Un mese fa decine di migliaia di persone sono state massacrate dagli sgherri
della Repubblica Islamica, e altre migliaia sono stati incarcerati e rischiano
l’impiccagione, sull’Iran è calato il silenzio.
Ma qualcosa continua a muoversi. A Rasht un gruppo di pensionati sono scesi in
piazza contro i massacri; gli studenti manifestano per la libertà dei loro
compagni prigionieri.
Intanto il regime ha cominciato a regolare i conti con i dissidenti interni, in
particolare nella cerchia del presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian.
Trump, il cui interesse per gli insorti iraniani è pari a zero, minaccia la
guerra ma tratta con il regime per portare a casa qualcosa, approfittando della
situazione. Il regime si è detto disponibile a fermare il programma nucleare in
cambio della revoca delle sanzioni.
Sabato scorso a Milano c’è stato un presidio contro il regime e contro la
guerra.
Ne abbiamo parlato con Behrooz di Together for Iran
Ascolta la diretta:
Tag - Iran
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su
Anarres, il pianeta delle utopie concrete
Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout.
Ascolta e diffondi l’audio della puntata:
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Venezuela. La partita a scacchi tra Stati Uniti e Cina
L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere
all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta
operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e
abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e
consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia
di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa
élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello
che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti
avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti
con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare
al presidente deposto.
Alle nostre latitudini i campisti scendono in piazza a fianco del regime
venezuelano, incapaci di un’analisi che sappia mettere al centro le partite
reali che si stanno giocando sulla pelle della povera gente che vive in
Venezuela, stretta tra un regime corrotto, clientelare, militarista e repressivo
e il rischio di una sterzata a destra in senso ferocemente liberista.
Abbiamo provato a capirne di più con Stefano Capello
CPR: prigioni e manicomi
I CPR, le prigioni per migranti, stanno assumendo sempre più la funzione di
manicomi criminali che a prigioni.
Nelle prime settimane del 2026 diversi video usciti dai CPR mostrano la realtà
che si vive all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio: persone in
evidente stato di agitazione, trincee costruite con coperte intorno ai letti,
urla disperate nei corridoi.
Alle denunce degli abusi e violenze fatte da assemblee di lotta ed associazioni
di medici l’unica risposta è il divieto di usare cellulari con la telecamera,
affinché sulle violenze cali il silenzio.
Ne abbiamo parlato con Raffaele Viezzi
Iran. Il silenzio dei “movimenti”
La repressione governativa si è scatenata con inaudita ferocia.
Chiusa internet, dalla scorsa settimana arriva solo qualche rara telefonata.
I morti sono probabilmente oltre i 12.000, in carcere tra torture e probabili
esecuzioni ci sono quasi 11.000 persone. Un’immane carneficina.
I media main stream danno spazio solo ai filomonarchici e a Trump, ignorando una
rivolta spontanea che solo alcuni canali internet raccontano.
“Né dispotismo religioso, né monarchia; donna, vita, libertà”. Questo messaggio
continua ad echeggiare nelle strade del paese.
La lotta contro il regime teocratico attraversa tutto il paese.
La partita è complessa, perché sul cambio di regime scommettono anche gli Stati
Uniti e Israele, che sostengono la candidatura dell’ultimo esponente della
dinastia Palhavi.
Chi scende in piazza si autorganizza e rifiuta le ingerenze esterne che
potrebbero rinforzare il regime in chiave identitaria. Ma alle nostre latitudini
solo in pochi sostengono chi si batte contro mullah e shah: prevale un’orrida
logica campista. La stessa che porta a sostenere le dittature islamiste, solo
perché avversate dal dispotismo del governo statunitense.
Ne abbiamo parlato con Lollo
Appuntamenti:
Sabato 21 febbraio
Con i disertori russi ed ucraini
per un mondo senza eserciti e frontiere
giornata di informazione e lotta antimilitarista
ore 10,30 al Balon
Venerdì 6 febbraio
Sorvegliare e punire: il nuovo pacchetto sicurezza
ore 21 in corso Palermo 46
Interverrà l’avvocato Eugenio Losco
Venerdì 13 febbraio
Storie di punk e anarchia
I Crass: una sfilza di schiaffi in faccia e di pedate sul culo
Ne parliamo con Marco Pandin di Stella Nera
A-Distro e SeriRiot
ogni mercoledì
dalle 18 alle 20
in corso Palermo 46
(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro
SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte
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Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46
Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30
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Un approfondito aggiornamento sulla situazione in Iran insieme a Paola Rivetti,
docente di relazioni internazionali alla Dublin City University. Rivetti ci
offre una fotografia sociale e politica di questi giorni in Iran, dove le
proteste sono diminuite a seguito della repressione. Il clima è tutt’ora
pesante, mentre il governo si prepara ai negoziati con gli Stati Uniti, a
partire dal 6 febbraio, in Oman.
Grazie ai suoi studi di lungo periodo sui movimenti nel contesto iraniano,
Rivetti ci aiuta anche a complessificare il nostro sguardo sulle mobilitazioni
così come ad andare oltre la costruzione di una visione dicotomica sul possibile
futuro del paese.
IL GENIALE PIANO PER LA PENSIONE A 45 ANNI
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Seconda visione
Ci siamo confrontati con alcuni redattori e abbiamo rivisto in parte il giudizio
entusiasta espresso in precedenza su Sirāt; o meglio, abbiamo accolto i rilievi
secondo i quali nella forma professionalmente ineccepibile e le suggestioni
delle location funzionali alla trama si potevano scorgere alcune scontate
scivolate ruffiane volte a ingraziarsi alcune tipologie di pubblico, e che
nell’abilità a muoversi tra registri narrativi diversi quella vena sufi e lo
sviluppo a tratti regolato da una presenza dovessero ascriversi alla conversione
di Olivier Laxe alla fede islamica, un elemento palese fin dal titolo… che si
allarga in effetti lungo tutto il percorso del road movie. E anche l’allusione
alle mine militari nel deserto del Sahara occidentale poteva accogliere una
denuncia più esplicita del colonialismo marocchino, che è ringraziato nei titoli
di coda per il supporto prestato.
Questo ci ha indotto a ridimensionare l’entusiasmo iniziale: se qualche altro
giudizio vi trova in disaccordo, segnalatecelo e nel caso sia convincente
l’eccezione, possiamo fare ammenda, come in questo caso.
Prima stroncatura
Per esempio se vi dovesse essere piaciuta l’orrida propaganda nazionalista che
si respira in La Grazia di Sorrentino, uno tra i più sovrastimati registi del
già sopravvalutato cinema italiano, proponete qualche valido motivo per
rivalutarlo e avrete diritto di replica all’impressione di mancanza della
supposta brillantezza iniziale del regista di L’uomo in più. Una versione
radical-chic dei cinepanettoni con il regista in fissa per mettere in scena il
Potere, infilandoci superficialmente varie tematiche di moda.
Seconda stroncatura
Altra delusione proviene da Divine Comedy, pretenzioso tentativo metalinguistico
di mostrare l’asfissia della espressione artistica e culturale nello stato
iraniano attraverso successivi luoghi in cui va in scena la censura del film che
non vedremo, perché Asgari ci impone a più riprese la soggettiva che ci consegna
allo sguardo del censore, già usata nel ben più efficace Kafka a Teheran, il cui
funzionamento a episodi mascherava meglio l’incapacità del regista a reggere un
filo che colleghi gli stereotipi un po’ più sostenibile di una Vespa rosa che
allude a Vacanze romane, utile nelle intenzioni dell’autore a dichiarare il film
una commedia amara (anche dantesca nella allusione esplicitata senza pudore). La
sensazione è di scontata assenza di trama per riferirsi ai grandi registi
chiamati in causa senza motivo, iraniani (Kiarostami e Panahi) e occidentali,
attribuiti in modo blasfemo al gemello collaborazionista – banalmente altra
anima del regista stesso – e al cinefilo censore (Godard Aronofsky), a cui però
manca il sostegno del genio per evitare che il film risulti slegato e
noiosamente costituito da un’accozzaglia di siparietti di dialoghi vacui.
Elogio della elegia della libertà
Fortunatamente ci vengono in soccorso le piattaforme digitali che hanno
consentito a Giacomo di vedere I delinquenti, valido noir argentino anch’esso
citazionista, ma al contrario di Asgari il regista porteño Rodrigo Moreno usa
l’allusione esplicita (L’Argent) o iconica (La fiamma del peccato) per
aggiungere significato al testo filmico. Il colpo in banca nella alta tradizione
filmica (il capolavoro kubrickiano Rapina a mano armata) si dipana
parallelamente a una serie di personaggi e situazioni doppi e paralleli, che
creano un labirinto di intrecci. Il tutto per realizzare un film che esplicita
il rifiuto del lavoro, il raggiro del sistema che mette il denaro al centro,
soffocando l’uomo che alla fine riesce a raggiungere la propria libertà… e anche
l’inserto metalinguistico potrebbe fornire spunti ad Asgari per rendere meno
asfittico l’espediente.
Crisi economica, repressione e perdita di legittimità scuotono la Repubblica
islamica. In Amazzonia la scomparsa di lingue e rituali rende la foresta più
vulnerabile
L'articolo Newsroom – L’Iran e i nuovi equilibri regionali. L’erosione
culturale in Amazzonia proviene da IrpiMedia.
Dall’8 gennaio 2026, dodicesimo giorno delle proteste in Iran, le autorità
iraniane hanno imposto una chiusura quasi totale di Internet, uno scenario
sempre più frequente nel mondo. Domenica un attacco hacker ha interrotto le
trasmissioni della televisione di stato iraniana per mandare in onda un filmato
in sostegno di Reza Pahlavi, il figlio dell’ex scià di Persia che ora vive in
esilio negli Stati Uniti, in cui Pahlavi invita i militari a ribellarsi al
regime iraniano.
Insieme a Ginox, parliamo di Iran, delle proteste delle ultime settimane, del
blocco di internet nel Paese, di cyberwarfare, e della prestigiosa Unità 8200,
corpo di élite dell’esercito israeliano a cui sono demandate le azioni di
controllo dello spazio cibernetico ed elettromagnetico a guardia dei confini
invisibili dello stato ebraico.
Citati nella puntata:
Le cyber-operazioni israeliane e la “guerra ombra” contro l’Iran:
dall’operazione Stuxnet al conflitto del giugno 2025 – articolo di Ict Security
Magazine
Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni – Un report di
Roja sulla recente insurrezione di massa
Uprising is “genuine self-organisation by ordinary people” – Interview with
members of Anarchist Front
Le proteste che dalla fine del 2025 scuotono l’Iran aprendo un nuovo ciclo di
rivolte politiche nel Paese non accennano a fermarsi.
L’ondata di manifestazioni è scoppiata il 27 dicembre 2025 dal Bazar di Teheran,
in seguito al crollo della valuta locale, che ha aggravato la situazione
economica tra carovita e inflazione, ma si è rapidamente trasformata in un
movimento di protesta politico contro il regime che investe ampie aree del
paese.
Le lotte hanno carattere in buona parte spontaneo ed hanno assunto caratteri
sempre più radicali con assalti ai commissariati e manifestanti che disarmano i
miliziani governativi.
Negli slogan di piazza emerge in modo chiaro la volontà di farla finita con il
governo teocratico ma nessuna simpatia per l’erede della dinastia Palhavi, il
cui programma è di carattere dittatoriale.
Nel tentativo di isolare il Paese e interrompere le comunicazioni interne ed
esterne, Teheran ha imposto la chiusura di Internet a partire da giovedì 8
gennaio; il blackout informativo ha quasi azzerato il flusso di notizie
indipendenti dall’interno dell’Iran, rendendo difficile valutare l’effettiva
portata delle proteste e della repressione. Prima del blocco, le manifestazioni
avevano interessato quasi tutte le province e almeno 70 città.
Le vittime potrebbero essere arrivate a 12.000, mentre gli arresti
ammonterebbero a 10.700.
I prigionieri vengono torturati e potrebbero essere tutti impiccati.
Le poche telefonate che ancora giungono ci descrivono una situazione drammatica
con armi automatiche usate contro la folla disarmata.
Alcuni video diffusi online prima del blackout governativo mostrano cadaveri
ammassati nelle strade e negli ospedali, ma con ogni probabilità il massacro è
di gran lunga superiore.
Ne abbiamo parlato con Behrooz di Togheter for Iran di Milano
Ascolta la diretta:
Estratti dalla puntata del 12 gennaio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
Umer Khalid ha ripreso lo sciopero della fame dopo una breve interruzione. Le
condizioni di salute di Heba Muraisi e Kamran Ahmed sono critiche, il rischio di
morte è sempre più concreto, eppure il governo britannico e il ministro della
giustizia Lammy continuano a negare qualunque canale di trattativa e omettono di
esprimere – anche solo – attenzione per queste persone che si stanno lasciando
morire nelle loro galere. Del resto, quando hai contribuito a un Genocidio,
quando hai consentito e supportato la macellazione di decine di migliaia di
vite, quando hai sostenuto materialmente e moralmente la trasformazione di un
territorio in una distesa di brandelli di corpi e macerie, cosa vuoi che siano
delle giovani vite in più da sacrificare sull’altare del sionismo?
Ma la campagna di Prisoners for Palestine e il supporto alle persone detenute
per le azioni di Palestine Action risuonano sotto le carceri, nelle strade e
contro le banche che continuano a investire in Elbit Systems, nonostante la
compressione della libertà di espressione che continua a mietere arresti e
licenziamenti.
Proseguiamo nell’analisi di questo scenario che si declina tra il supporto
militare incondizionato verso Israele (fronte esterno) e la repressione delle
reazioni che si sviluppano all’interno della società britannica (fronte
interno).
COME ISRAELE PLASMA LA REPRESSIONE ITALIANA
Passiamo quindi al contesto italiano, partendo dalla recente notizia di “un
corso di formazione su Gaza” per la Polizia di Stato e tornando a ripercorrere
una breve cronologia della cooperazione strutturale (non episodica) tra
l’apparato repressivo nostrano e quello israeliano.
Quindi ritorniamo nel Regno Unito con una testimonianza di Gianluca Martino
sull’operatività dei dispositivi di censura nei confronti delle critiche allo
Stato di Israele e cosa ci aspetta qualora passassero in Italia i disegni di
legge che equiparano antisionimo ad antisemitismo:
INFOWAR E CAMPISMO
Cerchiamo di osservare superficialmente alcuni fenomeni riconoscibili
all’interno dell’interazione tra opinioni individuali (o gruppali) ed eventi
geopolitici: il “campismo”, la infowar e come questi interagiscano tra loro.
Come vengono affrontate le rivolte in Iran da una prospettiva anti-sionista?
Come vengono plasmate e raccontate dai vari attori coinvolti nella guerra di
informazione? Come si costruiscono icone virali o si propongono nuovi candidati
al potere?
Spoiler: non daremo risposte esaustive, ma cercheremo di osservare lo scenario
zompettando tra “la ragazza che si accende la sigaretta con la foro di
Khamenei”, gli internet-blackout prodotti dal regime iraniano (e quelli durante
i rastrellamenti ICE), gli sciami di chatbot sionisti, gli incendi in Argentina
e i turisti israeliani, le affermazioni del boss dell’azienda di killer-robots
Anduril sul potere della propaganda…
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete. Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche
in streaming
Ascolta e diffondi l’audio della puntata:
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Le squadracce di Trump
L’assassinio di Renee Good è stata solo l’ultima delle esecuzioni
extragiudiziali dell’ICE, agenzia federale che Trump ha scatenato contro i
migranti. L’ennesimo atto di una guerra civile che ha preso le mosse con la
grazia ai golpisti di Capitol Hill e continua con continui attacchi alla libertà
di espressione, di movimento, di opinione.
Difficile pensare che Trump non punti a cambiare le regole del gioco sino a
ricandidarsi per un terzo mandato.
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
Palestina. Geografie del dominio: radici simboliche e materiali
L’epoca post coloniale, lungi dal chiudere i conti con il tempo degli imperi, ha
aperto la strada a conflitti innescati dal ridefinirsi in chiave neocoloniale di
dinamiche di controllo a livello globale, nutrendosi alla fonte avvelenata del
nazionalismo, delle religioni, dello sfruttamento feroce di esseri umani e
risorse.
Lo spazio geografico del Mediterraneo orientale, con l’enorme carico simbolico
rappresentato dalla presenza di luoghi legati alle religioni abramitiche, nel
1918 passa sotto controllo della Gran Bretagna, che lo sottrae all’impero
ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale.
Proveremo a dipanare le vicende che seguono quell’evento, evidenziandone
similitudini e differenze con i processi di decolonizzazionedi quell’epoca,
segnata da massacri, pulizie etniche, esodi di massa, in vari angoli del
pianeta.
Seguendo il filo dei confini disegnati con il righello ma intrisi di sangue,
proveremo a cogliere i vari passaggi che hanno portato alla situazione odierna.
Una situazione che nel Mediterraneo orientale, ricalca processi che ritroviamo
ovunque a livello planetario.
Processi che, con diversi livelli di violenza segnano il nostro tempo.
Il nostro sguardo non è neutro, perché, collocandoci dalla parte degli oppressi
e degli sfruttati, ci ponetra chi lotta per abolire Stati, frontiere, eserciti.
Con Fabrizio Eva, geografo politico, anticipiamo alcuni dei temi che verranno
affrontati nell’incontro che si terrà a Torino venerdì 9 gennaio.
Iran. Crepe nel regime
“Né dispotismo religioso, né monarchia; donna, vita, libertà”. Questo messaggio
viene dal carcere ed echeggia nelle strade.
Dal 28 dicembre si susseguono le proteste in Iran. Innescate dalla gravissima
crisi economica, che, complice l’inflazione galoppante colpisce, oltre ai più
poveri, anche i ceti medi.
Le proteste partite dal Bazar di Teheran si sono estese a centinaia di località
in tutto il paese, con una contestazione diretta al regime teocratico iraniano.
La repressione è durissima, ma non ferma le proteste.
La partita è complessa, perché sul cambio di regime scommettono anche gli Stati
Uniti e Israele, che sostengono la candidatura dell’ultimo esponente della
dinastia Palhavi.
Chi scende in piazza si autorganizza e rifiuta le ingerenze esterne che
potrebbero rinforzare il regime in chiave identitaria.
Ne abbiamo parlato con Lollo
Appuntamenti:
Palestina. Le geografie del dominio: radici simboliche e materiali
Venerdì 16 gennaio
ore 21
corso Palermo 46
Interverrà Fabrizio Eva, geografo politico
A-Distro e SeriRiot
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All’inizio dell’Ottocento, mentre Simón Bolívar guidava le guerre d’indipendenza
contro il colonialismo spagnolo, a Washington prendeva forma un altro progetto.
Il 2 dicembre 1823 il presidente James Monroe, nel suo messaggio al Congresso,
enunciava il principio che sarebbe diventato la dottrina Monroe, che è spesso
riassunto così: “America agli americani”, significava, in pratica, il diritto
autoproclamato degli Stati Uniti a considerare il continente come propria sfera
di influenza esclusiva. Ma forse non tuttə ricordano che il principio nasce
dalla richiesta che i Paesi europei non mettessero più in discussione
l’indipendenza dei Paesi americani: “Le Americhe, che hanno assunto e mantengono
una condizione di indipendenza, non devono essere considerate oggetto di futura
colonizzazione da parte delle potenze europee”.
In questa puntata, andiamo a esplorare il rimosso del colonialismo europeo a
partire dall’operazione di polizia di Trump nel “suo cortile di casa”, il Mar
dei Caraibi. Bagnate dallo stesso mare, Cuba, Nicaragua e Colombia ricevono un
forte avvertimento. L’Iran, scosso da proteste che durano da più di dieci
giorni, perde un altro alleato. Israele applaude, guarda a un’America Latina
sempre meno anti sionista e riconosce il Somaliland, proprio davanti allo Yemen,
Stato in cui è in corso una guerra civile e dove all’interno del fronte filo
governativo e opposto agli Houthi, sostenuto dai Sauditi, una milizia ha provato
a conquistarsi uno Stato autonomo, sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti. Emirati
Arabi Uniti che hanno nelle Rapid Support Forces in Sudan un altro proxy.
Intanto, Trump continua a dichiarare che la Groenlandia sarà presto sua, con le
buone o con le cattive.
Per caso vi sembra che la fine sia più vicina?
Ascolta la prima puntata del 2026.
Citati nella puntata:
Groenlandia, un pezzo (coloniale) dell’Europa – Articolo di JacobinItalia
La politica di “danizzazione” delle popolazioni groenlandesi – Studio apparso su
Géoconfluences, luglio 2022