(disegno di sam3)
I primi giorni di settembre è stata resa pubblica la notizia del ritrovamento in
Calabria di xylella fastidiosa, un batterio da quarantena che causa il
disseccamento degli ulivi. Un decreto regionale ha ufficializzato il rilevamento
della sottospecie pauca del batterio su sette alberi di ulivo nel comune di
Taurianova, in provincia di Reggio Calabria. Le analisi, condotte dal sistema
fitosanitario regionale e validate dal Crea (Consiglio per la ricerca in
agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), hanno portato all’immediata
istituzione di un’area delimitata, che comprende una zona infetta e una fascia
cuscinetto di circa due chilometri. Nei giorni successivi, le dichiarazioni
istituzionali hanno assunto toni che richiamano da vicino quelli già osservati
in Puglia durante la cosiddetta emergenza del disseccamento degli ulivi, durata
oltre un decennio, di cui abbiamo scritto sul numero 12 de Lo stato delle città.
L’assessore regionale all’agricoltura ha definito il ritrovamento “un inizio di
epidemia” e ha affermato che la Regione interverrà “con grande determinazione”
per evitare che il fenomeno possa propagarsi ulteriormente. Parallelamente,
rappresentanti del mondo tecnico e agronomico hanno invocato una risposta
“immediata, coordinata e rigorosamente fondata sulle evidenze scientifiche”,
sottolineando la necessità di applicare tempestivamente le misure di
eradicazione e rafforzare la sorveglianza del territorio.
Per comprendere la portata di tali dichiarazioni occorre ricordare la vicenda
pugliese della xylella nel Salento, dove dal 2013 il disseccamento degli ulivi è
stato progressivamente ricondotto, nel discorso istituzionale e mediatico
dominante, alla presenza del batterio. In quel contesto, una crisi ecologica
estremamente complessa è stata quasi sempre rappresentata attraverso una
spiegazione con un’unica causa, nella quale xylella è divenuta il principale
fattore interpretativo del fenomeno. È proprio questa eredità narrativa e
politica che sembra riemergere oggi in Calabria, ancora prima che si registrino
manifestazioni diffuse di disseccamento assimilabili a quelle osservate nel
Salento. Il ritrovamento del batterio xylella in Calabria sembra prefigurare la
riattivazione di un dispositivo ormai familiare nel panorama agricolo
meridionale. Prima che emergano evidenze di fenomeni significativi e prima che
si apra una discussione approfondita sulle caratteristiche specifiche del
contesto locale, il dibattito pubblico appare già orientato verso misure
straordinarie: delimitazione delle aree infette, programmi di eradicazione,
sostituzione delle varietà tradizionali con cultivar considerate resistenti,
nuovi programmi di finanziamento per la riconversione agricola.
Come è accaduto in Puglia, la presenza del batterio tende rapidamente a
trasformarsi in una condizione emergenziale che giustifica l’attivazione di
specifiche forme di intervento sul territorio. L’aspetto più significativo non
risiede nell’individuazione dell’agente patogeno, bensì nel processo attraverso
il quale la sua presenza viene tradotta in una particolare forma di
governabilità. Ciò che osserviamo non è soltanto una risposta a un rischio
biologico paventato, ma la costruzione di un regime discorsivo che anticipa e
orienta le possibili trasformazioni del paesaggio agrario.
In Calabria, allo stato attuale, non si registrano fenomeni di disseccamento
diffuso assimilabili alla crisi che ha interessato il Salento. Eppure, la
semplice identificazione del batterio sembra sufficiente a evocare scenari di
devastazione, mobilitando immagini, narrazioni e strategie operative elaborate
durante l’esperienza pugliese. In questo senso, xylella agisce non come
organismo biologico, ma come segno politico capace di rendere imminente una
catastrofe assente dal paesaggio visibile. L’emergenza non nasce necessariamente
dall’osservazione di un disastro in atto, ma dalla costruzione di una minaccia
potenziale che richiede interventi immediati. È precisamente questa
anticipazione del rischio a produrre gli spazi di legittimazione per misure che
altrimenti incontrerebbero maggiori resistenze sociali e politiche. L’emergenza
fitosanitaria costituisce uno dei dispositivi attraverso cui prende forma la
governamentalità, ovvero quell’insieme di pratiche, saperi e tecniche mediante
cui i territori e le popolazioni vengono resi leggibili, amministrabili e
trasformabili. Una volta definito il problema, diventa possibile stabilire quali
conoscenze siano ritenute valide, quali soggetti siano autorizzati a intervenire
e quali trasformazioni possano essere presentate come necessarie e inevitabili.
Come mostrano numerose osservazioni sviluppate negli anni della crisi pugliese,
il disseccamento emerge dall’interazione tra una pluralità di organismi e
processi: batteri, funghi patogeni, insetti vettori, stress idrici, cambiamenti
climatici, pratiche agronomiche e trasformazioni socioeconomiche del mondo
rurale. Al contrario, la riduzione del disseccamento degli ulivi alla sola
presenza del batterio xylella assume un’importanza strategica. La
semplificazione della complessità ecologica consente, infatti, di costruire una
relazione causale lineare tra batterio e malattia, trasformando un fenomeno che
coinvolge molteplici attori biologici, ambientali ed economici in un problema
tecnicamente definito e amministrativamente gestibile. L’approccio emergenziale
tende però a espellere questa complessità dal campo della rappresentazione
pubblica. Ciò che resta visibile è una spiegazione mono-causale che identifica
un nemico biologico e giustifica una risposta tecnico-amministrativa
proporzionata alla minaccia costruita ad hoc per introdurre una vero e proprio
mutamento, una trasformazione dei territori calata dall’alto, come spiega molto
bene Giovanni D’Elia.
Anche le cifre hanno assunto una funzione narrativa. L’inesattezza numerica è
ingrediente essenziale nella produzione dell’emergenza: le cifre catastrofiche
vengono trasformate in strumenti di persuasione collettiva. Numeri, mappe,
proiezioni e scenari futuri contribuiscono a costruire un immaginario della
devastazione che rende difficilmente contestabile l’adozione di interventi
straordinari. La crisi viene così narrata come inevitabile, mentre determinate
soluzioni vengono presentate come le uniche razionalmente perseguibili. Ciò che
emerge è qualcosa di più di una questione fitosanitaria. Attraverso il
linguaggio dell’emergenza vengono ridefinite le forme di utilizzo della terra,
le varietà considerate economicamente desiderabili, i flussi di finanziamento
pubblico e le modalità stesse di abitare il paesaggio rurale. L’uliveto
tradizionale, con la sua biodiversità varietale e la sua dimensione
storico-culturale, rischia di essere reinterpretato secondo criteri sempre più
orientati alla standardizzazione produttiva e alla gestione tecnica del rischio.
Come scrive il comitato Ulivivo, la forza della narrazione emergenziale sta
proprio nella sua capacità di ridurre la complessità e rendere lineare qualsiasi
passaggio logico. Disseccamenti uguale xylella; xylella uguale abbattimenti e
sostituzioni; abbattimenti e sostituzioni uguale salvezza del territorio. Una
concatenazione apparentemente semplice che, però, da un lato è basata sul falso
assunto dell’equivalenza fra disseccamento e xylella (i dati ufficiali della
Puglia dimostrano che la maggior parte degli ulivi disseccati non è positiva a
xyella), dall’altro, occulta le vere ragioni alla base di tale sconvolgimento
colturale e culturale. Come hanno mostrato numerose osservazioni e ricerche
condotte in questi tredici anni in Puglia, gli alberi disseccati sono il
risultato dell’incontro di molteplici attori biologici e ambientali: funghi
patogeni, insetti rodilegno, pratiche agricole errate, condizioni climatiche
estreme, impoverimento microbiologico e di sostanza organica dei suoli e
trasformazioni economiche del mondo rurale. Ridurre tale complessità a un
batterio significa impedire di considerare tutti i processi ecologici che
rendono possibile l’emergere della malattia. È la stessa logica che porta a
interpretare il paesaggio e tutti i caratteri di un territorio come uno sfondo
passivo da correggere tecnicamente, piuttosto che come il risultato di relazioni
storiche secolari, biologiche e sociali che coinvolgono esseri umani e non
umani.
Parallelamente, l’attenzione pubblica raramente si concentra sugli effetti
economici generati dall’emergenza. Ogni crisi apre, infatti, specifici flussi di
finanziamento destinati a monitoraggi, analisi, espianti, produzione di
biomassa, reimpianti con piante brevettate, riconversioni varietali e operazioni
di svendita e gestione territoriale. In questo senso la xylella non rappresenta
soltanto un problema fitosanitario, ma anche un dispositivo che mobilita
risorse, ridefinisce priorità amministrative e contribuisce a trasformare il
valore economico dei territori coinvolti. Le conseguenze riguardano tutti gli
aspetti legati al territorio, da quello socio-culturale a quello economico, da
quello identitario a quello della sovranità alimentare di chi abita quel
territorio. Dove un tempo esistevano uliveti secolari composti da pregiate e
uniche varietà locali, emergono nuovi assetti agricoli, nuove cultivar, nuove
relazioni tra agricoltori, mercato e istituzioni. In altre parole, l’emergenza
produce una vera e propria riconfigurazione territoriale. In Puglia l’emergenza
xylella ha prodotto il crollo vertiginoso del valore dei terreni, la
significativa riduzione del numero di piccoli e medi imprenditori agricoli, lo
spostamento dei finanziamenti a sostegno dell’agricoltura verso le grandi
aziende, la comparsa di numerosissimi progetti per la realizzazione di impianto
eolici e fotovoltaici.
La possibile estensione del modello pugliese alla Calabria appare dunque come un
processo di territorializzazione dell’emergenza. Non si tratta semplicemente di
contenere un batterio, ma di rendere il territorio disponibile a nuove forme di
pianificazione, investimento e riconfigurazione agricola. In questo senso, la
presenza della xylella opera come un punto di ingresso attraverso cui diventa
possibile intervenire sul paesaggio, riorganizzare le economie locali e
ridefinire gli stessi criteri di valore attribuiti alle campagne mediterranee.
La lezione che emerge dall’esperienza pugliese è che le crisi ecologiche non
possono essere comprese unicamente come eventi naturali. Esse sono anche
processi narrativi e politici che selezionano cause, producono evidenze e
orientano interventi. Osservare ciò che accade oggi in Calabria significa allora
interrogarsi non tanto sulla supposta diffusione di un batterio, ma sulla
riproduzione di una forma di governo che, attraverso la retorica dell’emergenza,
trasforma la complessità dei paesaggi in oggetti di amministrazione tecnica. È
in questa traduzione della complessità in governabilità che si gioca la vera
posta in gioco della questione xylella nel Mezzogiorno. (giuseppe vinci)
Tag - ambiente
di Nicoletta Dosio Ruspe e polizia nel Bosco Ospizio di Reggio Emilia, dove un
progetto edilizio minaccia un’area verde ricca di biodiversità. Il quartiere
resiste e il presidio incontra la …
di Gianni Sartori Il governo Milei apre la Patagonia ai megadata center con
incentivi fiscali e garanzie trentennali, mentre continua la repressione dei
mapuche. Dalla condanna di Facundo Jones Huala …
(disegno di escif)
Circa le otto di sera, entroterra cilentano, terrazza di Perito, provincia di
Salerno. Il tramonto si anticipa a fine estate. Ho attraversato il paese con
Antonio Pellegrino, cofondatore della cooperativa sociale Terra di Resilienza e
del Palio del Grano, giunto quest’anno alla ventiduesima edizione. Ai piedi dei
tre scalini della cappelletta della Maddalena, incontriamo alcune signore sedute
fuori casa. Antonio si ferma e chiacchiera con loro in cilentano stretto – di
grano, di varietà locali, di mietitura. Diffidenti all’inizio, le signore si
aprono quando riconoscono nelle sue parole la conoscenza delle stesse pratiche
di un passato che sembra lontano. Maria, una di loro, ci apre le porte della
cappella della Maddalena, dopo una breve visita proseguiamo verso la
terrazza. «Io sono un sostenitore dello spontaneismo. La spontaneità è un
esercizio vitale anti-pianificazione, determinante per molte cose. Almeno per me
lo è stato. Non è tanto legato all’occasione. Adda succedere
perché adda succedere».
Con questa frase si può leggere tutto il resto.
Dopo gli anni di studio a Napoli, cosa ti ha riportato a Caselle in Pittari?
«In realtà ero già tornato a Caselle, perché l’università l’ho fatta in età
adulta. Mi sono iscritto a trent’anni, mi sono laureato a trentacinque. Sono
andato all’università proprio perché avevo voglia di fare un percorso
accademico. Mi ero iscritto all’università già appena diplomato, però mollai
dopo sei mesi. Poi sono andato in Toscana».
Che facevi in Toscana?
Sono andato in Toscana perché dovevo fare il militare. Volevo mettere da parte
un po’ di soldi. Però, arrivato là, mi hanno fatto una proposta di lavoro, di
entrare in una società. Ho fatto per tre anni l’imprenditore. Guadagnavo bene.
Avevo dei soldi a venticinque anni, con grandi responsabilità. Però questo è
coinciso pure con la mia politicizzazione, con la necessità di tornare. Quindi
ho venduto le mie quote sociali e sono tornato. Quindi più che un ritorno da
Napoli, è stato un ritorno dalla Toscana. Dopo quattro anni sono tornato con una
voglia operativa incredibile. Ti sto parlando di anni pure molto particolari, il
G8 di Genova, la nostra voglia di partecipazione, di una politicizzazione che
non era più di partito. Insomma, il tema di quegli anni era il no-global, ci
chiamavano no-global. Ora il paradosso è che i no-global sono diventati quelli
di destra… E quindi, dopo quattro anni, torno con la voglia di conoscere le
montagne, la storia, la geografia. Ho fatto un’indagine totalizzante, con questo
bisogno di definire il proprio. Era più che altro la necessità di avere un
quadro più chiaro sullo sviluppo del pensiero e del territorio in ambito storico
e politico — in mezzo, il percorso di sociologia a Napoli, tra il 2008 e il
2012. Col ritorno dalla Toscana è nato pure il Palio del Grano, che poi è la
cosa che forse più di tutto mi ha cambiato la vita.
«L’ispirazione è stata mettere insieme la cultura del palio che avevo conosciuto
in Toscana con un ricordo infantile, quando con mio nonno si mieteva il grano a
mano… Vabbè, ho avuto uno strano battesimo. Nel senso che appena sono entrato
nel grano, il mio primo ricordo è che un biacco, una serpe nera, mi è passato in
mezzo alle gambe. Quando si mieteva il grano partecipava la famiglia allargata,
dieci-dodici persone. E la storia riguarda compa’ Giovanni Terenzio, un parente
di famiglia, nipote di mia nonna. Io andavo con loro e avevo il compito di
andare a prendere l’acqua alla sorgente, “alla lancetta”, che è un contenitore
di terracotta. Avevo dieci anni. Compa’ Giovanni in quell’occasione mi mise la
falce in mano. Mi diede le prime lezioni di mietitura. Quando ho iniziato a
tagliare il grano, mi faceva: “Nun te fa fa o’ zaccano”. Quando due mietitori
lavorano, se uno va più veloce dell’altro e gli taglia la strada, il primo si
riposa e l’altro deve mietere per tutti e due. Era un gioco. Da quel gioco è
nato il Palio del Grano, da quella nozione. Lo organizziamo con la Proloco di
Caselle in Pittari dal 2005, prima edizione. Poi la prima Biblioteca del Grano,
nel 2008. Di seguito sono venute fuori un po’ a cascata tutte le altre storie.
La cooperativa sociale Terra di Resilienza, costituita nel 2012 insieme a Dario,
Claudia e Marianna, aveva pure lo scopo di rendere produttiva quest’attività che
avevamo recuperato con la Proloco. Poi abbiamo aperto il mulino, la biblioteca.
Quindi oggi vivo e lavoro di questo. La cooperativa è diventata il braccio
operativo; il palio, invece, è più un’azione volontaria che attraversa il
paese».
Come ti sei avvicinato alla coltivazione dei grani antichi?
«Abbiamo iniziato con un’attività di recupero delle varietà di grano locali,
siamo partiti con quattro varietà, di cui due erano proprio
indigene, ianculidda e russulidda, varietà di grano tenero. Una siamo riusciti a
iscriverla pure al registro delle varietà della conservazione regionale. Poi è
la morfologia della spiga che caratterizza spesso i nomi, della granella o della
farina. La cultura tradizionale era morfologica: ‘u guascio, ‘u chiatto, ‘u
cicato, ‘u carusato, ‘a russia, che è più rossa. Insomma, si parla di varietà
locali, non ibride, e sono tutte molto variabili – c’è grande eterogeneità,
quindi già chiamarle varietà è una cosa impropria. La forma “grani antichi” esce
fuori con gli americani. Io un po’ la ripudio, perché sembra una cosa di mummie
sterili. Non è perché sono contro gli americani, ma perché sono gli stessi della
rivoluzione verde. È una vecchia storia. Hanno preso il lavoro di Strampelli, il
genetista italiano, associato alla propaganda agraria di Mussolini. Di fatto il
patrimonio genetico dei grani realizzati da Strampelli è diventato la base per
il miglioramento che ha fatto poi Norman Borlaug americano, che ha ricevuto il
premio Nobel e ha fatto nascere la Green Revolution, la rivoluzione verde. C’è
la genetica, c’è il modo in cui è scritto un seme, quindi il contributo
genetico, ciò che portano i geni e la progenie, ma poi c’è l’epigenetica, quindi
c’è l’adattamento di anno in anno a condizioni pedologiche, climatiche,
ambientali, alla pressione dei contadini. Quindi i semi non sono monoliti».
Cos’è per te il folclore oggi in questi territori?
«Il folclore è celebrare la morte di qualcosa, questo è il mio punto di
vista. Ovviamente si intende per folclore e per folk tutto ciò che attiene alle
radici culturali di un paese, alle specifiche appartenenze simboliche e
materiali di una comunità, però quello che oggi analizzo criticamente, più che
il folclore, è la folclorizzazione. Cioè il fatto che viene celebrata questa
musealità, il “fatto a mano”. I cavatelli fatti a mano con la farina del Canada.
Questo significa che non si ha una relazione con la terra, col proprio paesaggio
agrario. Il Cilento è patrimonio Unesco in quanto paesaggio culturale, che è
soprattutto la relazione del corpo con l’ambiente in cui si trova. Come la fai
l’ecologia se non hai prossimità alimentare? Che non significa guardarsi
l’ombelico, non si vive di solo pane per l’amor di dio… Diciamo che
l’antropologia, culturalmente intesa, sui territori appenninici è legata
all’addomesticazione della montagna, quindi soprattutto alla pastorizia. Nel
tempo è venuto meno quest’impianto, questo substrato culturale legato alle
pratiche – cioè a mangiare il proprio pane, a pascolare, a usare il
cacio-ricotta piuttosto che il parmigiano. Venendo meno questo mondo, lo si
rispolvera in feste, sagre, in una musealità senza senso, dove c’è
un’espressione museale appunto. Nel folclore si celebra la nostalgia, il dolore
di casa, perché ci si rende conto che stiamo morendo. Poi i paesi qui intorno,
quindici-venti giorni all’anno, si fanno una bella botta di endorfine – lo si
vede in questo “festival bar”, in questi palchi…».
Oltre a coltivare la terra, il Cilento che attraversi coltiva anche un’idea di
futuro?
«Secondo me, dove c’è cultura che diventa radice operativa c’è sempre futuro. Se
stiamo qua, in questo preciso punto e, per assurdo, domani una bomba rompe
l’acquedotto e tutta l’industria non riesce più a portare l’acqua, dobbiamo
andare a trovare la sorgente – io so dov’è. Ecco, quello è il futuro. Ma uno
dice: tu vedi il futuro solo nella disgrazia del mondo organizzato così? Lo vedo
anche in questo. Il Covid ci ha già dato un piccolo riscontro, ma lo vedo anche
nel selvatico. Nella capacità di creare spontaneismo attraverso queste radici
culturali, dentro questi ultimi delta. Questo lo vedo fertile per lo
spontaneismo. Forme spontanee, che non significa reazionarie, non significa
disorganizzate, ma che significa ancora lo stare come elemento fondante – lo
stare in termini di mente locale, lo stare in termini di riuscire a quadrare una
dimensione del proprio, come spinta».
Uno stare o un restare?
«Nel restare ci vedo già uno slancio politico dichiarato. Lo spontaneismo in
quanto tale non è dichiarato, non è rivelato – bisogna rivelarlo,
addomesticarlo. Il mio sta nel tornare alle pratiche, alle cose da fare».
Quali sono le pratiche di una comunità per te?
«Le pratiche sono pure impegnarsi. Mangiare il pane più prossimo, bere l’acqua
più prossima, fare le condoglianze se è morta la nonna del vicino, condividere
il cibo – vorrei ritrovare una dinamica dell’insieme, della prossimità nel senso
umano. Caselle è inserita nei flussi che caratterizzano tutti i paesi interni.
Il nostro è un piccolo approdo, come quello di tante realtà che si sono attivate
nei territori. Come quando devi scalare una parete e tieni un appiglio. I
processi culturali dell’Appennino intanto sono in un dirupo. Gli immaginari non
si sviluppano più a livello locale, si sviluppano in reti distanti, online. In
una società che sceglie cose emotivamente più facili, più raggiungibili, sono
pochi quelli che scelgono un lavoro lento, progressivo e sedimentario. Però il
mondo è grande, e noi siamo comunque occidente. Io una risposta sulla prossimità
umana la vedo nelle cosiddette periferie del mondo. Lì c’è spontaneismo…».
(edoardo m. benassai)
(disegno di resli)
Ad Airola l’aria non appartiene alle stagioni né alla terra. È la recidiva di un
processo instradato da atti criminali, da infiltrazioni silenziose che si sono
stratificate negli anni, mentre la narrazione superficiale raccontava di una
primavera che non c’era più. Quando il 31 agosto scorso la colonna di fumo nero
è tornata ad alzarsi sulle case, il pensiero di tutti è andato a quel 13 ottobre
2021, all’incendio che scoppiò nello stabilimento Sapa saturo di materiali
plastici e solventi.
L’incendio questa volta ha riguardato l’impianto di stoccaggio rifiuti Eco
Energy, nell’area industriale, e ha bruciato per giorni tonnellate di plastica,
rifiuti indifferenziati e materiali non identificati. Il sito in questione,
sottoposto a sequestro preventivo già nel 2022 nell’ambito di indagini per
auto-riciclaggio, e poi finito in amministrazione giudiziaria, era stato
nuovamente sigillato nell’aprile 2024 dai militari del Nucleo operativo
ecologico di Napoli, dopo il riscontro di reati gravissimi per gestione illecita
dei rifiuti e scarichi abusivi. Parliamo di un complesso dove la quantità di
rifiuti stoccati era sessantaquattro volte superiore al limite consentito.
Cumuli imponenti ostruivano persino il passaggio dei lavoratori, materiali erano
affastellati direttamente sulla terra, esposti alla pioggia senza alcuna
protezione, mentre un capannone abusivo di duemila metri quadri veniva usato
come discarica coperta. A questo si aggiunge la mancanza di presidi antincendio
e la scarsa autonomia di manovra per i mezzi di soccorso.
Tra sequestri, amministratori giudiziari, rimpalli di responsabilità tra
tribunali ed ex gestori indagati persino fuori regione per smaltimento illecito,
la Eco Energy è diventata un bomba a orologeria, nonostante i doveri di
sorveglianza delle autorità preposte.
Ma ciò che sta succedendo ad Airola non è un caso isolato, è l’ennesimo segnale
di una patologia di ampia estensione. Secondo gli ultimi dati del report
Ecomafia di Legambiente, la Campania si conferma in cima alle classifiche per
reati ambientali in Italia. Se si guarda al solo ciclo dei rifiuti, gli illeciti
continuano a registrarsi con ritmi impressionanti. Non si tratta di semplice
mancanza di senso civico: è un mercato criminale da miliardi di euro l’anno,
portato avanti da reti organizzate di imprenditori senza scrupoli, con relazioni
personali, complicità istituzionali e precisi modi di pensare e agire.
UNA COESISTENZA ILLOGICA
Per capire il perché di questi accadimenti occorre fare un passo indietro, agli
anni Settanta. È in quel decennio che l’illusione della modernizzazione e del
posto fisso rimpiazza la vocazione agricola del luogo, facendo della Valle
Caudina territorio fertile per le ambizioni industriali.
Vivere oggi in un paese come Airola significa fare i conti con una coesistenza
forzata e per questo illogica tra globale e locale. Lo si intuisce subito
osservando aree con differenti funzionalità, dove non si percepisce distinzione
tra uso agricolo, industriale e centro abitato. Un esempio evidente è quello del
corso principale, corso Montella, che divideva anche socialmente il paese in
due: sul marciapiede più ampio passeggiavano i signori, sull’altro i contadini.
Oggi quella striscia di basolato è la metafora di ciò che siamo: un territorio
dove l’illusione industriale sfiora gli orti casalinghi e il centro abitato si
stringe alle fabbriche. Su quel corso camminano i residui di una coscienza
civile e il tacito assenso: nessun borgo è idilliaco, nessuna comunità è del
tutto incolpevole.
Ancora oggi la zona industriale presenta tutte le criticità ambientali storiche,
rilevate nel tempo anche dall’Arpac: impianti ad alto impatto come quelli dove
operano le aziende per il trattamento rifiuti, quelle di lavorazione pelli che
hanno compromesso aria e suolo, le attività metalmeccaniche, e un abusivismo
edilizio che sfida la natura da troppo tempo.
L’incendio non è una fatalità: è il tassello di una mutazione sociale e
urbanistica che ha sconfinato in uno spazio di cui nessuno si sente padrone, ma
di cui tutti siamo responsabili. In questo vuoto, la gestione opaca dei rifiuti
si incunea con facilità, ed ecco che i capannoni svuotati nel tempo dalla
produzione sono diventati luogo di stoccaggio oltre i limiti, trappole
ecologiche pronte a prendere fuoco al primo intoppo burocratico o giudiziario.
IL MITO DEI BORGHI
La narrazione dominante descrive oggi tanti piccoli paesi italiani come santuari
inviolati, mentre operazioni di marketing territoriale raccontano una ruralità
edulcorata, fatta di borghi felici e cieli tersi. La realtà delle nostre
province smentisce però questo patrimonio di idee. L’eco-criminalità e la
sconsiderata gestione dei rifiuti non sono fantasmi lontani, camminano
silenziose accanto a noi, infiltrandosi anche dove le comunità si credono al
sicuro.
Già negli anni Duemila, quando esplose l’emergenza rifiuti, la Valle Caudina fu
chiamata a pagare il suo tributo con la discarica di Tre Ponti a Montesarchio.
Nata per accogliere milioni di metri cubi e ridotta a 480 mila dopo le barricate
popolari, quella cava senza bonifica e con milioni di euro pubblici spesi solo
per gestire il percolato, vent’anni dopo testimonia ancora come la risposta
emergenziale sia la norma nella nostra terra.
Ma la vulnerabilità travalica i confini. Nel cuore dell’Alta Irpinia il caso di
Nusco ne è la riprova: le ispezioni dell’Arpac sollecitate dai miasmi denunciati
dai cittadini hanno rivelato nel suolo veleni fuorilegge come cadmio, cromo VI,
mercurio e solventi clorurati. E proprio in queste ore l’imponente incendio
divampato a Taverna del Re – lo storico e gigantesco sito di stoccaggio di
ecoballe nel giuglianese – si specchia in modo speculare e angosciante con il
rogo di Airola.
Il filo conduttore è lo stesso: l’eco-criminalità e l’incuria ambientale non
sono solo reati, ma fanno parte di un approccio culturale che considera la
provincia come una discarica in cui bruciare le responsabilità. È per questo che
bisogna svegliarsi dal sonno stantio della vita lenta e dei borghi
incontaminati: la lentezza che ci stiamo raccontando non è armonia con la
natura.
La mobilitazione ad Airola di domenica 6 settembre, su iniziativa di giovani
locali, è stato un primo e chiaro segnale della volontà di non cedere più alla
tentazione della passività, gettando le basi per interventi di ricostruzione che
non si fermino al clamore e che non restino chiusi dietro porte di vetro. Siamo
il tassello di un’economia che – lo ha ricordato il dottor Marfella durante la
manifestazione – dovrebbe garantire il benessere e la felicità collettiva, un
principio che è stato deviato, mettendo gli interessi di pochi davanti alla
salute pubblica e all’ambiente.
A quegli interessi è necessario rispondere mobilitandosi in tanti, perché, come
hanno denunciato gli attivisti di Stop Biocidio presenti domenica ad Airola, la
Terra dei Fuochi non è un perimetro ristretto, ma una geografia estesa di veleni
che vive del mito ipocrita del riciclo, di capannoni strapieni di rifiuti
industriali che prendono fuoco quando il danno è ormai consumato. L’Italia è già
stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver
informato i cittadini sui rischi che correvano: pretendere dati reali e verità
sanitaria è l’unica via rimasta.
L’esigenza di rivendicare risposte è stato, in effetti, il focus di molti
interventi dei cittadini e dei rappresentanti della associazioni che hanno
animato anche il consiglio comunale straordinario di lunedì 7 settembre. È stata
una lunga seduta, conclusa con l’approvazione unanime di una delibera che
impegna l’amministrazione a intervenire su bonifica, monitoraggio sanitario e
ambientale, sorveglianza della popolazione esposta, tutela delle attività
produttive, ristori e agevolazioni per le aziende colpite, oltre alla
costituzione di un’unità di crisi e al coordinamento con i sindaci della Città
Caudina.
A queste legittime pretese dobbiamo continuare ad affiancare l’abnegazione nello
studio dei nostri contesti, la richiesta di riscontri e di accesso ai dati per
opporci al disastro, aggirando le scorciatoie narrative. Chi opera nel mondo
dell’associazionismo ha il dovere di proporre questo nuovo sguardo, perché,
oltre alla mobilitazione, diventa importante costruire un abbecedario della
cittadinanza, un percorso che aiuti tutti ad acquisire conoscenze, strumenti e
nuovi approcci.
«Nei paesi – mi ha detto Miriam Corongiu: agricoltrice, scrittrice e attivista
impegnata nella Terra dei Fuochi – la presa di coscienza ambientale è un
processo ostacolato da pressioni sociali, giudizi, reticoli familiari o
complicità locali. Creare consapevolezza richiede un lavoro “persona per
persona”, partendo da piccoli nuclei e cerchi stretti di fiducia, per poi
allargare gradualmente le assemblee. È fondamentale connettersi con le realtà
territoriali che hanno già affrontato lotte simili per mutuarne strategie
pratiche e legali. Bisogna però ridefinire cosa sia un risultato tangibile: in
contesti segnati da profonde iniquità ambientali, l’obiettivo iniziale non è
quasi mai la vittoria immediata, ma condizionare il dibattito pubblico, rompere
il silenzio». (carmen ciarleglio)
(disegno di naum)
A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti
dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle
popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del
percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con
oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta
ancora incompiuto.
La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al Commissario unico
per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati, struttura incardinata
presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale Giuseppe
Vadalà, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa
dei comitati attivi nella Terra dei Fuochi. Una diffidenza tutt’altro che
pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della
gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. Dal 1994 la regione è stata
attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per
la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo
smaltimento illecito dei rifiuti speciali.
L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza
rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La
struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e
recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del Consiglio
d’Europa. Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie,
sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni
erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali
sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre
7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni. È stato inoltre
riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni
agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione
delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo
con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo
sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo
studio a supporto delle misure richieste dalla Cedu, sulla falsariga dello
studio che l’Iss ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la Procura di
Napoli Nord.
Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo
rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità
dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato,
quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio
dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini
di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e
risanamento ecologico. Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i
risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La
struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i
prossimi anni di 329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la
riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32
grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o
messa in sicurezza definitiva.
Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in
programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa
ricognizione commissariale, tuttavia, stima in 2 miliardi e 527 milioni di
euro il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica.
A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30
milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno
complessivo individuato supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Che cosa
rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e
ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni
di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi
alla questione contabile. Ciò che emerge davvero, però, è la misura della
distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al
Consiglio d’Europa e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di
durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e
accompagnare le indagini fino alle bonifiche.
La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma
anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti
abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno
visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle
discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce,
ancorché qui si concentri il dramma più profondo della Terra dei Fuochi.
Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti
anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività
conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica.
Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi
definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della
sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza
alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale.
Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative
alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di
monitoraggio della Regione Campania in collaborazione con l’Università Federico
II. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di
contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il
tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate
rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena. Le criticità più
significative si concentrano proprio nei territori della Terra dei Fuochi, con
superamenti registrati, tra gli altri, a Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal
di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra e Succivo. La Federico II
aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare
azioni immediate di sanità pubblica.
La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento
dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il
problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per
l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi
stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova
emergenza. In questo rovente mese di luglio, ad Acerra, il Comune ha disposto la
chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di
tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il
numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni
interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione
cautelativa dei pozzi privati.
Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee,
tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di
fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei
territori di Napoli e Caserta. A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del
problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più
pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene,
tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di
contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non
tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e
sulle produzioni agricole.
C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di
Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero
degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per
sé evocativa della risoluzione del problema. I maxi-roghi verificatisi
recentemente tra Giugliano e Scampia, così come i roghi di Acerra e di altri
territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una
capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a
esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di
plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti
urbani e speciali.
Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della
Terra dei Fuochi rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le
accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma,
scala e geografia. Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno
acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e
stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei
rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali
combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e
potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala
sovracomunale.
È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’Agro Caleno in funzione
dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025
nell’azienda di stoccaggio Campania Energia, tra Teano e Riardo, ha interessato
un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di
intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al
valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica. A questo episodio
si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti,
come Gesia di Pastorano e le criticità riscontrate nelle attività di gestione
dei rifiuti presenti tra Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise e gli altri
comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso
i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’Agro Caleno e nel Medio
Volturno.
Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro
storico di Terra dei Fuochi. Una dinamica analoga sta emergendo in Puglia, dove
la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta
segnando in maniera inquietante l’estate in corso. Nel giro di poche settimane,
un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di
stoccaggio a Francavilla Fontana, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio
di due chilometri; a Manduria sono stati distrutti dalle fiamme sette
autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della
raccolta; a San Paolo di Civitate, nel foggiano, un incendio di vaste
proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di
metri dalle abitazioni.
Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra Carbonara, Ceglie e
Loseto; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla
convocazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con
la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte. Nel maggio
2026, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari ha
ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali
provenienti anche dalle province di Napoli e Caserta verso le aree interstiziali
delle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani. L’inchiesta ha interessato
rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue
provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e
sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva
avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di
destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti.
A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato
delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il
polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle
materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali
presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo
l’intera filiera a una pressione crescente. Al momento, la criticità appare più
evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di
raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a
riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi
industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti
potrebbe propagarsi rapidamente verso il Mezzogiorno, aggravando le condizioni
già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti
irregolari e incendi nei siti di deposito.
Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la
responsabilità della Terra dei Fuochi, come intende affrontare i flussi
intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il
fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo
storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente
convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a
ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno. La storia, insomma, si ripete
a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi
comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I
dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per Napoli
e Caserta; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma
non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali
abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi
o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi. La scala
provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze
interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno
strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni
episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i
materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti
ambientali e le misure cautelative adottate. Una banca dati permetterebbe di
costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i
piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i
roghi con le caratteristiche dei territori.
Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei
rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo
lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il
giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e
quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di
finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la
variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale. La struttura
commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi,
spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla
comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo,
raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna
rapidamente nelle condizioni precedenti.
In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la
fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità
ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa,
schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto
respiro delle comunali. In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin
dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari
delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le
risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di
monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di
persistente inadempienza. Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei
confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio
alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di
personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza
amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento
straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si
morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso.
La stessa Corte europea ha posto la necessità di una strategia
politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di
monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è
proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione. Il governo ha
affidato il monitoraggio a Ispra, ma ha poi indebolito la credibilità della sua
terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto Maria
Alessandra Gallone, già senatrice per due legislature nelle file di Forza Italia
e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, Pichetto Fratin. In altre
parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie
politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso
perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà
sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea.
La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere
considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza,
soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla
Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama
fuori, indicando la competenza di qualcun altro. Il governo rinvia alla Regione,
la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla
carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei
rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla
necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema
mostra ancora tutta la sua vulnerabilità.
Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà
economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei
rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre
la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato
ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto
produttivo locale. Può la repressione sostituire una politica capace di
intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si
riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue
articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla
frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di
raccolta e trattamento dei rifiuti speciali?
Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto
produttivo locale, dal distretto industriale di Grumo Nevano-Aversa,
specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di
San Giuseppe Vesuviano, uno dei principali poli meridionali del
tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro
nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e
decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle
plastiche e agli pneumatici. La stessa assenza di una politica industriale
ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le Aree di
sviluppo industriale (Asi) disseminate tra le province di Napoli e Caserta, oggi
relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella
della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la Terra dei
Fuochi.
I prossimi mesi saranno decisivi. Il 30 gennaio 2027, a due anni dalla
pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di
verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di
attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche
ambientali nel contesto nazionale e regionale. Il 30 aprile 2027, termine
giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà
dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio
indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In
questi mesi si deciderà se la Terra dei Fuochi continuerà a essere amministrata
come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria
priorità per gli enti locali.
In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare
la propria autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento.
Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza
arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai
territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale.
Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante
delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e
contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso
tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di
istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere
viva per il futuro di questi territori. Perché, in definitiva, il futuro della
Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori
di Napoli e Caserta, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di
agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che
sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione,
già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono
gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica.
(pasquale pennacchio)
La polizia carica i manifestanti davanti al Parlamento mentre cresce la
“Rivoluzione dei fenicotteri”. Da due mesi migliaia di persone chiedono le
dimissioni del governo Rama e la cancellazione delle …
(foto di giuseppe carrella)
A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore,
infine come vista.
In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro
una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro
la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture
dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso
principale al mare.
Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni,
sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento
si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare,
è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene
lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa
assemblea, riparo, punto di partenza.
Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare.
Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli
di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo
territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde:
“Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa
precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi.
Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale,
abitativa, relazionale.
La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San
Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si
riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio
ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di
centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per
individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre
dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo
popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso
rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto.
Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla
città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il
mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano
ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui.
San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È
un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura
industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse.
La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana.
L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e
lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La
deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata
nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli
pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per
questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e
carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere
materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire
chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero
accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di
Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire
agli abitanti.
Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini
chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno
bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia,
mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il
patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a
coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta
sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato
scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici,
passa una grande nave metaniera LNG.
(foto di giuseppe carrella)
È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini
che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme
l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua:
puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia
polverosa, il mare sporco.
Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di
chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui
perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura.
L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi
stanno male».
La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate,
sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di
bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una
madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se
quell’acqua possa farli stare male.
Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e
materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un
pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e
cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale
termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche
Officine, dove un tempo si producevano locomotive.
Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato
dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli
striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima
festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo
bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo
della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato,
abitato, rimesso in movimento.
(foto di giuseppe carrella)
Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono
distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si
chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea
pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una
riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del
quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale,
controllabile, utile alla popolazione.
Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è
svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che
potrebbero essere bellissimi.
Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si
avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte,
una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più
spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo
della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori
disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
Il report Diritto non crimine: la repressione degli ecoattivisti, la
criminalizzazione del conflitto e il diritto costituzionale a difendere ambiente
e territori ai tempi dei decreti sicurezza. CONFLITTO E RESISTENZA. …
(disegno dall’archivio monitor)
Nei mesi scorsi abbiamo raccontato le mobilitazioni dell’autunno 2025 a Gabès,
la città del sudest tunisino trasformata in una zona di sacrificio da oltre
cinquant’anni di attività del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il 21 ottobre,
oltre centomila persone sono scese in piazza in quello che viene considerato il
più grande sciopero per l’ambiente del Nord Africa. A febbraio 2026, il
tribunale di Gabès ha risposto con due sentenze che rischiano di segnare uno
spartiacque: l’assoluzione dell’ecocidio, da una parte, e la criminalizzazione
della resistenza, dall’altra.
È il 13 dicembre 2025. Mi trovo a Chott Essalem, il quartiere costruito a meno
di un chilometro dagli impianti del Groupe Chimique Tunisien. Conservo ancora
gli appunti raccolti quel giorno in un caffè che affaccia sul mare: la gola
brucia, il petto è pesante. Mentre camminiamo per le strade del suo quartiere,
Islem (venticinque anni, attivista di Stop Pollution) mi ferma e dice: «Questo
lo devi fotografare, è importante». Sul muro si legge: “Il popolo soffoca tutti
i giorni, mentre lo Stato respira indifferente. Come può la nazione essere
costruita sulle vite che vengono uccise dai veleni dell’inquinamento?”.
Sono le tracce urbane di una catastrofe ecologica in corso da oltre
cinquant’anni. A Gabès, l’incubo comincia negli anni Settanta, ma affonda le sue
radici in epoca coloniale. Con la scoperta di giacimenti ad alta concentrazione
mineraria di fosfati, la Tunisia viene trasformata in una fabbrica a cielo
aperto per la produzione di fertilizzanti da esportare in Europa. Da allora, il
vortice di estrazione, saccheggio e degradazione ambientale non ha avuto
fine. Nel 1972 viene inaugurato il primo impianto delle Industries chimiques
maghrébines, con un’estensione del complesso fino alla nascita del Groupe
Chimique Tunisien nel 1992. La scelta di Gabès come polo di trasformazione
risale al piano di sviluppo decennale (1962-1971) del ministro socialista Ahmed
Ben Salah, che mirava a rompere con il dominio coloniale favorendo
l’industrializzazione. Nacque così quello che gli abitanti chiamano il
“complesso della morte”.
Oggi il GCT fornisce il cinquantasette per cento della produzione nazionale di
acido fosforico (usato in laboratori, industrie metallurgiche, ma anche in
bibite, fertilizzanti e detergenti) e conta circa quattromila posti di lavoro
diretti. L’impatto ambientale è devastante su tutti i fronti: gli impianti
basano tre quarti del loro approvvigionamento sulle acque di falda della
regione, prosciugando le sorgenti naturali che un tempo irrigavano un sistema
unico al mondo di oasi litorali. A Chenini, ricordata come un paradiso
terrestre, le quattrocento sorgenti che garantivano un’irrigazione gratuita e
collettiva sono oggi tutte esaurite. Il disastro ecologico è palpabile sulla
spiaggia di Chott Essalem. Ormai nota come Chott el-maut (“spiaggia della
morte”), questa costituisce un hot-spot dell’inquinamento nel Mar Mediterraneo.
Ogni giorno quarantaduemila metri cubi di fanghi di fosfogesso – un rifiuto
pericoloso contenente metalli pesanti e materiali radioattivi come stronzio,
cadmio, piombo, radio e uranio – vengono scaricati senza alcun trattamento nel
golfo. Questo, un tempo considerato la più grande riserva di pesci e di
conchiglie della Tunisia, si è ridotto a un cimitero: il crollo della
biodiversità è stato tale da passare da duecentocinquanta specie marine nel 1965
a cinquanta oggi. Infine, le emissioni atmosferiche – diossido di zolfo, ossidi
di azoto, fluoruro di idrogeno, ammoniaca – superano gli standard internazionali
fino a otto volte determinando una catastrofe sanitaria nelle aree circostanti.
L’incorporazione delle tossine si manifesta in un’epidemia silenziosa e
silenziata di cancro, infertilità, malattie respiratorie e cutanee,
malformazioni alla nascita.
Dal 1972, il “complesso della morte” non ha mai smesso di divorare vite e
risorse. Eppure, qualcosa rimane. Sotto la pelle bruciata di questo corpo
collettivo, persiste una tensione pronta a esplodere: una lunga storia di
resistenza attraversa questo territorio e ha visto diversi cicli di
mobilitazione culminare nell’autunno dello scorso anno. A innescare la nuova
ondata di proteste sono stati, come spesso accade a Gabès, gli incidenti
industriali. Il drastico incremento dei ritmi di produzione, nel contesto di un
impianto in pessime condizioni di manutenzione, si è tradotto in un susseguirsi
di fughe di gas tossici che hanno avvolto la città. Centinaia di bambini e
bambine sono state trasferite in ospedale, in preda a crisi respiratorie di
breve e lungo periodo. Gli eventi che ne sono seguiti, culminati il 21 ottobre
2025 in uno sciopero di oltre centomila persone, sono già storia: la più grande
mobilitazione per l’ambiente del Nord Africa, il più grande sciopero dalla
caduta di Ben Ali nel 2011. Eppure, una volta che la marea si abbassa, lo sforzo
necessario è quello di guardare agli eventi dell’autunno senza idealizzarli. Il
21 ottobre, più che un momento straordinario, è stato un momento storico nel suo
senso più stretto di accumulazione. Guardare a questo momento con lenti diverse
permette di considerarlo nella sua complessità e ci fornisce strumenti utili nel
momento in cui la mobilitazione si arresta.
Il movimento Stop Pollution, attivo sul territorio da oltre dieci anni, incarna
questa complessità meglio di chiunque altro. Nato come una campagna informale
all’indomani della rivoluzione (“Voglio vivere!”), è diventato negli anni un
contenitore capace di tenere insieme le anime più disparate della città: dai
pescatori di Chott Essalem espropriati delle loro terre, ai giovani ultras
cresciuti a gas lacrimogeni e repressione, dagli storici militanti agli
agricoltori dell’oasi. Una “grande famiglia”, la chiamano, unita da una
rivendicazione tanto semplice quanto radicale: il diritto alla vita. Ma la vera
peculiarità di Stop Pollution, ciò che lo rende un unicum nel panorama tunisino
e al tempo stesso un avversario così temibile, è la sua natura anfibia. Il
movimento è infatti capace di muoversi su piani diversi e complementari: è
movimento di piazza, capace di paralizzare una città mobilitando oltre centomila
persone in un solo giorno; ma è anche un soggetto politico capace di strategie e
lungimiranza, pronto a utilizzare i canali istituzionali quando necessario.
Tenere insieme queste due dimensioni è stata per anni la chiave della sua
efficacia. Ed è proprio questa doppia natura a essere oggi sotto attacco. Mentre
gli occhi del mondo erano puntati sulle immagini dello sciopero del 21 ottobre,
sotto le pieghe degli eventi si muovevano processi meno spettacolari, destinati
a segnare la fase successiva della mobilitazione. Un gruppo di avvocati di
Gabès, legati al movimento, aveva intrapreso un’azione legale contro il GCT: una
causa d’urgenza che chiedeva la cessazione immediata delle attività inquinanti
del complesso. Era il braccio istituzionale di una lotta che nelle strade si
combatteva con i corpi e i fumogeni.
DUE SENTENZE
Nell’asimmetria originaria tra lo Stato e i corpi, la questione su chi ha il
diritto di difendersi e chi invece resta indifendibile è antica: così i corpi
dei dominati vengono sistematicamente disarmati, esposti alla violenza, resi
vulnerabili. E quando, nonostante tutto, provano a reagire, la loro reazione
viene letta come aggressione, violenza ingiustificata, rottura dell’ordine. A
Gabès questa dialettica assume forme specifiche. I corpi sono disarmati non solo
in termini simbolici, ma proprio materiali: non hanno armi, non hanno mezzi per
opporsi alla violenza delle forze dell’ordine se non i loro stessi corpi. Ma
sono anche disarmati in un senso più profondo: sono corpi che lo Stato ha reso
indifendibili, corpi la cui esposizione alla violenza – industriale, prima
ancora che repressiva – è considerata normale, accettabile e persino necessaria
al funzionamento dell’economia nazionale. Nessuna resistenza può essere ammessa,
nessun danno può essere riconosciuto. Riconoscerlo significherebbe ammettere
l’illegittimità delle fondamenta stesse dello Stato. È in questa logica che va
letta la risposta del sistema alla doppia offensiva di Stop Pollution. A
febbraio, nella stessa settimana, il tribunale di primo grado di Gabès ha
respinto la causa contro il GCT per “mancanza di prove di danno” e ha condannato
a oltre un anno di carcere Khayreddine Debaya, volto storico del movimento,
insieme ad altri dodici militanti, per un sit-in del 2020. Due sentenze in pochi
giorni. Da un lato l’assoluzione dell’ecocidio. Dall’altro la criminalizzazione
della resistenza.
Il processo di involuzione democratica inaugurato da Kais Saied nel 2021 con la
sospensione arbitraria del parlamento e la concentrazione del potere nelle sue
mani sta giungendo a un punto critico e di non ritorno. La sensazione diffusa
nel paese è di assistere a una sclerotizzazione del sistema politico e social
che si traduce in un’esacerbazione dei conflitti territoriali. Gabès ne è il
banco di prova più estremo e le sentenze di febbraio squarciano il velo di
ambiguità dietro cui il potere si era trincerato. Per mesi, infatti, il regime
era riuscito a mantenere un delicato equilibrio. Da un lato, le promesse del
presidente che in passato aveva definito quanto accadeva a Gabès “un crimine”.
Dall’altro, la repressione: i lacrimogeni sparati dentro le case di Chott
Essalem, le centinaia di arresti indiscriminati, i soprusi della polizia a porte
chiuse. Questo gioco di ambiguità si reggeva anche sul costante rinvio della
causa indetta dagli avvocati del movimento contro il GCT. Otto udienze
rimandate. Un processo sospeso in un limbo che permetteva al potere di non
prendere posizione, di non scoprirsi. Gabès, però, non dimentica. Tiene a mente
le responsabilità e le promesse mai mantenute. «Ha definito quanto accadeva qui
un crimine… Ma spetta a lui stesso la responsabilità di fermarlo», ricorda
Islem.
Ciò che rimane, nel momento in cui il velo cade, è l’immagine di un sistema in
preda alla schizofrenia. La “mancanza di prove di danno” addotta dal tribunale
per assolvere il GCT è una pura negazione della realtà. Perché il danno non è
solo inciso nei corpi dei malati di cancro, nell’ecosistema distrutto del golfo,
nelle crisi respiratorie che colpiscono bambini e bambine nelle scuole. È un
danno che lo stesso GCT, in un report ufficiale del luglio 2025, ha apertamente
riconosciuto. «L’inquinamento a Gabès non ha bisogno di statistiche – osserva
Islem –, non ha bisogno di prove scientifiche. Devi solo avere degli occhi ed
essere umano per rendertene conto. Per me, questo è stato il più grande insulto
per la gente di Gabès. Dopo tutto quello che hanno sofferto, gli dici che non ci
sono prove del danno? È semplicemente un insulto».
Parallelamente, la condanna di Khayreddine e degli altri dodici attivisti è
arrivata con modalità che dicono molto sulla natura del sistema che l’ha
prodotta. Condannati in contumacia – nessuna notifica ufficiale, nessuna
citazione preventiva – per un sit-in di sei anni prima. Il capo d’accusa:
“Ostacolo alla libertà di lavoro”. Spiega Islem: «Stanno criminalizzando
l’attivismo ambientale. Gente come me, che ha sofferto tutta la vita per
l’inquinamento, che vive davanti a un mare in cui non può nuotare, che ha visto
amici e persone care morire di cancro. E quando finalmente dici qualcosa contro
tutto questo, sei un criminale».
È a questo punto che il sistema tunisino compie il suo passaggio più pericoloso:
da schizofrenico – capace di tenere insieme promesse e repressione, negazione e
riconoscimento del danno – a paranoico. Nei mesi autunnali, centinaia di persone
sono state arrestate nei quartieri popolari. Retate casuali, che non
risparmiavano nemmeno chi era fuori città al momento dei fatti. «La polizia
entrava nelle case senza permesso, picchiando, arrestando e portando via le
persone. Lanciavano gas lacrimogeni fin dentro le abitazioni, abbiamo visto
anziani e bambini soffocare», racconta Islem. A questa violenza, si è aggiunta
l’istituzionalizzazione della repressione attraverso la magistratura. La
subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo – processo in corso su scala
nazionale dal 2021, con l’epurazione di decine di giudici e avvocati – è
arrivata anche a Gabès. Un meccanismo che finora aveva risparmiato la città –
proprio per la delicata relazione tra il presidente e un territorio che in
passato lo aveva sostenuto – ma che oggi non conosce più eccezioni.
Eppure, anche in questo momento buio la resistenza non si arresta. Stop
Pollution torna a mobilitarsi prima il 5 e poi il 6 giugno, in occasione della
Giornata mondiale dell’ambiente. «La prossima ondata sarà ancora più alta di
quella passata – dice Islem –. La resistenza contro l’inquinamento a Gabès non
si fermerà finché il complesso chimico esisterà. Se non oggi, sarà domani. Forse
non nella mia vita, ma in quella dei miei figli». La crisi di Gabès rappresenta
un banco di prova cruciale per Kais Saied. Un tempo sostenitrice del presidente,
oggi la città è diventata il termometro della sua deriva autoritaria. Ciò che
accadrà nei prossimi mesi – la sentenza d’appello per Khayreddine e gli altri
attivisti, la capacità del movimento di riorganizzarsi – dirà molto non solo sul
futuro di Gabès, ma su quello dell’intero paese. (nina malatesta)