«NELLE MACERIE C’È TANTISSIMA VITA».
VOCI CHE EMERGONO IN UN CONTESTO DEFINITO PER PLASMARE IL CALCESTRUZZO
Si può affermare che lo scardinamento e il contrasto alle strategie della
gentrificazione trovano un valido antagonista in Geco, che marca il territorio,
allargandone i confini con l’individuazione di edifici, quartieri, zone da
bonificare con tag dirompenti che personalizzano luoghi resi anonimi dai
palazzinari che interpretano piani regolatori impregnati di speculazione
ispirata al capitalismo; che poi tenta di utilizzare, imbrigliare, conglobare
nel suo business anche il graffitismo, che si divincola dall’abbraccio con
sempre nuove proposte e interventi – anche se da Haring e Basquiat a Banksi
molti “muri” sono entrati in gallerie prestigiose. The Art of Disobedience ha
incassato al botteghino 22.700 euro: per «un documentario autocelebrativo”,
un’opera ipertrofica autopromozionale del proprio brand è un buon risultato!
La corte della BlackoutHouse è gremita di giovani nel novilunio del 17 aprile,
quando vengono proiettati sui “muri” del quartiere Aurora – zona a rischio di
massivo intervento di una giunta particolarmente sensibile ai capitali impegnati
nello stravolgimento dello spirito popolare di Torino – gli 82 minuti di The Art
of Disobedience diretto da Geco stesso, a dimostrazione che il linguaggio nato
cinquant’anni fa come espressione del proletariato newyorkese si è sviluppato e
trasformato nei decenni, continuando a suggestionare l’immaginario di chi vive
quei quartieri, ad alimentare la lotta tra decoro borghese e imbrattamento
espressionista astratto. Ma è anche ribadita la lotta tra writer e
street-artist: infatti si viene chiamati ad assistervi e senza conoscenze
interne al dibattito e se non si appartiene all’ambiente è difficile districarsi
tra i lessici diversi delle comunità.
Perciò durante la puntata di “Delicatessen” per poterci addentrare, abbiamo
parlato con Giovanni Semi, che aveva introdotto la serata da par suo, ponendo
con semplicità alcuni concetti essenziali, adottando un approccio – poi ribadito
in trasmissione, rintuzzando alcune nostre perplessità – del tutto privo di ogni
forma ideologica in cui racchiudere il fenomeno, che va bene si esprima con
modalità prive di regole e improntate alla provocazione, alla riappropriazione
degli spazi, alla etichetta serializzabile che diventa esportabile
universalmente, forse perché tutte le periferie sono riconducibili a un medesimo
sfondo (un ricordo delle teorie baudrillardiane su merce e simulacro?)… fino
all’“imbrattamento” del decoro borghese.
Il film mantiene l’impianto adrenalinico derivante in gran parte dalla modalità
acrobatica che spesso distingue l’intervento di Geco a Roma, come a Lisbona o ad
Atene; l’immagine sgranata e un po’ lisergica è la versione cinematografica
delle figure e delle scritte che emergono dai muri e i temi del regista sono
subito evidenti in giro per le strade battute dalla carrellate in auto con
camera a mano e dalla documentazione ripresa negli anni della produzione delle
iconiche tag, alcuni interventi davvero spettacolari e che ridefiniscono edifici
immaginandoli a misura di quell’edificio, interpretando verticalmente i loro
angoli muti e inespressivi, conferendo dinamicità e colore e dimostrando
un’analisi dello spazio, dell’urbanistica su cui si interviene. Il montaggio
infatti mette insieme riprese identificabili come “Epoca Covid” per le
mascherine che coprono il volto di corifei che esaltano le imprese dell’eroe
della pellicola, tra le quali è riconoscibile Michele “Zerocalcare” che connota
meglio il contesto. D’altronde, che alternativa abbiamo al vortice della
gentrificazione?
L’IPERTROFIA NARCISISTA AL SERVIZIO DELLA AUSPICABILE RIAPPROPRIAZIONE DEGLI
SPAZI
Giacomo in fine di puntata ha riportato tutto all’operazione cinematografica,
giudicandola esageratamente lunga e ripetitiva, con alcune riprese suggestive
per le acrobazie e quindi la documentazione di quello che è il sostanziale
impegno “artistico” degli street-artist e dei writer, che, come avviene per gli
artisti da galleria, sono innanzitutto alle prese con materiali e condizioni in
cui operare i gesti creativi, ma il tutto incentrato su un unico bomber. Il film
è un’occasione né vinta, né persa: più gira, più produce dibattiti come quello
intercorso in diretta prima della proiezione o in questa intervista con Giovanni
Semi, che nella più totale assenza di ideologia affronta con il taglio del
sociologo motivi e contraddizioni, antagonismo e cooptazione, passioni e
risultati dello sfaccettato lavoro sui muri. Non bisogna dimenticare che «il
Capitale è onnivoro: mangia e risputa l’intervento dirompente e diventa forma di
estrazione di valore».
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