare un diritto basilare come quello di respirare
ma anche quello di restare, o meglio, tornare: tornare ad abitare un territorio
senza che ciò costi la vita. Significa essere quel sole che sorge ogni giorno,
tra i colori lividi della contaminazione e della repressione, sapendo che, per
quanto gli si spari addosso, “nessuno può spegnere il sole”. (matilde collavini)
(fotografia di nm)
Il 9 agosto un fiume di gente ha attraversato le strade di Messina per dire no
al ponte. Più di diecimila persone sono scese in strada lanciando una sfida al
ministro Salvini che, qualche giorno prima, durante l’approvazione del progetto
definitivo del ponte da parte del Cipess, si era precipitato in città – accolto
da una decina di sostenitori tra cui il sindaco della città Basile – per
presentare in pompa magna il progetto, con l’avvio dei cantieri che avverrà
entro la fine del 2025, e che prevede l’inizio dei lavori a fine 2025 e
soprattutto a fine degli espropri.
Al termine dell’incontro, con un fare provocatorio, Salvini aveva lanciato dei
bacini ai manifestanti “No ponte” che lo aspettavano fuori dal luogo in cui si
teneva l’evento.
La manifestazione, partita alle diciotto da piazza Cairoli, ha attraversato le
principale arterie del centro, giungendo due ore dopo a piazza Duomo.
Sul camion con le bandiere della Palestina e dei No ponte, campeggiava la
fotografia di Santino Bonfiglio, militante morto qualche mese fa, a cui è stato
dedicato il corteo.
Appena dietro il camion, uno striscione con la scritta No ponte, e un pugno
chiuso che spezza in due il ponte che unisce le due sponde dello Stretto.
Tra i manifestanti tanta gente comune e qualche volto noto, come Antonio Mazzeo,
membro dell’equipaggio della Freedom Flotilla che ha provato a rompere l’assedio
a Gaza.
Il corteo, sebbene sia stato circondato da un numero enorme di agenti in tenuta
antisommossa – evidente il clima di intimidazione, nella nuova cornice
securitaria sublimatasi con l’approvazione del ddl sicurezza – è riuscito ad
affrontare con maturità le diverse provocazioni ricevute, a cominciare dal volo
basso dell’elicottero della polizia al momento della partenza del corteo, e
alcuni spostamenti anomali di contingenti verso una parte di manifestanti in
alcuni tratti della manifestazione.
Un altro elemento da sottolineare è stata la decisione di eliminare qualsiasi
caratterizzazione partitica, collocando a inizio corteo le bandiere No ponte, e
spostando in coda tutti i militanti con le bandiere dei propri partiti e gruppi
politici.
Nei primi interventi i manifestanti denunciano il tentativo di colonizzazione
del progetto ponte promosso dal governo Meloni, la Società Stretto di Messina e
Webuild, che alimentano la macchina ponte.
In particolare il ruolo di WeBuild (ex Salini-Impregilo), a cui vengono
appaltati diversi cantieri in Italia, che ha visto schizzare verso l’alto le
azioni in borsa dopo l’annuncio della costruzione del ponte del 2023.
Il progetto di WeBuild si realizzerà attraverso un utilizzo di tecniche
invasive, cantierizzazione diffusa e alimentando criticità legate allo
smaltimento di materiali tossici, come quella già verificatasi per la
costruzione del raddoppio ferroviario sulla Messina-Catania, che ha inquinato di
arsenico l’area di Contesse, alla periferia sud della città.
(fotografia di nm)
Tutte criticità che preoccupano la popolazione, visto che le aree di cantiere,
tra stoccaggio di materiali e costruzione dei cavi, interesseranno tutta la
città, compresi i quartieri che si trovano a più di venti chilometri di distanza
rispetto a dove sorgeranno i pilastri del ponte. Il tutto verrà facilitato dal
decreto infrastrutture, che per accelerare la costruzione prevede la possibilità
di cantierizzazione per fasi.
Dopo circa trenta minuti dalla partenza del corteo, mentre una signora esce dal
proprio balcone di casa sventolando una bandiera della Palestina, un altro
intervento dal camion ricorda che i territori sono di chi li abita e se ne
prende cura. Un riferimento è alla legge 2001, che come avvenuto con la Tav in
Val di Susa, per la costruzione delle opere pubbliche non prevede alcuna
consultazione con le popolazioni locali.
Tra i quattordici miliardi che serviranno per la costruzione di questa grande
opera, una buona parte delle risorse potrebbe essere utilizzata invece per
intervenire sulla gestione idrica o sul dissesto idrogeologico.
Messina registra perdite della rete idrica che costringono la popolazione ad
avere l’acqua solo per alcune ore al giorno. O la sanità, con la sua crisi
economica strutturale che impedisce l’incremento dei posti letto negli ospedali,
e le assunzioni di ausiliari, Oss, infermieri e medici specializzati.
(fotografia di nm)
Altrettanto menzognera resta la manovra del governo di far passare il ponte come
un’infrastruttura militare che rafforza i sistemi di mobilità in una regione
piena di basi Nato, come emergerebbe dalla recente delibera Iropi che
giustificherebbe la costruzione del ponte per facilitare lo spostamento di
truppe militari nel Mediterraneo.
Secondo Antonio Mazzeo a oggi non esiste alcun documento ufficiale che consideri
il ponte funzionale allo spostamento di truppe, mezzi e armamenti. Eppure il
dispositivo ponte continua ad essere alimentato non solo dal governo ma anche
dalla magistratura, come dimostrato dalla sentenza del tribunale di Roma che ha
condannato i militanti No ponte – che avevano presentato un ricorso contro la
costruzione da parte della Società Stretto di Messina – al pagamento di 340 mila
euro di spese legali.
Ed è per questo che appena il corteo arriva a piazza Duomo, un ultimo intervento
dal camion ricorda come il movimento No ponte non può fare affidamento su nessun
soggetto istituzionale, consigliere o partito, ma solo sulle forze degli stessi
militanti che con passione e energia continuano a sostenere la mobilitazione, da
più di venti anni.
Gli stessi manifestanti ricordano ai reparti mobili schierati davanti e in coda
al corteo che i militanti continueranno la battaglia, sia nei cantieri dove
partiranno i lavori, che davanti a ogni casa dove verrà eseguito lo sfratto per
l’esproprio.
Prima di entrare in piazza un ultimo coro arriva dalla folla: “Lo stretto di
Messina non si tocca, lo difenderemo con la lotta!” (giuseppe mammana)