Il corteo del Primo Maggio è ancora lo spazio reale e simbolico dove ogni anno,
sia pure in proporzioni sempre minori, si raccoglie un’ampia comunità che va ben
al di là delle aree politiche e sindacali.
Per questa ragione anche quest’anno abbiamo deciso di esserci e di costruire uno
spezzone anarchico e antimilitarista sui temi del lavoro, della guerra e della
repressione.
Uno spezzone che ha attraversato le strade di Torino nella consapevolezza che la
nostra strada è sempre più in salita.
Al centro le ragioni di chi ogni giorno deve fare i conti con precarietà,
disoccupazione, sfruttamento e repressione.
Al centro la lotta al capitalismo che ci ruba la vita, allo stato che reprime e
controlla, alla guerra e chi la arma, al fascismo che ci mette al confino, alle
frontiere che uccidono.
Si è trattato di un Primo Maggio anomalo.
Lo spezzone istituzionale ha visto per la prima volta dal 1945 un fascista,
Maurizio Marrone, sfilare accanto al sindaco Lo Russo.
Dicono che successivamente sia stato invitato ad allontanarsi dal servizio
d’ordine del PD. Nessuna foto lo documenta mentre l’immagine del fascista che
sfila indisturbato accanto al sindaco segna un ulteriore punto di non ritorno.
Non molti anni fa i tentativi di Lega e Forza Italia di infiltrarsi nel corteo
erano naufragati sul nascere, perché vennero cacciati ben prima di arrivare in
piazza.
A Torino l’insurrezione contro la Repubblica di Salò e i suoi alleati nazisti,
durò sino al 28 aprile.
Il Primo Maggio rappresentò la vera festa della Liberazione dal fascismo.
Nel 2026 il fascista Marrone in testa al corteo è la rappresentazione simbolica
del fascismo che è tornato.
All’arrivo in piazza Castello i funzionari sindacali hanno preso parola senza
neppure attendere che lo spezzone dei sindacati di Stato raggiungesse la piazza.
L’orario di chiusura erano le 11 e certo non volevano fare gli straordinari.
Il cosiddetto spezzone sociale si è diviso in due: i pezzi della diaspora post
comunista hanno chiuso in fretta striscioni e bandiere senza entrare in piazza
mentre la testa si è diretta verso l’ex centro sociale Askatasuna dove la
polizia ha messo in funzione idranti e lacrimogeni. Pochi minuti, il tempo di
qualche buona foto per i giornalisti in cerca di un’immagine, e tutto è finito
in grigliata.
Nello spezzone sociale c’erano bandiere palestinesi, cubane e della Repubblica
islamica dell’Iran, slogan campisti e nazionalisti.
Un insulto a chi volle quella giornata come momento di riconoscimento reciproco
delle lotte per l’uguaglianza nella libertà di un’umanità di oppressi e
sfruttati che si voleva internazionale al di là e contro ogni frontiera.
Lo spezzone antimilitarista, che si trovava in coda, aggirati tutti, è arrivato
in piazza Castello.
Per quello che ci riguarda questo Primo Maggio è l’emblema dei tempi duri che
siamo forzati a vivere.
Tempi che spetta a noi mutare, lottando ogni giorno per un mondo di libere ed
uguali, cercando di alimentare la brezza che segnala il vento che cambia.
Sui giornali main stream e certi media di movimento avrete letto altre storie e
numeri mirabolanti.
Noi non vi raccontiamo grandi numeri ma la tenacia di chi sa andare
controcorrente.
Nel pomeriggio abbiamo partecipato con la distro, alla festa organizzata ai
giardini irreali da alcune realtà anarchiche torinesi
Qui il testo letto in piazza:
> Primo Maggio anarchico. Spezzone antimilitarista
Pace tra gli oppressi guerra agli oppressori!