Dopo l’incendio dello scorso 29 luglio e l’evacuazione dell’immobile di via
Santa Croce in Gerusalemme, la comunità di Spin Time continua infatti la propria
mobilitazione sui temi del diritto all’abitare, della solidarietà e della
costruzione di una città inclusiva e accessibile.
Con un militante di SpinTime abbiamo ripercorso quanto successo negli scorsi
mesi e le prospettive di lotta a partire dal weekend di mobilitazione del 19|20
settembre. Il 19 settembre è previsto un corteo nazionale, con partenza da via
Santa Croce in Gerusalemme. Il 20 settembre si terrà un’assemblea, per
proseguire il confronto tra realtà sociali, associazioni, reti e movimenti.
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Oltre 100 città francesi scendono in piazza questo finesettimana contro la “Loi
permis de tuer”, la “Legge licenza di uccidere” che prevede che l’utilizzo delle
armi da fuoco da parte della polizia sia sempre considerato legittimo, e che
stia alla vittima e ai suoi familiari dimostrare il contrario (qui una lista
delle mobilitazioni e maggiori informazioni sulla legge). Si tratta
dell’ennesimo favore che il governo di Macron fa alle forze di polizia francesi,
ed in particolare al sindacato di ultradestra Alliance Police: sebbene la legge
sia stata inizialmente voluta dal ministro dell’interno socialista Cazeneuve nel
2017, per far fronte al grande e combattivo movimento sociale contro la riforma
del lavoro, è stato soprattutto il governo Macron ad aver trasformato la polizia
francese in una forza paramilitare con licenza di uccidere, mutilare ed
arrestare arbitrariamente, facendo della repressione una delle principali armi
per frenare i movimenti sociali e governare le periferie delle metropoli
francesi.
La risposta moltitudinaria che si annuncia contro la “Loi permis de tuer”
potrebbe essere l’introduzione ad un nuovo autunno di lotta in Francia, dove il
prezzo della benzina e delle bollette è alle stelle, la crisi sociale si traduce
in licenziamenti di massa e drastici tagli ai servizi essenziali – mentre le
elezioni presidenziali ormai alle porte si delineano sempre di più come una
sfida tra il Rassemblement National e la France Insoumise.
Ne abbiamo parlato con un compagno francese:
Lunedì 14 settembre con una breve dichiarazione evasiva, la US Space Force ha
dichiarato la presenza di armamenti statunitensi nello spazio suscitando la
reazione di Cina e Russia. Questo è l’ultimo episodio che sottolinea la sempre
maggiore rilevanza nel fronte spaziale. I progetti di allunaggio di Usa e Cina,
la chimera dello sfruttamento di ulteriori risorse sul satellite, la
competizione tra Stati e privati per il controllo delle infrastrutture sempre
più fondamentali per il comparto militare e civile sono alcuni degli esempi più
rilevanti. Di questo e del ruolo del comparto aereospaziale italiano abbiamo
parlato con Andrea Capocci, giornalista de il Manifesto.
L’Italia sta vivendo una fase di espansione infrastrutturale nel settore dei
data center senza precedenti, posizionandosi come uno dei mercati emergenti più
attraenti d’Europa dopo l’area tradizionale FLAP (Francoforte, Londra,
Amsterdam, Parigi). Al 2025, si contano circa 222 data center distribuiti sul
territorio nazionale, gestiti da 94 diversi provider. La città metropolitana di
Milano rappresenta il cuore pulsante di questo sviluppo, concentrando il 68%
della potenza nominale installata a livello nazionale, pari a circa 414 MW IT.
L’insediamento di un data center non è un’operazione neutrale. Le criticità si
manifestano principalmente su quattro fronti: consumo di suolo, stress della
rete elettrica, prelievo idrico e impatto sociale.
Inoltre, i governi europei promuovono l’attrazione di data center hyperscale
come una vittoria per la sovranità digitale. Tuttavia, ospitare infrastrutture
statunitensi su suolo italiano non conferisce controllo sui dati né autonomia
tecnologica. Al contrario, crea una dipendenza strutturale: una volta che i
sistemi della sanità o della difesa sono migrati su server Microsoft o AWS, il
potere negoziale dello Stato si azzera.
Con Marco di Privacy Network, esploriamo le implicazioni e le criticità del boom
dei data center in Italia.
Leggi anche l’intervista su Infoaut a Errico Duranti del Comitato Ciarlasco per
la Tutela del Territorio e ascolta gli approfondimenti sui data centers su Radio
Blackout.
Con il collettivo transfemminista di docenti “Cattive Maestre”, che a pochi
giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico aveva pubblicato un articolo per
DinamoPress intitolato “Disertiamo la scuola di Valditara per una scuola
antirazzista” , abbiamo analizzato il modo in cui la scuola stia diventando
sempre più terreno ideologico per la promozione della retorica razzista ed
islamofoba del governo Meloni. Abbiamo chiesto loro come si palesi la
costruzione del nemico esterno nelle scuole e in cosa consista la risoluzione
anti-islamizzazione promossa da Futuro Nazionale. Sotto accusa anche le
indicazioni ministeriali, nelle quali è presente un riferimento esplicito alla
supremazia dell’Occidente.
L’intervento di Cattive Maestre sottolinea anche il sistematico orientamento
delle persone di seconda generazione verso l’istruzione tecnica. Questo, unito
alla riforma degli istituti tecnici, dimostra l’intersezione tra la riproduzione
di logiche razziste e classiste all’interno di tutti i gradi dell’istituzione
scolastica.
Abbiamo poi voluto toccare il tema del definanziamento dell’istruzione pubblica
e della precarietà ormai strutturale che colpisce il corpo docente e il
personale ATA. Per citare alcuni dati, lo scorso anno, nella scuola pubblica
italiana ci sono stati 302.000 incarichi a tempo determinato. A inizio settembre
di quest’anno si registravano già a circa 212.000 incarichi a tempo determinato.
A questo si aggiunge l’assenza di manutenzione degli edifici, il 70% dei quali
privi di aria condizionata.
Abbiamo concluso parlando della battaglia per la conquista dei corpi delle
giovani donne nelle scuole, che dopo aver visto il ridimensionamento o la
proibizione dell’insegnamento dell’educazione sessuo-affettiva, si vedono
private ulteriormente della possibilità di autodeterminarsi con proposte di
legge come il divieto dell’utilizzo del burka a scuola.
In conclusione, gli abbiamo chiesto, ora che è stata tolta l’educazione
sessuo-affettiva, il ministero si sta ergendo a difensore delle libertà, quelle
reputate tali dal governo, delle giovani musulmane. Che battaglia si sta
svolgendo nelle scuole sui corpi delle giovani donne?
Dall’assemblea cittadina nata a seguito dello sgombero di Askatasuna sotto
l’immaginario della “Torino Partigiana” che raccoglie diverse realtà sociali,
singoli o comitati attivi sul territorio torinese prende avvio un percorso ampio
ed eterogeneo contro il riarmo e la guerra.
L’idea è dare un’impronta a partire dall’autunno e definire un confine tra chi è
per il riarmo e chi non lo è. La guerra si articola sul territorio e in vari
ambiti della produzione e della riproduzione: l’ambizione è quella di inaugurare
una stagione di lotta e informazione affinché i piani per questa città non siano
più in funzione bellica.
Di seguito l’indizione:
TORINO è CONTRO IL RIARMO
Torino è emblematica in quanto città che viene considerata centrale sia dal
punto di vista della riconversione bellica sia dell’innovazione tecnologica: la
profonda crisi economica, sociale e culturale che vive la nostra città viene
mascherata con il mantra della Torino che cambia e va veloce. L’aria della
campagna elettorale 2027 non farà che acuire questa propaganda atta a ottenere
consenso, da una parte e dall’altra dell’arco della politica istituzionale.
Il governo Meloni continua ad investire nel riarmo seguendo la linea voluta
dagli Stati Uniti di Trump e dall’Unione Europea, sottraendo miliardi a sanità,
scuola e servizi per la popolazione. Nell’ultimo anno il nostro paese e la
nostra città sono stati teatro di forti mobilitazioni contro la guerra, il
genocidio e il governo. Dal movimento per la Palestina dell’autunno scorso
passando per la mobilitazione contro lo sgombero di Askatasuna e la grande
partecipazione referendaria Torino si è dimostrata partigiana e capace di creare
movimento dal basso.
Politicanti e affaristi di gran parte dell’arco politico istituzionale si
sfregano le mani di fronte al business della guerra con il progetto dichiarato
di trasformare Torino nella città delle armi. Siamo convinti che questa sia la
strada più sbagliata per affrontare la crisi che vive la nostra città e vogliamo
smascherare la bolla dentro la quale le politiche dell’amministrazione locale –
molto attenta agli interessi degli industriali e dei player privati in ambito
produttivo ed energetico – vogliono immergerci assumendo il rischio che questa
possa scoppiare approfondendo la crisi sociale che già stiamo vivendo.
Il nostro obiettivo? Essere scomodi, porre una linea di incompatibilità tra chi
è contro il riarmo e chi non lo è. Proponiamo di approfondire il confronto e il
dibattito attorno al tema del riarmo e della guerra partendo da due giorni di
ragionamento collettivo e socialità sabato 19 e domenica 20 settembre. Sabato ci
ritroveremo alle 17.30 per il dibattito dal titolo “Riarmo europeo: chi vuole la
guerra in Europa?” con Elena Basile. Domenica dalle ore 10 ci troveremo in
assemblea per organizzarci insieme e rispondere alla questione: “Torino città
del riarmo: come contrapporsi insieme?”
PROGRAMMA
Contributo audio di un compagno di Barcellona sulle giornate di lotta intorno
all’11 settembre, giornata della Diada Nacional de Catalunya, festa nazionale
della Catalogna, in cui migliaia di persone sono scese in piazza per contrastare
la presenza di gruppi nazisti come Nucleo Nacional e Aliança Catalana e non
permettere loro di appropriarsi delle piazze simbolo dell’indipendentismo
catalano. Come ci racconta il compagno, durante l’estate la risposta
antifascista ha iniziato a organizzarsi per “plantar la cara” di fronte alle
mobilitazioni convocate e cavalcate dall’estrema destra a seguito della crisi di
Ceuta. Per approfondire la crisi di Ceuta, vi segnaliamo questo contributo su
Radio Blackout.
Il prossimo venerdì 18 è previsto l’arrivo in città di Santiago Abascal, leader
di Vox, partito presente nel panorama istituzionale spagnolo. Abbiamo chiesto al
compagno di fare un po’ di chiarezza sulla galassia dell’estrema destra che sta
chiamando piazze e presidi ora a Barcellona e in tutta la Spagna e di
raccontarci cos’è successo in questi giorni di mobilitazioni antifasciste.
Nella regione mediorientale continua l’escalation, nelle ultime ore un presunto
drone avrebbe colpito La Mecca, gli Houthi yemeniti hanno rifiutato l’accusa di
responsabilità avanzata da Riad.
In Yemen, a seguito della ripresa della guerra interna tra la componente
afferente al movimento Ansar Allah e il governo ufficiale sostenuto dall’Arabia
Saudita nelle scorse settimane abbiamo assistito a un cambio di passo
significativo.
Gli Houthi hanno preso il controllo di differenti città, come Mocha, snodi
strategici, isole e porzioni di territorio sino ad arrivare al blocco del Mar
Rosso mettendo in seria difficoltà il governo centrale yemenita e Riad che, a
sua volta, si è trovata abbandonata dai suoi alleati storici come gli Stati
Uniti e la Gran Bretagna.
Questo scenario favorisce Teheran in una fase ancora aperta di guerra con gli
USA e impone una serie di riflessioni attorno alle trasformazioni degli
equilibri mondiali. Siamo lontani da una transizione egemonica ma è possibile
leggere alcune linee di tendenza e una frammentazione forse inedita in quello
che viene definito Occidente collettivo.
Ne abbiamo parlato con Marco Santopadre, giornalista per Il Manifesto, Pagine
Esteri e altri quotidiani.
Ai nostri microfoni Anna Pierro, del “Comitato genitori montani disagiati della
Val Susa”, che ha lanciato una petizione che richiede il ripristino di una
presenza stabile di pediatri nel territorio. La petizione “Salviamo la sanità
dei bambini in Valle di Susa” ha messo nero su bianco una serie di obiettivi per
migliorare la vita delle famiglie con bambini che si vedono costrette, in molti
casi, a spostamenti fino a 50-60 chilometri per raggiungere il pediatra più
vicino. Ad oggi, la petizione ha raccolto 2865 firme.
Vivere in montagna non può significare avere meno diritti, soprattutto quando si
parla della salute dei più piccoli. È con questo spirito che il nostro comitato
informale, costituito lo scorso 7 agosto, si è messo in gioco.
Con MURAT CINAR, giornalista freelance, sull’operazione “La mia famiglia è al
sicuro” contro la comunità LGBTQIA+ in Turchia
Tra il 12 e il 13 settembre ci sono state perquisizioni in 15 città della
Turchia, con fermi, arresti e indagini su persone e associazioni appartenenti
alla comunità LGBTQIA+. Le accuse: oscenità, droga, prostituzione e
condizionamento di minori sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale,
comportamenti “contrari alla moralità pubblica”. Inoltre, sono stati oscurati
più di 180 account sui social media di attivistə e testate giornalistiche.
Abbiamo chiesto a Murat Cinar di spiegare ai nostri microfoni di che operazione
si tratti e quale idea di famiglia e di società si celi dietro di essa.
Ci ha raccontato della risposta solidale organizzata, che ha visto scendere in
piazza centinaia di persone, in manifestazioni a Smirne, Ankara e Istanbul,
duramente represse dalla polizia.
In chiusura, il giornalista ha ribadito come parlare di diritti delle persone
LGBTQIA+ non significhi alimentare la narrativa islamofoba, poiché, a
prescindere da partiti o religioni, tutti i governi e i regimi nel mondo stanno
promuovendo una retorica razzista e discriminante verso le soggettività
dissidenti, queer e razzializzate.