Con una compagna dell’Assemblea Precaria Universitaria di Torino abbiamo parlato
dell’assemblea di ateneo di giovedì 12 febbraio, della contestazione
dell’inaugurazione dell’anno accademico al Politecnico di venerdì 13 e delle
prossime iniziative politiche previste in ambito universitario.
L’assemblea di Ateneo arriva a seguito di un periodo di forte pressione
mediatica contro coordinamenti ed organizzazioni politiche presenti in
università e solidali con i percorsi di lotta in città. Nei giorni successivi
alla manifestazione del 31 gennaio, figure istituzionali e pezzi di governance
dell’ateneo hanno cercato di far prendere posizione dipartimenti e organi
centrali contro il corteo. Nel mentre, proseguono le lotte della componente
precaria e le rivendicazioni a favore dell’autonomia critica e dell’antifascismo
in Università.
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Il Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP) di Tarique Rahman ha vinto le prime
elezioni legislative che si sono svolte dopo la destituzione della prima
ministra Sheikh Hasina avvenuta nell’estate del 2024 a causa delle grandi
proteste antigovernative guidate dagli studenti e studentesse universitari.
Tarique Rahman, che molto probabilmente sarà il nuovo primo ministro, è il
figlio dell’ex prima ministra bangladese Khaleda Zia, che fu a lungo la
principale rivale politica di Hasina. Il partito islamista Jamaat-e-Islami
arrivato per ora secondo con 48 seggi: il partito era stato vietato durante i
governi di Hasina e ne fanno parte anche molti degli studenti che hanno
contribuito a destituirla.Gli studenti protagonisti della rivolta contro Hasina
hanno costituito un partito il National citizen party (Ncp) con l’ambizione di
rompere il monopolio dei due storici partiti di massa bangladesi, Awami League e
Bnp. Le cose non sono andate come previsto, anche grazie a una strategia di
alleanze apparentemente inspiegabile: a pochi mesi dall’apertura delle urne,
l’Ncp aveva annunciato a sorpresa l’entrata nella coalizione di partiti guidata
da Jamaat-e-Islami, formazione islamica radicale a lungo bandita dalla politica
bangladese.
Il governo di transizione di Yunus ,pur deludendo alcune aspettative di
riforma,ha comunque garantito il passaggio pacifico al processo elettorale non
scontanto .
Ne parliamo con Matteo Miavaldi caporedattore dall’India e responsabile
dell’Asia per l’agenzia d’informazione China Files,collaboratore del “Manifesto”
Il femminicidio di Zoe Trinchero, massacrata e gettata in un canale, ha
sollevato ancora una volta la questione della reazione del patriarcato alla
libertà femminile, una reazione che viene negata nella sua intrinseca
politicità.
Le false accuse rivolte inizialmente ad un ragazzo straniero con sofferenza
psichica ci racconta molto delle chiavi di lettura utilizzate per
depoliticizzare la violenza contro le donne. I nodi sono due: la distanza
culturale e la malattia. Risultato? Il tentativo di linciaggio del ragazzo
calunniato da parte di un gruppo di amici della vittima.
Quando il femminicida, un ragazzo italiano della stessa cerchia di amici, ha
confessato, la reazione è stata ancora una volta patologizzante: il ragazzo
avrebbe problemi di contenimento della rabbia.
Se lui è malato gli altri sono sani e il problema non sussiste. Uno slogan
femminista lo dice in modo chiaro “il violento non è un malato ma il figlio sano
del patriarcato.
Ne abbiamo parlato con Sara Simionato di Nudm
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Un mese fa decine di migliaia di persone sono state massacrate dagli sgherri
della Repubblica Islamica, e altre migliaia sono stati incarcerati e rischiano
l’impiccagione, sull’Iran è calato il silenzio.
Ma qualcosa continua a muoversi. A Rasht un gruppo di pensionati sono scesi in
piazza contro i massacri; gli studenti manifestano per la libertà dei loro
compagni prigionieri.
Intanto il regime ha cominciato a regolare i conti con i dissidenti interni, in
particolare nella cerchia del presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian.
Trump, il cui interesse per gli insorti iraniani è pari a zero, minaccia la
guerra ma tratta con il regime per portare a casa qualcosa, approfittando della
situazione. Il regime si è detto disponibile a fermare il programma nucleare in
cambio della revoca delle sanzioni.
Sabato scorso a Milano c’è stato un presidio contro il regime e contro la
guerra.
Ne abbiamo parlato con Behrooz di Together for Iran
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L’ondata di indignazione per l’assassinio di Renee Good e Alex Pretti lo scorso
gennaio ha reso ancora più incandescenti le strade di Minneapolis. Il nuovo capo
dell’ICE, Homan, ha scelto di spostare i 2000 agenti dalla città al resto dello
Stato, di rinchiudere i migranti rastrellati in galera, per evitare le proteste
di fronte ai centri di raccolta nei quartieri.
Ma è solo un aggiustamento di tiro: la direzione resta la medesima. Ingenti
fondi sono stati stanziati per lCE, con l’obiettivo di raddoppiare gli
effettivi.
Chi critica l’ICE e supporta le reti di resistenza nei quartieri finisce in
galera. Kyle Wagner è stato arrestato per aver definito “gestapo” gli agenti che
stanno terrorizzando la sua città, invitando a seguirli e smascherarli.
Non c’è stato bisogno di decreti sicurezza, dato che in USA siamo in democratura
ormai consolidata. Quello di Wagner è un fermo preventivo.
Ne abbiamo parlato con Martino Mazzonis, giornalista
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Si è svolta a Milano sabato 7 una manifestazione nazionale che non si è limitata
a dire no ai Giochi, ma ha messo in discussione l’intero immaginario politico
che li accompagna: grandi eventi come acceleratori di trasformazioni urbane,
speculazione immobiliare, compressione dei diritti sociali, normalizzazione
della precarietà e militarizzazione del territorio.
Il corteo è stato il punto di caduta di una mobilitazione che si è strutturata
in tante iniziative sul territorio sostenuta da una piattaforma ampia e plurale
composta da movimenti e spazi sociali, reti dello sport popolare,
associazionismo di città e montagna, alpinismo critico, comitati di lotta per la
casa, sindacati di base, partiti della sinistra radicale, movimenti di
solidarietà con la Palestina e comunità palestinesi, studenti e studentesse,
giovani e giovanissime. E soprattutto: abitanti dei quartieri popolari e
comunità di montagna, lavoratrici e lavoratori, precari, che da anni lottano per
la difesa di territori e ambienti, denunciando malgoverno e assenza di
trasparenza su grandi eventi e grandi opere imposte per interesse di pochi a
danno dei molti, privatizzando interi pezzi di città pubblica e saccheggiando le
risorse naturali comuni, come acqua e paesaggio.
Il corteo è partito con la “marcia dei larici”, a rappresentazione dei 500
alberi di Cortina abbattuti per fare posto alla inutile pista da bob. Lungo il
percorso è stata denunciata la presenza dell’ICE e di Israele, è stata fatto un
sanzionamento pirotecnico al villaggio olimpico sorto privatizzando l’ex scalo
ferroviario di Porta Romana; è stata segnalata la chiusura e la privatizzazione
del mercato comunale di piazza Ferrara a Corvetto, simbolo dei piani di
espulsione dei ceti popolari dal quartiere.
In questo contesto, abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi
scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la
tangenziale est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente
dispositivo di polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città
per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello
Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San
Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti
sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme
verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp).
6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a
piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 feriti
di cui 4 ospedalizzati.
Ne parliamo con un compagno del Comitato insostenibili olimpiadi.
Parte la settimana di Resistenza e mobilitazione per la difesa della libertà di
insegnamento e della scuola pubblica italiana organizzata dall‘Osservatorio
contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Docenti per Gaza.
Una serie di iniziative da proporre in classe e una chiamata nazionale in piazza
nella giornata di venerdì 13 febbraio per una mobilitazione tanto più necessaria
quanto più fosco è il clima che stiamo vivendo davanti a un attacco senza
precedenti ai luoghi del sapere e della formazione.
Per difendere la libertà di insegnamento, fermare con decisione ogni tentativo
di schedare studenti e corpo docente in liste di proscrizione, resistere.
Ne parliamo con Roberta Leoni, dell‘Osservatorio contro la militarizzazione
della scuola e delle università.
«Siamo sotto assedio», dice il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, respingendo
la narrazione che vorrebbe lo Stato caraibico al centro di un collasso
endogeno. Accusa gli Stai Uniti e le minacce del presidente Donald Trump, ultimo
tassello di un domino destabilizzante iniziato oltre 60 anni fa con l’embargo
decretato da Kennedy. Il popolo cubano sta vivendo una crisi economica senza
precedenti ,forse peggiore del “periodo especial” susseguito al crollo dell’URSS
,la carenza di carburante ha innestato una serie di conseguenze che si
riflettono sulla vita quotidiana dei cubani. Senza elettricità gli ospedali non
possono tenere in vita i pazienti; il cibo e i farmaci marciscono nei
frigoriferi spenti; le pompe dell’acqua si fermano, aprendo la strada a
epidemie; i trasporti collassano; scuole, servizi, comunità intere vengono
paralizzate. Questo non è un rischio futuro. È la realtà quotidiana .
Al di là delle responsabilità del “bloqueo” criminale le riforme economiche di
Diaz Canel non hanno fatto altro che immettere elementi di protocapitalismo
senza intaccare le condizioni delle classi popolari e non hanno risolto i
problemi strutturali di approvvigionamento energetico e sopratutto l’accesso a
prezzi accessibili ai beni di prima necessità .
Si sono create sacche di disuguaglianza e settori legati all’esercito hanno
goduto di posizioni di rendita aumentando così lo scontento dei cubani che
affrontano le conseguenze della crisi pur rimanendo fermi nella convinzione di
difendere la dignità e la sovranità dell’isola .
Ne parliamo con Andrea Cegna giornalista freelance collaboratore di varie
testate ,esperto di America Latina
Nonostante i negoziati in corso ad Abu Dhabi la guerra in Ucraina continua con
attacchi russi sempre più massicci alle infrastrutture energetiche, in
particolare i nodi di distribuzione dell’energia coinvolgendo tutte le aree del
paese .
La guerra d’attrito russa sta logorando le forze ucraine sul campo ma anche la
resistenza dei civili su cui sta pesando la strategia russa contro le
infrastrutture che incrina il sostegno a Zelensky . Le parti rimangono ferme
sulle loro posizioni ,gli ucraini vorrebbero congelare il fronte in una
situazione alla “coreana “,mentre i russi chiedono il riconoscimento
internazionale dei territori conquistati . Rimane la variabile dei “volenterosi”
che aspirano a schierarsi sul territorio ucraino a tregua dichiarata contro la
volontà esplicita di Mosca. Le prospettive sono di una continuazione della
guerra nonostante i colloqui in corso e probabilmente saranno le condizioni sul
campo a condizionare gli esiti della guerra molto di più delle trattative.
Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio analista di strategia militare e curatore
del canale telegram “War room”
E’scaduto il 5 febbraio il trattato per il contenimento degli armamenti
strategici New START, ultimo accordo siglato tra Washington e Mosca sulla
proliferazione di armi nucleari. Il trattato impone limiti vincolanti al numero
di testate nucleari dispiegate dalle due superpotenze. Sul tavolo resta ancora
la proposta russa di estendere il trattato di un ulteriore anno, ma gli USA
continuano a proporre la stesura di un nuovo accordo .
C’è un terzo incomodo ,la Cina ,divenuta una potenza nucleare in ascesa che gli
Stati Uniti vorrebbero coinvolgere, secondo le dichiarazioni di Rubio ,in una
nuova versione allargata del trattato. Il “new start” siglato dai presidenti
Barack Obama e Dmitry Medvedev, stabiliva per entrambe le parti un massimo di
700 missili balistici per parte, 1550 testate nucleari e 800 lanciatori,
schierati e non, per questi vettori. Inoltre prevedeva ispezioni e scambio di
notifiche sui movimenti delle forze atomiche. Era l’ultimo di una serie di
accordi START (Strategic Arms Reduction Treaty), il primo dei quali fu siglato
il 31 luglio 1991 a Mosca da W. Bush e Mikhail Gorbachev, a pochi mesi dalla
dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Stati Uniti e Russia possiedono oltre l’80 per cento delle testate nucleari
mondiali. La scadenza dell’accordo implica la fine dello scambio di informazioni
riguardo ai rispettivi arsenali e mette fine alle ispezioni reciproche e segna
anche la fine del sistema M.A.D. mutual assured destruction per cui ogni
utilizzo di ordigni nucleari da parte di uno dei due opposti schieramenti
finirebbe per determinare la distruzione sia dell’attaccato che dell’attaccante.
La conclusione di New START potrebbe condizionare anche la revisione, prevista
nei prossimi mesi alle Nazioni Unite, del più generale Trattato di non
proliferazione nucleare, in vigore dal 1970 e ridiscusso ogni cinque anni. Il
principio alla base del trattato è che gli stati non dotati di armi nucleari si
impegnano a non acquisirle, a condizione che gli Stati dotati di armi nucleari
compiano sforzi in buona fede per il disarmo.
Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di questioni strategico militari