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Il pianeta delle utopie concrete

2 giugno dei Senzapatria
Giornata di lotta antimilitarista ore 17 presidio in piazza XVIII dicembre interventi, musica e il canzoniere anarchico e antimilitarista del Cor’Occhio Una repubblica fondata sulla guerra Ad 80 anni dalla sua nascita la Repubblica Italiana mostra il proprio volto più autentico. Le sfilate e le cerimonie militari con cui la Repubblica celebra se stessa ne sono la rappresentazione materiale e simbolica. La martellante retorica patriottica, la litania governativa sulla “sicurezza” sono il cemento di un discorso pubblico che normalizza il permanente stato di guerra in cui siamo forzati a vivere. Non solo. Negli ultimi anni i governi hanno fatto una lunga campagna di arruolamento dei corpi e delle coscienze. Per questo servono corpi giovani ed obbedienti per rinforzare le forze armate, si preparano a costituire una “riserva” militare di 10.000 uomini e a reintrodurre gradualmente la leva obbligatoria. Dismessa la finzione delle guerre umanitarie oggi parlano in modo esplicito di “interesse nazionale”. Ci vorrebbero tutt* arruolat*. Tutt* pronti a sostenere l’orrore delle guerre in cui l’Italia è impegnata sostenendo che i militari difendono la vita e la libertà di ciascuno di noi. Una menzogna. Nel nostro paese, nella Repubblica “fondata sul lavoro” ogni giorno si allunga la contabilità di chi viene ucciso dal lavoro. Un lavoro sempre più precario, pericoloso, senza tutele. I padroni fanno la guerra di classe senza esclusione di colpi. Lavoratrici e lavoratori sono pedine intercambiabili in un gioco a carte truccate. Finché ci sarà una Repubblica che tutela la proprietà privata, chi per vivere deve vendere braccia e cervello si giocherà la vita per arricchire i padroni. Le divise da parata, le bandiere, le medaglie, la triade “dio, patria, famiglia” non sono il retaggio del passato, ma la rappresentazione sempre attuale dell’attitudine imperialista e neoconiale dello stato italiano. L’Italia è in guerra. Le forze armate italiane sono impegnate direttamente in 40 missioni militari all’estero In Africa le truppe tricolori fanno la guerra ai migranti e difendono gli interessi di colossi come l’ENI. Gli interessi dell’ENI non sono gli interessi di chi fatica ad arrivare a fine mese. L’Italia è in guerra. Dalle basi militari della NATO e degli Stati Uniti in territorio italiano ogni giorno si alzano in volo i droni che gestiscono l’intelligence per le guerre in Ucraina, nel Mediterraneo orientale. Gli interessi dei tanti Stati che si contendono il controllo delle risorse, dei territori e delle vie di comunicazione non sono gli interessi dei poveri di questo paese. L’Italia è in guerra. Lungo i confini del Bel Paese, in mare ed in montagna, le polizie e le forze armate fanno la guerra ai migranti. Nel 2025 ci sono stati 27mila sequestri di persona nel Mediterraneo. Le imbarcazioni che trasportavano 27.000 uomini, donne e bambini sono state assalite dai militari della Guardia Costiera libica, che in più occasioni non hanno esitato a sparare. L’Italia fornisce alla Libia e alla Tunisia i pattugliatori e addestra i militari che sequestrano ed uccidono i naufraghi. L’Italia è in guerra. A pochi passi dalle nostre case si producono e si testano le armi impiegate nelle guerre di ogni dove. Le usano le truppe italiane nelle missioni di “pace” all’estero, le vendono le industrie italiane ai paesi in guerra. Queste armi hanno ucciso milioni di persone, distrutto città e villaggi, avvelenato irrimediabilmente interi territori. L’Italia è in guerra. I militari sono sempre più presenti per le strade delle nostre città, nelle periferie dove si allungano le file dei senza casa, senza reddito, precari. Provano a prevenire e reprimere ogni insorgenza sociale, a mettere a tacere chiunque si ribelli ad un ordine sociale sempre più feroce, ad attuare un controllo etnicamente mirato del territorio. Gli eredi di Togliatti, che diede l’amnistia ai fascisti ci raccontano la favola della Repubblica nata dalla resistenza al fascismo da difendere. Una crudele menzogna. Un insulto a chi combatteva per un mondo di libere ed eguali. Oggi gli eredi diretti del fascismo sono al governo e stanno restaurando il fascismo. Non serve la dittatura formale per cancellare gli esili margini di libertà concessi a prezzo di lotte durate un secolo. Le questioni sociali sono diventate un affare di ordine pubblico per schiacciare con la violenza poliziesca le lotte politiche e sociali. L’insieme di leggi repressive, che, questo governo, in perfetta continuità con i precedenti, ha emanato, possono seppellire in galera compagni e compagne per banali episodi di lotta. Ormai una semplice scritta sul muro, un blocco stradale, un picchetto, un’occupazione, magari coniugati ad uno dei tanti reati associativi, sono trattati con estrema durezza. Il governo condanna a morte i migranti con il blocco navale e mette al confino (daspo, fogli di via, sorveglianza speciale, sequestro preventivo) gli antifascisti. Una Repubblica fondata sulla guerra non ci rappresentava 80 anni fa e non ci rappresenta ora. Senzapatria ed antimilitarist* Disertiamo la guerra e chi la arma Siamo a fianco di chi, in ogni geografia di questo mondo, diserta la guerra, si batte contro le frontiere, lotta a fianco di chi vuole un mondo senza sfruttati e senza sfruttatori. Bruciamo tutte le bandiere nazionali, disertiamo tutti gli eserciti! 2 giugno giornata di lotta antimilitarista ore 17 presidio in piazza XVIII dicembre interventi, musica e il canzoniere anarchico e antimilitarista del Cor’Occhio Federazione Anarchica Torinese Assemblea Antimilitarista corso Palermo 46 www.anarresinfo.org
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2 giugno 2026
15/05 Spagna 1936. La rivoluzione anarchica
Spagna 1936 La rivoluzione anarchica Venerdì 15 maggio ore 21 alla Fat in corso Palermo 46 A 90 anni dalla rivoluzione sociale in Spagna vi proponiamo tre documentari realizzati con filmati dell’epoca e interviste ai protagonisti dell’insurrezione e del processo rivoluzionario. – Spagna 1936: l’utopia si fa storia Testi di Pino Cacucci (DVD 56′, b/n) Voci narranti: Paolo Rossi e Francesca Gatto. 18 luglio 1936 un sollevamento militare cerca di abbattere la repubblica. Il 19 luglio le popolazioni di Spagna insorgono. Protagonisti dell’insurrezione i lavoratori della CNT, l’organizzazione anarcosindacalista che nel proprio programma ha il comunismo anarchico e l’autogestione. Saranno tre lunghi anni di guerra civile, terminati con la sconfitta militare. Saranno gli anni in cui i lavoratori della Barcellona industriale e i contadini delle campagne esproprieranno le fabbriche, metteranno in comune le campagne, sperimentando concretamente l’anarchia. Le immagini, girate dai lavoratori dello spettacolo della CNT per la diffusione all’estero, ci restituiscono il clima di quegli anni: le barricate di Barcellona, i volontari in armi, le donne con la tuta e il fucile, le campagne dove si lavorava senza padrone, le fabbriche in mano agli operai. In questa edizione il testo di Pino Cacucci, narrato da Paolo Rossi e Francesca Gatto, ricostruisce l’epopea misconosciuta di quel triennio in cui l’utopia libertaria diventa storia. Le straordinarie immagini raccolte nelle strade e sui fronti mostrano in diretta il farsi storico di una rivoluzione che coinvolse milioni di persone. – Tra guerra e rivoluzione. Anarchici italiani in Spagna. A cura di Claudio Venza, docente di storia all’Università di Trieste, e Paolo Gobetti dell’Archivio cinematografico della resistenza. La testimonianza viva di alcuni delle centinaia di anarchici accorsi in Spagna in sostegno alla rivoluzione sociale. – Gli anarchici e l’esperienza delle collettività agricole. In questo video il racconto di alcuni dei protagonisti dell’autogestione delle terre espropriate ai padroni
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Torino. Un primo Maggio tra luci e tante ombre
Il corteo del Primo Maggio è ancora lo spazio reale e simbolico dove ogni anno, sia pure in proporzioni sempre minori, si raccoglie un’ampia comunità che va ben al di là delle aree politiche e sindacali. Per questa ragione anche quest’anno abbiamo deciso di esserci e di costruire uno spezzone anarchico e antimilitarista sui temi del lavoro, della guerra e della repressione. Uno spezzone che ha attraversato le strade di Torino nella consapevolezza che la nostra strada è sempre più in salita. Al centro le ragioni di chi ogni giorno deve fare i conti con precarietà, disoccupazione, sfruttamento e repressione. Al centro la lotta al capitalismo che ci ruba la vita, allo stato che reprime e controlla, alla guerra e chi la arma, al fascismo che ci mette al confino, alle frontiere che uccidono. Si è trattato di un Primo Maggio anomalo. Lo spezzone istituzionale ha visto per la prima volta dal 1945 un fascista, Maurizio Marrone, sfilare accanto al sindaco Lo Russo. Dicono che successivamente sia stato invitato ad allontanarsi dal servizio d’ordine del PD. Nessuna foto lo documenta mentre l’immagine del fascista che sfila indisturbato accanto al sindaco segna un ulteriore punto di non ritorno. Non molti anni fa i tentativi di Lega e Forza Italia di infiltrarsi nel corteo erano naufragati sul nascere, perché vennero cacciati ben prima di arrivare in piazza. A Torino l’insurrezione contro la Repubblica di Salò e i suoi alleati nazisti, durò sino al 28 aprile. Il Primo Maggio rappresentò la vera festa della Liberazione dal fascismo. Nel 2026 il fascista Marrone in testa al corteo è la rappresentazione simbolica del fascismo che è tornato. All’arrivo in piazza Castello i funzionari sindacali hanno preso parola senza neppure attendere che lo spezzone dei sindacati di Stato raggiungesse la piazza. L’orario di chiusura erano le 11 e certo non volevano fare gli straordinari. Il cosiddetto spezzone sociale si è diviso in due: i pezzi della diaspora post comunista hanno chiuso in fretta striscioni e bandiere senza entrare in piazza mentre la testa si è diretta verso l’ex centro sociale Askatasuna dove la polizia ha messo in funzione idranti e lacrimogeni. Pochi minuti, il tempo di qualche buona foto per i giornalisti in cerca di un’immagine, e tutto è finito in grigliata. Nello spezzone sociale c’erano bandiere palestinesi, cubane e della Repubblica islamica dell’Iran, slogan campisti e nazionalisti. Un insulto a chi volle quella giornata come momento di riconoscimento reciproco delle lotte per l’uguaglianza nella libertà di un’umanità di oppressi e sfruttati che si voleva internazionale al di là e contro ogni frontiera. Lo spezzone antimilitarista, che si trovava in coda, aggirati tutti, è arrivato in piazza Castello. Per quello che ci riguarda questo Primo Maggio è l’emblema dei tempi duri che siamo forzati a vivere. Tempi che spetta a noi mutare, lottando ogni giorno per un mondo di libere ed uguali, cercando di alimentare la brezza che segnala il vento che cambia. Sui giornali main stream e certi media di movimento avrete letto altre storie e numeri mirabolanti. Noi non vi raccontiamo grandi numeri ma la tenacia di chi sa andare controcorrente. Nel pomeriggio abbiamo partecipato con la distro, alla festa organizzata ai giardini irreali da alcune realtà anarchiche torinesi Qui il testo letto in piazza: > Primo Maggio anarchico. Spezzone antimilitarista Pace tra gli oppressi guerra agli oppressori!
Torino e dintorni
corteo del primo maggio a torino
primo maggio 2026
25 aprile. Una memoria che vive nelle lotte
Oltre un centinaio di anarchiche ed anarchici si sono alla lapide che ricorda Ilio Baroni, partigiano anarchico, che in quel punto morì combattendo il 26 aprile 1945. Oggi, tra sfruttamento, lavori precari e pericolosi, morti in mare, leggi razziste, militari per le strade, guerra, la democrazia somiglia sempre più al fascismo. Gli eredi della dittatura sono al governo e, giorno dopo giorno, moltiplicano la stretta repressiva nei confronti di pover* e oppositor* politic* e social*. La democrazia nata dalla Resistenza non ha mai fatto i conti con il fascismo, i cui macellai vennero amnistiati dal ministro della giustizia, il “comunista” Palmiro Togliatti. Oggi gli eredi diretti del fascismo sono al governo e stanno restaurando il fascismo. Non serve la dittatura formale per cancellare gli esili margini di libertà concessi a prezzo di lotte durate un secolo. Alla vigilia del 25 aprile hanno approvato il fermo preventivo per gli attivisti politici invisi al governo. Meloni come Mussolini: le leggi speciali del 1926 sono diventate, passo dopo passo, le leggi “normali” del 2026. Il governo condanna a morte i migranti con il blocco navale e mette al confino (daspo, fogli di via, sorveglianza speciale, sequestro preventivo) gli antifascisti. Oggi più che mai ritrovarci in quell’angolo di periferia, dove cadde combattendo Baroni, non è stato mero esercizio di memoria, ma occasione per intrecciare i fili delle lotte, perché il testimone lasciato da chi non c’è più è ora nelle nostre mani. È un impegno costantemente rinnovato. Una responsabilità ineludibile. Il pomeriggio è trascorso tra interventi, musica, chiacchiere e il canzoniere anarchico e antifascista del Cor’okkio. Un mazzo di garofani rossi, un momento di raccoglimento, una bicchierata tra gente consapevole che il un tempo senza servi né padroni è oggi più che mai urgente. In serata alcuni compagni si sono spostati ai giardini (ir) reali per la giornata di festa che vi si svolge ogni anno. Altri hanno dato vita ad uno spezzone anarchico al corteo antifascista di Ciriè aperto dallo striscione “la loro sicurezza è solo repressione. Per un nuovo 25 aprile azione diretta”.
Torino e dintorni
barriera di milano
lapide ilio baroni
25 aprile 2026
partigiani anarchici
Primo Maggio anarchico. Spezzone antimilitarista
Pace tra gli oppressi, guerra agli oppressori! Primo Maggio anarchico Venerdì 1 maggio ore 8,30 piazza Vittorio Spezzone antimilitarista Contro tutte le patrie per un mondo senza frontiere! Negli ultimi anni i ricchi sono diventati ancora più ricchi, mentre chi era povero è diventato ancora più povero. E va sempre peggio. Ovunque si allungano le file dei senza casa, senza reddito, senza prospettive. Per mettere insieme il pranzo con la cena in tanti si adattano ad una miriade di lavori precari, sottopagati, in nero, senza tutele. Ovunque cresce la lista dei morti e dei mutilati sul lavoro: non sono incidenti ma la feroce logica del profitto che si mangia la vita e la salute di tant*. Il prezzo di gas e luce è raddoppiato, tanta gente è sotto sfratto o con la casa messa all’asta. Se non ci sono i soldi per il fitto e le bollette, la tutela della salute diventa una merce di lusso che possono permettersi in pochi. La lunga strada della normalizzazione delle lotte sociali, partita da Torino nel 1980 con la sconfitta della resistenza operaia in Fiat, sta arrivando al proprio epilogo. La distruzione delle pur esili tutele conquistate negli anni Sessanta e Settanta va di pari passo con una sempre maggiore repressione delle lotte. Oggi gli eredi diretti del fascismo sono al governo e stanno restaurando il fascismo. Non serve la dittatura formale per cancellare gli esili margini di libertà concessi a prezzo di lotte durate un secolo. Le questioni sociali sono diventate un affare di ordine pubblico per schiacciare con la violenza poliziesca ogni accenno di insorgenza sociale. L’insieme di leggi repressive, che, questo governo, in perfetta continuità con i precedenti, ha emanato, possono seppellire in galera compagni e compagne per banali episodi di lotta. Ormai una semplice scritta sul muro, un blocco stradale, un picchetto, un’occupazione, magari coniugati ad uno dei tanti reati associativi, sono trattati con estrema durezza. Alla vigilia del 25 aprile hanno approvato il fermo preventivo per gli attivisti politici invisi al governo. Meloni come Mussolini: le leggi speciali del 1926 sono diventate, passo dopo passo le leggi “normali” del 2026. Il governo condanna a morte i migranti con il blocco navale e mette al confino (daspo, fogli di via, sorveglianza speciale, sequestro preventivo) gli antifascisti. I tanti provvedimenti repressivi messi in campo nell’ultimo decennio per dare scacco agli indesiderabili, ai corpi in eccesso, ai sovversivi non sono sufficienti per un governo che ha deciso di mettere sotto controllo l’intera popolazione. In periferia l’occupazione militare è diventata normale. Anzi! Ogni giorno è peggio. Intere aree dei quartieri poveri vengono messe sotto assedio, con continue retate di persone senza documenti o che vivono grazie ad un’economia informale. Torino da città dell’auto si sta trasformando in città dei bombardieri e vetrina per turisti. Una vetrina che i poveri che passano ore ai giardinetti non devono sporcare. L’aspirazione ad avere una socialità non mercificata va repressa. Il governo a tutti i livelli punta il dito sulle persone più povere, razzializzate, con il continuo ricatto dei documenti, per nascondere la guerra sociale che ha scatenato contro tutti i poveri, italiani e nati altrove, schierandosi a fianco dei padroni grandi e piccoli. Il controllo etnicamente mirato del territorio mira a reprimere sul nascere ogni possibile insorgenza sociale. Il CPR, la galera amministrativa per senza documenti, è, al pari del carcere, una discarica sociale. Il governo sperimenta tecniche di controllo sociale prima impensabili, pur di non mettere un soldo per la casa, la sanità, i trasporti, le scuole. La spesa militare è in costante aumento, le missioni all’estero delle forze armate italiane si sono moltiplicate. I militari fanno sei mesi in missioni militari all’estero, sei mesi per le strade delle nostre città. La guerra per il controllo delle risorse energetiche va di pari passo con l’offensiva contro le persone in viaggio, per ricacciarle nelle galere libiche, dove torture, stupri e omicidi sono fatti normali. Oggi ci vorrebbero tutti arruolati, tutti schierati nelle guerre in cui il nostro paese è impegnato direttamente o indirettamente. Noi non ci stiamo. Noi non ci arruoliamo, rifiutiamo la retorica patriottica come elemento di legittimazione di tutti gli Stati e delle loro pretese espansionistiche. L’antimilitarismo, l’internazionalismo, il disfattismo rivoluzionario sono stati centrali nelle lotte del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici sin dalle sue origini. Sfruttamento ed oppressione colpiscono in egual misura a tutte le latitudini, il conflitto contro i “propri” padroni e contro i “propri” governanti è il miglior modo di opporsi alla violenza statale e alla ferocia del capitalismo in ogni dove. Siamo a fianco della gente che, ovunque nel mondo, muore sotto le bombe, siamo a fianco di chi, ovunque nel mondo, subisce carcere e repressione per essersi opposto attivamente alla guerra. Siamo contro l’economia di guerra qui e ovunque. Siamo a fianco di chi, in ogni dove, diserta la guerra tra gli stati, che si contendono il dominio imperiale sui territori, le risorse, le vite di donne, uomini e bambin*. Siamo contro la guerra e chi la arma. Siamo disertori di ogni guerra, partigiani contro ogni stato. In un solo giorno il governo spende 104 milioni di euro: con la stessa cifra si potrebbe attrezzare di tutto punto un presidio sanitario territoriale. Provate ad immaginare quanto migliori sarebbero le nostre vite se i miliardi impiegati per ricacciare uomini, donne e bambini nei lager libici, per garantire gli interessi dell’ENI in Africa, per investire in armamenti, per pagare i militari nelle strade delle nostre periferie fossero usati per scuola, sanità, trasporti. Ma immaginare non basta. Occorre mutare paradigma. Servono cambiamenti radicali. Inutile crogiolarsi nella riproposizione di una prospettiva welfarista oggi inattingibile. L’illusione welfarista consegna una delega in bianco allo Stato, che oggi, quando è sotto forte pressione, si limita a elemosine. Costruiamo assemblee territoriali, spazi, scuole, trasporti, ambulatori autogestiti. Ci raccontano la favola che una società complessa è ingovernabile dal basso mentre ci annegano nel caos della gestione centralizzata e burocratica delle scuole, degli ospedali, dei trasporti. La logica è quella del controllo e degli affari. Occorre spezzarla. È urgente farlo subito. Con l’azione diretta, costruendo spazi politici non statali, moltiplicando le esperienze di autogestione, costruendo reti sociali che sappiano inceppare la macchina e rendano efficaci gli scioperi e le lotte territoriali. Un mondo senza sfruttati né sfruttatori, senza servi né padroni, un mondo di liberi ed eguali è possibile. Tocca a noi costruirlo. Federazione Anarchica Torinese Corso Palermo 46 – riunioni ogni martedì alle 20,30 www.anarresinfo.org
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Iran. Disertiamo la guerra!
L’attacco di Stati Uniti ed Israele all’Iran ha innescato un’escalation bellica che sta incendiando l’area tra il Mediterraneo e il Golfo Persico. Una deflagrazione a livello globale appare sempre più vicina. Il rischio per chi si oppone al regime teocratico iraniano in una prospettiva internazionalista, di classe ed antipatriarcale è che il regime, indebolito dopo l’insurrezione di gennaio, si rinforzi di fronte agli attacchi. A Stati Uniti ed Israele non importa nulla delle aspirazioni di libertà costate non meno di ventimila morti e diecimila prigionieri politici a chi ha scelto di sfidare la Repubblica islamica. Trump non mira ad un cambio di regime che risponda alle istanze degli insorti e delle insorte perché gli è sufficiente strappare accordi favorevoli in campo energetico. La posta in gioco per gli Stati Uniti è il controllo delle risorse e dello stretto di Hormuz, l’isolamento della Russia, la fine del commercio di idrocarburi con la Cina. Israele prova a regolare i conti con Hezbollah, facendo leva sulle divisioni tra gli sciiti libanesi. È un’operazione azzardata, specie se il governo israeliano non si accontenterá di controllare la striscia sino al fiume Litani, tentando un’operazione di terra più in profondità, che potrebbe essere molto impegnativa sul piano militare e foriera di nuove proteste ed iniziative disfattiste su quello interno. Netanyahu si muove sul filo del rasoio, con una mossa calcolata per arrivare con posizioni più forti alle elezioni. Il governo del Likud e dei suoi alleati dell’estrema destra religiosa punta sull’espansione in Cisgiordania e sulla guerra per evitare una bocciatura alle urne, che decreterebbe la fine politica del premier e dell’attuale alleanza di governo. Tuttavia la carta del compattamento di fronte ad un nemico storico rischia di risultare logora specie se il conflitto non sarà breve: dal Nord del paese, colpito da una pioggia di missili, fuggono nuovamente a migliaia. Il 30% della popolazione di Israele, quella più povera, non ha rifugi sicuri contro le bombe. Le guerre commerciali dell’amministrazione Trump non hanno sortito gli effetti sperati, erodendo parte del consenso raccolto promettendo il ritorno all’età dell’oro, con gli States nuovamente perno dell’economia mondiale. I sondaggi indicano una secca perdita di consensi che potrebbe risultare disastrosa alle elezioni di midterm. L’amministrazione Trump, dopo il colpo di mano in Venezuela, gioca ancora una volta la carta militare, perché è l’unico ambito in cui mantiene un’indubbia superiorità sui propri competitors più forti. Un azzardo non privo di rischi, come dimostrano i tragici esiti delle guerre scatenate dagli States in Iraq ed Afganistan. Paesi dove la potenza militare statunitense ha consentito una vittoria sul campo che si è mutata in sconfitta, perché la ferocia dell’occupazione militare, l’assenza di solidi alleati, che solo massicci investimenti a fondo perduto avrebbero potuto garantire, ha portato a ritirate che dimostrano l’incapacità statunitense di attuare i propri progetti coloniali. L’Iran non è il Venezuela. Lo dimostrano gli attacchi ben più forti ed incisivi rispetto alle pantomime attuate durante la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno. Non solo. A quindici giorni dall’inizio di questa nuova cruenta fase del conflitto, gli Stati Uniti e Israele, pur avendo inflitto durissimi colpi all’apparato militare iraniano, massacrando oltre mille civili, non appaiono in grado di controllare la situazione. Il tentativo di usare le milizie curde iraniane sinora è stato respinto al mittente dalla neonata coalizione dei partiti dell’area curdofona dell’Iran. Il caos sistemico cui probabilmente punta Trump potrebbe incrinare le alleanze statunitensi nell’area, che già oggi sono meno solide che in passato. Basti pensare ad un paese come la Turchia, uno storico alleato che ormai da tempo si muove in proprio, sostenendo attivamente le fazioni palestinesi che fanno riferimento ad Hamas in Palestina, alleandosi con Al Jolani in Siria e regolando i conti con l’opposizione curda. Oggi la Turchia si candida al ruolo di perno dell’area in chiave neottomana, in diretta concorrenza con Israele. In Iran l’opposizione politica e sociale internazionalista, di classe e anarchica si oppone alla guerra. La guerra di Trump e Netanyahu non è combattuta in loro nome. La morte del tiranno non porta alla fine della dittatura, perché solo la lotta di chi, dal basso, prova a spezzare l’ordine clericale e patriarcale, può aprire reali orizzonti di libertà, innescando un processo rivoluzionario. Le bombe israeliane e statunitensi massacrano la popolazione civile mentre un regime sempre più sanguinario e feroce priva del cibo i prigionieri politici e li usa come scudi umani nelle basi militari. Gli anarchici iraniani si oppongono alla guerra e al regime. Disertor e obiettor* israeliani hanno appoggiato l’insurrezione in Iran e si oppongono alla guerra. A loro va il nostro sostegno. Nel nostro paese si sono viste piazze animate da alcuni settori di esuli inneggiare all’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran. In altre piazze, promosse dalla variegata sinistra italiana, sono sventolate le bandiere della Repubblica islamica e immagini di Khamenei. Segnali inquietanti. È un momento buio. L’Italia, da anni piattaforma logistica per la guerra in Ucraina e a Gaza, oggi ha un ruolo nevralgico nel supporto alla guerra in Iran. Le basi di Sigonella e il Muos di Niscemi hanno un ruolo centrale nelle operazioni di intelligence bellica. La fregata missilistica Martinengo è stata dislocata a Cipro, aiuti militari sono stati inviati ai paesi del Golfo. Il governo nega di voler entrare in guerra, ma il nostro paese è già in guerra da anni. Missioni militari italiane sono da decenni attive in Iraq, in Kuwait, in Libano, a Cipro, in Palestina, in Egitto, oltre che nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa. Noi disertiamo. Noi non ci arruoliamo a fianco di questo o quello stato. Noi siamo al fianco di chi, in ogni angolo della terra, diserta la guerra. Vogliamo un mondo senza frontiere, eserciti, oppressione, sfruttamento. Solo un’umanità internazionale potrà gettare le fondamenta di quel mondo di libere ed uguali che può porre fine alle guerre. La lotta per la chiusura delle basi militari italiane, statunitensi e Nato è oggi più che mai cruciale. Disertare la guerra non è un semplice slogan, ma una pratica concreta, che si rinforza nell’alleanza transnazionale di oppress* e sfruttat*. Sabotiamo la guerra! La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana
InformAzione
25 aprile. Contro la guerra, il fascismo, la repressione per la rivoluzione sociale
Contro la guerra, il fascismo, la repressione per la rivoluzione sociale Sabato 25 aprile ore 15 alla lapide del partigiano anarchico Ilio Baroni in corso Giulio Cesare angolo corso Novara dove Ilio cadde combattendo il 26 aprile 1945. Ricordo, interventi, bicchierata, fiori, musica. E, dal vivo, il Cor’okkio nel canzoniere anarchico e antifascista (Se piove appuntamento in piazza Crispi). Come ogni anno ci ritroviamo alla lapide che ricorda Ilio Baroni, partigiano anarchico. Oggi più che mai ritrovarci in quell’angolo di periferia, dove cadde combattendo Baroni, non è mero esercizio di memoria, ma occasione per intrecciare i fili delle lotte, perché il testimone lasciato da chi non c’è più è ora nelle nostre mani. Ilio Baroni, operaio toscano emigrato a Torino negli anni venti, era comandante della VII brigata Sap delle Ferriere. Le Sap sabotavano la produzione, diffondevano clandestinamente volantini antifascisti e si preparavano all’insurrezione. Ilio, nome di battaglia ”il Moro”, è protagonista di azioni di guerriglia. Il 25 aprile Torino è paralizzata dallo sciopero generale, scoppia l’insurrezione, la città diventa un campo di battaglia. Baroni e i suoi attaccano la stazione Dora e si guadagnano un successo. Giunge una richiesta d’aiuto dalla Grandi Motori. Il Moro non esita ad aiutare i compagni nel mezzo di una battaglia furiosa, e cade sotto il fuoco. È il 26 aprile. Ilio Baroni non potrà vedere il momento per cui ha lottato duramente tutta la vita… Baroni e gli altri operai in armi difesero le fabbriche dalla distruzione, perché era viva in loro la memoria degli anni Venti, dell’occupazione delle fabbriche, della lotta in armi per cacciare per sempre i padroni. Ma il fascismo non è morto il 25 aprile del 1945… Tra sfruttamento, lavori precari e pericolosi, morti in mare, leggi razziste, militari per le strade, guerra, la democrazia somiglia sempre più al fascismo. Gli eredi della dittatura oggi sono al governo e, giorno dopo giorno, moltiplicano la stretta repressiva nei confronti di pover* e oppositor* politic* e social*. La democrazia nata dalla Resistenza non ha mai fatto i conti con il fascismo, i cui macellai vennero amnistiati dal ministro della giustizia, il “comunista” Palmiro Togliatti. Oggi gli eredi diretti del fascismo sono al governo e stanno restaurando il fascismo. Non serve la dittatura formale per cancellare gli esili margini di libertà concessi a prezzo di lotte durate un secolo. Alla vigilia del 25 aprile hanno approvato il fermo preventivo per gli attivisti politici invisi al governo. Meloni come Mussolini: le leggi speciali del 1926 sono diventate, passo dopo passo le leggi “normali” del 2026. Il governo condanna a morte i migranti con il blocco navale e mette al confino (daspo, fogli di via, sorveglianza speciale, sequestro preventivo) gli antifascisti. Oggi la gente di Barriera ha volti e storie diverse ma la stessa condizione di sfruttamento e oppressione di chi combatté il fascismo perché voleva una società senza stato né padroni. La fine del fascismo non portò la vita per la quale in tanti avevano lottato ed erano morti. Ma il filo delle lotte non si è mai spezzato. Vivere in periferia non è mai stato facile. Oggi va ancora peggio: ovunque si allungano le file dei senza casa, senza reddito, senza prospettive. Per mettere insieme il pranzo con la cena in tanti si adattano ad una miriade di lavori precari, sottopagati, in nero, senza tutele. Ovunque si allunga la lista dei morti e dei mutilati sul lavoro: ogni anno che passa i ricchi diventano ancora più ricchi, i poveri sempre più poveri. Il prezzo delle guerre che insanguinano il pianeta lo paghiamo anche qui. Il prezzo di gas e luce è raddoppiato, tanta gente è sotto sfratto o con la casa messa all’asta. La salute è una merce di lusso che possono permettersi in pochi. Barriera di Milano, ormai da anni, è divenuta un laboratorio dove sperimentare tecniche di controllo sociale prima impensabili, pur di non spendere un soldo per la casa, la sanità, i trasporti, le scuole. In questi anni la spesa militare è costantemente aumentata, le missioni all’estero delle forze armate italiane si sono moltiplicate. I fascisti al governo soffiano sul fuoco della guerra tra poveri italiani e poveri immigrati, per avere mano libera a fare la guerra a noi tutti. Nei quartieri poveri il controllo militare è diventato normale. Intere aree del quartiere vengono messe sotto assedio, con continue retate di persone senza documenti o che vivono grazie ad un’economia informale. I militari dell’operazione “Strade Sicure” offrono un’illusione di sicurezza a chi fatica ad arrivare a fine mese e non riesce a pagarsi la casa o una visita privata dal medico. Torino da città dell’auto si sta trasformando in città dei bombardieri e vetrina per turisti. Una vetrina che i poveri che passano ore ai giardinetti non devono sporcare. L’aspirazione ad avere una socialità non mercificata va repressa. Il governo a tutti i livelli punta il dito sulle persone più povere, razzializzate, con il continuo ricatto dei documenti, per nascondere la guerra sociale che ha scatenato contro tutti i poveri, italiani e nati altrove, schierandosi a fianco dei padroni grandi e piccoli. Il controllo etnicamente mirato del territorio mira a reprimere sul nascere ogni possibile insorgenza sociale. Come anarchici radicati nel quartiere da oltre quarant’anni, proviamo a costruire reti solidali, iniziative di informazione, lotta, socialità negli spazi messi sotto assedio dalla polizia, in quelli minacciati di sgombero o sfratto. Con la lotta, la solidarietà il mutuo appoggio, possiamo far si che le nostre vite diventino migliori. Riprendiamoci gli spazi del quartiere militarizzati e resi deserti dalla polizia e dai militari. Proviamo ad immaginare di farla finita, sin da ora, con stato, padroni, militari, polizia. Ci raccontano la favola che una società complessa è ingovernabile dal basso mentre ci annegano nel caos della gestione centralizzata e burocratica delle scuole, degli ospedali, dei trasporti. Costruire assemblee territoriali, spazi, scuole, trasporti, ambulatori autogestiti non è un’utopia ma l’unico orizzonte possibile per liberarci dallo stato e dal capitalismo. La sicurezza è casa, reddito, sanità per tutte e tutti, non soldati per per le strade! La memoria non è un esercizio retorico, ma linfa che si espande tra le lotte di ieri e quelle di oggi. Da decenni hanno imbalsamato la Resistenza riducendola a mera lotta di liberazione nazionale, per cancellarne la spinta sovversiva, internazionalista, contro stato e padroni. Oggi ci vorrebbero tutti arruolati, tutti schierati nelle guerre in cui il nostro paese è impegnato direttamente o indirettamente. Noi non ci stiamo. Noi non ci arruoliamo, rifiutiamo la retorica patriottica come elemento di legittimazione di tutti gli Stati e delle loro pretese espansionistiche. L’antimilitarismo, l’internazionalismo, il disfattismo rivoluzionario sono stati centrali nelle lotte del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici sin dalle sue origini. Sfruttamento ed oppressione colpiscono in egual misura a tutte le latitudini, il conflitto contro i “propri” padroni e contro i “propri” governanti è il miglior modo di opporsi alla violenza statale e alla ferocia del capitalismo in ogni dove. Siamo a fianco della gente che, ovunque nel mondo, muore sotto le bombe, siamo a fianco di chi, ovunque nel mondo, subisce carcere e repressione per essersi opposto attivamente alla guerra. Siamo contro l’economia di guerra qui e ovunque. Siamo a fianco di chi, in ogni dove, diserta la guerra tra gli stati, che si contendono il dominio imperiale sui territori, le risorse, le vite di donne, uomini e bambin*. Siamo contro la guerra e chi la arma. Siamo disertori di ogni guerra, partigiani contro ogni stato. I compagni e le compagne che lottarono per le strade di Barriera avevano tra le mani il sogno di farla finita con oppressione e povertà. Erano quelli come Ilio Baroni, operaio alle Ferriere, che cadde combattendo per l’anarchia. La loro memoria resta viva nelle nostre mani. È un impegno costantemente rinnovato. È una responsabilità ineludibile. Il 25 aprile, dopo l’iniziativa in Barriera porteremo la distro ai giardini reali. A Ciriè spezzone anarchico al corteo del 25 aprile: ore 20,30 piazza Castello Primo Maggio anarchico Venerdì 1 maggio ore 9 piazza Vittorio Spezzone antimilitarista Contro tutte le patrie per un mondo senza frontiere! Pace tra gli oppressi, guerra agli oppressori! Federazione Anarchica Torinese Corso Palermo 46 – riunioni ogni martedì alle 20,30
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Calpestiamo tutte le bandiere dal fiume sino al mare
Venerdì 17 aprile ore 21 alla FAT in corso Palermo 46 Presentazione dell’opuscolo del gruppo Germinal di Trieste Parteciperanno alcun* autor* “Si dice giustamente che quando si ha un privilegio sia nostro dovere usarlo; dovremmo forse sfruttarlo per sostenere altre deportazioni, sofferenze, profuganze? Crediamo che il modo migliore per utilizzarlo sia appoggiare, come possiamo, tutte quelle persone, realtà, organizzazioni, che cercano di abbattere muri e costruire ponti di solidarietà e resistenza condivisa. Sono poche e sono fragili, ma ci sono. Ed è nostro dovere di persone privilegiate cercare di sostenerle e dar loro voce e spazio. È solo andando oltre i confini e gli stati, adottando forme federaliste costruite dal basso, in cui ad ognun* sia garantita la libertà piena di vivere secondo le sue idee e credenze, che potremo rompere la spirale dell’odio e della guerra. Non ci appartiene la gara su chi sia il “popolo originario” di quelle terre – e quindi chi abbia legittimità a viverci: non crediamo possa costituire una base per costruire un futuro. Per quanto ci riguarda, anche il concetto di popolo dev’essere sottoposto a critica radicale, in quanto entità culturale onnicomprensiva e spesso costruita a tavolino. Considerare la questione palestinese unicamente in termini di popolo e di liberazione nazionale crediamo porti molto lontano da una possibile soluzione. Riteniamo il concetto di “popoli oppressi” insufficiente per comprendere le dinamiche dello sfruttamento. La definizione di “popolo” nasconde al suo interno le contraddizioni di classe e ogni tipo di discriminazione sociale o di genere (in alcuni casi anche religiosa o etnica). Tutti i movimenti di liberazione nati e cresciuti in nome del nazionalismo, anche quando hanno raggiunto l’obiettivo della cacciata del regime coloniale, hanno creato Stati in cui nuovi ricchi sfruttano le classi lavoratrici, nuovi poteri le opprimono, nuove polizie le controllano. Una Nazione, un Popolo, una Terra è una triade che, ovunque venga applicata, porta solo sofferenze e guerra. In questi mesi abbiamo letto molti comunicati e prese di posizione in cui “la Palestina” assume una centralità totale e totalizzante: “non c’è futuro senza Palestina”, “non c’è femminismo senza Palestina”, “la Palestina ci indica la via”. Sicuramente sono parole evocative, romantiche; fin troppo spesso, a nostro parere, queste dichiarazioni risultano un concentrato di quello che è molto più un desiderio di chi le pronuncia, che un tentativo di analisi del reale. “La Palestina” diventa così un oggetto mitico, una costruzione immaginifica che, cancellando ogni complessità, si fa specchio dei nostri desideri: un discorso da noi, su noi, per noi. Siamo sicure che lo sguardo coloniale uscito dalla porta non stia rientrando pesantemente dalla finestra?” Questi sono alcuni significativi stralci dell’opuscolo che le compagne e i compagni del gruppo Germinal di Trieste hanno scritto, dopo lunga riflessione, non tanto sulla questione palestinese ma sui paradigmi dell’anomalo movimento che si è sviluppato intorno alla guerra feroce che si è scatenata a Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre del 2023. Un’occasione preziosa per contribuire alla costruzione di un sempre più vasto movimento internazionalista, antimilitarista, antipatriarcale, decoloniale. Un’urgenza ineludibile di fronte alla guerra mondiale che sta incendiando ampie aree del pianeta. Un’occasione per mettere le basi per sconfiggere chi distorce la decolonialità per far digerire i peggiori regimi autoritari, chi ripropone il campismo ed osa chiamarlo lotta alla guerra e al militarismo.
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Antimilitaristi a Porta Susa contro i treni di guerra
Le ferrovie sono sempre più al servizio della guerra. Un fiume di soldi pubblici sono stati destinati all’ammodernamento delle linee per i trasporti militari. Sabato 28 marzo, nell’ambito della settimana di informazione e lotta lanciata dall’Assemblea Antimilitarista, a Torino si è tenuto un presidio alla stazione di Porta Susa. La polizia in antisommossa si è schierata per impedire l’accesso ai binari. Lo striscione “No ai treni di guerra” è stato comunque appeso sopra l’ingresso. All’iniziativa c’è stata una partecipazione ampia e variegata. Musica, volantinaggio e interventi hanno catalizzato l’attenzione di passanti e viaggiatori, che si sono fermati a lungo durante i diversi interventi, che hanno messo in luce come in questi anni il trasporto ferroviario sia diventato sempre più pericoloso, perché i tagli del personale e l’esternalizzazione dei lavori di manutenzione espongono chi lavora e chi viaggia a rischi enormi. Da Viareggio a Brandizzo si allunga l’elenco delle stragi. Non sono incidenti ma omicidi, i cui responsabili siedono nei consigli di amministrazione delle ferrovie e sui banchi dei governi. Con i nuovi investimenti nella logistica di guerra le ferrovie, possibile obiettivo di droni e bombardamenti, diventeranno sempre più pericolose. Grazie al dual use, doppio uso civile e militare, treni pieni di munizioni e carri armati viaggiano accanto ai treni passeggeri. I soldi sprecati per la logistica militare potrebbero essere impiegati per rendere più comodi e sicuri i treni che prendiamo ogni giorno per andare a lavorare e a studiare. La terza guerra mondiale è ormai in corso. Le basi militari in territorio italiano sono snodi fondamentali per la logistica e l’intelligence delle guerre che, dall’Ucraina alla Palestina, dall’Iran al Libano stanno incendiando aree sempre più estese del mondo a noi vicino. L’industria bellica è in rapida espansione, grazie ai programmi di riarmo che investono ampie aree del pianeta. Ogni intervento ha sottolineato l’importanza e l’urgenza dell’informazione e dell’azione diretta contro la guerra e chi la arma. Non possiamo stare a guardare. Non possiamo accettare che la guerra diventi un’opzione tra le altre. Le basi delle guerre sono a due passi dalle nostre case. Dipende da noi gettare sabbia e non olio nella macchina militarista. Se permettiamo che un treno carico di armi passi in mezzo alle nostre case siamo complici dell’omicidio di uomini, donne e bambini uccisi da quelle armi. Un giorno qualcuno a noi caro potrebbe morire se quel treno avesse un incidente. La giornata si è conclusa con l’impegno a continuare a monitorare i trasporti militari, la produzione bellica, il cantiere della Città dell’Aerospazio. La guerra è già qui. Fermala è possibile. Oggi ci vorrebbero tutti arruolati. Noi disertiamo. Vogliamo un mondo senza frontiere, eserciti, oppressione, sfruttamento e guerra. Assemblea Antimilitarista – Torino antimilitarista.to@gmail.com
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28 marzo. No ai treni di guerra!
No ai treni di guerra! Sabato 28 marzo ore 16 a Porta Susa – lato corso Bolzano Presidio contro la militarizzazione delle ferrovie Le ferrovie sono sempre più al servizio della guerra. Un fiume di soldi pubblici sono stati destinati al trasporto bellico, sottraendoli agli investimenti necessari per rendere più comodi e sicuri i treni che student e lavorator* pendolari usano quotidianamente. In questi anni il trasporto ferroviario è diventato sempre più pericoloso, perché i tagli del personale e l’esternalizzazione dei lavori di manutenzione espongono chi lavora e chi viaggia a rischi enormi. Da Viareggio a Brandizzo si allunga l’elenco delle stragi. Non sono incidenti ma omicidi, i cui responsabili siedono nei consigli di amministrazione delle ferrovie e sui banchi dei governi. Con i nuovi investimenti nella logistica di guerra le ferrovie, possibile obiettivo di droni e bombardamenti, diventeranno sempre più pericolose. Il 17 dicembre 2025 è stato approvato dal Parlamento europeo il pacchetto sulla mobilità militare dell’Ue. Una sorta “Schengen militare”. Libero e facile passaggio per le armi che viaggiano su rotaia, mentre profughi e migranti muoiono lungo le frontiere. Questo pacchetto ha come scopo la preparazione delle infrastrutture a dual use entro il 2027. Alla mobilità militare sono stati destinati 17,65 miliardi di euro per potenziare i corridoi prioritari eliminando i punti di strozzatura lungo i percorsi e predisporre gli strumenti per identificare e proteggere le infrastrutture strategiche. Grazie al dual use, doppio uso civile e militare, un treno pieno di esplosivi viaggerà accanto ad un treno passeggeri. Per quanto riguarda l’Italia, i progetti sono compresi nei 1,74 miliardi (oltre il 50% destinati al trasporto via ferro) previsti dal Connecting Europe Facility nell’ambito dell’Action Plan 2.0 militare europeo. Dopo le stazioni in provincia di Pisa (Tombolo e Pontedera) e di Udine (Palmanova), gli interventi sono concentrati nelle stazioni di Genova e La Spezia. In particolare il finanziamento dell’Unione Europea prevede 28.774.201,50 euro erogati a RFI per lo scalo di Genova Sampierdarena – Parco Fuori Muro e 9.274.599,00 euro erogati all’Autorità del sistema portuale del Mar Ligure Orientale per lo scalo di La Spezia Marittima. È interessata anche Milano Smistamento, dove sono in corso lavori per il nuovo terminal intermodale, che potrebbe assumere importanza nei traffici militari, vista la collocazione geografica (asse Reno-Alpi, vicinanza coi valichi). In Piemonte la linea ad alta velocità in costruzione tra Torino e Lyon è indicata come snodo nevralgico di un corridoio militare, che dovrebbe terminare a Kiev. I soldi sprecati per i treni che trasportano carri armati, munizioni, cannoni potrebbero essere impiegati per rendere più comodi e sicuri i treni che prendiamo ogni giorno per andare a lavorare e a studiare. La terza guerra mondiale è ormai in corso. Le basi militari statunitensi in territorio italiano sono snodi fondamentali per la logistica e l’intelligence delle guerre che, dall’Ucraina alla Palestina, dall’Iran al Libano stanno incendiando aree sempre più estese del mondo a noi vicino. Non possiamo stare a guardare. Non possiamo accettare che la guerra diventi un’opzione tra le altre. Le basi delle guerre sono a due passi dalle nostre case. Dipende da noi gettare sabbia e non olio nella macchina militarista. Se permettiamo che un treno carico di armi passi in mezzo alle nostre case siamo complici dell’omicidio di uomini, donne e bambini uccisi da quelle armi. Un giorno qualcuno a noi caro potrebbe morire se quel treno avesse un incidente. La guerra è già qui. Fermala è possibile. Oggi ci vorrebbero tutti arruolati. Noi disertiamo. Vogliamo un mondo senza frontiere, eserciti, oppressione, sfruttamento e guerra. Federazione Anarchica Torinese – Assemblea antimilitarista c.so Palermo 46 riunioni ogni martedì h.20,30 www.anarresinfo.org
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8 Marzo — Dalla cella alla strada: le donne iraniane non si arrendono mai!
8 Marzo — Dalla cella alla strada: le donne iraniane non si arrendono mai! Nel Giorno Internazionale della Donna, l’Iran è sotto bombardamenti, e le donne iraniane, come sempre, sono al centro del fuoco, non come vittime, ma come combattenti. 🟣 Fin dai primi giorni della Repubblica Islamica, sono state le donne a dire no. Quando Khomeini impose il velo obbligatorio nel 1979, le donne scesero in strada nel giro di giorni. Per quasi cinque decenni hanno pagato il prezzo di quel rifiuto con il carcere, con le frustate, con la morte. Il regime ha costruito la sua architettura ideologica sul controllo dei corpi delle donne, dei loro movimenti, delle loro voci. E per cinque decenni, le donne hanno smantellato quell’architettura mattone dopo mattone. 🔵 Quando Mahsa Jina Amini fu assassinata nel settembre 2022, furono le donne ad accendere la fiamma che divenne la rivolta Donna-Vita-Libertà. Non perché qualcuno glielo avesse ordinato. Non perché un partito o un leader le avesse autorizzate. Ma perché avevano bruciato per decenni e finalmente il fuoco divenne visibile al mondo. Quella fiamma non si è spenta. A Dicembre 2025 e Gennaio 2026, le donne erano di nuovo in prima linea nelle rivolte, organizzando, guidando, ispirando. Il regime ha risposto con tutta la sua forza brutale. Le donne sono state picchiate per strada. Colpite con proiettili veri. Abusate sessualmente in detenzione. Torturate nelle celle. Alcune sono state uccise. I loro nomi forse non sono ancora noti al mondo, ma noi li conosciamo. Li portiamo con noi. 🔴 Onoriamo ogni donna che ha dato la vita in quelle settimane chiedendo nient’altro che il diritto di esistere liberamente e con dignità. Le carceri si sono di nuovo riempite di donne che avevano osato rialzarsi. Oggi, mentre le bombe cadono sulle città iraniane, quelle stesse donne restano detenute. Alcune sono state trasferite in basi militari della Guardia Rivoluzionaria, usate come scudi umani. I loro processi vengono accelerati nei tribunali nel silenzio e nel blackout. Il rischio di esecuzioni di massa è reale. 🟡 Ora all’oppressione si è aggiunta la guerra. Le donne a Tehran, a Minab, nelle città di tutto l’Iran stanno proteggendo i loro figli dai missili mentre le loro sorelle marciscono nelle celle. Curano i feriti negli ospedali bombardati. Documentano le atrocità con telefoni connessi a VPN illegali. Mantengono viva la memoria della lotta nel momento più buio. 🟢 Affermiamo chiaramente: la liberazione delle donne iraniane non verrà dalle bombe americane o dai missili israeliani. Non verrà da una monarchia che trattava le donne come proprietà prima che la Repubblica Islamica le trattasse come peccatrici. Verrà, e sta già venendo, dalle donne stesse. Dal basso. 🟠 In questo 8 Marzo onoriamo ogni donna iraniana che ha rifiutato. Ogni donna che ha bruciato il suo velo. Ogni donna che è scesa in strada. Ogni donna che è stata picchiata, torturata, abusata per aver osato chiedere libertà. Ogni donna che è stata uccisa e il cui sangue annaffia i semi della lotta. Ogni donna che è in una cella oggi. Ogni donna che è viva e continua a combattere. 🔥 Non stanno aspettando di essere liberate. Esse sono la liberazione. Né Mullah! Né Scià! Donna – Vita – Libertà! Fronte Anarchico dell’Iran e dell’Afganistan
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13/3. Storie di punk e anarchia tra Londra e la bassa Padana
Storie di punk e anarchia tra Londra e la bassa Padana Venerdì 13 marzo  ore 21 alla Fat in corso Palermo 46 I Crass: una sfilza di schiaffi in faccia e di pedate sul culo La storia dell’incontro improbabile ed imprevisto tra ragazzi che volevano vivere e suonare la propria ribellione Musica, testi e zine autoprodotte: il punk sporco di chi non sapeva suonare. La scommessa dell’autogestione Ne parliamo con Marco Pandin di Stella Nera Federazione Anarchica Torinese corso Palermo 46 riunioni ogni martedì dalle ore 20,30
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