(foto di giuseppe carrella)
A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore,
infine come vista.
In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro
una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro
la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture
dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso
principale al mare.
Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni,
sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento
si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare,
è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene
lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa
assemblea, riparo, punto di partenza.
Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare.
Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli
di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo
territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde:
“Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa
precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi.
Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale,
abitativa, relazionale.
La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San
Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si
riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio
ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di
centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per
individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre
dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo
popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso
rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto.
Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla
città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il
mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano
ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui.
San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È
un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura
industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse.
La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana.
L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e
lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La
deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata
nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli
pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per
questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e
carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere
materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire
chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero
accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di
Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire
agli abitanti.
Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini
chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno
bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia,
mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il
patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a
coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta
sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato
scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici,
passa una grande nave metaniera LNG.
(foto di giuseppe carrella)
È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini
che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme
l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua:
puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia
polverosa, il mare sporco.
Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di
chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui
perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura.
L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi
stanno male».
La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate,
sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di
bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una
madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se
quell’acqua possa farli stare male.
Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e
materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un
pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e
cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale
termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche
Officine, dove un tempo si producevano locomotive.
Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato
dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli
striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima
festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo
bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo
della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato,
abitato, rimesso in movimento.
(foto di giuseppe carrella)
Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono
distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si
chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea
pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una
riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del
quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale,
controllabile, utile alla popolazione.
Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è
svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che
potrebbero essere bellissimi.
Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si
avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte,
una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più
spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo
della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori
disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
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Il report Diritto non crimine: la repressione degli ecoattivisti, la
criminalizzazione del conflitto e il diritto costituzionale a difendere ambiente
e territori ai tempi dei decreti sicurezza. CONFLITTO E RESISTENZA. …
(disegno dall’archivio monitor)
Nei mesi scorsi abbiamo raccontato le mobilitazioni dell’autunno 2025 a Gabès,
la città del sudest tunisino trasformata in una zona di sacrificio da oltre
cinquant’anni di attività del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il 21 ottobre,
oltre centomila persone sono scese in piazza in quello che viene considerato il
più grande sciopero per l’ambiente del Nord Africa. A febbraio 2026, il
tribunale di Gabès ha risposto con due sentenze che rischiano di segnare uno
spartiacque: l’assoluzione dell’ecocidio, da una parte, e la criminalizzazione
della resistenza, dall’altra.
È il 13 dicembre 2025. Mi trovo a Chott Essalem, il quartiere costruito a meno
di un chilometro dagli impianti del Groupe Chimique Tunisien. Conservo ancora
gli appunti raccolti quel giorno in un caffè che affaccia sul mare: la gola
brucia, il petto è pesante. Mentre camminiamo per le strade del suo quartiere,
Islem (venticinque anni, attivista di Stop Pollution) mi ferma e dice: «Questo
lo devi fotografare, è importante». Sul muro si legge: “Il popolo soffoca tutti
i giorni, mentre lo Stato respira indifferente. Come può la nazione essere
costruita sulle vite che vengono uccise dai veleni dell’inquinamento?”.
Sono le tracce urbane di una catastrofe ecologica in corso da oltre
cinquant’anni. A Gabès, l’incubo comincia negli anni Settanta, ma affonda le sue
radici in epoca coloniale. Con la scoperta di giacimenti ad alta concentrazione
mineraria di fosfati, la Tunisia viene trasformata in una fabbrica a cielo
aperto per la produzione di fertilizzanti da esportare in Europa. Da allora, il
vortice di estrazione, saccheggio e degradazione ambientale non ha avuto
fine. Nel 1972 viene inaugurato il primo impianto delle Industries chimiques
maghrébines, con un’estensione del complesso fino alla nascita del Groupe
Chimique Tunisien nel 1992. La scelta di Gabès come polo di trasformazione
risale al piano di sviluppo decennale (1962-1971) del ministro socialista Ahmed
Ben Salah, che mirava a rompere con il dominio coloniale favorendo
l’industrializzazione. Nacque così quello che gli abitanti chiamano il
“complesso della morte”.
Oggi il GCT fornisce il cinquantasette per cento della produzione nazionale di
acido fosforico (usato in laboratori, industrie metallurgiche, ma anche in
bibite, fertilizzanti e detergenti) e conta circa quattromila posti di lavoro
diretti. L’impatto ambientale è devastante su tutti i fronti: gli impianti
basano tre quarti del loro approvvigionamento sulle acque di falda della
regione, prosciugando le sorgenti naturali che un tempo irrigavano un sistema
unico al mondo di oasi litorali. A Chenini, ricordata come un paradiso
terrestre, le quattrocento sorgenti che garantivano un’irrigazione gratuita e
collettiva sono oggi tutte esaurite. Il disastro ecologico è palpabile sulla
spiaggia di Chott Essalem. Ormai nota come Chott el-maut (“spiaggia della
morte”), questa costituisce un hot-spot dell’inquinamento nel Mar Mediterraneo.
Ogni giorno quarantaduemila metri cubi di fanghi di fosfogesso – un rifiuto
pericoloso contenente metalli pesanti e materiali radioattivi come stronzio,
cadmio, piombo, radio e uranio – vengono scaricati senza alcun trattamento nel
golfo. Questo, un tempo considerato la più grande riserva di pesci e di
conchiglie della Tunisia, si è ridotto a un cimitero: il crollo della
biodiversità è stato tale da passare da duecentocinquanta specie marine nel 1965
a cinquanta oggi. Infine, le emissioni atmosferiche – diossido di zolfo, ossidi
di azoto, fluoruro di idrogeno, ammoniaca – superano gli standard internazionali
fino a otto volte determinando una catastrofe sanitaria nelle aree circostanti.
L’incorporazione delle tossine si manifesta in un’epidemia silenziosa e
silenziata di cancro, infertilità, malattie respiratorie e cutanee,
malformazioni alla nascita.
Dal 1972, il “complesso della morte” non ha mai smesso di divorare vite e
risorse. Eppure, qualcosa rimane. Sotto la pelle bruciata di questo corpo
collettivo, persiste una tensione pronta a esplodere: una lunga storia di
resistenza attraversa questo territorio e ha visto diversi cicli di
mobilitazione culminare nell’autunno dello scorso anno. A innescare la nuova
ondata di proteste sono stati, come spesso accade a Gabès, gli incidenti
industriali. Il drastico incremento dei ritmi di produzione, nel contesto di un
impianto in pessime condizioni di manutenzione, si è tradotto in un susseguirsi
di fughe di gas tossici che hanno avvolto la città. Centinaia di bambini e
bambine sono state trasferite in ospedale, in preda a crisi respiratorie di
breve e lungo periodo. Gli eventi che ne sono seguiti, culminati il 21 ottobre
2025 in uno sciopero di oltre centomila persone, sono già storia: la più grande
mobilitazione per l’ambiente del Nord Africa, il più grande sciopero dalla
caduta di Ben Ali nel 2011. Eppure, una volta che la marea si abbassa, lo sforzo
necessario è quello di guardare agli eventi dell’autunno senza idealizzarli. Il
21 ottobre, più che un momento straordinario, è stato un momento storico nel suo
senso più stretto di accumulazione. Guardare a questo momento con lenti diverse
permette di considerarlo nella sua complessità e ci fornisce strumenti utili nel
momento in cui la mobilitazione si arresta.
Il movimento Stop Pollution, attivo sul territorio da oltre dieci anni, incarna
questa complessità meglio di chiunque altro. Nato come una campagna informale
all’indomani della rivoluzione (“Voglio vivere!”), è diventato negli anni un
contenitore capace di tenere insieme le anime più disparate della città: dai
pescatori di Chott Essalem espropriati delle loro terre, ai giovani ultras
cresciuti a gas lacrimogeni e repressione, dagli storici militanti agli
agricoltori dell’oasi. Una “grande famiglia”, la chiamano, unita da una
rivendicazione tanto semplice quanto radicale: il diritto alla vita. Ma la vera
peculiarità di Stop Pollution, ciò che lo rende un unicum nel panorama tunisino
e al tempo stesso un avversario così temibile, è la sua natura anfibia. Il
movimento è infatti capace di muoversi su piani diversi e complementari: è
movimento di piazza, capace di paralizzare una città mobilitando oltre centomila
persone in un solo giorno; ma è anche un soggetto politico capace di strategie e
lungimiranza, pronto a utilizzare i canali istituzionali quando necessario.
Tenere insieme queste due dimensioni è stata per anni la chiave della sua
efficacia. Ed è proprio questa doppia natura a essere oggi sotto attacco. Mentre
gli occhi del mondo erano puntati sulle immagini dello sciopero del 21 ottobre,
sotto le pieghe degli eventi si muovevano processi meno spettacolari, destinati
a segnare la fase successiva della mobilitazione. Un gruppo di avvocati di
Gabès, legati al movimento, aveva intrapreso un’azione legale contro il GCT: una
causa d’urgenza che chiedeva la cessazione immediata delle attività inquinanti
del complesso. Era il braccio istituzionale di una lotta che nelle strade si
combatteva con i corpi e i fumogeni.
DUE SENTENZE
Nell’asimmetria originaria tra lo Stato e i corpi, la questione su chi ha il
diritto di difendersi e chi invece resta indifendibile è antica: così i corpi
dei dominati vengono sistematicamente disarmati, esposti alla violenza, resi
vulnerabili. E quando, nonostante tutto, provano a reagire, la loro reazione
viene letta come aggressione, violenza ingiustificata, rottura dell’ordine. A
Gabès questa dialettica assume forme specifiche. I corpi sono disarmati non solo
in termini simbolici, ma proprio materiali: non hanno armi, non hanno mezzi per
opporsi alla violenza delle forze dell’ordine se non i loro stessi corpi. Ma
sono anche disarmati in un senso più profondo: sono corpi che lo Stato ha reso
indifendibili, corpi la cui esposizione alla violenza – industriale, prima
ancora che repressiva – è considerata normale, accettabile e persino necessaria
al funzionamento dell’economia nazionale. Nessuna resistenza può essere ammessa,
nessun danno può essere riconosciuto. Riconoscerlo significherebbe ammettere
l’illegittimità delle fondamenta stesse dello Stato. È in questa logica che va
letta la risposta del sistema alla doppia offensiva di Stop Pollution. A
febbraio, nella stessa settimana, il tribunale di primo grado di Gabès ha
respinto la causa contro il GCT per “mancanza di prove di danno” e ha condannato
a oltre un anno di carcere Khayreddine Debaya, volto storico del movimento,
insieme ad altri dodici militanti, per un sit-in del 2020. Due sentenze in pochi
giorni. Da un lato l’assoluzione dell’ecocidio. Dall’altro la criminalizzazione
della resistenza.
Il processo di involuzione democratica inaugurato da Kais Saied nel 2021 con la
sospensione arbitraria del parlamento e la concentrazione del potere nelle sue
mani sta giungendo a un punto critico e di non ritorno. La sensazione diffusa
nel paese è di assistere a una sclerotizzazione del sistema politico e social
che si traduce in un’esacerbazione dei conflitti territoriali. Gabès ne è il
banco di prova più estremo e le sentenze di febbraio squarciano il velo di
ambiguità dietro cui il potere si era trincerato. Per mesi, infatti, il regime
era riuscito a mantenere un delicato equilibrio. Da un lato, le promesse del
presidente che in passato aveva definito quanto accadeva a Gabès “un crimine”.
Dall’altro, la repressione: i lacrimogeni sparati dentro le case di Chott
Essalem, le centinaia di arresti indiscriminati, i soprusi della polizia a porte
chiuse. Questo gioco di ambiguità si reggeva anche sul costante rinvio della
causa indetta dagli avvocati del movimento contro il GCT. Otto udienze
rimandate. Un processo sospeso in un limbo che permetteva al potere di non
prendere posizione, di non scoprirsi. Gabès, però, non dimentica. Tiene a mente
le responsabilità e le promesse mai mantenute. «Ha definito quanto accadeva qui
un crimine… Ma spetta a lui stesso la responsabilità di fermarlo», ricorda
Islem.
Ciò che rimane, nel momento in cui il velo cade, è l’immagine di un sistema in
preda alla schizofrenia. La “mancanza di prove di danno” addotta dal tribunale
per assolvere il GCT è una pura negazione della realtà. Perché il danno non è
solo inciso nei corpi dei malati di cancro, nell’ecosistema distrutto del golfo,
nelle crisi respiratorie che colpiscono bambini e bambine nelle scuole. È un
danno che lo stesso GCT, in un report ufficiale del luglio 2025, ha apertamente
riconosciuto. «L’inquinamento a Gabès non ha bisogno di statistiche – osserva
Islem –, non ha bisogno di prove scientifiche. Devi solo avere degli occhi ed
essere umano per rendertene conto. Per me, questo è stato il più grande insulto
per la gente di Gabès. Dopo tutto quello che hanno sofferto, gli dici che non ci
sono prove del danno? È semplicemente un insulto».
Parallelamente, la condanna di Khayreddine e degli altri dodici attivisti è
arrivata con modalità che dicono molto sulla natura del sistema che l’ha
prodotta. Condannati in contumacia – nessuna notifica ufficiale, nessuna
citazione preventiva – per un sit-in di sei anni prima. Il capo d’accusa:
“Ostacolo alla libertà di lavoro”. Spiega Islem: «Stanno criminalizzando
l’attivismo ambientale. Gente come me, che ha sofferto tutta la vita per
l’inquinamento, che vive davanti a un mare in cui non può nuotare, che ha visto
amici e persone care morire di cancro. E quando finalmente dici qualcosa contro
tutto questo, sei un criminale».
È a questo punto che il sistema tunisino compie il suo passaggio più pericoloso:
da schizofrenico – capace di tenere insieme promesse e repressione, negazione e
riconoscimento del danno – a paranoico. Nei mesi autunnali, centinaia di persone
sono state arrestate nei quartieri popolari. Retate casuali, che non
risparmiavano nemmeno chi era fuori città al momento dei fatti. «La polizia
entrava nelle case senza permesso, picchiando, arrestando e portando via le
persone. Lanciavano gas lacrimogeni fin dentro le abitazioni, abbiamo visto
anziani e bambini soffocare», racconta Islem. A questa violenza, si è aggiunta
l’istituzionalizzazione della repressione attraverso la magistratura. La
subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo – processo in corso su scala
nazionale dal 2021, con l’epurazione di decine di giudici e avvocati – è
arrivata anche a Gabès. Un meccanismo che finora aveva risparmiato la città –
proprio per la delicata relazione tra il presidente e un territorio che in
passato lo aveva sostenuto – ma che oggi non conosce più eccezioni.
Eppure, anche in questo momento buio la resistenza non si arresta. Stop
Pollution torna a mobilitarsi prima il 5 e poi il 6 giugno, in occasione della
Giornata mondiale dell’ambiente. «La prossima ondata sarà ancora più alta di
quella passata – dice Islem –. La resistenza contro l’inquinamento a Gabès non
si fermerà finché il complesso chimico esisterà. Se non oggi, sarà domani. Forse
non nella mia vita, ma in quella dei miei figli». La crisi di Gabès rappresenta
un banco di prova cruciale per Kais Saied. Un tempo sostenitrice del presidente,
oggi la città è diventata il termometro della sua deriva autoritaria. Ciò che
accadrà nei prossimi mesi – la sentenza d’appello per Khayreddine e gli altri
attivisti, la capacità del movimento di riorganizzarsi – dirà molto non solo sul
futuro di Gabès, ma su quello dell’intero paese. (nina malatesta)
Eccoci di nuovo qui, con l’ennesimo capitolo sui costi scomodi e ballerini della
Torino-Lione. Emerge infatti un nuovo, oneroso e pesante conto per i cittadini:
parliamo di 66 milioni di […]
The post 66 million feet deep: l'opera che continua a presentarci il conto first
appeared on notav.info.
(foto di giuseppe carrella)
È la mattina del 28 marzo, Mel, Peppe e io nella Clio grigia, diretti nell’Alto
Casertano. Superiamo i monti Trebulani che finora avevano segnato il confine
fisico della nostra inchiesta. Nel cruscotto posteriore scompare la sagoma di
Pizzo San Salvatore che si staglia sul monte Maggiore. Il paesaggio è diverso da
quello già esplorato, l’aria più fresca. Siamo diretti a Pietramelara per
incontrare Ivana, attivista del comitato Radici Pulite dell’Alto Casertano. I
pendii ricoperti di verde mostrano il lato assolato. L’acqua di fiumi e torrenti
scorre per buona parte del tragitto sempre a vista. Ci fermiamo a una fonte
ferrosa per bere. Sotto il getto limpido i sassi si fanno rossi.
Percorriamo le curve, una staffetta di ponticelli per arrivare nei pressi della
Metalplast, ex sito di stoccaggio e trattamento rifiuti in località Ailano.
Davanti l’ingresso è appeso uno striscione ripiegato dal vento. Stendendolo si
legge: “No discarica – Sì bonifica”. Accanto un cartello più piccolo: “Area
sottoposta a sequestro”. Appoggiato all’edificio principale che riporta
l’insegna commerciale, vi è un enorme cubo di lamiera, la parte coperta della
discarica. Appena fuori si ergono traballanti torri di ecoballe, molte
interamente di plastiche. Più giù, indistinguibili masse di oggetti e stracci, i
grossi teloni di copertura spostati dal vento svelano il crescere delle erbacce
tra i legacci che racchiudono il tutto. Ancora più in basso una distesa di
tessuti industriali arrotolati, sembrano enormi tappeti grigi. Costeggiamo
l’abbandono, intorno ci sono diversi campi coltivati, proprio dietro di noi un
trattore fa su e giù per un colle scosceso. Un cartello divelto riporta il
codice CER della tipologia di rifiuti e la descrizione “Pannelli sportelli auto
6.11”.
«Seguiamo la vicenda della Metalplast dall’estate del 2024 – ci racconta Ivana
–, quando ci fu un principio di incendio che poi fu domato. In ogni caso
aspettiamo ancora la prima messa in sicurezza e poi la bonifica. Qualche anno fa
non eravamo così in allerta per il nostro territorio. Poi abbiamo assistito al
moltiplicarsi di interessi imprenditoriali, tra l’immondizia e il biogas, e il
proliferare dei siti ad alto impatto anche qui nell’Alto Casertano. Il comitato
è nato a gennaio per era sensibilizzare le persone che proprio per assenza
storica di minacce, si trovano impreparate».
Notiamo che il sito è costeggiato da un canalone di scolo, lo percorriamo fino a
incontrare il punto in cui si getta nel Lete, a meno di duecento
metri. Prendiamo di nuovo la macchina, ci spostiamo a Pietravairano. Dal piccolo
santuario che sovrasta il paese, vediamo il riflesso del sole nelle cupole
bombate e lucenti dei biodigestori, a metà della piana. Qui vi è infatti uno dei
ventuno impianti di biogas che Retina Srl (tramite la holding Retina Biometano)
prevede di realizzare tra Lazio e Campania entro il 2026. Il nome non ci è
nuovo: una delle controllate di Retina è Ingegneria Sostenibile Srl, di cui
abbiamo parlato qui per i lavori avviati con firme contraffatte e vedette
appostate in odore di ecomafia.
Quello di Pietravairano non è dunque un caso isolato. Un’inchiesta di IrpiMedia
descrive l’impianto a biometano di Dragoni, esempio emblematico di come la
transizione energetica finanziata dal Pnrr possa trasformarsi in un’operazione
finanziaria calata dall’alto senza il coinvolgimento delle comunità. Al centro
della vicenda c’è la società Cannavina Srl, che ha ottenuto circa 16,4 milioni
di euro di fondi pubblici per un progetto di cui i cittadini hanno scoperto
l’esistenza solo a cantiere avviato nel 2022. La complessa struttura societaria
a scatole cinesi fa ancora capo a Retina Holding, ed è legata a fondi
d’investimento internazionali e al colosso australiano Macquarie, banca
d’investimento con ramificazioni che toccano Lussemburgo e Regno Unito.
Un’architettura finanziaria che, secondo l’inchiesta, serve a blindare
l’investimento grazie alle garanzie statali fornite da SACE (Servizi
Assicurativi del Commercio Estero) e ai prestiti di grandi gruppi bancari come
Intesa Sanpaolo e Bnp Paribas, rendendo l’affare a rischio zero per i privati ma
scaricando le conseguenze ambientali sul territorio.
Inizia a fare buio, torniamo alla macchina. Il tramonto colora il profilo delle
vette intorno alla valle aperta. Le ombre invece prendono forma proprio nel
solco irregolare dell’acqua. Poco prima che faccia buio, si intravede una
centrale idroelettrica con le grandi tubature perpendicolari al versante.
(foto di giuseppe carrella)
Oggi è sabato 11 aprile. La primavera non ha più niente di timido. In maniche
corte raggiungo Dragoni, comune di circa duemila abitanti immerso nel verde
dell’Alto Casertano. Qui si terrà un corteo che terminerà sotto il costruendo
impianto di biogas di Cannavina Srl. Sullo sfondo il massiccio del Matese è
ancora innevato. A pochi chilometri dall’arrivo si scarica il telefono. Devo
orientarmi alla vecchia maniera e chiedo indicazioni al bar tabacchi nella
piazza di Caiazzo. «Quella è una strada dritta che taglia e scende a valle,
passi Alvigliano e sei a Dragoni», mi spiega un signore.
Nella piazza del mercato sono radunate una cinquantina di persone tra
manifestanti, volontari della Protezione civile e forze dell’ordine, oggi non
particolarmente numerose. Si susseguono gli interventi al microfono. Parla anche
la sindaca Antonella D’Aloia che racconta di aver subito un accanimento legale e
attacchi personali per la sua opposizione all’impianto. Secondo Pasquale De
Pasquale, l’attivista del comitato NO Biogas Dragoni, il cantiere è stato
contestato sia per la violazione delle norme antisismiche, con l’esecuzione di
lavori strutturali senza le necessarie autorizzazioni, sia per la sua parziale
sovrapposizione alla fascia di rispetto della strada statale.
Incominciamo a percorrere i tre km di strada e selciato che ci separano dalla
sede del biodigestore, nell’ultimo tratto superiamo un piccolo Acquapark, si
intravedono gli scivoli colorati. Un motoscafo rosa lo presidia insieme a due
carabinieri. Una multipla traina un carrello in alluminio che ospita gli
altoparlanti e un piccolo generatore. Per buona parte del tragitto passano gli
Inti Illimani. Si susseguono gli interventi, molti menzionano che è il primo
corteo per la città di Dragoni. Arrivati di fronte al sito, al di qua della
sbarra che ci separa dai cilindri di cemento, ci aspetta la Digos e un Suv scuro
parcheggiato di fronte. «Sono i proprietari dell’impianto», dice una signora
davanti a me. Interviene anche il parroco, che in conclusione del breve sermone
fa una pausa: «E allora cosa possiamo fare…» – la stessa signora risponde
neanche troppo sottovoce: «Mettere una bomba». Qualcuno ride. La bomba in realtà
potrebbe essere lo stesso impianto che in caso di emergenze sismiche produrrebbe
effetti devastanti.
Terminato il corteo ci spostiamo a un bar poco lontano per intervistare alcune
attiviste del comitato Radici Pulite. «Il rogo di Teano dell’agosto 2025 è stato
apocalittico – ci dicono –. Ha bruciato per un mese, quindici giorni di nube
tossica. Abbiamo scoperto che quel sito era lì da dieci anni, sequestrato,
abbandonato, nessuno lo sapeva. Da lì è cambiata la percezione del territorio.
Nel raggio di dieci chilometri ci sono circa cinque impianti di biogas.
Riteniamo che non ci sia tutto questo letame da smaltire, ci sembra evidente la
speculazione».
Il punto sollevato è quello del cosiddetto “turismo dei rifiuti”, ovvero la
necessità di trasportare enormi quantità di scarti zootecnici su gomma da lunghe
distanze per alimentare un’attività sovradimensionata rispetto ai siti di
trasformazione locali. «L’amministrazione è spesso impreparata – continuano le
attiviste –. I comuni non informano i cittadini. Alla prima assemblea a
Pietramelara sono arrivati comitati che non conoscevamo. Per noi ora c’è da
tenere gli occhi aperti sulla Metalplast di Ailano. È strapiena, rischia
l’autocombustione. La paura è che questa estate possa bruciare di nuovo».
A questo punto chiedo degli effetti sulla salute. Risponde Simona, veterinaria e
attivista: «Abbiamo già visto effetti teratogenici sulle bufale. Ci sono casi
documentati di malformazione nei feti bovini. Ma l’Arpac ha detto che a
Pietramelara non servivano monitoraggi. Chi deve tutelarti, minimizza, non
necessariamente per negligenza, a volte per mancanza di informazioni. Ci siamo
persuase che ci sia un disegno più grande. L’Alto Casertano si sta spopolando,
è visto come terra colonizzabile. Noi rispondiamo con un sistema di sorveglianza
collettiva. Il territorio, adesso, sta reagendo».
L’Alto Casertano non era sulla cartina del disastro ambientale campano. Mentre
l’adiacente Agro Caleno portava i segni visibili della contiguità con la Terra
dei Fuochi, qui permaneva un’idea di margine immune, di verde intatto. È in
quello spazio – geografico e immaginario – che si sono infilati i capitali. Le
ecoballe di Ailano, il biodigestore di Pietravairano, il cantiere di Dragoni:
non sono anomalie di un sistema che funziona, sono il sistema nel suo
funzionamento. Cambia solo chi paga il conto. Poco lontano i rifiuti arrivavano
di notte, sui camion. Qui arrivano con i progetti Pnrr, le autorizzazioni
regionali, le scatole cinesi lussemburghesi. Però c’è qualcosa che la
speculazione non aveva previsto: qualcuno non ha intenzione di stare a guardare
o di andare via. La primavera è esplosa e non solo nel paesaggio. (edoardo
benassai)
(disegno di irene servillo)
A Taranto, proprio al confine con i comuni di Massafra e Statte, è stata
fortemente voluta da Acquedotto Pugliese la realizzazione del più grande
dissalatore d’Italia, quello alla sorgente del fiume Tara. Il Tara è un fiume
carsico lungo appena due chilometri, con una portata media ridotta. Il fiume, di
cui abbiamo già scritto, rappresenta però un luogo di assoluto valore ambientale
e soprattutto sociale: durante le calde estati sono rituali i bagni refrigeranti
e i trattamenti con i fanghi, ritenuti benefici dalla comunità ampia ed
eterogenea che si riversa sulle sponde e nelle conche del fiume. Con un
trampolino e qualche struttura arrangiata a riva tra le canne di giunco, il Tara
è l’unica oasi per ragazzi e anziani dei quartieri operai che faticano a
raggiungere i tratti di spiaggia balneabile oltre gli impianti della zona
industriale, l’acciaieria e la raffineria dell’Eni.
La costruzione del dissalatore viene giustificata da Acquedotto Pugliese come
mezzo per contrastare la crisi idrica in Puglia, ma lega a sé
innumerevoli interrogativi, alcuni tuttora irrisolti. In partenza, il costo
dell’opera previsto si aggirava intorno ai 98 milioni di euro, di cui circa 27
da finanziamenti Pnrr e oltre 70 dal Fondo Sviluppo e Coesione. A marzo dello
scorso anno, in seguito a una variazione del quadro economico approvata
dall’Autorità Idrica Pugliese, l’opera raggiunge un costo di circa 130 milioni
di euro, dove l’incremento dovrebbe giungere dai proventi tariffari
dell’Acquedotto.
Ciò che fa più rumore riguarda la provenienza delle acque del Tara: trattandosi
di un fiume carsico, la sua portata dipende direttamente dai fenomeni piovosi.
Perciò è lecito chiedersi come possa tale impianto rimediare alla carenza di
acqua se il suo stesso funzionamento dipenderà dalle variazioni di portata del
fiume. Può la Regione Puglia spingere per la realizzazione di questo progetto,
con simili investimenti e un significativo impatto ambientale (visto che sul
Tara sussiste già un prelievo di 1.100 l/s destinato all’ex Ilva e
all’agricoltura), senza impegnarsi a pensare ad alternative al progetto se non
l’utilizzo delle autobotti? Nel frattempo, secondo l’Istat, la rete idrica
pugliese registra perdite pari al 46,3 per cento delle acque trasportate e ad
ottobre è stato dichiarato per la Puglia lo stato d’emergenza idrica. Caso
simile persiste in Sicilia, dove la costruzione di diversi dissalatori non
sembra aver minimamente posto rimedio alla carenza di acqua.
LA TECNICA COME MURO
Se con il precedente articolo si è voluto restituire una fotografia del contesto
in cui si colloca l’opera, questo vuole essere invece uno strumento di analisi e
comprensione delle dinamiche politico-amministrative che hanno accompagnato il
progetto fino a oggi. Nonostante l’iter autorizzativo si sia concluso i primi
giorni di settembre e i lavori siano partiti a pieno ritmo alla fine dello
stesso mese, con nove ditte previste sul cantiere e circa centoventi lavoratori,
l’opposizione della comunità, che non comprende le iniziative della politica
locale e degli enti pubblici, rimane forte e ha acquisito sempre più
consapevolezza nel tempo.
Due strade perfettamente parallele, mobilitazione e iter autorizzatorio, che non
hanno mai avuto modo di incontrarsi, nemmeno quando la mobilitazione ha espresso
la necessità di sviluppare un confronto politico serio e motivato sull’opera. Le
rivendicazioni della comunità del Tara sono in linea con quelle di altre
vertenze del territorio: la discarica di inerti alle porte del quartiere Paolo
VI, la proposta di costruire un impianto di rigassificazione nel porto di
Taranto, le sempre più inquietanti vicende dell’ex Ilva che continua a mietere
vittime tra operai e cittadini, la raffineria dell’Eni. E ancora: la volontà di
realizzare un impianto fotovoltaico off-shore nel porto di Taranto,
l’ampliamento dell’inceneritore di Massafra, le discariche, la marina militare
che non intende indietreggiare restituendo spazi sottratti alla città per più di
un secolo. Quelle elencate sono tutte vicende che hanno come comune denominatore
l’appropriazione dei luoghi a danno delle comunità che li vivono e che non
vengono minimamente coinvolte nei processi decisionali, opere tutte giustificate
dall’invocazione di un presunto bene superiore o dalla presenza di altre opere
impattanti.
È un paradosso che Taranto continua a vivere anche con la vicenda dissalatore:
una delle aree pugliesi che più soffre i disservizi della rete idrica viene
chiamata a sacrificare un pezzo di sé, mettendo a rischio uno dei pochi luoghi
rimasti indenni dal feroce sviluppo industriale e urbanistico degli ultimi
decenni. A testimonianza di ciò si prenda la motivazione al parere negativo
all’opera, in conferenza di servizi, da parte della Soprintendenza del ministero
della cultura. Tra le oltre cinquanta pagine di motivato dissenso si legge: “La
realizzazione del progetto trasformerebbe in modo irreversibile il paesaggio
identitario. Il paesaggio non è soltanto un fatto visivo. La convenzione europea
del paesaggio lo definisce come ‘una determinata parte di territorio, così come
è percepita dalle popolazioni’, il cui carattere deriva dall’azione congiunta di
fattori naturali e umani. Il territorio diventa paesaggio quando gli abitanti si
riconoscono in esso, nei suoi tratti identitari, contribuendovi non solo con
interventi materiali ma anche in senso culturale e simbolico. Solo attraverso
tale processo può maturare una percezione positiva del paesaggio. Tale dinamica
difficilmente può attivarsi in un contesto in cui la trasformazione avviene in
tempi così rapidi e mediante l’introduzione di impianti e infrastrutture di
grande scala, come nel caso in esame”.
Nonostante questo dissenso all’opera, la Sezione tutela e valorizzazione del
paesaggio della Regione Puglia, come si legge dal verbale della conferenza di
servizi, ritiene che non ci siano criticità rilevate dal punto di vista
paesaggistico. La conferenza si conclude a gennaio 2025, oltre i novanta giorni
regolamentari, nonostante il parere del ministero, nonostante le prescrizioni
significative da parte di Arpa Puglia, nonostante le prescrizioni dell’Asl di
Taranto, nonostante i dubbi sulle interferenze con la rete gas di Snam. Tale
conclusione coincide con il rilascio della Valutazione di impatto ambientale
dell’opera, una delle principali autorizzazioni che concorrono al rilascio del
Paur (Provvedimento autorizzatorio unico regionale), il vero e proprio via
libera ai lavori. Il 20 febbraio 2025 viene rilasciata, sempre dalla Sezione
tutela e valorizzazione del paesaggio, l’autorizzazione paesaggistica all’opera,
altro tassello necessario al rilascio del Paur.
Il ruolo ricoperto in questa vicenda dalla Regione non è affatto marginale, ma
centrale e soprattutto decisionale. Lo stesso rilascio del Paur è responsabilità
della Regione, che coordina la conferenza di servizi, cura l’istruttoria e i
rapporti con gli enti coinvolti. A maggio, in occasione della presentazione dei
candidati alle elezioni amministrative di Taranto per il Pd, un gruppo di
cittadini riuniti nella rete civica Difesa fiume Tara, ha colto l’opportunità
per interrogare sulla vicenda Emiliano, sempre presente agli eventi di partito,
che spesso si svolgono nei salotti buoni della città e per il solo periodo di
campagna elettorale. Alla fine dell’evento, l’ex governatore regionale decideva
di accettare il confronto con la compagine civica, mentre gli altri
partecipanti, attoniti, facevano da cornice alla discussione. Da queste parti,
infatti, cercare un confronto schietto con i vertici politici dei partiti non è
pratica diffusa. Il presidente, incalzato dalla rete, respingeva ogni
attribuzione di responsabilità politica rispetto alla vicenda: «Per Acquedotto
Pugliese decide la sua governance», «io non sono il faraone», «se Acquedotto
Pugliese ha scelto è perché ci sono delle motivazioni tecniche». Quest’ultima
affermazione è stata il vero e proprio leitmotiv con il quale la mobilitazione
ha dovuto fare i conti. Pur trattandosi di scelte innanzitutto politiche, la
stessa politica, a ogni livello, quando interrogata sulle proprie
responsabilità, ha sempre ricondotto il dibattito a una mera questione tecnica.
In occasione del sit-in promosso dalla rete civica nell’aprile 2025 presso la
presidenza della Regione Puglia a Bari, nonostante fosse stato chiesto un
incontro di natura esclusivamente politica con Emiliano, a presentarsi sono
stati tre dirigenti di Acquedotto Pugliese, uno di Arpa Puglia e uno della
Regione. La giustificazione fornita è che il governatore non avrebbe potuto
rispondere a questioni decisionali di Acquedotto Pugliese in quanto frutto di
scelte tecniche. La tecnica ancora una volta usata come un muro tra comunità e
politica.
DOPO LE ELEZIONI
La scorsa primavera una scarna e poco partecipata campagna elettorale per le
elezioni amministrative, la retorica stanca di una classe dirigente che si
reinventa da ormai trent’anni, hanno tracciato un solco invalicabile tra
interessi comunitari e politica locale. Tutti i candidati hanno parlato del
dissalatore: chi avrebbe voluto farlo a mare (come se spostare un problema
ambientale equivalesse a eliminarlo), chi si dichiarava totalmente contrario. Lo
stesso futuro sindaco Piero Bitetti, nella settimana precedente il ballottaggio,
ha dichiarato che il Tara sarebbe stato difeso con ogni strumento giuridico e
urbanistico. Le elezioni comunali si sono svolte tra maggio e giugno e, per
tutta la successiva estate, si è assistito al progressivo rilascio di tutte le
autorizzazioni necessarie alla conclusione del Paur. Intanto, la cittadinanza ha
tentato invano di conoscere le reali posizioni della nuova amministrazione sul
dissalatore, la discarica di inerti nel quartiere Paolo VI, la nave
rigassificatrice nel porto di Taranto e l’accordo di programma per l’ex Ilva.
Pur rivendicando, con presidi in occasione dei vari consigli comunali, la
volontà di partecipare alle decisioni che riguardano le proprie vite, non hanno
ricevuto risposte esaurienti. Alle dichiarazioni della campagna elettorale non è
seguita alcuna azione, ma piuttosto un imbarazzante silenzio proveniente dal
Palazzo di Città, o qualche sparuto “bisogna valutare”. A inizio settembre,
tutte le autorizzazioni necessarie concesse, è stato dichiarato concluso il
procedimento di rilascio del Paur. In risposta a ciò, la comunità ha chiesto che
fosse il comune di Taranto a farsi carico del ricorso presso il Tribunale
amministrativo regionale, dando seguito alle promesse fatte durante la campagna
elettorale. Il sindaco non sarebbe obbligato a presentare ricorso, ma ci si
aspetta che venga effettuata una valutazione di merito sulla correttezza
dell’iter autorizzativo, magari assegnando un mandato all’avvocatura comunale,
oppure ascoltando i cittadini che nel frattempo avevano studiato le carte e
richiesto un incontro al sindaco innumerevoli volte, senza mai ricevere
risposta. La stessa rete Difesa fiume Tara ha preparato un dossier contenente
una serie di punti dell’iter meritevoli di attenzione. Il dossier è stato
consegnato nei primi giorni di ottobre all’assessora all’ambiente (in quota
AVS), ma nonostante le parole del suo partito durante la campagna elettorale
rispetto al tema dissalatore, la cittadinanza non ha potuto constatare alcuna
azione dell’amministrazione in difesa del fiume Tara, tantomeno l’allontanamento
del partito dal governo cittadino.
L’ultimo episodio, che sancisce la rottura di ogni rapporto istituzionale (se
così può definirsi) tra comune di Taranto e mobilitazione è avvenuto il 13
ottobre 2025, in occasione di un consiglio comunale durato nove ore. Tra i punti
all’ordine del giorno vi era una mozione che chiedeva alla giunta e in
particolare al sindaco di impugnare il Paur presso il Tar. La mozione veniva
emendata e trasformata in un impegno non più a impugnare, ma a valutare se vi
fossero i motivi per impugnare, insomma un’ulteriore dilazione di fronte alla
scadenza dei termini per effettuare il ricorso, fissata al 4 novembre.
Nonostante questo, la rete Difesa fiume Tara non ha smesso di cercare un modo
per presentare il ricorso, creando una collaborazione con il Gruppo di
intervento giuridico, un’associazione che utilizza lo strumento del diritto per
tutelare l’ambiente e i contesti a esso collegati. Il vero colpo di scena
riguarda però i termini di presentazione del ricorso: si è scoperto che il Paur
non era stato ancora pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia e
che, secondo una legge regionale, i termini per impugnare un atto cominciano a
decorrere dal momento della pubblicazione. Il Paur è stato pubblicato il 4
dicembre, addirittura dopo l’inizio dei lavori presso i cantieri del
dissalatore. Così il Gruppo di intervento giuridico ha preso in carico il
dossier ignorato dall’assessora, presentando ricorso presso il Tar del Lazio. Si
è scelta la sede di Roma in quanto competente per le controversie che riguardano
opere finanziate tramite Pnrr. Contestualmente la rete civica continua a
proporre eventi di autofinanziamento che serviranno a sostenere le spese
processuali. In attesa dell’esito del ricorso, resta una certezza: mentre
istituzioni e politica hanno scelto di non assumersi responsabilità,
assecondando le scelte di Acquedotto Pugliese, della Regione Puglia e
dell’Autorità Idrica Pugliese, la difesa del Tara è ormai interamente sulle
spalle della comunità locale. (domenico colucci)
Fotogalleria di Giuseppe Carrella
Sono le due del pomeriggio di un sabato di fine febbraio. Il sole, ancora
incerto, scalda quasi. Siamo in cinque, stipati in macchina, diretti al corteo
regionale del movimento Basta Impianti. Dal finestrino la Campania interna:
capannoni, rotonde, pescheti già rosa, stretti tra la statale e le sparute
serre. Poco prima dell’uscita di Capua c’è un grosso rudere quasi completamente
inghiottito dalla vegetazione –mura di edera, qualche albero che sbuca dai
finestroni, una veranda in lamiera.
Quaranta minuti di viaggio, poi parcheggiamo sul ciglio della via Appia, tra
Sparanise e Calvi Risorta. Sul cartello quadrato è scritto VIII |188, accanto
un adesivo con l’hashtag #BastaImpianti. Usciamo e siamo davanti all’ex
Ginori-Pozzi: quarantasei ettari, dodici campi da calcio di rifiuti chimici
tombati. Neanche due passi e si nota nel piazzale una moltitudine di blindati
della polizia, una concentrazione sproporzionata di forze dell’ordine. Le sagome
scure della celere sono schierate a difesa della montagna di veleni. Dietro il
cordone corazzato, un camion varca il cancello secondario della struttura –
probabilmente trasporta rifiuti verso le aree della Encon, attualmente attiva in
una porzione del sito. La discarica, insomma, esiste ancora.
Davanti si radunano molte persone. Alcune sono vestite da alberi, altre portano
maschere di foglie e rami. Ognuno porta con sé qualcosa che richiami il bosco.
Il furgoncino del corteo con le casse è ricoperto per metà da rami d’ulivo. Il
sole brilla sull’asfalto, un vento leggero muove le bandiere.
Nelle ultime settimane il movimento ha fatto passi importanti, ottenendo udienza
dal presidente Fico e dalla giunta regionale. L’amministrazione si sarebbe
esposta per una legge regionale finalizzata a bloccare le autorizzazioni a nuovi
siti di stoccaggio e trattamento rifiuti in Terra di Lavoro. La proposta vuole
rispondere alle istanze del movimento rispetto alla saturazione ambientale e
sanitaria dell’alto casertano – un territorio che da decenni accumula impianti,
sequestri, malattie e promesse non mantenute. La creazione di un tavolo
permanente è uno dei passi in avanti.
Non è un mistero, al contempo, che la partita è anche elettorale, appetibile
per diversi amministratori locali vicini alla neo-insediata giunta. L’ambiente,
da queste parti, è una leva potente tanto per chi lo devasta, quanto per chi
promette di difenderlo. C’è una bozza di legge, un punto di partenza che come
tale va trattata: restano per esempio aperti i capitoli delle bonifiche e
dell’indice di saturazione ambientale, tanto che all’assemblea del 18 febbraio
di Basta Impianti alcuni attivisti avevano ribadito: «Il movimento non viaggia
al tempo della burocrazia: non permetteremo un arenamento dell’iter, al
contrario vigileremo e ci faremo coinvolgere passo passo negli avanzamenti». Il
tema della bonifica resta intanto in sospeso. Da qui la scelta del
concentramento all’ex Pozzi, ferita viva per molte generazioni.
Dal furgone pieno di fronde si susseguono gli interventi. Si parla di
desertificazione dei territori in funzione del profitto, di gruppi speculativi
ben identificati, troppo spesso vicini alle istituzioni locali. Si parla degli
ultimi sequestri e dei procedimenti in essere. Poi si inizia a camminare lungo
l’Appia. Sullo striscione di testa c’è scritto: “Vostri i disastri, nostri i
martiri”. A bordo strada si agitano nel vento i fiori gialli di campo.
Tra i fumogeni, davanti alla non lontana sede della Calenia spa, alcune
persone-albero annodano uno striscione sul reticolato che la cinge: “Lega e
Calenia fuori dall’Agro Caleno“. I camminanti avanzano, molti di quelli con le
maschere di foglie portano percussioni, flauti, e altri strumenti. La statale è
un susseguirsi di recinzioni alle zone industriali, su un cancello sono
incastrati due mazzi di fiori. Ci accompagna la Clown Army: fingono di essere
poliziotti con mitra di palloncino, poi si stendono morti davanti ai cancelli
della Gramar srl, poco distante dalla Calenia. Anche qui uno striscione copre
parte del grigio: “Ampliamento Gramar = Ampliamento malattia”.
Il caso Gramar è emblematico. L’impianto di smaltimento e trattamento ha subito
un sequestro preventivo nel novembre del 2025 – piazzali di stoccaggio, impianti
di trattamento, sistemi di scarico reflui finiti sotto sigillo. Gli ampliamenti
del sito bypassano gli strumenti autorizzativi che dovrebbero proteggere il
territorio. Il problema è anche metodologico: l’Indice di Saturazione
Ambientale (ISA) usato da Arpac e Regione si basa su un modello deterministico e
statistico che in molti considerano superato. L’ISA calcola l’impatto tramite
cerchi concentrici intorno al sito, i cosiddetti buffer, un’astrazione
geometrica che ignora la fisica del trasporto inquinante e i vettori ambientali
reali. Le sostanze nocive non si concentrano infatti come circonferenze: seguono
l’idrografia superficiale e i venti dominanti. Il non lontano Rio Lanzi funge da
nastro trasportatore di sostanze che l’indice non considera. Un impianto che
appare sicuro sulla carta può essere catastrofico, se inserito in una rete
idrica già compromessa.
Giro di boa. Di ritorno in direzione dell’ex Pozzi, una ragazza vestita da
Mazzamauriello, folletto tipico dei boschi caleni, saltella sul ciglio della
strada. Continuano gli interventi dal furgoncino, la voce rimbalza amplificata
sull’asfalto. Avvicinandoci al punto di partenza notiamo un altro camion che
svolta dietro l’asserragliamento di blindati. Una volta nel piazzale il
furgoncino del corteo si avvicina al cancello secondario, ancora aperto per il
passaggio del mezzo. Entriamo.
Avanziamo tra scheletri di edifici e bobine di cavi abbandonate. L’odore è
quello di una discarica. Superiamo i cancelli divelti della zona interdetta. Ci
vengono mostrati i campioni della caratterizzazione del 2015, lasciati lì, in
parte aperti o ribaltati. Gli interventi finali sono più duri: si parla di
quest’area, di quello che contiene, della totale indifferenza delle istituzioni.
Qualche giorno dopo il corteo alla procura di Caserta si è riunita la
commissione parlamentare Ecomafie. La seduta è stata del tutto insoddisfacente:
ignoranza rispetto alla complessità del fenomeno, minimizzazione della
pericolosità, una malcelata tendenza a ridimensionare l’urgenza di una bonifica
che aspetta risposte da decenni, soprattutto rispetto all’ex Pozzi.
Alla successiva assemblea di Basta Impianti, Salvatore Minieri, giornalista, ha
spiegato i rischi concreti di un grande progetto speculativo per eludere la
bonifica, richiamando dati ancora attuali: «La relazione tecnica fatta già
dodici anni fa dal professor Buondonno, ordinario di pedologia alla Vanvitelli,
aveva campionato il terreno ogni centoventi metri, raccogliendo ventiquattro
campioni, divisi tra cancerogeni e non. Tredici su ventiquattro erano
carcinogenici, con un tasso di incidenza tumorale del novanta per cento».
Il tempo della politica, insomma, non è quello delle ferite, e le risposte
mancano da quando molti di quelli che al corteo indossavano maschere di foglie
erano bambini: l’ex Pozzi continua a marcire, sorvegliata speciale, in attesa
che qualcuno decida se bonificarla o specularci sopra. Ora il tavolo permanente
è istituito, la bozza esiste. Si avanza lentamente, ma ora avanza anche il
bosco. E la primavera, a febbraio, è solo una promessa. (edoardo benassai)
(disegno di pietro cozzi)
A novembre scorso il comune di Bologna ha presentato il progetto di un nuovo
Museo delle bambine e dei bambini in un parco del Pilastro, rione popolare
all’estrema periferia della città. Si chiamerà Futura, come la celebre canzone
di Lucio Dalla. Quello che l’amministrazione ha descritto come “un attrattore di
livello nazionale” capace di riqualificare l’area è stato però accolto da una
parte consistente degli abitanti come un’imposizione calata dall’alto, dando
origine a una mobilitazione sfociata in rivolta giovanile che oggi riguarda non
solo il futuro del quartiere, ma un’idea stessa di città.
Da sempre al centro di una narrazione mediatica stigmatizzante, il Pilastro è la
zona di Bologna con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica.
Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita
una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere
vivo un forte spirito comunitario. Il nuovo spazio, che di “museo” ha
soprattutto il nome, si ispira ai cosiddetti children’s museums nati negli Stati
Uniti, luoghi spesso gestiti da enti privati e diffusisi in Italia nell’ultimo
decennio, dal MUBA di Milano a Explora a Roma.
L’intervento era già stato annunciato nel 2022 tra quelli approvati per il Pnrr
e sarà finanziato con cinque milioni e mezzo di euro dai fondi dei Piani Urbani
Integrati e con ottocentomila euro dal bilancio comunale. Il museo dovrebbe però
sorgere nel parco Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, intitolato
ai tre carabinieri uccisi il 4 gennaio 1991 dalla banda della Uno Bianca, uno
degli episodi che contribuì alla fama di “quartiere pericoloso”. Proprio questa
lunga striscia verde, incastonata tra grandi complessi residenziali, è al centro
della contesa che nelle ultime settimane ha visto crescere la mobilitazione di
un numero sempre maggiore di cittadini riunitisi nel comitato MuBasta.
L’edificio di tre piani andrà, infatti, a occupare un’area verde di 1.500 mq del
parco molto utilizzata dalle famiglie e dai bambini, rendendo necessario
l’abbattimento di quattro grandi platani e lo spostamento di nove alberi che in
estate garantiscono ombra e refrigerio. Il nuovo volume dovrebbe inoltre
collocarsi tra due ex case coloniche che oggi ospitano la Biblioteca Spina e la
Casa Gialla, già presìdi culturali fondamentali per il quartiere.
Ad aggiudicarsi il concorso è stato lo studio romano Aut Aut Architettura che,
lamenta il comitato, non avrebbe però rispettato l’indicazione inserita nel
bando di utilizzare un’area del parco già impermeabilizzata, così da ridurre
l’impatto ecologico dell’intervento. Comune e progettisti sostengono invece che
il saldo ambientale sarà positivo: sono previste trentanove nuove piantumazioni
e la de-sigillazione di alcune superfici asfaltate, che verranno sostituite con
percorsi drenanti per compensare la permeabilità perduta.
Il 26 gennaio gli attivisti di MuBasta hanno interrotto il consiglio comunale
chiedendo la sospensione del cantiere e l’avvio di un confronto pubblico.
All’alba del 23 febbraio, però, una ditta incaricata dall’amministrazione,
scortata da decine di agenti di polizia e dalla Digos, ha avviato il taglio dei
platani. Le proteste dei primi manifestanti non hanno impedito l’inizio dei
lavori, ma due giorni dopo un attivista di Extinction Rebellion è riuscito a
entrare nell’area recintata e ad arrampicarsi su uno degli alberi destinati allo
spostamento. Un atto di resistenza durato ben dieci ore durante le quali il
sostegno del rione è cresciuto e al presidio si sono uniti numerosi ragazzi e
famiglie residenti dei palazzi vicini, insieme ad altri attivisti, studenti e
collettivi. In serata, infine, alcune barriere sono state rimosse e il cantiere
è stato occupato, trasformandosi in un presidio permanente con tende, striscioni
e generi di conforto portati dagli abitanti.
Il confronto è proseguito nei giorni successivi in un clima sempre più teso, con
il Pd bolognese che ha chiesto esplicitamente un intervento per ristabilire
“ordine e legalità”. All’alba di lunedì 2 marzo è scattato lo sgombero dell’area
occupata e decine di agenti hanno liberato il parco con la forza, portando in
Questura almeno sei persone. Per tre di loro sono addirittura scattati gli
arresti.
Ma la tensione non si è fermata allo sgombero. Dopo un’assemblea pubblica molto
partecipata, un gruppo di ragazzi del Pilastro – tra cui molti giovanissimi – ha
dato vita a una protesta spontanea che si è rapidamente trasformata in una
rivolta giovanile e popolare. Per due serate di fila si sono verificati scontri
con le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche, idranti e lanci di
lacrimogeni, in alcuni casi anche ad altezza d’uomo.
La questione ambientale è però solo una parte della controversia. Al centro
della protesta c’è la richiesta di maggiore partecipazione alle decisioni e il
timore che l’intervento possa innescare anche al Pilastro dinamiche di
valorizzazione e speculazione immobiliare già viste altrove in città. «Qui la
sensazione – racconta Roberta Pagnoni, una residente – è che le scelte che ci
riguardano sono già state prese altrove, che l’importante sia non perdere il
finanziamento del Pnrr e che del Pilastro non importi davvero a nessuno»..
Tra i membri di MuBasta c’è anche Sergio Spina, ex maestro elementare del
quartiere e figlio di Luigi Spina, primo presidente del comitato inquilini del
Pilastro negli anni Sessanta, a cui è intitolata la biblioteca. Sessant’anni fa
anche il padre partecipò a una mobilitazione per impedire la costruzione di
un’ulteriore stecca residenziale sul parco. Gli abitanti, in maggioranza operai
e piccoli impiegati, si opposero e ottennero una variante al piano regolatore,
grazie alla quale sorsero così scuole a basso impatto edilizio e furono
recuperate le case coloniche già presenti. «Quest’area – spiega Sergio Spina – è
il cuore del polmone verde salvato allora. Qui si vive la socialità degli
abitanti oltre che dei ragazzi del quartiere. Sotto questi alberi tagliati, che
hanno caratterizzato anche la mia infanzia, si svolgono ancora attività
scolastiche, letture all’aperto, feste. Le scuole partecipano al progetto Scuole
Aperte, che promuove l’educazione all’ambiente e alla comunità. Come si può, da
una parte, fare scuola all’aperto e, dall’altra, sostituire il parco con un
edificio di cemento di 1.500 metri quadrati su tre piani?».
Eppure, secondo il Comune, il progetto nasce proprio dopo aver ascoltato le
richieste dei cittadini che hanno preso parte ai percorsi partecipativi, una
serie di incontri gestiti da una fondazione, la FIU Rusconi Ghigi, nei quali
sono state coinvolte le scuole e le associazioni del quartiere. Il comitato
sostiene però che quegli incontri abbiano riguardato solo un numero limitato di
persone rispetto agli oltre settemila residenti del quartiere, rimasti nella
stragrande maggioranza all’oscuro di tutto. In uno dei report si legge peraltro
che i bambini, “nell’indicare i loro luoghi preferiti del parco sottolineano
l’importanza del verde e, in particolare, degli alberi, che ritengono
fondamentali per il loro benessere”. E alla protesta si è unito anche un gruppo
di diciotto maestre e maestri delle scuole elementari scrivendo in una lettera
che si sentono “traditi” perché “le idee dei bambini e delle bambine non sono
state tenute in considerazione”.
«C’è una questione che secondo me è dirimente ed è l’assoluta mancanza di
ascolto – continua Spina –. I bambini avevano chiesto interventi semplici:
chiudere le buche, installare fontanelle e altalene. Le loro richieste non sono
state accolte. Il Pilastro, inoltre, chiede da molti anni più servizi. Un museo
del genere qui, invece, non l’ha chiesto nessuno, soprattutto non sopra questo
parco».
La critica del comitato si inserisce in una stagione di mobilitazioni
ambientaliste che negli ultimi anni hanno attraversato Bologna, a partire dalla
vicenda delle Scuole Besta. Tra il 2022 e il 2023, il progetto di demolizione e
ricostruzione del plesso nel quartiere San Donato-San Vitale, con l’abbattimento
di numerosi alberi, diede vita a un presidio permanente che riunì genitori,
insegnanti e attivisti climatici. Non mancarono tensioni e scontri con le forze
dell’ordine durante l’avvio dei lavori. Dopo mesi di mobilitazione e ricorsi, il
Comune dovette rinunciare. Il sindaco Lepore dichiarò che la decisione era stata
presa per evitare ulteriori violenze: «Non voglio – disse – uno sgombero stile
G8 e il parco non poteva diventare un’altra Val Susa». Per molti, un precedente
che dimostra come la pressione dal basso possa incidere sulle scelte
amministrative.
A questo si aggiunge un ulteriore nodo, finora rimasto sullo sfondo: cosa
significhi, concretamente, che il museo sarà “a guida pubblica”. L’espressione
viene ripetuta dall’amministrazione per rassicurare sul controllo comunale del
progetto, ma è cosa diversa dal definirlo un museo pubblico in senso pieno, con
personale assunto e gestione diretta dell’ente. Il Comune è, infatti, da mesi
alle prese con una vertenza interna legata al personale poiché non riesce ad
aumentare gli stipendi e a fare nuove assunzioni. Il sottodimensionamento
colpisce in particolare musei e biblioteche civiche. “Chi lavorerà nei nuovi
spazi annunciati, se già oggi manca personale per garantire l’apertura regolare
dei musei esistenti?”, chiedono i sindacati. Un interrogativo che riguarda anche
altri progetti in cantiere, come il futuro Polo della Memoria Democratica
nell’area dell’ex Scalo Ravone, e su cui pesa il precedente del Museo della
Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, la cui gestione è stata affidata alla
Fondazione Bologna Welcome. In questo quadro, tra residenti e lavoratori della
cultura cresce il timore che anche Futura possa essere esternalizzato, pur
restando formalmente “a guida pubblica”. Un aspetto su cui molti chiedono
maggiore chiarezza.
«Non siamo contro la cultura né contro un museo per bambini – chiarisce Spina –
ma contro un metodo. Ci viene detto che il progetto è partecipato, ma quando
chiediamo di fermarci e discutere davvero, la risposta sono le transenne e la
polizia. Uno schieramento tale non si vedeva dai tempi della strage dei
carabinieri. Ed è inspiegabile perché non c’è stata alcuna violenza nelle
settimane scorse che potesse giustificarlo».
Tuttavia la giunta comunale non pare voler sentire ragioni: «L’amministrazione è
convinta del percorso che sta facendo e non può accettare che una minoranza
occupi un cantiere», ha dichiarato l’assessore alla scuola, Daniele Ara, uno dei
più convinti sostenitori del progetto. Due narrazioni contrapposte che oggi si
fronteggiano intorno a un fazzoletto di verde diventato il simbolo di un
conflitto più ampio sulla città che Bologna vuole essere. (salvatore papa)
È trascorso un anno dall’emanazione della sentenza Cedu che condanna l’Italia
per aver violato il diritto alla vita di due milioni e mezzo di abitanti,
residenti in novanta comuni tra Napoli e Caserta. Gli anniversari possono
offrire occasioni autocelebrative ma servono anche a fare dei bilanci, tanto
più, nel caso specifico, in ragione del fatto che la corte ha concesso
all’Italia solo due anni per approvare misure generali per affrontare il
fenomeno dell’inquinamento in Terra dei Fuochi.
L’8 agosto 2025 il governo ha approvato il decreto legge n. 116, “Disposizioni
urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti per la
bonifica dell’area denominata Terra dei Fuochi”. Il decreto ha un approccio
prevalentemente sanzionatorio, con lo slittamento di diverse fattispecie di
reato da contravvenzioni a delitti punibili con la reclusione. Così facendo si
rende inapplicabile l’istituto dell’oblazione o della tenuità del fatto, che
avrebbero prodotto l’estinzione del reato, e si legittima l’utilizzo di
strumenti di indagine più invasivi, come le intercettazioni telefoniche,
l’arresto in flagranza differita e le operazioni sotto copertura. Il decreto
interviene in modo significativo sul Testo Unico Ambientale (TUA), introducendo
un’ulteriore differenziazione tra rifiuti pericolosi e non pericolosi. Configura
per ogni reato ambientale un’ipotesi base, per cui sono previste sanzioni
amministrative, e una più grave (c.d. “di pericolo”), quando dalla condotta
deriva un pericolo per la vita, per l’incolumità delle persone o per l’ambiente,
oppure qualora esso avvenga in siti già contaminati, per cui è prevista la
reclusione.
Il governo sembra mostrare i muscoli dinanzi all’annosa questione degli illeciti
in materia di rifiuti ma, a ben vedere, il tentativo maldestro di rispondere
alla sentenza Cedu si risolve nella creazione di un sistema ipertrofico, sempre
più complesso e di difficile applicazione, che finisce per generare anche
effetti paradossali: nella sua fattispecie più grave, l’abbandono di rifiuti non
pericolosi per opera dei singoli cittadini è punita con la reclusione fino a sei
anni; l’attività di gestione non autorizzata di rifiuti non pericolosi (con cui
si indicano una o più fasi nell’ambito della filiera, per opera di un’impresa o
un ente) è invece punita soltanto con una sanzione amministrativa. Ancora, il
reato di miscelazione non autorizzata (una sorta di “diluizione” di rifiuti
pericolosi con altri non pericolosi), pratica molto frequente in Terra dei
Fuochi, viene anch’esso declassato e punito con contravvenzione. Se il nuovo
articolo 259 aggiunge, inoltre, un’aggravante laddove i reati di combustione
illecita, spedizione illegale di rifiuti e gestione non autorizza siano commessi
nell’ambito di un’impresa, in sede di conversione è scomparsa la disposizione
che vedeva il titolare d’impresa responsabile anche per omessa vigilanza sugli
autori materiali del reato riconducibili all’impresa stessa. Pur chiedendo
quindi la corte maggior fermezza nel contrasto ai reati ambientali, del tutto
inascoltata è rimasta la richiesta di rendere più precisa la ripartizione delle
competenze e tra lo Stato e le regioni, per evitare sovrapposizioni o vuoti di
responsabilità.
Così formulato, l’inasprimento delle sanzioni per i crimini ambientali non solo
è inutile, ma è del tutto anacronistico. Lo fanno notare i membri
dell’opposizione in sede di discussione parlamentare: i rifiuti si muovono su
nuove rotte, e la criminalità organizzata non opera più esclusivamente nel
mercato illegale. Ha piuttosto gli occhi puntati sulle bonifiche, fa affari con
i comuni – spesso l’unico soggetto economico rilevante sul territorio –
attraverso appalti con affidamenti diretti e fumosi raggruppamenti temporanei o
consorzi, che consentono di eludere i controlli antimafia, concentrati
esclusivamente sulla società madre. A conferma di ciò, la recente scoperta di
una nuova discarica nel territorio tra Nola e Marigliano, i cui rifiuti, secondo
quanto riscontrato dai volontari antiroghi di Acerra, sembrerebbero provenire
proprio dalle operazioni di bonifica del Regi Lagni.
A fugare ogni dubbio circa il reale interesse dell’esecutivo ad affrontare la
questione, c’è la dimensione dello stanziamento previsto dal decreto, di
quindici milioni. Le previsioni di spesa formulate dal suo stesso commissario
fanno infatti riferimento a tutt’altro ordine di grandezza: dal suo
insediamento, il generale Vadalà redige ciclicamente una relazione sullo stato
dei lavori; i siti individuati a oggi sono duecento novantatré, di cui
ottantacinque sono di competenza pubblica e i restanti duecento otto di
competenza privata (rispetto a questi ultimi le varie amministrazioni comunali
dovrebbero agire in danno). Per la loro bonifica sono necessari dieci anni e due
miliardi di euro.
I quindici milioni previsti sono però insufficienti persino per i soli siti
individuati nel piano per il biennio 2025-2027, settanta circa di cui solo una
quindicina risultano già finanziati, o parzialmente finanziati, con fondi
regionali stanziati (in alcuni casi, già nel 2009, come per località
Calabricito). A questi finanziamenti vanno aggiunti gli ulteriori quarantotto
milioni stimati per le azioni di prevenzione della salute pubblica, i
biomonitoraggi e l’aumento degli screening per le patologie tumorali. Tocca
ahinoi citare, a tal proposito, il deputato dei Verdi Borrelli: «Con quindici
milioni ci può giusto pulire i guardrail degli assi periferici della provincia
di Caserta». Certo, sul finire dell’anno il governo ha emesso un ulteriore
stanziamento, proveniente dalle casse del ministero dell’ambiente. Ma si tratta
di appena sessanta milioni per le bonifiche, a cui vanno aggiunti due milioni di
euro per le attività di prevenzione sanitaria. Cifre che appaiono ancora
decisamente insufficienti.
E dunque, a che punto siamo con queste bonifiche? Sentiti telefonicamente i
membri del comitato esecutore della sentenza ironizzano: «Se non stiamo a zero,
siamo comunque a uno». Questa considerazione rispecchia in effetti quanto
scritto nel report: per i pochi siti finanziati si è ancora in una fase di
caratterizzazione e in alcuni casi di rimozione dei rifiuti top soil, per un
totale di tremila tonnellate. Sul versante tutela della salute lo scenario è
anche peggiore. Nei vari congressi che hanno preceduto l’anniversario della
sentenza, gli stessi esponenti politici che fino a qualche anno fa minimizzavano
i rischi connessi all’esposizione di sostanze contaminanti pericolosi – come
diossine, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici – intonavano come
un ritornello la necessità di aumentare screening oncologici, abbassare l’età
minima per l’accesso agli stessi e implementare biomonitoraggi. Tuttavia, l’Asl
Napoli 2 Nord, che più di tutte si sovrappone amministrativamente all’area della
Terra dei fuochi, non fornisce dati circa le attività di screening da giugno
2025.
Il comitato di esecuzione della sentenza Cedu, seppur critico nei confronti del
commissariamento, rinnova tuttavia la collaborazione con lo stesso, ma mette in
guardia rispetto a un preoccupante scenario. Senza un adeguato stanziamento di
risorse e un intervento strutturale sulla filiera dello smaltimento di rifiuti –
oggi frammentata in un sistema di scatole cinesi che favorisce la continua
movimentazione degli stessi – la corte potrebbe giudicare inadeguate le misure
messe in campo dal governo, e aprire un procedimento sanzionatorio per l’Italia,
i cui costi ricadrebbero, inevitabilmente, sulla collettività. (maddalena de
simone)
(disegno di manincuore)
Quindici minuti di salita tra rocce e arbusti. Peppe e io arriviamo in cima alla
collina che domina Cauciano, alto casertano. Davanti una cava ha sventrato la
montagna. A sinistra, capannoni industriali in fila lungo la statale. A destra,
la pianura coltivata fino al mare. Un’eco di musica arriva dalla concattedrale
di Calvi Risorta. Qui, duemila anni fa, c’era Cales, un insediamento preromanico
di circa sessantamila abitanti durante la tarda repubblica. “Qua se scavi un
metro e mezzo trovi di tutto”, ripetono gli attivisti. Tra muretti a secco e
macchia mediterranea, dalle colline della Terra di Lavoro si osserva un
paesaggio vivo ma sotto pressione.
Il presidio del Movimento Basta Impianti a Cauciano è stato indetto per bloccare
i lavori abusivi di un impianto a biomasse. I lavori, fermati il 23 gennaio,
fanno emergere la lentezza e la negligenza delle istituzioni e del comune di
Pignataro Maggiore, oggi commissariato. La società coinvolta è Ingegneria
Sostenibile Srl, che di sostenibile ha ben poco: mezzi pesanti entrati senza
autorizzazioni, cantieri avviati in fretta, vedette lungo le strade di campagna
per segnalare occhi indiscreti. I risultati oggi sono i sigilli, un noccioleto e
un noceto disboscati, una colata di cemento su un lotto agricolo.
La zona ASI, l’area industriale non lontana, è satura e soggetta a forte
attenzione mediatica. L’interesse quindi si sposta sulle colline agricole,
sempre più bersagliate dalla pressione speculativa. Cauciano diventa il punto di
contatto tra due mondi: profitto e devastazione contro comunità e dignità dei
territori. In questo contesto nasce il Consiglio Popolare della Terra di Lavoro:
strumento per coordinare mobilitazioni, rafforzare la partecipazione,
riaffermare le decisioni dal basso.
Non ero estraneo alla questione di Cauciano. Ne avevo sentito parlare all’ultima
assemblea del Movimento e poi il 29 gennaio scorso, durante l’audizione ottenuta
in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. «La provincia di Caserta
conta centoquattro comuni, più di centocinquanta impianti ad alto impatto e
cinque pronto soccorsi pubblici aperti». Biagio Sarnataro, trentacinquenne
attivista, inizia così il suo intervento in Commissione, sottolineando la
rilevanza nazionale delle istanze della Terra di Lavoro. Cita le bonifiche mai
fatte, i roghi ciclici come elementi di un sistema criminale, la produzione
schizofrenica di nuove autorizzazioni per impianti energetici. «La popolazione
di Terra di Lavoro ora è un soggetto politico ed è disposta a tutte le forme di
lotta. Vogliamo un piano sanitario straordinario e vogliamo smettere di piangere
i nostri cari e i nostri coetanei».
A seguire interviene Giovanni Merola, avvocato e attivista: «Vorrei fornire
alcuni elementi sul passato immediato di queste lotte per motivare ciò che
ritengo essere un disegno criminale e sistemico. Ormai sappiamo che riempire i
capannoni fino all’orlo di rifiuti e dargli fuoco è un vero e proprio modus
operandi. A fronte di quest’evidenza, la risposta istituzionale è sempre stata
repressiva. Ci siamo trovati ad affrontare processi come attivisti, tutti
conclusi con assoluzioni piene. Hanno denunciato ragazzi, madri, nonni. Abbiamo
intravisto un disegno volontario, abbiamo anche temuto che le istituzioni
facessero parte di questa distopia criminale».
Merola cita una recente sentenza. Violazione dell’articolo 18 del Testo Unico di
pubblica sicurezza: manifestazione non autorizzata, contestata per
l’organizzazione di una tavola rotonda nella piazza di Capua. Erano presenti
sindaci, senatori, tanti cittadini. L’accusa: avrebbero dovuto presentare la
richiesta alla questura e non ai vigili urbani. Notizia del 2 febbraio è un
altro sequestro per illeciti che coinvolge un impianto di stoccaggio tessile,
proprio a Capua.
Segue l’intervento di Raimondo Cuccaro, ex sindaco di Pignataro Maggiore. «C’è
inerzia delle autorità a causa di ingenti interessi economici. Vediamo coinvolte
la criminalità organizzata e la negligenza, per non dire il favore, di una parte
della classe politica locale. Mi sono fortemente opposto alla realizzazione del
rigassificatore della Snam Mobilità Spa a Pignataro Maggiore. Questa struttura
si trova a meno di centocinquanta metri dall’impianto che produce gas tecnici,
aria liquida, argon, e idrogeno. Due impianti adiacenti di questo tipo in
un’area così piccola produrrebbero un risultato devastante in caso di guasti,
incendi o terremoti. Salterebbe in aria tutta Pignataro».
Aggiunge che i lavori del rigassificatore, a pena di decadenza, sarebbero dovuti
iniziare nel 2021. Hanno avuto attuazione solo nel 2024. L’impianto è inoltre in
deroga alle prescrizioni urbanistiche del piano ASI, che regolamenta la zona
industriale. Il piano è sovracomunale e viene sistematicamente derogato,
aggiunge Cuccaro. «A questo punto chiedo aiuto al Parlamento, che dovrebbe
essere interessato alla salute dei cittadini».
La risposta istituzionale arriva dall’onorevole Alifano, Movimento Cinque
Stelle. Parla di una terra violentata, partendo dalle cave fino all’utilizzo
sconsiderato del suolo. Si dice solidale, propone un’ulteriore commissione
parlamentare sul tema sanitario, promette controlli su autorizzazioni scadute.
Intanto, in contemporanea, si riunisce la giunta regionale a Napoli per
discutere gli stessi temi con un’altra compagine del Movimento Basta Impianti,
alla luce della promessa del neo-eletto consigliere Raffaele Aveta di produrre
una legge regionale fortemente ispirata dalle vertenze di Terra di Lavoro.
In cima alla collina, poco dopo aver ripreso fiato, ci arriva una telefonata:
Raimondo Cuccaro, l’ex sindaco di Pignataro, è venuto al presidio e vuole
condividere alcune informazioni con noi. Capitomboliamo giù per fargli alcune
domande sulla vicenda di Cauciano.
«Qui l’impianto previsto – ci dice –, da oltre sette milioni di euro su
quarantamila metri quadri di terreno agricolo, finisce al centro di una vicenda
fatta di vincoli nascosti, firme false e lavori bloccati. L’area individuata per
l’impianto a biomassa e metano, secondo il regolamento urbanistico comunale, non
sarebbe nemmeno idonea a ospitare strutture industriali, consentite solo nelle
zone artigianali e dedicate. Alcune particelle risultano aree boscate sottoposte
a vincolo paesaggistico, mai dichiarato nella Procedura abilitativa semplificata
(Pas) presentata dalla società. Il terreno sarebbe già stato asservito ad altre
costruzioni, quindi di fatto non edificabile. Una circostanza emersa solo dopo
l’esposto di un cittadino, mio figlio, che ha portato il Comune a dichiarare
inefficace l’autorizzazione. Infine il colmo: il presunto direttore dei lavori
disconosce l’incarico e denuncia firme contraffatte. Per l’amministrazione si
tratta di un atto inesistente. Il Tar respinge la richiesta cautelare della
società Ingegneria Sostenibile Srl, mantenendo, di fatto, lo stop ai lavori.
Oggi resta un’ordinanza di ripristino e una vicenda che solleva pesanti
interrogativi su legalità, ambiente e tutela del territorio».
Ma la domanda è un’altra. Quante volte il cemento è arrivato prima delle
istituzioni? Quanti altri cantieri sono partiti con la stessa strategia:
forzare, costruire, poi eventualmente doversi difendere in tribunale? Perché in
Terra di Lavoro sembra che il metodo sia sempre lo stesso: occupare con la
forza, contare sull’inerzia istituzionale, scommettere sulla stanchezza delle
comunità. Troppo spesso si assiste a fenomeni di governance occulta tra sindaci
conniventi, uffici tecnici comunali e ditte speculative. Cauciano è un caso, ma
è anche un simbolo. È la prova che quando le istituzioni latitano, sono i
cittadini a dover presidiare il territorio. Metro per metro. Collina per
collina. Il sole scende e ingiallisce la pianura, l’eco della musica si dissolve
nell’aria, ma una cosa è chiara: questa lotta non è finita. È appena cominciata.
(edoardo m. benassai)