L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento
delle traiettorie di export delle materie prime, in primis il petrolio, nei
confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump
abbiano colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso
la Cina.
Nel caso del Venezuela, ampiamente ricattabile se non ha più il controllo sulle
riserve petrolifere, la nuova amministrazione Rodríguez ha dovuto sottomettersi
al ricatto del grande capitale statunitense. Difficilmente ciò potrà avvenire
con l’Iran, la cui teocrazia detiene saldamente il controllo statale delle
riserve petrolifere. Anzi, il posizionamento geo-strategico dell’Iran potrebbe
portare conseguenze negative per le stesse economie occidentali.
E i segnali ci sono già tutti: il prezzo del petrolio è schizzato a 100 dollari
al barile.
Ogni giorno attraverso lo stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di
barili tra greggio e prodotti petroliferi. Oltre il 20% del consumo mondiale.
Circa il 70% delle riserve produttive Opec+ si trova nei Paesi del Golf che sono
a loro volta bloccati. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati non riescono a
esportare normalmente.
Ne abbiamo parlato con l’economista Andrea Fumagalli, autore di un articolo
uscito su Effimera che potete leggere qui
Ascolta la diretta:
Tag - L'informazione di Blackout
Le stragi di migranti di gennaio sono stragi di Stato, derivanti dalla chiusura
sempre più forte delle frontiere decisa dal governo Meloni.
Lo stato italiano sostiene i governi di alcuni stati del Nordafrica nelle loro
politiche razziste e violente, volte a terrorizzare chi, soprattutto provenendo
da paesi subsahariani, vive sulle coste e nelle città in attesa di imbarcarsi
per l’Europa. Queste violenze, spesso condotte da forze di polizia addestrate e
finanziate dalla stessa UE, mettono a rischio la vita e la sicurezza di migliaia
di persone costringendole a partire anche nelle condizioni più disperate.
L’approvazione da parte del governo italiano lo scorso 11 febbraio di un nuovo
disegno di legge in materia di immigrazione, mentre ancora si contano i dispersi
di questa ennesima strage, suona come una rivendicazione da parte del governo di
questa politica assassina di frontiera.
E all’orizzonte si delinea la possibilità di trattenimenti alla frontiera di chi
viene sbarcato dalle navi delle ONG nei porti del nord, dove sono obbligate ad
attraccare.
Ne abbiamo parlato con Dario Antonelli, giornalista free lance
Ascolta la diretta:
Negli ultimi cinque anni l’Europa è diventata il principale importatore di armi
a livello globale.
Secondo i dati dell’ultimo rapporto pubblicato ieri dallo Stockholm
International Peace Research Institute (Sipri), le importazioni del vecchio
continente sono più che triplicate rispetto al quinquennio precedente.
L’Europa è ora la regione più importante per le importazioni di armi, mentre tra
il 2016 e il 2020 le principali regioni importatrici erano Asia e Oceania (42%
di tutte le importazioni) e Medio Oriente (32%). L’Europa si trovava al terzo
posto, ma molto più indietro (12%). Ora invece si posiziona al primo posto al
mondo con il 33% della quota. Seguono da vicino Asia e Oceania (31%) e Medio
Oriente (26%). “Il forte aumento dei flussi di armi verso gli stati europei ha
spinto i trasferimenti globali di armi a un aumento di quasi il 10%”, osserva
Mathew George, uno degli autori del nuovo studio Sipri.
La crescita è determinata soprattutto dalla guerra in Ucraina e dal
rafforzamento delle capacità militari degli stati europei. Allo stesso tempo, le
esportazioni totali degli Stati Uniti, il principale fornitore di armi al mondo,
sono aumentate del 27%. Questo include un aumento del 217% delle esportazioni di
armi statunitensi verso l’Europa, specifica il Sipri.
Ne abbiamo parlato con Carlo Tombola di Weapon Watch
Ascolta la diretta:
Sabato 14 marzo h14.30 piazza XVIII Dicembre (Torino)
Corteo regionale “Criminale è chi sostiene il genocidio, non chi lotta contro
esso” : Contro il Board of Peace e DDL Antisemitismo.
Il 4 marzo è stato approvato al Senato il disegno di legge Romeo (S.1004),
intitolato “Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di
antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo”. Si tratta di
un DDL che, attraverso l’adozione formale della definizione operativa di
antisemitismo promossa dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA),
mira a sovrapporre in modo deliberato e strumentale l’antisemitismo — cioè
l’odio e la discriminazione verso le persone di religione o origine ebraica —
con l’antisionismo e la critica allo Stato di Israele e alle sue politiche
coloniali e genocidiarie.
Il disegno di legge, che ha assorbito al suo interno precedenti tentativi
legislativi come quelli promossi da Delrio e Gasparri, pur presentandosi in una
forma più attenuata e meno esplicita rispetto alle versioni precedenti, va nella
direzione di limitare la libertà di espressione, la ricerca accademica e la
legittima critica politica. Questo avviene proprio a causa dell’equivalenza che
la definizione adottata tende a stabilire tra antisemitismo e critica alle
politiche dello Stato di Israele e antisionismo, cioè il dissenso verso uno
specifico progetto politico.
Pacchetto sicurezza dopo pacchetto sicurezza, anche questo DDL si inserisce in
un quadro più ampio di repressione del movimento pro-Palestina degli ultimi
mesi. La sua approvazione dimostra come le volontà del governo (così come di
buona parte dell’opposizione) abbiano poco a che fare con la reale tutela dalle
forme di odio razziale e mirino piuttosto a restringere gli spazi di agibilità
politica e a reprimere un movimento vastissimo che non solo si oppone alle
politiche genocidiarie e coloniali dello Stato di Israele, ma denuncia anche il
collaborazionismo e le complicità materiali di cui lo Stato italiano si è reso
responsabile.
Per fare il punto sul DDL Romeo — su cosa prevede, quando potrebbe entrare in
vigore e sulla definizione dell’IHRA — ne abbiamo parlato con Alessandra
Algostino, giurista e docente di diritto costituzionale all’Università di
Torino.
Dopo una settimana fittissima di appuntamenti a cura di Non una di meno, è stato
un lungo weekend di iniziative transfemministe, a Torino come in tutta Italia e
nel mondo. Sabato 7 un grande corteo ha attraversato il centro città, domenica 8
ci sono state iniziative transfemministe nei quartieri di San Salvario, Cenisia,
Barriera di Milano, Vanchiglia e in provincia, a Susa, Avigliana e Grugliasco.
Oggi, nel giornata di sciopero generale l’Assemblea precaria universitaria ha
organizzato un flash mob per denunciare la condizione di precarietà nel settore
accademico. L’iniziativa è stata presentata con lo slogan “Il precariato è una
corsa a ostacoli” e ha coinvolto il percorso di accesso all’aula in cui era
prevista la seduta del Senato accademico. Lungo la balconata del rettorato, il
collettivo ha disposto fili, scatole e barriere simboliche, costringendo i
componenti del Senato a superare fisicamente alcuni ostacoli prima di entrare in
aula. Sul percorso sono stati inoltre collocati fogli e cartelli con riferimenti
a situazioni descritte come frequenti nella vita dei lavoratori precari
dell’università, tra cui mancati rinnovi contrattuali dopo anni di attività,
flessibilità obbligata e mobilità geografica.
Alle 10 è iniziato il partecipato presidio al tribunale di Torino contro il Ddl
Bongiorno, che si è trasformato in corteo dopo qualche ora. Le conseguenze
dell’approvazione del DdL Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla
violenza sessuale, sarebbero molto gravi, soprattutto nei contesti familiari e
coniugali, e per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno
registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti
lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è
già esposta a vittimizzazione secondaria.
Inoltre, la bocciatura del congedo retribuito ai padri, l’eliminazione di
Opzione Donna e i dati sul gender pay gap, smascherano un governo che fa
propaganda sulla natalità e la conciliazione vita-lavoro ma non le sostiene. Le
donne, le persone giovani e giovanissime, trans, razzializzate, disabili vengono
espulse dal mondo del lavoro e pagano la guerra e il riarmo con l’aumento del
lavoro povero e precario, il part time imposto, l’aumento dei prezzi e la
distruzione del welfare.
Questo 8 marzo si è svolto con un nuovo fronte di guerra aperto, quello contro
l’Iran e, scenario in cui ancora una volta è la popolazione civile a pagare un
prezzo altissimo per la
repressione da parte del Regime e per l’attacco israelo-americano, e lx
transfemministx in piazza hanno ribadito il sanguinoso nesso tra patriarcato e
guerra.
Abbiamo contattato Daniela, di NUDM, in diretta dal presidio al tribunale, che
ci ha parlato della giornata di sciopero transfemminista di oggi, del flash mob
in Rettorato, della necessità di opporsi al Ddl Bongiorno. La giornata di
sciopero e lotta transfemminista prosegue: alle 16, assemblea in Università.
La conferenza stampa annuale che, ieri, Wang Yi ha tenuto a margine delle “due
sessioni” – dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza politica
consultiva del popolo cinese -, ha rappresentato un’occasione importante per
comprendere le mosse della Cina nel quadro della rivalità con gli Stati Uniti e
dell’avanzare della crisi scatenata da israele e USA nell’Asia occidentale.
Se Israele spinge verso una ridefinizione dell’ordine regionale in termini di
confini e sovranità, con la ri emersione della retorica del “Grande Israele” –
che si estende tra Cisgiordania, Gaza, Golan e aree di Libano, Siria, Giordania,
Egitto, Iraq – di cui l’Iran a livello geografico non fa parte, ma ne è il
principale ostacolo strategico; per Washington la posta è il confronto con la
Cina: l’Iran è nodo energetico, logistico, finanziario e geopolitico, partner di
Pechino, nonchè Paese chiave della Nuova Via della Seta.
Con Sabrina Moles, di China Files, vediamo quali sono le conseguenze per la Cina
della destabilizzazione del Medio Oriente e dell’attacco contro l’Iran, e
commentiamo l‘inizio a Pechino delle riunioni annuali dell’Assemblea Nazionale
del Popolo e della Conferenza Consultiva del Popolo.
Nel quartiere Pilastro, nella periferia nord-est di Bologna, cresce la
mobilitazione degli abitanti contro il progetto MuBA, una nuova struttura
museale dedicata all’infanzia che l’amministrazione comunale vorrebbe realizzare
all’interno di un’area verde del quartiere. I comitati locali, riuniti nella
campagna “MuBasta”, contestano la scelta di costruire il museo all’interno del
parco del Pilastro, il che significherebbe la devastazione e la cementificazione
di uno spazio molto frequentato dagli abitanti e attraversato principalmente
proprio dai bambini e bambine delle scuole.
Secondo i residenti, il progetto rischia di ridurre uno dei principali spazi
verdi del quartiere e di trasformare un luogo di incontro e socialità in un
intervento urbanistico deciso dall’alto, quando il Pilastro avrebbe bisogno
soprattutto di servizi di prossimità, manutenzione degli spazi pubblici e
investimenti sociali, più che di nuove infrastrutture culturali pensate
principalmente per attrarre visitatori dall’esterno. Alla mobilitazione che
chiede di fermare il progetto e aprire un confronto reale con gli abitanti,
rivendicando il diritto delle comunità a decidere sulle trasformazioni
urbanistiche che riguardano il proprio territorio, il Partito Democratico ha
risposto con una repressione violentissima, schierando la celere nel parco che
nei giorni scorsi ha caricato duramente gli abitanti, arrestato tre attivisti/e
e gasato indiscriminatamente un intero quartiere. Ma il Pilastro non si fa
intimidire e convoca per domani, sabato 7 marzo, una manifestazione cittadina
gioiosa ma determinata.
Ne abbiamo parlato con Sergio, ex-insegnante e abitante del quartiere Pilastro:
A Bagnoli, nella periferia occidentale di Napoli, continua la mobilitazione dei
comitati di abitanti che da anni denunciano la situazione ambientale e sanitaria
dell’area. Il quartiere porta ancora i segni dell’industrializzazione del
Novecento e della lunga storia dell’ex stabilimento siderurgico Ilva, la cui
chiusura negli anni Novanta avrebbe dovuto aprire una stagione di bonifiche e
riconversione mai realmente completata.
Negli ultimi mesi la protesta si è riaccesa attorno ai progetti legati
all’America’s Cup, che dovrebbero trasformare il lungomare e l’area dell’ex zona
industriale in vista dell’evento. I comitati denunciano il rischio che la
manifestazione diventi il pretesto per accelerare interventi urbanistici e
operazioni di valorizzazione immobiliare senza risolvere i problemi strutturali
di inquinamento del suolo e delle acque. La richiesta degli abitanti è che prima
di ogni grande evento o investimento turistico venga garantita una bonifica
reale del territorio e un percorso decisionale che coinvolga la popolazione
locale. Martedì 3 marzo, i comitati popolari di Bagnoli hanno cercato di
accedere al consiglio comunale straordinario – convocato con oltre due anni di
ritardo rispetto alla richiesta degli abitanti – trovandolo blindato dalla
polizia: un chiaro segno della volontà di dialogo del sindaco Manfredi e delle
cordate politiche ed imprenditoriali che vogliono mettere le mani su Bagnoli.
Ne abbiamo parlato con Eddi, dei comitati popolari di Bagnoli:
L’escalation a cui Israele e Stati Uniti sottopongono il Medio-Oriente dopo
l’aggressione contro l’Iran continua a produrre effetti su scala regionale, e
uno dei fronti più esposti è il Libano. Nel sud del paese e nelle periferie
meridionali di Beirut migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le
proprie case a causa delle minacce dei bombardamenti a tappeto israeliani e
delle operazioni militari terresti legate allo scontro tra Israele e Hezbollah.
Interi villaggi sono stati obbligati dai sionisti a sfollare e molte famiglie si
sono spostate verso nord o verso la capitale, mentre infrastrutture civili e
servizi essenziali vengono colpiti o interrotti.
In questo quadro il Libano si trova ancora una volta a pagare il prezzo di un
conflitto più ampio, che vede contrapporsi Israele e il sistema di alleanze
costruito dall’Iran nella regione. Teheran continua infatti a rappresentare un
attore militare significativo grazie al proprio arsenale di missili balistici,
droni e capacità di guerra asimmetrica, oltre al sostegno a diversi gruppi
armati regionali – nonostante Donald Trump dichiari da giorni che la guerra stia
andando verso una rapida vittoria americana. Questa combinazione di capacità
militari dirette e solidarietà di gruppi armati sciiti alla resistenza iraniana
rende lo scenario estremamente instabile e nonostante le dichiarazioni, né gli
Stati Uniti né Israele sembrano avere una exit strategy dal conflitto. Ma mentre
per gli USA l’assenza di prospettive concrete rischia di trascinare Trump nel
baratro di un conflitto infinito, il governo di estrema destra israeliano ha
legato la propria sopravvivenza politica a doppio filo allo scenario di “guerra
infinita” che ha saputo costruire negli ultimi anni nella regione.
Da Damasco, un contributo di Marco Magnano, giornalista freelance a lungo
corrispondente da Beirut, sulla situazione in Libano ed in Siria:
Un contributo di Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri, sull’attuale
situazione militare in Medio Oriente, sulle possibilità di un’azione militare
curda sostenuta dagli Stati Uniti in chiave anti-iraniana e sui progetti
politici dell’establishment americano ed israeliano:
L’insieme di provvedimenti che il governo Meloni ha inanellato sin dai primi
mesi del proprio mandato disegna un paradigma repressivo, che, pur in una
cornice formalmente universalista, mira a settori della società, definiti
intrisecamente pericolosi, al di là delle condotte per cui potrebbero essere
perseguiti. Nel mirino immigrati e profughi, oppositori politici e sociali, e
giovani delle periferie.
Ne abbiamo parlato con l’avvocato Eugenio Losco, che venerdì sarà a Torino per
parlare dell’ultimo pacchetto sicurezza.
L’appuntamento
Sorvegliare e punire: il nuovo pacchetto sicurezza
Venerdì 6 marzo ore 21
corso Palermo 46
Ascolta la diretta: