C’è davvero una probabilità del 10% che l’AI ci uccida tutti entro i prossimi 10
anni? Boh, d’altronde si sa: questa percentuale Jacob Coxon se l’è inventata
mentre si licenziava da Anthropic dando il là a Dario Amodei e ai principali
volti delle Big Tech della Silicon Valley per altisonanti prese di parola sulla
necessità di rallentare una tecnologia così potente che nemmeno loro sono in
grado di controllare. Per chi volesse approfondire, rimandiamo alla puntata
“Buttiamola in caciara con l’apocalisse!” del programma Stakka Stakka.
Il problema non è tanto se l’auto-training dell’AI ci sfuggirà o meno di mano,
quanto piuttosto gli effettivi impatti economici, ambientali e sociali a cui
questa tecnologia ci espone.
In questa intervista siamo partiti dall’enorme rischio di bolla finanziaria che
pende sulla testa degli investitori e dei fornitori di tecnologie AI per
delineare l’impatto economico che questa scommessa potrebbe avere sull’intero
mercato globale. A partire dalla stabilità dei mercati, dalla molteplicità di
aziende il cui destino è legato al settore dell’Intelligenza Artificiale, dalla
dipendenza che i paesi europei hanno sviluppato dai fornitori del digitale
statunitensi, fino alla ricaduta dei costi di un’eventuale crisi sui consumatori
comuni, i rischi sono molteplici e sono reali.
Rimangono rilevanti le modifiche radicali che l’AI proietta nel futuro del
mercato del lavoro. Secondo un’analisi del Fondo monetario
internazionale presentata ai ministri delle Finanze dell’Unione durante l’Ecofin
di Dublino, circa il 60% dei lavoratori nelle economie europee avanzate è
occupato in professioni fortemente esposte all’AI.
Ne parliamo con Lorenzo Tecleme autore del libro “Storie di (ordinario)
capitalismo selvaggio”, nato dal podcast “Unchained” per Valori.it: