> Questa settimana I Bastioni di Orione completano l’ascolto dell’incontro con
> Emanuele Giordana: questa volta passiamo le sue considerazioni sui motivi e le
> conseguenze della tornata fintamente elettorale tenutasi a Naypyidaw e in
> poche altre città birmane, mentre nei due terzi della nazione multietnica la
> guerra imperversa su livelli diversi, a seconda degli interessi delle singole
> comunità, con l’imperversare dell’aviazione di Tatmadaw a impedire il tracollo
> della giunta di Tsai Ming Hlaing, sostenuta – o comunque non lasciata crollare
> – dagli interessi cinesi, er il momento decisi a congelare la situazione
> birmana.
> L’altro argomento di cui ci aveva parlato Emanuele il 12 febbraio era
> l’imminente elezione in Bangladesh che ha visto il definitivo tradimento della
> rivolta che ha defenestrato Sheikh Hasina, mettendo nei guai Modi, che ha
> cercato di intromettersi uccidendo l’icona della rivolta , ottenendo la
> vittoria del partito nazionalista Bnp che puzza di restauro dello status quo,
> in qualche modo…
>
> Buona parte della puntata è trascorsa in Africa, tra la ricorrenza del
> massacro perpetrato dal viceré Graziani – mai come quest’anno da rimeditare –
> in un’Etiopia indomita sotto l’occupazione assassina dell’impero fascista;
> ovviamente il governo nostalgico attuale ricorda solo i suoi criminali
> camerati morti e non ha banfato sulla strage del 19 febbraio 1937. Lo abbiamo
> fatto noi con Matteo Dominioni, storico e docente del periodo coloniale.
> Abbiamo a lungo raccolto la lucida e precisa analisi del conflitto sudanese,
> che si sta espandendo in ogni direzione del Continente , che ci ha offerto
> Marco Trovato, direttore di “Africa Rivista”, di ritorno da un intrepido
> viaggio in Kordofan. Risultano chiari dal suo racconto i vari livelli su cui
> si combatte questo conflitto che vede schierati ai due lati della disputa
> tutte le grandi potenze, che appoggiano e riforniscono i contendenti, vi è poi
> un livello locale che coinvolge le potenze locali e le guerre dell’Africa
> orientale, oltre alle alternanti adesioni delle milizie locali che appoggiano
> ora Hemedti, ora al Burahn.
--------------------------------------------------------------------------------
Blocchi ideologici impediscono serie riflessioni sull’ignobile avventura
italiana in Etiopia
Il momento per gli studi storici non potrebbe essere più difficile: gli archivi
sono artatamente chiusi, il revisionismo occupa tutti i canali, la sordina è
applicata ancora di più alla ricerca scientifica – le viene preferita la sottile
arte della vacuità da influencer di politici superficiali e populisti. Così a
fronte di una strage fascista, rivendicata, istigata, organizzata dal regime
mussoliniano, tutte le attenzioni vengono spostate su episodi ininfluenti, già
registrati e collocati negli ultimi 80 anni nella loro collocazione storica
finché la voglia di vendetta di una Destra portata al potere dal venir meno
della vigilanza antifascista da parte delle forze progressiste, complici e
corree nella scelta omertosa di non consegnare i criminali italiani, la
cancellazione di tracce (la filiera dei gas usati e su cui tutti tacquero).
Perciò ci siamo rivolti a uno storico che da vari decenni si occupa dei misfatti
del ventennio fascista in particolare nel Corno d’Africa: Matteo Dominioni cerca
di ricondurci a termini, parole, testimonianze, analisi, dati e documenti
scientifici, attraverso i quali poter ricondurre a una ricostruzione il più
possibile veritiera e al conseguente giudizio sulla invasione, occupazione e poi
la postura coloniale, che coinvolse un milione di italiani. Su tutti spicca il
criminale di guerra Graziani.
Lo abbiamo interpellato il 19 febbraio, cioè “Yekatit 12”, come gli etiopi
chiamano il loro giorno della memoria, di quel 1937 in cui sono stati uccisi tra
4 e 20 mila abitanti del Corno d’Africa per mano degli occupanti italiani
aizzati dagli alti ranghi militari, da Graziani e da Mussolini stesso che
ordinavano: «Si uccide troppo poco!». Una enorme caccia all’uomo nero scatenata
a casa sua da invasori e occupanti feroci; qualcosa di peggio di colonizzatori,
piuttosto brutali assassini razzisti che hanno ordito una strage, giorni di
orrore e terrore per tutti quelli con la pelle sbagliata. E gli eredi di quella
parte già giudicata dalla Storia fanno carte false, fabbricando una storia
revisionata e miope.
Complessa anche la memoria etiope, parcellizzata e utilizzata da identità
diverse: divisioni tra appartenenze diverse e opportunismi collegati dalla
ricostruzione storica tra collaborazionisti e partigiani, tra oromo e amhara,
tra eritrei ed etiopi, ascari e resistenti. Il risultato è un modo diverso di
partecipare al ricordo dello Yekatit 12.
--------------------------------------------------------------------------------
Due elezioni in Sudest asiatico hanno visto sancire l’impossibilità di ottenere
alcun cambiamento. Rispetto al feroce regime militar-affaristico in Myanmar,
dove si è visto festeggiare un lustro dal golpe contro il governo di Aung san
suu chi e la restaurazione del sistema in cui una generazione di giovani aveva
sperato; e rispetto a un sistema che mantiene le solite oligarchie dinastiche al
potere in Bangladesh, nonostante sia trascorso poco più di un anno dalla
imponente rivolta che ha portato alla cacciata di Sheikh Hasina.
Di entrambi ce ne parla Emanuele Giordana, impegnato nel suo consueto annuale
studio delle società asiatiche e dei loro cambiamenti, che si è spinto fino ai
confini birmani, raccogliendo informazioni e mettendo insieme conoscenze,
differenze tra comunità e milizie, municipi più o meno indipendenti rispetto
alla giunta golpista che ha ovviamente dichiarato la vittoria nei seggi
disertati da tutti (compresi gli osservatori internazionali) ma che controlla
solo un terzo del territorio e delle risorse. Il resto è guerra aperta con le
forze di difesa popolare che continuano a conquistare posizioni strategiche.
Risulta un territorio bantustizzato tra karen, shan, wa (i filocinesi che
gestiscono il traffico di armi), arakan… La Cina sembra aver optato per un
attendismo che congela la situazione birmana. E l’India tenta di migliorare le
sue relazioni sia con la giunta birmana, sia in quel Bangladesh dove con la fuga
di Hasina ha perso il controllo del paese.
Infatti ritroviamo esattamente 18 mesi dopo il racconto esaltante della rivolta
di Dacca un paese normalizzato, dove il movimento giovanile – dopo che è stata
ammazzata la giovane icona Sharif Osman Hadi (poeta 31enne) da sicari di Modi,
preoccupato di non poter più contare sulla fedeltà della giovane nazione
bangladese – si è avvicinato a Jamaat-e-Islami e questo gli ha alienato le
simpatie delle donne e anche dei non musulmani, non ancora pronti ad accogliere
la minoranza dopo l’indipendenza di mezzo secolo fa dal Pakistan. Quindi si
registra la vittoria dei nazionalisti di Tarique Rahman, rifugiatosi in esilio
vent’anni fa, dopo che la madre lasciò il potere a lungo detenuto e ora
populista che potrebbe rieditare i metodi estorsivi e corruttivi della madre.
Questo è il risultato dell’incapacità del governo di transizione di Yunus, il
premio Nobel che ha deluso per l’incapacità di riformare i settori della
sicurezza e quello istituzionale, sottoposto a giudizio referendario insieme
alle elezioni, come avvenuto per quello costituente thailandese.
La guerra in Sudan si fa sempre più sanguinosa si susseguono gli attacchi contro
civili con l’utilizzo di micidiali droni che vengono adattati con ordigni
letali mentre una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha denunciato il 19
febbraio “atti di genocidio” ad Al Fashir, il capoluogo dello stato sudanese del
Darfur Settentrionale, conquistato nell’ottobre scorso dai paramilitari delle
Forze di supporto rapido (Rsf). Aumenta il coinvolgimento di attori esterni nel
sostegno ai due contendenti da una parte l’esercito sudanese e dall’altro le
forze di supporto rapido RSF, l’ agenzia Reuters ha riferito che l’Etiopia
ospita un campo di addestramento segreto per le forze paramilitari sudanesi che
combattono l’esercito sudanese da quasi tre anni. Secondo l’agenzia, una decina
di fonti, tra cui una all’interno del governo etiope, hanno confermato
l’esistenza del campo di addestramento e hanno affermato che gli Emirati Arabi
Uniti ne hanno finanziato la costruzione, fornito istruttori militari e offerto
supporto logistico. il Sudanese Emergency Lawyers ha esortato sia le Forze
armate sudanesi sia le Forze di supporto rapido (Rapid Support Forces, Rsf) a
cessare gli attacchi con droni, a evitare obiettivi civili e a rispettare il
diritto internazionale umanitario. L’appello si inserisce in un contesto di
intensificazione degli attacchi con droni nelle regioni del Kordofan e del
Darfur, dove proseguono i combattimenti tra l’esercito regolare e le Rsf.
Organizzazioni umanitarie hanno più volte denunciato il deterioramento della
situazione sul terreno e un crescente numero di raid contro aree densamente
popolate.
La situazione umanitaria è devastante mancando l’accesso al cibo e alle cure in
quanto il sistema sanitario è collassato ,la crisi del Sudan è diventata la più
grande emergenza al mondo in termini di sfollamento e protezione: 12 milioni di
persone sono state costrette a lasciare le proprie case, molte delle quali
vivono in rifugi di fortuna, senza sicurezza e senza speranza.
Durante la guerra civile del Sudan, scoppiata nell’aprile 2023, entrambe le
parti si sono sempre più affidate ai droni, e i civili hanno sopportato il peso
della carneficina.Il terreno pianeggiante del Sudan e la copertura limitata lo
rendono adatto agli attacchi e alla sorveglianza dei droni. La maggior parte dei
droni in Sudan sono contrabbandati da una rete di sostenitori stranieri via
terra, mare e aria, aggirando gli embarghi ufficiali, mentre gli stati stranieri
sfruttano la situazione a loro vantaggio.
Della situazione in Sudan ne parliamo con Marco Trovato direttore di Africa
rivista.