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L’ex-Ilva di Taranto e l’insostenibile peso degli operai dell’industria
(disegno di mario damiano) Nelle pagine dell’Unità degli anni Settanta c’era una piccola rubrica dedicata ai “sogni proibiti dei bambini”. Nell’estate del 1974 in redazione arrivò una lettera di una studentessa di quarta elementare di Massafra, una città non lontano della zona industriale di Taranto dove sorge l’enorme stabilimento siderurgico dell’ex-Ilva, all’epoca Italsider. La bambina scriveva nella sua lettera: “Penso che il mio paese sarà così: ci dovranno essere le strade asfaltate. La luce per la strada, l’acqua, la fogna, dei giardini pubblici per far respirare un po’ d’aria. Ci doveva essere un po’ di verde, invece non c’è. Nel mio paese ci sono solamente tre ville dove non si può giocare. Nel mio paese c’è l’Italsider di Taranto, perciò, il fumo viene nel mio paese e noi bambini respiriamo tutta quell’aria inquinata”. Due, o forse tre, generazioni dopo, nel 2008, le lettere dei bambini delle scuole elementari di Taranto, questa volta indirizzate al governo regionale, si erano fatte più cupe. “Il verde non è verde, il blu è malato, gli animali sono pochi, l’uomo sta morendo a causa di tante malattie legate all’inquinamento. Ma avere un futuro è un nostro diritto”. Finirono in un libro realizzato dalla Regione Puglia che il presidente dell’epoca, Nichi Vendola, consegnò al governo nazionale di centrodestra. Erano gli anni della legge regionale anti-diossina e dell’impegno a rimettere in piedi l’Arpa per tenere sotto controllo le emissioni dei Riva che avevano collezionato record di produzione a Taranto mentre chiudevano batterie e altoforno a Genova. In mezzo ci sono stati anni di raccolta di dati, denunce, evidenze, perizie ed epidemiologia popolare che hanno conteso ai padroni della fabbrica il sapere sui danni causati dai loro profitti e hanno stabilito nessi causali tra acciaio prodotto e malattie e contaminazioni. Questa estate poi, l’associazione Genitori Tarantini ha ottenuto un risultato cruciale per la città, frutto di anni di militanza spesso solitaria. La loro azione inibitoria contro l’ex-Ilva è stata accolta dal tribunale di Milano che ha imposto la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, la rimozione dell’amianto presente e la riduzione delle emissioni nocive da produzione. Gli impianti dovranno essere fermati entro la fine di ottobre per i lavori necessari ed è chiaro a tutti che uno stop totale dell’ultimo altoforno in funzione significa che questi e gli altri impianti a esso asserviti non ripartiranno più. “Ilva is a killer” e “tutto l’acciaio non vale la vita di un bambino” sono da anni gli slogan del composito movimento cittadino e finalmente sembrano aver avuto giustizia. In un post sui social, il profilo dei Genitori Tarantini fa ordine tra gli interventi degli attivisti fatti nei giorni caldi di assemblee che hanno seguito la sentenza: “Abbiamo avuto tanta pazienza e comprensione. Persino i mitilicoltori, gli agricoltori, i pescatori dicevano: ‘se chiude la fabbrica, dove andranno a mangiare [gli operai]?’. Proprio loro che in tanti il posto di lavoro l’avevano perso a causa di quella fabbrica! E quando la mattina ci svegliavamo e guardavamo il cielo, l’orizzonte, e la puzza entrava fino in gola e la sentivamo scricchiolare sotto i denti, il pensiero andava a chi abitava nelle vicinanze, a soli venti metri da quella fabbrica, ai bambini, a come potevano salvarsi, visto che non potevano neanche andare via! E poi, quei bambini in ospedale, grigi come piccoli fantasmi! Come abbiamo potuto permettere che sacrificassero anche i nostri bambini, arrivare a questo? […]. Ci sentivamo impotenti, disarmati. E da quella fabbrica nessun segno di pentimento, di comprensione; quelli che lo facevano venivano sbattuti fuori. E i sindacalisti, muti. Anzi, un giorno li abbiamo visti percorrere la ringhiera con i loro Tir, come se per loro i tarantini fossero solo gli abitanti di una colonia intorno all’Ilva. Stavano scioperando e creavano disagio ai tarantini, che avevano avuto tanta pazienza e avevano sopportato di tutto. La guerra ai poveri, la loro contro di noi, perché noi la guerra a loro non l’abbiamo mai fatta, abbiamo sopportato e abbiamo avuto tanta pazienza. Non hanno mai capito che non era la popolazione a dover accettare quello che arrivava dalla fabbrica, ma la fabbrica a doversi adeguare a una ‘colonia’ la cui maggioranza era abitata da donne, uomini e bambini che nulla avevano a che fare con quella fabbrica. Chi ci lavora è la minoranza”. Sembra facile tracciare la linea tra i buoni e i cattivi, le vittime e i carnefici. Certo è che la classe operaia a Taranto è sempre stata un problema. Nel dopoguerra, gli operai erano colpevoli per la loro assenza: un Mezzogiorno prettamente agricolo non presentava le basi necessarie allo sviluppo e richiedeva massicci investimenti che avrebbero dovuto portare capannoni industriali ma pure una vera rivoluzione antropologica. Quando gli investimenti nell’industria di base arrivarono, i lavoratori tarantini si dimostrarono refrattari o ritardatari nell’assorbire la razionalità industriale prevista dal modello imposto. In una ricerca commissionata dalla Comunità europea alla fine degli anni Sessanta fatta dai sociologi – tutti settentrionali – Baglioni, Cella e Manghi, si indagavano “le tensioni emergenti dall’impatto tra un’iniziativa industriale tra le più avanzate sul piano organizzativo e un tipo di manodopera che, presumibilmente, doveva essere espressione di un ambiente se non totalmente arretrato ma certo ai margini delle zone industrializzate del paese”. Lo studio definiva i lavoratori più riottosi e resistenti alla disciplina di fabbrica, ai ritmi serrati, al lavoro notturno e su turni, agli incidenti mortali del subappalto, all’esposizione agli agenti nocivi e alla parcellizzazione dei compiti dovuta all’inquadramento rigido della job evaluation come “disadattati”, in ritardo di adattamento rispetto alla civiltà industriale, appunto. Fu poi il tempo della figura mitico-sociologica del metalmezzadro che mischiava lavoro di fabbrica e cura delle proprie terre finendo per non diventare mai davvero membro di una classe operaia consapevole e collettiva. Il metalmezzadro era a suo agio nell’economia informale, nella ragioneria individualizzata degli interessi, nell’arte di arrangiarsi di fronte alla crisi incombente della siderurgia iniziata negli anni Ottanta. Con la privatizzazione degli impianti poi, gli operai divennero la generazione spoliticizzata e precaria che con la prima busta paga sicura, nel contesto depresso della provincia di Taranto, correva a seppellirsi di cambiali per consumi che non poteva permettersi. Oggi, infine, sono sempre gli operai la palla al piede della storia della città, incapaci di garantire alcuna transizione, fardello di cui prendersi cura con prepensionamenti e lavori da fargli fare dopo averli riqualificati. È l’insostenibile peso degli operai dell’industria. La sociologia ci ha poi spiegato che a Taranto, sulle macerie della produzione industriale a cui proprio gli operai – i subalterni dei luoghi produttivi – avevano contribuito, è sorto un attivismo delle forze della riproduzione sociale: le mamme, i bambini, i genitori tarantini. Alle tute blu restava l’ombra di una complicità e il peso di una storia di sviluppo nocivo a cui non avevano opposto un mondo diverso. IL PIANO ALTERNATIVO Poche settimane fa, nella fase calante dell’estate, gli operai delle ditte d’appalto dell’ex-Ilva in sciopero si sono fatti strada tra le vie di Città Vecchia. Mentre i delegati componevano il presidio sotto Palazzo di Città alcuni lavoratori hanno deciso di bloccare il ponte girevole. In un breve video di una testata giornalistica locale si vede uno scambio acceso tra un’attivista del movimento ambientalista e alcuni lavoratori. Lei armata di bici e loro di una certa disperazione si scambiano qualche urlo. “E noi dovremmo morire per il vostro posto di lavoro?”, dice lei. “E tu mi devi spiegare dove vanno a mangiare tutti questi cristiani [se l’Ilva chiude]? A casa tua vanno a mangiare?”, grida un operaio, tenuto a bada dagli altri. Lei risponderà, senza chinare la testa, che gli attivisti si stanno dando da fare molto più dei lavoratori stessi per trovare loro un lavoro che non uccida né chi lavora né chi vive in città. Fa riferimento, credo, ai laboratori di progettazione sociale che sono nati a Taranto negli ultimi anni e che producono analisi costi-benefici, conti dei servizi eco-sistemici, suggestioni per economie alternative. Non bisogna fermare la città ma la fabbrica, dicono dai movimenti. Non si possono arrecare disturbi alla cittadinanza e poi volere la sua solidarietà. L’aria che tira è quella di rivalsa, c’è chi invoca il decreto sicurezza per far tacere le manifestazioni. Ma le manifestazioni degli operai finiscono lo stesso in poche ore, anche senza decreti, con impegni del governo a far sì che si sospendano i licenziamenti. Altre comunicazioni di licenziamenti collettivi arriveranno nei giorni successivi, e quindi nuovi presidi e nuove rassicurazioni. Intanto sui social si moltiplicano i racconti personali di chi ce l’ha fatta da solo. C’è chi, fuori dalla fabbrica, si è reinventato senza chiedere aiuti, senza ammortizzatori sociali, senza “mangiare a casa di nessuno”. Questa è la narrazione che va per la maggiore. C’è chi ha aperto partita Iva, chi si è inventato un mestiere, chi si è rimesso a studiare senza finire a lavorare nel mostro. Ma le figure più edificanti sono gli operai del siderurgico che si sono lasciati l’acciaio alle spalle. Anche i giornali tornano sulle storie – purtroppo poche, sempre quelle – di lavoratori dell’ex-Ilva che hanno cambiato vita con l’incentivo all’esodo previsto dopo la prima amministrazione straordinaria con gli accordi del 2018. E ciclicamente ritornano le storie esemplari del ristoratore ex-operaio del tubificio, del barista-poeta che dopo l’altoforno ha aperto un caffè letterario, del fotografo di talento ex-metalmeccanico. Per pigrizia di giornalisti in cerca di articoli che si scrivono da soli, o forse perché mai come in questa crisi abbiamo bisogno di piccoli eroi, ci facciamo bastare tre storie su tredicimila. In queste settimane, gli attivisti si incontrano in piazza, preparano una grande manifestazione nazionale per la chiusura della fabbrica. Raffaele Cataldi, operaio dell’ex-Ilva (ora in “Ilva in AS”) in cassa integrazione dal 2018 e che spesso è la voce del Comitato Cittadini Liberi e Pensanti, ha specificato che i lavoratori della fabbrica “non sono assassini”, e questo preambolo forse racconta dell’aria che tira in città. Ha poi rassicurato i colleghi preoccupati dalla chiusura. Ha detto in assemblea a piazza della Vittoria: “A Taranto tutti hanno diritto al reddito, tutti, non solo i lavoratori dell’Ilva che non sono né assassini e non sono quelli che da domani moriranno di fame, perché io sono un cassintegrato e fino a mo’… anzi, ho preso chili, dopo la malattia ho preso pure chili; quindi, posso dire che non sono morto di fame”. Poco meno di un anno fa, in un’altra manifestazione organizzata dal fronte ambientalista tarantino, per la chiusura della fabbrica e lo sviluppo di economie alternative, un attivista faceva invece questo discorso: “Siamo arrivati all’inevitabile resa dei conti tra passato e futuro. Se noi immaginiamo Taranto come un campo di battaglia, troviamo da un lato, sotto al gonfalone dell’Ilva chiusa, gli attivisti, le associazioni, i cittadini, gli imprenditori che vogliono un’alternativa. Dall’altra parte troviamo chiaramente chi l’Ilva la vuole aperta e io parlo quasi esclusivamente al momento dei lavoratori, perché sul campo di battaglia ci vanno le vittime. Ci stanno quelli che stanno subendo tutto questo, perché chi invece ci ha portati a fare questa battaglia se ne sta come nei film, bello sulla collina, sul cavallo a fare il generale, a vedere noi che ci scanniamo. E sono: i politici, la classe politica, ovviamente. La classe dirigente e ovviamente i sindacati. Questi tre se ne stanno sulla collina e noi siamo sotto qui a scannarci. Siamo arrivati ormai a muso duro l’un l’altro, a un tiro di schioppo, perché il momento è appunto quello dell’ora zero”. Il discorso continuava con l’elenco delle “saracinesche culturali” aperte tra Tamburi e Città Vecchia, i festival, i concerti, le partite Iva della cultura-intrattenimento, gli esperti di servizi per l’accoglienza per crocieristi. Una Taranto di imprenditori culturali che si fanno da soli emerge tra le prospettive di alternativa alla fabbrica, supportate dagli studi dal basso che prevedono la creazione di musei eco-storici, passeggiate esperienziali, l’apertura dell’aeroporto di Grottaglie a voli civili (a cinquanta chilometri da quello di Brindisi) e il potenziamento del porto per accogliere più crocieristi. E gli operai? A fare le bonifiche. È questo l’altro tassello dell’alternativa, il Piano Taranto. Questo piano, sviluppato da associazioni e movimenti tarantini, dopo aver analizzato nel dettaglio i costi della permanenza della fabbrica, sviluppa una stima di costi e impatti per una dismissione e bonifica integrale dei terreni del Sito di Interesse Nazionale tarantino. Basandosi sull’adattamento di uno studio costi-benefici delle bonifiche fatto da Confindustria su scala nazionale, il Piano Taranto fornisce uno scenario rassicurante: “L’investimento per la sola area di Taranto – si afferma nel documento – ammonterebbe pertanto a poco più di due miliardi di euro, con un effetto sull’occupazione capace di generare oltre 40 mila potenziali posti di lavoro – vale a dire quasi 30 mila in più di quelli attualmente occupati tra Ilva e indotto – ed entrate fiscali per Stato ed enti locali di quasi un miliardo di euro”. Per il piano, quindi, si può “ragionevolmente affermare che il numero dei lavoratori oggi impiegati presso Ilva e il suo indotto, sarebbero totalmente riassorbiti nelle nuove attività di risanamento e riconversione economica, più ulteriori unità occupate in aggiunta a queste. Tutto ciò con un investimento di fondi che, a conti fatti, risulta inferiore a quello fino a oggi profuso dagli organi statali per l’operazione di salvataggio del siderurgico”. Un’analisi più attenta delle stime pone seri dubbi su costi e impatto occupazionale stimati, sugli assunti di base usati nello studio di Confindustria e sulla sua applicazione al caso tarantino. Non è chiara la durata dell’intervento, che nelle stime di Confindustria (poi applicate al calcolo della bonifica del sito tarantino) è fissata a cinque anni, ma che nel nostro caso pare altamente ottimista. Non è chiaro quanti dei posti di lavoro creati dalle bonifiche su tutta la filiera saranno tarantini, o perfino meridionali, e per quale lasso di tempo. Non si menziona poi che le stime di Confindustria sono tracciate sulle spese preventivate – e non le spese effettive – per la bonifica di vari SIN italiani con l’esclusione di Casale Monferrato dove la presenza di amianto, come per Taranto, rappresenta un costo aggiuntive. Sono poi escluse dai calcoli le bonifiche delle falde. Ma in fin dei conti l’accuratezza delle stime non è il punto centrale del piano, lo è invece il valore simbolico di un processo democratico di transizione dal basso. Che a trovare lavoro siano mille o diecimila persone diventa quasi un dettaglio secondario rispetto alla centralità simbolica della pratica politica stessa. CONQUISTE OPERAIE Sempre in una lettera inviata alla redazione dell’Unità, nel 1972, qualche anno prima della lettera della bambina di Massafra, un lavoratore dell’Italsider di Bagnoli a Napoli rispondeva al presidente del consiglio Andreotti, che in un discorso programmatico alle Camere aveva denunciato l’alto livello di assenteismo nelle imprese a partecipazione statale del Mezzogiorno e annunciava una stretta per accrescere l’efficienza. L’operaio nella lettera scriveva: “Gli italiani devono sapere che l’Italsider, oltre a produrre acciaio, produce anche la più alta percentuale di malati e di omicidi bianchi. Venga a vedere, l’on. Andreotti, luì che è cresciuto sempre nella bambagia o nei governi, venga a vedere come sono ridotti fisicamente i nostri compagni di lavoro […]; venga a dare un’occhiata alla cartella clinica di Giuseppe Cordoni (deceduto recentemente per i suol mali contratti nella fabbrica); venga a trovare le decine e decine di pensionati per invalidità, affetti da silicosi, asma, pleuriti, ecc. È chiaro che le nuove generazioni che lavorano all’Italsider, lavorano per vivere e non per morire; e lottano (piaccia o no al governo Andreotti-Malagodi) assieme a tutti ì lavoratori siderurgici per migliori condizioni di vita e di lavoro, e per la settimana lavorativa di 36 ore”. Taranto non era da meno. La costruzione dello stabilimento, che aveva fatto tornare centinaia di emigrati e portato in fabbrica centinaia di braccianti, si chiudeva con un’enorme disoccupazione di ritorno. Migliaia di lavoratori impiegati per pochi anni nelle ditte lungo feroci catene d’appalto ripresero a emigrare a fine lavori a metà degli anni Sessanta; ne rimasero in pianta stabile circa cinquemila. Ma la disoccupazione, in una città che la fabbrica aveva dispossessato del suo accesso al mare e delle sue altre potenzialità industriali, era solo uno dei tanti costi dell’industrializzazione di stato. “A Taranto come in guerra” titolava l’Unità in un reportage di fine estate del 1969.  C’era “un sistema illegale di appalti a ditte minori che sfruttano con ogni mezzo gli operai”, spiegava il giornalista. E nello stesso anno, nei verbali dell’“Indagine conoscitiva sulle aziende di stato” della Commissione Lavoro del Senato emergevano schedature poliziesche dei nuovi assunti, licenziamenti illegittimi, rappresaglie antisindacali, pagamenti a nero, orari interminabili, lavori a cottimo, e nessun rispetto delle più basilari regole sulla sicurezza. Le lotte operaie di quel periodo si concentrarono su conquistare diritti di rappresentanza e sicurezza. Attraverso la lotta, gli operai ottennero l’abolizione delle gabbie salariali (per cui i siderurgici di Taranto guadagnavano in media il quindici per cento in meno dei colleghi di Cornigliano); la fine del sistema della job evaluation basato sulla parcellizzazione alienante degli inquadramenti e delle mansioni; l’elezione diretta dei delegati sindacali e l’istituzione del consiglio di fabbrica; la creazione di comitati paritetici per migliorare la salute e la sicurezza in fabbrica e redigere pratiche operative e studi sulla salute negli ambienti di lavoro. Quando negli anni Settanta la dirigenza dell’Italsider propose l’espansione dello stabilimento (il “raddoppio”), qualcosa era già cambiato nella classe operaia tarantina e nelle forze politiche della sinistra. È rimasta traccia di una opposizione trasversale delle forze di sinistra della città, inclusi Arci, sindacati e partito comunista. Il segretario del Pci tarantino, che poi diventerà sindaco, intervistato all’indomani della presentazione del progetto di raddoppio del siderurgico era già chiaro: “Per noi sviluppo economico significa non solo occupazione ma anche casa, trasporti, scuola, verde, ambiente. Per questo diciamo no alla decisione dell’Italsider di ampliarsi a mare, mangiandosi completamente il territorio della piccola e media industria, chiudendo la città in una morsa che la soffocherà, inquinerà il mare, aggraverà in maniera notevole i già gravissimi problemi di collegamento tra la città e la zona industriale”. Nella primavera del 1971 gli operai dell’area industriale entravano in sciopero contro il progetto di espansione dell’Italsider verso il mare. Non era una opposizione all’allargamento dello stabilimento ma il tentativo di modificarne le scelte ed evitare che la fabbrica strozzasse la città. La contestazione apriva un solco profondo tra forze operaie e impresa di stato, che diventerà sempre più profondo in quel decennio. Al movimento operaio non bastava più la promessa di lavoro, chiedeva il diritto di negoziare il tipo di sviluppo che avrebbe interessato la città e le sue classi subalterne. Nei reparti, l’esperienza diretta della nocività dei processi produttivi acuiva la microconflittualità tra lavoratori e manager, e il conflitto portava a una negoziazione continua. I delegati lo incanalavano in forme di lotta più o meno organizzate, nelle discussioni delle commissioni aziendali, nelle negoziazioni dei tavoli di trattative. La microconflittualità operaia, nel sindacato dei consigli, si trasformava in riflessioni collettive, piattaforme rivendicative, azioni di lotta più o meno radicali, avanzamenti parziali, clausole nei contratti collettivi, impegni di investimento. Non si trattava solo di monetizzare il rischio ma di rinegoziare i processi produttivi, migliorare l’ambiente di lavoro, investire per modifiche impiantistiche, ridurre l’esposizione e l’orario di lavoro, riappropriarsi dei ritmi, delle conoscenze, delle tecnologie. Le poche carte rimaste, i resoconti delle assemblee, le mozioni dei gruppi, gli eventi del sindacato unitario Flm, e le memorie di chi c’era, restituiscono una classe operaia cosciente del proprio ruolo centrale nel determinare lo sviluppo cittadino, consapevole del sapere operaio sviluppato sugli impianti e attenta alla materialità di un processo produttivo infernale. Nei ciclostili del circolo giovanile “Che Guevara” di Lotta Continua in Città Vecchia, che gli attivisti di Taranto, anche loro operai e delegati di fabbrica, pubblicano nei primi anni Settanta, si leggono le vignette della fabbrica Italuccide: “Ci sono molti modi di uccidere. Si può sparare a uno, ficcargli un coltello nella pancia, togliergli il pane, massacrarlo di lavoro, ficcarlo in una casa inabitabile, farlo andare in guerra… solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro stato”. Sul giornale Avast! (Basta!), che il circolo produce in ciclostile e distribuisce tra l’area industriale e la città, si vede la fabbrica sullo sfondo che emana fumi, ammorba l’aria e il mare, e si legge: “Il padrone dice che questo è il prezzo del progresso e che prima o poi… Ma poi cosa?!” (15 gennaio 1972). E poi ancora: “Gli operai degli appalti hanno ingressi separati, non hanno docce e gabinetti decenti, spesso sono costretti a spogliarsi all’aperto. Dentro a lavorare si entra all’alba e si resta per dodici ore e più. I ritmi di lavoro sono massacranti. I capi sono sempre lì a rompere i coglioni, a costringere gli operai a fare lavori più pericolosi. Fuori dalla fabbrica è lo stesso: trovandosi spesso disoccupati gli operai degli appalti non hanno assistenza medica, se stanno in città bisogna pagare più di 30 mila lire di affitto, se stanno in paese ogni giorno si perdono ore e ore di trasporto e per di più a spese dell’operaio”. Anche gli operai di Taranto del circolo Città Vecchia risponderanno alle dichiarazioni programmatiche di Andreotti con un articoletto su Avast! (data sconosciuta). Il titolo chiede: “Andreotti, perché non provi tu a lavorare a Taranto?”. E poi continua: “Andreotti, capo del governo di centrodestra, nel suo discorso alle Camere, ha denunciato ‘la piaga dell’assenteismo’. E come punta massima di assenteismo ha citato Taranto e l’Italsider. Ma se ad Andreotti interessa saperlo, Taranto non ha solo quello di primati. Ha anche il primato di omicidi bianchi, visto che l’Italsider in dieci anni ha ucciso trecento operai. Ha sicuramente il primato della nocività, visto che dopo dieci anni di lavoro al siderurgico un operaio ha immancabilmente la salute rovinata. E lo sa Andreotti, quanto perde un operaio dell’Italsider e imprese solo per andare al lavoro? Due-tre-quattro ore di trasporti. Visto che gli operai vengono da paesi lontani fino a 50 km e solo per attraversare Taranto ci vogliono delle ore. E si faccia dare Andreotti dai suoi amici dirigenti dell’Italsider i dati sulle ore straordinarie lavorate dalle ditte. Di quanti operai costretti a dieci-dodici ore al giorno per colpa dei salari di fame! Ne verrebbe fuori un altro primato. Quindi Andreotti stia tranquillo. Se spera di eliminare l’assenteismo si sbaglia di grosso. A Taranto gli operai, non solo non hanno nessuna intenzione di lavorare di più, ma hanno tutte le intenzioni di lavorare di meno, di lottare per lavorare meno e salvaguardare la propria salute, di lottare contro i ritmi, gli straordinari e per ridurre gli orari”. Il gruppo Per l’Unità Operaia che prese forma in fabbrica in quegli anni comprendeva delegati attivi nella sinistra extra-parlamentare e pescava tra Lotta Continua e i trozkisti della Quarta Internazionale. La loro azione dentro i luoghi della produzione e in città, nei sindacati, nei consigli di fabbrica e nei circoli cittadini fu uno stimolo costante che collegava le negoziazioni dei vertici sindacali e le strategie politiche del Pci e degli altri partiti di sinistra con l’esperienza diretta dei lavoratori nei reparti più nocivi e la vita dei subalterni in città. Il gruppo era minoritario nei numeri ma egemonico nei consigli di fabbrica dell’area industriale. Lo testimoniano i libri e le interviste ai protagonisti del tempo. Questi delegati portarono i consigli a votare mozioni che riconoscevano le autoriduzioni delle famiglie operaie, in difficoltà di fronte al carovita, come forme di lotta legittime e supportate dai sindacati. E quando i delegati di movimento furono espulsi per le loro critiche alla decisione dei vertici sindacali di firmare uno dei primi accordi sulla cassa integrazione in fabbrica, una breve raccolta nei reparti portò migliaia di firme operaie a sostegno del loro reintegro nelle rispettive organizzazioni sindacali. Quando, a metà degli anni Settanta, i lavori per il raddoppio si conclusero, lottare contro la nuova disoccupazione di ritorno diventò un modo per ricomporre le lotte delle classi operaie che i processi di accumulazione in corso avevano diviso. Nella Vertenza Taranto si uniranno le lotte per il miglioramento degli ambienti, la sicurezza e le condizioni di lavoro, l’opposizione agli esuberi di fine lavori, la riqualificazione degli appalti selvaggi e il superamento dello sviluppo basato sulla monocoltura dell’acciaio. Nelle piattaforme sindacali, che poi troveranno sponda istituzionale nella prima giunta comunista della città, la disoccupazione di ritorno andava affrontata stavolta rinegoziando il modello di sviluppo in città. Le maestranze e i saperi operai che Italsider voleva espellere andavano riassorbiti in un piano di opere pubbliche, edilizia popolare e scolastica, riqualificazione del porto e collegamento con l’area industriale di Grottaglie dove imprese di manifattura leggera avrebbero dovuto svilupparsi per trasformare l’acciaio prodotto dall’Italsider. In quelle rivendicazioni gli operai in esubero diventavano maestranze utili a diversificare la crescita opprimente dell’industria di base oligopolistica. Infrastrutture per i trasporti e un piano delle acque per l’agricoltura provinciale dovevano riequilibrare la monocoltura nociva. Le centinaia di ditte d’appalto presenti nello stabilimento siderurgico, invece, avrebbero dovuto essere assorbite sotto le dipendenze dirette del siderurgico, a meno che non fossero state in grado di dimostrare che almeno metà delle loro commesse venivano da clienti non riconducibili all’Italsider. La contrattazione collettiva di gruppo e di stabilimento in quegli anni, intanto, impegnava la fabbrica a ingenti investimenti ambientali per la riduzione delle emissioni negli ambienti di lavoro e in quelli circostanti. Con la contrattazione locale poi, i lavoratori dell’Italsider ancorarono una parte degli aumenti retributivi strappati alla dirigenza per il finanziamento del cosiddetto “salario sociale”, un tesoretto gestito da una commissione paritetica tra consiglio di fabbrica e azienda che veniva destinato a opere di pubblica utilità. Con il salario sociale degli operai, negli anni vennero finanziate strade, trasporti pubblici, asili cittadini, e anche i primi presidi di medicina del lavoro locale. In una indagine del sociologo Aris Accornero alla fine degli anni Settanta emergeva che la prima preoccupazione degli operai del siderurgico di Taranto era ancora la nocività dell’ambiente e l’impatto dei processi produttivi sulla salute molto più che in stabilimenti simili nel resto d’Italia. Si dice spesso che l’industrializzazione portò sviluppo, benessere, consumi, oltre che veleni e malattie. Un’analisi materialista della storia di Taranto permette una piccola correzione. Se sviluppo e benessere ci fu, pur tra i fumi degli altiforni, non fu per l’industria ma per le lotte degli operai tarantini che in quell’industria consumarono i loro corpi. Della portata visionaria della Vertenza Taranto, però, restò poco. I disoccupati di ritorno non furono costretti a emigrare ma le ambizioni di programmazione sociale di sindacati e partiti della sinistra dovette ridimensionarsi. La crisi del settore siderurgico portò i sindacati sulla difensiva e la riforma delle relazioni industriali sganciò i delegati dalla microconflittualità dei reparti. Erano gli anni del riflusso, della cogestione della crisi dell’acciaio, della marcia dei quarantamila a Mirafiori e della fine del sindacato unitario dei metalmeccanici. A Taranto le forze organizzate del movimento operaio gestirono i primi accordi di cassa integrazione mentre chiudevano o si ridimensionavano le acciaierie del resto d’Italia. In fabbrica arrivavano i consulenti della Nippon Steel che sapevano trasformare le relazioni basate sul conflitto in circoli di qualità e toyotismo. La volontà di negoziare e la ricomposizione tra lavoratori diretti e in appalto portò a miglioramenti tecnologici per alcuni e super-sfruttamento per altri. Gli Ottanta sono anche anni di criminalità organizzata che infiltra la gestione delle ditte in appalto e riporta indietro al dispotismo dei regimi del lavoro. Arrivarono poi i primi prepensionamenti e la privatizzazione. L’arrivo di patron Riva fu una cesura senza precedenti: il pensionamento dei padri otteneva in cambio l’assunzione dei figli; mandare in soffitta le lotte era la moneta di scambio per il lavoro precario dei giovani. Le conquiste sugli impianti, gli investimenti per la salute e la sicurezza si erosero, a dimostrazione che le conquiste sindacali richiedono potere operaio per resistere ed evolversi. La produzione a tutti i costi diventò il nuovo mantra nello stabilimento. I vertici sindacali intanto compromettevano la legittimità residua che gli restava agli occhi dei nuovi operai con la cogestione del dopo-lavoro fatta con i soldi dei Riva e mostravano tutta la loro debolezza di fronte al dispotismo padronale, dal reparto confino alla Palazzina Laf, fino alla struttura-ombra manageriale dei “fiduciari” che seminavano panico e timore nei reparti pur non ricoprendo alcuna posizione ufficiale nell’organigramma aziendale. Allo stesso tempo, si aprivano spazi per farsi strada in fabbrica, per far carriera e sentirsi pure appagati, ma da soli, a costo di lasciare tutti gli altri indietro. La città dimenticava la storia di lotte della sua classe operaia e gli operai dimenticavano di essere una classe. Come racconta Alemanno, operaio e scrittore anche lui, in un libro del 2012: “L’orgoglio siderurgico dei padri è sepolto per sempre. L’Ilva era pubblica, si chiamava Italsider, e i nostri Cipputi si permettevano il lusso di studiare, formarsi sul ciclo di produzione dell’acciaio, farne un tutt’uno con i concerti di Giorgio Gaber al circolo Italsider o con le biblioteche popolari, stimolati dal genio incompreso di Peppino Francobandiera. Certo, c’era il Partito (comunista). E c’erano i sindacati. Ora l’Ilva è qualcosa da chiudere dietro la porta di casa a fine turno, facendo calare il silenzio. Non parliamo. A casa non parliamo mai di lavoro perché dialogare non è facile. E dialogare con chi poi? Tanti di noi avrebbero sognato di fare il carabiniere. Essere fuori, essere altrove. Di questo parliamo, sì; oppure lo pensiamo e ce lo teniamo dentro. Perché parlare può fare male”. I movimenti sociali, fuori dalla fabbrica, si attivavano per produrre evidenze scientifiche sull’impatto dell’acciaio sulla salute e sull’ambiente. Alcuni operai, un’avanguardia che cercava ancora di connettere fabbrica e città, erano presenti nell’onda nuova di mobilitazioni che emerse nella seconda metà degli anni Duemila. Nell’estate 2012, però, con il sequestro dell’area a caldo per disastro ambientale da parte della magistratura e con l’emergere del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, in opposizione alle mediazioni sindacali della crisi e alla loro gestione dei rapporti con Riva, la lotta per la giustizia ambientale si centrò sempre più chiaramente sulla necessità di immaginare una città post-industriale. Quella prospettiva passava, e passa ancora, dalla chiusura dello stabilimento, e chi prova a tenerlo aperto, con tutti i distinguo del caso (l’ambientalizzazione, la decarbonizzazione, la proprietà pubblica per la transizione ecologica), agli occhi degli attivisti è un venditore di fumo. È così che il solco tra operai e sindacati da una parte, e il resto del fronte ambientalista dall’altra si è fatto negli anni incolmabile. Con la storica cacciata delle leadership sindacali nazionali fatta dagli operai del Comitato a bordo del tre ruote nell’estate del 2012 si concludeva pure la stagione della modernità industriale. Nuovi attori e soggetti collettivi, nuove pratiche di democrazia, nuove economie e una nuova coscienza di classe sarebbero dovuti emergere dalle macerie di quel movimento operaio stanco, forse già morto. LE SOLITUDINI DELL’OPERAIO E la nuova stagione è arrivata con i suoi soggetti, gli attivisti, gli eroismi. Il ruolo dell’operaio nella nuova configurazione si è fatta sempre più solitaria. La solitudine della tuta blu non è un tema nuovo. Tre libri recenti, scritti da tarantini (un giornalista e due operai del siderurgico) ne parlano con trasporto. In un bel libro, il giornalista tarantino Fulvio Colucci, racconta dell’epopea delle squadre di calcio del quartiere Tamburi. Da bambino, anche Colucci giocava nella squadra della parrocchia di Gesu Divin Lavoratore e da grande ripercorre le memorie di un gruppo fatto di operai siderurgici capaci di disegnare trame di gioco elegantissime sul campo sporcato dalla polvere scura del minerale. Il campo è quello che sorge a pochi metri dai parchi minerari della fabbrica, Ilva Football Club è il nome del team. Quando il giornalista decide di ricostruirne l’epopea, i protagonisti sono già quasi tutti morti di tumore. Tra ricordo d’infanzia, romanzo collettivo e sogno, Colucci narra di Peppe siderurgico, punta della squadra, alle prese con la solitudine di un rigore da battere. Il capoturno e i colleghi lo hanno lasciato dormire a lavoro durante il turno di notte e ora si aspettano freddezza nell’esecuzione. Lo stesso Peppe che, tra la chance di diventare calciatore professionista e la paura di perdere tutto deciderà di restare operaio. Mentre sistema la palla sul dischetto e guarda i cumuli di minerali a distanza di uno sputo, Peppe passa in rassegna una storia personale che sembra destino collettivo. Così scrive Colucci: “Dalle acciaierie arriva odore di sgomento. Inarrestabile. A fredde folate spazza il piano di carico dei pensieri. […]. I bambini si aggrappano ai tubi Innocenti e, dalla tribuna, urlano spazientiti: ‘Mae’ e tiralo stu rigore!’. Peppe punta la scarpa sulla terra battuta, più nera di un vulcano spento. Prende tempo. Non vuole darla vinta al disagio infilatosi tra le linee dei pensieri, per colpa del siderurgico seduto lì, poco distante a fumar tranquillo, a rosolare la città e il quartiere Tamburi, ad attendere il suo errore. Già si vede infilzato dalle ciminiere come un pollo allo spiedo. […] L’Ilva ha avuto tutto: gli onori, le autorità, le benedizioni dei vescovi. I carabinieri col pennacchio. Grandi cerimonie, tragedie enormi, piccole miserie. Scruta tutto, tutto decide. Il rigore no. Peppe non vuol sbagliarlo, non vuol dare la soddisfazione al capoturno, vendere anche l’anima alle acciaierie. Lui aveva varcato con orgoglio i cancelli dello stabilimento, poi si era accorto del progresso dal volto d’inferno, del risultato scritto a tavolino, della sfida persa in partenza di fronte all’immensità della macchina, al suo istintivo divorare l’uomo e alla perfetta solitudine dell’operaio. Se n’era accorto sfogliando un pomeriggio l’Unità nella sezione del partito comunista ai Tamburi. Quei numeri agghiaccianti solo a dirsi. All’Italsider come in guerra: centinaia di morti, migliaia di feriti. Un solo ambulatorio non attrezzato, il numero incalcolabile di operai deceduti per malattie gastriche o respiratorie contratte sul lavoro, l’inchiesta del Consiglio di fabbrica. Il Consiglio di fabbrica, già. Che senso aveva giocare a pallone? […] La fabbrica sembra un plotone d’esecuzione, le ciminiere fucili puntati sul petto. Peppe prende la rincorsa. Tenta una finta per sbilanciare il portiere che non abbocca. Tira con quel po’ di forza rimastagli incollata al corpo. Una botta violenta, centrale, piega le mani al ragno nero”. Nel romanzo Malesangue dello scrittore operaio dell’ex-Ilva Raffaele Cataldi, il paragone calcistico ritorna insieme alla solitudine. È una lunga lista di tradimenti quella che elenca l’autore raccontando della sua esperienza di lavoratore e attivista del Comitato Liberi e Pensanti: il dipendente dell’ufficio del personale che lo accusa per i giorni di malattia che ha preso legittimamente, i compagni che negli anni non hanno più sostenuto la sua scelta di militare nel Comitato, i cittadini che di fronte all’occasione di occupare e bloccare la fabbrica si sono tirati indietro, e le realtà associative che non hanno condiviso la stesura del Piano Taranto: “Lo sdegno e il senso di abbandono che ho provato in tutti questi momenti resta indescrivibile. E se ho sostenuto quella solitudine, è solo grazie a ciò che ho imparato giocando a calcio. Quando giocavo in porta e prendevo un gol, quando i miei compagni festeggiavano un gol lontano da me nella metà campo avversaria, quando il mister nell’analisi della partita negli spogliatoi diceva di aver perso per un solo tiro in porta subito, facendo ricadere la colpa su chi, involontariamente, quell’unico tiro in porta non era riuscito a pararlo…. È la solitudine del portiere. Ed è simile alla solitudine dell’operaio”. Anche Cataldi, come Peppe siderurgico, è operaio suo malgrado. Se nelle pagine di Colucci la scelta di finire in fabbrica fa i conti con la mancanza di alternative, per Cataldi è una sorta di equivoco del destino. Lui in stabilimento ci finisce perché una cognata aveva mandato la sua candidatura a sua insaputa. È il rispetto familiare più che la prospettiva di un lavoro stabile a spingere Cataldi nello stabilimento, ed è lì che realizza presto che la busta paga garantisce “pane e veleno”. Ma Cataldi non si fa piegare dal regime di fabbrica, è anzi categorico: “Ho sempre lottato per la sicurezza sul lavoro e non sono mai sceso a compromessi”. È questo che porta Cataldi in rotta con i sindacati e spiega la sua solitudine. E tuttavia quello di Malesangue è un operaio sui generis a confronto con il resto della letteratura working-class. A differenza del riottoso metalmeccanico Di Ciaula o dell’epopea siderurgica e poi post-industriale dei libri di Alberto Prunetti, la parabola narrata da Cataldi non apre questioni, non pone dubbi, non restituisce un protagonista angosciato, internamente combattuto, crocevia di tensioni, ma piuttosto un individuo risolto, a una dimensione, nient’affatto dubitativo, come solo un giusto può essere. Ci sono buoni e cattivi nella sua fabbrica, ma questi non seguono la linea demarcata dalla struttura economica, dalla posizione di classe. La demarcazione non è il risultato di una visione materialista della società che si fa spazio tra le righe del memoriale, che prende forma nel resoconto dell’esperienza vissuta nei luoghi di lavoro. Si tratta piuttosto di una distinzione morale tra pochi operai dalla schiena dritta e tutti gli altri che mandano la città all’inferno. L’obiettivo politico del libro è chiaro e riflette il conflitto non sanato in città. La lotta contro la fabbrica non è tanto una lotta di classe, vecchio arnese del secolo scorso, ma una lotta di santi, di giusti contro cattivi, nella quale non resta che schierarsi. La solitudine dell’operaio di Malesangue non è tanto diversa da quella di Peppe siderurgico ma è una solitudine che ci conforta e consola perché traccia senza tentennamenti il confine tra buoni e cattivi. Non è il risultato di una struttura economica, dei rapporti di forza tra classi, ma il prezzo da pagare per essere stato sempre tra i giusti. La fine di quella solitudine, quindi, non richiede la trasformazione del sistema economico complessivo; basterà chiudere la fonte del male che è la fabbrica; né richiede la ricostruzione di corpi collettivi, intermedi, politici; basterà che la rivolta morale di ognuno di noi porti la conta dei giusti ad aumentare. Anche Luca Russo è lavoratore del siderurgico alle prese con la sua personale solitudine di tuta blu. Sta nel romanzo di Fabio Boccuni, anche lui operaio dell’ex-Ilva e scrittore, delegato della Fiom tarantina. Ne La Settimana decisiva, l’operaio di Boccuni parla della famiglia dei Tamburi, del lavoro in fabbrica, dell’impegno nel sindacato. Viene assunto in primavera, “quando sbocciano i fiori e si inizia a respirare quell’aria buona di nuove opportunità”, con un sospiro di sollievo. L’impiego industriale non è il risultato di un equivoco o di un obbligo familiare, ma la fine del lavoro nero e precario da manovale edile prima e da metalmeccanico in formazione-lavoro poi. Con la fine della precarietà inizia l’impegno sindacale e con l’impegno sindacale arriva la disillusione. La fabbrica è una bestia complessa, i sindacati hanno armi spuntate da leggi e contratti e sono ormai privi del vecchio potere collettivo delle mobilitazioni. I lavoratori hanno opportunità di carriera personali e poca solidarietà, i capireparto hanno il volto feroce del padrone e quello ammiccante di chi ce la può fare se riesce a stare nelle grazie di chi comanda. L’orgoglio operaio ormai perso lo custodisce nonno Pietro, siderurgico in pensione che anima i ricordi delle estati infantili del protagonista, e che però muore poco dopo il primo sequestro della fabbrica nel 2012. “Era stato un uomo fortunato – riflette il protagonista su suo nonno – ad appartenere a quella generazione che era stata protagonista di un cambiamento, una generazione che aveva avuto la possibilità di riconoscersi nelle grandi organizzazioni di massa, politiche e sindacali, pur senza esserne necessariamente parte attiva. Quella fortuna, insomma, di non sentirsi troppo soli a questo mondo”. Boccuni segue la crisi della fabbrica inventata che aderisce a quella dell’ex-Ilva e racconta dell’impotenza sostanziale di chi prova a tenere uniti il fronte operaio e quello ambientalista. Non è una lotta eroica la sua, ma una prova di resistenza, un continuo farsi attraversare dalle tensioni, dalle ragioni di ognuno che sono tutte legittime, dagli ostracismi reciproci, dalle umane miserie, dall’impotenza di mettergli ordine e farne organizzazione politica. La fine del libro coincide con la fine della fabbrica, che nel romanzo come nella realtà si appresta a una lenta chiusura. Il protagonista in cassa integrazione aspetta qualche buona notizia da un editore che ha un suo manoscritto e da sua sorella che sta per partorire e ragionando sulle sue ferite di classe scrive: “Ci avevano detto di trovarci un lavoro, di darci da fare, di prendere moglie, di comprare casa, di fare dei figli, di mettere su famiglia, di non disdegnare all’occorrenza di impegnarci nel sociale. Noi ci avevamo provato, ci avevamo provato a fare tutto quello che ci avevano detto di fare. Nonostante tutto, la nostra condizione era peggiorata: Marcella non c’era più, il mio lavoro non c’era più. Non c’era più neanche il mio impegno sociale, non avevo figli, nessuna opportunità, nessuna speranza. Questa era la mia condizione, mia e di tanti miei coetanei, di tanti miei colleghi di fabbrica”. La solitudine dell’operaio si è fatta piena, completa e angosciante. Non c’è giustizia né missione superiore per cui battersi nel libro di Boccuni ma solo un enorme malinteso: a nascere operai non c’è redenzione, si salvano in pochi, i giusti, per tutti gli altri ci sono solo macerie. Il passaggio dalla classe operaia – con i suoi riti, le organizzazioni e le azioni collettive – alla solitudine dell’operaio sta nello spirito del tempo, ma a Taranto è anche il risultato del processo di marginalizzazione e stigmatizzazione delle tute blu tarantine. La crisi ambientale di Taranto si produce e si aggrava nel cambiamento dei rapporti di forza dentro la fabbrica e si riproduce fuori con il solco tra movimenti cittadini e organizzazioni dei lavoratori. La resistenza al disastro ambientale, che prima trovava spazio nelle lotte sindacali che a partire dalla fabbrica avevano avuto l’ambizione di negoziare lo sviluppo della città, ha lentamente trovato forma fuori dai cancelli del siderurgico e fuori dagli attori politici e collettivi del movimento operaio. In questo passaggio, però, spesso il sindacato, senza forza di rinegoziare i processi produttivi con l’azienda, ha finito per diventare l’obiettivo principale – forse perché più facile da colpire – delle critiche, delle accuse e dei tic dello sciame di soggettività alternative che ha preso forma in città. Messo in soffitta l’operaio massa, ci è rimasto l’operaio con la sua solitudine, eroica o angosciante a seconda dei casi. ULTIMI PREPARATIVI Nel 2008, quando ho preso il diploma da perito tecnico industriale in una scuola di paese della provincia di Taranto, il docente di elettronica si raccomandava con i più studiosi tra noi di impegnarci per prendere un bel voto agli esami di maturità. I reclutatori dell’Ilva si sarebbero interessati a noi se avessimo preso bei voti, ci avrebbero dato un’opportunità. L’Ilva in realtà era già vicina al tracollo e in quella classe già sapevamo che la fabbrica non sarebbe stato il nostro futuro. Io sono finito a fare altro e dopo anni di lavoro nero e precariato ho trovato un impiego precario dove mi pagano per fare ricerca. A tanti anni di distanza la mia precarietà non è diminuita ma si è fatta più pesante e, nonostante gli sforzi, continua a tenermi lontano dalla mia terra. Ma è solo un caso che non sia oggi in cassa integrazione ad assistere alla mia fabbrica che chiude. In questi giorni contesi, un caro amico che lavora in fabbrica mi ha detto che si sta preparando alla chiusura. Ha fatto il passaporto, qualche concorso, si sta guardando intorno. Mi ripete sempre che, finita la fabbrica sarà impossibile negoziare alcunché. Senza la fabbrica e la sua classe operaia lì concentrata, il potere contrattuale del territorio sarà ulteriormente indebolito, e tutta la città – non solo gli operai – sarà incapace di negoziare per bonifiche, investimenti, e protezioni sociali. Ecco perché i sindacati ancora credono alla decarbonizzazione, mi spiega, e alla continuità produttiva. «Se mi pagassero per non lavorare, starei pure zitto e buono – mi dice –, che non è che a me piace andare a lavorare lì, però bene non sto neanche in cassa integrazione… Io ho fatto l’acciaio, France’, non so se è chiaro! Le vostre macchine, i vostri frigoriferi, le vostre lavatrici probabilmente le ho fatte io». Agli ambientalisti invidio la loro guerra santa, la convinzione davvero legittima di essere dalla parte di un bene assoluto. Agli operai invidio la possibilità di tenere i piedi in una storia, la maestria e il sapere che si ruba nei luoghi della produzione anche quando sei sottopadrone e per lui devi produrre, la solidarietà meccanica che si crea nella materialità del lavorare fianco a fianco con un compagno. A Taranto invidio il suo mare, i suoi intellettuali, la sua storia di lotte operaie dimenticate, la sua rivolta della riproduzione sociale. (francesco bagnardi)
lavoro
ambiente
Un batterio al potere. In Calabria si grida all’emergenza per trasformare il territorio agricolo
(disegno di sam3) I primi giorni di settembre è stata resa pubblica la notizia del ritrovamento in Calabria di xylella fastidiosa, un batterio da quarantena che causa il disseccamento degli ulivi. Un decreto regionale ha ufficializzato il rilevamento della sottospecie pauca del batterio su sette alberi di ulivo nel comune di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria. Le analisi, condotte dal sistema fitosanitario regionale e validate dal Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), hanno portato all’immediata istituzione di un’area delimitata, che comprende una zona infetta e una fascia cuscinetto di circa due chilometri. Nei giorni successivi, le dichiarazioni istituzionali hanno assunto toni che richiamano da vicino quelli già osservati in Puglia durante la cosiddetta emergenza del disseccamento degli ulivi, durata oltre un decennio, di cui abbiamo scritto sul numero 12 de Lo stato delle città. L’assessore regionale all’agricoltura ha definito il ritrovamento “un inizio di epidemia” e ha affermato che la Regione interverrà “con grande determinazione” per evitare che il fenomeno possa propagarsi ulteriormente. Parallelamente, rappresentanti del mondo tecnico e agronomico hanno invocato una risposta “immediata, coordinata e rigorosamente fondata sulle evidenze scientifiche”, sottolineando la necessità di applicare tempestivamente le misure di eradicazione e rafforzare la sorveglianza del territorio. Per comprendere la portata di tali dichiarazioni occorre ricordare la vicenda pugliese della xylella nel Salento, dove dal 2013 il disseccamento degli ulivi è stato progressivamente ricondotto, nel discorso istituzionale e mediatico dominante, alla presenza del batterio. In quel contesto, una crisi ecologica estremamente complessa è stata quasi sempre rappresentata attraverso una spiegazione con un’unica causa, nella quale xylella è divenuta il principale fattore interpretativo del fenomeno. È proprio questa eredità narrativa e politica che sembra riemergere oggi in Calabria, ancora prima che si registrino manifestazioni diffuse di disseccamento assimilabili a quelle osservate nel Salento. Il ritrovamento del batterio xylella in Calabria sembra prefigurare la riattivazione di un dispositivo ormai familiare nel panorama agricolo meridionale. Prima che emergano evidenze di fenomeni significativi e prima che si apra una discussione approfondita sulle caratteristiche specifiche del contesto locale, il dibattito pubblico appare già orientato verso misure straordinarie: delimitazione delle aree infette, programmi di eradicazione, sostituzione delle varietà tradizionali con cultivar considerate resistenti, nuovi programmi di finanziamento per la riconversione agricola. Come è accaduto in Puglia, la presenza del batterio tende rapidamente a trasformarsi in una condizione emergenziale che giustifica l’attivazione di specifiche forme di intervento sul territorio. L’aspetto più significativo non risiede nell’individuazione dell’agente patogeno, bensì nel processo attraverso il quale la sua presenza viene tradotta in una particolare forma di governabilità. Ciò che osserviamo non è soltanto una risposta a un rischio biologico paventato, ma la costruzione di un regime discorsivo che anticipa e orienta le possibili trasformazioni del paesaggio agrario. In Calabria, allo stato attuale, non si registrano fenomeni di disseccamento diffuso assimilabili alla crisi che ha interessato il Salento. Eppure, la semplice identificazione del batterio sembra sufficiente a evocare scenari di devastazione, mobilitando immagini, narrazioni e strategie operative elaborate durante l’esperienza pugliese. In questo senso, xylella agisce non come organismo biologico, ma come segno politico capace di rendere imminente una catastrofe assente dal paesaggio visibile. L’emergenza non nasce necessariamente dall’osservazione di un disastro in atto, ma dalla costruzione di una minaccia potenziale che richiede interventi immediati. È precisamente questa anticipazione del rischio a produrre gli spazi di legittimazione per misure che altrimenti incontrerebbero maggiori resistenze sociali e politiche. L’emergenza fitosanitaria costituisce uno dei dispositivi attraverso cui prende forma la governamentalità, ovvero quell’insieme di pratiche, saperi e tecniche mediante cui i territori e le popolazioni vengono resi leggibili, amministrabili e trasformabili. Una volta definito il problema, diventa possibile stabilire quali conoscenze siano ritenute valide, quali soggetti siano autorizzati a intervenire e quali trasformazioni possano essere presentate come necessarie e inevitabili. Come mostrano numerose osservazioni sviluppate negli anni della crisi pugliese, il disseccamento emerge dall’interazione tra una pluralità di organismi e processi: batteri, funghi patogeni, insetti vettori, stress idrici, cambiamenti climatici, pratiche agronomiche e trasformazioni socioeconomiche del mondo rurale. Al contrario, la riduzione del disseccamento degli ulivi alla sola presenza del batterio xylella assume un’importanza strategica. La semplificazione della complessità ecologica consente, infatti, di costruire una relazione causale lineare tra batterio e malattia, trasformando un fenomeno che coinvolge molteplici attori biologici, ambientali ed economici in un problema tecnicamente definito e amministrativamente gestibile. L’approccio emergenziale tende però a espellere questa complessità dal campo della rappresentazione pubblica. Ciò che resta visibile è una spiegazione mono-causale che identifica un nemico biologico e giustifica una risposta tecnico-amministrativa proporzionata alla minaccia costruita ad hoc per introdurre una vero e proprio mutamento, una trasformazione dei territori calata dall’alto, come spiega molto bene Giovanni D’Elia. Anche le cifre hanno assunto una funzione narrativa. L’inesattezza numerica è ingrediente essenziale nella produzione dell’emergenza: le cifre catastrofiche vengono trasformate in strumenti di persuasione collettiva. Numeri, mappe, proiezioni e scenari futuri contribuiscono a costruire un immaginario della devastazione che rende difficilmente contestabile l’adozione di interventi straordinari. La crisi viene così narrata come inevitabile, mentre determinate soluzioni vengono presentate come le uniche razionalmente perseguibili. Ciò che emerge è qualcosa di più di una questione fitosanitaria. Attraverso il linguaggio dell’emergenza vengono ridefinite le forme di utilizzo della terra, le varietà considerate economicamente desiderabili, i flussi di finanziamento pubblico e le modalità stesse di abitare il paesaggio rurale. L’uliveto tradizionale, con la sua biodiversità varietale e la sua dimensione storico-culturale, rischia di essere reinterpretato secondo criteri sempre più orientati alla standardizzazione produttiva e alla gestione tecnica del rischio. Come scrive il comitato Ulivivo, la forza della narrazione emergenziale sta proprio nella sua capacità di ridurre la complessità e rendere lineare qualsiasi passaggio logico. Disseccamenti uguale xylella; xylella uguale abbattimenti e sostituzioni; abbattimenti e sostituzioni uguale salvezza del territorio. Una concatenazione apparentemente semplice che, però, da un lato è basata sul falso assunto dell’equivalenza fra disseccamento e xylella (i dati ufficiali della Puglia dimostrano che la maggior parte degli ulivi disseccati non è positiva a xyella), dall’altro, occulta le vere ragioni alla base di tale sconvolgimento colturale e culturale. Come hanno mostrato numerose osservazioni e ricerche condotte in questi tredici anni in Puglia, gli alberi disseccati sono il risultato dell’incontro di molteplici attori biologici e ambientali: funghi patogeni, insetti rodilegno, pratiche agricole errate, condizioni climatiche estreme, impoverimento microbiologico e di sostanza organica dei suoli e trasformazioni economiche del mondo rurale. Ridurre tale complessità a un batterio significa impedire di considerare tutti i processi ecologici che rendono possibile l’emergere della malattia. È la stessa logica che porta a interpretare il paesaggio e tutti i caratteri di un territorio come uno sfondo passivo da correggere tecnicamente, piuttosto che come il risultato di relazioni storiche secolari, biologiche e sociali che coinvolgono esseri umani e non umani. Parallelamente, l’attenzione pubblica raramente si concentra sugli effetti economici generati dall’emergenza. Ogni crisi apre, infatti, specifici flussi di finanziamento destinati a monitoraggi, analisi, espianti, produzione di biomassa, reimpianti con piante brevettate, riconversioni varietali e operazioni di svendita e gestione territoriale. In questo senso la xylella non rappresenta soltanto un problema fitosanitario, ma anche un dispositivo che mobilita risorse, ridefinisce priorità amministrative e contribuisce a trasformare il valore economico dei territori coinvolti. Le conseguenze riguardano tutti gli aspetti legati al territorio, da quello socio-culturale a quello economico, da quello identitario a quello della sovranità alimentare di chi abita quel territorio. Dove un tempo esistevano uliveti secolari composti da pregiate e uniche varietà locali, emergono nuovi assetti agricoli, nuove cultivar, nuove relazioni tra agricoltori, mercato e istituzioni. In altre parole, l’emergenza produce una vera e propria riconfigurazione territoriale. In Puglia l’emergenza xylella ha prodotto il crollo vertiginoso del valore dei terreni, la significativa riduzione del numero di piccoli e medi imprenditori agricoli, lo spostamento dei finanziamenti a sostegno dell’agricoltura verso le grandi aziende, la comparsa di numerosissimi progetti per la realizzazione di impianto eolici e fotovoltaici. La possibile estensione del modello pugliese alla Calabria appare dunque come un processo di territorializzazione dell’emergenza. Non si tratta semplicemente di contenere un batterio, ma di rendere il territorio disponibile a nuove forme di pianificazione, investimento e riconfigurazione agricola. In questo senso, la presenza della xylella opera come un punto di ingresso attraverso cui diventa possibile intervenire sul paesaggio, riorganizzare le economie locali e ridefinire gli stessi criteri di valore attribuiti alle campagne mediterranee. La lezione che emerge dall’esperienza pugliese è che le crisi ecologiche non possono essere comprese unicamente come eventi naturali. Esse sono anche processi narrativi e politici che selezionano cause, producono evidenze e orientano interventi. Osservare ciò che accade oggi in Calabria significa allora interrogarsi non tanto sulla supposta diffusione di un batterio, ma sulla riproduzione di una forma di governo che, attraverso la retorica dell’emergenza, trasforma la complessità dei paesaggi in oggetti di amministrazione tecnica. È in questa traduzione della complessità in governabilità che si gioca la vera posta in gioco della questione xylella nel Mezzogiorno. (giuseppe vinci)
ambiente
Stare o restare. I paesi interni, il grano, lo spontaneismo in un dialogo con Antonio Pellegrino
(disegno di escif) Circa le otto di sera, entroterra cilentano, terrazza di Perito, provincia di Salerno. Il tramonto si anticipa a fine estate. Ho attraversato il paese con Antonio Pellegrino, cofondatore della cooperativa sociale Terra di Resilienza e del Palio del Grano, giunto quest’anno alla ventiduesima edizione. Ai piedi dei tre scalini della cappelletta della Maddalena, incontriamo alcune signore sedute fuori casa. Antonio si ferma e chiacchiera con loro in cilentano stretto – di grano, di varietà locali, di mietitura. Diffidenti all’inizio, le signore si aprono quando riconoscono nelle sue parole la conoscenza delle stesse pratiche di un passato che sembra lontano. Maria, una di loro, ci apre le porte della cappella della Maddalena, dopo una breve visita proseguiamo verso la terrazza. «Io sono un sostenitore dello spontaneismo. La spontaneità è un esercizio vitale anti-pianificazione, determinante per molte cose. Almeno per me lo è stato. Non è tanto legato all’occasione. Adda succedere perché adda succedere». Con questa frase si può leggere tutto il resto. Dopo gli anni di studio a Napoli, cosa ti ha riportato a Caselle in Pittari? «In realtà ero già tornato a Caselle, perché l’università l’ho fatta in età adulta. Mi sono iscritto a trent’anni, mi sono laureato a trentacinque. Sono andato all’università proprio perché avevo voglia di fare un percorso accademico. Mi ero iscritto all’università già appena diplomato, però mollai dopo sei mesi. Poi sono andato in Toscana». Che facevi in Toscana? Sono andato in Toscana perché dovevo fare il militare. Volevo mettere da parte un po’ di soldi. Però, arrivato là, mi hanno fatto una proposta di lavoro, di entrare in una società. Ho fatto per tre anni l’imprenditore. Guadagnavo bene. Avevo dei soldi a venticinque anni, con grandi responsabilità. Però questo è coinciso pure con la mia politicizzazione, con la necessità di tornare. Quindi ho venduto le mie quote sociali e sono tornato. Quindi più che un ritorno da Napoli, è stato un ritorno dalla Toscana. Dopo quattro anni sono tornato con una voglia operativa incredibile. Ti sto parlando di anni pure molto particolari, il G8 di Genova, la nostra voglia di partecipazione, di una politicizzazione che non era più di partito. Insomma, il tema di quegli anni era il no-global, ci chiamavano no-global. Ora il paradosso è che i no-global sono diventati quelli di destra… E quindi, dopo quattro anni, torno con la voglia di conoscere le montagne, la storia, la geografia. Ho fatto un’indagine totalizzante, con questo bisogno di definire il proprio. Era più che altro la necessità di avere un quadro più chiaro sullo sviluppo del pensiero e del territorio in ambito storico e politico — in mezzo, il percorso di sociologia a Napoli, tra il 2008 e il 2012. Col ritorno dalla Toscana è nato pure il Palio del Grano, che poi è la cosa che forse più di tutto mi ha cambiato la vita. «L’ispirazione è stata mettere insieme la cultura del palio che avevo conosciuto in Toscana con un ricordo infantile, quando con mio nonno si mieteva il grano a mano… Vabbè, ho avuto uno strano battesimo. Nel senso che appena sono entrato nel grano, il mio primo ricordo è che un biacco, una serpe nera, mi è passato in mezzo alle gambe. Quando si mieteva il grano partecipava la famiglia allargata, dieci-dodici persone. E la storia riguarda compa’ Giovanni Terenzio, un parente di famiglia, nipote di mia nonna. Io andavo con loro e avevo il compito di andare a prendere l’acqua alla sorgente, “alla lancetta”, che è un contenitore di terracotta. Avevo dieci anni. Compa’ Giovanni in quell’occasione mi mise la falce in mano. Mi diede le prime lezioni di mietitura. Quando ho iniziato a tagliare il grano, mi faceva: “Nun te fa fa o’ zaccano”. Quando due mietitori lavorano, se uno va più veloce dell’altro e gli taglia la strada, il primo si riposa e l’altro deve mietere per tutti e due. Era un gioco. Da quel gioco è nato il Palio del Grano, da quella nozione. Lo organizziamo con la Proloco di Caselle in Pittari dal 2005, prima edizione. Poi la prima Biblioteca del Grano, nel 2008. Di seguito sono venute fuori un po’ a cascata tutte le altre storie. La cooperativa sociale Terra di Resilienza, costituita nel 2012 insieme a Dario, Claudia e Marianna, aveva pure lo scopo di rendere produttiva quest’attività che avevamo recuperato con la Proloco. Poi abbiamo aperto il mulino, la biblioteca. Quindi oggi vivo e lavoro di questo. La cooperativa è diventata il braccio operativo; il palio, invece, è più un’azione volontaria che attraversa il paese». Come ti sei avvicinato alla coltivazione dei grani antichi? «Abbiamo iniziato con un’attività di recupero delle varietà di grano locali, siamo partiti con quattro varietà, di cui due erano proprio indigene, ianculidda e russulidda, varietà di grano tenero. Una siamo riusciti a iscriverla pure al registro delle varietà della conservazione regionale. Poi è la morfologia della spiga che caratterizza spesso i nomi, della granella o della farina. La cultura tradizionale era morfologica: ‘u guascio, ‘u chiatto, ‘u cicato, ‘u carusato, ‘a russia, che è più rossa. Insomma, si parla di varietà locali, non ibride, e sono tutte molto variabili – c’è grande eterogeneità, quindi già chiamarle varietà è una cosa impropria. La forma “grani antichi” esce fuori con gli americani. Io un po’ la ripudio, perché sembra una cosa di mummie sterili. Non è perché sono contro gli americani, ma perché sono gli stessi della rivoluzione verde. È una vecchia storia. Hanno preso il lavoro di Strampelli, il genetista italiano, associato alla propaganda agraria di Mussolini. Di fatto il patrimonio genetico dei grani realizzati da Strampelli è diventato la base per il miglioramento che ha fatto poi Norman Borlaug americano, che ha ricevuto il premio Nobel e ha fatto nascere la Green Revolution, la rivoluzione verde. C’è la genetica, c’è il modo in cui è scritto un seme, quindi il contributo genetico, ciò che portano i geni e la progenie, ma poi c’è l’epigenetica, quindi c’è l’adattamento di anno in anno a condizioni pedologiche, climatiche, ambientali, alla pressione dei contadini. Quindi i semi non sono monoliti». Cos’è per te il folclore oggi in questi territori? «Il folclore è celebrare la morte di qualcosa, questo è il mio punto di vista. Ovviamente si intende per folclore e per folk tutto ciò che attiene alle radici culturali di un paese, alle specifiche appartenenze simboliche e materiali di una comunità, però quello che oggi analizzo criticamente, più che il folclore, è la folclorizzazione. Cioè il fatto che viene celebrata questa musealità, il “fatto a mano”. I cavatelli fatti a mano con la farina del Canada. Questo significa che non si ha una relazione con la terra, col proprio paesaggio agrario. Il Cilento è patrimonio Unesco in quanto paesaggio culturale, che è soprattutto la relazione del corpo con l’ambiente in cui si trova. Come la fai l’ecologia se non hai prossimità alimentare? Che non significa guardarsi l’ombelico, non si vive di solo pane per l’amor di dio… Diciamo che l’antropologia, culturalmente intesa, sui territori appenninici è legata all’addomesticazione della montagna, quindi soprattutto alla pastorizia. Nel tempo è venuto meno quest’impianto, questo substrato culturale legato alle pratiche – cioè a mangiare il proprio pane, a pascolare, a usare il cacio-ricotta piuttosto che il parmigiano. Venendo meno questo mondo, lo si rispolvera in feste, sagre, in una musealità senza senso, dove c’è un’espressione museale appunto. Nel folclore si celebra la nostalgia, il dolore di casa, perché ci si rende conto che stiamo morendo. Poi i paesi qui intorno, quindici-venti giorni all’anno, si fanno una bella botta di endorfine – lo si vede in questo “festival bar”, in questi palchi…». Oltre a coltivare la terra, il Cilento che attraversi coltiva anche un’idea di futuro? «Secondo me, dove c’è cultura che diventa radice operativa c’è sempre futuro. Se stiamo qua, in questo preciso punto e, per assurdo, domani una bomba rompe l’acquedotto e tutta l’industria non riesce più a portare l’acqua, dobbiamo andare a trovare la sorgente – io so dov’è. Ecco, quello è il futuro. Ma uno dice: tu vedi il futuro solo nella disgrazia del mondo organizzato così? Lo vedo anche in questo. Il Covid ci ha già dato un piccolo riscontro, ma lo vedo anche nel selvatico. Nella capacità di creare spontaneismo attraverso queste radici culturali, dentro questi ultimi delta. Questo lo vedo fertile per lo spontaneismo. Forme spontanee, che non significa reazionarie, non significa disorganizzate, ma che significa ancora lo stare come elemento fondante – lo stare in termini di mente locale, lo stare in termini di riuscire a quadrare una dimensione del proprio, come spinta». Uno stare o un restare? «Nel restare ci vedo già uno slancio politico dichiarato. Lo spontaneismo in quanto tale non è dichiarato, non è rivelato – bisogna rivelarlo, addomesticarlo. Il mio sta nel tornare alle pratiche, alle cose da fare». Quali sono le pratiche di una comunità per te? «Le pratiche sono pure impegnarsi. Mangiare il pane più prossimo, bere l’acqua più prossima, fare le condoglianze se è morta la nonna del vicino, condividere il cibo – vorrei ritrovare una dinamica dell’insieme, della prossimità nel senso umano. Caselle è inserita nei flussi che caratterizzano tutti i paesi interni. Il nostro è un piccolo approdo, come quello di tante realtà che si sono attivate nei territori. Come quando devi scalare una parete e tieni un appiglio. I processi culturali dell’Appennino intanto sono in un dirupo. Gli immaginari non si sviluppano più a livello locale, si sviluppano in reti distanti, online. In una società che sceglie cose emotivamente più facili, più raggiungibili, sono pochi quelli che scelgono un lavoro lento, progressivo e sedimentario. Però il mondo è grande, e noi siamo comunque occidente. Io una risposta sulla prossimità umana la vedo nelle cosiddette periferie del mondo. Lì c’è spontaneismo…». (edoardo m. benassai)
ambiente
Altro che borghi felici. L’entroterra campano dal sogno industriale al disastro ambientale
(disegno di resli) Ad Airola l’aria non appartiene alle stagioni né alla terra. È la recidiva di un processo instradato da atti criminali, da infiltrazioni silenziose che si sono stratificate negli anni, mentre la narrazione superficiale raccontava di una primavera che non c’era più. Quando il 31 agosto scorso la colonna di fumo nero è tornata ad alzarsi sulle case, il pensiero di tutti è andato a quel 13 ottobre 2021, all’incendio che scoppiò nello stabilimento Sapa saturo di materiali plastici e solventi. L’incendio questa volta ha riguardato l’impianto di stoccaggio rifiuti Eco Energy, nell’area industriale, e ha bruciato per giorni tonnellate di plastica, rifiuti indifferenziati e materiali non identificati. Il sito in questione, sottoposto a sequestro preventivo già nel 2022 nell’ambito di indagini per auto-riciclaggio, e poi finito in amministrazione giudiziaria, era stato nuovamente sigillato nell’aprile 2024 dai militari del Nucleo operativo ecologico di Napoli, dopo il riscontro di reati gravissimi per gestione illecita dei rifiuti e scarichi abusivi. Parliamo di un complesso dove la quantità di rifiuti stoccati era sessantaquattro volte superiore al limite consentito. Cumuli imponenti ostruivano persino il passaggio dei lavoratori, materiali erano affastellati direttamente sulla terra, esposti alla pioggia senza alcuna protezione, mentre un capannone abusivo di duemila metri quadri veniva usato come discarica coperta. A questo si aggiunge la mancanza di presidi antincendio e la scarsa autonomia di manovra per i mezzi di soccorso. Tra sequestri, amministratori giudiziari, rimpalli di responsabilità tra tribunali ed ex gestori indagati persino fuori regione per smaltimento illecito, la Eco Energy è diventata un bomba a orologeria, nonostante i doveri di sorveglianza delle autorità preposte. Ma ciò che sta succedendo ad Airola non è un caso isolato, è l’ennesimo segnale di una patologia di ampia estensione. Secondo gli ultimi dati del report Ecomafia di Legambiente, la Campania si conferma in cima alle classifiche per reati ambientali in Italia. Se si guarda al solo ciclo dei rifiuti, gli illeciti continuano a registrarsi con ritmi impressionanti. Non si tratta di semplice mancanza di senso civico: è un mercato criminale da miliardi di euro l’anno, portato avanti da reti organizzate di imprenditori senza scrupoli, con relazioni personali, complicità istituzionali e precisi modi di pensare e agire. UNA COESISTENZA ILLOGICA Per capire il perché di questi accadimenti occorre fare un passo indietro, agli anni Settanta. È in quel decennio che l’illusione della modernizzazione e del posto fisso rimpiazza la vocazione agricola del luogo, facendo della Valle Caudina territorio fertile per le ambizioni industriali. Vivere oggi in un paese come Airola significa fare i conti con una coesistenza forzata e per questo illogica tra globale e locale. Lo si intuisce subito osservando aree con differenti funzionalità, dove non si percepisce distinzione tra uso agricolo, industriale e centro abitato. Un esempio evidente è quello del corso principale, corso Montella, che divideva anche socialmente il paese in due: sul marciapiede più ampio passeggiavano i signori, sull’altro i contadini. Oggi quella striscia di basolato è la metafora di ciò che siamo: un territorio dove l’illusione industriale sfiora gli orti casalinghi e il centro abitato si stringe alle fabbriche. Su quel corso camminano i residui di una coscienza civile e il tacito assenso: nessun borgo è idilliaco, nessuna comunità è del tutto incolpevole. Ancora oggi la zona industriale presenta tutte le criticità ambientali storiche, rilevate nel tempo anche dall’Arpac: impianti ad alto impatto come quelli dove operano le aziende per il trattamento rifiuti, quelle di lavorazione pelli che hanno compromesso aria e suolo, le attività metalmeccaniche, e un abusivismo edilizio che sfida la natura da troppo tempo. L’incendio non è una fatalità: è il tassello di una mutazione sociale e urbanistica che ha sconfinato in uno spazio di cui nessuno si sente padrone, ma di cui tutti siamo responsabili. In questo vuoto, la gestione opaca dei rifiuti si incunea con facilità, ed ecco che i capannoni svuotati nel tempo dalla produzione sono diventati luogo di stoccaggio oltre i limiti, trappole ecologiche pronte a prendere fuoco al primo intoppo burocratico o giudiziario. IL MITO DEI BORGHI La narrazione dominante descrive oggi tanti piccoli paesi italiani come santuari inviolati, mentre operazioni di marketing territoriale raccontano una ruralità edulcorata, fatta di borghi felici e cieli tersi. La realtà delle nostre province smentisce però questo patrimonio di idee. L’eco-criminalità e la sconsiderata gestione dei rifiuti non sono fantasmi lontani, camminano silenziose accanto a noi, infiltrandosi anche dove le comunità si credono al sicuro. Già negli anni Duemila, quando esplose l’emergenza rifiuti, la Valle Caudina fu chiamata a pagare il suo tributo con la discarica di Tre Ponti a Montesarchio. Nata per accogliere milioni di metri cubi e ridotta a 480 mila dopo le barricate popolari, quella cava senza bonifica e con milioni di euro pubblici spesi solo per gestire il percolato, vent’anni dopo testimonia ancora come la risposta emergenziale sia la norma nella nostra terra. Ma la vulnerabilità travalica i confini. Nel cuore dell’Alta Irpinia il caso di Nusco ne è la riprova: le ispezioni dell’Arpac sollecitate dai miasmi denunciati dai cittadini hanno rivelato nel suolo veleni fuorilegge come cadmio, cromo VI, mercurio e solventi clorurati. E proprio in queste ore l’imponente incendio divampato a Taverna del Re – lo storico e gigantesco sito di stoccaggio di ecoballe nel giuglianese – si specchia in modo speculare e angosciante con il rogo di Airola. Il filo conduttore è lo stesso: l’eco-criminalità e l’incuria ambientale non sono solo reati, ma fanno parte di un approccio culturale che considera la provincia come una discarica in cui bruciare le responsabilità. È per questo che bisogna svegliarsi dal sonno stantio della vita lenta e dei borghi incontaminati: la lentezza che ci stiamo raccontando non è armonia con la natura. La mobilitazione ad Airola di domenica 6 settembre, su iniziativa di giovani locali, è stato un primo e chiaro segnale della volontà di non cedere più alla tentazione della passività, gettando le basi per interventi di ricostruzione che non si fermino al clamore e che non restino chiusi dietro porte di vetro. Siamo il tassello di un’economia che – lo ha ricordato il dottor Marfella durante la manifestazione – dovrebbe garantire il benessere e la felicità collettiva, un principio che è stato deviato, mettendo gli interessi di pochi davanti alla salute pubblica e all’ambiente. A quegli interessi è necessario rispondere mobilitandosi in tanti, perché, come hanno denunciato gli attivisti di Stop Biocidio presenti domenica ad Airola, la Terra dei Fuochi non è un perimetro ristretto, ma una geografia estesa di veleni che vive del mito ipocrita del riciclo, di capannoni strapieni di rifiuti industriali che prendono fuoco quando il danno è ormai consumato. L’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver informato i cittadini sui rischi che correvano: pretendere dati reali e verità sanitaria è l’unica via rimasta. L’esigenza di rivendicare risposte è stato, in effetti, il focus di molti interventi dei cittadini e dei rappresentanti della associazioni che hanno animato anche il consiglio comunale straordinario di lunedì 7 settembre. È stata una lunga seduta, conclusa con l’approvazione unanime di una delibera che impegna l’amministrazione a intervenire su bonifica, monitoraggio sanitario e ambientale, sorveglianza della popolazione esposta, tutela delle attività produttive, ristori e agevolazioni per le aziende colpite, oltre alla costituzione di un’unità di crisi e al coordinamento con i sindaci della Città Caudina. A queste legittime pretese dobbiamo continuare ad affiancare l’abnegazione nello studio dei nostri contesti, la richiesta di riscontri e di accesso ai dati per opporci al disastro, aggirando le scorciatoie narrative. Chi opera nel mondo dell’associazionismo ha il dovere di proporre questo nuovo sguardo, perché, oltre alla mobilitazione, diventa importante costruire un abbecedario della cittadinanza, un percorso che aiuti tutti ad acquisire conoscenze, strumenti e nuovi approcci. «Nei paesi – mi ha detto Miriam Corongiu: agricoltrice, scrittrice e attivista impegnata nella Terra dei Fuochi – la presa di coscienza ambientale è un processo ostacolato da pressioni sociali, giudizi, reticoli familiari o complicità locali. Creare consapevolezza richiede un lavoro “persona per persona”, partendo da piccoli nuclei e cerchi stretti di fiducia, per poi allargare gradualmente le assemblee. È fondamentale connettersi con le realtà territoriali che hanno già affrontato lotte simili per mutuarne strategie pratiche e legali. Bisogna però ridefinire cosa sia un risultato tangibile: in contesti segnati da profonde iniquità ambientali, l’obiettivo iniziale non è quasi mai la vittoria immediata, ma condizionare il dibattito pubblico, rompere il silenzio». (carmen ciarleglio)
ambiente
Diciotto mesi dopo la sentenza Cedu. Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi?
(disegno di naum) A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta ancora incompiuto. La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al Commissario unico per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati, struttura incardinata presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale Giuseppe Vadalà, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa dei comitati attivi nella Terra dei Fuochi. Una diffidenza tutt’altro che pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. Dal 1994 la regione è stata attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo smaltimento illecito dei rifiuti speciali. L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie, sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre 7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni. È stato inoltre riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo studio a supporto delle misure richieste dalla Cedu, sulla falsariga dello studio che l’Iss ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la Procura di Napoli Nord. Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato, quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e risanamento ecologico. Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i prossimi anni di 329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32 grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o messa in sicurezza definitiva. Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa ricognizione commissariale, tuttavia, stima in 2 miliardi e 527 milioni di euro il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica. A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30 milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno complessivo individuato supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Che cosa rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi alla questione contabile. Ciò che emerge davvero, però, è la misura della distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al Consiglio d’Europa e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e accompagnare le indagini fino alle bonifiche. La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce, ancorché qui si concentri il dramma più profondo della Terra dei Fuochi. Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica. Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale. Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di monitoraggio della Regione Campania in collaborazione con l’Università Federico II. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena. Le criticità più significative si concentrano proprio nei territori della Terra dei Fuochi, con superamenti registrati, tra gli altri, a Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra e Succivo. La Federico II aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare azioni immediate di sanità pubblica. La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova emergenza. In questo rovente mese di luglio, ad Acerra, il Comune ha disposto la chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione cautelativa dei pozzi privati. Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee, tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei territori di Napoli e Caserta. A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene, tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e sulle produzioni agricole. C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per sé evocativa della risoluzione del problema. I maxi-roghi verificatisi recentemente tra Giugliano e Scampia, così come i roghi di Acerra e di altri territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti urbani e speciali. Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della Terra dei Fuochi rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma, scala e geografia. Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala sovracomunale. È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’Agro Caleno in funzione dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025 nell’azienda di stoccaggio Campania Energia, tra Teano e Riardo, ha interessato un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica. A questo episodio si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti, come Gesia di Pastorano e le criticità riscontrate nelle attività di gestione dei rifiuti presenti tra Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise e gli altri comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’Agro Caleno e nel Medio Volturno. Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro storico di Terra dei Fuochi. Una dinamica analoga sta emergendo in Puglia, dove la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta segnando in maniera inquietante l’estate in corso. Nel giro di poche settimane, un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di stoccaggio a Francavilla Fontana, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio di due chilometri; a Manduria sono stati distrutti dalle fiamme sette autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della raccolta; a San Paolo di Civitate, nel foggiano, un incendio di vaste proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di metri dalle abitazioni. Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra Carbonara, Ceglie e Loseto; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla convocazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte. Nel maggio 2026, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari ha ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali provenienti anche dalle province di Napoli e Caserta verso le aree interstiziali delle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani. L’inchiesta ha interessato rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti. A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo l’intera filiera a una pressione crescente. Al momento, la criticità appare più evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti potrebbe propagarsi rapidamente verso il Mezzogiorno, aggravando le condizioni già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti irregolari e incendi nei siti di deposito. Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la responsabilità della Terra dei Fuochi, come intende affrontare i flussi intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno. La storia, insomma, si ripete a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per Napoli e Caserta; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi. La scala provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti ambientali e le misure cautelative adottate. Una banca dati permetterebbe di costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i roghi con le caratteristiche dei territori. Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale. La struttura commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi, spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo, raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna rapidamente nelle condizioni precedenti. In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa, schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto respiro delle comunali. In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di persistente inadempienza. Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso. La stessa Corte europea ha posto la necessità di una strategia politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione. Il governo ha affidato il monitoraggio a Ispra, ma ha poi indebolito la credibilità della sua terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto Maria Alessandra Gallone, già senatrice per due legislature nelle file di Forza Italia e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, Pichetto Fratin. In altre parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea. La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza, soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama fuori, indicando la competenza di qualcun altro. Il governo rinvia alla Regione, la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema mostra ancora tutta la sua vulnerabilità. Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto produttivo locale. Può la repressione sostituire una politica capace di intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di raccolta e trattamento dei rifiuti speciali? Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto produttivo locale, dal distretto industriale di Grumo Nevano-Aversa, specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di San Giuseppe Vesuviano, uno dei principali poli meridionali del tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle plastiche e agli pneumatici. La stessa assenza di una politica industriale ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le Aree di sviluppo industriale (Asi) disseminate tra le province di Napoli e Caserta, oggi relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la Terra dei Fuochi. I prossimi mesi saranno decisivi. Il 30 gennaio 2027, a due anni dalla pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche ambientali nel contesto nazionale e regionale. Il 30 aprile 2027, termine giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In questi mesi si deciderà se la Terra dei Fuochi continuerà a essere amministrata come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria priorità per gli enti locali. In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare la propria autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento. Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale. Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere viva per il futuro di questi territori. Perché, in definitiva, il futuro della Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori di Napoli e Caserta, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione, già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica. (pasquale pennacchio)
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Prima le assemblee, poi un giorno di lotta. A Napoli est qualcosa si muove
(foto di giuseppe carrella) A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore, infine come vista. In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso principale al mare. Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni, sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare, è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa assemblea, riparo, punto di partenza. Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare. Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde: “Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi. Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale, abitativa, relazionale. La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto. Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui. San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse. La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana. L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire agli abitanti. Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia, mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici, passa una grande nave metaniera LNG. (foto di giuseppe carrella) È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua: puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia polverosa, il mare sporco. Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura. L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi stanno male». La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate, sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se quell’acqua possa farli stare male. Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche Officine, dove un tempo si producevano locomotive. Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato, abitato, rimesso in movimento. (foto di giuseppe carrella) Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale, controllabile, utile alla popolazione. Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che potrebbero essere bellissimi. Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte, una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
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