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Mutazioni inattese di società e regime iraniani in mezzo a una polveriera nucleare. EU: nocivi trattati commerciali
Una puntata quasi integralmente dedicata ad aspetti della condizione iraniana infitta destinalmente in un conflitto del tutto ideologico confessionale tra poteri militari, che sono dal lato imperialista e sionista impreparati a una risposta così efficace e coriacea, perché derivante da una trasformazione del regime non analizzata strategicamente; e dal lato iraniano scollato dalla realtà sociale, ma in grado di controllare le risorse del paese. E questo controllo è materia della trattativa tanto pubblicizzata da Trump, perché è lo spiraglio di accordo che consente ai vertici, subentrati alla passata leadership annientata dalle sentenze extragiudiziarie perpetrate dall’Idf, di esercitare un potere affaristico attraverso la rete costruita all’ombra degli ayatollah, mantenendo un atteggiamento più rigido perché fuori dalle regole diplomatiche; e a Trump di uscire dal pantano in cui lo ha trascinato Netanyahu, sbandierando lo smantellamento della componente più confessionale di un regime che può mantenere gli iraniani sotto il giogo dei pasdaran. Paola Rivetti ci ha accompagnati nella comprensione della società iraniana di fronte a queste profonde trasformazioni e a fare il punto sul confronto militare e l’emersione di una nuova leadership. Mentre Piergiorgio Pescali ci ha offerto un quadro della polveriera nucleare attraverso le sue esperienze di fisico dell’Aiea e conoscitore dei siti nucleari dell’Area interessata o limitrofa al conflitto, proprio a cominciare dalle centrali iraniane di Asfahan, Fodrow, Bushehr, Natanz che arricchiscono uranio; messe a confronto con la terrificante potenza del plutonio mai confessato dagli israeliani a Dimona. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- LA GUERRA MUTA GLI EQUILIBRI IN IRAN Ne parliamo con Paola Rivetti docente di Relazioni internazionali e studiosa di storia dell’Iran   La vecchia retorica khomeinista dei “mostazafin ” (i senza scarpe), i diseredati che la rivoluzione doveva difendere ha lasciato spazio all’ala militare dei Guardiani della rivoluzione. Attraverso gli  strumenti dei conglomerati e delle fondazioni (bonyad) controllano importanti settori dell’economia dall’ import-export al settore bancario. In particolar modo il controllo del meccanismo dell’ import-export è diventato cruciale in un paese che è sotto sanzioni molto pesanti, molto complesse e quindi ha delle difficoltà a importare e a esportare beni, questo settore è diventato ulteriormente decisivo con la guerra anche perchè il suo controllo consente la gestione del consenso verso il regime. Sta emergendo una nuova leadership che ha un atteggiamento molto meno aperto alla soluzione diplomatica del conflitto, questo in particolar modo non si deve leggere come una caratteristica di radicalismo ideologico, ma nel contesto di negoziazioni che sono state un disastro e non a causa di rigidità iraniane. I negoziatori iraniani hanno effettivamente messo sul tavolo una proposta che comprendeva persino la cogestione del programma nucleare con gli americani, una proposta alla quale gli americani hanno risposto dichiarando che gli iraniani non erano disposti a negoziare e iniziando i bombardamenti. Una classe politica quindi ,quella emergente in Iran,che ha una sfiducia nel processo negoziale ,diffida dei negoziatori americani ,il duo di immobiliaristi Witkoff e Kushner improvvisati diplomatici,a ragion veduta e vuole gestire la crisi con una strategia che punta a rendere il più costoso possibile l’azzardo israelo americano.  Con la crisi economica il blocco sociale che sostiene il regime si è incrinato, la classe media che stava emergendo si è impoverita e la guerra quindi diventa un elemento da una parte di ricomposizione, sembra, del blocco egemonico sul piano del nazionalismo ma approfondisce anche  la frattura sociale .Le testimonianze che vengono dal paese ci raccontano di un profondissimo senso di isolamento delle avanguardie dissidenti perché si trovano in una situazione in cui faticano a riconciliarsi con un sentimento che esiste nella società, che è ambivalente, perché da una parte si vuole che i bombardamenti vengano fermati, però già che ci sono che aiutino a far cadere il regime.Ci racconta della fatica di stare comunque in un contesto in cui il dolore, la paura, dominano una società in ginocchio,che era già provata a dicembre quando ci sono state le proteste, e l’inflazione o la crisi economica non sono certo sparite con la guerra, anzi sono assolutamente peggiorate, quindi in questo contesto di fortissima disperazione molti raccontano di un ulteriore fattore di spaesamento che è questo senso di isolamento. La polveriera nucleare descritta da un fisico dell’Aiea Ne parliamo con Piergiorgio Pescali, fisico nucleare e tecnico dell’Aiea La polveriera nucleare descritta da un fisico dell’Aiea Piergiorgio Pescali, fisico, divulgatore, collaboratore dell’Aiea, esperto di fisica nucleare in questo ruolo ha visitato molti siti in ogni parte del mondo: dal Giappone alla Russia, dall’Ucraina all’Iran… ma non ha mai svolto il ruolo di controllore nelle centrali nucleari israeliane, perché sono interdette da una precisa scelta politica e una posizione giuridica inflessibile, che procede dalla scelta di non aderire ai trattati di non proliferazione nucleare fino alla più totale segretezza. Tel Aviv non ha mai nemmeno ammesso di possedere quella cinquantina di testate nucleari al plutonio che gli esperti gli attribuiscono. E allora di chi dovremmo avere più terrore? Dell’uranio arricchito dai fanatici ayatollah al 60%, o dal potenziale distruttivo del plutonio in mano agli invasati sionisti, il cui piano nucleare è il più “opaco” al mondo? Senza tralasciare l’innesco di una corsa alla deterrenza nucleare nella zona, indotto dalle guerre sotto minaccia dell’uso dell’arma nucleare, che sta già coinvolgendo Turchia e Cipro, quindi anche il nazionalismo greco non può essere da meno in quel triangolo di interessi intrecciati attorno a giacimenti di gas e nazionalismi; e possiamo non considerare potenze già da decenni dotate di arsenale nucleare come il Pakistan e l’India, o le potenziali ricchissime petromonarchie, indotte dagli sviluppi bellici a “difendersi”, in primis l’Arabia Saudita, su cui vige un controllo serrato dell’Aiea. Non possiamo dimenticare le innumerevoli centrali e dislocazioni di testate nucleari americane sparse in tutta Europa e paesi “alleati” del Medio Oriente. Piergiorgio Pescali ci spiega innanzitutto che il vero patrimonio, prezioso per l’Iran, è la competenza tecnica e la preparazione scientifica degli ingegneri iraniani formatisi in Russia, Pakistan, Corea, più che il materiale e i macchinari conservati a Fodrow (nei bunker tra le rocce), Bushehr (unica centrale realmente in funzione, con personale russo), Isfahan, Natanz (il sito su cui si concentra la maggior attenzione e dove i sionisti hanno operato una strage delle migliori menti). Il 60% di arricchimento è sicuramente utile per gli usi bellici, va anche detto che a fronte della potenzialità distruttiva di Israele quello scarso uranio al 60% iraniano ha solo uno scopo diplomatico: per avere qualche carta durante le trattative truccate della coppia statunitense. Invece il plutonio di Dimona è tra le sostanze più radiotossiche al mondo e Bersheva, Gaza, Tel Aviv, Palestina, Giordania… non sono distanti e la contaminazione sarebbe cronica e durerebbe decenni. Ed è in mano a un governo messianico che predica la necessità dell’Armageddon. -------------------------------------------------------------------------------- Puntate precedenti sulla questione iraniana si trovano qui -------------------------------------------------------------------------------- La puntata si è poi spostata in Australia, da dove abbiamo colto l’occasione di partire per un’esposizione, affidata ad Antonio Onorato (esponente dell’Ari), del poco oculato comportamento della Commissione Von der Leyen nella siglatura di Trattati di libero commercio che non badano alle nocività che vengono così importate e del comparto agricolo e di allevamento europeo per quel che riguarda gli interessi dei piccoli addetti, a favore delal grande industria e distribuzione.
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