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Stare o restare. I paesi interni, il grano, lo spontaneismo in un dialogo con Antonio Pellegrino
(disegno di escif) Circa le otto di sera, entroterra cilentano, terrazza di Perito, provincia di Salerno. Il tramonto si anticipa a fine estate. Ho attraversato il paese con Antonio Pellegrino, cofondatore della cooperativa sociale Terra di Resilienza e del Palio del Grano, giunto quest’anno alla ventiduesima edizione. Ai piedi dei tre scalini della cappelletta della Maddalena, incontriamo alcune signore sedute fuori casa. Antonio si ferma e chiacchiera con loro in cilentano stretto – di grano, di varietà locali, di mietitura. Diffidenti all’inizio, le signore si aprono quando riconoscono nelle sue parole la conoscenza delle stesse pratiche di un passato che sembra lontano. Maria, una di loro, ci apre le porte della cappella della Maddalena, dopo una breve visita proseguiamo verso la terrazza. «Io sono un sostenitore dello spontaneismo. La spontaneità è un esercizio vitale anti-pianificazione, determinante per molte cose. Almeno per me lo è stato. Non è tanto legato all’occasione. Adda succedere perché adda succedere». Con questa frase si può leggere tutto il resto. Dopo gli anni di studio a Napoli, cosa ti ha riportato a Caselle in Pittari? «In realtà ero già tornato a Caselle, perché l’università l’ho fatta in età adulta. Mi sono iscritto a trent’anni, mi sono laureato a trentacinque. Sono andato all’università proprio perché avevo voglia di fare un percorso accademico. Mi ero iscritto all’università già appena diplomato, però mollai dopo sei mesi. Poi sono andato in Toscana». Che facevi in Toscana? Sono andato in Toscana perché dovevo fare il militare. Volevo mettere da parte un po’ di soldi. Però, arrivato là, mi hanno fatto una proposta di lavoro, di entrare in una società. Ho fatto per tre anni l’imprenditore. Guadagnavo bene. Avevo dei soldi a venticinque anni, con grandi responsabilità. Però questo è coinciso pure con la mia politicizzazione, con la necessità di tornare. Quindi ho venduto le mie quote sociali e sono tornato. Quindi più che un ritorno da Napoli, è stato un ritorno dalla Toscana. Dopo quattro anni sono tornato con una voglia operativa incredibile. Ti sto parlando di anni pure molto particolari, il G8 di Genova, la nostra voglia di partecipazione, di una politicizzazione che non era più di partito. Insomma, il tema di quegli anni era il no-global, ci chiamavano no-global. Ora il paradosso è che i no-global sono diventati quelli di destra… E quindi, dopo quattro anni, torno con la voglia di conoscere le montagne, la storia, la geografia. Ho fatto un’indagine totalizzante, con questo bisogno di definire il proprio. Era più che altro la necessità di avere un quadro più chiaro sullo sviluppo del pensiero e del territorio in ambito storico e politico — in mezzo, il percorso di sociologia a Napoli, tra il 2008 e il 2012. Col ritorno dalla Toscana è nato pure il Palio del Grano, che poi è la cosa che forse più di tutto mi ha cambiato la vita. «L’ispirazione è stata mettere insieme la cultura del palio che avevo conosciuto in Toscana con un ricordo infantile, quando con mio nonno si mieteva il grano a mano… Vabbè, ho avuto uno strano battesimo. Nel senso che appena sono entrato nel grano, il mio primo ricordo è che un biacco, una serpe nera, mi è passato in mezzo alle gambe. Quando si mieteva il grano partecipava la famiglia allargata, dieci-dodici persone. E la storia riguarda compa’ Giovanni Terenzio, un parente di famiglia, nipote di mia nonna. Io andavo con loro e avevo il compito di andare a prendere l’acqua alla sorgente, “alla lancetta”, che è un contenitore di terracotta. Avevo dieci anni. Compa’ Giovanni in quell’occasione mi mise la falce in mano. Mi diede le prime lezioni di mietitura. Quando ho iniziato a tagliare il grano, mi faceva: “Nun te fa fa o’ zaccano”. Quando due mietitori lavorano, se uno va più veloce dell’altro e gli taglia la strada, il primo si riposa e l’altro deve mietere per tutti e due. Era un gioco. Da quel gioco è nato il Palio del Grano, da quella nozione. Lo organizziamo con la Proloco di Caselle in Pittari dal 2005, prima edizione. Poi la prima Biblioteca del Grano, nel 2008. Di seguito sono venute fuori un po’ a cascata tutte le altre storie. La cooperativa sociale Terra di Resilienza, costituita nel 2012 insieme a Dario, Claudia e Marianna, aveva pure lo scopo di rendere produttiva quest’attività che avevamo recuperato con la Proloco. Poi abbiamo aperto il mulino, la biblioteca. Quindi oggi vivo e lavoro di questo. La cooperativa è diventata il braccio operativo; il palio, invece, è più un’azione volontaria che attraversa il paese». Come ti sei avvicinato alla coltivazione dei grani antichi? «Abbiamo iniziato con un’attività di recupero delle varietà di grano locali, siamo partiti con quattro varietà, di cui due erano proprio indigene, ianculidda e russulidda, varietà di grano tenero. Una siamo riusciti a iscriverla pure al registro delle varietà della conservazione regionale. Poi è la morfologia della spiga che caratterizza spesso i nomi, della granella o della farina. La cultura tradizionale era morfologica: ‘u guascio, ‘u chiatto, ‘u cicato, ‘u carusato, ‘a russia, che è più rossa. Insomma, si parla di varietà locali, non ibride, e sono tutte molto variabili – c’è grande eterogeneità, quindi già chiamarle varietà è una cosa impropria. La forma “grani antichi” esce fuori con gli americani. Io un po’ la ripudio, perché sembra una cosa di mummie sterili. Non è perché sono contro gli americani, ma perché sono gli stessi della rivoluzione verde. È una vecchia storia. Hanno preso il lavoro di Strampelli, il genetista italiano, associato alla propaganda agraria di Mussolini. Di fatto il patrimonio genetico dei grani realizzati da Strampelli è diventato la base per il miglioramento che ha fatto poi Norman Borlaug americano, che ha ricevuto il premio Nobel e ha fatto nascere la Green Revolution, la rivoluzione verde. C’è la genetica, c’è il modo in cui è scritto un seme, quindi il contributo genetico, ciò che portano i geni e la progenie, ma poi c’è l’epigenetica, quindi c’è l’adattamento di anno in anno a condizioni pedologiche, climatiche, ambientali, alla pressione dei contadini. Quindi i semi non sono monoliti». Cos’è per te il folclore oggi in questi territori? «Il folclore è celebrare la morte di qualcosa, questo è il mio punto di vista. Ovviamente si intende per folclore e per folk tutto ciò che attiene alle radici culturali di un paese, alle specifiche appartenenze simboliche e materiali di una comunità, però quello che oggi analizzo criticamente, più che il folclore, è la folclorizzazione. Cioè il fatto che viene celebrata questa musealità, il “fatto a mano”. I cavatelli fatti a mano con la farina del Canada. Questo significa che non si ha una relazione con la terra, col proprio paesaggio agrario. Il Cilento è patrimonio Unesco in quanto paesaggio culturale, che è soprattutto la relazione del corpo con l’ambiente in cui si trova. Come la fai l’ecologia se non hai prossimità alimentare? Che non significa guardarsi l’ombelico, non si vive di solo pane per l’amor di dio… Diciamo che l’antropologia, culturalmente intesa, sui territori appenninici è legata all’addomesticazione della montagna, quindi soprattutto alla pastorizia. Nel tempo è venuto meno quest’impianto, questo substrato culturale legato alle pratiche – cioè a mangiare il proprio pane, a pascolare, a usare il cacio-ricotta piuttosto che il parmigiano. Venendo meno questo mondo, lo si rispolvera in feste, sagre, in una musealità senza senso, dove c’è un’espressione museale appunto. Nel folclore si celebra la nostalgia, il dolore di casa, perché ci si rende conto che stiamo morendo. Poi i paesi qui intorno, quindici-venti giorni all’anno, si fanno una bella botta di endorfine – lo si vede in questo “festival bar”, in questi palchi…». Oltre a coltivare la terra, il Cilento che attraversi coltiva anche un’idea di futuro? «Secondo me, dove c’è cultura che diventa radice operativa c’è sempre futuro. Se stiamo qua, in questo preciso punto e, per assurdo, domani una bomba rompe l’acquedotto e tutta l’industria non riesce più a portare l’acqua, dobbiamo andare a trovare la sorgente – io so dov’è. Ecco, quello è il futuro. Ma uno dice: tu vedi il futuro solo nella disgrazia del mondo organizzato così? Lo vedo anche in questo. Il Covid ci ha già dato un piccolo riscontro, ma lo vedo anche nel selvatico. Nella capacità di creare spontaneismo attraverso queste radici culturali, dentro questi ultimi delta. Questo lo vedo fertile per lo spontaneismo. Forme spontanee, che non significa reazionarie, non significa disorganizzate, ma che significa ancora lo stare come elemento fondante – lo stare in termini di mente locale, lo stare in termini di riuscire a quadrare una dimensione del proprio, come spinta». Uno stare o un restare? «Nel restare ci vedo già uno slancio politico dichiarato. Lo spontaneismo in quanto tale non è dichiarato, non è rivelato – bisogna rivelarlo, addomesticarlo. Il mio sta nel tornare alle pratiche, alle cose da fare». Quali sono le pratiche di una comunità per te? «Le pratiche sono pure impegnarsi. Mangiare il pane più prossimo, bere l’acqua più prossima, fare le condoglianze se è morta la nonna del vicino, condividere il cibo – vorrei ritrovare una dinamica dell’insieme, della prossimità nel senso umano. Caselle è inserita nei flussi che caratterizzano tutti i paesi interni. Il nostro è un piccolo approdo, come quello di tante realtà che si sono attivate nei territori. Come quando devi scalare una parete e tieni un appiglio. I processi culturali dell’Appennino intanto sono in un dirupo. Gli immaginari non si sviluppano più a livello locale, si sviluppano in reti distanti, online. In una società che sceglie cose emotivamente più facili, più raggiungibili, sono pochi quelli che scelgono un lavoro lento, progressivo e sedimentario. Però il mondo è grande, e noi siamo comunque occidente. Io una risposta sulla prossimità umana la vedo nelle cosiddette periferie del mondo. Lì c’è spontaneismo…». (edoardo m. benassai)
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Altro che borghi felici. L’entroterra campano dal sogno industriale al disastro ambientale
(disegno di resli) Ad Airola l’aria non appartiene alle stagioni né alla terra. È la recidiva di un processo instradato da atti criminali, da infiltrazioni silenziose che si sono stratificate negli anni, mentre la narrazione superficiale raccontava di una primavera che non c’era più. Quando il 31 agosto scorso la colonna di fumo nero è tornata ad alzarsi sulle case, il pensiero di tutti è andato a quel 13 ottobre 2021, all’incendio che scoppiò nello stabilimento Sapa saturo di materiali plastici e solventi. L’incendio questa volta ha riguardato l’impianto di stoccaggio rifiuti Eco Energy, nell’area industriale, e ha bruciato per giorni tonnellate di plastica, rifiuti indifferenziati e materiali non identificati. Il sito in questione, sottoposto a sequestro preventivo già nel 2022 nell’ambito di indagini per auto-riciclaggio, e poi finito in amministrazione giudiziaria, era stato nuovamente sigillato nell’aprile 2024 dai militari del Nucleo operativo ecologico di Napoli, dopo il riscontro di reati gravissimi per gestione illecita dei rifiuti e scarichi abusivi. Parliamo di un complesso dove la quantità di rifiuti stoccati era sessantaquattro volte superiore al limite consentito. Cumuli imponenti ostruivano persino il passaggio dei lavoratori, materiali erano affastellati direttamente sulla terra, esposti alla pioggia senza alcuna protezione, mentre un capannone abusivo di duemila metri quadri veniva usato come discarica coperta. A questo si aggiunge la mancanza di presidi antincendio e la scarsa autonomia di manovra per i mezzi di soccorso. Tra sequestri, amministratori giudiziari, rimpalli di responsabilità tra tribunali ed ex gestori indagati persino fuori regione per smaltimento illecito, la Eco Energy è diventata un bomba a orologeria, nonostante i doveri di sorveglianza delle autorità preposte. Ma ciò che sta succedendo ad Airola non è un caso isolato, è l’ennesimo segnale di una patologia di ampia estensione. Secondo gli ultimi dati del report Ecomafia di Legambiente, la Campania si conferma in cima alle classifiche per reati ambientali in Italia. Se si guarda al solo ciclo dei rifiuti, gli illeciti continuano a registrarsi con ritmi impressionanti. Non si tratta di semplice mancanza di senso civico: è un mercato criminale da miliardi di euro l’anno, portato avanti da reti organizzate di imprenditori senza scrupoli, con relazioni personali, complicità istituzionali e precisi modi di pensare e agire. UNA COESISTENZA ILLOGICA Per capire il perché di questi accadimenti occorre fare un passo indietro, agli anni Settanta. È in quel decennio che l’illusione della modernizzazione e del posto fisso rimpiazza la vocazione agricola del luogo, facendo della Valle Caudina territorio fertile per le ambizioni industriali. Vivere oggi in un paese come Airola significa fare i conti con una coesistenza forzata e per questo illogica tra globale e locale. Lo si intuisce subito osservando aree con differenti funzionalità, dove non si percepisce distinzione tra uso agricolo, industriale e centro abitato. Un esempio evidente è quello del corso principale, corso Montella, che divideva anche socialmente il paese in due: sul marciapiede più ampio passeggiavano i signori, sull’altro i contadini. Oggi quella striscia di basolato è la metafora di ciò che siamo: un territorio dove l’illusione industriale sfiora gli orti casalinghi e il centro abitato si stringe alle fabbriche. Su quel corso camminano i residui di una coscienza civile e il tacito assenso: nessun borgo è idilliaco, nessuna comunità è del tutto incolpevole. Ancora oggi la zona industriale presenta tutte le criticità ambientali storiche, rilevate nel tempo anche dall’Arpac: impianti ad alto impatto come quelli dove operano le aziende per il trattamento rifiuti, quelle di lavorazione pelli che hanno compromesso aria e suolo, le attività metalmeccaniche, e un abusivismo edilizio che sfida la natura da troppo tempo. L’incendio non è una fatalità: è il tassello di una mutazione sociale e urbanistica che ha sconfinato in uno spazio di cui nessuno si sente padrone, ma di cui tutti siamo responsabili. In questo vuoto, la gestione opaca dei rifiuti si incunea con facilità, ed ecco che i capannoni svuotati nel tempo dalla produzione sono diventati luogo di stoccaggio oltre i limiti, trappole ecologiche pronte a prendere fuoco al primo intoppo burocratico o giudiziario. IL MITO DEI BORGHI La narrazione dominante descrive oggi tanti piccoli paesi italiani come santuari inviolati, mentre operazioni di marketing territoriale raccontano una ruralità edulcorata, fatta di borghi felici e cieli tersi. La realtà delle nostre province smentisce però questo patrimonio di idee. L’eco-criminalità e la sconsiderata gestione dei rifiuti non sono fantasmi lontani, camminano silenziose accanto a noi, infiltrandosi anche dove le comunità si credono al sicuro. Già negli anni Duemila, quando esplose l’emergenza rifiuti, la Valle Caudina fu chiamata a pagare il suo tributo con la discarica di Tre Ponti a Montesarchio. Nata per accogliere milioni di metri cubi e ridotta a 480 mila dopo le barricate popolari, quella cava senza bonifica e con milioni di euro pubblici spesi solo per gestire il percolato, vent’anni dopo testimonia ancora come la risposta emergenziale sia la norma nella nostra terra. Ma la vulnerabilità travalica i confini. Nel cuore dell’Alta Irpinia il caso di Nusco ne è la riprova: le ispezioni dell’Arpac sollecitate dai miasmi denunciati dai cittadini hanno rivelato nel suolo veleni fuorilegge come cadmio, cromo VI, mercurio e solventi clorurati. E proprio in queste ore l’imponente incendio divampato a Taverna del Re – lo storico e gigantesco sito di stoccaggio di ecoballe nel giuglianese – si specchia in modo speculare e angosciante con il rogo di Airola. Il filo conduttore è lo stesso: l’eco-criminalità e l’incuria ambientale non sono solo reati, ma fanno parte di un approccio culturale che considera la provincia come una discarica in cui bruciare le responsabilità. È per questo che bisogna svegliarsi dal sonno stantio della vita lenta e dei borghi incontaminati: la lentezza che ci stiamo raccontando non è armonia con la natura. La mobilitazione ad Airola di domenica 6 settembre, su iniziativa di giovani locali, è stato un primo e chiaro segnale della volontà di non cedere più alla tentazione della passività, gettando le basi per interventi di ricostruzione che non si fermino al clamore e che non restino chiusi dietro porte di vetro. Siamo il tassello di un’economia che – lo ha ricordato il dottor Marfella durante la manifestazione – dovrebbe garantire il benessere e la felicità collettiva, un principio che è stato deviato, mettendo gli interessi di pochi davanti alla salute pubblica e all’ambiente. A quegli interessi è necessario rispondere mobilitandosi in tanti, perché, come hanno denunciato gli attivisti di Stop Biocidio presenti domenica ad Airola, la Terra dei Fuochi non è un perimetro ristretto, ma una geografia estesa di veleni che vive del mito ipocrita del riciclo, di capannoni strapieni di rifiuti industriali che prendono fuoco quando il danno è ormai consumato. L’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver informato i cittadini sui rischi che correvano: pretendere dati reali e verità sanitaria è l’unica via rimasta. L’esigenza di rivendicare risposte è stato, in effetti, il focus di molti interventi dei cittadini e dei rappresentanti della associazioni che hanno animato anche il consiglio comunale straordinario di lunedì 7 settembre. È stata una lunga seduta, conclusa con l’approvazione unanime di una delibera che impegna l’amministrazione a intervenire su bonifica, monitoraggio sanitario e ambientale, sorveglianza della popolazione esposta, tutela delle attività produttive, ristori e agevolazioni per le aziende colpite, oltre alla costituzione di un’unità di crisi e al coordinamento con i sindaci della Città Caudina. A queste legittime pretese dobbiamo continuare ad affiancare l’abnegazione nello studio dei nostri contesti, la richiesta di riscontri e di accesso ai dati per opporci al disastro, aggirando le scorciatoie narrative. Chi opera nel mondo dell’associazionismo ha il dovere di proporre questo nuovo sguardo, perché, oltre alla mobilitazione, diventa importante costruire un abbecedario della cittadinanza, un percorso che aiuti tutti ad acquisire conoscenze, strumenti e nuovi approcci. «Nei paesi – mi ha detto Miriam Corongiu: agricoltrice, scrittrice e attivista impegnata nella Terra dei Fuochi – la presa di coscienza ambientale è un processo ostacolato da pressioni sociali, giudizi, reticoli familiari o complicità locali. Creare consapevolezza richiede un lavoro “persona per persona”, partendo da piccoli nuclei e cerchi stretti di fiducia, per poi allargare gradualmente le assemblee. È fondamentale connettersi con le realtà territoriali che hanno già affrontato lotte simili per mutuarne strategie pratiche e legali. Bisogna però ridefinire cosa sia un risultato tangibile: in contesti segnati da profonde iniquità ambientali, l’obiettivo iniziale non è quasi mai la vittoria immediata, ma condizionare il dibattito pubblico, rompere il silenzio». (carmen ciarleglio)
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Diciotto mesi dopo la sentenza Cedu. Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi?
(disegno di naum) A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta ancora incompiuto. La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al Commissario unico per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati, struttura incardinata presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale Giuseppe Vadalà, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa dei comitati attivi nella Terra dei Fuochi. Una diffidenza tutt’altro che pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. Dal 1994 la regione è stata attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo smaltimento illecito dei rifiuti speciali. L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie, sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre 7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni. È stato inoltre riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo studio a supporto delle misure richieste dalla Cedu, sulla falsariga dello studio che l’Iss ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la Procura di Napoli Nord. Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato, quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e risanamento ecologico. Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i prossimi anni di 329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32 grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o messa in sicurezza definitiva. Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa ricognizione commissariale, tuttavia, stima in 2 miliardi e 527 milioni di euro il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica. A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30 milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno complessivo individuato supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Che cosa rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi alla questione contabile. Ciò che emerge davvero, però, è la misura della distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al Consiglio d’Europa e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e accompagnare le indagini fino alle bonifiche. La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce, ancorché qui si concentri il dramma più profondo della Terra dei Fuochi. Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica. Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale. Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di monitoraggio della Regione Campania in collaborazione con l’Università Federico II. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena. Le criticità più significative si concentrano proprio nei territori della Terra dei Fuochi, con superamenti registrati, tra gli altri, a Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra e Succivo. La Federico II aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare azioni immediate di sanità pubblica. La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova emergenza. In questo rovente mese di luglio, ad Acerra, il Comune ha disposto la chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione cautelativa dei pozzi privati. Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee, tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei territori di Napoli e Caserta. A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene, tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e sulle produzioni agricole. C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per sé evocativa della risoluzione del problema. I maxi-roghi verificatisi recentemente tra Giugliano e Scampia, così come i roghi di Acerra e di altri territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti urbani e speciali. Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della Terra dei Fuochi rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma, scala e geografia. Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala sovracomunale. È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’Agro Caleno in funzione dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025 nell’azienda di stoccaggio Campania Energia, tra Teano e Riardo, ha interessato un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica. A questo episodio si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti, come Gesia di Pastorano e le criticità riscontrate nelle attività di gestione dei rifiuti presenti tra Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise e gli altri comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’Agro Caleno e nel Medio Volturno. Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro storico di Terra dei Fuochi. Una dinamica analoga sta emergendo in Puglia, dove la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta segnando in maniera inquietante l’estate in corso. Nel giro di poche settimane, un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di stoccaggio a Francavilla Fontana, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio di due chilometri; a Manduria sono stati distrutti dalle fiamme sette autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della raccolta; a San Paolo di Civitate, nel foggiano, un incendio di vaste proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di metri dalle abitazioni. Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra Carbonara, Ceglie e Loseto; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla convocazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte. Nel maggio 2026, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari ha ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali provenienti anche dalle province di Napoli e Caserta verso le aree interstiziali delle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani. L’inchiesta ha interessato rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti. A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo l’intera filiera a una pressione crescente. Al momento, la criticità appare più evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti potrebbe propagarsi rapidamente verso il Mezzogiorno, aggravando le condizioni già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti irregolari e incendi nei siti di deposito. Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la responsabilità della Terra dei Fuochi, come intende affrontare i flussi intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno. La storia, insomma, si ripete a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per Napoli e Caserta; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi. La scala provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti ambientali e le misure cautelative adottate. Una banca dati permetterebbe di costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i roghi con le caratteristiche dei territori. Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale. La struttura commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi, spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo, raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna rapidamente nelle condizioni precedenti. In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa, schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto respiro delle comunali. In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di persistente inadempienza. Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso. La stessa Corte europea ha posto la necessità di una strategia politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione. Il governo ha affidato il monitoraggio a Ispra, ma ha poi indebolito la credibilità della sua terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto Maria Alessandra Gallone, già senatrice per due legislature nelle file di Forza Italia e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, Pichetto Fratin. In altre parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea. La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza, soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama fuori, indicando la competenza di qualcun altro. Il governo rinvia alla Regione, la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema mostra ancora tutta la sua vulnerabilità. Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto produttivo locale. Può la repressione sostituire una politica capace di intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di raccolta e trattamento dei rifiuti speciali? Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto produttivo locale, dal distretto industriale di Grumo Nevano-Aversa, specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di San Giuseppe Vesuviano, uno dei principali poli meridionali del tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle plastiche e agli pneumatici. La stessa assenza di una politica industriale ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le Aree di sviluppo industriale (Asi) disseminate tra le province di Napoli e Caserta, oggi relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la Terra dei Fuochi. I prossimi mesi saranno decisivi. Il 30 gennaio 2027, a due anni dalla pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche ambientali nel contesto nazionale e regionale. Il 30 aprile 2027, termine giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In questi mesi si deciderà se la Terra dei Fuochi continuerà a essere amministrata come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria priorità per gli enti locali. In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare la propria autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento. Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale. Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere viva per il futuro di questi territori. Perché, in definitiva, il futuro della Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori di Napoli e Caserta, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione, già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica. (pasquale pennacchio)
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Prima le assemblee, poi un giorno di lotta. A Napoli est qualcosa si muove
(foto di giuseppe carrella) A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore, infine come vista. In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso principale al mare. Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni, sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare, è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa assemblea, riparo, punto di partenza. Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare. Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde: “Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi. Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale, abitativa, relazionale. La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto. Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui. San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse. La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana. L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire agli abitanti. Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia, mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici, passa una grande nave metaniera LNG. (foto di giuseppe carrella) È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua: puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia polverosa, il mare sporco. Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura. L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi stanno male». La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate, sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se quell’acqua possa farli stare male. Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche Officine, dove un tempo si producevano locomotive. Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato, abitato, rimesso in movimento. (foto di giuseppe carrella) Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale, controllabile, utile alla popolazione. Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che potrebbero essere bellissimi. Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte, una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
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Noi siamo portatori di scintille. La lotta ecologista in Tunisia tra repressione e resistenza
(disegno dall’archivio monitor) Nei mesi scorsi abbiamo raccontato le mobilitazioni dell’autunno 2025 a Gabès, la città del sudest tunisino trasformata in una zona di sacrificio da oltre cinquant’anni di attività del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il 21 ottobre, oltre centomila persone sono scese in piazza in quello che viene considerato il più grande sciopero per l’ambiente del Nord Africa. A febbraio 2026, il tribunale di Gabès ha risposto con due sentenze che rischiano di segnare uno spartiacque: l’assoluzione dell’ecocidio, da una parte, e la criminalizzazione della resistenza, dall’altra. È il 13 dicembre 2025. Mi trovo a Chott Essalem, il quartiere costruito a meno di un chilometro dagli impianti del Groupe Chimique Tunisien. Conservo ancora gli appunti raccolti quel giorno in un caffè che affaccia sul mare: la gola brucia, il petto è pesante. Mentre camminiamo per le strade del suo quartiere, Islem (venticinque anni, attivista di Stop Pollution) mi ferma e dice: «Questo lo devi fotografare, è importante». Sul muro si legge: “Il popolo soffoca tutti i giorni, mentre lo Stato respira indifferente. Come può la nazione essere costruita sulle vite che vengono uccise dai veleni dell’inquinamento?”. Sono le tracce urbane di una catastrofe ecologica in corso da oltre cinquant’anni. A Gabès, l’incubo comincia negli anni Settanta, ma affonda le sue radici in epoca coloniale. Con la scoperta di giacimenti ad alta concentrazione mineraria di fosfati, la Tunisia viene trasformata in una fabbrica a cielo aperto per la produzione di fertilizzanti da esportare in Europa. Da allora, il vortice di estrazione, saccheggio e degradazione ambientale non ha avuto fine. Nel 1972 viene inaugurato il primo impianto delle Industries chimiques maghrébines, con un’estensione del complesso fino alla nascita del Groupe Chimique Tunisien nel 1992. La scelta di Gabès come polo di trasformazione risale al piano di sviluppo decennale (1962-1971) del ministro socialista Ahmed Ben Salah, che mirava a rompere con il dominio coloniale favorendo l’industrializzazione. Nacque così quello che gli abitanti chiamano il “complesso della morte”. Oggi il GCT fornisce il cinquantasette per cento della produzione nazionale di acido fosforico (usato in laboratori, industrie metallurgiche, ma anche in bibite, fertilizzanti e detergenti) e conta circa quattromila posti di lavoro diretti. L’impatto ambientale è devastante su tutti i fronti: gli impianti basano tre quarti del loro approvvigionamento sulle acque di falda della regione, prosciugando le sorgenti naturali che un tempo irrigavano un sistema unico al mondo di oasi litorali. A Chenini, ricordata come un paradiso terrestre, le quattrocento sorgenti che garantivano un’irrigazione gratuita e collettiva sono oggi tutte esaurite. Il disastro ecologico è palpabile sulla spiaggia di Chott Essalem. Ormai nota come Chott el-maut (“spiaggia della morte”), questa costituisce un hot-spot dell’inquinamento nel Mar Mediterraneo. Ogni giorno quarantaduemila metri cubi di fanghi di fosfogesso – un rifiuto pericoloso contenente metalli pesanti e materiali radioattivi come stronzio, cadmio, piombo, radio e uranio – vengono scaricati senza alcun trattamento nel golfo. Questo, un tempo considerato la più grande riserva di pesci e di conchiglie della Tunisia, si è ridotto a un cimitero: il crollo della biodiversità è stato tale da passare da duecentocinquanta specie marine nel 1965 a cinquanta oggi. Infine, le emissioni atmosferiche – diossido di zolfo, ossidi di azoto, fluoruro di idrogeno, ammoniaca – superano gli standard internazionali fino a otto volte determinando una catastrofe sanitaria nelle aree circostanti. L’incorporazione delle tossine si manifesta in un’epidemia silenziosa e silenziata di cancro, infertilità, malattie respiratorie e cutanee, malformazioni alla nascita. Dal 1972, il “complesso della morte” non ha mai smesso di divorare vite e risorse. Eppure, qualcosa rimane. Sotto la pelle bruciata di questo corpo collettivo, persiste una tensione pronta a esplodere: una lunga storia di resistenza attraversa questo territorio e ha visto diversi cicli di mobilitazione culminare nell’autunno dello scorso anno. A innescare la nuova ondata di proteste sono stati, come spesso accade a Gabès, gli incidenti industriali. Il drastico incremento dei ritmi di produzione, nel contesto di un impianto in pessime condizioni di manutenzione, si è tradotto in un susseguirsi di fughe di gas tossici che hanno avvolto la città. Centinaia di bambini e bambine sono state trasferite in ospedale, in preda a crisi respiratorie di breve e lungo periodo. Gli eventi che ne sono seguiti, culminati il 21 ottobre 2025 in uno sciopero di oltre centomila persone, sono già storia: la più grande mobilitazione per l’ambiente del Nord Africa, il più grande sciopero dalla caduta di Ben Ali nel 2011. Eppure, una volta che la marea si abbassa, lo sforzo necessario è quello di guardare agli eventi dell’autunno senza idealizzarli. Il 21 ottobre, più che un momento straordinario, è stato un momento storico nel suo senso più stretto di accumulazione. Guardare a questo momento con lenti diverse permette di considerarlo nella sua complessità e ci fornisce strumenti utili nel momento in cui la mobilitazione si arresta. Il movimento Stop Pollution, attivo sul territorio da oltre dieci anni, incarna questa complessità meglio di chiunque altro. Nato come una campagna informale all’indomani della rivoluzione (“Voglio vivere!”), è diventato negli anni un contenitore capace di tenere insieme le anime più disparate della città: dai pescatori di Chott Essalem espropriati delle loro terre, ai giovani ultras cresciuti a gas lacrimogeni e repressione, dagli storici militanti agli agricoltori dell’oasi. Una “grande famiglia”, la chiamano, unita da una rivendicazione tanto semplice quanto radicale: il diritto alla vita. Ma la vera peculiarità di Stop Pollution, ciò che lo rende un unicum nel panorama tunisino e al tempo stesso un avversario così temibile, è la sua natura anfibia. Il movimento è infatti capace di muoversi su piani diversi e complementari: è movimento di piazza, capace di paralizzare una città mobilitando oltre centomila persone in un solo giorno; ma è anche un soggetto politico capace di strategie e lungimiranza, pronto a utilizzare i canali istituzionali quando necessario. Tenere insieme queste due dimensioni è stata per anni la chiave della sua efficacia. Ed è proprio questa doppia natura a essere oggi sotto attacco. Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulle immagini dello sciopero del 21 ottobre, sotto le pieghe degli eventi si muovevano processi meno spettacolari, destinati a segnare la fase successiva della mobilitazione. Un gruppo di avvocati di Gabès, legati al movimento, aveva intrapreso un’azione legale contro il GCT: una causa d’urgenza che chiedeva la cessazione immediata delle attività inquinanti del complesso. Era il braccio istituzionale di una lotta che nelle strade si combatteva con i corpi e i fumogeni. DUE SENTENZE Nell’asimmetria originaria tra lo Stato e i corpi, la questione su chi ha il diritto di difendersi e chi invece resta indifendibile è antica: così i corpi dei dominati vengono sistematicamente disarmati, esposti alla violenza, resi vulnerabili. E quando, nonostante tutto, provano a reagire, la loro reazione viene letta come aggressione, violenza ingiustificata, rottura dell’ordine. A Gabès questa dialettica assume forme specifiche. I corpi sono disarmati non solo in termini simbolici, ma proprio materiali: non hanno armi, non hanno mezzi per opporsi alla violenza delle forze dell’ordine se non i loro stessi corpi. Ma sono anche disarmati in un senso più profondo: sono corpi che lo Stato ha reso indifendibili, corpi la cui esposizione alla violenza – industriale, prima ancora che repressiva – è considerata normale, accettabile e persino necessaria al funzionamento dell’economia nazionale. Nessuna resistenza può essere ammessa, nessun danno può essere riconosciuto. Riconoscerlo significherebbe ammettere l’illegittimità delle fondamenta stesse dello Stato. È in questa logica che va letta la risposta del sistema alla doppia offensiva di Stop Pollution. A febbraio, nella stessa settimana, il tribunale di primo grado di Gabès ha respinto la causa contro il GCT per “mancanza di prove di danno” e ha condannato a oltre un anno di carcere Khayreddine Debaya, volto storico del movimento, insieme ad altri dodici militanti, per un sit-in del 2020. Due sentenze in pochi giorni. Da un lato l’assoluzione dell’ecocidio. Dall’altro la criminalizzazione della resistenza. Il processo di involuzione democratica inaugurato da Kais Saied nel 2021 con la sospensione arbitraria del parlamento e la concentrazione del potere nelle sue mani sta giungendo a un punto critico e di non ritorno. La sensazione diffusa nel paese è di assistere a una sclerotizzazione del sistema politico e social che si traduce in un’esacerbazione dei conflitti territoriali. Gabès ne è il banco di prova più estremo e le sentenze di febbraio squarciano il velo di ambiguità dietro cui il potere si era trincerato. Per mesi, infatti, il regime era riuscito a mantenere un delicato equilibrio. Da un lato, le promesse del presidente che in passato aveva definito quanto accadeva a Gabès “un crimine”. Dall’altro, la repressione: i lacrimogeni sparati dentro le case di Chott Essalem, le centinaia di arresti indiscriminati, i soprusi della polizia a porte chiuse. Questo gioco di ambiguità si reggeva anche sul costante rinvio della causa indetta dagli avvocati del movimento contro il GCT. Otto udienze rimandate. Un processo sospeso in un limbo che permetteva al potere di non prendere posizione, di non scoprirsi. Gabès, però, non dimentica. Tiene a mente le responsabilità e le promesse mai mantenute. «Ha definito quanto accadeva qui un crimine… Ma spetta a lui stesso la responsabilità di fermarlo», ricorda Islem. Ciò che rimane, nel momento in cui il velo cade, è l’immagine di un sistema in preda alla schizofrenia. La “mancanza di prove di danno” addotta dal tribunale per assolvere il GCT è una pura negazione della realtà. Perché il danno non è solo inciso nei corpi dei malati di cancro, nell’ecosistema distrutto del golfo, nelle crisi respiratorie che colpiscono bambini e bambine nelle scuole. È un danno che lo stesso GCT, in un report ufficiale del luglio 2025, ha apertamente riconosciuto. «L’inquinamento a Gabès non ha bisogno di statistiche – osserva Islem –, non ha bisogno di prove scientifiche. Devi solo avere degli occhi ed essere umano per rendertene conto. Per me, questo è stato il più grande insulto per la gente di Gabès. Dopo tutto quello che hanno sofferto, gli dici che non ci sono prove del danno? È semplicemente un insulto». Parallelamente, la condanna di Khayreddine e degli altri dodici attivisti è arrivata con modalità che dicono molto sulla natura del sistema che l’ha prodotta. Condannati in contumacia – nessuna notifica ufficiale, nessuna citazione preventiva – per un sit-in di sei anni prima. Il capo d’accusa: “Ostacolo alla libertà di lavoro”. Spiega Islem: «Stanno criminalizzando l’attivismo ambientale. Gente come me, che ha sofferto tutta la vita per l’inquinamento, che vive davanti a un mare in cui non può nuotare, che ha visto amici e persone care morire di cancro. E quando finalmente dici qualcosa contro tutto questo, sei un criminale». È a questo punto che il sistema tunisino compie il suo passaggio più pericoloso: da schizofrenico – capace di tenere insieme promesse e repressione, negazione e riconoscimento del danno – a paranoico. Nei mesi autunnali, centinaia di persone sono state arrestate nei quartieri popolari. Retate casuali, che non risparmiavano nemmeno chi era fuori città al momento dei fatti. «La polizia entrava nelle case senza permesso, picchiando, arrestando e portando via le persone. Lanciavano gas lacrimogeni fin dentro le abitazioni, abbiamo visto anziani e bambini soffocare», racconta Islem. A questa violenza, si è aggiunta l’istituzionalizzazione della repressione attraverso la magistratura. La subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo – processo in corso su scala nazionale dal 2021, con l’epurazione di decine di giudici e avvocati – è arrivata anche a Gabès. Un meccanismo che finora aveva risparmiato la città – proprio per la delicata relazione tra il presidente e un territorio che in passato lo aveva sostenuto – ma che oggi non conosce più eccezioni. Eppure, anche in questo momento buio la resistenza non si arresta. Stop Pollution torna a mobilitarsi prima il 5 e poi il 6 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. «La prossima ondata sarà ancora più alta di quella passata – dice Islem –. La resistenza contro l’inquinamento a Gabès non si fermerà finché il complesso chimico esisterà. Se non oggi, sarà domani. Forse non nella mia vita, ma in quella dei miei figli». La crisi di Gabès rappresenta un banco di prova cruciale per Kais Saied. Un tempo sostenitrice del presidente, oggi la città è diventata il termometro della sua deriva autoritaria. Ciò che accadrà nei prossimi mesi – la sentenza d’appello per Khayreddine e gli altri attivisti, la capacità del movimento di riorganizzarsi – dirà molto non solo sul futuro di Gabès, ma su quello dell’intero paese. (nina malatesta)
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Alto Casertano, come il business del biogas ha scoperto il margine verde
(foto di giuseppe carrella) È la mattina del 28 marzo, Mel, Peppe e io nella Clio grigia, diretti nell’Alto Casertano. Superiamo i monti Trebulani che finora avevano segnato il confine fisico della nostra inchiesta. Nel cruscotto posteriore scompare la sagoma di Pizzo San Salvatore che si staglia sul monte Maggiore. Il paesaggio è diverso da quello già esplorato, l’aria più fresca. Siamo diretti a Pietramelara per incontrare Ivana, attivista del comitato Radici Pulite dell’Alto Casertano. I pendii ricoperti di verde mostrano il lato assolato. L’acqua di fiumi e torrenti scorre per buona parte del tragitto sempre a vista. Ci fermiamo a una fonte ferrosa per bere. Sotto il getto limpido i sassi si fanno rossi. Percorriamo le curve, una staffetta di ponticelli per arrivare nei pressi della Metalplast, ex sito di stoccaggio e trattamento rifiuti in località Ailano. Davanti l’ingresso è appeso uno striscione ripiegato dal vento. Stendendolo si legge: “No discarica – Sì bonifica”. Accanto un cartello più piccolo: “Area sottoposta a sequestro”. Appoggiato all’edificio principale che riporta l’insegna commerciale, vi è un enorme cubo di lamiera, la parte coperta della discarica. Appena fuori si ergono traballanti torri di ecoballe, molte interamente di plastiche. Più giù, indistinguibili masse di oggetti e stracci, i grossi teloni di copertura spostati dal vento svelano il crescere delle erbacce tra i legacci che racchiudono il tutto. Ancora più in basso una distesa di tessuti industriali arrotolati, sembrano enormi tappeti grigi. Costeggiamo l’abbandono, intorno ci sono diversi campi coltivati, proprio dietro di noi un trattore fa su e giù per un colle scosceso. Un cartello divelto riporta il codice CER della tipologia di rifiuti e la descrizione “Pannelli sportelli auto 6.11”. «Seguiamo la vicenda della Metalplast dall’estate del 2024 – ci racconta Ivana –, quando ci fu un principio di incendio che poi fu domato. In ogni caso aspettiamo ancora la prima messa in sicurezza e poi la bonifica. Qualche anno fa non eravamo così in allerta per il nostro territorio. Poi abbiamo assistito al moltiplicarsi di interessi imprenditoriali, tra l’immondizia e il biogas, e il proliferare dei siti ad alto impatto anche qui nell’Alto Casertano. Il comitato è nato a gennaio per era sensibilizzare le persone che proprio per assenza storica di minacce, si trovano impreparate». Notiamo che il sito è costeggiato da un canalone di scolo, lo percorriamo fino a incontrare il punto in cui si getta nel Lete, a meno di duecento metri. Prendiamo di nuovo la macchina, ci spostiamo a Pietravairano. Dal piccolo santuario che sovrasta il paese, vediamo il riflesso del sole nelle cupole bombate e lucenti dei biodigestori, a metà della piana. Qui vi è infatti uno dei ventuno impianti di biogas che Retina Srl (tramite la holding Retina Biometano) prevede di realizzare tra Lazio e Campania entro il 2026. Il nome non ci è nuovo: una delle controllate di Retina è Ingegneria Sostenibile Srl, di cui abbiamo parlato qui per i lavori avviati con firme contraffatte e vedette appostate in odore di ecomafia. Quello di Pietravairano non è dunque un caso isolato. Un’inchiesta di IrpiMedia descrive l’impianto a biometano di Dragoni, esempio emblematico di come la transizione energetica finanziata dal Pnrr possa trasformarsi in un’operazione finanziaria calata dall’alto senza il coinvolgimento delle comunità. Al centro della vicenda c’è la società Cannavina Srl, che ha ottenuto circa 16,4 milioni di euro di fondi pubblici per un progetto di cui i cittadini hanno scoperto l’esistenza solo a cantiere avviato nel 2022. La complessa struttura societaria a scatole cinesi fa ancora capo a Retina Holding, ed è legata a fondi d’investimento internazionali e al colosso australiano Macquarie, banca d’investimento con ramificazioni che toccano Lussemburgo e Regno Unito. Un’architettura finanziaria che, secondo l’inchiesta, serve a blindare l’investimento grazie alle garanzie statali fornite da SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) e ai prestiti di grandi gruppi bancari come Intesa Sanpaolo e Bnp Paribas, rendendo l’affare a rischio zero per i privati ma scaricando le conseguenze ambientali sul territorio. Inizia a fare buio, torniamo alla macchina. Il tramonto colora il profilo delle vette intorno alla valle aperta. Le ombre invece prendono forma proprio nel solco irregolare dell’acqua. Poco prima che faccia buio, si intravede una centrale idroelettrica con le grandi tubature perpendicolari al versante. (foto di giuseppe carrella) Oggi è sabato 11 aprile. La primavera non ha più niente di timido. In maniche corte raggiungo Dragoni, comune di circa duemila abitanti immerso nel verde dell’Alto Casertano. Qui si terrà un corteo che terminerà sotto il costruendo impianto di biogas di Cannavina Srl. Sullo sfondo il massiccio del Matese è ancora innevato. A pochi chilometri dall’arrivo si scarica il telefono. Devo orientarmi alla vecchia maniera e chiedo indicazioni al bar tabacchi nella piazza di Caiazzo. «Quella è una strada dritta che taglia e scende a valle, passi Alvigliano e sei a Dragoni», mi spiega un signore. Nella piazza del mercato sono radunate una cinquantina di persone tra manifestanti, volontari della Protezione civile e forze dell’ordine, oggi non particolarmente numerose. Si susseguono gli interventi al microfono. Parla anche la sindaca Antonella D’Aloia che racconta di aver subito un accanimento legale e attacchi personali per la sua opposizione all’impianto. Secondo Pasquale De Pasquale, l’attivista del comitato NO Biogas Dragoni, il cantiere è stato contestato sia per la violazione delle norme antisismiche, con l’esecuzione di lavori strutturali senza le necessarie autorizzazioni, sia per la sua parziale sovrapposizione alla fascia di rispetto della strada statale. Incominciamo a percorrere i tre km di strada e selciato che ci separano dalla sede del biodigestore, nell’ultimo tratto superiamo un piccolo Acquapark, si intravedono gli scivoli colorati. Un motoscafo rosa lo presidia insieme a due carabinieri. Una multipla traina un carrello in alluminio che ospita gli altoparlanti e un piccolo generatore. Per buona parte del tragitto passano gli Inti Illimani. Si susseguono gli interventi, molti menzionano che è il primo corteo per la città di Dragoni. Arrivati di fronte al sito, al di qua della sbarra che ci separa dai cilindri di cemento, ci aspetta la Digos e un Suv scuro parcheggiato di fronte. «Sono i proprietari dell’impianto», dice una signora davanti a me. Interviene anche il parroco, che in conclusione del breve sermone fa una pausa: «E allora cosa possiamo fare…» – la stessa signora risponde neanche troppo sottovoce: «Mettere una bomba». Qualcuno ride. La bomba in realtà potrebbe essere lo stesso impianto che in caso di emergenze sismiche produrrebbe effetti devastanti. Terminato il corteo ci spostiamo a un bar poco lontano per intervistare alcune attiviste del comitato Radici Pulite. «Il rogo di Teano dell’agosto 2025 è stato apocalittico – ci dicono –. Ha bruciato per un mese, quindici giorni di nube tossica. Abbiamo scoperto che quel sito era lì da dieci anni, sequestrato, abbandonato, nessuno lo sapeva. Da lì è cambiata la percezione del territorio. Nel raggio di dieci chilometri ci sono circa cinque impianti di biogas. Riteniamo che non ci sia tutto questo letame da smaltire, ci sembra evidente la speculazione». Il punto sollevato è quello del cosiddetto “turismo dei rifiuti”, ovvero la necessità di trasportare enormi quantità di scarti zootecnici su gomma da lunghe distanze per alimentare un’attività sovradimensionata rispetto ai siti di trasformazione locali. «L’amministrazione è spesso impreparata – continuano le attiviste –. I comuni non informano i cittadini. Alla prima assemblea a Pietramelara sono arrivati comitati che non conoscevamo. Per noi ora c’è da tenere gli occhi aperti sulla Metalplast di Ailano. È strapiena, rischia l’autocombustione. La paura è che questa estate possa bruciare di nuovo». A questo punto chiedo degli effetti sulla salute. Risponde Simona, veterinaria e attivista: «Abbiamo già visto effetti teratogenici sulle bufale. Ci sono casi documentati di malformazione nei feti bovini. Ma l’Arpac ha detto che a Pietramelara non servivano monitoraggi. Chi deve tutelarti, minimizza, non necessariamente per negligenza, a volte per mancanza di informazioni. Ci siamo persuase che ci sia  un disegno più grande. L’Alto Casertano si sta spopolando, è visto come terra colonizzabile. Noi rispondiamo con un sistema di sorveglianza collettiva. Il territorio, adesso, sta reagendo». L’Alto Casertano non era sulla cartina del disastro ambientale campano. Mentre l’adiacente Agro Caleno portava i segni visibili della contiguità con la Terra dei Fuochi, qui permaneva un’idea di margine immune, di verde intatto. È in quello spazio – geografico e immaginario – che si sono infilati i capitali. Le ecoballe di Ailano, il biodigestore di Pietravairano, il cantiere di Dragoni: non sono anomalie di un sistema che funziona, sono il sistema nel suo funzionamento. Cambia solo chi paga il conto. Poco lontano i rifiuti arrivavano di notte, sui camion. Qui arrivano con i progetti Pnrr, le autorizzazioni regionali, le scatole cinesi lussemburghesi. Però c’è qualcosa che la speculazione non aveva previsto: qualcuno non ha intenzione di stare a guardare o di andare via. La primavera è esplosa e non solo nel paesaggio. (edoardo benassai)
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Ruggine a Taranto. Il dissalatore per una città senza confronto
(disegno di irene servillo) A Taranto, proprio al confine con i comuni di Massafra e Statte, è stata fortemente voluta da Acquedotto Pugliese la realizzazione del più grande dissalatore d’Italia, quello alla sorgente del fiume Tara. Il Tara è un fiume carsico lungo appena due chilometri, con una portata media ridotta. Il fiume, di cui abbiamo già scritto, rappresenta però un luogo di assoluto valore ambientale e soprattutto sociale: durante le calde estati sono rituali i bagni refrigeranti e i trattamenti con i fanghi, ritenuti benefici dalla comunità ampia ed eterogenea che si riversa sulle sponde e nelle conche del fiume. Con un trampolino e qualche struttura arrangiata a riva tra le canne di giunco, il Tara è l’unica oasi per ragazzi e anziani dei quartieri operai che faticano a raggiungere i tratti di spiaggia balneabile oltre gli impianti della zona industriale, l’acciaieria e la raffineria dell’Eni. La costruzione del dissalatore viene giustificata da Acquedotto Pugliese come mezzo per contrastare la crisi idrica in Puglia, ma lega a sé innumerevoli interrogativi, alcuni tuttora irrisolti. In partenza, il costo dell’opera previsto si aggirava intorno ai 98 milioni di euro, di cui circa 27 da finanziamenti Pnrr e oltre 70 dal Fondo Sviluppo e Coesione. A marzo dello scorso anno, in seguito a una variazione del quadro economico approvata dall’Autorità Idrica Pugliese, l’opera raggiunge un costo di circa 130 milioni di euro, dove l’incremento dovrebbe giungere dai proventi tariffari dell’Acquedotto. Ciò che fa più rumore riguarda la provenienza delle acque del Tara: trattandosi di un fiume carsico, la sua portata dipende direttamente dai fenomeni piovosi. Perciò è lecito chiedersi come possa tale impianto rimediare alla carenza di acqua se il suo stesso funzionamento dipenderà dalle variazioni di portata del fiume. Può la Regione Puglia spingere per la realizzazione di questo progetto, con simili investimenti e un significativo impatto ambientale (visto che sul Tara sussiste già un prelievo di 1.100 l/s destinato all’ex Ilva e all’agricoltura), senza impegnarsi a pensare ad alternative al progetto se non l’utilizzo delle autobotti? Nel frattempo, secondo l’Istat, la rete idrica pugliese registra perdite pari al 46,3 per cento delle acque trasportate e ad ottobre è stato dichiarato per la Puglia lo stato d’emergenza idrica. Caso simile persiste in Sicilia, dove la costruzione di diversi dissalatori non sembra aver minimamente posto rimedio alla carenza di acqua. LA TECNICA COME MURO Se con il precedente articolo si è voluto restituire una fotografia del contesto in cui si colloca l’opera, questo vuole essere invece uno strumento di analisi e comprensione delle dinamiche politico-amministrative che hanno accompagnato il progetto fino a oggi. Nonostante l’iter autorizzativo si sia concluso i primi giorni di settembre e i lavori siano partiti a pieno ritmo alla fine dello stesso mese, con nove ditte previste sul cantiere e circa centoventi lavoratori, l’opposizione della comunità, che non comprende le iniziative della politica locale e degli enti pubblici, rimane forte e ha acquisito sempre più consapevolezza nel tempo. Due strade perfettamente parallele, mobilitazione e iter autorizzatorio, che non hanno mai avuto modo di incontrarsi, nemmeno quando la mobilitazione ha espresso la necessità di sviluppare un confronto politico serio e motivato sull’opera. Le rivendicazioni della comunità del Tara sono in linea con quelle di altre vertenze del territorio: la discarica di inerti alle porte del quartiere Paolo VI, la proposta di costruire un impianto di rigassificazione nel porto di Taranto, le sempre più inquietanti vicende dell’ex Ilva che continua a mietere vittime tra operai e cittadini, la raffineria dell’Eni. E ancora: la volontà di realizzare un impianto fotovoltaico off-shore nel porto di Taranto, l’ampliamento dell’inceneritore di Massafra, le discariche, la marina militare che non intende indietreggiare restituendo spazi sottratti alla città per più di un secolo. Quelle elencate sono tutte vicende che hanno come comune denominatore l’appropriazione dei luoghi a danno delle comunità che li vivono e che non vengono minimamente coinvolte nei processi decisionali, opere tutte giustificate dall’invocazione di un presunto bene superiore o dalla presenza di altre opere impattanti. È un paradosso che Taranto continua a vivere anche con la vicenda dissalatore: una delle aree pugliesi che più soffre i disservizi della rete idrica viene chiamata a sacrificare un pezzo di sé, mettendo a rischio uno dei pochi luoghi rimasti indenni dal feroce sviluppo industriale e urbanistico degli ultimi decenni. A testimonianza di ciò si prenda la motivazione al parere negativo all’opera, in conferenza di servizi, da parte della Soprintendenza del ministero della cultura. Tra le oltre cinquanta pagine di motivato dissenso si legge: “La realizzazione del progetto trasformerebbe in modo irreversibile il paesaggio identitario. Il paesaggio non è soltanto un fatto visivo. La convenzione europea del paesaggio lo definisce come ‘una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni’, il cui carattere deriva dall’azione congiunta di fattori naturali e umani. Il territorio diventa paesaggio quando gli abitanti si riconoscono in esso, nei suoi tratti identitari, contribuendovi non solo con interventi materiali ma anche in senso culturale e simbolico. Solo attraverso tale processo può maturare una percezione positiva del paesaggio. Tale dinamica difficilmente può attivarsi in un contesto in cui la trasformazione avviene in tempi così rapidi e mediante l’introduzione di impianti e infrastrutture di grande scala, come nel caso in esame”. Nonostante questo dissenso all’opera, la Sezione tutela e valorizzazione del paesaggio della Regione Puglia, come si legge dal verbale della conferenza di servizi, ritiene che non ci siano criticità rilevate dal punto di vista paesaggistico. La conferenza si conclude a gennaio 2025, oltre i novanta giorni regolamentari, nonostante il parere del ministero, nonostante le prescrizioni significative da parte di Arpa Puglia, nonostante le prescrizioni dell’Asl di Taranto, nonostante i dubbi sulle interferenze con la rete gas di Snam. Tale conclusione coincide con il rilascio della Valutazione di impatto ambientale dell’opera, una delle principali autorizzazioni che concorrono al rilascio del Paur (Provvedimento autorizzatorio unico regionale), il vero e proprio via libera ai lavori. Il 20 febbraio 2025 viene rilasciata, sempre dalla Sezione tutela e valorizzazione del paesaggio, l’autorizzazione paesaggistica all’opera, altro tassello necessario al rilascio del Paur. Il ruolo ricoperto in questa vicenda dalla Regione non è affatto marginale, ma centrale e soprattutto decisionale. Lo stesso rilascio del Paur è responsabilità della Regione, che coordina la conferenza di servizi, cura l’istruttoria e i rapporti con gli enti coinvolti. A maggio, in occasione della presentazione dei candidati alle elezioni amministrative di Taranto per il Pd, un gruppo di cittadini riuniti nella rete civica Difesa fiume Tara, ha colto l’opportunità per interrogare sulla vicenda Emiliano, sempre presente agli eventi di partito, che spesso si svolgono nei salotti buoni della città e per il solo periodo di campagna elettorale. Alla fine dell’evento, l’ex governatore regionale decideva di accettare il confronto con la compagine civica, mentre gli altri partecipanti, attoniti, facevano da cornice alla discussione. Da queste parti, infatti, cercare un confronto schietto con i vertici politici dei partiti non è pratica diffusa. Il presidente, incalzato dalla rete, respingeva ogni attribuzione di responsabilità politica rispetto alla vicenda: «Per Acquedotto Pugliese decide la sua governance», «io non sono il faraone», «se Acquedotto Pugliese ha scelto è perché ci sono delle motivazioni tecniche». Quest’ultima affermazione è stata il vero e proprio leitmotiv con il quale la mobilitazione ha dovuto fare i conti. Pur trattandosi di scelte innanzitutto politiche, la stessa politica, a ogni livello, quando interrogata sulle proprie responsabilità, ha sempre ricondotto il dibattito a una mera questione tecnica. In occasione del sit-in promosso dalla rete civica nell’aprile 2025 presso la presidenza della Regione Puglia a Bari, nonostante fosse stato chiesto un incontro di natura esclusivamente politica con Emiliano, a presentarsi sono stati tre dirigenti di Acquedotto Pugliese, uno di Arpa Puglia e uno della Regione. La giustificazione fornita è che il governatore non avrebbe potuto rispondere a questioni decisionali di Acquedotto Pugliese in quanto frutto di scelte tecniche. La tecnica ancora una volta usata come un muro tra comunità e politica.  DOPO LE ELEZIONI La scorsa primavera una scarna e poco partecipata campagna elettorale per le elezioni amministrative, la retorica stanca di una classe dirigente che si reinventa da ormai trent’anni, hanno tracciato un solco invalicabile tra interessi comunitari e politica locale. Tutti i candidati hanno parlato del dissalatore: chi avrebbe voluto farlo a mare (come se spostare un problema ambientale equivalesse a eliminarlo), chi si dichiarava totalmente contrario. Lo stesso futuro sindaco Piero Bitetti, nella settimana precedente il ballottaggio, ha dichiarato che il Tara sarebbe stato difeso con ogni strumento giuridico e urbanistico. Le elezioni comunali si sono svolte tra maggio e giugno e, per tutta la successiva estate, si è assistito al progressivo rilascio di tutte le autorizzazioni necessarie alla conclusione del Paur. Intanto, la cittadinanza ha tentato invano di conoscere le reali posizioni della nuova amministrazione sul dissalatore, la discarica di inerti nel quartiere Paolo VI, la nave rigassificatrice nel porto di Taranto e l’accordo di programma per l’ex Ilva. Pur rivendicando, con presidi in occasione dei vari consigli comunali, la volontà di partecipare alle decisioni che riguardano le proprie vite, non hanno ricevuto risposte esaurienti. Alle dichiarazioni della campagna elettorale non è seguita alcuna azione, ma piuttosto un imbarazzante silenzio proveniente dal Palazzo di Città, o qualche sparuto “bisogna valutare”. A inizio settembre, tutte le autorizzazioni necessarie concesse, è stato dichiarato concluso il procedimento di rilascio del Paur. In risposta a ciò, la comunità ha chiesto che fosse il comune di Taranto a farsi carico del ricorso presso il Tribunale amministrativo regionale, dando seguito alle promesse fatte durante la campagna elettorale. Il sindaco non sarebbe obbligato a presentare ricorso, ma ci si aspetta che venga effettuata una valutazione di merito sulla correttezza dell’iter autorizzativo, magari assegnando un mandato all’avvocatura comunale, oppure ascoltando i cittadini che nel frattempo avevano studiato le carte e richiesto un incontro al sindaco innumerevoli volte, senza mai ricevere risposta. La stessa rete Difesa fiume Tara ha preparato un dossier contenente una serie di punti dell’iter meritevoli di attenzione. Il dossier è stato consegnato nei primi giorni di ottobre all’assessora all’ambiente (in quota AVS), ma nonostante le parole del suo partito durante la campagna elettorale rispetto al tema dissalatore, la cittadinanza non ha potuto constatare alcuna azione dell’amministrazione in difesa del fiume Tara, tantomeno l’allontanamento del partito dal governo cittadino. L’ultimo episodio, che sancisce la rottura di ogni rapporto istituzionale (se così può definirsi) tra comune di Taranto e mobilitazione è avvenuto il 13 ottobre 2025, in occasione di un consiglio comunale durato nove ore. Tra i punti all’ordine del giorno vi era una mozione che chiedeva alla giunta e in particolare al sindaco di impugnare il Paur presso il Tar. La mozione veniva emendata e trasformata in un impegno non più a impugnare, ma a valutare se vi fossero i motivi per impugnare, insomma un’ulteriore dilazione di fronte alla scadenza dei termini per effettuare il ricorso, fissata al 4 novembre. Nonostante questo, la rete Difesa fiume Tara non ha smesso di cercare un modo per presentare il ricorso, creando una collaborazione con il Gruppo di intervento giuridico, un’associazione che utilizza lo strumento del diritto per tutelare l’ambiente e i contesti a esso collegati. Il vero colpo di scena riguarda però i termini di presentazione del ricorso: si è scoperto che il Paur non era stato ancora pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia e che, secondo una legge regionale, i termini per impugnare un atto cominciano a decorrere dal momento della pubblicazione. Il Paur è stato pubblicato il 4 dicembre, addirittura dopo l’inizio dei lavori presso i cantieri del dissalatore. Così il Gruppo di intervento giuridico ha preso in carico il dossier ignorato dall’assessora, presentando ricorso presso il Tar del Lazio. Si è scelta la sede di Roma in quanto competente per le controversie che riguardano opere finanziate tramite Pnrr. Contestualmente la rete civica continua a proporre eventi di autofinanziamento che serviranno a sostenere le spese processuali. In attesa dell’esito del ricorso, resta una certezza: mentre istituzioni e politica hanno scelto di non assumersi responsabilità, assecondando le scelte di Acquedotto Pugliese, della Regione Puglia e dell’Autorità Idrica Pugliese, la difesa del Tara è ormai interamente sulle spalle della comunità locale. (domenico colucci)
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