
Il caso Hannoun e il ruolo della DNAA nella repressione dei movimenti ProPal@0
Radio Blackout 105.25FM - Saturday, January 10, 2026Il 27 dicembre un’operazione della DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo) ha effettuato 9 arresti e diverse perquisizioni ai danni di persone palestinesi e arabe nelle città di Genova, Firenze e Milano; tra queste, anche Mohamed Hannoun, presidente dell’API – Associazione Palestinesi d’Italia. L’accusa è di 270bis: associazione con finalità di terrorismo internazionale, giustificata da finanziamenti ad associazioni palestinesi che, secondo l’accusa, “farebbero capo ad Hamas”. Ad oggi, le persone in custodia cautelare in carcere sono state trasferite nelle sezioni AS2 delle carceri di Terni, Ferrara e in Calabria, allontanate dalle loro reti familiari, solidali e dagli avvocati.
L’indagine, aperta e successivamente archiviata per oltre vent’anni, ha avuto una “svolta” ammettendo come prova determinante un report di fonte israeliana, elaborato a partire dal 7 ottobre, in cui Israele accusa le ONG e i progetti destinatari della beneficienza di essere una copertura di Hamas e di contribuire al supposto radicalismo terroristico contro Israele. Tali report – trasmessi per altro solo parzialmente – si fondano in maggioranza su atti trasmessi da una fonte anonima riconducibile al Ministero della Difesa israeliano. Essi sono acquisiti come documento investigativo neutro nonostante non esistano garanzie di veridicità né tantomeno siano contestualizzati storicamente e geograficamente. Come per il caso di Anan, Ali e Mansour, l’Italia ha così fatto da mera passacarte dello stato di Israele, mostrando ancora una volta un servilismo strettamente funzionale al mantenimento di rapporti strategici e sempre più necessari in un contesto di corsa al riarmo.
L’uso del 270bis anche nell’ambito di operazioni repressive ai danni di palestinesi o persone arabe inserite nelle campagne di solidarietà per la Palestina è ormai sempre più frequente. Un capo d’accusa comodo per usare metodi investigativi particolarmente invasivi nelle vite individuali nonché per aprire e chiudere indagini a piacimento, tali da controllare e incarcerare preventivamente e liberamente (anche da un punto di vista giuridico procedurale) sulla base di pressioni politiche governative o internazionali.
Ne abbiamo parlato con l’avvocato Fabio Sommovigo, difensore di Mohammad Hannoun.
Ma la regia inquisitoria non si alimenta solo del plastico uso dell’art. 270bis del codice penale, piuttosto viene decisa e direzionata dalla DNAA (Direzionale Nazionale Antimafia e Antiterrorismo). Con una compagna della Cassa di Solidarietà la Lima tracciamo una veloce genealogia di questa super-procura. Voluta come DNA nei primi anni ’90 da Falcone – il martire simbolo mediatico della cosiddetta lotta alla Mafia – e alimentata di decennio in decennio di nuove “emergenze” politiche e sociali. Nel 2015, il crescere mediatico sulla “questione migratoria” (ricordiamo la strage di Lampedusa del 2013) e sul panico del cosiddetto terrorismo di matrice jihadista crea il terreno fertile perché la DNA diventasse (o diventi?) DNAA, consegnando alla super procura ambito di intervento su ciò che viene, di volta in volta, definito come terrorismo.
Se da un lato non ci stupisce come la resistenza e la lotta di chi si oppone al genocidio sionista – a qualsiasi latitudine – sia incasellato nel cosiddetto terrorismo; dall’altro ragionare sui pezzi che compongono il puzzle inquisitorio, ci aiuta a elencare le singole precise responsabilità: sottolineare come il governo italiano non stia solo facendo da passacarte di Israele, ma bensì sia in ogni modo impegnato a costruire la figura di nemico interno attorno alla persona palestinese, araba, musulmana, immigrata che lotta.
Per approfondire, consigliamo la lettura dell’opuscolo: “Ruolo e strategie repressive della DNAA. La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e la costruzione del nemico sociale interno ed esterno”