(disegno di pietro cozzi)
La pioggia gelida del primo mattino si placa, le nuvole lasciano passare perfino
un po’ di sole, man mano che le persone affluiscono nella piazza principale dei
Campi d’Annibale, una delle aree più urbanizzate dei Castelli romani, nel
territorio di Rocca di Papa. Nonostante il meteo incerto, il primo corteo contro
il disboscamento dei Colli Albani è un successo. Siamo a metà febbraio e il
Comitato protezione boschi dei Colli Albani ha chiamato a raccolta abitanti,
associazioni e collettivi per marciare tra le strade del borgo di Rocca di Papa
con l’obiettivo di arrivare sotto la sede del Parco regionale dei Castelli
romani. La piattaforma rivendicativa è frutto di diversi mesi di controllo
popolare, studio e mobilitazioni da parte del giovane comitato, costituito poco
più di un anno prima: i tagli boschivi stanno violentando il territorio e i suoi
beni patrimoniali; gli interessi economici dietro il cosiddetto ceduo (metodo di
“governo” del bosco che consente la ricrescita delle piante dopo alcuni anni dal
taglio del fusto) sono soverchianti rispetto all’interesse collettivo di
protezione del bosco che i comuni, l’ente parco e tutte le istituzioni hanno di
fatto smesso di perseguire. Il taglio massiccio va fermato, sostiene il fronte
sempre più ampio di organizzazioni e residenti che si è compattato intorno
all’attività del comitato, altrimenti il disastro ambientale e sociale diventerà
irreversibile.
Per le strade della Rocca il corteo raccoglie la solidarietà di abitanti e
commercianti che si affacciano dalle finestre e dalle botteghe, si uniscono alla
marcia per qualche tratto, raccontano le loro storie sull’importanza del bosco
per questa comunità. I manifestanti chiedono una moratoria al taglio ceduo che
interessa la quasi totalità degli ottomila ettari sotto la gestione dell’ente
parco, tagli che vengono effettuati in modo intensivo, distruggendo gli
ecosistemi naturali e i preziosi sentieri della via Francigena, la via Sacra,
l’Ippovia, cammini millenari sventrati dal continuo passaggio di ruspe e
cingolati. Durante il corteo alcuni anziani boscaioli si fermano a parlare con
attivisti e cittadini; sostengono le ragioni della mobilitazione perché,
raccontano, le tecniche tradizionali avvenivano a passo di mulo, in aree
circoscritte e diffuse, nel più minuzioso rispetto dei cicli vegetativi. Era
un’economia di sussistenza, a beneficio delle famiglie locali, ben diversa
dall’industria su vasta scala che oggi riceve dalle istituzioni il lasciapassare
per massacrare l’ambiente boschivo a beneficio di grandi interessi privati. A
differenza dei boscaioli solidali, infatti, nei giorni precedenti la
manifestazione iniziano a circolare online tentativi di denigrazione da parte di
improvvisati sodalizi di impresari del legname che rivendicano il loro diritto a
disboscare, con il solito mantra sull’occupazione e goffi tentativi di
greenwashing. Tuttavia, sono gli stessi che ci svelano parte della destinazione
del legname tagliato: l’edilizia, soprattutto quella destinata alle classi più
agiate, interessate a impreziosire le proprie abitazioni ecosostenibili con il
castagno locale; ma anche il commercio di scarti della lavorazione del legno,
materiale imprescindibile per il funzionamento di tutta una serie di impianti
industriali, tra cui quelli per la produzione di cemento.
C’è infatti una forte connessione tra il disboscamento dei Colli Albani e
l’implacabile cementificazione di cui il territorio è vittima da decenni. Come
hanno spiegato alcuni interventi alla fine del corteo, il bosco per queste
comunità ha sempre rappresentato l’ultimo margine, la barriera verde contro
l’avanzare della metropoli. Mentre Roma si espandeva a sud-est e la pianura
della provincia ne subiva le conseguenze in termini di impatto urbano (con la
nascita di agglomerati tra i più densamente popolati della penisola), gran parte
dei centri collinari sulle pendici del vulcano laziale venivano risparmiati
dallo tsunami speculativo proprio grazie alla muraglia alberata. Ma il bosco da
solo non sarebbe bastato. Soprattutto la mobilitazione popolare, che negli anni
Ottanta porterà alla nascita del Parco regionale dei Castelli romani, è riuscita
a porre un primo importante freno a cementificazione, crisi idrica e
disboscamenti. Purtroppo lo stesso ente parco, nato dalle lotte delle comunità,
nei decenni successivi e per diverse ragioni non è stato in grado di fermare
quelle che oggi rappresentano le più pesanti nocività nell’area, cui si aggiunge
l’aggressione estrattivista del ciclo dei rifiuti capitolino.
La pressione antropica è implacabile, frutto di una profonda commistione tra
interessi politici ed economico-finanziari sull’utilizzo del suolo nei Castelli
romani. In tutta l’area si contano ormai oltre 350 mila residenti, mentre i
servizi diminuiscono sotto i colpi della scure neoliberista che taglia le
strutture socio-sanitarie e disincentiva la pianificazione pubblica del
territorio. La stessa pressione antropica è tra le principali cause
dell’abbassamento drammatico del livello dei laghi di Albano e di Nemi, un
processo che sembra inarrestabile e che porterà a una crisi idrica dell’intera
falda a fronte dei 172 mila litri d’acqua al giorno che serviranno
all’inceneritore di Santa Palomba, se non verrà fermato prima.
Ma il legame tra motoseghe e betoniere non si ferma qui. Come accennato, gli
scarti della lavorazione del legno servono anche ad alimentare gli impianti per
la produzione industriale della calce e di altri materiali per l’edilizia. Tra
le vertenze presenti al corteo c’erano anche rappresentanti della lotta contro
l’ampliamento dell’impianto Fassa Bortolo di Artena, il quale per funzionare
avrà bisogno di circa 30 mila tonnellate di questi scarti! È verosimile che il
ceduo locale sarà una fonte appetibile.
La mattina del corteo, dentro la sede dell’ente parco non c’è nessuno. Nessuno
che possa ricevere i manifestanti, nessun comunicato nelle ore successive, solo
un silenzio assordante. Si affaccia il sindaco di Rocca di Papa, contestato
della piazza per voler difendere l’idea che si può continuare a tagliare con
ritmi non dissimili da quelli attuali, purché ciò avvenga nella “legalità” delle
concessioni. Nonostante il botta e risposta in piazza, al sindaco viene
riconosciuta dagli organizzatori almeno la decenza di aver aperto un dialogo. Le
realtà presenti sono le stesse che hanno intrapreso in questi mesi un percorso
comune di messa a sistema delle mobilitazioni sulle singole vertenze e di
analisi degli intrecci tra ognuna di esse. La rete ha iniziato a incontrarsi
mensilmente in assemblee pubbliche (l’ultima lo scorso 21 marzo a Genzano),
lanciando una nuova grande mobilitazione congiunta per fine maggio, dove far
emergere in modo chiaro la relazione tra le nocività, tra i nodi del sistema
estrattivo sui Castelli romani, e dunque delle lotte per provare a contrastarlo.
Deforestazione, crisi idrica, consumo di suolo, discariche e combustori,
questione abitativa, diritto a restare per comunità umane e non. Simili processi
intersezionali non sono una novità in questo territorio. C’è una lunga storia ai
Castelli romani che parte dalle lotte contadine per la terra e per la casa, e
arriva ai conflitti ambientali, l’antifascismo militante, i comitati per la
sanità pubblica, i collettivi transfemministi, la solidarietà con la comunità
palestinese, l’implacabile lotta No Inc.
Sempre a proposito di storia, a margine della manifestazione qualcuno si domanda
da quanto tempo non si vedesse un corteo simile per le strade del piccolo e
inerpicato borgo di Rocca di Papa. C’era stata la mobilitazione antifascista e
antirazzista del 2018, quando molte persone solidali accorsero in difesa dei
migranti appena sbarcati dalla nave Diciotti della Guardia costiera e ospiti in
una struttura sulla via dei Laghi, all’esterno della quale si erano raggruppati
i soliti nuclei delle più note sigle neofasciste romane. Ma la memoria storica
corre molto più indietro, prima ancora delle lotte per l’istituzione del Parco,
addirittura prima della nascita delle organizzazioni di massa. A metà del XIX
secolo, i rocchigiani insorsero contro gli abusi dei principi Colonna e per il
rispetto degli usi di legnatico (la raccolta del legno concessa per consuetudine
ai contadini). Da queste parti il processo di smantellamento degli usi
collettivi fu lo strumento della definitiva “recinzione” delle terre. Un caso
emblematico è quello del castagno, principale vittima del disboscamento attuale.
La richiesta di legname già dal XVI secolo spinse il governo pontificio a
sostituire i boschi originari (oggi ridotti a poche aree) con il più proficuo
castagno, ma la scelta fu orientata anche da una legge che liberava i
proprietari dagli usi collettivi qualora la loro terra fosse adibita ad alberi
da frutto. Molti proprietari di boschi trovarono utile allora trasformarli in
castagneti, così da tenere lontana la povera gente dal libero uso del bosco.
Questi processi non furono indolori e le comunità provarono a resistere fino
alla prima metà del secolo scorso. A Rocca di Papa tutto ebbe inizio all’alba
del primo maggio 1855, quando duecento contadini marciarono per invadere i
terreni dei Colonna. Affisso un manifesto contro le autorità, i paesani
proclamarono la Repubblica di Rocca di Papa e innalzarono nella piazza del paese
l’albero della libertà: un berretto rosso giacobino sulla cima di un palo di
legno. Non sappiamo quanto durò l’esperienza di autogoverno (forse un giorno,
forse qualche settimana), né i nomi delle persone coinvolte nella rivolta e nei
successivi arresti. Sappiamo solo che la milizia del papa riuscì in pochissimo
tempo a sedare il tentativo rivoluzionario. Rimane un importante episodio di
insurrezione contadina nella provincia romana, nonché un esempio lampante di
quanto sia radicato il rapporto viscerale di questa comunità con il bosco, con
la sua concezione di “common” da difendere a ogni costo.
La funzione sociale del bosco non nasce nell’ambito della produzione, dunque,
quanto dalla riproduzione sociale delle comunità, proprio perché questo aveva
rappresentato per millenni una risorsa libera e utile ai processi di
sopravvivenza collettiva – benché nell’ambito di rapporti feudali –, come
appunto la raccolta, la caccia, la protezione da incursioni esterne, i rituali
religiosi. Nell’era moderna, la tensione tra produzione e riproduzione è
diventata conflitto: ai giorni nostri il bosco dei Castelli è una risorsa per il
profitto delle aziende del legname, ma è anche epicentro del riposo di migliaia
di famiglie lavoratrici, luogo di svago, percorrenza, fruizione culturale,
economie tradizionali, ambito di accoglienza di viandanti e viaggiatori
(laddove, in parte, riesce a resistere al turismo di massa), protezione non solo
dall’espansione urbana ma anche dai cataclismi climatici, casa inviolabile di
specie vegetali e animali. La produzione di legname, a oggi, non sembra portare
alcun tipo di beneficio alle comunità: ai Castelli si tagliano più alberi di
trent’anni fa ma non si produce neppure un mestolo di legno. È il capitalismo
estrattivo, che toglie al territorio senza restituire niente, neppure
all’interno di un indotto. In questo contesto il bosco dei Castelli rappresenta
di fatto la frontiera tra iper-sfruttamento delle risorse e spazio ri-produttivo
sul territorio. Ennesimo suolo conteso tra interessi divergenti: miniera per gli
speculatori ma anche ultima terra comune, percorribile e collettiva per gli
abitanti ai suoi margini, ben consapevoli dell’importanza della difesa del
bosco. (lorenzo natella)
Tag - ambiente
(disegno di leMar)
Si ferma il piano di sviluppo industriale del centro di sperimentazione
automobilistica Nardò Technical Center nel Salento, di cui abbiamo scritto nei
mesi passati. Lo annuncia Porsche nel pomeriggio di giovedì 27 marzo, in
una nota in cui motiva la rinuncia al progetto con le attuali “prospettive
sociali, ambientali ed economiche” e “le circostanze dell’industria
automotive mondiale”. La buona notizia arriva dopo quasi venti mesi di lotte e
resistenza da parte di associazioni e comitati, a un anno esatto dalla
comunicazione della Regione Puglia riguardo la decisione del presidente Emiliano
di sospendere l’accordo di programma con NTC, a seguito dei richiami dalla
Commissione europea. Nell’attesa che la Regione metta nero su bianco la revoca
dell’accordo di programma con NTC, è tempo di riavvolgere il nastro e smontare
le narrazioni che accompagnano la decisione di Porsche e stanno monopolizzando
gli spazi di quotidiani e pagine d’informazione.
Il piano prevedeva l’ampliamento dei circuiti NTC con nuove piste e impianti su
duecento ettari guadagnati distruggendo l’ultimo pezzo di un antico bosco
mediterraneo e 351 ettari espropriando terreni dei cittadini. Tutto con il
consenso della Regione Puglia e dei comuni di Nardò e Porto Cesareo, che
riconoscevano in questo progetto la pubblica utilità. L’area rientra in un sito
di interesse comunitario e in una riserva regionale, è tutelata dalla normativa
comunitaria, la Direttiva Habitat e la rete Natura 2000 per la salvaguardia
della biodiversità. Normative che sono state aggirate senza il parere della
Commissione europea e senza dibattito pubblico, ignorando numerosi pareri
d’impatto ambientale negativi. Tutto grazie al “rilevante interesse pubblico”
connesso alla salute dell’uomo e alla sicurezza pubblica. Infatti, alla
distruzione del bosco, il progetto affianca la realizzazione di un centro di
elisoccorso attrezzato con eliporto e annesse strutture sanitarie, un centro
visite polifunzionale e un centro di sicurezza antincendi. Molto è stato detto
riguardo la reale utilità pubblica di queste opere: gli ospedali di Lecce e
Brindisi sono sprovvisti di piste di atterraggio e gli incendi che nei mesi
estivi hanno interessato le campagne nei terreni limitrofi all’anello di Porsche
non hanno visto i soccorsi di NTC.
L’IMBROGLIO ECOLOGICO
Le misure compensative alla distruzione del bosco sarebbero state la
rinaturalizzazione e riforestazione delle aree intorno al perimetro di NTC, ma
era impensabile rimpiazzare una comunità ecosistemica complessa e
autosufficiente con filari di alberelli bisognosi di anni e acqua per crescere,
con sole dodici specie vegetali contro le quattrocentoventi attestate nel bosco
secolare. Per fare spazio alle piste di prova per auto
elettriche, Porsche avrebbe tradito le promesse di sostenibilità del gruppo
Volkswagen, di cui fa parte: “lasciare un mondo migliore per le generazioni
future”, “sostenibilità significa mantenere a lungo termine sistemi ecologici,
sociali ed economici sostenibili a livello globale, regionale e locale”.
Per denunciare il massacro ambientale in un’area protetta e la perdita
irreversibile di biodiversità, per resistere a questa truffa ai danni della
natura e della comunità, si è costituito nell’autunno 2023 il comitato Custodi
del bosco d’Arneo, che ha promosso un ricorso al Tar a gennaio 2024 insieme a
Italia Nostra e Gruppo di Intervento Giuridico, fino a ottenere dal commissario
europeo per l’ambiente Sinkevičius, a nome della Commissione europea, la
richiesta di ulteriori chiarimenti riguardo il progetto e i presunti motivi di
interesse pubblico. Nei mesi è cresciuta la solidarietà e la mobilitazione
dell’opinione pubblica tedesca, con sit-in e manifestazioni a Stoccarda, patria
di Porsche, una lettera aperta ai Ceo di Porsche e Volkswagen, con
il supporto delle tre maggiori associazioni per la tutela della natura del
Baden-Württemberg, Nabu, Bund e Lnv, di Robin Wood e Fern.
L’alleanza tra associazioni pugliesi e tedesche ha portato la vicenda del bosco
d’Arneo al consiglio di amministrazione Porsche durante l’annual general
meeting di Stoccarda, la riunione annuale degli shareholders. Lì i Custodi del
bosco sono stati riconosciuti come legittimi interlocutori e portatori
d’interesse, si è messa in luce tutta l’illogicità del piano e l’incoerenza con
le politiche aziendali (seppur le risposte siano state vaghe e autoassolutorie
nonostante le domande consegnate con tre giorni di anticipo). A novembre,
durante una pacifica azione di protesta, gli attivisti di Robin Wood hanno
piantato un leccio nella Porsche-Platz a Stoccarda, che è stata simbolicamente
rinominata “Bosco d’Arneo-Platz”. Ancora, a dicembre le associazioni hanno
inviato al presidente Emiliano un documento per chiedere chiarimenti in vista
della scadenza della sospensiva e a gennaio una conferenza stampa con attivisti
dalla Germania e dal Brasile ha continuato ad alimentare quel dibattito pubblico
negato dalle istituzioni.
A ridosso di Ferragosto (con le stesse tempistiche nemiche della partecipazione
con cui un anno prima era stata diffusa la notizia del progetto), la Regione
avvia il procedimento di definizione degli obiettivi di conservazione
sito-specifici della Zona Speciale di Conservazione “Palude del Conte, dune di
Punta Prosciutto”, in cui ricade il circuito NTC. In effetti, sulla Puglia
incombono una procedura d’infrazione comunitaria del 2015 e una messa in mora
del 2019 da parte della Commissione europea, per aver omesso di stabilire nelle
ZSC misure di conservazione necessarie per gli habitat naturali presenti. Ora,
la Puglia conta ottanta siti tra ZSC e SIC, ma la Regione si attiva solo per
quello che interessa Porsche. Dalle osservazioni presentate da alcune
associazioni alla deliberazione regionale si scopre che già nel 2006 i
proprietari delle piste avevano avuto l’autorizzazione all’ampliamento su
un’area di circa trecentocinquanta ettari, con l’unica prescrizione di
realizzare opere di rinaturalizzazione su una superficie pari all’estensione
dell’habitat compromesso.
L’intero quadro della vicenda mostra un pericoloso precedente in cui stretti
vincoli ambientali non bastano più a proteggere un’area, un caso in cui il
potere economico privato cattura la scelta pubblica, celando gli interessi del
singolo operatore di mercato con il velo della pubblica utilità, a discapito dei
diritti della collettività. Come argomenta Giovanni D’Elia, il forte potere
economico di uno dei maggiori gruppi automobilistici a livello mondiale sarebbe
stato in grado di influenzare gli attori istituzionali nella gestione di una
vasta area boschiva tutelata dal diritto europeo.
A marcare questo ricatto, nel bollettino ufficiale la Regione scriveva che la
“mancata realizzazione delle quattro fasi del masterplan potrebbe comportare la
dismissione dell’impianto di prova esistente”, in quanto “il mancato adeguamento
alle nuove esigenze tecnologiche in corso nel settore automotive innescherebbe
il processo di declino tecnologico e commerciale delle attuali piste”. In più
minacciava che “con la dismissione delle attività, oltre a ricadute di natura
socio-economica, verrebbe meno il presidio dell’area attualmente assicurato da
NTC, aumentando di conseguenza il rischio di compromissione degli habitat”. Ora
che Porsche dichiara che “le attività di testing continueranno a essere svolte
nel sito, contribuendo allo sviluppo di tecnologie innovative per la mobilità”,
torna in mente la paura che le opposizioni al piano di ampliamento di NTC
avrebbero indotto il disinteresse di Porsche a investire e a rimanere sul
territorio. La tanto temuta “alternativa zero” che avrebbe comportato anche
“l’esaurimento del positivo indotto socio-economico generato sul territorio,
derivante dalla presenza di clienti e visitatori da tutto il mondo”,
e paventata come “non percorribile” durante la seduta a Bari della V Commissione
in Regione a novembre 2023, ora sta perfettamente in piedi e lo dice Porsche
stessa.
Ritorna il copione, tracciato da Naomi Klein nel saggio Shock economy, per cui
le crisi vengono utilizzate, dietro il pretesto dell’emergenza, come
un’opportunità per introdurre politiche economiche impopolari, quali
deregolamentazioni e privatizzazioni. L’elemento chiave è la velocità con cui
vengono attuate tali politiche, mentre il consenso popolare viene manipolato
attraverso la paura e la propaganda. Approfittando del disorientamento e della
paura causati dalla crisi, i governi agiscono rapidamente, spesso senza un
adeguato dibattito pubblico. Dopo anni di disastri ecologici con ambiente e
salute subordinati al profitto, è evidente come non possa esistere industria
sostenibile sotto il capitalismo, sostenibilità e profitto non sono
conciliabili. Il mese scorso perfino Ursula von der Leyen “si è arresa di fronte
alla narrazione industriale: mantenere alta la competitività rispettando
stringenti regole ambientali non è possibile, i conti non tornano”, scrive Irpi
Media.
IL SUD DEI RICATTI
“Chance perse”, “colpo fatale al futuro”, “clima ostile all’impresa”: sono
alcuni dei titoli allarmistici che occupano le pagine della stampa locale dopo
la rinuncia di Porsche. La generica categoria degli ambientalisti contro cui
stanno puntando il dito la Regione e le associazioni di categoria rimarca la
stigmatizzazione delle esperienza di attivazione sul territorio. Gli
ambientalisti sono solo cittadini attenti (e incensurati) che chiedono di
autodeterminarsi, che hanno utilizzato gli strumenti legislativi ordinari, senza
generare problemi di ordine pubblico durante le manifestazioni, mentre chi
cercava di aggirare i vincoli della giustizia erano altri. Non è una novità che
al sud chi respinge modelli di sviluppo imposti dall’alto sia sempre tacciato di
arretratezza e inciviltà, come fossimo poveri selvaggi da evangelizzare al
progresso, secondo la buona tradizione coloniale.
L’assessore Delli Noci, braccio destro di Emiliano, piange una “perdita enorme
per il territorio”, “gli sforzi della Regione Puglia di attrarre investimenti da
parte di grandi imprese vengono vanificati, con la grave perdita di occasioni di
crescita, di nuovi posti di lavoro e di possibilità di sviluppo”. Lo stesso
presidente Emiliano, interpellato dal Quotidiano di Puglia, dichiara: “Abbiamo
perso una grande occasione di sviluppo, centinaia di posti di lavoro e un
rimboschimento di cinquecento ettari al posto dei centocinquanta da abbattere”.
E poi preme il pulsante delle emozioni di pancia: “C’è chi sarà felice e chi si
rende conto di questi ragazzi e ragazze pugliesi che dovranno andar via a causa
di questo mancato investimento”, senza ammettere che, se migliaia di pugliesi
sono costretti a emigrare, la colpa è di politiche regionali capaci solo
di svendere una terra pur di avere il prestigio di averlo concesso.
Chi sottolinea la perdita di opportunità occupazionali, in questo perenne
ricatto salute-lavoro che attanaglia il meridione, dimentica i fatti recenti che
hanno interessato lavoratori di NTC, oltre alle vicende sindacali dei pochi
salentini che lavorano per Porsche, sottopagati e minacciati di licenziamento:
collaudatori e operai in presidio permanente davanti ai cancelli dell’azienda e
in sciopero della fame nel 2017, costretti per vent’anni a condizioni di lavoro
precarie. Alcuni collaudatori raccontano: “Lavoriamo rischiando la vita ogni
giorno, quaranta ore alla settimana, per una paga misera”, “stare per ore con il
piede fisso sull’acceleratore, lungo una pista che sembra non finire mai, con
gli stessi contratti che si applicano ai commessi” e non metalmeccanici.
I politici non hanno mai avuto scrupoli nell’alimentare il ricatto: la sindaca
di Porto Cesareo accusava ogni tentativo di frenare il progetto di NTC come uno
“schiaffo al territorio e alla comunità”, alle “tante attività che d’inverno
farebbero la fame”. Un anno fa Confcommercio e Federalberghi si
dicevano preoccupate che la sospensione al progetto di NTC potesse “influenzare
negativamente l’economia locale”, essendo l’attività del centro prove “risorsa
per centinaia di piccole e medie imprese e realtà del commercio locali” e “una
risorsa vitale per le strutture ricettive”. Grazie a “clienti internazionali che
visitano l’area tutto l’anno, il Salento viene promosso su scala globale”.
Quando Emiliano dichiara che la rinuncia di Porsche “anche dal punto di vista
ambientale è stato un danno, perché nel tempo avremmo quintuplicato l’area
boschiva”, finge di non sapere che se quello che la Regione auspica è un’opera
di riforestazione, questa è perseguibile senza bisogno di sacrificare gli ettari
di bosco e le specie animali che lo abitano. Poi, la riforestazione resta una
misura compensativa che (lo dice il nome) serve a bilanciare l’incidenza
negativa significativa dell’intervento, quindi per logica non può essere motivo
per attestare la bontà dell’intervento.
L’amaro in bocca dei politici locali e delle associazioni di categoria alimenta
la logica coloniale ed estrattiva in un territorio di conquista già devastato
dal disseccamento degli ulivi, consumo di suolo e desertificazione, incendi
sistematici, crisi idrica e siccità galoppante, land grabbing per impianti di
fotovoltaico, agrivoltaico ed eolico (proprio in questi giorni a Livorno si
tiene Confluenza, il primo incontro nazionale contro la speculazione energetica
ed estrattivista sui territori).
Sebbene la Puglia sia ancora in violazione della direttiva sui criteri
sito-specifici e la vicenda di Porsche abbia mostrato come bastino forti poteri
privati per far decadere i vincoli ambientali, la storia del bosco d’Arneo serve
come monito: ciò che viene presentato come necessario e inevitabile non è che
una contingenza. Gli imperativi del capitalismo non diventino una tara cognitiva
che riduce la politica a spartizione di fette di potere. Il leccio che i Custodi
del bosco e il Wwf hanno piantato lo scorso 24 gennaio a Lecce in viale De
Pietro, nell’aiuola di fronte gli uffici di NTC, sta a ricordare che bisogna
immaginare sempre altri scenari possibili oltre quello imposto. E serve
raccontare i territori e le storie con tutto ciò che preme al loro ribaltamento,
riappropriandosi della categoria dell’utopia, come scrive Alessandro Leogrande.
“Non è possibile raccontare il presente senza presagire un suo
sovvertimento”. (chiara romano)
NESSUN IMPIANTO, NESSUN RIMORSO: ALCUNE CONSIDERAZIONI E UN RACCONTO A PIÙ VOCI
DELLA MOBILITAZIONE DELLO SCORSO FEBBRAIO
Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale
appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo
l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre
’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste
si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari
Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e
militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di
dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più
aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa
saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in
questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci.
Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco
Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a
monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il
furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza
dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che
rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito
il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a
interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra,
insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e
calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo,
che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e
che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento
climatico.
In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che
riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga
sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano
la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una
galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali
sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili,
nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su
possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e
formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa
piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività /
riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano.
Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai
si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà
quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di
chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo
anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i
giochi olimpici invernali.
La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di
pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento
delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e
unici».
I NUMERI, LE OPERE (E I GIORNI) DI UNA CRISI
Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260
impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini
per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158
secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le
prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa
olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a
controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del
ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione
al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di
produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito
sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che
necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che
abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La
logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi
di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di
questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento
di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e
sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse
rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.
Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi
A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle
opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale
sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38
miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere
di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in
agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente
salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica
commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione
territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione,
cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si
aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla
Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.
Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano
ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle
scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso
di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui la manutenzione è
inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour
dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti
stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di
Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza
ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”,
a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città
tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati,
in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture
turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto
all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non
contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai
marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e
tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si
ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi
ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di
Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane,
dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti
pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e
pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare
funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda
che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario
fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e
biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità
mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori,
non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia
di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero
a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla
cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.
In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia
a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di
una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il
minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare
a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la
vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per
l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.
INTERESSE PRIVATO E PITTATE DI VERNICE, STOP
Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa
si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di
500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per
gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la
posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi
internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della
regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport
invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la
parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164
pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della
maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.
Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare
l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci
auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”,
si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che
siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –;
partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni
attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di
volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica,
perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale:
soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.
Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e
sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione
immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle
Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.
Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova:
«L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo
convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano
diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse
verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che
produce il capitale, ma contro esso stesso.
BORMIO – FAKE SNOW, REAL PROFIT!
La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve
di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le
centocinquanta persone partecipanti inscenano
un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro
prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti.
Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione
locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate
nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più
curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste,
lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è
la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.
Lo ski stadium di Bormio durante il presidio
Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo
dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con
un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime
precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e
per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di
bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana,
dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre
2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi
fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che
vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle
piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche
la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.
Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio
Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli
camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a
vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in
leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che
comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore
paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova
amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la
“tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare
il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni.
Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.
Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno.
Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa
impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i
vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i
comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9
febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e
chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non
rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo
qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche
passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un
mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici
di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul
selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche
conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando.
Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo
uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città.
Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei
compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e
intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio,
scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle
finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera
palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le
lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a
destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei
insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più
di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici,
qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel
frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior
distanza.
Disinteressati.
I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la
tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di
milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà
del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la
frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da
uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei
presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere,
unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le
olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle
vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega,
si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani
risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto
simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi
sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica
grande battaglia contro un unico nemico arrogante.
Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo
dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa
testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato.
Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è
previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include
anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di
posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In
pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua
complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree
più fragili e che pensavamo tutelate.
La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento
sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio
percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per
l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso
dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate
di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e
raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo
assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello
scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno
a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.
A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce
ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei
presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però
soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.
CALDAROLA – ANCHE IN APPENNINO: LA MONTAGNA NON SI ARRENDE
(A DUE PASSI DAI SIBILLINI)
Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi
dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal
progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica
Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere
all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali:
C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la
partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli
che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto
che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che
interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e
non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che
ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di
case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto
sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto,
parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco
perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima)
e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.
Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia
valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono
affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono
concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto
SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio
dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati
maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa
giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti
Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di
Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A
conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la
necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita
in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata
considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero
territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione
ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato
richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che
non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque
potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico
che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli
interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita
o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui
territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo
lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso
i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di
quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È
persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo
dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte
le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri
di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili
agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente
il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a
tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in
lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi
non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.
Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono
tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova
a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé.
Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte
250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto
che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo
stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu,
giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto
a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri
accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per
l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno
a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che
ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione
ecologica per non fare un accostamento.
Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione
di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha
passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi.
Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi
appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto
gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.
PONTE DI LEGNO – RI-PENSARE LE TERRE ALTE PER LA LORO SALVAGUARDIA
La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694,
Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto
la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata
lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di
ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso
preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate
tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di
coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le
tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del
bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento
artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra
di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi
Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni
stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si
stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per
rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che
sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di
tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre
assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a
allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.
Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a
quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica
sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti
nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale
verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici
dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e
sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale
se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un
pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta
rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di
volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una
certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della
stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è
presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi
non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di
seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli
interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che
ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di
servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori
rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa
dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di
realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo
sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle
Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi
per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e
sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando
lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.
Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è
scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa
dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale
Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che in alcune ipotesi prevede lo
sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco
all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo
massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da
Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato
questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari
agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una
forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia.
Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».
Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva,
ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a
sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze,
fino all’8 febbraio per nulla scontate.
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FONTI ISTITUZIONALI
Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico
Dossier di candidatura
Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023
Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici
FONTI OPEN
Primo report OpenOlympics
Secondo report OpenOlympics
Rapporto Neve diversa 2024
FONTI COMPAGNE
LA MONTAGNA NON SI ARRENDE (UTILI IN CALCE ALLA PAGINA “MATERIALI AUDIO” E “COSE
INTERESSANTI”)
Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic
Lab)
Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)
Video integrale convegno Off Topic
Video Duccio Facchini – Altreconomia
L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo
su Alpinismo Molotov.
(disegno di india santella)
Risulta difficile ragionare sulla città di Taranto senza conoscerne le origini.
La storia racconta di una comunità millenaria, capitale della Magna Grecia, e di
un passato che spesso ritorna, intrecciandosi con il presente. Ne è un esempio
il fiume Tara, un fiume di origine carsica lungo appena due chilometri, il cui
nome deriva da Taras, personaggio della mitologia greca, che secondo il mito fu
salvato da un delfino inviato da suo padre Poseidone dopo un naufragio,
raggiungendo la costa nei pressi del fiume. Ma oltre al mito è possibile
associare al Tara alcune vicende storiche, come l’incontro nel 35 a.C. tra Marco
Antonio e Ottaviano, che avvenne proprio al centro del fiume; e nel 1594 la
battaglia tra Cristiani e Saraceni presso le sponde del Tara, questi ultimi
respinti dalla popolazione della vicina Massafra.
A oggi il Tara è frequentato da una numerosa comunità, che ne approfitta durante
le calde estati per trovarvi ristoro. In occasione del rito della Madonna del
Tara, il primo giorno di settembre i credenti si riuniscono per pregare affinché
le acque del fiume possano proteggere la salute dei devoti; è credenza popolare
che bagnarsi nel Tara e cospargersi dei suoi fanghi comporti dei benefici.
Al di là del valore storico e sociale, va riconosciuto al Tara il suo importante
contributo dal punto di vista ambientale, infatti il suo ecosistema è parte
integrante del paesaggio ionico. Le acque e la vegetazione ripariale
costituiscono una forte attrattiva per le specie selvatiche tipiche delle zone
fluviali della Puglia: aironi, salamandre, anguille, diversi pesci d’acqua
dolce, una notevole quantità di insetti, e ultimamente è stata avvistata anche
la lontra, un mammifero considerato specie protetta. Pertanto, il fiume
rappresenta una vera e propria oasi naturale in un’area fortemente
caratterizzata dalle attività antropiche.
Il Tara, dunque, possiede tutte le caratteristiche necessarie affinché possano
essere intraprese azioni di tutela dello stesso da parte delle istituzioni, ma
negli anni nulla è stato fatto per preservare l’area. Oggi il fiume è minacciato
da un controverso progetto promosso da Acquedotto Pugliese, una società
partecipata della Regione Puglia. Si tratta di un dissalatore che avrebbe le
dimensioni di circa cinque volte l’attuale dissalatore più grande d’Italia,
quello di Cagliari. L’impianto sarà finanziato con fondi provenienti da Pnrr e
Fsc, quindi spendibili non oltre il 2026.
Il 25 settembre 2023, per un costo che si aggira intorno ai cento milioni di
euro, al netto del ribasso d’asta, vengono aggiudicati i lavori all’associazione
temporanea di imprese costituita dalle società Suez Italy, Suez International,
Edil Alta con sede ad Altamura, la tarantina Ecologicia e la massafrese Cisa,
società molto attiva nel settore dei rifiuti.
Dopo diverse sedute, la conferenza dei servizi del 10 gennaio 2025 ha dato il
via libera alla realizzazione del dissalatore. Un fattore rilevante è la
modalità di approvazione che viene utilizzata, ovvero a prevalenza di pareri.
Durante le precedenti conferenze si è sempre deciso di procedere all’unanimità,
salvo ora cambiare modalità di approvazione. Spiccano infatti i rumorosissimi
“no” provenienti dalla Soprintendenza del ministero della cultura, da Arpa
Puglia e Asl Taranto, con pareri ampiamente motivati dagli stessi enti; ma la
maggioranza non ha esitato nel procedere alla concessione della Valutazione
d’impatto ambientale, necessaria al rilascio di tutte le autorizzazioni che
consentiranno la realizzazione dell’impianto, lasciando aperto il dibattito sul
peso della componente politica rispetto a quella tecnica.
Il ministero della cultura, attraverso un documento di cinquanta pagine, afferma
la sua decisa contrarietà al progetto, dichiarando che l’opera andrebbe
realizzata altrove, essendo in netto contrasto con il paesaggio e l’ambiente, e
che nessuna modifica al progetto potrà modificare il parere contrario. Anche
Arpa Puglia indica che esistono criticità che non considerano l’importanza
naturalistica, geomorfologica e idrologica del sistema delle sorgenti e del
fiume, riconosciuta dalla pianificazione della stessa Regione Puglia. Arpa fa
notare inoltre che il progetto prevede l’espianto di circa novecento
ulivi (nella zona sono presenti ulivi secolari), e circa mille e quattrocento
alberi da frutto, di cui la maggior parte agrumi. In risposta, Acquedotto
Pugliese ha dichiarato che gli ulivi verranno reimpiantati, non si sa però dove,
e alcune voci sollevano dubbi sulla capacità degli alberi di adattarsi a nuove
aree ed eventualmente ad avere frutti.
Un’altra osservazione dell’ente di controllo ambientale riguarda l’utilizzo
delle acque, indicando come la quantità minima di acqua che deve rimanere nel
fiume debba essere maggiore o uguale a 2.000 l/s, considerando che la portata
media del Tara equivale a 3.700 l/s, e affinché i prelievi non abbiano impatti
negativi sull’ecosistema il limite massimo di prelievo è fissato a 1.300 l/s. A
oggi esiste già un prelievo di acque autorizzato dall’Autorità idrica pugliese
pari a 1.100 l/s, per uso destinato all’ex Ilva e all’irrigazione; il Wwf di
Taranto ha fatto sapere che questo prelievo può arrivare a 3.500 l/s. Il
progetto del dissalatore prevede un prelievo di 1.000 l/s, quindi la somma dei
prelievi potrebbe superare di gran lunga non solo il deflusso ecologico
(quantità minima necessaria), ma addirittura anche la portata del fiume stesso.
Il Tara ha origine carsica, la sua portata varia in funzione delle piogge. Non
si capisce come l’impianto possa sopperire a una mancanza delle stesse, se
strettamente legato ai fenomeni piovosi. Acquedotto Pugliese ha proposto durante
la conferenza dei servizi che se dovesse non esserci acqua a sufficienza, tutti
gli utilizzatori dovranno ridurre i prelievi secondo regole concordate.
In concomitanza con l’avanzare di questo progetto, si registrano le attività di
associazioni, comitati e liberi cittadini che hanno prodotto opposizioni, anche
tecniche, sufficienti per dimostrare quanto l’operazione sia inopportuna e
impattante dal punto di vista ambientale. Per esempio, il Wwf di Taranto ha
prodotto osservazioni sul consumo di suolo che questo progetto produrrà. È
prevista la costruzione di due grandi condotte: una di quattro chilometri,
condurrà gli scarichi della lavorazione in mare; l’altra, di quattordici
chilometri, accompagnerà le acque depurate al centro di raccolta. Inoltre, in
prossimità delle tubazioni, è prevista la costruzione di strade di servizio. La
somma di suolo occupato da strade, condotte e stabilimento occuperà quindi
all’incirca otto ettari di suolo, che corrispondono a una dozzina di campi da
calcio.
Bisogna inoltre segnalare un fatto di cronaca non irrilevante, ovvero la
comparsa di una numerazione registrata di nascosto su ulivi secolari all’interno
di proprietà private, secondo i proprietari dei terreni proprio in
corrispondenza del tratto che vede passare la condotta di quattordici
chilometri. Non è possibile attribuire alcuna colpevolezza in quanto non si
dispone di prove, ma i titolari degli alberi hanno sporto denuncia contro ignoti
e presentato un esposto ai carabinieri sottoscritto da circa centocinquanta
cittadini.
Altro punto critico: l’impianto si avvarrà della tecnologia a osmosi inversa per
desalinizzare le acque già dolci. La bassa salinità delle acque, di fatto,
costituisce un punto di forza del progetto di Acquedotto Pugliese: l’ente
sostiene che il dissalatore comporterebbe un consumo di energia minore per
produrre la stessa quantità di acqua che verrebbe prodotta lavorando acque più
salate. Sempre secondo il Wwf di Taranto, però, oltre la salamoia giungerebbero
in mare fanghi, metalli, anti-incrostanti e cloruri, che sarebbero poi soggetti
a un processo di stratificazione, determinando un’alterazione dell’habitat
marino.
Un altro interrogativo riguarda il consumo di energia: gli impianti di
dissalazione sono energivori, e in questa fattispecie i proponenti hanno
dichiarato che le fonti energetiche che alimenteranno l’impianto sono di tipo
rinnovabile. Dopo mesi di dibattito sul dissalatore, solo ora viene annunciato
che l’impianto sarà alimentato al cento per cento da energia rinnovabile. Questo
aspetto, che non era stato incluso nel progetto originale né menzionato nei
documenti ufficiali, appare più come un tentativo di rassicurare l’opinione
pubblica che come il frutto di una reale programmazione strategica. In altre
parole, sembra un’aggiunta dell’ultimo minuto piuttosto che un elemento
strutturale del piano iniziale.
Nonostante questo annuncio, però, analizzando i dettagli scopriamo che il
quattordici per cento dell’energia sarà autoprodotta tramite fotovoltaico,
mentre il restante arriverà dalla rete con “garanzie di origine”: una modalità
che non garantisce affatto che l’energia consumata in tempo reale sia davvero
rinnovabile. Si potrebbe continuare a elencare una serie di interrogativi da
porre alla Regione Puglia riguardanti il progetto, ma è altrettanto importante
soffermarsi sull’aspetto politico della vicenda.
Regione Puglia e Acquedotto Pugliese hanno scelto Taranto come sede per la
costruzione dell’impianto, pur essendo a conoscenza della critica situazione
ambientale del capoluogo ionico, definendo questo progetto strategico per la
Puglia (stessa cosa fu detta in altre situazioni da altri attori). Il progetto è
giunto alle battute finali, accompagnato da una scarsa partecipazione da parte
della comunità locale, ormai fragile e stanca di dover affrontare spesso
problemi che hanno natura comune. La politica ionica da diversi anni ha smesso
di avere un ruolo centrale nelle decisioni prese altrove, sebbene questo
territorio abbia già dato troppo in termini ambientali, e i suoi cittadini
continuino a pagarne le conseguenze. Considerando che già oggi la rete idrica
pugliese perde il 43,6% (fonte Istat), caro presidente Emiliano, non sarebbe il
caso di prendere in considerazione un’altra alternativa per risolvere la crisi?
(domenico colucci)
Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle
terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare
indifferenti.
Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi,
annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento
apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità,
decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico e
dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per
nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopico. Attraggono
mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience
fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi
sapori, odori, colori e ritmi: recluse a sciare in cattedrali post-atomiche, a
passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli
stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca
all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a
respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche
dello shopping e apericena.
Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri
però (cioè soldi nostri) – che non si arrende e non sa immaginare altro che
portare allo sfinimento un modello-cadavere fatto di nuovi piloni e cannoni via
via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa
all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene
diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto
all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia
repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere
infilato.
Un modello da gusto del macabro che attrezza pacchetti divertimento per
qualsiasi gusto purché non siano rispettosi di luoghi che muoiono, purché non
spingano a calarvisi incuriositi, ma a colonizzare; tantopiù che all’occorrenza
si può sempre far sbriluccicare gli specchietti condendoli con la retorica del
“recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.
Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem specchiato nella
nostra decadenza fatto di topi festanti mentre la nave affonda, mentre non
soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di
chi lo sfrutta andrebbero spazzati via, ma con loro tutta un’infrastrutturazione
nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si
stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non perfettibile, non c’è compensazione o
posti-lavoro che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere.
Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.
Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai
monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti,
capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni
speranza e voglia di rimettersi in gioco.
Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita
sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano
grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi
di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.
È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente
succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati
di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto
ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la
costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro
indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni
legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro
Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo
Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere
messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.
Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro
e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e
importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché
ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e
viverle.
Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e abbiamo
deciso di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero
paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze
pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi
qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi abbiamo deciso di non concentrarci su una manifestazione
singola, ma di contaminarci e contaminare, spalmandoci e stando nella galassia
di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.
L'articolo Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi sembra
essere il primo su Alpinismo Molotov.
(disegno di naum)
Tra le calunnie mosse agli attivisti e ai comitati campani dai vari carrozzoni
politici e mediatici che negli anni hanno presieduto allo svolgersi di uno dei
più grandi disastri ambientali della storia italiana, le più infamanti erano
due: “siete manovrati dalla camorra” e “se vi ammalate è colpa dei vostri stili
di vita”. Noi che ci siamo stati sulle discariche, noi che abbiamo denunciato la
camorra e lo Stato in ogni sede, noi che abbiamo studiato il problema nelle sue
articolazioni criminali, tossicologiche e sanitarie, noi sapevamo che erano
accuse strumentali. Erano modi attraverso cui governanti e pseudo-intellettuali
scaricavano le proprie responsabilità, sotterrando la verità della loro
complicità o indifferenza nel vociare della propaganda di regime, legittimando
la repressione. Nei presìdi e alle manifestazioni alle volte eravamo in pochi,
altre in tanti, molti di più di quanto i nostri avversari si aspettassero. In
ogni caso, niente di ciò che è stato fatto al suolo, all’aria e all’acqua di
quella che è diventata tristemente famosa come Terra dei Fuochi, fu ignorato o
non combattuto dalla militanza ecologica degli attivisti campani. Noi sapevamo,
e ve l’abbiamo detto in tutti i modi.
E ora, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ci ha dato ragione,
condannando lo Stato italiano perché se n’è sempre lavato le mani. Il 30 gennaio
2025, la Corte ha infatti emesso una sentenza che riscrive la storia ufficiale
della Terra dei Fuochi, conferendo i crismi della verità giudiziaria alle
analisi e alle accuse che i comitati campani contro l’inquinamento da rifiuti –
che abbiamo chiamato Biocidio – avevano già portato nelle strade, nei media,
nelle prefetture e negli uffici ministeriali. Una sentenza che inchioda le
istituzioni dello Stato alle proprie menzogne e inettitudini.
Il procedimento, iniziato nel 2015, ha preso le mosse dalla denuncia di
quarantuno cittadini campani e cinque associazioni locali contro lo stato
italiano per aver messo a repentaglio il loro diritto alla vita. Secondo i
querelanti, le istituzioni del nostro paese hanno tollerato che i rischi da
contaminazione ambientale da rifiuti persistessero, e addirittura aumentassero,
ben oltre l’emergere delle evidenze che ne imponevano la presa in carico e la
risoluzione. Il processo ha affrontato la questione Terra dei Fuochi in tutta la
sua estensione temporale: dal finire degli anni Ottanta fin quasi al presente.
La sentenza chiarisce le omissioni continue delle autorità statali
nell’intervenire in maniera efficace sulla prevenzione, deterrenza, messa in
sicurezza e informazione di un disastro ambientale certamente complesso e
diffuso, ma eclatante e documentato fin dalle origini.
In particolare, la Corte ha rilevato che “non vi fossero prove sufficienti di
una risposta sistematica, coordinata e completa da parte delle autorità
nell’affrontare la situazione della Terra dei Fuochi”. I progressi nella
valutazione degli impatti dell’inquinamento su salute e ambiente sono stati
“glaciali”, di una lentezza inammissibile per i doveri di uno Stato. Rispetto
poi alle bonifiche, la Corte stigmatizza un “problema generalizzato di
coordinamento e attribuzione di responsabilità”, tale da rendere “impossibile
farsi un’idea generale di dove si debba ancora decontaminare”.
Lo stato italiano ha inoltre fallito nel combattere lo smaltimento illegale di
rifiuti a causa di un ordinamento normativo sui crimini ambientali prima assente
e poi, quando lentamente approvato, parziale e inefficace. Constatata l’entità e
la gravità della situazione, la Corte ha anche deplorato lo stato italiano per
l’incapacità di approntare “una strategia di comunicazione completa e
accessibile per informare il pubblico sui rischi per la salute e sulle azioni
intraprese per gestire tali rischi”.
Per queste ragioni, la Corte certifica che il problema della Terra dei Fuochi
non è stato affrontato “con la diligenza giustificata dalla gravità della
situazione”. E conclude, lapidaria: “Lo stato italiano non ha fatto tutto ciò
che gli era richiesto per proteggere la vita dei ricorrenti”. Esattamente la
ragione per cui protestavano i comitati campani.
Alla luce del giudizio, la Corte fornisce indicazioni dettagliate sulle misure
che le autorità italiane devono adottare. In primo luogo, occorre approntare una
strategia complessiva che riunisca tutte le misure esistenti o previste per
affrontare il fenomeno dell’inquinamento, includendo la cittadinanza e le
associazioni locali nella pianificazione. Ciò implica identificare le aree di
smaltimento illegale, valutarne la contaminazione ambientale e indagare gli
impatti sulla salute. I tempi devono essere chiari, le risorse dedicate corpose,
e la loro allocazione trasparente. In secondo luogo, queste attività devono
essere supervisionate da un meccanismo indipendente che ne monitori
l’attuazione, l’impatto e l’aderenza alle tabelle di marcia. I membri di tale
organo di controllo devono essere liberi da influenze del governo; le loro
deliberazioni rese pubbliche. Infine, in terzo luogo, la cittadinanza va
informata puntualmente sui problemi e sulle misure per affrontarli, attraverso
un’unica piattaforma pubblica. In sostanza, la Corte impone all’Italia
di programmare, controllare e informare: tutto quello che è stata incapace di
fare correttamente per tre decadi.
L’Italia ha ora due anni per attuare queste misure. Ad attenderla al varco, nel
caso fallisca (ancora) nell’onorare gli obblighi, ci sono più di quattromila
ulteriori denuncianti dalla medesima terra e con la medesima accusa che la Corte
si impegna a valutare. Essendo questo un ricorso-pilota, si offre all’Italia
abbastanza tempo per dimostrare un radicale cambio di passo nell’affrontare le
condizioni strutturali alla base della violazione del diritto alla vita,
condizioni rilevanti per le altre cause pendenti mosse dai cittadini campani.
RIAPRIRE L’ARCHIVIO
Il collegio di avvocati per l’Italia si è difeso dinanzi alla corte con lo
stesso vecchio arnese che rappresentanti dello Stato hanno già utilizzato in
passato per delegittimare le ragioni dei cittadini in agitazione: l’assenza di
un nesso di causalità certo tra uno specifico inquinante da una determinata
discarica e un preciso danno biologico in ogni singolo querelante. Volevano
convincere i giudici che non può essere dimostrato che quelle che si definiscono
“vittime” dell’incompentenza e corruzione delle istituzioni italiane siano tali.
D’accordo, stanno morendo, ma siamo sicuri che sia per la diossina e i PCB che
respirano quotidianamente? L’Italia ha provato di nuovo ad affrancarsi da ogni
responsabilità.
Ma la Corte ha determinato che il chiarimento scientifico del nesso di causalità
tra le discariche illegali e i roghi di rifiuti che hanno contaminato le matrici
ambientali, da un lato, e l’insorgenza di patologie nei residenti, dall’altro,
non è mai stato dirimente per la presa in carico da parte dello Stato
dell’obbligo di proteggere la cittadinanza dall’inquinamento.
La conoscenza che vi era una dispersione incontrollata di inquinanti che hanno
impatti devastanti sulla salute sarebbe sempre dovuta essere, ed è tuttora,
condizione sufficiente e necessaria per agire. La Corte ha accettato l’esistenza
nella Terra dei Fuochi di un rischio per la vita “sufficientemente grave, reale
e accertabile” e “imminente”. E in base al principio di precauzione ciò impone
il dovere di protezione da parte dello Stato. Prendano nota gli oppositori
istituzionali alle richieste dei cittadini in altre zone inquinate d’Italia.
La corte non poteva essere più chiara. E così mette un’altra pietra sopra le
narrazioni tossiche – già stroncate nei processi penali e dalla scienza – che
proliferavano durante gli anni delle mobilitazioni. Riaprendo l’archivio delle
lotte ci troviamo i ministri e gli “esperti” che a più riprese hanno
stigmatizzato le popolazioni campane in rivolta come ignoranti e irrazionali.
Il ministro Lorenzin, il ministro Balduzzi, gli epidemiologi di stato, i medici
senza deontologia, costoro blandivano e accusavano i campani preoccupati dei
tumori e della mortalità inusitate nella loro terra, additando come causa la
povertà relativa e i supposti stili di vita individuali dei meridionali. Ma
quelle illazioni, come sapevamo e come deduciamo dalla sentenza della Corte,
servivano solo a sviare l’attenzione dalle condizioni concrete del territorio e
dalle omissioni dello Stato.
La Corte riconosce che solo dopo il 2013, con il decreto 136/2013, poi
convertito nella legge 6/2014, lo sdetato italiano inizia, con estremo ritardo,
a interessarsi alla questione in maniera sistematica. Risalgono alle
disposizioni di quel decreto la mappatura dei terreni agricoli contaminati,
l’elargizione di risorse per il monitoraggio ambientale e gli screening
sanitari, e l’aumento dei controlli sul territorio. Un anno prima, nel dicembre
2012, l’allora ministro degli interni Cancellieri nominava Donato Cafagna
“commissario antiroghi” e lo metteva a capo della cabina di regia presso la
prefettura di Napoli con il compito di contrasto e prevenzione degli
smaltimenti abusivi. E un anno dopo, nel 2014, i cittadini campani formati come
“osservatori civici” vengono per la prima volta inclusi e ascoltati. E ancora,
nel 2015, sono finalmente codificati nel codice penale, con la legge 68/2015, i
delitti ambientali.
Ma cos’era successo per arrivare a quelle leggi e a quegli interventi? Apriamo
l’archivio e scopriamo una stagione di mobilitazioni ambientali senza precedenti
in Campania per persistenza e numeri, che costruiva sull’eredità dei comitati
campani dei primi dieci anni del duemila, i quali combattevano contro il piano
disastroso per i rifiuti urbani e denunciavano gli sversamenti
illegali. Nell’estate del 2012 fu organizzato il Coordinamento Comitati Fuochi,
una rete di oltre cinquanta comitati campani contro l’inquinamento, che si
adoperò con campagne di denuncia e bussò a tutte le porte, sedendosi a tutti i
tavoli di concertazione che poteva. Alimentò una campagna mediatica martellante
e ubiqua, che con il supporto del quotidiano Avvenire a poco a poco veicolò il
dolore e la rabbia di vivere tra fumi tossici e discariche illegali sempre più
lontano, sempre più in alto. Si dedicò inoltre al lavoro di raccordo e
comunicazione tra comitati, attori economici, parrocchie e centri sociali.
Giungendo, grazie all’alleanza con i Cittadini Campani per un Piano Alternativo
dei Rifiuti, con la Rete Commons e con altri gruppi storicamente impegnati
sull’ambiente, a costituire la Coalizione Stop Biocidio. Decine di marce per la
vita attraversarono i territori tra il 2012 e il 2013, fino all’apice del Fiume
in Piena, la manifestazione dei centomila da tutta la regione che il 16 novembre
2013 inondò Napoli per imporre il problema della Terra dei Fuochi. Fu solo la
pressione delle mobilitazioni sociali a costringere i governi regionale e
nazionale a intervenire, pur se ancora in maniera insufficiente.
La pubblicazione della sentenza ha innescato il si salvi chi può. Come ha
provato a fare l’assessore regionale all’ambiente Fulvio Bonavitacola, lesto a
diramare una dichiarazione in cui tenta di smarcare la Regione dalle
responsabilità dettagliate dalla Corte, e prova a incensare il suo operato. Ma
con il governo regionale di cui Bonavitacola è assessore non è aumentata né la
sicurezza né la chiarezza per i cittadini campani. La sentenza della Corte
rileva che nel periodo 2018-2021 “il fenomeno dell’inquinamento non sembrava
essersi esaurito, in quanto continuavano a essere scoperte discariche abusive di
rifiuti e segnalazioni di incendi abusivi”, mentre le informazioni ai cittadini
erano scarne e imprecise. Inoltre, continua, nello stesso periodo “i progressi
complessivi negli sforzi di decontaminazione sono stati lenti e molte delle
azioni hanno riguardato solo fasi preliminari intraprese di recente”, nonostante
la responsabilità per le bonifiche fosse passata alla Regione. Attenti ad
attribuirvi meriti che non avete, noi ricordiamo tutto. Anche lo “spot
pubblicitario” della rimozione delle ecoballe, o il fatto che la Regione
Campania nel 2020 non riconfermò la Commissione Speciale Terra dei Fuochi.
UNA FINE CHE È UN INIZIO
La sentenza della Corte Europea ha mandato scariche elettriche sulle sedie di
non pochi rappresentanti dello stato. Costringendoli ad attivarsi. Già il giorno
dopo, sabato primo febbraio, è stato convocato un incontro alla prefettura di
Napoli per fare il punto sugli interventi, invitando anche gli esperti dei
comitati. Gli stessi comitati che stanno analizzando la sentenza, con l’impegno
di riportarla sui territori in incontri e dibattiti pubblici.
A partire da ora, ci sembra siano almeno tre le priorità emergenti dalla
discontinuità che la Corte ha segnato sulla questione Terra dei Fuochi. Come
affermato con forza dai giudici, la popolazione non deve solo essere informata
puntualmente, ma le espressioni di cittadinanza attiva che la Campania ha
prodotto in numero considerevole vanno incluse nella pianificazione, nel
monitoraggio e nella valutazione delle soluzioni approntate. Per assicurarsi che
ciò accada, non basterà avere la forza di una sentenza dietro, pur se basata sui
diritti umani ed emessa dalla più alta autorità giudiziaria a livello europeo.
La pressione popolare è imprescindibile, occorre riannodare i fili della
cooperazione tra gruppi di base, storici e recenti. Una larga Coalizione –
determinante in passato per i destini regionali e nazionali – va riorganizzata e
potenziata. Infine, l’agenda da imporre dal basso deve includere tutte le
direttive della sentenza, ma anche andare oltre. Le parole d’ordine sono
riparazione e rigenerazione del territorio. Per fare questo ingenti risorse
economiche devono essere messe a disposizione, e qualunque sia il governo di
turno bisogna fargli sentire il fiato sul collo. Le mistificazioni che abbiamo
dovuto sopportare finora vanno spazzate via, non accetteremo mezze misure.
Sappiamo la verità e ci assicureremo che venga onorata.
Ci assumiamo la responsabilità di tenere alta l’attenzione, ma qualunque figura
istituzionale che è o sarà incaricata di agire materialmente sulle consegne
della Corte, deve assumersi la piena responsabilità del proprio ruolo e delle
azioni che metterà in moto. È finito lo scaricabarile, è finita la confusione.
Vi abbiamo trascinato in tribunale e fatto condannare, non metteteci ancora alla
prova. Ci siamo mobilitati e continueremo a farlo. Finché non riusciremo a
riappropriarci di questa amata terra nostra. (salvatore de rosa)
img
prova
prova
prova
(disegno di vinylico)
La Basilicata è una tra le regioni del meridione d’Italia che dispone di
maggiori quantità di risorse idriche. Nonostante sia notoriamente ricca d’acqua,
una parte della sua popolazione ha subito una crisi idrica che si è protratta
dalla metà dello scorso ottobre al 20 gennaio 2025. Ben ventinove comuni
(ventisette della provincia di Potenza e due della provincia di Matera) sono
stati privati dell’acqua corrente per dodici ore al giorno. Le restrizioni hanno
riguardato 140 mila persone.
LA CRONACA
A ottobre il governo a guida Giorgia Meloni dichiara lo stato di crisi nominando
il presidente della Regione Basilicata Vito Bardi quale commissario
straordinario all’emergenza idrica. Si aggiunge paradosso al paradosso: chi ha
in parte generato il problema viene chiamato a risolverlo. La crisi nasce,
secondo la narrazione istituzionale, dalla mancanza di piogge che avrebbe
determinato l’esaurimento dell’acqua in una delle dighe lucane, la diga della
Camastra. Per la prima volta anche il governo regionale fa riferimento al
cambiamento climatico, a suo avviso l’unico colpevole che fa precipitare i
ventinove comuni lucani nella serrata dei rubinetti. La Camastra è la diga che
raccoglie e consegna l’acqua allo schema idrico Basento-Camastra. Nel novembre
scorso arriva al minimo storico di acqua invasata, scendendo a 350 mila metri
cubi contro i 32 milioni di metri cubi di capacità del progetto originario. Da
quel momento per i cittadini di quei comuni inizia un vero e proprio calvario. I
lucani non sono i primi, né sicuramente gli unici, ad avere disagi per via del
razionamento dell’acqua. L’assurdità è però evidente: in Basilicata la
popolazione residente è di cinquecentomila persone mentre la sua risorsa idrica,
grazie alla presenza di una rete idrografica fitta e generosa, ha la possibilità
di soddisfare le esigenze di oltre cinque milioni di persone. La situazione
lucana disegna una distopia se ci si interroga su quella che sarà la gestione
dell’acqua in tempi futuri, in cui le risorse idriche della terra di sicuro
diminuiranno in seguito alle modifiche del clima e, soprattutto, la loro
gestione sembra orientata verso una privatizzazione sempre più marcata. Il
racconto istituzionale della crisi idrica in Basilicata, infatti, non convince
per nulla. Le cause della crisi – vedremo – non sono imputabili alla sola
assenza di pioggia, ma sono di tutt’altra natura.
Torniamo a ottobre 2024. L’unità di crisi con a capo il commissario/governatore
Vito Bardi comunica che, dal giorno 16, i comuni serviti dallo schema idrico
Basento-Camastra andranno incontro a restrizioni. Stop all’acqua corrente dalle
18:30 della sera fino alle 6:30 del mattino successivo. Un annuncio scarno,
freddo e perentorio. Nel comunicato si aggiunge la notizia che la diga della
Camastra è in sofferenza e che, se non arriveranno imminenti piogge, si arriverà
a uno svuotamento totale della riserva d’acqua entro il 25 novembre; da quel
punto l’unica soluzione per garantire l’acqua sarà attingerla dal fiume Basento.
Succederà esattamente così. Il Basento nasce poco distante dal capoluogo di
regione, precisamente tra le montagne del comprensorio di Monte Arioso, e dopo
150 km sfocia nello Ionio. È un fiume storicamente considerato molto inquinato.
Prima di immergersi nel mare, infatti, attraversa varie zone industriali, tra
cui quella di Tito. L’area industriale di Tito ospita un Sin, Sito d’interesse
nazionale ai fini della bonifica. Da anni si parla del disastro provocato dalla
ex Daramic, una fabbrica ora chiusa che produceva separatori in plastica per
batterie. Tra il 1985 e il 1987 c’è stato uno sversamento accidentale di
quindici tonnellate di tricloroetilene (trielina), una sostanza cancerogena che
è potuta arrivare fino alla falda acquifera. Allo sversamento non è ancora
seguita la rimozione e la conseguente bonifica dei terreni. La Daramic
scaricava, come alcune altre aziende, i reflui di lavorazione nel torrente Tora,
un affluente del Basento. A certificare il disastro ambientale ci ha pensato la
magistratura. L’ultima inchiesta della procura di Potenza è del 2023 e
riconferma che a Tito Scalo la situazione è ferma al momento dell’incidente, con
valori di trielina superiori ben 270 mila volte alla soglia stabilita per legge.
Il Basento raccoglie pure i reflui della produzione siderurgica presente nella
zona industriale di Potenza e, continuando la sua corsa verso il mare, raccoglie
anche le acque di scarto del depuratore della città. Con questo potenziale
carico inquinante arrivava alla piscina temporanea scavata a servizio del
neonato impianto di sollevamento di Albano di Lucania. Dall’impianto
provvisorio, con una condotta lunga 4 km, si porta l’acqua a una vasca,
battezzata Camastrino, per poi immetterla nella condotta esistente che in
origine portava le acque della diga della Camastra nell’acquedotto fino al
potabilizzatore di Masseria Romaniello a Potenza.
La mobilitazione popolare rispetto a questa scelta a dir poco affrettata è
subito massiccia e spontanea. Nessuno rimane in silenzio, dagli studenti ai
comitati dei genitori fino ai pensionati. Per convogliare e dare un minimo di
struttura alla protesta nasce il comitato acqua pubblica “Peppino Di Bello”. Al
contrario, in viale Verrastro, la sede della Regione Basilicata, il mutismo e
l’autoritarismo nelle decisioni sono l’unica risposta. La protesta è
etichettata, come da copione, populista e allarmista da tutto l’arco governativo
regionale, con l’aggiunta di immancabili minacce di querele per procurato
allarme.
La prima risposta pubblica di Bardi al suo stesso consiglio regionale arriva in
data 19 novembre, a oltre un mese dal razionamento dell’acqua e a pochi giorni
dall’arrivo delle acque del Basento nei rubinetti dei lucani. Una risposta
scritta probabilmente altrove e letta dal presidente dal primo all’ultimo rigo,
con fiato corto, senza un minimo di partecipazione emotiva. Il nodo
responsabilità è l’unico su cui Bardi costruisce l’intervento, per scaricare le
colpe sulle precedenti amministrazioni, colpevoli di scarsa cura e manutenzione
delle dighe lucane, omettendo di sottolineare che da sei anni è lui il
presidente della regione. Vaghe e sommarie le informazioni sui lavori da
realizzare alle dighe da parte del nuovo gestore degli invasi lucani. Dal
messaggio di Bardi letto in assise regionale, senza possibilità di replica da
parte dei consiglieri e con la gente a occupare la strada fuori dal Consiglio,
vengono fuori i nomi di altri attori della crisi idrica: i responsabili politici
e tecnici di Acquedotto Lucano e Acque del Sud spa. Acquedotto Lucano è una
controllata pubblica della Regione Basilicata. Acque del Sud è una nuovissima
creatura dello Stato italiano, una società nelle mani del ministero delle
economie e delle finanze.
STATO DI EMERGENZA
L’emergenza, e i commissari che derivano dalle emergenze, è ciò che mette in
campo la politica italiana. A capo dell’unità di crisi ci finisce il governatore
di una piccola regione del Sud che, guarda caso, è anche generale, cosi come lo
era il Figliuolo durante l’emergenza Covid. Una carica militare rivendicata da
Bardi stesso a dicembre, in conferenza stampa, come replica a una giornalista di
Report. “Qui rispondo da generale”, salvo poi in verità non rispondere, né lì né
ad altre domande, per tutti i mesi di durata della crisi, né da generale né da
commissario né da governatore della Basilicata. Il finanziamento stanziato dal
governo Meloni per l’emergenza lucana dovuta alla crisi idrica è di 2,5 milioni
di euro, finiti presto. La sola condotta dal fiume Basento alla diga della
Camastra, con le sue pompe di sollevamento, assorbe la metà del budget. Poi c’è
l’acquisto di buste di acqua potabile da Acquedotto Pugliese, che prende l’acqua
potabile dalle dighe lucane, altro ridicolo cortocircuito. L’emergenza permette
a Bardi e ai suoi istituti di vigilanza e controllo, Arpa Basilicata su tutti,
di andare in deroga alla legge su un tema come l’acqua a uso civile, e questo
desta ulteriore preoccupazione. Prima di potabilizzare l’acqua di un fiume,
infatti, andrebbero eseguite analisi ripetute e continuate per un anno intero.
Solo nell’eventualità di esito positivo si può procedere alla potabilizzazione.
In Basilicata le acque del Basento sono analizzate per meno di due settimane. Si
può andare in deroga alle leggi in periodi emergenziali, ma non su questioni che
riguardano potenziali problemi legati alla salute della cittadinanza. Invece è
quello che il generale Bardi fa per tre mesi con i cittadini lucani, con
l’avallo dell’Asp, dell’Arpab e delle analisi di Acquedotto Lucano. La
magistratura lucana, che affida ulteriori analisi dell’acqua del fiume Basento
all’Arpa Campania, ha confermato quanto sostenuto dagli altri organi di
controllo e così l’acqua del Basento in quindici giorni diventa potabile. Ma
potabile non vuol dire per forza buona. Infatti si sostengono processi di
potabilizzazione spinti a livello chimico-fisico e per la disinfezione
dell’acqua si usano percentuali di cloro incredibilmente alte, al punto che
l’odore del cloro dai rubinetti perfora le narici. Dulcis in fundo, il direttore
scientifico di Arpa Basilicata ammette candidamente, ai microfoni di Report, che
è meglio bere acqua minerale invece che quella del Basento, mentre il direttore
generale dell’Arpab parla di analisi “moderatamente positive”. Trapela un
allarmismo non tanto velato da questi uomini delle istituzioni, le stesse
invocate per l’intera durata della crisi come modello inattaccabile a cui
credere ciecamente; le stesse che non aprono un dialogo con la popolazione e non
chiedono se i cittadini sono disposti a sostenere sacrifici maggiori in tempo di
ore di sospensione dell’erogazione evitando l’ingerenza dell’acqua del Basento.
Tornando ai veri attori della crisi, troviamo di sicuro l’ente gestore della
rete idrica, l’Acquedotto Lucano completamente a gestione pubblica e sotto
l’egida della Regione Basilicata. Nato nei primi anni duemila staccandosi da
Acquedotto Pugliese, ne sono soci tutti i 131 sindaci dei comuni lucani. Ad
Acquedotto Lucano tocca tuttavia la sola distribuzione dell’acqua dagli invasi
alle case, non la reperibilità della risorsa. Se di acqua nell’invaso della
Camastra non ce n’è, non è possibile imputarne la responsabilità ad Acquedotto
Lucano, ma gravano sull’ente le responsabilità delle perdite delle condotte, il
65% dell’acqua che trasportano (dati Istat). Un quantitativo enorme,
l’ingiustificabile perdita di acqua è presente da anni, ma questo è un fenomeno
diffuso in tanti acquedotti italiani. È grave, ma il tema vero qui è la gestione
dell’acqua invasata, in questo momento storico la gestione delle grandi dighe
lucane è sotto il controllo del vero protagonista di questa vicenda: Acque del
Sud spa.
CARROZZONI
La risorsa idrica del meridione d’Italia è in capo ad Acque del Sud spa, che ha
sostituito il commissariato Eipli, Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la
trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia. Acque del Sud nasce della
legge 74/2023 per volontà del governo Meloni. Luigi De Collanz, già commissario
e liquidatore Eipli, diventa il presidente della nuova società per azioni. Il
ministero delle economie e finanze detiene il 65% delle quote; un restante 30% è
destinato a soci privati e l’ultimo 5% sarà diviso tra le regioni del Sud. Il
carrozzone Eipli – cosi definito dalla politica stessa – in tanti anni di
gestione lacunosa e debitoria non aveva mai lasciato i lucani senz’acqua. Acque
del Sud ci riesce subito.
Le dighe italiane, in virtù di una serie di norme per la sicurezza sismica
imposte dal 2019 dalla Direzione generale per le dighe e le infrastrutture
idriche, sono tutte drasticamente ridotte per capacità d’invaso. È solo la
Camastra, tuttavia, a risultare vuota al punto da attingere acqua dal fiume. Lo
svuotamento repentino non è normale se si osservano i dati sul prelievo
giornaliero dalla diga verso lo schema idrico Basento-Camastra, che nell’anno
2024 è sempre più importante rispetto al passato. Acque del Sud non spiega il
perché, indica la vecchia gestione come il male assoluto e annuncia imminenti
lavori con somma urgenza per ampliare la quota invasabile cosi da ottenere una
maggiore riserva d’acqua; questo a parole perché già dopo le nevicate di inizio
gennaio la diga della Camastra ha raggiunto il suo volume massimo e pare si
rischia già di sversare l’acqua nel fiume. Insomma Eipli era un carrozzone e non
era capace, ma Acque del Sud non si sta dimostrando più efficace.
Il vertice della società a partecipazione statale, alle prime domande e dubbi
sorti sulla gestione della risorsa invasata da parte dei comitati di lotta,
risponde con un’offesa: “qualunquisti da marciapiede”. Ai cittadini lucani
spaventa l’indicazione governativa che offre il 30% delle azioni di una risorsa
come l’acqua ai privati. L’acqua non può essere oggetto di mercificazione. Le
regioni del sud devono detenere minimo il 35% delle quote della società per
avere un ruolo da protagonista, nessun privato può comperare l’acqua e trattarne
il costo e il valore. Nel 2011, in Italia, il referendum sull’acqua pubblica ha
sancito questo principio, il contrario di quello che indica la linea politica
che sta portando avanti il governo Meloni. La legge che ha portato ad Acque del
Sud va rivista e concertata con le regioni, soprattutto con quelle come la
Basilicata che dispongono dell’acqua. Su questo bisogna intestare la battaglia
civile e soprattutto politica.
Si sta smantellando quanto fatto di buono fin qui in termini di collaborazione
tra regioni. Negli ultimi decenni l’accordo di programma tra lo Stato e le
regioni Basilicata e Puglia per una gestione condivisa dell’acqua aveva
funzionato. L’accordo stipulato con la legge 36 del 1994, attivo dal 1999, aveva
tra le finalità il superamento dei conflitti legati alla disponibilità della
risorsa idrica, era una vera forma di federalismo solidale tra regioni. Un
unicum europeo. Ventisei anni dopo quell’accordo è alle soglie di possibili
scontri sociali tra porzioni di territori che dispongono di acqua, la
Basilicata, e territori che ne sono privi, la Puglia.
La trazione industriale e capitalista che il mondo sta imponendo a una velocità
che pare inarrestabile, investe anche la risorsa più importante per l’uomo e la
sua esistenza. Questo concetto possiamo spiegarlo con un esempio e pochi freddi
numeri: il 50% dell’acqua prelevabile in natura è utilizzata per l’agroindustria
e l’allevamento intensivo, un ulteriore 30% è utilizzato per la produzione di
energia e per le attività minerarie; a uso civile idropotabile rimane solo il
20% e in caso di crisi idrica, come quella lucana, a chi viene razionata
l’acqua? A chi produce carne? A chi produce elettricità o estrae petrolio e gas?
No, l’acqua viene razionata prima alla gente e poi alle industrie.
Serve una mobilitazione forte e diffusa tra le persone per provare a salvarsi
tutti insieme. E forse proprio da una vertenza che metta al centro l’acqua come
bene comune, pubblico e intoccabile dal denaro, potremmo provare a ripartire per
dare voce a questa regione del meridione d’Italia cosi ricca di acqua e petrolio
al punto che è colonizzata ormai da trent’anni dalle più grandi multinazionali
dell’estrattivismo fossile con Eni in testa. (mimmo nardozza)
ACQUE INQUINATE DAI PFAS IN VALSUSA E PIEMONTE
Piazza della stazione di Bussoleno - .
(venerdì, 24 gennaio 18:00)
Rilanciamo l'appuntamento di QUESTO Venerdì alle 18 in piazza della Stazione a
Bussoleno, per mobilitarsi sulla questione delle acque inquinate dai PFAS in
Valsusa e Piemonte.
https://www.notav.info/post/comitato-acqua-sicura-analisi-dei-pfas-nelle-acque-potabili-di-235-comuni-italiani-bussoleno-il-comune-record-in-italia-per-quantita-di-pfoa-e-una-sostanza-cancerogena-venerdi-24-01-ore-18/
#lottaambientalista
#territorio@cazafeu
#inquinamentodaPFAS
(archivio disegni napolimonitor)
Sono arrivato a Roma il 16 novembre per partecipare a un’assemblea nazionale
alla Sapienza, indetta per rispondere all’eventuale approvazione del decreto
sicurezza 1660. In un’aula magna stracolma, l’assemblea si è svolta attraverso
brevi interventi in cui esponenti di varie realtà politiche, associative,
sindacali e di movimento, hanno portato il proprio punto di vista sulla
questione del decreto. A essere sottolineata è stata soprattutto la necessità di
organizzarsi e scendere in piazza coesi, poiché l’attacco del governo potrebbe
cambiare la storia giuridica e sociale del nostro paese. La criminalizzazione
del dissenso che viene proposta, ha affermato un professore dell’Università
romana, è forse peggiore delle misure repressive degli anni Settanta, quando
c’era la lotta armata. Ora a essere puniti e considerati criminali e terroristi
sono gli attivisti per il clima, le persone migranti, chi rivendica il diritto
alla casa, chi lotta per i diritti sul lavoro, chi si oppone a trattamenti
degradanti nelle carceri. E a essere tutelate e difese sono le forze
dell’ordine. C’è evidentemente un cortocircuito tra ciò che il governo Meloni
intende per sicurezza, e quello che il concetto di sicurezza significa in una
democrazia.
L’assemblea è stata seguita nel pomeriggio dal Climate Pride, una parata
colorata e pacifica che ha percorso il centro di Roma in nome della giustizia
climatica, per fare pressione nei confronti di chi nelle stesse ore si trovava a
Baku, in Azerbaijan, dove si è svolta la COP29. Qualche giorno dopo, all’interno
di questo fermento collettivo, è successo qualcosa di diverso al centro della
Capitale. Questo è il mio racconto “dal di dentro” con Extinction Rebellion
Italia.
* * *
La sera del 21 novembre partecipo a un briefing per l’azione del giorno
seguente. Durante quattro ore di riunione ci vengono spiegati i possibili
scenari, i livelli di rischio, il funzionamento della comunicazione, e ci viene
impartito un breve addestramento sulle azioni di disobbedienza civile non
violenta. Il numero di informazioni è copioso. La preparazione dettagliata.
Il giorno dopo arrivo a Termini leggermente in ritardo e incontro i
miei buddies per la giornata. Siamo nel gruppo benessere, che durante le azioni
si assicura che tutte stiano bene, e provvede con cibo, coperte e acqua ai
bisogni primari. Nell’attesa di un messaggio dalla nostra referente ci mettiamo
a fare colazione in un bar lì vicino. Sono le 9:30 circa.
Con una mezzora di attesa in più del previsto riceviamo la comunicazione che gli
altri gruppi stanno procedendo con il piano A. Dopo il segnale di conferma ci
dirigiamo nel luogo dell’azione, che si rivela essere piazza del Viminale.
Guidate da una crescente puzza di sterco arriviamo in piazza. Il letame portato
dal camioncino delle attiviste – circa sei quintali – è già stato scaricato. Di
fronte alle tende aperte per occupare la piazza, si schierano i poliziotti a
presidio dell’ingresso del palazzo.
Agenti in borghese iniziano a rimuovere le attiviste dalle tende, la situazione
diventa tesa e concitata. Mentre trascinano fuori le persone sono ripresi da
molte telecamere e anche per questo sembrano agire con cautela, anche se c’è chi
ha preso qualche calcio e qualche botta in testa.
La presenza della polizia sembra aumentare con il passare dei minuti. Quando mi
volto, dalla schiera di poliziotti dietro di me sento le parole: “Da qui non
esce nessuno”. Dopo poco, la polizia decide di sgomberare l’intera piazza. Le
attiviste intonano cori, suonano tamburi e fanno discorsi ad alta voce,
raccontando perché sono lì. Mi viene da chiedermi per chi, visto che non ci sono
rappresentati politici e le persone comuni che passano, anche volendo assistere
non possono perché la polizia ha “chiuso” la piazza. Nemmeno i giornalisti posso
entrare, ma ci sono i social.
I due police contact discutono animatamente con gli agenti della Digos per
arrivare a un accordo e permettere a chi vuole di lasciare la piazza e non
finire in questura. È una trattativa laboriosa, perché la polizia sembra non
voler far uscire nessuno, senza offrire ragioni. Ma si arriva a un compromesso.
Tutte identificate, fotografate, e poi fuori. Le persone che decidono di
rimanere dentro la piazza vengono prese una a una e portate come “sacchi di
patate” dentro due autobus della polizia, che ricordano quelli delle gite
scolastiche. Un poliziotto ci dice che non andranno in questura, ma all’ufficio
immigrazione, perché c’è più spazio, a un’ora dal centro, lontano dai palazzi
della politica.
Alcune di noi intanto si dirigono al bar mentre fuori inizia a piovere forte.
Quando spiove, passeggiamo tra i Fori imperiali e il Colosseo per prendere la
metro verso l’ufficio immigrazione. Il contrasto tra la bellezza del centro di
Roma e il luogo che ci attende è straniante. Saliamo sulla metro B, scendiamo a
Rebibbia. Dopo la metro, altri venti minuti di autobus lungo una strada piena di
rifiuti per arrivare in una desolante zona industriale: Tor Sapienza.
Fuori dall’uscita ma dentro i cancelli, ci sono delle panchine sulle quali ci
sediamo. Vengono posizionate cassette con il pranzo che era stato preparato per
la giornata e una cassa di arance. Poco dopo escono due militari di turno. Uno
di loro, un giovane, ha un atteggiamento amichevole. Chiede cosa abbiamo
combinato, ci dice che capisce ma non è d’accordo con gli eccessi e accetta di
mangiare un’arancia che gli viene offerta. Poco dopo esce una donna che lavora
in questa sede della questura e ci invita ad allontanarci, dicendo che
disturbiamo e che non è mica un luogo pubblico (ah no?).
Ci mettiamo all’ingresso della strada, di fianco all’entrata. Alcune persone
hanno tamburi e suonano, altre danzano. Io chiacchiero con due attivisti, uno di
Venezia l’altro emiliano. Sono colpito nel notare il forte senso di comunità che
caratterizza questo gruppo di XR, con persone da parti diverse d’Italia.
Percepisco una forte condivisione di valori, linguaggi, pratiche. A questo
proposito N. mi dice che lui non capisce chi non va a votare, ma che allo stesso
tempo il voto rappresenta una parte minoritaria della vita politica in una
democrazia, che è fatta invece di queste cose. M. parla di suoi trascorsi in
altri cortei, in cui la polizia ha un atteggiamento più violento rispetto a
quello che vediamo con le azioni di XR. È un tema che ritorna in varie
conversazioni. La polizia li vede come nemici? Io credo che li vedano più come
un fastidio, come un problema da risolvere. Parlando con loro mi rendo sempre
più conto di quanto il movimento sia fatto di persone “ordinarie”, di varie
generazioni e con diverse identità politiche. Sono persone che, stufe o
disorientate dal panorama politico, hanno trovato una famiglia dentro questa
realtà; ma sono anche persone che lavorano, che pagano le multe, che magari
fanno parte di altre realtà sociali e politiche. È necessario decostruire la
retorica mediatica dei “ragazzini” che non sanno cosa vuol dire vivere in
società, o quella ancora peggiore dei “terroristi”.
Le ore passano, il freddo aumenta, da dentro nessuna notizia. Non si può
comunicare con le persone detenute né con chi le detiene. Sono più di cinquanta,
il numero esatto non si sa. Chiediamo che gli venga dato il cibo che abbiamo
preparato, ma non è possibile far entrare nulla. Ci viene detto di aspettare e
che le persone non sono né in stato di arresto né di fermo, che si stanno
svolgendo “normali” procedure identificative, che richiedono tempo.
Intorno alle dieci di sera, dopo circa nove ore, quando il timore che si dovesse
passare la notte lì iniziava a farsi concreto, vengono rilasciate le attiviste
in gruppi di quattro o cinque. Alcune hanno fogli di via, tutti con durate
diverse e completamente arbitrarie. Saranno trentadue in totale, per molti con
l’obbligo di lasciare Roma entro due ore. Altre, tutte le restanti, vengono
rilasciate senza nulla in mano, come se fosse normale trattenere le persone in
questura. Alcune attiviste rientrano dal cancello pretendendo che gli venga
rilasciata almeno una dichiarazione sul perché sono state trattenute e
rilasciate.
Il momento dell’uscita dalla questura è caratterizzato da emozioni contrastanti.
Gli abbracci sono intensi. C’è chi ride, chi piange di gioia per rilasciare lo
stress accumulato. C’è chi cerca cibo, che è pronto e caldo anche per la cena.
La cucina e la logistica del movimento in queste giornate sono state
formidabili. Sono arrivati pasti in qualsiasi situazione e in qualunque luogo.
Alla fine il conto dei danni “legali” è impressionante. Centosei persone
identificate, settantadue trattenute in questura per otto-nove ore, trentadue
fogli di via, alcuni anche per persone che vivono, studiano e lavorano a Roma.
Dai tre mesi ai due anni e mezzo. È finalmente il momento di tornare a Roma. Il
viaggio in autobus è divertente. Il bus che porta a Rebibbia passa dopo poco, ma
è la direzione sbagliata della circolare. Lo prendiamo lo stesso, ci faremo il
giro dentro per riscaldarci anziché aspettare il prossimo. Quando ripassa dalla
fermata più vicina all’ufficio della questura, si aggiungono quelle che
aspettavano il successivo, e così un autobus solitario nella borgata sperduta si
riempie improvvisamente di vita.
Il giorno dopo a mezzogiorno c’è una conferenza stampa indetta in nottata da XR,
dopo quanto accaduto il giorno precedente. La conferenza stampa al parco è un
momento importante per XR. Oltre a raccontare cos’è successo il giorno prima, a
turno alcune tra chi ha ricevuto un foglio di via si presentano e annunciano di
volerlo violare pubblicamente in quanto misura illegittima. Una ragazza che
lavora come ricercatrice a Venezia tiene un discorso molto chiaro ed elaborato,
spiegando i motivi per cui l’azione è stata fatta e rimarcando la questione
della sicurezza, al centro della retorica del governo che si accinge ad
approvare il famigerato decreto 1660. Spiega che in questa situazione politica e
climatica, con queste misure securitarie e questo atteggiamento della questura e
delle forze dell’ordine, ci si sente tutt’altro che sicure.
Alla conferenza stampa si vedono pochi giornalisti, ma è comunque un momento
significativo. Un gruppo di attiviste sta decidendo di violare pubblicamente
delle misure cautelari (i fogli di via) pensate per colpire la libertà di
movimento di individui considerati socialmente pericolosi. Lo fanno per
l’illegittimità giuridica e morale di queste misure. È un gesto forte di
disobbedienza, considerando che rischiano denunce penali. Ci sono vari modi per
affrontare queste misure, e una di queste è fregarsene, non rispettandole.
Questo non vuol dire che sia facile. Non ci riescono tutte, alcune sono
preoccupate per il loro posto di lavoro, altre non se la sentono emotivamente.
Sono molteplici le facce della repressione, quella preventiva agisce in maniera
subdola, fa sentire le persone insicure e impaurite, e spesso le paralizza. Ma è
una giornata a suo modo splendida. Il parco è illuminato dal sole, e poco dopo
il gruppo cucina dimostra ancora una volta costanza e dedizione, arrivando con
un pranzo pronto per essere consumato, anche camminando. È ora di unirci al
corteo nazionale di Non Una di Meno nella giornata contro la violenza sulle
donne, di marciare e occupare lo spazio pubblico per un’altra giusta causa,
nonostante tutto. (francesco dal cerro)