(archivio disegni napolimonitor)
Quando inseriamo le indicazioni per il luogo dell’assemblea e saliamo in
macchina, non ci accorgiamo che ci porteranno in una chiesa. Precisamente nella
chiesa di San Matteo Apostolo, a Giugliano in Campania, provincia di Napoli. È
qui che, il 18 dicembre scorso, una settimana prima di Natale, si è tenuta
l’assemblea di cittadini per la costituzione del comitato di vigilanza
dell’attuazione della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Nel gennaio 2025, la corte ha condannato lo Stato italiano per la gestione del
disastro ambientale della Terra dei Fuochi, ritenendolo responsabile di non aver
protetto la vita dei residenti esponendoli a rischi ambientali e sanitari per
decenni. Che un’assemblea dei comitati si svolga in una chiesa sorprende non
troppo, visto il ruolo storico delle parrocchie in questo territorio. Da don
Patriciello a Caivano a don Massimo Condidorio qui a Giugliano, i parroci “di
frontiera” sono stati spesso protagonisti della lotta contro il disastro
ambientale. A sorprendere, semmai, è la presenza di una volante dei carabinieri
a presidiare l’ingresso. Anche questo, però, non è del tutto inatteso.
All’interno, sedute tra i banchi di legno, ci sono le diverse anime dei comitati
della Terra dei Fuochi: Acerra, Caivano, Pianura. Ognuna porta con sé una storia
specifica che parla di rifiuti interrati, roghi tossici, ecoballe, dove
contaminanti diversi hanno disegnato differenti genealogie dei dolori,
accomunate da patologie tumorali, neoplasie e morti premature. Su questi veleni,
negli anni, i comitati hanno costruito una conoscenza scientifica che supera
spesso quella accademica grazie a dati raccolti dal basso, studi indipendenti e
relazioni puntuali tra esposizione ambientale e malattie. Introducendo
l’assemblea, è il parroco don Massimo Condidorio a fare gli onori di una casa la
cui sacralità dovrà accompagnare la battaglia. Una benedizione sugellata da un
padrenostro recitato collettivamente. Accanto a lui, l’avvocata Valentina
Centonze, parte del team legale che ha guidato il ricorso, entra subito nel vivo
sottolineando il valore storico della sentenza e ricordando la responsabilità
che questa affida proprio al comitato esecutivo che si sta istituendo.
La sentenza della CEDU ha riconosciuto ciò che i comitati dicono da almeno
trent’anni: nella Terra dei Fuochi lo Stato italiano non ha protetto e continua
a non proteggere i propri cittadini e le proprie cittadine da gravi rischi
ambientali e sanitari. La sentenza definisce la risposta delle amministrazioni
locali e nazionali come non “sufficiente, sistematica, coordinata e
strutturata”. Dallo stesso pulpito, Vincenzo Petrella, vicepresidente dei
Volontari Antiroghi di Acerra, ironizza: «Persone a distanza di migliaia di
chilometri da noi, che nemmeno parlano la nostra lingua, hanno capito quello che
volevamo dire. Allo stesso tempo, amministratori locali che parlano il nostro
stesso dialetto, che vivono nelle nostre strade, hanno fatto finta per tanto
tempo di non capire le nostre parole». È un passaggio del discorso che raccoglie
anni di derisioni e di rabbia. «Ci hanno accusato di essere allarmisti, di
diffondere paure infondate. Hanno persino alluso che fossimo noi ad appiccare i
roghi tossici, perché non si spiegavano come mai fossimo sempre presenti quando
bruciava un cumulo di rifiuti. Noi abbiamo sempre risposto che eravamo lì perché
forse loro, le istituzioni, non c’erano. Ora la sentenza CEDU certifica che loro
sapevano… e hanno scelto di non agire».
Il lavoro storico dei comitati nel segnalare la crisi socio-ecologica della
Terra dei Fuochi è riassunta, secondo Antonio Marfella, oncologo di Medici per
l’Ambiente, nel fatto che la sentenza porti il nome di Alessandro
Cannavacciuolo, primo firmatario del ricorso. Nel 2007 la pubblicazione delle
foto delle malformazioni che avevano colpito le pecore di suo zio Vincenzo,
pastore di Acerra, suscitarono l’interesse della stampa internazionale. Vincenzo
Cannavacciuolo si ammalò e morì pochi mesi dopo. Per l’oncologo Marfella, siamo
entrati nella “fase sette della crisi”. Secondo la sua storiografia, la nascita
del fenomeno della Terra dei Fuochi è legata principalmente allo smaltimento
illegale dei rifiuti, fatto di interramenti, sversamenti e roghi. Oggi, invece,
le contaminazioni principali passano sempre più attraverso il circuito legale
dello smaltimento. «La correlazione che dobbiamo tracciare è tra i siti di
stoccaggio dei rifiuti e l’insorgere dei casi tumorali. Questi dati le Asl non
li diffondono, o si rifiutano di diffonderli, quindi è nostro compito produrli.
Ognuno secondo le specificità del suo territorio. Qui siamo a Giugliano, per
esempio, l’attenzione allora si dovrebbe concentrare sui Pfas, visto l’ammontare
di rifiuti smaltiti in questa zona».
Gli Pfas sono sostanze perfluoroalchiliche, dette anche “inquinanti eterni” per
la loro persistenza nell’ambiente, e il riferimento è allo Stabilimento di
tritovagliatura e imballaggio rifiuti (Stir) proprio di Giugliano e al fatto che
qui passino quotidianamente almeno cinquecento tonnellate di rifiuti solidi
urbani. Giorni festivi compresi. Queste parole fungono da introduzione
all’intervento di Giovanni Merola, avvocato del movimento chiamato proprio
“Basta Impianti”, attivo nell’Agro Caleno, dove sono ben ventidue gli
stabilimenti di rifiuti nel raggio di pochi chilometri. «In queste zone – dice –
è possibile sovrapporre perfettamente la mappa dei casi tumorali a quella degli
impianti». La notizia dell’apertura dell’ennesimo stabilimento tra Pignataro
Maggiore e Capua come il divampare dell’ennesimo rogo tossico a Teano, hanno
riacceso la rabbia della cittadinanza, culminata con il blocco del casello
autostradale a fine settembre. Una riattivazione che ha già prodotto risultati
concreti, dal sequestro dell’impianto di Sparanise all’audizione con i comitati
della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei
rifiuti e agli illeciti ambientali, prevista nei prossimi mesi.
Gli avanzamenti, seppur lenti, delle lotte ambientali negli ultimi mesi hanno
riattivato qualcosa che somiglia alla speranza. Non una speranza ingenua, ma la
consapevolezza di avere un nuovo potente strumento giuridico tra le mani. La
sentenza della CEDU impone allo Stato italiano di adottare entro due anni misure
concrete e dettagliate, indicate dalla stessa Corte, per fronteggiare i danni
ambientali. Un anno, nel frattempo, è già passato. La costituzione del comitato
esecutivo servirà a dare vita a un meccanismo di monitoraggio indipendente per
vigilare affinché siano rispettati gli obblighi imposti dalla sentenza. Dalle
bonifiche al monitoraggio sanitario, dovranno essere investiti milioni di euro
per la Terra dei Fuochi e sarà compito del comitato assicurarsi che questi soldi
vengano spesi per la messa in sicurezza e la bonifica del territorio.
L’istituzione del comitato esecutivo segna l’inizio di una nuova fase storica.
Il comitato si propone come interlocutore stabile delle istituzioni, garante
della trasparenza e strumento di pressione civile nei confronti del governo e
della Regione. È un nuovo esperimento politico, che si inserisce nella lunga
storia dei movimenti della Terra dei Fuochi e ne rilancia il laboratorio. La
Corte europea, infatti, riconosce esplicitamente che Ong, associazioni, gruppi
della società civile e anche singoli individui possano inviare comunicazioni
scritte per segnalare criticità, ritardi o attuazioni solo formali delle misure
imposte dalla sentenza. La scommessa dei comitati è trasformare questa
possibilità giuridica in un controllo popolare sistematizzato e di fare della
messa in sicurezza del territorio uno spazio di partecipazione politica.
L’assemblea è un susseguirsi di testimonianze fatte di documenti, cartelle
cliniche, pennette usb consegnate simbolicamente al tavolo del comitato, perché
il dolore raccolto in quelle carte possa essere condiviso e diventare strumento
di riscatto. Prima di sciogliersi, ci si dà appuntamento al giorno successivo:
ancora a Giugliano e ancora in una chiesa, la Collegiata di Santa Sofia. Il
comitato appena nato diventa così immediatamente operativo, chiamato a
confrontarsi pubblicamente con le istituzioni e con il commissario straordinario
Giuseppe Vadalà. Ci rimettiamo in macchina consapevoli di essere alle porte di
un nuovo ciclo di lotte e che dai rapporti di forza che queste sapranno generare
dipenderà il futuro della Terradei Fuochi. (raffaele guarino)
Tag - ambiente
(disegno di valeria cavallone)
Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a
venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura
del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della
chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale.
Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del
più diffuso pesticida a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da
immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero
consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di
condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo
rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze
catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli.
“Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e
del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani”, è il titolo
dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and
Pharmacology, che attestava che il glifosato, commercializzato
dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Gli autori concludevano
che l’erbicida non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per
quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema
riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è stata considerata negli anni
una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato, citata a
livello globale in oltre ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità
come l’Agenzia per la protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore
della rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di “gravi
preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli
autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla
cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti
della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”. Lo
studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato dai ricercatori
dipendenti della Monsanto e anche la peer review viziata da questa pratica in
conflitto con la ricerca indipendente. A detta del caporedattore, gli autori
potrebbero aver ricevuto un risarcimento finanziario da Monsanto per il loro
lavoro su questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva
significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente
obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.
Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto “biologico”, una panacea
contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva preso piede sin da quando
il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole quotidiane in tutto il
mondo. Se per l’agricoltura industriale il principio fondamentale è l’utile
sempre e comunque, allora il glifosato è l’ideale per liberarsi delle erbe
“infestanti” perché sbrigativo, efficace e bisognoso di poca manodopera, giusto
il trattorista per le irrorazioni. In Puglia, addirittura, tra la fine degli
anni Novanta e il 2010 il glifosato della Monsanto, in base a questo dogma
riduzionista, è stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo
e il sostegno delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico,
il Salento è stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di
Roundup Gold e Platinum, che non ha risparmiato nessun areale.
La tecnologia testata rientra nel programma GIPP (Gestione Infestanti Piante
Perenni) della Monsanto iniziato nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013,
finalizzato al controllo delle erbe infestanti negli oliveti, attraverso
l’utilizzo dell’erbicida contenente glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno
delle autorità scientifiche regionali e il totale consenso degli amministratori.
Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati come infestanti e invece
dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di altissimo pregio, siano
stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato le specie e la
biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli agricoltori ma
anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente dotati di un
livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da sempre definito
come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito il Roundup nel 2018,
continua a sostenere che la sostanza chimica è sicura se utilizzata secondo le
istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il mondo rurale è tra le prime vittime
per livello delle insorgenze tumorali in tutto il mondo e il Salento è la prima
regione in Europa per insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E
pensare che tecnici e scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la
causa della innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con
sicumera e arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto
subire una sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se
lo dice la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa
sempre più una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi.
Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha reso le piante più
vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei suoli del Salento già
sottoposta alla pressione della desertificazione associata alle cattive pratiche
agricole. In letteratura scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti
chimici e, dunque, la maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è
conosciuta da tempo. Per quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati
molti problemi: una riduzione significativa di macro e micro nutrienti
riscontrata nei tessuti delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua
interazione con la disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per
conservare la salute della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle
piante nei raccolti.
Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi secolari e monumentali, dal 2013 si
comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento degli ulivi, la
xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla
normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non
motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il
risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato,
l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate che
producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti, per
eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che
prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione
Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare
l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il
livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che
permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di
dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di
scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima” e “allargare il campo
di indagine della malattia di disseccamento degli ulivi anche all’eventuale
correlazione con l’utilizzo massiccio di glifosato”.
In effetti, osservando la zona focolaio, si era accertato come i disseccamenti
fossero a macchia di leopardo con maggiore presenza di sintomi nei terreni che
utilizzano in modo massiccio i disseccanti, in particolare il Roundup della
Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione biologica. Come mostra Margherita
Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e
superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia
di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di disseccamento degli
olivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003 al 2010, è fino a due
volte più alta che nella provincia di Bari, e fino a quattro volte superiore
rispetto alla provincia di Foggia.
Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che cala ombre sulla qualità
della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche? Che scienza e scienziati,
lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e interessi di vario genere,
sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni talvolta addirittura maggiori
rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la posizione sociale che
ricoprono può essere più determinante rispetto, come in questo caso, a
problematiche che coinvolgono la salute delle persone e dell’ambiente; che
la peer review può essere aggirata e inficiata in diversi modi e da diversi
fattori, per esempio dal meccanismo perverso delle citazioni e auto-citazioni
che diventano una garanzia per il successo, spesso commerciale, prima che
scientifico, di alcuni prodotti, tecnologie e personalità afferenti al mondo
scientifico. Le pubblicazioni relative a xylella (test di patogenicità, brevetti
relativi a presunte piante, immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari)
sono emblematiche di questa crisi della scienza e della ricerca sempre più
esposta a interessi industriali, legati alle esigenze di carriera e affermazione
bibliometrica di taluni scaltri ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli
affari. (giuseppe vinci)
Fotogalleria di Fabrizio Ferraro
Vitulazio (Caserta), 13 dicembre, ore 15.00. Calcestruzzo annerito intorno ai
nostri passi. Siamo in corteo con il Movimento Basta Impianti. Un intreccio
irregolare e numeroso di volti, età e rabbie. Altrettanto cospicuo lo
schieramento delle forze dell’ordine. In testa un furgone, tra gli amplificatori
spiccano le foto dei “martiri”. Superiamo un campanile, l’orologio è fermo alle
11:20. Ci sono anche le attiviste del comitato Mai più Ilside, le cui lotte nel
2021 hanno portato alla messa in sicurezza e bonifica del sito di gestione
rifiuti di Bellona. «Noi abbiamo vinto allora», dicono mostrando le immagini del
prezzo pagato in salute e vite.
Basta Impianti mantiene il passo. A metà gennaio il movimento sarà ascoltato in
Commissione bicamerale rifiuti e dalla Commissione d’inchiesta sulle attività
illecite connesse al ciclo dei rifiuti e agli illeciti ambientali.
(disegno di mattia vincenzo abbruzzese)
Diluvia, per un momento quasi grandina. È il 2 dicembre e un freddo umido si è
cristallizzato sulla città da qualche giorno. Sono le venti circa. Io e Mel,
quasi completamente zuppi, ci infiliamo in una vecchia Clio, asciughiamo alla
buona il taccuino e la macchina fotografica e partiamo in direzione Bellona, un
comune di quasi seimila abitanti in provincia di Caserta, in un lembo dell’Agro
Stellato. Stasera si terrà un’assemblea pubblica indetta dal movimento Basta
Impianti, cresciuto nelle campagne dell’Agro Caleno, dove da anni si consuma la
convivenza forzata con siti di stoccaggio, impianti di trattamento rifiuti e
progetti industriali ad alto impatto. Partecipano residenti e attivisti che si
oppongono all’idea di un territorio condannato a essere “compromesso”.
L’oscurità e la condensa sul parabrezza filtrano un paesaggio quasi
inosservabile fino all’ingresso nel borgo, dove le luci di Natale restituiscono
un po’ di opaca visibilità. Entriamo nel teatro parrocchiale alle spalle della
chiesa di San Secondino. Nella lunga sala alcune decine di persone tra tavoli di
plastica ricoperti da incerate verdi, formano un’ovale di sedie; il microfono è
aperto e già si susseguono gli interventi moderati da un ragazzo dai capelli
lunghi seduto accanto all’amplificatore. Alle sue spalle un lungo striscione
plastificato con il lettering in maiuscolo “Basta Impianti”.
Ancora umidi prendiamo posto e ascoltiamo Pasquale, un attivista: «Noi ci
dobbiamo sentire tutti in dovere di parlare di ciò che è malato. Sono stato
fuori le scuole per parlare ai genitori dell’urgenza, dell’importanza del corteo
del 13 dicembre a Vitulazio. Le autorizzazioni per nuovi impianti portano noi
cittadini ad ammalarci sempre di più per cui, cari genitori, non è solo una
questione di senso civico partecipare a questa battaglia, voi lottate per
evitare un pericolo che vi tocca direttamente. C’è stato tra loro chi mi ha
risposto che da queste parti la monnezza o si sotterra o s’appiccia. Che cosa
può insegnare un genitore così a suo figlio? C’è chi pensa che il diritto di
proprietà legittimi qualsiasi tipo di brutalità, ma la terra non ha padroni. Noi
siamo di passaggio, lo dobbiamo alle future generazioni. Stasera siamo in tanti
e dobbiamo essere ancora di più». Dopo di lui parla Clemente Carlino, che è
stato assessore del comune di Grazzanise al tempo delle “ecoballe”. «Questa
terra – dice – è stata scelta come il “buco dove sversare”. Tutti questi luoghi
sono stati considerati tali, da Santa Maria Capua Vetere a Cancello e Arnone, da
Borgo Appio a Grazzanise, questa è la nostra condizione da tempo. Ora sappiamo
che ci sarà un ampliamento da quattro a nove vasche nell’impianto di biogas di
Arianova a Pignataro Maggiore, tra l’altro ci dicono che è un impianto non
impattante… Balle! Non ci sta niente da fare, noi siamo condannati alla
ribellione! Ma non dobbiamo fermarci qua. Io dico che dobbiamo andare più in là
dell’Agro Caleno e unirci con tutti i luoghi di sofferenza ambientale, fino al
litorale domizio…». La chiusura dell’intervento è accolta da applausi, e qualche
colpo di tosse.
L’intervento successivo è del neoeletto consigliere regionale Raffaele Aveta del
Movimento 5 Stelle. Parla della sua vicinanza alla causa, del suo interesse
alle politiche ambientali e sanitarie, di una serie di casi che ha seguito
personalmente; si definisce “ambientalista militante”. «Forse – dice a un certo
punto – a Caserta c’è qualcuno che vuole davvero fare politica come servizio
alla comunità…». Una voce si leva in fondo alla sala: «Sì, ma non a parole, che
pensa di fare la Regione?». Risponde Aveta: «Sicuramente non dare in gestione
siti di stoccaggio a società con capitale sociale quasi nullo, quelle sono
truffe!».
A questo punto un cellulare suona rompendo per qualche istante il silenzio
durante il cambio al microfono. Getto uno sguardo in fondo alla sala verso il
gruppo di non più giovanissimi signori da cui era partito il commento. La
storicità del fenomeno Terra dei fuochi sta nelle loro rughe… Proprio qualche
giorno prima, il dottor Marfella, oncologo, membro di Medici per l’ambiente, che
da anni si occupa di questi temi, mi aveva raccontato l’aspetto dinamico di
questo fenomeno industriale, un’anatomia articolata in sei fasi distinte.
La prima fase (1980-2014) è quella degli sversamenti. Per decenni, rifiuti
speciali e tossici, in larga parte provenienti dal Nord, sono stati interrati o
abbandonati al Sud. Un ciclo interrotto solo nel 2014 dall’introduzione dei
primi delitti ambientali. Questo segna l’inizio della seconda fase (2014-2019).
Quelle norme, focalizzando la pena sui roghi ai bordi stradali, hanno prodotto
un effetto perverso: i fuochi tossici si sono semplicemente spostati all’interno
di depositi e siti di stoccaggio, spesso localizzati al Nord, invertendo di
fatto la rotta prevalente del traffico illecito. La terza fase (2020-2022) si
apre con la pausa forzata del lockdown, che spegne tutto per un po’. Alla
ripresa, in assenza di impianti campani per i rifiuti speciali, il sistema
reagisce esternalizzando il problema: parte un flusso massiccio e scarsamente
controllato di rifiuti verso l’estero. Ma l’aumento dei costi di trasporto porta
alla quarta fase (2021-2022): non conviene più esportare. Si torna quindi
all’antico, ai roghi tossici locali.
È una crisi globale, quella energetica, a innescare la quinta fase (2022-2023).
Da agosto 2022, il caro bollette paralizza anche le attività illegali. I roghi
cessano, non per un’azione repressiva, ma per semplice insostenibilità
economica. Ora viviamo la sesta fase (2022-2025), quella dell’attesa. Si attende
l’operatività del sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti RenTRi.
Un’attesa che potrebbe durare ancora anni.
Ritorno con lo sguardo al microfono perché intanto, ha preso la parola il
ragazzo coi capelli lunghi che siede accanto all’amplificatore, si chiama
Dario. «Diamo battaglia da trent’anni nei nostri territori – dice –, siamo
disposti a rivoltarli come calzini per seguire gli sviluppi di queste vicende,
senza mollare di un centimetro. Non siamo Nimby (not in my backyard, non nel mio
cortile), per cui proseguiremo dialogando con tutte le parti coinvolte e
interessate a sostenere le istanze di questo movimento, dentro e fuori l’Agro
Caleno». Poi, rivolgendosi al neo consigliere, prosegue: «La prossima volta però
ci portiamo il cronometro per gli interventi – e aggiunge sorridendo –, e adesso
lascio il microfono per i venticinque minuti dedicati a Ignazio…». Risate,
qualche applauso. Ignazio è seduto proprio lì accanto. È un medico, appare
preoccupato: «Vorrei far passare un messaggio, oggi è difficile… Dal ’98, dai
tempi del centro sociale Tempo Rosso di Pignataro Maggiore, noi ci siamo.
C’eravamo con la bonifica conquistata a Bellona, ma eravamo tanti comitati. Oggi
invece c’è un movimento, sta cambiando il tipo di attacco. L’Agro Aversano è
stata la Terra dei fuochi parte uno, qui si sta per osservare la parte due. C’è
una mappatura che stiamo realizzando che mette in relazione l’incidenza tumorale
e la concentrazione di impianti nella zona. Mappiamo anche i roghi. Perché la
gente che vive di monnezza, nomi e cognomi, sono sempre gli stessi o amici
loro. Tra non molto apriranno il nono impianto di stoccaggio tessile a
Vitulazio. In una zona che già presenta un aumento della diffusione e dove l’età
di contrazione tumorale si abbassa ancora: non solo abbiamo più casi ma
avvengono anche prima; andremo a dire a una donna trentenne che non potrà avere
figli per questo… L’obiettivo del corteo del 13 dicembre sarà di incontrare il
governatore Fico. Perché deve essere riconosciuta la straordinarietà del
problema. Ci giochiamo il titolo di zona straordinaria, speriamo di non giocarci
quello di Terra dei fuochi bis. Noi qui parliamo di impianti che stoccano,
mettono “in garage” il rifiuto. Basta impianti, siamo saturi! Ci va più che bene
un solo sito di riciclaggio adeguatamente controllato e monitorato, ma che sia
funzionale alla chiusura degli altri quaranta. A Sparanise, a breve
realizzeranno altri due impianti e a Vitulazio altrettanti nuovi siti per
rifiuti tessili. Sappiamo che sono stati sequestrati per illeciti proprio due
impianti tessili in loco, degli otto presenti. Il buon senso mi porta a dire:
controlliamo anche gli altri sei. Noi chiediamo il ritiro delle concessioni per
quelli sequestrati e il controllo di tutti gli altri attivi. Chiediamo una
valutazione di impatto ambientale per rischio cumulativo. Siamo in condizioni di
saturazione ambientale…». Il discorso di Ignazio prosegue ancora e si conclude
con un lungo applauso.
Gli ultimi interventi sono di Enzo Palmesano, giornalista di Pignataro Maggiore
noto per le sue inchieste contro la criminalità organizzata e le ritorsioni
subite dalla camorra, il quale racconta due importanti roghi avvenuti a Bellona
nel 2012 e nel 2017: «Il 29 dicembre 2017 la popolazione disse basta e con una
delegazione sostanziosa si presentò sotto il municipio. C’erano attivisti, sì,
ma c’erano anche i malati di tumore, i familiari delle vittime, diverse persone
anziane. Chiedevamo risposte. La reazione delle istituzioni in quella
circostanza fu di chiamare i carabinieri. Sono andati sotto processo diversi di
quei malati. Undici persone assolte recentemente perché il fatto non sussiste.
Per questo sono contento che questa riunione si faccia proprio qui a Bellona.
Abbiamo il timore che il 13 dicembre a Vitulazio possa essere usata l’arma della
repressione, i segnali ci sono… Questo è il movimento più importante nato in
questa provincia nell’ultimo quarto di secolo, c’è gente da tutta Italia che si
sta chiedendo che sta succedendo nell’alto casertano. I sindaci pro-impianti, in
queste zone compromesse, sono nemici, non avversari politici».
I vestiti sono quasi asciutti, l’assemblea è finita. Usciamo: non piove più e la
brina sull’Agro Stellato si solleva, restituendo un paesaggio in bilico tra la
memoria di chi ha lottato e l’attesa delle prossime azioni concrete di un’intera
comunità. (edoardo benassai)
(disegno di dalila amendola)
Che cosa significa, oggi, richiedere il diritto alla vita in Tunisia? A Gabès,
città del sudest trasformata in una zona di sacrificio, la risposta risuona
nelle piazze.
Riecheggia, in questi giorni, la sensazione che vivere a Gabès, la più grande
città del sudest tunisino, sia come vivere in una zona di guerra. Un tempo nota
per ospitare un sistema unico al mondo di oasi litorali, la città è ora
paradigma di un sistema di sfruttamento del territorio senza limiti né confini.
Le ragioni sono da ricercare nelle relazioni coloniali tra Sud e Nord globale e,
nello specifico, nella trasformazione del territorio tunisino in una fabbrica a
cielo aperto per la produzione – per lo più – di fertilizzanti da esportare in
Europa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso: i casi di soffocamento. È
però nei paradossi del capitale che si sviluppano comunità resistenti in grado
di inceppare l’avanzare delle faglie dell’accumulazione. È quanto sta accadendo
questo mese nel territorio di Gabès, dove, a partire dall’inizio di ottobre, si
sono susseguite una serie di mobilitazioni finalizzate allo smantellamento delle
unità produttive inquinanti del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Le proteste, che
hanno raggiunto il loro apice nel grande sciopero regionale del 21 ottobre,
affondano le radici nei numerosi casi di soffocamento verificatisi a settembre.
Le aree circostanti il complesso chimico e industriale sono state – e continuano
a essere – colpite da fughe di gas tossici che causano asfissia, difficoltà
respiratorie e motorie nelle persone esposte. Tra queste, numerosi bambini e
bambine che il 10 ottobre sono stati trasferiti in ospedale perché, mentre erano
in classe, stavano improvvisamente soffocando. Le immagini virali di quel giorno
hanno segnato un punto di rottura definitivo per un territorio che da decenni si
mobilita per rivendicare il diritto alla vita. La risposta della comunità è
stata immediata e, nei giorni a seguire, si sono susseguite numerose proteste
davanti ai cancelli della GCT, durante le quali non sono mancati momenti di
tensione con le forze dell’ordine.
In questo clima, il 14 ottobre si sono verificati nuovi casi di soffocamento,
scatenando una nuova ondata di rabbia raccolta nella marcia popolare del giorno
seguente. I video di quei momenti mostrano scene di forte tensione e una rabbia
sociale diretta contro gli impianti inquinanti dell’industria dei fosfati. Le
oasi e le spiagge, un tempo descritte come un paradiso terrestre e oggi
devastate dalla contaminazione, sono diventate teatro di scontri tra polizia e
manifestanti, con l’uso di gas lacrimogeni. È di quei giorni anche la notizia,
diffusa dall’ospedale, della fine delle bombole d’ossigeno necessarie per
trattare i casi di asfissia.
Segue il tentativo di organizzare la rabbia: a guidare il processo c’è il
movimento ecologista Stop Pollution, nato a Gabès dopo la rivoluzione e oggi
capofila nella resistenza al disastro ecologico. Cosa succede quando un corpo
“rifiutabile” diventa corpo politico? Quando la lotta per sopravvivere si
trasforma in sabotaggio delle relazioni di scarto? Sale la marea. Dalla
convergenza tra Stop Pollution e lo storico sindacato UGTT nasce la chiamata
allo sciopero regionale del 21 ottobre, che ha coinvolto oltre centomila persone
e ottenuto l’adesione totale delle attività commerciali del territorio. Le
immagini di quella storica giornata raccontano una comunità che, all’unisono,
rivendica il diritto alla vita e lo smantellamento delle unità produttive
responsabili di un genocidio urbano senza precedenti nel territorio tunisino. Il
popolo si solleva contro la narrazione tossica dello sviluppo, secondo cui
alcune comunità sarebbero residuali e sacrificabili, inondando le strade di
Gabès con una mobilitazione senza eguali.
LE RADICI DEL DISASTRO
Le cause del dissenso nel sudest tunisino sono antiche e risalgono alla
scoperta, durante la colonizzazione francese, di fosfati nell’area. A partire da
allora, l’intera economia materiale e immateriale della regione è stata
stravolta e asservita all’estrazione e successiva lavorazione dei fosfati,
portando sul lungo termine a una catastrofe ecologica e sociale. L’instaurarsi
del monopolio minerario, di cui ancora oggi la Tunisia è schiava, ha consolidato
il modello estrattivista basato sulla marginalizzazione sociale e sulla
degradazione ambientale. Così Gabès, per la sua posizione strategica, è stata
scelta come nodo principale di trasformazione dei fosfati, culminando nella
costruzione nel 1972 dell’impianto del GCT. Raccontare cosa avviene a Gabès
impone una difficoltà: non si sa dove cominciare. L’impatto ecologico del GCT si
inserisce in un quadro più ampio di sfruttamento eccessivo delle terre e delle
risorse idriche delle oasi che ne hanno determinato la progressiva scomparsa.
Oggi si parla della morte del corpo dell’oasi, metafora potente per la lenta
agonia di Gabès. La quasi totalità delle oasi è stata sacrificata per lasciare
spazio all’urbanizzazione seguita all’insediamento industriale, ma l’aspetto più
grave riguarda l’espropriazione delle risorse idriche: per esempio, nell’oasi di
Chenini erano presenti quattrocento sorgenti naturali utilizzate collettivamente
e gratuitamente per l’irrigazione; oggi sono tutte esaurite.
Quando si parla di acqua, bisogna inoltre guardare al mare, dove quotidianamente
l’impianto del GCT scarica — senza alcun trattamento — gli scarti della
produzione. Nello specifico, si tratta del fosfogesso, pericoloso a causa
dell’elevata presenza di metalli pesanti e materiali radioattivi. Nel corso dei
decenni, ciò ha causato un crollo drastico della biodiversità del golfo, che è
passato da ospitare duecentocinquanta specie nel 1965 a sole cinquanta nel 2023.
Parallelamente all’espropriazione e contaminazione dell’acqua, le ciminiere
rilasciano costantemente ammoniaca, anidride solforica e ossido di azoto,
trasformando l’aria in veleno. A marzo è emersa anche la notizia della
pianificazione di nuovi impianti per la produzione di ammoniaca e idrogeno
verde. Dinnanzi a tutto ciò, possiamo davvero parlare di emergenza? Da decenni
Gabès soffoca non per un incidente, ma per causa diretta di politiche
neocoloniali che si perpetuano. In tal senso, le rivendicazioni dei movimenti
sociali ed ecologisti sono chiare: lo smantellamento delle unità inquinanti e la
riconversione ecologica del territorio, insieme a un’indagine sugli impatti
dell’industria. Le mobilitazioni proseguono, e il 25 ottobre una grande marcia
di sostegno ha raggiunto la capitale, inondando le strade di Tunisi.
LA DOPPIA FACCIA DEL POTERE
Davanti a questo grande movimento popolare, il presidente Kais Saied ha dovuto
prendere posizione, garantendo sostegno e solidarietà. Con una strategia tipica,
però, ha scaricato la responsabilità del disastro sui governi precedenti, senza
offrire prospettive concrete d’intervento. L’unico intervento tempestivo
osservato è stato quello delle forze dell’ordine, impegnate a difendere le
macchine della morte e a reprimere con violenza i manifestanti. La crisi di
Gabès rappresenta un banco di prova cruciale per Saied, che dal 2021 ha
intensificato la repressione contro ogni forma di dissenso. Recentemente, sono
state sospese per un mese organizzazioni storiche come l’Association Tunisienne
des Femmes Démocrates, il Forum Tunisien pour les Droit Economiques et Sociaux e
la rivista indipendente Nawaat. Queste sospensioni si inseriscono in una
strategia di silenziamento della società civile tunisina, tesa a controllare e
limitare ogni opposizione al potere assoluto del presidente. Gli arresti
politici – fondati su decreti contro la “cospirazione contro la sicurezza di
Stato”, come quello del giudice Ahmed Sawab, condannato a cinque anni di carcere
dopo un processo lampo – testimoniano il vortice di regressione democratica in
corso. Dal luglio 2021, con lo scioglimento arbitrario del parlamento e
l’accentramento dei poteri nelle mani di Saied, le istituzioni si sono
progressivamente indebolite, la magistratura subordinata all’esecutivo e le
libertà civili fortemente ridotte.
La crisi di Gabès mette in luce non solo le sfide ambientali e sociali, ma anche
la profonda crisi politica e di legittimità del regime, che risponde con
repressione e controllo mediatico piuttosto che con soluzioni inclusive e
trasparenti. A soli tredici anni dalla rivoluzione, il popolo tunisino torna a
chiedersi cosa significhi davvero lottare per la propria vita in un contesto
dominato da violenza e repressione. Nel 2024 e 2025, parallelamente a proteste
sociali e ambientali, sono stati registrati ulteriori arresti arbitrari di
attivisti e manifestanti. Un caso emblematico è quello di Mohamed Ali Rtimi,
attivista queer dell’Association tunisienne pour la justice et l’égalité,
arrestato durante una mobilitazione di Stop Pollution il 23 maggio 2025. Le
recenti proteste a Gabès sono state represse con arresti e detenzioni
arbitrarie, spesso in condizioni che violano i diritti processuali, con accusati
privi di avvocati e accusati ingiustamente di essere “cospiratori finanziati
dall’estero”. Gli arresti di massa – oltre centocinquanta in due settimane – e
la repressione delle proteste pacifiche dimostrano una chiara volontà politica
di criminalizzare la mobilitazione popolare e soffocare ogni voce critica. Gabès
torna però a sollevarsi, si fa marea contro un potere che vorrebbe sacrificarla,
inondando ancora una volta le strade il 31 ottobre. Lottare per il diritto alla
vita a Gabès significa rivendicare un diritto basilare come quello di respirare
ma anche quello di restare, o meglio, tornare: tornare ad abitare un territorio
senza che ciò costi la vita. Significa essere quel sole che sorge ogni giorno,
tra i colori lividi della contaminazione e della repressione, sapendo che, per
quanto gli si spari addosso, “nessuno può spegnere il sole”. (matilde collavini)
(fotografia di nm)
Il 9 agosto un fiume di gente ha attraversato le strade di Messina per dire no
al ponte. Più di diecimila persone sono scese in strada lanciando una sfida al
ministro Salvini che, qualche giorno prima, durante l’approvazione del progetto
definitivo del ponte da parte del Cipess, si era precipitato in città – accolto
da una decina di sostenitori tra cui il sindaco della città Basile – per
presentare in pompa magna il progetto, con l’avvio dei cantieri che avverrà
entro la fine del 2025, e che prevede l’inizio dei lavori a fine 2025 e
soprattutto a fine degli espropri.
Al termine dell’incontro, con un fare provocatorio, Salvini aveva lanciato dei
bacini ai manifestanti “No ponte” che lo aspettavano fuori dal luogo in cui si
teneva l’evento.
La manifestazione, partita alle diciotto da piazza Cairoli, ha attraversato le
principale arterie del centro, giungendo due ore dopo a piazza Duomo.
Sul camion con le bandiere della Palestina e dei No ponte, campeggiava la
fotografia di Santino Bonfiglio, militante morto qualche mese fa, a cui è stato
dedicato il corteo.
Appena dietro il camion, uno striscione con la scritta No ponte, e un pugno
chiuso che spezza in due il ponte che unisce le due sponde dello Stretto.
Tra i manifestanti tanta gente comune e qualche volto noto, come Antonio Mazzeo,
membro dell’equipaggio della Freedom Flotilla che ha provato a rompere l’assedio
a Gaza.
Il corteo, sebbene sia stato circondato da un numero enorme di agenti in tenuta
antisommossa – evidente il clima di intimidazione, nella nuova cornice
securitaria sublimatasi con l’approvazione del ddl sicurezza – è riuscito ad
affrontare con maturità le diverse provocazioni ricevute, a cominciare dal volo
basso dell’elicottero della polizia al momento della partenza del corteo, e
alcuni spostamenti anomali di contingenti verso una parte di manifestanti in
alcuni tratti della manifestazione.
Un altro elemento da sottolineare è stata la decisione di eliminare qualsiasi
caratterizzazione partitica, collocando a inizio corteo le bandiere No ponte, e
spostando in coda tutti i militanti con le bandiere dei propri partiti e gruppi
politici.
Nei primi interventi i manifestanti denunciano il tentativo di colonizzazione
del progetto ponte promosso dal governo Meloni, la Società Stretto di Messina e
Webuild, che alimentano la macchina ponte.
In particolare il ruolo di WeBuild (ex Salini-Impregilo), a cui vengono
appaltati diversi cantieri in Italia, che ha visto schizzare verso l’alto le
azioni in borsa dopo l’annuncio della costruzione del ponte del 2023.
Il progetto di WeBuild si realizzerà attraverso un utilizzo di tecniche
invasive, cantierizzazione diffusa e alimentando criticità legate allo
smaltimento di materiali tossici, come quella già verificatasi per la
costruzione del raddoppio ferroviario sulla Messina-Catania, che ha inquinato di
arsenico l’area di Contesse, alla periferia sud della città.
(fotografia di nm)
Tutte criticità che preoccupano la popolazione, visto che le aree di cantiere,
tra stoccaggio di materiali e costruzione dei cavi, interesseranno tutta la
città, compresi i quartieri che si trovano a più di venti chilometri di distanza
rispetto a dove sorgeranno i pilastri del ponte. Il tutto verrà facilitato dal
decreto infrastrutture, che per accelerare la costruzione prevede la possibilità
di cantierizzazione per fasi.
Dopo circa trenta minuti dalla partenza del corteo, mentre una signora esce dal
proprio balcone di casa sventolando una bandiera della Palestina, un altro
intervento dal camion ricorda che i territori sono di chi li abita e se ne
prende cura. Un riferimento è alla legge 2001, che come avvenuto con la Tav in
Val di Susa, per la costruzione delle opere pubbliche non prevede alcuna
consultazione con le popolazioni locali.
Tra i quattordici miliardi che serviranno per la costruzione di questa grande
opera, una buona parte delle risorse potrebbe essere utilizzata invece per
intervenire sulla gestione idrica o sul dissesto idrogeologico.
Messina registra perdite della rete idrica che costringono la popolazione ad
avere l’acqua solo per alcune ore al giorno. O la sanità, con la sua crisi
economica strutturale che impedisce l’incremento dei posti letto negli ospedali,
e le assunzioni di ausiliari, Oss, infermieri e medici specializzati.
(fotografia di nm)
Altrettanto menzognera resta la manovra del governo di far passare il ponte come
un’infrastruttura militare che rafforza i sistemi di mobilità in una regione
piena di basi Nato, come emergerebbe dalla recente delibera Iropi che
giustificherebbe la costruzione del ponte per facilitare lo spostamento di
truppe militari nel Mediterraneo.
Secondo Antonio Mazzeo a oggi non esiste alcun documento ufficiale che consideri
il ponte funzionale allo spostamento di truppe, mezzi e armamenti. Eppure il
dispositivo ponte continua ad essere alimentato non solo dal governo ma anche
dalla magistratura, come dimostrato dalla sentenza del tribunale di Roma che ha
condannato i militanti No ponte – che avevano presentato un ricorso contro la
costruzione da parte della Società Stretto di Messina – al pagamento di 340 mila
euro di spese legali.
Ed è per questo che appena il corteo arriva a piazza Duomo, un ultimo intervento
dal camion ricorda come il movimento No ponte non può fare affidamento su nessun
soggetto istituzionale, consigliere o partito, ma solo sulle forze degli stessi
militanti che con passione e energia continuano a sostenere la mobilitazione, da
più di venti anni.
Gli stessi manifestanti ricordano ai reparti mobili schierati davanti e in coda
al corteo che i militanti continueranno la battaglia, sia nei cantieri dove
partiranno i lavori, che davanti a ogni casa dove verrà eseguito lo sfratto per
l’esproprio.
Prima di entrare in piazza un ultimo coro arriva dalla folla: “Lo stretto di
Messina non si tocca, lo difenderemo con la lotta!” (giuseppe mammana)
(archivio disegni napolimonitor)
Puntuale ogn’anno, come il due novembre della Livella di Totò, si ripresenta a
ogni estate la solita ostruzione coatta alla foce del Lago Patria. La diga di
sabbia è stata piazzata all’inizio di luglio, più o meno come lo scorso anno,
quando la manomissione artificiale della foce determinò la morìa di pesci per
ipossia, con relativa emersione a galla dei cadaveri. Questa manovra, che
deturpa gravemente l’ecosistema del lago, avrebbe lo scopo di “preservare” il
tratto di costa tra Varcaturo e Ischitella dai reflui che si riversano nel
bacino. L’unico risultato è però, piuttosto, quello di trasformare il lago in
una vasca stagnante dove la temperatura si innalza a dismisura e la fauna
acquatica muore soffocata.
Dal 1999 il lago fa parte della Riserva naturale Foce Volturno-Costa di Licola,
un’area protetta regionale che ha accorpato e ampliato altre aree già protette.
“È una questione che denunciamo da anni, ma che continua a ripetersi”, dichiara
Giovanni Sabatino, presidente dell’Ente Riserva Foce. “Nel lago arrivano, a
mezzo della centrale idrovora di Patria, le acque provenienti dal canale Vena,
per una superficie complessivamente drenata di circa duecento chilometri quadri.
Tutto il carico inquinante arriva così al lago. A settembre 2024 abbiamo
costituito un tavolo tecnico con attori istituzionali e non, per opporci all’uso
criminale del lago come discarica dove vengono smaltiti rifiuti soprattutto
liquidi di natura organica, ma anche chimica, attraversando i canali di aree a
forte vocazione agricola”. Il tavolo sembra ben apparecchiato: vi partecipano il
presidente della Commissione regionale ambiente, Giovanni Zannini; il vice
presidente della Commissione parlamentare ecomafie, Francesco Emilio Borrelli; e
poi Fulvio Bonavitacola, vicepresidente della regione Campania, Maria Antonietta
Troncone, procuratore capo di Napoli Nord, Gabriella Maria Casella, presidente
del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e ancora i sindaci di Castel
Volturno, di Villa Literno e l’ex primo cittadino di Giugliano. Tuttavia, misure
concrete per l’individuazione degli scarichi illegali non sono state ancora
prese e dopo quasi un anno, l’“usanza” si ripete puntuale (nessuna risposta o
dichiarazione in merito ci è stata fornita dalla polizia municipale di Castel
Volturno, che ha giurisdizione sulla foce; da quella di Giugliano, che ha
giurisdizione sul lago; dalla protezione civile e dalle segreterie dei sindaci).
Come storicamente documentato, fasi di profonda distrofia estiva del Lago
Patria, con morìe di massa della fauna ittica, si verificavano regolarmente
anche negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo. Tuttavia, si legge in
uno studio del Cnr-Irsa, “il precipitare delle condizioni ecologiche del lago,
con relativi episodi di mortalità in massa nel periodo estivo, è dovuto in modo
preponderante allo scarso ricambio col mare, a causa dell’occlusione, quasi
costante, del tratto finale del canale di foce per l’apporto di sabbia dovuto
alle mareggiate. L’occlusione è talvolta favorita, o volutamente mantenuta –
specie in periodo estivo, quando il lago avrebbe maggior necessità di ricambio
delle acque – per non compromettere la balneazione (e gli interessi economici)
nei lidi presenti sugli adiacenti tratti di costa”.
A fronte della progressiva e selvaggia urbanizzazione del territorio, avvenuta
senza la realizzazione di infrastrutture fognarie adeguate e di depurazione
degli scarichi, un question time del 2017 di due consiglieri comunali di
Giugliano chiedeva al presidente del consiglio di rendere conto degli atti
compiuti dall’ente per subentrare alla Regione nella realizzazione del progetto
di risanamento del bacino. Sebbene l’ordinanza del commissario alla depurazione
che approvò il progetto esecutivo sia del settembre 2005, quest’ultimo non solo
a oggi non è stato completato, ma neppure è dato conoscerne lo stato dell’arte.
Lo sversamento del sovrappieno degli scarichi urbani in laguna, intanto,
continua indisturbato, nonostante, sempre nel 2017, in una interrogazione alla
giunta regionale, il consigliere Tommaso Malerba avesse fatto richiesta di
conoscere la quantità di risorse stanziate e impiegate fino a quel momento: le
carte non sono mai arrivate, o sono arrivate in maniera incompleta. Dopo poco i
lavori sono stati addirittura sospesi.
Eppure, tra i vari interventi suggeriti nello studio del Cnr vi è l’apertura del
canale di foce in modo costante, “al fine di assicurare un ricambio più continuo
delle acque lagunari a opera delle maree”. Questa circolazione implicherebbe
anche “un processo di progressiva depurazione del Lago Patria e un minor carico
generale di inquinanti, in modo da non compromettere la balneazione nei tratti
di costa adiacenti, come avviene invece con riaperture della foce effettuate
d’urgenza, quando le condizioni delle acque lacustri sono ormai critiche”.
Sempre nel 2017, in qualità di sindaco della Città Metropolitana di Napoli,
Luigi de Magistris aveva approvato un progetto di fattibilità per “Lavori di
riqualificazione paesaggistica del Lago Patria” nel comune di Giugliano, sulla
base di un finanziamento regionale di otto milioni e seicentomila euro. Il
documento puntava allo sviluppo di strutture turistico-ricettive, delle
infrastrutture collegate al tempo libero e allo sport, alla realizzazione di una
pista ciclabile, la rifunzionalizzazione della strada principale, la creazione
di una fascia boscata e la sistemazione di un’area a verde attrezzato. Quel
finanziamento è andato perduto a causa dell’inerzia istituzionale dei vari enti
coinvolti, e così lo scorso gennaio la Città Metropolitana ha dovuto avviare una
gara d’appalto per un intervento di riqualificazione paesaggistica e
infrastrutturale, per un investimento previsto di sette milioni di euro circa.
L’unico atto concreto si è avuto lo scorso marzo, quando in tutta fretta, prima
di dare le dimissioni (sfiduciato da diciannove consiglieri su venti), l’ex
sindaco di Giugliano Nicola Pirozzi aveva dato avvio ai lavori per il
rifacimento di un complesso sportivo abbandonato, il centro Remiero, dedicato
alla disciplina del canottaggio.
Ritardi, inadempienze, uso inappropriato di risorse finanziarie: l’aggressione
ambientale a questo territorio prosegue impunita. Intanto, nell’ultima indagine
conoscitiva del 23 giugno, l’Autorità nazionale anticorruzione ha evidenziato
tutte le carenze nella progettazione, nell’avvio e nell’esecuzione degli
interventi previsti per la costruzione e per l’efficientamento dei sistemi
depurativi. Su questo tema come su altri, numerose procedure di infrazione da
parte dell’Unione Europea sono al momento aperte. (mena moretta)
(disegno di andrea nolè)
Nel 1959 Feltrinelli dà alle stampe Sud e magia di Ernesto de Martino, libro che
raccoglie un insieme di studi condotti da un gruppo di ricerca in alcuni paesi
della Lucania. Negli stessi anni il Centro nazionale per l’energia nucleare
(Cnen) individua il luogo in cui costruire la sua seconda sede, lungo la Statale
106 che collega Taranto a Reggio Calabria, in una contrada del comune di
Rotondella in Basilicata. La contrada Trisaia da quel giorno cessa di esistere
per fondersi con la funzione prescelta: il Centro Trisaia. Ma perché la
Basilicata, perché proprio in quelle terre?
«Ho sempre pensato che ci sia una connessione tra questi due eventi,
concettualmente distanti, come una sorta di sillogismo storico, politico e
antropologico, tra l’individuazione della Trisaia e l’uscita di Sud e magia.
Poi, certo, un grosso contribuito è stato dato da Emilio Colombo all’epoca
ministro dell’industria», dice Claudio Persiano dell’Arci di Rotondella,
alludendo all’idea della “scoperta” come colonizzazione di terre remote,
sfruttamento di colonie interne senza problemi con la gente del posto. Di
scoperta si parla anche negli studi etno-antropologici compiuti da de Martino
nelle “terre dell’osso” – i cui fini erano però ben altri –, nei paesi
dimenticati da Cristo per indagare quella civiltà contadina inchiodata al
destino inamovibile e ai confini della Storia, al di fuori di qualsiasi idea di
classe e di trasformazione dello stato di cose presente.
In altra occasione, quando ho posto la stessa domanda a Casimiro Longaretti, tra
i promotori dei campeggi di lotta contro il nucleare lungo la costa jonica degli
anni Settanta, anch’egli ha fatto riferimento a una condizione antropologica di
subalternità a motivo delle scelte politiche di insediamento della Trisaia. «La
mia regione non viene scelta a caso – dice Longaretti –. È nota, infatti, la
sudditanza del popolo lucano al potere centrale dello Stato. La Dc e il clero
hanno sempre avuto libero arbitrio sulla sorte degli abitanti di questa desolata
regione del Sud. Per noi lucani il detto “o briganti o emigranti” è quanto mai
vero, siamo stati sempre trattati marginalmente dal potere centrale; fateci
caso, la Basilicata non viene mai nominata nemmeno nell’informazione meteo; ci
orientiamo con il bollettino delle regioni confinanti».
Ma Colombo, “figlio prediletto della Lucania”, ha la vista lunga. Quel
contadiname senza senno né sorte potrebbe tornargli utile – pensa il
plenipotenziario della Dc. Voti, consenso e mediazione locale, a suon di
prebende, clientele e posti di lavoro, sono una miniera preziosa. Coglie la
palla al balzo e dà il via all’istituzione della sede lucana, strategicamente
importante per lo sviluppo del paese e il progresso della sua regione. Tra
l’altro in un luogo logisticamente baricentrale, crocevia di più regioni –
Calabria, Puglia e la stessa Basilicata. Così nel 1962 il Cnel acquista i
terreni in Trisaia, a un paio di chilometri dalla spiaggia jonica, mentre
l’inaugurazione del Centro Ricerche Enea e del suo impianto avvengono nel 1968.
SCANZANO E LE SCORIE
Nel Cristo si è fermato a Eboli Carlo Levi parla della condizione dei “suoi”
contadini: “E quella gente mite, rassegnata e passiva, impenetrabile alle
ragioni della politica e alle teorie dei partiti, sentiva rinascere in sé
l’anima dei briganti. Così sono sempre le violente ed effimere esplosioni di
questi uomini compressi, un risentimento antichissimo e potente affiora, per un
motivo umano; e si danno al fuoco i casotti del dazio e le caserme dei
carabinieri, e si sgozzano i signori; nasce, per un momento, una ferocia
spagnola, una atroce, sanguinosa libertà. Poi vanno in carcere, indifferenti,
come chi ha sfogato in un attimo quello che attendeva da secoli”.
D’altronde è quanto avvenuto nel novembre 2003. La protesta di una regione
contro il decreto 314 voluto dal secondo governo Berlusconi che avrebbe dato il
via alla realizzazione del deposito nazionale di scorie nucleari nelle cave di
salgemma di Terzo Cavone, nel comune di Scanzano Jonico, a una ventina di
chilometri dalla Trisaia. Nei giorni della protesta migliaia di persone
partecipano a blocchi stradali, cortei, comizi; occupano il municipio, il sito
prescelto e la stazione ferroviaria con la “marcia dei centomila” del 23
novembre. Due giorni dopo un altro corteo, a Roma stavolta. Il 26 si tiene un
convegno davanti al presidio, pieno di persone e di telecamere, con una
processione di politici di ogni colore. Il 27 novembre arriva la notizia: il
nome di Scanzano sparisce dal decreto.
«È rimasto poco – continua Claudio Persiano –. L’associazione ambientalista
“ScanZiamo le scorie”. E niente più. Quella potenza e quella coscienza esplose
nei quindici giorni di mobilitazione sono rientrate nei ranghi. Poi è tornata la
pletora di politici locali, i mediatori di clientele dei politici nazionali,
luogotenenti del potere che con la Trisaia hanno sempre fatto affari. Perché la
Trisaia ha distribuito soldi, commesse, posti di lavoro e incarichi».
Non proprio, però. L’ipoteca che lascia la Trisaia, nonostante le proteste
contro ulteriori forme di inquinamento, è quanto raccolto dall’Istituto
Superiore di Sanità. Un rapporto, su incarico del ministero della salute, ha
indagato lo stato di salute degli abitanti di nove comuni italiani in cui erano
presenti impianti nucleari. L’indagine del 2015 ha confrontato i tassi di
mortalità per diverse patologie, focalizzandosi in particolare su ventiquattro
tipi di tumori potenzialmente collegati all’esposizione a radiazioni ionizzanti.
I risultati hanno mostrato che, nella maggior parte dei casi, la mortalità era
inferiore rispetto alla media regionale. Alcuni eccessi osservati non sono stati
ritenuti riconducibili direttamente alla radioattività, poiché avrebbero
richiesto esposizioni elevate e continuative, incompatibili con il normale
funzionamento degli impianti. Lo studio ha analizzato diversi scenari di
esposizione, da quelli legati al normale funzionamento a ipotesi più critiche.
Il rapporto sottolinea la necessità di un monitoraggio costante della salute
pubblica e dei livelli di esposizione, soprattutto in vista di futuri progetti
legati alla gestione dei rifiuti radioattivi.
Sta di fatto però che, quando al monitoraggio si sostituiscono interessi
privati, in un mix di correità e “familismo amorale” tra lobby e classi
dirigenti per trovare scorciatoie nella gestione e nello stoccaggio di materiale
radioattivo, appaiono le peggiori infamità. L’Italia, peraltro, ha un grosso
problema che si trascina da decenni riguardo al monitoraggio di tale materiale.
E di infamità da quelle parti ce ne sono tante, assai spesso sottaciute. Anche
qui vige la morale dei Carmine Schiavone, che a chi gli chiedesse conto degli
sversamenti nel casertano, cioè sotto casa sua, rispondeva: “Ma tu quanto tempo
vuoi campare?”.
L’ULTIMA INCHIESTA
Il 27 maggio si terrà la seconda udienza del Tribunale di Potenza sull’inchiesta
condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia sull’inquinamento della falda
idrica nel sito Enea – Sogin (Società per lo smantellamento degli impianti
nucleari e la gestione dei rifiuti radioattivi), in particolare all’interno
dell’Impianto di trattamento e rifabbricazione elementi di combustibile (Itrec)
che si trova dentro la Trisaia. A dire il vero è la terza, seppur distinta,
inchiesta sulla Itrec.
«I fatti risalgono all’aprile 2018 – racconta Claudio –, quando scattarono i
sigilli a tre vasche di raccolta dell’impianto Itrec di Rotondella. Sarebbero
servite allo sversamento in mare di circa 65 mila metri cubi di acqua
contaminata da sostanze cancerogene quali il cromo esavalente e, senza alcun
trattamento, attraverso una condotta di scarico non autorizzata. Anche se in
realtà la vicenda è iniziata nel 2014-15. La Sogin monitora le acque di falda
tramite una serie di peziometri, cioè strumenti che servono a evitare che le
acque e le piscine non si contaminino fra di loro. Questi piezometri
restituiscono dei valori di cromo esavalente, trielina, tricloroetilene e altri
elementi, molto elevati rispetto ai limiti di legge. Così nel 2015, la Sogin
comunica questa rilevanza, e nello stesso anno parte il monitoraggio da parte
dell’Arpab (l’Agenzia regionale per l’ambiente). Nel 2017 questi dati vengono
poi raccolti dall’Asm, l’Azienda sanitaria di Matera e dal comune di Rotondella.
Intanto il sindaco emana un divieto di emungimento delle acque sotterranee nella
zona della Trisaia. E nel 2018 gli organi di stampa danno notizia della terza
inchiesta condotta negli anni sull’Itrec e il Centro Enea».
L’accusa è nei confronti di tredici indagati, tutti direttori, dirigenti e
tecnici della Sogin, dell’Ufficio ambiente della provincia di Matera, del centro
ricerche Enea, del dipartimento fusione nucleare e tecnologie per la sicurezza
dell’Enea, dell’ufficio suolo e rifiuti dell’Arpab di Matera. Insomma, nomi di
un certo calibro della politica ambientale regionale e nazionale.
Nell’udienza di fine mese il tribunale potentino riconoscerà la parte civile per
i comuni di Rotondella e di Policoro; le associazioni Legambiente Basilicata,
Cova Contro, ScanZiamo le scorie, Arci Basilicata e Arci La tarantola di
Rotondella. In altre parole, riconoscerà quello che è un monitoraggio popolare,
dal basso, talvolta sotterraneo eppure esistente, che ha cercato di contrastare
il saccheggio dei beni comuni della Lucania. Che è invero il sedimento di
memorie collettive e di lotte degli anni Settanta.
Gli echi delle proteste di Scanzano, e di tutta la regione, risalgono infatti ai
campeggi di lotta lungo la costa jonica di fine anni Settanta, da cui è nato il
Coordinamento nazionale antinucleare e antimperialista promotore del referendum
abrogativo del nucleare nel novembre 1987.
L’opposizione al nucleare inizia a Montalto di Castro (VT) nel ’77. L’anno
successivo, dal 29 luglio al 6 agosto, Radio Onda Rossa, gli autonomi di via dei
Volsci di Roma insieme a compagni lucani, tra cui Casimiro Longaretti,
organizzano un campeggio di lotta a Nova Siri Marina, a soli quattro chilometri
dalla Trisaia. Militanti di Nova Siri, Rotondella, Policoro, Pisticci,
Ferrandina, Valsinni, San Giorgio Lucano e di altri comuni della provincia di
Matera si ritrovano a collaborare nella realizzazione dell’evento. Rispondono
alla chiamata compagni dei paesi dell’alto Jonio cosentino, prossimi a Nova
Siri, così come i pugliesi, in particolare i tarantini e i brindisini.
Durante il campeggio vengono organizzati interventi ai cancelli dello
zuccherificio di Policoro, distante una trentina di chilometri dal campeggio, e
nell’area industriale della valle del fiume Basento, tra Pisticci Scalo e
Ferrandina, dove sono situate l’Anic, la Liquichimica e altre piccole fabbriche
dell’indotto. Si parla con i lavoratori delle condizioni di lavoro, dei turni
massacranti, di lavoro straordinario non retribuito e tanto altro. Gli operai
sembrano quasi stupiti nell’apprendere da ragazzi che vengono da lontano quanto
le condizioni lavorative in fabbrica siano di assoluto sfruttamento: a loro
basta fornire alla famiglia quel minimo di salario a fine mese per poter
campare, e perciò sono grati a padroni e padrini per la “magnanimità”. Altri
gruppi di campeggianti si spingono a un’oretta d’auto fino a Taranto ai cancelli
dell’Italsider. Nelle piazze dei paesi dell’entroterra lucano nascono assemblee
spontanee sui diritti negati e sul lavoro massacrante e sottopagato; sulle donne
sfruttate nei pesanti lavori agricoli, dentro le serre a temperature
insopportabili per la produzione di frutta e verdure, sottoposte al dileggio
dell’agrario di turno o dei caporali. «Prima di allora – ricorda Casimiro
Longaretti – si parlava della Trisaia come di un posto di lavoro ambito, con una
paga mensile appetibile rispetto al salario da fame degli operai di altre
categorie, ma nessuno aveva mai spiegato loro la pericolosità di quel tipo di
lavoro e che tipo di materiali venissero trattati; nessuno aveva mai spiegato
cosa comportasse stare all’interno di quel ciclo infernale, a contatto con
materiale nucleare altamente radioattivo».
Dopo una settimana di preparativi e informazione alla popolazione dei paesi
limitrofi, si arriva alla manifestazione conclusiva: sabato 5 agosto 1978,
giorno dell’anniversario della strage nucleare di Hiroshima e Nagasaki, in
Giappone, per mano degli Usa. Il corteo partecipatissimo si muove verso la
Trisaia sulla statale 106: striscioni contro il nucleare, contro la galera e la
repressione, contro gli agrari; cartelli con i nomi dei padroni che sfruttano
gli operai, contro l’inettitudine dei sindacati incapaci di contrastare i
caporali; striscioni che denunciano la permissività del Pci, la sua connivenza e
il suo guadagno percentuale sull’assunzione dei suoi protetti nelle varie
aziende del metapontino.
L’anno successivo, più o meno nello stesso periodo e sempre all’interno della
pineta a un passo dallo Jonio a Marina di Nova Siri, i comitati autonomi operai
di Roma e i compagni lucani ripropongono l’impegno. La partecipazione al secondo
campeggio No Nuke è addirittura superiore all’anno precedente. «Malgrado tutte
le avversità create dal compromesso storico – ricorda Casimiro – la lotta contro
l’Energia Padrona non si fermava. La domanda che ritornava spesso durante le
settimane preparatorie, era relativa al perché proprio la Lucania fosse stata
prescelta per ospitare l’energia nucleare. La risposta sintetizzava tutta la
storia dell’Italia unita. La Basilicata è la regione del Mezzogiorno che
storicamente ha fatto registrare meno tensioni sociali. I moti di piazza si
erano fermati agli anni Cinquanta, con le lotte per le terre dell’ente per la
riforma agraria. Nel contempo un grande bisogno di lavoro, rispetto al quale non
è mai importata la qualità e se esso comportasse un particolare pericolo per
l’ambiente e per la popolazione locale. Le lobby energetiche italiane non fecero
mai mistero di questa scelta. I salari erano molto bassi in Lucania, e in più vi
era l’opportunità per loro, con una maggiore produzione di energia, di attivare
l’automazione delle linee di produzione nelle fabbriche del Nord, il che avrebbe
permesso una drastica riduzione della mano d’opera e, di conseguenza,
l’espulsione di migliaia di operai. Così, il ricatto del bisogno di lavoro tra
le masse del Sud sarebbe enormemente cresciuto. La gente del posto, invece,
considerava questa scelta come una manna dal cielo e poco importava loro della
sicurezza e della qualità del lavoro».
Le tensioni politiche nel paese si avvertono tutte durante gli incontri,
nonostante il posto stupendo e il mare che ritma le giornate. Il “teorema
Calogero” aleggia tutt’intorno, la retata repressiva del 7 aprile è ancora
calda: un minestrone di accuse contro l’area dell’Autonomia operaia. Così il
dibattito tra i campeggiatori è condizionato dall’inquietante retroscena.
«Ancora oggi – ammette Casimiro – molte persone sono grate ai partecipanti dei
due campeggi per aver dato loro una indicazione su quanto fosse pericoloso
quello che si celava dietro le reti di recinzione del Cnen. Grazie a quelle
mobilitazioni le persone hanno compreso che il potere delle lobby può essere
sconfitto solamente prendendo coscienza e opponendosi compatti. È l’esempio di
Scanzano Jonico del 2003». (francesco festa)
Acerra, 10 maggio 2025. In quello che per tre decenni è stato un luogo simbolo
dell’emergenza rifiuti, e contemporaneamente delle lotte ambientali, sfila il
corteo che pretende l’esecuzione della sentenza della Corte europea dei diritti
dell’uomo con cui si condanna l’Italia per non aver tutelato la salute dei
propri cittadini, imponendole di attuare un piano di bonifiche nell’arco di due
anni.
Comitati, studenti, attivisti e cittadini da tutta la provincia compresa tra
Napoli e Caserta affollano le strade del centro cittadino al grido di “abbiamo
sempre avuto ragione noi”. Più che dai presenti il corteo si racconta, però, a
partire dagli assenti.
Nonostante l’appuntamento sia in piazza Duomo, il primo è proprio il vescovo,
monsignor Di Donna. Il pastore gode di grande credito sul territorio, e aveva
guidato il proprio “gregge” nel corteo del 2023 contro la quarta linea
dell’inceneritore (in aperto scontro con l’esecutivo regionale); oggi, però,
sembra aver ripiegato su posizioni più moderate e di dialogo con il commissario
unico per le bonifiche, Giuseppe Vadalà. Un repentino cambio di rotta successivo
all’ultima legge di stabilità che, come denunciano alcuni consiglieri regionali,
vede una pioggia di finanziamenti attribuiti alle diocesi, senza, dall’altro
lato, l’elaborazione di particolari progettualità o strategia di sviluppo del
territorio.
All’appello mancano anche i rappresentanti istituzionali: il presidente del
consiglio comunale Raffaele Lettieri (ex sindaco per due mandati) e il sindaco
Tito D’Errico, eletto proprio con Lista Lettieri. In un comunicato, la giunta
acerrana ha richiamato più alle “responsabilità istituzionali […] che alle
azioni dimostrative (in quanto) la difesa dell’ambiente non può diventare
terreno di scontro ideologico né strumento di visibilità”. È una sollecitazione
che potrebbe anche essere auspicabile, se non fosse che negli ultimi tredici
anni le responsabilità sono state in capo a questi stessi amministratori e che i
due milioni e settecentomila euro per la bonifica del sito di Calabricito, per
esempio, erano già stati stanziati dieci anni fa (proprio con un accordo di
programma tra la Regione e RaffaeleLettieri): il progetto invece non è stato
portato a termine, mentre l’ente guidato da Vincenzo De Luca continuava a
finanziare programmi di “rigenerazione integrata urbana sostenibile” (PRIUS),
l’ultimo dal valore di quattordici milioni di euro. Il comunicato istituzionale
si chiude con un richiamo alla fiducia nella “filiera istituita tra diocesi,
Comune e Regione, ora ampliata al governo, nelle veci del Commissario unico
Vadalà” (“[…] chi si impegna veramente per il Bene di Acerra”).
Probabilmente questi esponenti istituzionali non sarebbero stati ben accolti dai
partecipanti al corteo, e nello specifico dagli studenti che hanno coniato per
loro una serie di slogan divenuti celebri, al suono dei quali li hanno
allontanati dalle ultime manifestazioni. Colpito da una feroce campagna di
repressione per opera della dirigenza scolastica nel 2024, quando il preside La
Montagna sospese settantuno studenti (ritirando poi il provvedimento) dopo
l’occupazione del liceo De Liguori, il movimento studentesco ha visto in questi
ultimi anni indebolite le proprie capacità organizzative. Ciò nonostante, a
questi ragazzi va il merito di farsi portavoce di una libera e sincera rabbia,
senza la quale questo corteo trascorrerebbe anche troppo tranquillamente, nonché
del coraggio necessario per portare avanti una lotta anche quando non è più così
popolare.
Mentre la manifestazione prosegue, tra la folla prova a farsi notare qualche
altro personaggio che oggi si pone in opposizione alla giunta comunale, e che
della tutela dell’ambiente ha fatto il fulcro della propria campagna elettorale
nel 2022. Ancora una volta, però, si tratta degli stessi politici che,
rivestendo posizioni di rilievo, non hanno portato avanti azioni concrete in
tema ambientale nell’ultimo decennio: tra questi vale la pena citare anche solo
i membri dell’amministrazione Esposito, responsabili, per esempio, di non aver
mai fatto entrare in funzione gli impianti di depurazione della falda acquifera
costruiti dall’amministrazione precedente, avendo allo stesso tempo continuato a
pagare il personale che vi agiva.
“Bonifiche subito!” è uno slogan che ritorna da trent’anni e che rischia di
assolvere tutti se non ci si assume la responsabilità di una trasformazione
trasversale, come spesso ripete Valentina Centonze, avvocata che ha promosso e
vinto il ricorso alla Cedu. Un rischio concreto insito nello strumento stesso
del commissariamento promosso dal governo Meloni: in primo luogo, perché il
commissario assolve a un incarico che ha un preciso inizio e una fine, connesso
strettamente ai fondi stanziati (ne consegue che, laddove lo stanziamento fosse
insufficiente, le istituzioni potrebbero trovare il modo di “assolversi” di
fronte alla Corte); in secondo perché il decreto legge del 14 marzo che gli
conferisce l’incarico demanda al commissario l’individuazione dei fondi e le
operazioni di bonifica, il monitoraggio sanitario e il piano comunicativo, ma
trascura la prescrizione più significativa della sentenza: l’istituzione di
un’autorità indipendente composta dalla società civile, che prenda parte al
processo decisionale e vigili sulle operazioni, oltre che l’avvio di una riforma
in materia penale e amministrativa in relazione ai reati ambientali e al
meccanismo di individuazione delle responsabilità.
La Terra dei fuochi non può essere una questione isolata, scindibile dal
conteso. Un contesto di piccole e medie imprese che si fondano su regimi di
lavoro per lo più irregolare, e che scaricano spesso sulla collettività la voce
più onerosa del loro bilancio: quella dello smaltimento dei rifiuti industriali;
un contesto in cui agisce una classe politica il cui unico scopo, ben lungi dal
farsi espressione delle esigenze del territorio, è stato quello di mantenere lo
status quo, tutelando i propri interessi particolari e le proprie clientele.
Infine, il contesto di una società che dopo anni di lotte ha smarrito sé stessa,
intrappolata in un vuoto politico che ha inaridito il territorio e disintegrato
qualsivoglia tendenza all’emancipazione collettiva.
Dopo un lungo percorso il corteo si chiude con l’intervento del Comitato unico
contro la quarta linea, che prova a dare nuova linfa alla mobilitazione e su cui
adesso pesa la responsabilità di tenere alto il conflitto nelle sedi
istituzionali, ribaltando una narrazione che mostra la popolazione come un
soggetto passivo e vittimizzato. La sfida è quella di non abbassare la guardia
rispetto agli interventi in programma, pianificati da chi con una mano firma
l’avvio delle bonifiche e con l’altra rinnova il contratto di gestione
dell’inceneritore (attraverso una gara di appalto dai contenuti piuttosto
ambigui, che aumenta la capacità inceneritiva di ulteriori 100.000 tonnellate).
Non c’è più tempo per protagonismi o richiami populistici: è il momento di
intervenire direttamente su un modello di sviluppo che antepone il profitto alla
salute degli abitanti, di disegnare un futuro diverso anche solo in memoria
degli unici assenti giustificati di questo corteo: le vittime. (maddalena de
simone)
(disegno di pietro cozzi)
La pioggia gelida del primo mattino si placa, le nuvole lasciano passare perfino
un po’ di sole, man mano che le persone affluiscono nella piazza principale dei
Campi d’Annibale, una delle aree più urbanizzate dei Castelli romani, nel
territorio di Rocca di Papa. Nonostante il meteo incerto, il primo corteo contro
il disboscamento dei Colli Albani è un successo. Siamo a metà febbraio e il
Comitato protezione boschi dei Colli Albani ha chiamato a raccolta abitanti,
associazioni e collettivi per marciare tra le strade del borgo di Rocca di Papa
con l’obiettivo di arrivare sotto la sede del Parco regionale dei Castelli
romani. La piattaforma rivendicativa è frutto di diversi mesi di controllo
popolare, studio e mobilitazioni da parte del giovane comitato, costituito poco
più di un anno prima: i tagli boschivi stanno violentando il territorio e i suoi
beni patrimoniali; gli interessi economici dietro il cosiddetto ceduo (metodo di
“governo” del bosco che consente la ricrescita delle piante dopo alcuni anni dal
taglio del fusto) sono soverchianti rispetto all’interesse collettivo di
protezione del bosco che i comuni, l’ente parco e tutte le istituzioni hanno di
fatto smesso di perseguire. Il taglio massiccio va fermato, sostiene il fronte
sempre più ampio di organizzazioni e residenti che si è compattato intorno
all’attività del comitato, altrimenti il disastro ambientale e sociale diventerà
irreversibile.
Per le strade della Rocca il corteo raccoglie la solidarietà di abitanti e
commercianti che si affacciano dalle finestre e dalle botteghe, si uniscono alla
marcia per qualche tratto, raccontano le loro storie sull’importanza del bosco
per questa comunità. I manifestanti chiedono una moratoria al taglio ceduo che
interessa la quasi totalità degli ottomila ettari sotto la gestione dell’ente
parco, tagli che vengono effettuati in modo intensivo, distruggendo gli
ecosistemi naturali e i preziosi sentieri della via Francigena, la via Sacra,
l’Ippovia, cammini millenari sventrati dal continuo passaggio di ruspe e
cingolati. Durante il corteo alcuni anziani boscaioli si fermano a parlare con
attivisti e cittadini; sostengono le ragioni della mobilitazione perché,
raccontano, le tecniche tradizionali avvenivano a passo di mulo, in aree
circoscritte e diffuse, nel più minuzioso rispetto dei cicli vegetativi. Era
un’economia di sussistenza, a beneficio delle famiglie locali, ben diversa
dall’industria su vasta scala che oggi riceve dalle istituzioni il lasciapassare
per massacrare l’ambiente boschivo a beneficio di grandi interessi privati. A
differenza dei boscaioli solidali, infatti, nei giorni precedenti la
manifestazione iniziano a circolare online tentativi di denigrazione da parte di
improvvisati sodalizi di impresari del legname che rivendicano il loro diritto a
disboscare, con il solito mantra sull’occupazione e goffi tentativi di
greenwashing. Tuttavia, sono gli stessi che ci svelano parte della destinazione
del legname tagliato: l’edilizia, soprattutto quella destinata alle classi più
agiate, interessate a impreziosire le proprie abitazioni ecosostenibili con il
castagno locale; ma anche il commercio di scarti della lavorazione del legno,
materiale imprescindibile per il funzionamento di tutta una serie di impianti
industriali, tra cui quelli per la produzione di cemento.
C’è infatti una forte connessione tra il disboscamento dei Colli Albani e
l’implacabile cementificazione di cui il territorio è vittima da decenni. Come
hanno spiegato alcuni interventi alla fine del corteo, il bosco per queste
comunità ha sempre rappresentato l’ultimo margine, la barriera verde contro
l’avanzare della metropoli. Mentre Roma si espandeva a sud-est e la pianura
della provincia ne subiva le conseguenze in termini di impatto urbano (con la
nascita di agglomerati tra i più densamente popolati della penisola), gran parte
dei centri collinari sulle pendici del vulcano laziale venivano risparmiati
dallo tsunami speculativo proprio grazie alla muraglia alberata. Ma il bosco da
solo non sarebbe bastato. Soprattutto la mobilitazione popolare, che negli anni
Ottanta porterà alla nascita del Parco regionale dei Castelli romani, è riuscita
a porre un primo importante freno a cementificazione, crisi idrica e
disboscamenti. Purtroppo lo stesso ente parco, nato dalle lotte delle comunità,
nei decenni successivi e per diverse ragioni non è stato in grado di fermare
quelle che oggi rappresentano le più pesanti nocività nell’area, cui si aggiunge
l’aggressione estrattivista del ciclo dei rifiuti capitolino.
La pressione antropica è implacabile, frutto di una profonda commistione tra
interessi politici ed economico-finanziari sull’utilizzo del suolo nei Castelli
romani. In tutta l’area si contano ormai oltre 350 mila residenti, mentre i
servizi diminuiscono sotto i colpi della scure neoliberista che taglia le
strutture socio-sanitarie e disincentiva la pianificazione pubblica del
territorio. La stessa pressione antropica è tra le principali cause
dell’abbassamento drammatico del livello dei laghi di Albano e di Nemi, un
processo che sembra inarrestabile e che porterà a una crisi idrica dell’intera
falda a fronte dei 172 mila litri d’acqua al giorno che serviranno
all’inceneritore di Santa Palomba, se non verrà fermato prima.
Ma il legame tra motoseghe e betoniere non si ferma qui. Come accennato, gli
scarti della lavorazione del legno servono anche ad alimentare gli impianti per
la produzione industriale della calce e di altri materiali per l’edilizia. Tra
le vertenze presenti al corteo c’erano anche rappresentanti della lotta contro
l’ampliamento dell’impianto Fassa Bortolo di Artena, il quale per funzionare
avrà bisogno di circa 30 mila tonnellate di questi scarti! È verosimile che il
ceduo locale sarà una fonte appetibile.
La mattina del corteo, dentro la sede dell’ente parco non c’è nessuno. Nessuno
che possa ricevere i manifestanti, nessun comunicato nelle ore successive, solo
un silenzio assordante. Si affaccia il sindaco di Rocca di Papa, contestato
della piazza per voler difendere l’idea che si può continuare a tagliare con
ritmi non dissimili da quelli attuali, purché ciò avvenga nella “legalità” delle
concessioni. Nonostante il botta e risposta in piazza, al sindaco viene
riconosciuta dagli organizzatori almeno la decenza di aver aperto un dialogo. Le
realtà presenti sono le stesse che hanno intrapreso in questi mesi un percorso
comune di messa a sistema delle mobilitazioni sulle singole vertenze e di
analisi degli intrecci tra ognuna di esse. La rete ha iniziato a incontrarsi
mensilmente in assemblee pubbliche (l’ultima lo scorso 21 marzo a Genzano),
lanciando una nuova grande mobilitazione congiunta per fine maggio, dove far
emergere in modo chiaro la relazione tra le nocività, tra i nodi del sistema
estrattivo sui Castelli romani, e dunque delle lotte per provare a contrastarlo.
Deforestazione, crisi idrica, consumo di suolo, discariche e combustori,
questione abitativa, diritto a restare per comunità umane e non. Simili processi
intersezionali non sono una novità in questo territorio. C’è una lunga storia ai
Castelli romani che parte dalle lotte contadine per la terra e per la casa, e
arriva ai conflitti ambientali, l’antifascismo militante, i comitati per la
sanità pubblica, i collettivi transfemministi, la solidarietà con la comunità
palestinese, l’implacabile lotta No Inc.
Sempre a proposito di storia, a margine della manifestazione qualcuno si domanda
da quanto tempo non si vedesse un corteo simile per le strade del piccolo e
inerpicato borgo di Rocca di Papa. C’era stata la mobilitazione antifascista e
antirazzista del 2018, quando molte persone solidali accorsero in difesa dei
migranti appena sbarcati dalla nave Diciotti della Guardia costiera e ospiti in
una struttura sulla via dei Laghi, all’esterno della quale si erano raggruppati
i soliti nuclei delle più note sigle neofasciste romane. Ma la memoria storica
corre molto più indietro, prima ancora delle lotte per l’istituzione del Parco,
addirittura prima della nascita delle organizzazioni di massa. A metà del XIX
secolo, i rocchigiani insorsero contro gli abusi dei principi Colonna e per il
rispetto degli usi di legnatico (la raccolta del legno concessa per consuetudine
ai contadini). Da queste parti il processo di smantellamento degli usi
collettivi fu lo strumento della definitiva “recinzione” delle terre. Un caso
emblematico è quello del castagno, principale vittima del disboscamento attuale.
La richiesta di legname già dal XVI secolo spinse il governo pontificio a
sostituire i boschi originari (oggi ridotti a poche aree) con il più proficuo
castagno, ma la scelta fu orientata anche da una legge che liberava i
proprietari dagli usi collettivi qualora la loro terra fosse adibita ad alberi
da frutto. Molti proprietari di boschi trovarono utile allora trasformarli in
castagneti, così da tenere lontana la povera gente dal libero uso del bosco.
Questi processi non furono indolori e le comunità provarono a resistere fino
alla prima metà del secolo scorso. A Rocca di Papa tutto ebbe inizio all’alba
del primo maggio 1855, quando duecento contadini marciarono per invadere i
terreni dei Colonna. Affisso un manifesto contro le autorità, i paesani
proclamarono la Repubblica di Rocca di Papa e innalzarono nella piazza del paese
l’albero della libertà: un berretto rosso giacobino sulla cima di un palo di
legno. Non sappiamo quanto durò l’esperienza di autogoverno (forse un giorno,
forse qualche settimana), né i nomi delle persone coinvolte nella rivolta e nei
successivi arresti. Sappiamo solo che la milizia del papa riuscì in pochissimo
tempo a sedare il tentativo rivoluzionario. Rimane un importante episodio di
insurrezione contadina nella provincia romana, nonché un esempio lampante di
quanto sia radicato il rapporto viscerale di questa comunità con il bosco, con
la sua concezione di “common” da difendere a ogni costo.
La funzione sociale del bosco non nasce nell’ambito della produzione, dunque,
quanto dalla riproduzione sociale delle comunità, proprio perché questo aveva
rappresentato per millenni una risorsa libera e utile ai processi di
sopravvivenza collettiva – benché nell’ambito di rapporti feudali –, come
appunto la raccolta, la caccia, la protezione da incursioni esterne, i rituali
religiosi. Nell’era moderna, la tensione tra produzione e riproduzione è
diventata conflitto: ai giorni nostri il bosco dei Castelli è una risorsa per il
profitto delle aziende del legname, ma è anche epicentro del riposo di migliaia
di famiglie lavoratrici, luogo di svago, percorrenza, fruizione culturale,
economie tradizionali, ambito di accoglienza di viandanti e viaggiatori
(laddove, in parte, riesce a resistere al turismo di massa), protezione non solo
dall’espansione urbana ma anche dai cataclismi climatici, casa inviolabile di
specie vegetali e animali. La produzione di legname, a oggi, non sembra portare
alcun tipo di beneficio alle comunità: ai Castelli si tagliano più alberi di
trent’anni fa ma non si produce neppure un mestolo di legno. È il capitalismo
estrattivo, che toglie al territorio senza restituire niente, neppure
all’interno di un indotto. In questo contesto il bosco dei Castelli rappresenta
di fatto la frontiera tra iper-sfruttamento delle risorse e spazio ri-produttivo
sul territorio. Ennesimo suolo conteso tra interessi divergenti: miniera per gli
speculatori ma anche ultima terra comune, percorribile e collettiva per gli
abitanti ai suoi margini, ben consapevoli dell’importanza della difesa del
bosco. (lorenzo natella)