Dopo 140 giorni, si è interrotto lo sciopero della fame di Aristoteles Rancis,
una lotta portata avanti per protestare contro il rischio di sgombero della
comunità di Prosfygika — un quartiere occupato da rifugiati, migranti e famiglie
vulnerabili. Le sue condizioni di salute sono gravissime: pesa solo 35 chili e
non riesce più né a stare in piedi né a parlare.
Lo sciopero è stato sospeso il 24 giugno dopo che il comune di Atene ha chiesto
di bloccare il progetto di riqualificazione della zona, che avrebbe costretto
oltre 400 persone ad abbandonare le proprie case. Persone che ad Atene — dove il
mercato degli affitti è dominato dalla speculazione e dagli affitti turistici
brevi — difficilmente riuscirebbero a trovare un altro alloggio.
Ascoltiamo l’audio che ci arriva direttamente dalla comunità di Prosfygika
occupata.
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A seguito della morte di Lyhanna, una bambina di 11 anni uccisa dal suo
aggressore, migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia. Dopo
il primo appuntamento, l’8 giugno, le mobilitazioni sono continuate: la chiamata
è ogni lunedì, davanti ai tribunali.
Insieme a Luge, una compagna del collettivo féministes révolutionnaires ,
abbiamo riflettuto come Il caso di Lyhanna sia diventato immediatamente
politico: mentre il governo e il Ministro della Giustizia hanno parlato di un
“disfunzionamento” del sistema giudiziario, i movimenti femministi e per i
diritti dei/delle bambinx hanno denunciato questo delitto come l’ennesima
espressione della violenza sistemica che lo Stato non riesce o non vuole
contrastare efficacemente.
A partire dall’analisi delle piazze e dei loro contenuti, anche contraddittori e
problematici come l’aumento delle pene senza guardare ad approcci e bisogni
sistemici come l’educazione, Luge delinea un quadro di lotta complesso.
Prima di tutto le piazze chiedono azioni concrete, culminando nella proposta di
una grande manifestazione nazionale il 4 luglio e di uno sciopero generale
femminista fissato per il 7 settembre.
Inoltre, viene data grande enfasi alla lotta contro l’adultismo (il sistema di
dominazione degli adulti sui minori) e alla creazione di nuove alleanze tra
movimenti transfemministi e movimenti “enfantistes”, ovvero che mettono anche la
prospettiva dei/delle bambinx al centro. Il movimento ricorda dati allarmanti:
si stima che ogni anno in Francia 160.000 bambinx siano vittime di violenze
sessuali, quasi uno ogni tre minuti.
Un nodo centrale è quello del femminismo anti carcerario e il suo ruolo in
questo contesto: emerge infatti una spaccatura tra il femminismo istituzionale,
che richiede una legge quadro basata su investimenti e un femminismo
intersezionale e anticarcerario che vuole avere voce in capitolo. Quest’ultimo,
rappresentato da collettivi come féministes révolutionnaires , critica, ad
esempio, l’approccio puramente punitivista, sottolineando come la repressione
colpisca prioritariamente le popolazioni già marginalizzate e precarie.
L’intervista mette in luce anche il lavoro che vogliono portare avanti con
l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali (2027). Mettono in guardia contro i
tentativi dell’estrema destra (collettivo Némésis primo tra tutti) di
strumentalizzare la lotta alla pedocriminalità per promuovere agende razziste,
transfobiche o per chiedere il ripristino della pena di morte. Il movimento
transfemminista risponde alla presenza della destra rivendicando pratiche
di autodifesa e alleanze antifasciste per presidiare le piazze.
Registrato in francese:
Il 26 giugno a Washington, con la mediazione dell’amministrazione Trump, Israele
e Libano hanno firmato un accordo quadro in 14 punti. Il cuore del trattato
prevede il disarmo totale di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, che
dovrebbe riacquisire il controllo del sud del paese. Tuttavia, il ritiro delle
forze di occupazione sionista (IOF) avverrebbe solo dopo la verifica del disarmo
da parte di Israele, con la concreta possibilità che questo non avvenga e che la
fascia lungo il confine meridionale, la cosiddetta “zona cuscinetto” resti sotto
occupazione sionista.
I giornali si sono affrettati a definire questa intesa come “primo passo verso
la pace tra Beirut e Tel Aviv”, mentre le fazioni della resistenza libanese e
palestinese l’hanno additata come “una resa a Israele“. Migliaia sono stati i/le
manifestanti che sono scesi in piazza a Beirut, accusando il governo del
presidente Joseph Aoun di aver ceduto alle pressioni di Washington.
Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri e giornalista
per Il Manifesto.
Ambrogio era un ragazzo di 27 anni, arrivato a Torino per gli studi in Filosofia
e Storia delle Religioni. Ambro è sempre stato un idealista, attento all3
ultim3, con un grande senso di empatia e gentilezza. Era un anarchico, un
testone, un polemico. Ambro aveva anche i suoi demoni e i suoi irrisolti, ed una
generosità e capacità di offrire all3 altr3 che spesso sconfinava nel
sacrificio. Era anche un ragazzo arrabbiato con il mondo, per le sue ingiustizie
e le sue storture. Ambro aveva ben chiaro il concetto e il senso di
collettività, mettendolo in atto ogni giorno in ogni gesto e parola. Ha sempre
creduto nella politica dal basso, cioè quella tangibile fatta da chi vive in
questo sistema precario per sostenere le persone colpite dallo stesso,
criticando con lungimiranza e lucidità lo Stato e le varie politiche
susseguitesi negli anni, sia nel nostro paese che a livello globale.
Ambro il 15 Marzo si è tolto la vita lanciandosi da un ponte in un piccolo paese
dell’entroterra ligure, un luogo scelto probabilmente perché vicino alle sue
care falesie.
Era stato privato della libertà in quanto sottoposto a misure cautelari.
Noi tutt3, amic3, familiari e conoscenti, ci siamo ritrovat3 a dover far senso
di un dolore enorme, nessun3 riusciva a credere che quanto accaduto fosse reale.
In questo gesto però rivediamo una delle parti più autentiche di Ambro, una
parte scomoda, non facile da comprendere, ma non per questo da non raccontare.
Ambro credeva che ovunque nel mondo le persone tutte avessero un valore, e che
la libertà e la dignità andasse sempre difesa, e le violazioni denunciate a gran
voce. Anche per questo ha partecipato alle manifestazioni dell’anno scorso a
supporto del popolo palestinese volte a denunciarne gli abusi subiti. Non aveva
bandiere o affiliazioni, non sarebbe stato da lui.
Aveva ricevuto in Febbraio l’avviso di garanzia che lo informava del
procedimento pendente e dei capi di indagine relativi proprio a quelle
manifestazioni. Una lista gonfiata da un caso diventato politicamente sensibile.
Si dovevano trovare colpevoli, e l3 si doveva punire duramente. Si sentiva dalle
istituzioni la pretesa di muoversi subito e colpire duro.
Poco dopo venne disposto dal GIP l’obbligo di firma giornaliera e il divieto di
dimora a Torino. Il PM aveva chiesto la custodia cautelare. L’aveva chiesta per
tutt3 le 11 indagat3. La maggior parte, poco più che maggiorenn3 incensura3.
Studenti per lo più. A seguito di richiesta di riesame, non solo erano state
confermate le misure in essere, ma era anche stato condannato al pagamento delle
spese. Poco dopo tenne alcuni colloqui telefonici con l’avvocato che lo seguiva.
Si era detto talvolta preoccupato dalla mancanza di informazioni chiare
ricevute. Parlava di alcune sviste. Era seguito con il gratuito patrocinio.
In un primo momento era sconfortato, ma poi sembrava si stesse muovendo per
cercare un lavoro a Torino, sperando in occasione del prossimo riesame di farsi
rimuovere la misura dell’allontanamento. E invece la sua decisione del 15 Marzo
racconta un’altra storia.
Dopo la morte di Ambro ci siamo pres3 tempo di elaborare e abbiamo
collettivizzato il dolore e condiviso la perdita, raccontando del suo impegno
politico il 25 Aprile. Quel giorno, prima del corteo, abbiamo raccontato di lui
e affisso una targa in ricordo della sua lotta accanto a quelle dei partigiani.
Ambro infatti, per noi, rappresenta un partigiano dei giorni nostri e abbiamo
considerato importante raccontarlo tra le vie di Torino, durante una
manifestazione alla quale lui sicuramente avrebbe partecipato. Nelle ultime
settimane il caso è stato reso pubblico dall’avvocato che lo seguiva nel
procedimento. Grazie alla volontà dell’avvocato di portare alla luce una serie
di considerazioni in merito al problematico utilizzo spropositato delle misure
cautelari, il caso di Ambro è diventato un caso mediatico. Il giornale “la
Repubblica” ha quindi deciso di scrivere in merito e var3 esponenti politic3 e
attivist3 hanno ricondiviso gli articoli, riprendendo quello che di Ambro si
leggeva nell’articolo dell’avvocato. Da qui nasce l’urgenza per noi di
raccontare chi era Ambro, per quanto possibile rispettando il suo modo di
sentire.
Vogliamo anche condividere alcune riflessioni su come la vicenda sia stata
gestita, a livello mediatico e non, perché ci sembra opportuno porre
l’attenzione ad alcuni aspetti che ci hanno riguardato in prima persona.
La strumentalizzazione della vicenda di Ambro definito in maniera piatta
come Pro Pal dai giornali, speriamo possa essere un punto di partenza per
comprendere la difficoltà di parlare del suicidio di una persona, che non può
essere stigmatizzata o ridotta ad una definizione ideologica. La deriva è ben
rappresentata dai commenti, molto violenti, che si leggono sotto i post sui
social dove gli articoli vengono parzialmente riportati. La criminalizzazione
delle persone che sono scese in piazza dopo il DL sicurezza è un tema che
finalmente ha preso lo spazio che merita, anche se non siamo d’accordo con il
modo con cui la vicenda è stata trattata.
Si parla poco e male di salute mentale e di suicidio. Basterebbe dare solo uno
sguardo ai numeri degli ultimi anni per apprendere che il suicidio è una scelta
sempre più paurosamente ricorrente e le cause vanno ricercate proprio laddove il
nostro sistema latita e anzi, tende ad affossare i singoli. Proprio in merito
agli ultimi provvedimenti giudiziari, in vigore dopo il DL sicurezza, ci sono
già molte persone che stanno subendo le conseguenze massacranti di scelte
politiche volte ad annichilire le persone e ogni movimento di dissenso verso il
potere.
A tal proposito speriamo che questa nostra riflessione possa aiutare e far
risuonare le voci di chi oggi si trova in questa situazione e che ha bisogno di
aiuto. Speriamo che questo possa essere l’inizio di una riflessione più ampia
riguardo alla gestione delle misure cautelari e alle considerazioni relative
alla delicatezza con cui il sistema giudiziario dovrebbe agire in questi casi.
L’empatia e il tener conto delle fragilità di chi subisce certe misure e degli
affetti intorno a queste persone, deve essere un tema centrale nella
riconsiderazione dell’applicazione delle misure cautelari, ma anche della
gestione da parte dell3 operatric3 della giustizia di ogni aspetto che riguarda
le vicende giudiziarie.
Crediamo che quanto sottolineato dall’avvocato nel suo articolo sia di estrema
urgenza e che sia importante riflettere sulle pericolose conseguenze di misure
cautelari così violente nei casi che riguardano la lotta politica. Allo stesso
tempo, riteniamo urgente comunicare la difficoltà, da parte di chi vive in prima
persona questo tipo di situazioni, a relazionarsi con una società che, nel suo
insieme, non si fa carico del peso emotivo e politico della cura che dovrebbe
essere riservata a chi vive un lutto. Pur rispettando il dovere di cronaca,
riteniamo doveroso richiamare l’attenzione sulla necessità di riflettere sulle
modalità attraverso cui si parla di suicidio. Sentiamo un vuoto perché non se ne
parla abbastanza e se ne parla male. Parlare di chi non c’è più senza avere la
cura di contattare con il giusto livello di umanità gli affetti, senza tenere in
considerazione la delicatezza della situazione, è già di per sé molto violento.
Vorremmo che in futuro questa cosa potesse cambiare: la vicenda di Ambro è stata
raccontata fin dal primo giorno senza di lui, avendo pochissima cura delle
persone che tengono a lui. Proprio in virtù di questo abbiamo deciso di scrivere
questo articolo, ma chiediamo di essere rispettat3 nel nostro dolore e speriamo
che tutto questo possa davvero far riflettere su temi che non spetta a noi
sviluppare. Abbiamo bisogno che la società tutta si assuma la responsabilità e
la fatica di affrontare gli aspetti qui richiamati che hanno necessità di essere
approfonditi da chi effettivamente ha gli strumenti per farlo. Abbiamo bisogno
della collaborazione di tutt3.
Amore che resiste
Oltre tutte le manipolazioni e i discorsi distorti, alla fine rimani tu in ogni
parte di noi. E questo ci salva, riempie quel vuoto profondo nato dalla tua
assenza, che è però data solo dal tuo non essere più fisicamente qui, sempre in
giro, mai tra i baretti, con la tua Galath che sa di ferro e storie da
raccontare. Adesso non racconti più, passi la palla a noi. E noi ci siamo Ambro,
narriamo con te e per te. Sicuramente storcerai il naso e con il tuo sorrisetto
sguincio penserai: ‘’Mamma mia quest3 qui, proprio non hanno capito niente di
me’’. Forse è così, forse per descriverti non bastano tutt3 quest3 amic3 riunit3
per ricordarti, ma è proprio questo che racconta tanto di te, ed è proprio così
che abbiamo deciso di narrarti. Tu che non amavi parlare di te ma che chiedevi
sempre dell3 altr3, una persona irriverente, che non scende a compromessi se
questi comportano il girare le spalle ai propri valori, un cane sciolto, ma
anche un buffone, uno spavaldo, un romantico, il migliore compagno di viaggio
che tu possa mai incontrare per le strade della tua vita. Siamo qui per dirti
che siamo così felici di sapere che ti abbiamo incrociato.
Per sempre, L3 tu amic3.
Il 17 giugno 2026 il Parlamento europeo ha approvato una nuova normativa sulle
Nuove Tecniche Genomiche (NGT), denominate in Italia anche TEA, Tecniche di
Evoluzione Assistita. La riforma introduce una distinzione tra diverse categorie
di organismi ottenuti tramite editing genetico e segna una profonda
deregolamentazione del quadro normativo europeo costruito negli ultimi vent’anni
sugli OGM.
Fino ad oggi, gli organismi geneticamente modificati erano sottoposti a
procedure di autorizzazione, valutazione del rischio, tracciabilità ed
etichettatura. Con la nuova normativa, invece, una parte delle piante ottenute
attraverso le NGT – le cosiddette NGT1 – viene assimilata alle varietà ottenute
tramite selezione convenzionale. Per questo motivo non sarà soggetta agli stessi
obblighi previsti per gli OGM tradizionali: il procedimento utilizzato per
ottenerle non dovrà essere indicato nei prodotti destinati ai consumatori e non
sarà prevista una tracciabilità lungo la filiera analoga a quella oggi esistente
per gli OGM.
Particolarmente controversa è la questione dei brevetti. Nel corso dell’iter
legislativo sono stati respinti alcuni emendamenti che avrebbero limitato
l’estensione della proprietà intellettuale sui caratteri genetici presenti nelle
nuove varietà. Ciò potrebbe favorirà l’appropriazione privata di caratteristiche
genetiche che derivano da un lungo lavoro di selezione svolto per generazioni da
agricoltori e comunità rurali, rafforzando ulteriormente il controllo delle
grandi imprese sementiere sul mercato delle sementi e alimentando un sistema
economico sempre più centrato sulla valorizzazione dei brevetti.
In risposta alla nuova normativa europea, alcune organizzazioni del mondo
contadino e agroecologico stanno promuovendo iniziative dal basso, che spaziano
dal locale all’internazionale. Tra queste vi è la proposta avanzata da
Associazione Rurale Italiana e da Centro Internazionale Crocevia di invitare i
consigli comunali ad approvare delibere con cui dichiarare il proprio territorio
contrario alla diffusione di OGM e NGT/TEA, riaffermando l’impegno per la tutela
della biodiversità agricola, delle sementi contadine e delle produzioni locali.
Ne abbiamo parlato con Alessandra Turco di ARI associazione rurale italiana e
membro del coordinamento europeo di Via Campesina:
Dal 30 luglio al 2 agosto, nei terreni liberati della Piana di Susa, si terrà un
campeggio itinerante che attraverserà i luoghi in cui Telt, la società
italo-francese incaricata della realizzazione della Torino-Lione, cerca di
aprire nuovi cantieri, ampliare quelli già esistenti e realizzare opere
accessorie.
Come ci racconta un compagno della Valle, il campeggio è nato come espressione
delle diverse soggettività che fanno parte del Presidio NO TAV di San Giuliano,
liberato dopo l’esproprio delle prime case a Susa. La scelta della Piana nasce
dalla volontà di porre l’attenzione sull’area di Traduerivi, Coldimosso e Santa
Petronilla, borgate situate tra Susa e Bussoleno. Traduerivi rappresenta oggi
uno snodo centrale dell’opera: milioni di metri cubi di materiale di scavo
dovrebbero transitare e accumularsi in questo luogo, portando con sé nuove
strade di cantiere e traffico pesante, consumo di suolo e trasformazioni
irreversibili del territorio. Chilometri di prati e boschi verranno
cementificati, compromettendo anche la possibilità di future coltivazioni.
Il campeggio sarà uno spazio di autogestione: la logistica materiale sarà
condivisa e il calendario delle giornate non sarà particolarmente fitto,
lasciando spazio a proposte che possano nascere sul momento (giochi,
riflessioni, dibattiti, workshop, ecc.). In un momento in cui l’offensiva contro
la Valle accelera e, su un piano più globale, avanzano guerra e repressione,
l’invito è quello di partecipare. Viene inoltre rivolto un appello alle realtà
che sperimentano forme di autonomia energetica, autoproduzione e pratiche
comunitarie affinché prendano parte al campeggio e, se lo desiderano, propongano
un laboratorio.
Maggiori dettagli sull’organizzazione e sul programma arriveranno nelle prossime
settimane. Per restare aggiornat3: canale Telegram “Presidio San Giuliano” e
sito franalapiana.noblogs.org.
Per contattare il campeggio: franalapiana@inventati.org.
Una settimana di spoglio dei voti alle elezioni presidenziali del Peru si salda
con la risicatissima vittoria della estrema destra di Keiko Fujimori (figlia
dell’ex-presidente e dittatore peruviano Alberto Fujimori, le cui politiche
contro la guerriglia di Sendero Luminoso e le classi popolari peruviane gli
erano valse accuse di genocidio).Il 50,1% dei voti per Fujimori contro il 49,9%
per Roberto Sanchez, il candidato della sinistra, dipingono un paese
profondamente diviso: le zone centrali e costiere hanno votato per Fujimori,
mentre le province più povere, soprattutto le zone andine – culla del conflitto
armato interno che ha scosso il Peru tra il 1980 e il 1997 – si sono espresse a
favore di Sánchez.
Al di là delle profonde contraddizioni sociali e geografiche del Perù, e del
loro risvolto elettorale, Il paese andino è reduce da una lunga serie di
scandali di corruzione e mala-politica che hanno visto una interminabile fila di
presidenti ed ex-presidenti incarcerati – da Fujimori a Pedro Castillo. Castillo
è stato il primo presidente marxista del Paese, un maestro rurale delle zone
andine: eletto nel 2021, è stato da subito fortemente osteggiato
dall’establishment peruviano e dalle Camere, ed infine deposto dall’esercito e
dalla Vice-Presidentessa dopo poco più di un anno di governo. Proprio contro
quello che era stato percepito come un golpe ai danni del primo presidente di
sinistra del paese erano esplose enormi proteste che avevano coinvolti giovani,
contadini e altri settori sociali e che avevano paralizzato il Peru per mesi.
Abbiamo parlato con Daniele Benzi che vive a Lima ed insegna all’Universidad
Pontificia del Peru, delle elezioni, dei conflitti sociali peruviani, del ruolo
della diaspora e della collocazione del paese andino all’interno del più ampio
scenario latinoamericano.
Insieme a Paula, sindacalista colombiana radicata in Italia e con Nicolas Roa,
editore della rivista colombiana Controcorrente abbiamo affrontato alcune delle
questioni che inaspriscono il clima elettorale in vista del ballottaggio
definitivo questa domenica 21 Giugno 2026, che deciderà la presidenza Colombiana
tra Ivàn Cepeda, rappresentante del Pacto Historico per la sinistra progressista
e l’avvocato e imprenditore Abelardo de la Espriella in testa al partito di
destra Firmes por la Patria.
Dall’ ultima votazione di ballottaggio del 31 Maggio, nella quale nessun
candidato ha raggiunto il 50%+1 dei voti validi, ma che ha visto De la Espriella
affermarsi vincitore con una differenza di meno di un millioni di voti, è emerso
anche un’ astensionismo di circa il 40%. A far fronte alla mancanza di voti in
vista del secondo ballottaggio entrambe le campagne hanno insistito su alcuni
punti che si pongono come cardine delle loro campagne: De la Espriella si è
appoggiato fortemente all’uso di social network per diffondere il suo programma
focalizzato sull’imprenditoria, la religione e la sicurezza e la collaborazione
con gli Stati Uniti. Dall’altra parte, Ivàn Cepeda senatore, membro della
sinistra storica e figura centrale nei processi di pace con las Farc del 2016 si
pone in continuità con il progetto politico del governo in atto, el Pacto
Historico nato in risposta allo sciopero nazionale del 2021 e si appoggia nella
mobilitazione cittadina nelle piazze e di recente anche in piattaforme virtuali,
il supporto delle comunità indigene e la continuazione delle politiche degli
accordi di pace.
Nicolas Roa (de la Revista Contracorriente) ci ricorda che la distribuzione
territoriale dei voti è un fattore non solo molto importante ma anche molto
espressivo delle dinamiche del conflitto armato e con le forze statali. La
sinistra ha ricevuto più supporto nelle regioni che storicamente sono state più
colpite dalla guerra, la disuguaglianza e l’abbandono statale, è il caso ad
esempio della Costa Caribe a nord della Colombia, il sudoccidente nazionale come
nelle regioni del Pacifico e infine le zone Amazzoniche e dell’ Orinoquia a est
del territorio. Il centro del paese (la regione Andina) si esprime
favorevolmente al candidato de la Espriella, in particolare le regioni di
Santander e Antioquia.
Abbiamo infine commentato le posizioni di entrambi i canditati in materia
economica, specialmente per quando riguarda i trattati di libero commercio di
cui la Colombia ne è firmataria agli Stati Uniti.
Ascolta qui l’approfondimento:
Si è concluso ieri il summit del G7 a Evian, dove tra le altre cose, la
preoccupazione europea era incentrata sul riarmo e il sostegno a Kiev mentre
Trump annunciava le sue intenzioni di porre fine alla guerra all’Iran.
La manifestazione contro il summit dei 7 del mondo ha visto una partecipazione
di decine di migliaia di persone con una composizione variegata e popolare che
ha dimostrato anche grande determinazione. Questo corteo è andato oltre alla
semplice contrapposizione al meeting internazionale, parlando dei temi centrali
delle mobilitazioni degli ultimi mesi a livello europeo e non solo.
No alla guerra, al riarmo, la solidarietà alla Palestina e uno sguardo alla
difesa dei territori e di chi li abita portando in primo piano le istanze
femministe sono stati dunque il cuore della mobilitazione.
Nonostante una narrazione allarmista già in precedenza e una gestione poliziesca
maldestra il corteo è stato per certi versi inedito per un territorio come la
Svizzera ma, al contempo, si colloca in maniera lineare nella dinamica che
vediamo a livello complessivo. Possiamo infatti registrare un’attivazione
generalizzata anche in territori non scontati con un obiettivo comune che sembra
tracciare le linee di un movimento nuovo contro la guerra, contro il genocidio
in Palestina che sta provando a ritrovarsi e riconoscersi.
Ne parliamo con Lorenzo compagno che abita a Ginevra
La foto in copertina è di Tristan Wadsworth
Le proteste scoppiate ormai venti giorni fa in Albania non accennano a smettere.
La mobilitazione ha preso avvio dalla contrapposizione a un mega progetto
turistico da oltre un miliardo di dollari promosso da Kushner, genero di Trump,
ma hanno preso un’ampiezza sia in termini di rivendicazioni che di
partecipazione molto significativa.
Molte sono state anche le iniziative di solidarietà in tutto il mondo da parte
della diaspora e in Albania, da Tirana ad altri centri più periferici, la
protesta continua con regolarità dandosi appuntamento ogni giorno alle 18 per
presidi, manifestazioni da migliaia di persone, blocchi e occupazioni di
infrastrutture come strade e aeroporti. E’ molto interessante guardare alla
composizione della mobilitazione perché è trasversale e popolare, tende a
oltrepassare le forme delle organizzazioni classiche, non si riconosce in un
partito ma sta assumendo forme di protesta sempre maggiormente radicali senza
perdere il suo aspetto di massa.
In questo senso l’intervista con Elon, compagno di Immigrital, è molto
interessante perché approfondisce questi aspetti portando alla memoria alcune
similitudini con il movimento di massa per la Palestina avvenuto in Italia a
settembre e ottobre scorsi.