Vi proponiamo il video integrale della serata tenutasi il 16 maggio alla FAT, in
cui è stato presentato l’opuscolo della Fat e del Germinal di Trieste
“Transfemminismo e anarchia”. Erano presenti alcun* autor*.
Guarda il video:
https://youtu.be/i_3mlNUqJNo
Un universale plurale che spezza i generi in un’irriducibile molteplicità di
percorsi individuali.
I nostri corpi degeneri, abbattono le frontiere tra gli Stati, lottano contro il
nazionalismi ed ogni identità escludente, frantumano le tante leggi del padre,
del padrone, degli dei e dei loro preti.
Qui potete leggere e scaricare liberamente i testi e scaricare il PDF:
https://www.anarresinfo.org/venerdi-16-5-transfemminismo-e-anarchia/
Federazione Anarchica Torinese
Corso Palermo 46 – riunioni ogni martedì ore 20,30
A-distro e SeriRiot
ogni mercoledì dalle 18 alle 20
in corso Palermo 46
libri, riviste, opuscoli, magliette, etc
www.anarresinfo.org
Source - Anarres
Il pianeta delle utopie concrete
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete. Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche
in streaming
Ascolta e diffondi l’audio della puntata:
https://radioblackout.org/podcast/anarres-del-19-dicembre-rivoluzione-e-autogestione-torino-un-piano-regolatore-di-cemento-e-retorica-riconversione-bellica/
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Rivoluzione e autogestione
Il dibattito sulla trasformazione sociale oggi pare perdere forza di fronte a
dinamiche del conflitto sociale che si dipanano sull’immediatezza, su alleanze
improbabili, sul risorgere ddel campismo novecentesco con l’inedita alleanza tra
gli eredi della terza internazionale e l’islam globale. che tacita la critica in
nome di un’intersezionalità delle lotte che non ha altro denominatore comune ma
una semplice sommatoria delle sfighe. Nessuna coerenza tra mezzi e fini, nessuna
proiezione sul futuro.
Eppure oggi più che mai se vogliamo che ci sia un futuro occorre fare i conti
con la devastazione capitalista e con la guerra globale che inghiotte vite ogni
giorno.
Una buona ragione per ragionare sulla concretissima utopia i chi impasta
autogestione e lotta, in una continua e necessaria sottrazione dall’istituito.
Ne abbiamo parlato con Francesco Codello, pedagogista, anarchico
Torino. Nuovo piano regolatore tra cemento e retorica
La nostra città si accinge ad una serie di ristrutturazioni urbane all’insegna
del commercio, dell’esclusione dei poveri, della privatizzazione dei servizi.
Ne abbiamo parlato con Giovanni Semi, sociologo, insegna all’Università di
Torino
Il governo punta sulla riconversione bellica
Dal cappello della finanziaria 2026 spunta un emendamento per favorire la
produzione e il commercio «di armi e materiale bellico» sul territorio
nazionale. Il motivo è «tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello
Stato e rafforzare le capacità industriali della difesa».
Ne abbiamo parlato con Stefano Capello
Appuntamenti:
Palestina. Le geografie del dominio: radici simboliche e materiali
Venerdì 16 gennaio
ore 21
corso Palermo 46
Interverrà Fabrizio Eva, geografo politico
L’epoca post coloniale, lungi dal chiudere i conti con il tempo degli imperi, ha
aperto la strada a conflitti innescati dal ridefinirsi in chiave neocoloniale di
dinamiche di controllo a livello globale, nutrendosi alla fonte avvelenata del
nazionalismo, delle religioni, dello sfruttamento feroce di esseri umani e
risorse.
Lo spazio geografico del Mediterraneo orientale, con l’enorme carico simbolico
rappresentato dalla presenza di luoghi legati alle religioni abramitiche, nel
1918 passa sotto controllo della Gran Bretagna, che lo sottrae all’impero
ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale.
Proveremo a dipanare le vicende che seguono quell’evento, evidenziandone
similitudini e differenze con i processi di decolonizzazione di quell’epoca,
segnata da massacri, pulizie etniche, esodi di massa, in vari angoli del
pianeta.
Seguendo il filo dei confini disegnati con il righello ma intrisi di sangue,
proveremo a cogliere i vari passaggi che hanno portato alla situazione odierna.
Una situazione che nel Mediterraneo orientale, ricalca processi che ritroviamo
ovunque a livello planetario.
Processi che, con diversi livelli di violenza segnano il nostro tempo.
Il nostro sguardo non è neutro, perché, collocandoci dalla parte degli oppressi
e degli sfruttati, ci pone tra chi lotta per abolire Stati, frontiere, eserciti.
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Interverrà Fabrizio Eva, geografo politico
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nazionalismo, delle religioni, dello sfruttamento feroce di esseri umani e
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1918 passa sotto controllo della Gran Bretagna, che lo sottrae all’impero
ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale.
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segnata da massacri, pulizie etniche, esodi di massa, in vari angoli del
pianeta.
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atlantico-il-trump-furioso-piazza-fontana-il-tramonto-
delle-illusioni-democratiche
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
La fine del Patto Atlantico
La frattura tra gli Stati Uniti e l’Europa è ormai un fatto. La guerra in
Ucraina ne è la cartina i tornasole.
Ne abbiamo parlato con Stefano Capello
Stati Uniti. Il Trump furioso
Trump moltiplica le misure repressive nei confronti di immigrati, stranieri,
poveri. Non gli è riuscito il colpo di annullare uno dei cardini su cui sono
stati costruiti gli States: lo ius soli per ora non verrà toccato.
Il suo consenso cala anche in aree del paese tradizionalmente repubblicane: a
Miami non è bastato un candidato ispanico per impedire l’elezione a sindaco di
una esponente democratica.
Le crepe aperte dalle violente incursioni dell’ICE, la normalizzazione delle
università, il dominio dei media, una non troppo celata attitudine a spezzare le
regole del gioco aprono crepe profonde. Il rischio è che a termine mandato Trump
osi fare il golpe che a Capitol Hill venne solo messo in cartellone. La prossima
replica potrebbe avere effetti deflagranti.
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
La strage di Piazza Fontana. Il tramonto dell’illusione democratica
Il 12 dicembre 1969 una bomba scoppiò nella Banca dell’Agricoltura di piazza
Fontana a Milano, uccidendo 16 persone.
La polizia puntò subito gli anarchici, che vennero rastrellati e portati in
questura. Uno di loro,Giuseppe Pinelli, non ne uscirà vivo, perché scaraventato
dalla finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi.
Le versioni ufficiali parlarono di suicidio: anni dopo un magistrato di
sinistra, D’Ambrosio, emesse una sentenza salomonica: “malore attivo”. Né
omicidio, né suicidio.
Pietro Valpreda venne accusato di essere l’autore della strage. Trascorrerà, con
altri compagn* tre anni in carcere in attesa di giudizio, finché non venne
modificata la legge che fissava i limiti della carcerazione preventiva. Quella
legge, emanata su pressione dei movimenti sociali venne a lungo chiamata “legge
Valpreda”.
Dopo 54anni dalla strage, sebbene ormai si sappia tutto, sia sui fascisti che la
eseguirono, gli ordinovisti veneti, sia sui mandanti politici, tutti interni al
sistema di potere democristiano di stretta osservanza statunitense, non ci sono
state verità giudiziarie.
Nel 1969 a capo della Questura milanese era Guida, già direttore del confino di
Ventotene, un funzionario fascista, passato indenne all’Italia repubblicana.
Dietro le quinte, ma presenti negli uffici di via Fatebenefratelli c’erano i
capi dei servizi segreti Russomando e D’Amato.
Il Sessantanove fu l’anno dell’autunno caldo e della contestazione studentesca,
movimenti radicali e radicati si battevano contro il sistema economico e
sociale.
La strage, che immediatamente, gli anarchici definirono “strage di Stato”
rappresentò il tentativo di criminalizzare le lotte, e scatenare la repressione.
In breve i movimenti sociali reagirono alle fandonie della polizia, smontando
dal basso la montatura poliziesca che era stata costruita sugli anarchici.
Cosa resta nella memoria dei movimenti di quella strage, che per molti compagni
e compagne dell’epoca rappresentò una rottura definitiva di ogni illusione
democratica?
Ne abbiamo parlato con Cosimo Scarinzi, all’epoca giovane compagno e testimone
di quella stagione cruciale
Appuntamenti:
Venerdì 16 gennaio
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corso Palermo 46
Palestina. Le geografie del dominio: radici simboliche e materiali
Interverrà Fabrizio Eva, geografo politico
L’epoca post coloniale, lungi dal chiudere i conti con il tempo degli imperi, ha
aperto la strada a conflitti innescati dal ridefinirsi in chiave neocoloniale di
dinamiche di controllo a livello globale, nutrendosi alla fonte avvelenata del
nazionalismo, delle religioni, dello sfruttamento feroce di esseri umani e
risorse.
Lo spazio geografico del Mediterraneo orientale, con l’enorme carico simbolico
rappresentato dalla presenza di luoghi legati alle religioni abramitiche, nel
1918 passa sotto controllo della Gran Bretagna, che lo sottrae all’impero
ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale.
Proveremo a dipanare le vicende che seguono quell’evento, evidenziandone
similitudini e differenze con i processi di decolonizzazionedi quell’epoca,
segnata da massacri, pulizie etniche, esodi di massa, in vari angoli del
pianeta.
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e degli sfruttati, ci colloca tra chi lotta per abolire Stati, frontiere,
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Il reuccio dem di New York
L’elezione di Mamdani a sindaco di New York City ha ridato un certo entusiasmo a
una sinistra riformista che vive in uno stato di prostrazione e confusione dal
momento della vittoria di Trump alle presidenziali.
Le proposte di espansione della spesa sociale sono state il cavallo vincente di
Mamdani così come la sua capacità di parlare a un elettorato demograficamente
assai composito.
Ma potranno questi figliocci della borghesia intellettuale, perché questo è
Mamdani e questo è il suo entourage, rappresentare una via d’uscita dalla
traiettoria autoritaria che il neoliberismo sta compiendo da anni? Le proposte
politiche socialdemocratiche – ma sarebbe più corretto chiamarle demo-socialiste
in quanto neanche a livello teorico viene posto l’obiettivo di superamento della
società mercantile, come invece faceva la socialdemocrazia storica – nel corso
del novecento hanno svolto il ruolo di puntello sinistro del capitale,
garantendo, con un’apertura a fisarmonica data dai rapporti di forza tra classi,
la ridistribuzione di una quota parte dei profitti. Ma questo era possibile con
un’economia basata su di una produzione industriale, spesso ad alto valore
aggiunto, e con l’apporto del valore estratto dalla periferia del sistema mondo
mediante la spoliazione coloniale. Con la fine delle grandi concentrazioni
industriali in Occidente, il ridisegnarsi post-coloniale dei rapporti con i
territori della periferia, e con nuove dinamiche nei rapporti tra le classi
grandemente favorevoli alla classe dominante il meccanismo di ridistribuzione è
entrato in una crisi da cui non si è mai ripreso.
Ne abbiamo parlato con Lollo
Stati Uniti. Trump e il ritorno della frontiera
Trump alle nostre latitudini appare come elemento di rottura rispetto
all’immagine edulcorata che gli States riescono ancora a vendere.
Se si guarda più da vicino è facile cogliere che Trump non fa che riproporre il
mito wasp della frontiera, con tutto il suo portato di violenza simbolica e
morale.
Ne abbiamo parlato con Fabrizio Eva, geografo politico
La Città dell’aerospazio non decolla
Il più grande progetto di Leonardo per il settore aerospaziale in Piemonte da
tempo dimostrava delle crepe. In occasione della decima edizione degli Aerospace
and defence meetings, nella cornice dell’Oval Lingotto di Torino è stato
presentato un aggiornamento del progetto presentato all’ottava edizione del
mercato delle armi nel 2021 e sostenuto da Leonardo, il Politecnico, la Regione
Piemonte, l’Unione industriali di Torino e la Camera di commercio.
La parola chiave è “aggiornamento”, che dimostra che il protagonismo di Leonardo
è più nelle parole che nei fatti. In realtà è quasi tutto fermo. Annunciare in
pompa magna l’apertura di quattro nuovi laboratori con 30 addetti nella vecchia
palazzina di corso Francia dopo sei anni è il segno inequivocabile che le crepe
nella Cittadella delle armi sono ormai ben visibili.
Vediamo di capire meglio cosa sta succedendo.
Torino Un lungo novembre di informazione e lotta antimilitarista
Venaus. Vent’anni dopo
Nonostante la primavera, al tempo della Repubblica della Maddalena il paese di
Chiomonte era grigio, buio, silente. Al di là del fiume che si stringe nella
gorgia, nello spazio libero fatto di vigne, barricate, cibo condiviso, assemblee
c’era il rumore delle vite della comunità resistente, comunità d’elezione e non
di terra, di sangue, di identità escludenti e del loro tremendo portato di
violenza.
Lì imparammo a camminare nella notte. Insieme e da soli, incespicando e
rialzandoci. Tanta gente in quegli anni, sin dall’insurrezione di Venaus, aveva
scoperto che riscrivere una storia già scritta era possibile, che i tempi che ci
era dato vivere non erano un destino ineluttabile.
Poi arrivarono l’occupazione, la repressione, i processi: la nostra comunità
perse la sua forza creativa, la resistenza venne ridotta a logoro rituale e
prevalse la delega istituzionale.
Ma. Quelle notti di veglia, essere stati parte di quella comunità d’elezione
continua a ricordarci di una possibilità che dobbiamo saperci dare.
Appuntamenti:
Sabato 20 dicembre
ore 20
corso Palermo 46
Cena Antinatalizia
Menù vegan
Benefit lotte
Quanto costa? Tantissimo per chi ne ha, meno per chi ha meno, poco per chi ha
poco. Sosteniamo le lotte qui e in ogni dove, diamo solidarietà a chi è colpito
dalla repressione, mettiamo un mattone nella direzione di una società libera,
autogestita, solidale.
Porta la tua statuetta per il pres-empio autogestito!
Per prenotazioni scrivere a antimilitarista.to@gmail.com
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poco. Sosteniamo le lotte qui e in ogni dove, diamo solidarietà a chi è colpito
dalla repressione, mettiamo un mattone nella direzione di una società libera,
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Nonostante la primavera, al tempo della Repubblica della Maddalena il paese di
Chiomonte era grigio, buio, silente. Al di là del fiume che si stringe nella
gorgia, nello spazio libero fatto di vigne, barricate, cibo condiviso, assemblee
c’era il rumore delle vite della comunità resistente, comunità d’elezione e non
di terra, di sangue, di identità escludenti e del loro tremendo portato di
violenza.
Lì imparammo a camminare nella notte. Insieme e da soli, incespicando e
rialzandoci.
Tanta gente in quegli anni, sin dall’insurrezione di Venaus, aveva scoperto che
riscrivere una storia già scritta era possibile, che i tempi che ci era dato
vivere non erano un destino ineluttabile.
Poi arrivarono l’occupazione, la repressione, i processi: la nostra comunità
perse la sua forza creativa, la resistenza venne ridotta a logoro rituale e
prevalse la delega istituzionale. Proprio in questi giorni la polizia sta
prendendosi le case a Susa.
Ma. Quelle notti di veglia, essere stati parte di quella comunità d’elezione
continua a ricordarci di una possibilità che dobbiamo saperci dare.
Oggi più che mai.
Viviamo tempi bui, tempi di guerra, tempi in cui si allungano le ombre di una
notte senza stelle.
Il riemergere potente dei nazionalismi, delle religioni, dell’autoritarismo, del
patriarcato è una delle cifre di un secolo che non riesce a fare i conti con il
precipitare della crisi ambientale e sociale, perché la logica del capitalismo
impone la ricerca del profitto a tutti i costi.
Oltre la metà della popolazione mondiale vive scavando nelle discariche, il
simbolo concreto di un’umanità assoggettata, di persone le cui vite valgono meno
dei rifiuti tra cui scavano per sopravvivere.
In ogni angolo del pianeta ci sono governi in cui prevalgono istanze
autoritarie, religiose, razziste perfettamente compatibili con il capitalismo e
i suoi frutti avvelenati.
I movimenti che all’alba di questo secolo osarono tentare un’alleanza
transnazionale degli oppressi e degli sfruttati sono stati spazzati via.
L’incapacità di opporsi alle “guerre di civiltà” in Afganistan e in Iraq ne ha
decretato la fine ben più della repressione o del riassorbimento in ambiti
compatibili con l’ordine esistente.
L’incapacità di cogliere che la guerra afgana non era per la liberazione delle
donne dalla schiavitù ma un regolamento di conti con storici alleati dei tempi
della guerra fredda rende ancor oggi difficile cogliere che le guerre di
religione sono utili per reclutare aspiranti martiri ma non spiegano una realtà
in cui le alleanze sono a geografia variabile e soggette a continui cambiamenti
di fronte. Nell’ultimo mese abbiamo assistito alla promozione di Al Jolani, il
nuovo signore e padrone della Siria a partner affidabile degli Stati Uniti. Con
buona pace di cristiani, alewiti, drusi siriani nei cui confronti viene attuata
una feroce repressione.
Al Jolani è il capo della branca siriana di Al Queda, la stessa organizzazione
di Osama bin Laden. D’altra parte nel 2021 gli Stati Uniti riconsegnarono il
futuro delle donne afgane ai talebani in cambio della promessa di non far
sconfinare la jihad.
Le alleanze tra gli Stati, al di là della retorica utilizzata per raccogliere
consenso non hanno altra etica che non sia quella dell’affermazione degli
obiettivi dei blocchi di potere che sostengono i vari governi.
Non è banale ricordarlo, perché purtroppo tanta parte dei movimenti di
opposizione alle guerre e al riarmo resta ancorata a dinamiche campiste. La
spinta ad un’alleanza transnazionale degli oppressi e degli sfruttati fatica a
(ri)trovare spazio, quando prevale il sostegno a Brics, una rete economica i cui
pilastri sono campioni di libertà come la Russia, la Cina, l’India, l’Egitto gli
Emirati arabi uniti, l’Iran…
La feroce pulizia etnica su vasta scala attuata da Israele negli ultimi due anni
è stata e continua ad essere un’immane catastrofe umanitaria per la popolazione
palestinese. Alle nostre latitudini il potente moto di indignazione per il
genocidio che ha riempito le piazze italiane con numeri imponenti e pratiche di
lotta radicali non è stato capace di svincolarsi da logiche stolidamente
campiste. Definire i macellai delle donne iraniane, il regime di Assad e i loro
alleati libanesi “asse della resistenza” ne è stato l’indice inequivocabile.
La spinta alla decolonialità è uno strumento importante per percorsi di
liberazione in cui emerga il protagonismo di popolazioni e gruppi sociali
marginalizzati e razzializzati ma diventa un boomerang se si trasforma nel
relativismo culturale già tanto caro alla destra differenzialista.
Eppure mai come ora sarebbe necessaria la crescita di un movimento
antimilitarista radicale, capace di far saltare la corsa al riarmo e alla guerra
che rischia di travolgerci tutt.
L’Assemblea Antimilitarista nata tre anni ha posto al centro la lotta ai
confini, agli eserciti alle guerre sostenendo disertori, obiettori e chi si
oppone a massacri e razzismo in una logica internazionalista e solidale.
L’Assemblea è stata accanto a compagn impegnat a costruire relazioni sociali tra
libere ed eguali anche nell’infuriare di guerre e genocidi.
L’assemblea ha promosso iniziative contro missioni militari all’estero, basi
militari, poligoni di tiro, fabbriche d’armi, nella consapevolezza che le radici
delle guerre affondano nello stesso terreno in cui sono costruite le case dove
viviamo. Sradicarle è il nostro compito.
Di recente l’Assemblea ha attivamente contrastato l’Aerospace and defence
meetings, la mostra mercato delle armi aerospaziali di guerra che si tiene ogni
due anni a Torino, con il chiaro obiettivo della chiusura dell’industria
bellica.
Sappiamo che i tempi sono bui. Una buona ragione per mettercela tutta per non
perdere il controllo del timone nonostante la tempesta, la confusione, il timore
di non farcela.
Abbiamo imparato a camminare nella notte senza perdere la strada, inciampando e
sostenendoci a vicenda.
Alla decima edizione dell’Aerospace and Defence meetings, il mercato
dell’industria aerospaziale di guerra appena conclusasi a Torino, c’era chi
stava dentro e chi stava fuori.
Dentro c’erano produttori, venditori, sponsor politici, fuori c’erano gli
antimilitaristi.
Fuori dall’Oval, fuori dal coro
Dopo il grande corteo che il sabato precedente aveva attraversato il centro
cittadino, gli antimilitaristi erano decisi a mettersi di traverso contro la
guerra e chi la arma.
Il 2 dicembre l’appuntamento era di fronte all’ingresso dell’Oval, dove,
protetti da un ingente schieramento di polizia, dovevano entrare i partecipanti
alla convention, fiore all’occhiello della lobby armiera subalpina.
Manifestanti armati di cartelli e striscioni hanno occupato la strada: la
polizia ha tentato senza successo di fermarli. Dopo pochi minuti le auto dirette
all’Oval hanno fatto retro marcia. I partecipanti sono stati obbligati ad
entrare all’Oval a piedi, alla spicciolata, da un passaggio interno al Lingotto.
Per la seconda volta in 20 anni gli antimilitarist* hanno bloccato l’ingresso ai
mercanti d’armi.
Una bella manciata di sabbia è stata gettata negli ingranaggi di una macchina
mortale. Bisognerà moltiplicare l’impegno perché la macchina sia fermata per
sempre.
La narrazione istituzionale e mediatica dell’Aerospace and defence meetings e
della Città dell’aerospazio continua nascondere dietro la retorica dei viaggi
spaziali, delle navicelle, degli esploratori di Marte e della Luna, la realtà di
un mercato e di un comparto produttivo il cui fulcro sono le armi:
cacciabombardieri, elicotteri da combattimento, droni, sistemi di puntamento.
La cortina fumogena che nasconde la scelta di trasformare Torino in capitale
delle armi è stata in parte dissipata, coinvolgendo nelle contestazioni
studenti, ecologisti, lavoratori della formazione, oltre ai gruppi che da anni
lottano contro l’industria bellica.
Dentro l’Oval, un coro con qualche stonatura
Il più grande progetto di Leonardo per il settore aerospaziale in Piemonte da
tempo mostrava delle crepe. Gli Aerospace and defence meetings sono stati la
cornice luminosa per il lancio della Città dell’aerospazio già nel 2021, quando
Leonardo, forte di un unanime appoggio istituzionale, annunciò che nei mesi
successivi sarebbe partita la costruzione di uno dei maggiori centri di ricerca
ed innovazione nel settore delle armi aerospaziali.
Nel 2023 alla nona fiera delle armi annunciarono la posa della prima pietra, ma
per altri due anni le erbacce hanno continuato a crescere tra i muri egli
edifici abbandonati. I primi segnali di (ri)apertura dei giochi sono arrivati
nel dicembre del 2024, quando dal cappello del PNRR sono spuntati 17 milioni di
euro destinati al centro ricerche del Politecnico. I lavori di demolizione,
della palazzina 37 dell’ex Alenia Aermacchi, di pertinenza del Politecnico,
cominciati a febbraio sono fermi da mesi. In compenso tutto il complesso di
corso Marche è stato chiuso da nuove recinzioni e jersey sovrastati da filo
spinato a lamelle, per contrastare le numerose incursioni degli antimilitaristi.
L’ultima attuata il 4 novembre, con il blocco alla Thales Alenia Space.
Le ambigue dichiarazioni di Cingolani facevano intuire da tempo che qualcosa
stesse cambiando, che Leonardo non era disponibile ad impiegare risorse proprie
per il progetto.
La ricerca costa: anche i produttori del settore in maggior espansione a livello
planetario preferiscono cercare soldi pubblici per i loro privatissimi affari.
Per un secolo lo ha fatto la Fiat e le sue successive incarnazioni societarie,
oggi è il turno del settore bellico.
Pochi giorni fa, all’Oval è stato presentato un aggiornamento del progetto
sostenuto da Leonardo, Politecnico, Regione Piemonte, Comune di Torino, Unione
industriali e Camera di commercio.
La parola chiave è “aggiornamento”, che dimostra che il protagonismo di Leonardo
è più nelle parole che nei fatti.
Dopo cinque anni, annunciare trionfalmente l’apertura di quattro nuovi
laboratori con 30 addetti nella vecchia palazzina di corso Francia, è il segno
inequivocabile che le crepe nella Cittadella delle armi sono ormai ben visibili.
Le dichiarazioni rilasciate lo dimostrano.
La palazzina 27 verrà ammodernata: quindi il bel progetto che campeggia da anni
in Comune si ridimensiona ma soprattutto cambia di segno, trasformandosi in
“Casa delle PMI”, ossia un condominio di piccole e grandi imprese, tutte ancora
da imbarcare.
La Regione Piemonte dal canto suo sgancia 14 milioni per spingere comunque la
nascita della cittadella delle armi.
Una buona ragione per rendere sempre più incisive le lotte antimilitariste.
Il 28 ottobre scorso circa 140 persone, di cui 4 agenti, sono state uccise e un
centinaio sono state arrestate nel corso di un assalto condotto da 2500 membri
della Polizia Civile e della Polizia Militare brasiliane, nelle favelas di
Alemão e Penha a Rio de Janeiro. Gli agenti si sono serviti anche di elicotteri
e mezzi blindati.
Su numerosi cadaveri, alcuni con le mani legate, sono stati rinvenuti i segni di
colpi esplosi alle spalle o alla nuca. Oltre alle numerose esecuzioni
extragiudiziali, i testimoni parlano di perquisizioni ed irruzioni nelle
abitazioni private realizzate senza mandato, di torture, di colpi sparati dagli
elicotteri, di feriti morti dissanguati a causa dello stop da parte degli agenti
all’intervento dei sanitari.
Nelle proteste e manifestazioni organizzate da movimenti e associazioni e dagli
abitanti delle favelas di Rio e di altre città, sono comparsi striscioni con la
scritta “Favela Lives Matter”. Tutti denunciano «una violenza sistemica e
razzista» e puntano il dito soprattutto contro le autorità locali, allineate con
l’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro.
All’ex capo di stato, condannato a settembre a 27 anni di reclusione per il
tentato golpe del gennaio 2023, è strettamente legato Claudio Castro,
governatore dello stato di Rio de Janeiro e membro del “Partito Liberale”
dell’ex presidente di estrema destra.
Questa strage è salita agli onori delle cronache per l’enorme dispiegamento di
forze e per l’elevato numero delle vittime, ma la violenza della polizia nelle
aree dove vive la popolazione più povera e razzializzata è un fatto “normale”.
Il podcast dell’approfondimento realizzato dall’Inormazione di radio Blackout
con Simone Ruini:
https://radioblackout.org/2025/12/brasile-la-normalita-della-violenza-poliziesca/
Milioni di dollari sono stati versati da Trump per deportare i migranti che
rastrellati dall’ICE nelle città statunitensi.
ESwatini, piccolo Paese dell’Africa meridionale, governata da Mswati III,
l’ultimo monarca assoluto del continente ha ricevuto 5,1 milioni di dollari
dagli Stati Uniti. La somma è stata versata al monarca perché accolga cittadini
di Paesi terzi espulsi dall’amministrazione Trump.
Human Rights Watch ha dichiarato già a settembre di aver visionato una copia
dell’accordo secondo cui il piccolo regno sarebbe disposto a accettare fino a un
massimo di 160 deportati dagli USA. La somma è stata elargita per potenziare la
“capacità di gestione delle frontiere e delle migrazioni” del Paese.
Oltre a eSwatini, altri governi africani, come Sud Sudan, Ghana e Ruanda hanno
accettato “migranti indesiderati” dagli USA.
Intanto Washington non ha esitato a inviare 7,5 milioni di dollari alla Guinea
Equatoriale, uno dei regimi più repressivi e corrotti al mondo.
Tragica ironia i soldi sono stati prelevati dal fondo istituito dal Congresso
per rispondere alle crisi umanitarie.
Piogge torrenziali, manifestazioni oceaniche, la pressione delle comunità
indigene che ha attraversato i corridoi dei negoziati, e persino un incendio tra
i padiglioni; un susseguirsi di eventi esterni ha accompagnato il vertice.
Quelle fiamme divampate nei padiglioni non sono state altro che l’annuncio di
una fumata nera che sarebbe arrivata poche ore dopo.
Il documento finale della COP, la Mutirao decision, è stato scritto dai
PetroStati
Nonostante il nome simbolico del documento finale, Mutirao, che significa lavoro
comunitario per conseguire un bene collettivo, questo testo farà il bene di
pochi lasciando liberi i paesi ricchi di continuare a devastare.
Nel documento finale non c’è alcun riferimento ai combustibili fossili, non
vengono neppure menzionati.
I governi si sono congedati da Belém senza un piano per abbandonare gas,
petrolio e carbone tornando indietro rispetto a quanto deciso a Dubai nel 2023.
Le proteste e le danze indigene si trasformano tristemente in una mera
operazione di green whashing dell’amministrazione brasiliana.
Vi proponiamo il podcast dell’approndimento realizzato dall’info di Blackout con
Andrea Merlone, Dirigente di ricerca all’Istituto Nazionale di Ricerca
Metrologica (INRiM) e ricercatore associato all’Istituto di Scienze Polari del
CNR:
https://radioblackout.org/2025/12/la-cop-nellamazzonia-che-muore/
Test
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