S’intensificano gli attacchi delle forze di occupazione sionista a Gaza e in
Cisgiordania mentre l’idea di svuotare Gaza della sua popolazione resta sul
tavolo della politica israeliana . A riproporla con determinazione e con un
piano dettagliato è Itamar Ben Gvir, ministro suprematista della Sicurezza
nazionale che ha inserito l’espulsione degli abitanti della Striscia in una
delle principali questioni della campagna elettorale per le elezioni israeliane
del 27 ottobre.
A Gaza è in corso una guerra di bassa intensità contro la popolazione civile che
continua a mietere vittime fra i gazawi che vivono in condizioni spaventose fra
macerie e liquami. L’atto finale del colonialismo d’insediamento sionista trova
il suo compimento nella ormai palese annessione della Cisgiordania ,obiettivo
dichiarato e perseguito attraverso la sinergia tra le bande armate dei coloni e
le truppe di occupazione dell’esercito sionista.
Ne parliamo con Chiara Cruciati giornalista del “Manifesto”
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ll ddl Antisemitismo, in discussione il 9 settembre in Commissione Affari
Costituzionali alla Camera, vuole introdurre nella legge italiana la definizione
IHRA (International Holocaust Remebrance Alliance), la quale, in ben 7 degli 11
esempi esplicativi citati di presunti atti di antisemitismo, tende a sovrapporre
le critiche alle politiche di Israele con il razzismo antisemita.
Questo significherebbe tacciare di odio razziale la denuncia delle politiche
coloniali, delle violazioni dei diritti umani e del genocidio del popolo
palestinese – denunciato anche dall’Onu circa un anno fa – della pulizia etnica
e dell’apartheid. Opporsi al DDL significa prendere sul serio l’antisemitismo e
il suo riemergere nel presente in varie forme, anche violente, e credere che sia
necessario contrastarlo con strumenti di lotta e solidarietà efficaci,
proteggendo al contempo lo spazio per la legittima e necessaria critica a
Israele e alle sue politiche.”
E’ stato indetto il 9 a Montecitorio un presidio proprio in occasione della
discussione del ddl Antisemitismo alla camera, chiamato da oltre 100
associazioni, ne parliamo con Alessandra Algostino docente di diritto
costituzionale all’Università di Torino.
La crisi umanitaria di Ceuta sembra tenere ancora sotto scacco il governo
spagnolo. A poco più di un mese da quando decine di migliaia di persone
provenienti dal Marocco e dall’Africa Subsahariana hanno varcato le frontiere
spagnole e sono entrate nell’exclave spagnola in Nord Africa, l’equilibrio
politico a Madrid non si è ancora ristabilito .
Centinaia di persone fra cui tanti minori sono senza protezione umanitaria e non
hanno un posto dove stare ,subiscono continue aggressioni da parte delle ronde
fasciste e della polizia .
Il Centro di Permanenza Temporanea per Migranti (CETI) di Ceuta fin da subito è
stato insufficiente a coprire il numero di persone che necessitava accoglienza e
ha rapidamente superato il limite di sovraffollamento. Dopo vari giorni dai
primi arrivi, il governo spagnolo ha aperto altri due spazi per offrire
trattamenti d’accoglienza e provare a liberare gli spazi della spiaggia del
Trampolín, che per giorni ha ospitato migliaia di persone in attesa di una
minima risposta istituzionale. Tutto questo evidentemente non basta. Le
organizzazioni attive sul territorio denunciano gravi ritardi nei processi di
identificazione delle persone minori non accompagnate da parte degli enti
governativi predisposti. Elemento che non solo complica una situazione già
drammatica, ma mette migliaia di minori di fronte al rischio di deportazione
verso il Marocco.
Le iniziative di solidarietà si moltiplicano nonostante il clima da caccia al
migrante alimentato da elementi neo franchisti arrivati dalla Spagna; assistenza
legale ,raccolte di beni di prima necessità ,ospitalità e protezioni per i
minori sono le risposte che le organizzazioni solidali cercano di dare alla
crisi che ormai sembra alimentata ad arte per innescare speculazioni politiche .
Ne parliamo con un compagno che si trova a Ceuta.
apoyomutuoceuta@riseup.net
Un’inchiesta originariamente svolta dal Guardian ha svelato il meccanismo
utilizzato da un finto Think tank – inesistente in quanto senza sede, senza
indirizzi né referenze – “Hanover” che allena l’intelligenza artificiale nella
creazione di propaganda ad hoc in favore di Israele e del suo operato.
Eliana Riva ne ha parlato in un suo recente articolo e ai nostri microfoni
racconta il funzionamento di questo metodo di propaganda molto raffinato,
supportato dagli Stati Uniti e utilizzato come arma di guerra nel cercare di
costruire una narrazione che legittimi il genocidio utilizzando strumentalmente
la carta dell’antisemitismo.
I progetti per costruire nuovi data center in Lombardia e per gli allacciamenti
alla rete Terna aumentano di giorno in giorno.
Le criticità sono molteplici: i progetti non sono trasparenti e le aziende che
li promuovono hanno capitale sociale irrisorio, sono progetti energivori e che
implicano significativo consumo di acqua e di suolo oltre a implementare le
isole di calore in un periodo in cui i blackout e le ondate di calore sono la
quotidianità. Un ulteriore elemento è la questione della proprietà dei data
center e gli interessi che orbitano intorno a questo genere di infrastruttura in
una fase di guerra e riarmo.
In queste ultime settimane sono nati diversi comitati spontanei di cittadini e
cittadine che hanno deciso di prendere in mano la situazione e di contrapporsi a
questa dinamica. In particolare a Travagliato, in provincia di Brescia, è stata
ottenuta una prima parziale vittoria dei comitati con il parere contrario del
Sindaco, dal quale si attende ancora un atto formale. Nel frattempo una rete
regionale si sta organizzando, proiettandosi verso nuove iniziative di
mobilitazione.
Abbiamo sentito Laura Comitato per la Tutela dell’Ambiente Apolitico e
Apartitico di Travagliato
Condividiamo di seguito l’appello dei Comitati diffuso dal Comitato Ciarlasco
per la Tutela del Territorio (per saperne di più consigliamo la lettura di
questa intervista qui):
Appello per una mobilitazione nazionale contro lo sviluppo irrazionale dei data
center: «La trasformazione digitale non può essere decisa senza i territori»
Comitati e realtà territoriali lanciano un percorso di mobilitazione.
Primo appuntamento nazionale congiunto il 10 ottobre a Milano.
Perché l’Italia vuole diventare un hub europeo dei data center? E soprattutto:
chi decide dove costruirli, chi ne trae i maggiori benefici e chi sostiene i
costi ambientali, energetici e sociali di questa trasformazione?
A queste domande vuole rispondere il nuovo Manifesto per un movimento contro lo
sviluppo irrazionale dei data center, promosso da una rete di comitati e realtà
territoriali che da mesi si confrontano sui progetti in corso e previsti in
Italia, con particolare attenzione alla Lombardia.
Il manifesto nasce da una precisazione fondamentale: la critica non è rivolta
alla tecnologia, alla digitalizzazione o all’intelligenza artificiale in quanto
tali, ma al modello economico e territoriale con cui il loro sviluppo viene oggi
perseguito.
«Non siamo contro la tecnologia e non vogliamo fermare il futuro — spiegano i
promotori —. Vogliamo però che la trasformazione digitale sia al servizio della
società e non che siano i territori, le comunità e le persone a dover sostenere
i costi di un’espansione decisa altrove».
Centinaia di progetti e una concentrazione particolarmente forte in Lombardia.
In Italia sono centinaia le richieste per la realizzazione di nuovi data center,
con livelli differenti di avanzamento. La Lombardia rappresenta oggi una delle
aree maggiormente interessate, con oltre la metà delle richieste indicate nel
documento.
Il problema, sottolineano i promotori, non riguarda soltanto il numero degli
impianti, ma anche la loro crescente dimensione e potenza: accanto ai data
center tradizionali vengono proposti impianti da 25, 30 e 40 MW, spesso
organizzati in grandi campus.
Le conseguenze non riguarderebbero quindi soltanto i singoli siti, ma l’intero
sistema territoriale ed energetico: consumo di suolo e acqua, aumento della
domanda elettrica, nuove infrastrutture di rete, stazioni elettriche e sistemi
di accumulo, emissioni, rumore, isole di calore e possibili effetti sulla
salute.
«Serve una valutazione cumulativa»
Uno dei punti centrali del manifesto è la richiesta di superare una valutazione
esclusivamente progetto per progetto.
«Un territorio non è la semplice somma dei singoli progetti — affermano i
promotori —. Se più data center insistono sulla stessa area, devono essere
valutati insieme anche i consumi energetici e idrici, gli impatti climatici, il
rumore, le emissioni, la pressione sulla rete elettrica e le conseguenze sulla
salute».
Da qui la richiesta di introdurre strumenti di valutazione cumulativa,
monitoraggio degli impatti dopo l’entrata in esercizio degli impianti e maggiore
trasparenza sui progetti, distinguendo tra strutture operative, autorizzate, in
costruzione, in procedimento e iniziative ancora preliminari.
Un Piano nazionale per decidere dove e perché costruire.
Il manifesto chiede inoltre la costruzione di un Piano nazionale dei data
center, capace di stabilire quali infrastrutture siano realmente necessarie e
strategiche, dove possano essere localizzate e quali limiti energetici, idrici,
ambientali e territoriali debbano essere rispettati.
Secondo i promotori, non è sufficiente definire un’infrastruttura «strategica»
per accelerarne la realizzazione: la strategicità deve essere dimostrata
attraverso una valutazione dell’interesse pubblico e delle conseguenze
complessive sul territorio.
Particolare attenzione viene posta anche sulla sicurezza delle infrastrutture,
sulla gestione dei dati, sulla proprietà dei dati e sugli effetti della
diffusione dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro.
«Non siamo NIMBY»
Una parte del manifesto è dedicata alla contestazione dell’accusa di NIMBY
rivolta ai comitati.
«La nostra posizione non è “il data center fatelo altrove” — spiegano i
promotori —. È piuttosto: chiariteci il senso di farlo qui».
Per i promotori, un’area agricola, dismessa o degradata non può essere
considerata automaticamente disponibile per qualsiasi nuovo insediamento. Ogni
progetto deve essere valutato in relazione alle caratteristiche del luogo, alle
fragilità ambientali, alle infrastrutture esistenti e alle comunità che abitano
il territorio.
Verso una mobilitazione nazionale
Il manifesto vuole essere quindi non soltanto un documento di denuncia, ma la
base per costruire una rete capace di collegare le diverse realtà che stanno
affrontando la diffusione dei data center e delle infrastrutture connesse.
L’appello è rivolto a comitati, associazioni, realtà ambientaliste, sindacali e
sociali, amministratori locali e a tutte le realtà interessate a discutere quale
modello di trasformazione digitale costruire.
Il percorso di mobilitazione prevede già tre appuntamenti:
• 12 settembre 2026 — banchetti informativi dei comitati sui territori;
• 26 settembre 2026 — convegno regionale sui data center e lancio pubblico della
rete regionale; Sala Convegni – Arci Milano – via Bellezza 16
• 10 ottobre 2026, ore 15.00 — manifestazione regionale contro i data center a
Milano.
«La tecnologia non è neutrale. Lo sviluppo non è neutrale. A decidere devono
essere anche le popolazioni che vivono nei territori destinati a sostenerne i
costi».
Il manifesto si conclude con una proposta: la trasformazione digitale deve
essere discussa e pianificata come una scelta collettiva, mettendo al centro
tutela del territorio, ambiente, salute pubblica, lavoro e diritti delle
comunità.
Qui il testo del manifesto:
https://acrobat.adobe.com/…/urn:aaid:sc:eu:0f24d6dd…
dove si trova l’elenco di tutti i comitati firmatari.
Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del
capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico.
Nella fase di crisi egemonica e dello scontro sullo sfondo tra Stati Uniti e
Cina anche la tecnologia assume un ruolo centrale e soprattutto il rapporto
stato-capitale si trasforma.
Nella discussione è stato affrontato il circolo vizioso che si crea tra la
guerra e la necessità di farla e viceversa quando ad entrare in campo sono le
Big Tech e i soggetti privati che ne detengono il dominio.
L’incontro si è chiuso con domande che rimangono aperte e che interrogano
l’agire a fronte dell’evoluzione tecnologica del presente: dagli impatti
ambientali a quelli sulla formazione della soggettività, dalla sempre più
incessante richiesta di energia allo sviluppo anche alle nostre latitudini dei
data center come nuovo orizzonte di profitto, dal ruolo della tecnologia nella
società in guerra alle forme di luddismo tecnologico ipotizzabili in un futuro
non per forza troppo lontano..
Buon ascolto
Di ritorno dalle vacanze? In vista della ripartenza dell’Informazione di
Blackout, ecco tre temi per riprendere il filo delle cose: Ambiente, Lavoro e
Guerra. Per ciascun tema abbiamo raccolto alcune delle dirette e degli
approfondimenti andati in onda negli ultimi mesi all’interno della trasmissione.
Notizie e analisi, racconti di lotte e di territori, voci e punti di vista:
qualche spunto per preparare un rientro resistente.
Ambiente
CRISI ENERGETICA: IL GOVERNO ACCELLERA SUL
NUCLEARE?https://radioblackout.org/2026/05/crisi-energetica-il-governo-accellera-sul-nucleare
DENTRO E FUORI I DATACENTER: IMPATTO AMBIENTALE E SOCIALE DELLA DIGITALIZZAZIONE
https://radioblackout.org/2026/05/dentro-e-fuori-i-datacenter-impatto-ambientale-e-sociale-della-digitalizzazione
VIA LIBERA AGLI OGM DAL PARLAMENTO EUROPEO
https://radioblackout.org/2026/06/via-libera-agli-ogm-dal-parlamento-europeo
CONTINUA LA MOBILITAZIONE IN ALBANIA CONTRO IL GOVERNO, CONTRO LA GUERRA E GLI
INTERESSI ESTERNI SUL PROPRIO TERRITORIO
https://radioblackout.org/2026/06/continua-la-mobilitazione-in-albania-contro-il-governo-contro-la-guerra-e-gli-interessi-esterni-sul-proprio-territorio
CALA FINANZA ,PROTESTE CONTRO IL RESORT DI
LUSSO https://www.radioblackout.org/2026/6/cala-finanza-proteste-contro-il-resort-di-lusso
Guerra
LA GUERRA COME RISPOSTA ALLA CRISI DI EGEMONIA STATUNITENSE CONDUCE ALLA
RECESSIONE GLOBALE
https://radioblackout.org/2026/03/la-guerra-come-risposta-alla-crisi-di-egemonia-statunitense-conduce-alla-recessione-globale
CUBA SOTTO ASSEDIO SI ORGANIZZA PER DIFENDERSI
https://radioblackout.org/2026/05/cuba-sotto-assedio-si-organizza-per-difendersi
IL PUNTO SULLA GUERRA RUSSO-UCRAINA
https://radioblackout.org/2026/06/sconfinamenti-di-droni-frenata-sullingresso-in-ue-il-punto-sulla-guerra-russo-ucraina
RACCONTO, AGGIORNAMENTI E RIFLESSIONI SULLA SOLIDARIETÀ ALLA CISGIORDANIA
https://radioblackout.org/2026/08/racconto-aggiornamenti-e-riflessioni-sulla-solidarieta-alla-cisgiordania
Lavoro
PIEMONTE. LA STRAGE DEL LAVORO
https://radioblackout.org/2025/10/piemonte-la-strage-del-lavoro
SCIOPERO INTERNAZIONALE DEI PORTI CONTRO LA LOGISTICA DI GUERRA
https://radioblackout.org/2026/02/sciopero-internazionale-dei-porti-contro-la-logistica-di-guerra
BAKARI SAKO: UNO DI TANTI, TROPPI, MORTI DI RAZZISMO E SFRUTTAMENTO
https://radioblackout.org/2026/05/bakari-sako-uno-di-tanti-troppi-morti-di-razzismo-e-sfruttamento
SCIOPERO MEAT-TO: contro sfruttamento e razzismo nella ristorazione
https://radioblackout.org/2026/06/sciopero-meat-to-contro-sfruttamento-e-razzismo-nella-ristorazione
Il 26 agosto un evento catastrofico ha colpito le vallate al confine tra Tibet e
Nepal, nell’area del Langtang Lirung. Verso le 8 del mattino si è verificato il
cedimento della montagna nel punto in cui poggiava la parte inferiore di un
ghiacciaio, che ha trascinato con sé roccia e ghiaccio in una rock ice avalanche
di oltre 100 milioni di metri cubi. Il bilancio, ancora in aggiornamento, ha
superato le 900 vittime e oltre 4000 persone disperse.
Comprendere le cause dell’evento, di cosa può aver innescato il collasso, e
darne una corretta definizione scientifica, è un passo fondamentale sia per lo
sviluppo di sistemi di allerta capaci di agire in situazioni simili, sia per
saper inserire eventi estremi di questo tipo in un contesto più ampio di
cambiamento climatico. Il concetto di rischio legato agli eventi estremi, non
dipende solo dalla pericolosità dell’evento ma anche dall’esposizione dei
territori: il Langtang è un’area storicamente densamente popolata e sempre più
interessata dal turismo. Ragionare quindi di adattamento, e di come poter
convivere con una criosfera che cambia per via del surriscaldamento globale, è
un tema che non riguarda solo l’Himalaya, ma tocca da vicino anche le nostre
montagne, tra turismo crescente e il drammatico bilancio dell’ultima stagione
glaciale.
Ne abbiamo parlato con Giovanni Baccolo, glaciologo e ricercatore presso
l’università di Roma Tre, curatore del blog Storie Minerali, autore per
l’AltraMontagna e autore di I ghiacciai raccontano.
Il 26 agosto il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato di aver deciso di
applicare sanzioni antiterrorismo nei confronti del collettivo
Autistici/Inventati, che hasede in Italia. La legge federale americana
conferisce al Dipartimento del Tesoro ampia discrezionalità nell’attribuire
l’etichetta di “organizzazione terroristica” a gruppi stranieri. Nel medesimo
pacchetto di misure restrittive, applicate nell’ambito di una strategia più
ampia contro il dissenso radicale, oltre ad A/I rientrano sigle internazionali
come Palestine Action e Masar Badil. La base legale è l’Executive Order 13224,
firmato dopo l’11 settembre 2001, che consente di colpire chiunque abbia
“materialmente assistito, sponsorizzato o fornito supporto finanziario,
materiale o tecnologico” a un atto di terrorismo. La formula “supporto
tecnologico” è il perno di tutta la vicenda, perché è quella che permette di
trattare un provider di servizi come un fiancheggiatore.
La pratica di designare una piattaforma Internet e un fornitore di servizi come
gruppo terroristico ha implicazioni “enormi” per il futuro della libertà di
espressione su Internet, ed è per questo che è importante supportare il
collettivo A/I.
Il dipartimento di stato Usa ha dato un mese di tempo a privati e imprese
statunitensi per rompere i rapporti con il collettivo Autistici/Inventati
accusato di terrorismo. Ma, a sole ventiquattr’ore dal provvedimento, le caselle
mail ospitate da A/I e i blog noblogs non erano raggiungibili. Tutta colpa del
Public Interest Registry (Pir), l’ente che da Washington governa l’accessibilità
ai domini «.org» utilizzati abitualmente da gruppi e associazioni no profit. Il
Pir ha voluto obbedire per primo all’ordine di Trump e Rubio rendendo
irraggiungibile il server. In una mezza giornata, lx tecnicx del collettivo
hanno rimediato al problema. I dati sono stati trasferiti a un altro indirizzo
web, lx utenti di autistici.org hanno recuperato le loro email e i blog sono
tornati visibili su .noblogs.org.
Di seguito, pubblichiamo quanto condiviso direttamente da A/I rispetto all’uso
delle caselle mail:
1. Se hai un indirizzo @autistici.org stiamo lavorando per trasferire la tua
casella su un nuovo dominio (su questo seguiranno presto aggiornamenti!).
Nel frattempo non potrai inviare o ricevere nuove mail, ma potrai comunque
accedere al tuo account. Una volta dentro, troverai tutto il tuo archivio di
posta.
2. Se hai un indirizzo di posta sui nostri server con qualsiasi altro dominio,
puoi nuovamente accedere alla tua casella e spedire e ricevere mail usando
la webmail o il tuo solito client di posta.
3. Per accedere alla webmail, apri la nostra home all’indirizzo
https://www.inventati.org e clicca Login in alto a sinistra. Poi inserisci
il tuo nome utente e la tua password per accedere al tuo account.
4. Se preferisci usare un client di posta (per esempio Thunderbird), non devi
fare altro che cambiare l’indirizzo del server da mail.autistici.org a
mail.inventati.org (per la posta in entrata) e da smtp.autistici.org a
smtp.inventati.org (per la posta in uscita). A quel punto potrai usare il
tuo account email come al solito.
Stiamo cercando di fare del nostro meglio per sopravvivere a questa apocalisse.
Tieni duro e abbi fiducia! Continueremo a pubblicare aggiornamenti via via che
ne abbiamo.
Per rimanere aggiornatx, e approfondire, consigliamo di controllare le seguenti
pagine.
Website: https://inventati.org (dove trovate una trovate una spiegazione
completa della vicenda, e i comunicati e la solidarietà espressa)
Blog: https://cavallette.noblogs.org
Social: https://mastodon.bida.im/@cavallette
Ne abbiamo parlato con un compagno dell’Hacklab torinese. Ascolta
l’approfondimento.
Di seguito del materiale da diffondere, il link per scaricare “+KAOS”, il libro
sui 10 anni di mediattivismo e hacking di A/I, e l’articolo di Sabot Media
citato nella puntata.
A un mese dagli arrivi di massa e dai respingimenti di fine luglio, l’emergenza
migranti a Ceuta è tutt’altro che risolta. Lo denunciano le ong No Name Kitchen
e Border Resistance, che continuano a monitorare la situazione sul campo. Il
CETI, il centro di prima accoglienza della città, era già al collasso prima dei
nuovi sbarchi. Per svuotare la spiaggia del Trampolín — dove oltre mille persone
vivevano accampate in condizioni precarie — le autorità hanno aperto due campi
temporanei, a Loma Margarita e all’Embolsamiento. Nel frattempo, le autorità
locali chiedono rimpatri di massa verso il Marocco e una maggiore
militarizzazione della zona. Sul territorio si registra anche un’escalation di
tensione: alcuni residenti hanno più volte bloccato i convogli della Croce Rossa
diretti alla spiaggia, impedendo la distribuzione di cibo e acqua; in un
episodio a Benítez, una ronda ha dato fuoco agli effetti personali delle persone
migranti.
Anche l’accesso al diritto d’asilo resta di fatto bloccato: secondo No Name
Kitchen mancano canali funzionanti per fissare un appuntamento con l’ufficio
competente, rendendo quasi impossibile presentare domanda di protezione
internazionale. A complicare il quadro è entrato in vigore, lo scorso giugno, il
nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che inasprisce le procedure di
frontiera e velocizza i rimpatri per chi arriva da Paesi considerati “sicuri”
come il Marocco. Le ONG segnalano inoltre condizioni di particolare
vulnerabilità per i minori e le persone migranti LGBTQ+.
Ne abbiamo parlato con un’avvocata di un gruppo di supporto legale solidale
sceso a Ceuta.
Per seguire gli aggiornamenti sui social si possono seguire le pagine di No Name
Kitchen e Border Resistance. Chi invece volesse scendere sul posto,
coordinandosi con compagn* autorganizzat*, può scrivere a:
apoyomutuoceuta@riseup.net