Estratto dalla puntata del 13 aprile 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
Partendo dalla presentazione di una giornata di iniziative a Campobasso
(articolata tra il tribunale e l’università), grazie al contributo di una
compagna dell’Assemblea Sabotiamo la Guerra torniamo a parlare di Ahmad Salem,
prigioniero palestinese accusato di “terrorismo della parola” e detenuto nel
carcere di Rossano Calabro.
Mentre proseguono le udienze del processo contro Ahmad, ripercorrendo la sua
storia dai campi profughi in Libano alle discriminazioni anti-palestinesi in
Germania, fino al suo arresto a Campobasso, cerchiamo di affrontare
l’arbitrarietà degli strumenti di cancellazione delle voci anti-sioniste: dal
fatto che video di azioni della resistenza palestinese (diffusi da tantissimi
media mainstream e canali di informazione) diventino “auto-addestramento”,
mentre – ad esempio – il possesso di filmanti che ritraggono le violenze dei
coloni in Cisgiordania non costituisce un reato, fino alla trasformazione dei
quadri normativi che intendono equiparare anti-sionismo e anti-semitismo.
In fine un commento sulle anomalie che emergono dall’inchiesta di Genova
(pilotata dai servizi israeliani) contro Mohammad Hannoun e le associazioni
accusate di “raccogliere fondi per Hamas”.
/ / / Aggiornamento dal tribunale di guerra di Campobasso – Nonostante la
richiesta del PM fosse di 3 anni e 6 mesi, il giudice ha condannato Ahmad a 4
anni:
Tag - Hannoun
Il 27 dicembre un’operazione della DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e
Antiterrorismo) ha effettuato 9 arresti e diverse perquisizioni ai danni di
persone palestinesi e arabe nelle città di Genova, Firenze…
Il 27 dicembre un’operazione della DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e
Antiterrorismo) ha effettuato 9 arresti e diverse perquisizioni ai danni di
persone palestinesi e arabe nelle città di Genova, Firenze e Milano; tra queste,
anche Mohamed Hannoun, presidente dell’API – Associazione Palestinesi d’Italia.
L’accusa è di 270bis: associazione con finalità di terrorismo internazionale,
giustificata da finanziamenti ad associazioni palestinesi che, secondo l’accusa,
“farebbero capo ad Hamas”. Ad oggi, le persone in custodia cautelare in carcere
sono state trasferite nelle sezioni AS2 delle carceri di Terni, Ferrara e in
Calabria, allontanate dalle loro reti familiari, solidali e dagli avvocati.
L’indagine, aperta e successivamente archiviata per oltre vent’anni, ha avuto
una “svolta” ammettendo come prova determinante un report di fonte israeliana,
elaborato a partire dal 7 ottobre, in cui Israele accusa le ONG e i progetti
destinatari della beneficienza di essere una copertura di Hamas e di contribuire
al supposto radicalismo terroristico contro Israele. Tali report – trasmessi per
altro solo parzialmente – si fondano in maggioranza su atti trasmessi da una
fonte anonima riconducibile al Ministero della Difesa israeliano. Essi sono
acquisiti come documento investigativo neutro nonostante non esistano garanzie
di veridicità né tantomeno siano contestualizzati storicamente e
geograficamente. Come per il caso di Anan, Ali e Mansour, l’Italia ha così fatto
da mera passacarte dello stato di Israele, mostrando ancora una volta un
servilismo strettamente funzionale al mantenimento di rapporti strategici e
sempre più necessari in un contesto di corsa al riarmo.
L’uso del 270bis anche nell’ambito di operazioni repressive ai danni di
palestinesi o persone arabe inserite nelle campagne di solidarietà per la
Palestina è ormai sempre più frequente. Un capo d’accusa comodo per usare metodi
investigativi particolarmente invasivi nelle vite individuali nonché per aprire
e chiudere indagini a piacimento, tali da controllare e
incarcerare preventivamente e liberamente (anche da un punto di vista giuridico
procedurale) sulla base di pressioni politiche governative o internazionali.
Ne abbiamo parlato con l’avvocato Fabio Sommovigo, difensore di Mohammad
Hannoun.
Ma la regia inquisitoria non si alimenta solo del plastico uso dell’art. 270bis
del codice penale, piuttosto viene decisa e direzionata dalla DNAA (Direzionale
Nazionale Antimafia e Antiterrorismo). Con una compagna della Cassa di
Solidarietà la Lima tracciamo una veloce genealogia di questa super-procura.
Voluta come DNA nei primi anni ’90 da Falcone – il martire simbolo mediatico
della cosiddetta lotta alla Mafia – e alimentata di decennio in decennio di
nuove “emergenze” politiche e sociali. Nel 2015, il crescere mediatico sulla
“questione migratoria” (ricordiamo la strage di Lampedusa del 2013) e sul panico
del cosiddetto terrorismo di matrice jihadista crea il terreno fertile perché la
DNA diventasse (o diventi?) DNAA, consegnando alla super procura ambito di
intervento su ciò che viene, di volta in volta, definito come terrorismo.
Se da un lato non ci stupisce come la resistenza e la lotta di chi si oppone al
genocidio sionista – a qualsiasi latitudine – sia incasellato nel cosiddetto
terrorismo; dall’altro ragionare sui pezzi che compongono il puzzle
inquisitorio, ci aiuta a elencare le singole precise
responsabilità: sottolineare come il governo italiano non stia solo facendo da
passacarte di Israele, ma bensì sia in ogni modo impegnato a costruire la figura
di nemico interno attorno alla persona palestinese, araba, musulmana, immigrata
che lotta.
Per approfondire, consigliamo la lettura dell’opuscolo: “Ruolo e strategie
repressive della DNAA. La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e la
costruzione del nemico sociale interno ed esterno”