Il movimento contro il carovita e la crisi sociale in Francia non accenna ad
arrestarsi.
Nonostante un importante impegno da parte delle forze dell’ordine per tentare di
disarticolare la forza di questa fase di mobilitazione contro il governo,
l’appuntamento è per sabato 31 ottobre per il terzo atto. Queste settimane hanno
posto alcune questioni importanti da analizzare, dalla possibile ricomposizione
di diversi settori sociali alla radicalità delle rivendicazioni. E’ interessante
anche vedere come il governo Macron non accenni ad arretrare. Quali bisogni del
movimento e quali prospettive?
Ne abbiamo parlato con Mathieu Rigouste, compagno e ricercatore in scienze
sociali in Francia
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Si è svolta lunedi 26 ottobre al Tribunale di Torino una nuova udienza del
processo d’appello per il processo Sovrano che vede sul banco degli imputati il
centro sociale Askatasuna, il Movimento No Tav e lo Spazio Popolare Neruda. La
sentenza di primo grado aveva escluso l’esistenza dell’associazione a delinquere
contestata agli imputati. Oggi, in appello, l’accusa torna a chiedere che quella
lettura venga ribaltata, “proiettando sul conflitto sociale lo spettro di una
presunta organizzazione criminale” sostengono le realta’ di movimento torinesi.
Prossima udienza il 30 novembre.
Ne parliamo con Dana del Movimento No Tav
La manifestazione di sabato 24 ottobre a Bologna è stata segnata da ripetute
cariche della polizia, con manganelli, lacrimogeni e idranti, e dal grave
episodio del ragazzo picchiato e immobilizzato a terra, a cui sono stati negati
i soccorsi. Quando finalmente, dopo una lunga attesa, è arrivata l’ambulanza la
polizia ha azionato gli idranti anche contro il mezzo di soccorso. Una
manifestazione spontanea e molto partecipata contro carovita, guerra e
repressione. Ci sono stati numerosi fermi preventivi per impedire alle persone
di raggiungere il corteo, diverse denunce e tre persone sono state arrestate a
seguito della piazza; domenica si è svolto un presidio solidale sotto la
Questura per chiederne il rilascio e portare solidarietà alle persone fermate.
Bologna, negli ultimi anni, è diventata uno dei luoghi in cui il dibattito sulla
gestione dell’ordine pubblico e sul rapporto tra forze dell’ordine e diritto di
manifestare si è acceso con maggiore evidenza. Non per la violenza e brutalità
del singolo celerino o reparto, ma uno spaccato evidente delle decisioni
operative e, soprattutto, politiche che stanno dietro alla gestione delle
manifestazioni. Una dinamica che vediamo chiaramente nelle ultime settimane in
Italia, ma che a Bologna è evidente già dai cortei per la Palestina dello scorso
anno.
Proprio da episodi di violenza poliziesca è nata la campagna Lince – Occhi sugli
abusi. Abbiamo chiesto ad una compagna di Lince un racconto dalla piazza di
sabato.
Dal comunicato stampa GSF si legge Il 30 ottobre 2026 i porti si fermeranno per
lo sciopero generale in vista della seconda giornata internazionale di lotta dei
lavoratori portuali , sulla base della Dichiarazione di Istanbul approvata al
Terzo Incontro Internazionale dei sindacati dei portuali e dei lavoratori dei
porti del Mediterraneo e dell’Europa del maggio 2026. La coalizione Ports in
Action – CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi),
Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia), Water Transport
Workers Federation of India – coinvolgerà oltre 100 siti portuali nel mondo.
In Italia lo sciopero generale è stato indetto dall’Unione Sindacale di Base e
rilanciato, a livello nazionale, dall’intero sindacalismo di base: Usi – Cit,
Confederazione Cobas, Si Cobas, Unicobas, Sial Cobas, Adl Cobas, Clap, Ssb,
oltre a numerose categorie della Cub.
In avvicinamento allo sciopero è stata bloccata in data 22 ottobre dal gruppo
dei portuali autonomi di Livorno la nave SUNAID X diretta alla base militare
statunitese di Sigonella.
Ne parliamo con Simone dei GAP Livorno:
Con una partecipazione eccezionale al voto, ovvero del 77,7% degli aventi
diritto che si sono recati alle urne, il Likud di Netanyahu e i suoi alleati
hanno ottenuto 53 seggi. Il risultato arriva contro i 48 seggi del principale
blocco di opposizione guidato dal centrista Gadi Eisenkot, come molti dei
partiti contro cui gareggia il Likud, ideologicamente affine al partito
avversario.
Nessuno dei due schieramenti ha raggiunto i 61 seggi necessari per ottenere la
maggioranza in Parlamento.
Le elezioni sono avvenute in un clima di violenza: attacchi alle urne, agli
elettori arabi – interessata una partecipazione al voto mai vista con cui hanno
ottenuto 19 seggi.
Ne parliamo con MIchele Giorgio, corrispondente ufficiale del manifesto a
Gerusalemme e direttore di Pagine Esteri:
Nello scorso fine settimana, nella seconda settimana consecutiva di
manifestazioni quotidiane, migliaia di persone si sono radunate nella capitale
albanese Tirana per una nuova protestacontro il Presidente dell’Albania Edi
Rama, e la polizia ha fatto ricorso ai gas lacrimogeni, cariche, spray
urticante, idranti e proiettili di gomma per disperdere la folla. Anche
professorə universitariə, artistə e partiti di opposizione, hanno annunciato il
loro sostegno pubblicamente o erano presenti.
Sotto la pioggia, il corteo si è radunato davanti al ministero dell’Istruzione
per poi dirigersi verso l’ufficio del primo ministro. Qui alcuni dimostranti
hanno dato fuoco alle sedie che Rama aveva fatto sistemare all’esterno
dell’edificio come simbolico invito al dialogo.
Le manifestazioni, partite dalla capitale, si sono estese anche ad altre città.
La tensione è cresciuta progressivamente. Nel corso delle proteste sono stati
attaccati edifici pubblici e banche.
Sono decine le persone arrestate anche in quest’ultimo fine settimana di
manifestazioni, tra cui un numero imprecisato di minorenni. Risale a qualche
giorno fa, invece l’annuncio, del Primo Ministro Rama, di un bonus di 2.500 euro
per gli agenti di polizia in prima linea, oltre a sostanziali aumenti salariali
previsti per il 2027.
Le proteste nasconso da richieste legate alle scuole e nelle università. Gli
studenti contestano le rette e le condizioni degli istituti; la mobilitazione si
è poi unita a una protesta più ampia contro la corruzione e contro il governo.
La dimissione di Rama è diventata la richiesta politica dominante.
La mobilitazione studentesca iniziata il 13 ottobre si è innestata su una
contestazione iniziata mesi prima lungo la costa adriatica. Residenti e
associazioni si oppongono a un grande progetto turistico legato a Jared Kushner
nell’area di Sazan e Zvërnec, vicino alla laguna di Narta. I fenicotteri
presenti nella zona sono diventati l’emblema del movimento, comparendo sui
cartelli portati anche a Tirana.
Ascolta la corrispondenza con Tirana:
Il presidente di sinistra Luiz Inácio Lula da Silva ha sconfitto il senatore di
destra Flavio Bolsonaro nella corsa alle elezioni presidenziali brasiliane,
compiendo una rimonta straordinaria dopo la sconfitta al primo turno che aveva
galvanizzato la destra politica del Paese.
Poco dopo le 21:00 ora di Brasilia di domenica, la Corte Elettorale Superiore
del Brasile ha proclamato la vittoria di Lula, che ha ottenuto oltre il 51% dei
voti. Bolsonaro, invece, ha ottenuto il 48% dei voti. Ma Bolsonaro, finora si è
rifiutato di ammettere la sconfitta, prefigurando una probabile battaglia legale
sulla legittimità della decisione della Corte Suprema di estendere di due ore il
tempo di votazione. A proposito, è importante rilevare come entrambi i candidati
avessero richiesto il prolungamento dell’apertura dei seggi: Bolsonaro aveva
chiesto al Tribunale elettorale due ore in più in modo da permettere ai
cittadini di aree come quella di San Paolo e Santa Catarina, colpite dal
maltempo, di riuscire a raggiungere i seggi. Anche Lula aveva richiesto del
tempo aggiuntivo di apertura dei seggi, visto che in alcune città di zone
popolari del Brasile, i bus erano stati bloccati dai sindaci (vicini a
Bolsonaro) impossibile, per le persone di quelle città, di recarsi alle urne per
votare.
Con Marika Marianello, giornalista e attivista, parliamo della sconfitta alle
urne di Flavio Bolsonaro e delle sfide che attendono Lula.
Consigliamo l’ascolto della diretta andata in onda dopo il primo turno delle
presidenziali e la lettura di questo articolo per approfondire la situazione
alle Camere del Parlamento brasiliano.
Sabato 24 ottobre la Francia è tornata in piazza per il secondo atto della
mobilitazione contro il carovita, una settimana dopo la giornata del 17. Il
Ministero dell’Interno parla di 410.000 manifestanti, 110.000 dei quali a
Parigi, mentre per la CGT ed il movimento erano 800.000. In entrambi i casi, i
numeri sono gli stessi dell’Atto I e confermano la forza di un movimento sociale
nato nelle scuole a settembre e poi allargato a gilets jaunes, lavoratori e
giovani dei quartieri popolari. La risposta dello Stato è stata un dispositivo
di polizia senza precedenti: migliaia di fermi ed arresti, cariche e scontri un
po’ dappertutto in Francia, mentre si registrano feriti gravi a Tolosa e
Clermont-Ferrand. Con la speranza di spaventare i giovani e dissuaderli dallo
scendere in piazza, la polizia ed i tribunali si sono accaniti in particolar
modo contro chi viene dai quartieri popolari, moltiplicando i processi per
direttissima, applicando pene detentive completamente sproporzionate e dando
spesso per scontata la versione della polizia, senza nemmeno permettere agli
imputati una difesa legale all’altezza del processo.
Se i giovani sono il bersaglio fisico della polizia e giudiziario dei tribunali,
dal punto di vista della politica parlamentare, il governo Lecornu ha invece
scelto La France Insoumise come bersaglio politico. La accusa di
“destabilizzare” il paese e di voler “inquinare” le presidenziali, e intima a
tutti di “scegliere il proprio campo”. Mélenchon era nel corteo parigino e
attacca la gestione dell’ordine pubblico, mentre i sindaci della France
Insoumise mettono il partito a disposizione delle rivendicazioni di piazza. Nel
frattempo, il movimento continua ad auto-organizzarsi e lancia un Atto III per
questo sabato, mentre la CGT ed i sindacati confederali entrano in lizza
ufficialmente e chiamano ad uno sciopero “generale e generalizzato” per il 5
novembre.
Ne abbiamo parlato con FX, un compagno francese, ed Irene, una compagna che vive
a Parigi.
Per il 30 ottobre è stata convocata una giornata di sciopero internazionale dei
porti. All’interno di una mobilitazione che si sta ampliando sempre di più negli
ultimi mesi, arrivando ad oltre 100 porti in tutto il mondo dall’India al
Messico, l’intento è bloccare il flusso delle armi e la catena logistica della
guerra. In Italia la giornata si è trasformata in uno sciopero generale,
lanciato dalla stessa USB, come data che possa legare le lotte contro il caro
vita e contro il riarmo che stanno attraversando il paese. Ne parliamo con
Riccardo del Coordinamento Nazionale Porti USB.
Dalla Francia all’Italia, le mobilitazioni che stanno animando le piazze sono
sicuramente incentrate, tra le altre, sulla contrarietà a guerra e riarmo.
Approfittiamo di un articolo dello scorso venerdì, uscito per il Manifesto, per
approfondire questo tema e cercare di capire cosa ne pensano gli italiani, con
particolare riferimento a giovani e auniversitari3. In altre parole, che tipo di
legittimità ottengono le scelte in materia di sicurezza all’interno della
società?
L’indagine affronta diversi argomenti, ci siamo soffermati sulla percezione
delle minacce e la contrarietà all’aumento delle spese militari.
Ne parliamo con uno studente dell’assemblea di CPS dell’università di Torino.