Prima dell’omicidio di Alex Pretti ,un infermiere di terapia intensiva presso il
dipartimento governativo per i veterani di guerrra e attivista,avvenuto con un
efferata esecuzione da parte delle squadracce dell’ICE ,si era svolto a
Minneapolis un partecipato sciopero generale contro il governo federale. Uno
sciopero iper-politico con una manifestazione estremamente partecipata
nonostante le temperature polari, in quella che è stata chiamata la “Giornata
della Verità e della Libertà”. Lo sciopero è stato il punto di condensazione
della mobilitazione dal basso che sta coinvolgendo le twins cities del Minnesota
che supera di slancio le timidezze dei sindacati la codardia dei democratici
.Una rete di solidarietà si estende in tutta la città, nelle scuole, per cercare
di aiutare gli studenti e le famiglie immigrati. Prevedendo che qualcosa del
genere accadesse, l’organizzazione è iniziata più di un anno fa e questa rete è
stata davvero importante nell’aiutare le persone a reagire rapidamente. Ci si
organizza con un qualche tipo di sistema di sostegno e controllo, che include il
contatto con le famiglie colpite, l’attuazione di misure di mutuo soccorso, che
si tratti di fornire un passaggio per andare e tornare dal lavoro, o cibo, o
cose che non possono fare perchè hanno troppa paura di uscire di casa.
La situazione è ormai talmente tesa che il sindaco di Minneapolis, un tranquillo
democratico come Jacob Frey, ha annunciato di aver formalmente richiesto
assistenza alla Guardia Nazionale per supportare gli agenti del dipartimento di
polizia di Minneapolis. Ci si potrebbe trovare di fronte ad un confronto in armi
tra due organi dello stato ,i prodromi di una guerra civile americana le cui
radici sono saldamente ancorate allle fratture di una società disuguale e
violenta fondata sulle teorie suprematiste che tanto piacciono a Trump e ai suoi
consiglieri.
Ne parliamo con Giovanna Branca del “Manifesto”
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L’ultimo articolo di Sandro Moiso Il nuovo disordina mondiale / 32 – L’ultima
Thule tra Nato, petrolio, terre rare e…guano traccia gli elementi storici che
spiegano la “crisi” della NATO nella sua attualità, sino ad arrivare alla
strategia USA per rafforzare il suo dominio a livello globale.
Il caso della Groenlandia è un esempio, ma anche il Venezuela, l’Iran e la Siria
rientrano in questa strategia di caos e guerra psicologica in cui le
dichiarazioni di Trump, come quelle espresse a Davos al World Economic Forum,
sono fumose, senza garanzie né certezze. E sull’andamento ondivago delle sue
esternazioni i mercati e la finanza fluttuano seguendone la musica.
La Corte dell’Aquila ridimensiona, almeno in parte, l’impianto d’accusa
costruito dalla procura: a fronte dei dodici, nove e sette anni chiesti per
Anan, Ali e Mansour, restano “solo” i cinque anni e sei mesi inflitti ad Anan.
Ali Irar e Mansour Dogmosh sono assolti per mancanza o non sufficienza della
prova: è una formula che consente alla Corte di celare la strumentalità del loro
coinvolgimento, utile solo per costruire la fattispecie associativa e mischiare
le carte di un’indagine che, di fatto, si sovrapponeva alla precedente richiesta
israeliana di estradizione per Yaeesh.
Data la povertà del quadro probatorio emerso, la scelta della Corte di
condannare comunque Anan rappresenta un precedente grave, che sembra tener poco
conto del dibattimento e tanto del clima politico dentro cui questo processo è
maturato. Un clima che vede una sempre più crescente criminalizzazione del
movimento a sostegno del popolo palestinese ,la magistratura italiana ,lo
vediamo anche con l’inchiesta di Genova,diventa la lunga mano dello stato
sionista perseguitando la resistenza palestinese in Italia .
Fin dalle prime udienze, inoltre, insieme agli atti, sono entrati in aula gli
apparati di controllo e militari israeliani: la procura ha provato a introdurre
verbali di interrogatori a prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri
locali, redatti dalla polizia e dallo Shin Bet, raccolti senza alcuna garanzia
difensiva e ricorrendo sistematicamente all’uso della tortura . Alla presenza,
anche fisica, di Israele nel processo, si è accompagnato un costante lavoro di
cooperazione da parte dell’Italia. Nella gestione del telefono cellulare
sequestrato ad Anan, per esempio, inviato alle autorità israeliane che lo hanno
utilizzato per localizzare e uccidere gli ultimi componenti delle brigate di
resistenza a Tulkarem.
Ne parliamo con un compagno che ha seguito il processo all’ Aquila.
Il 17 gennaio alle h. 15 al Campus Luigi Einaudi è chiamata l’assemblea
nazionale “GOVERNO NEMICO DEL POPOLO, IL POPOLO RESISTE”. Contro lo sgombero del
CSOA Askatasuna e gli attacchi agli spazi sociali, contro le politiche di guerra
e di impoverimento, per costruire l’opposizione sociale al governo Meloni e al
futuro che la destra sta preparando per questo paese, verso il corteo nazionale
del 31 gennaio a Torino.
Ne abbiamo parlato con un compagno di Askatasuna.
Qua il comunicato di indizione:
ASSEMBLEA SABATO 17 GENNAIO – ore 15 – CAMPUS LUIGI EINAUDI – verso il corteo
nazionale del 31 gennaio a Torino
Il Governo Meloni ci vuole in guerra e fa la guerra al popolo: si aggiudica il
primo premio per essere il peggior nemico dei lavoratori e lavoratrici e amico
dei padroni, amico dei peggiori torturatori libici e nemico degli uomini di pace
e di dialogo interreligioso, peggior nemico dei giovani, delle donne, di chi
vuole difendere l’ambiente e miglior amico delle grandi aziende belliche che
stanno fatturando senza freni. Strizza l’occhio a Trump, indossando il vessillo
sovranista per poi stringere mani nei privé dei volenterosi europei. Mostra
apertamente il suo fallimento e al contempo l’arroganza di chi comanda a colpi
di prescrizioni intimidatorie: su sicurezza, antisemitismo, nucleare, decreti
per marginalizzare le aree interne e per estendere le aree idonee, decreti per
rendere tabù l’educazione sessuale nelle scuole, decreti di espulsione per chi
non è bianco e non è occidentale conditi da inchieste dell’antiterrorismo per
chi costruisce solidarietà per Gaza.
Affamare – come ha disposto la finanziaria di fine anno – per rendere più
ricattabili, aumentare gli anni di lavoro per non arrivare mai alla pensione,
istituire la leva obbligatoria come unica prospettiva dei prossimi anni, stilare
un piano casa per agevolare costruttori e palazzinari e nessuna misura adeguata
per l’emergenza abitativa – al massimo un biglietto di sola andata per un giro
di giostra stile Caivano – aumento del 5% del PIL per la spesa militare, sono i
diktat dell’autunno-inverno 2025-26.
L’impoverimento passa anche attraverso l’attacco alla cultura, alla ricerca,
agli spazi sociali. Il Governo vuole affamare i sogni collettivi: si colpisce
laddove si crea contro-sapere, dove si custodisce uno sguardo lucido sulle
responsabilità di chi ci pone in queste condizioni, dove si tenta di dare gambe
a un progetto che possa essere alla portata di tutti e tutte affinché ci si
possa liberare dallo sfruttamento del vivere.
Sgomberare Askatasuna ha significato fare una prova di forza, una sorta di
castigo esemplare per chi ha respirato aria fresca nei blocchi delle stazioni e
dei porti, per chi ha fatto sciopero e ha visto che ha funzionato, per chi ha
pensato insieme siamo più forti. Ha significato colpire una città, Torino, che
di resistenza è simbolo ma anche di pesante crisi, industriale ed economica.
Non è tempo per abbandonarsi a ricordi consolatori, è tempo di allargare e
ricomporre un fronte unito che sappia organizzarsi e contrapporsi ai piani che
il Governo ha pronti per noi. Insieme, indipendentemente da sigle, strutture o
organizzazioni, uniti nell’urgenza di agire collettivamente per invertire il
senso di marcia. Ci auguriamo che questa assemblea possa costituire uno dei
tanti spazi in cui organizzare l’opposizione al governo Meloni: contro la crisi
sociale, contro la guerra e contro il genocidio in Palestina.
I giovani minorenni arrestati per aver contestato un volantinaggio razzista e
xenofobo davanti alla loro scuola sono ancora sottoposti a misure cautelari
quali gli arresti domiciliari da dicembre scorso.
Per recarsi a scuola devono essere accompagnati dai loro genitori, per tornare a
casa la stessa cosa. In prima battuta era stato loro negato il diritto allo
studio.
Un colpo all’autonomia, alla socialità, alla formazione di giovani ragazzi e
ragazze che stanno pagando preventivamente una “responsabilità” che un processo
dovrà ancora stabilire. Nei fatti ciò che si vuole colpire è la volontà e la
vivacità di giovanissimi che non hanno voluto lasciare passare sotto silenzio
una provocazione fascista condita da propaganda “anti-maranza”.
Questo è ciò che viene proposto dal governo Meloni per le giovani generazioni e,
a Torino, in queste settimane e mesi si sono verificati moltissimi episodi di
questo genere, sono molte infatti le segnalazioni da parte di diverse scuole
della città di volantinaggi di Gioventù Nazionale davanti all’ingresso.
Insieme a una mamma di una ragazzo agli arresti domiciliari diamo spazio alla
vicenda e condividiamo l’urgenza di mobilitarsi in maniera unita per tenere alta
l’attenzione su un fatto come questo, anche in vista dell’udienza del riesame
del 20 gennaio.
Qui un estratto del testo scritto dalla rete di genitori del Liceo Einstein:
“Come genitori degli studenti del Liceo Einstein di Torino riteniamo che le
misure cautelari (permanenza in casa o detenzione domiciliari per minorenni)
disposte dalla Procura ed operate dalle Forze dell’Ordine all’alba del
30.12.2025 nei confronti di ragazze e ragazzi minorenni (oggi indagati per i
fatti avvenuti il 27.10.2025 al momento dell’ingresso per la frequenza della
prima ora di lezione, presso la sede di via Bologna e per gli eventi svoltisi a
Torino nello scorso autunno), rappresentino strumenti sproporzionati e
stigmatizzanti che non contribuiscono in alcun modo alla costruzione di una
società migliore, né alla formazione di cittadine e cittadini consapevoli: ne
chiediamo pertanto e sin d’ora l’immediata revoca, anche al fine di garantire
loro il diritto allo studio, al momento formalmente negato.”
Anche i docenti del liceo Giordano Bruno hanno scritto una lettera per una
scuola inclusiva e aperta, in risposta a un ulteriore volantinaggio di Gioventù
Nazionale davanti alla loro scuola di qualche giorno fa.
La lettera è stata pubblicata dalla Cub Scuola Università e Ricerca.
Torino è per molti versi un laboratorio che anticipa le tendenze generali in
ambito repressivo. In queste settimane si sono verificati diversi episodi che
vanno nella direzione di una stretta repressiva. In particolare, ci si riferisce
alle misure cautelari per altri 8 giovani minorenni arrestati a seguito delle
manifestazioni per la Palestina del 3 ottobre 2025. In questo caso le maglie
repressive si chiudono intorno a una composizione specifica, scegliendo di
condurre un’operazione chiamata “riot” nei confronti di ragazzi di seconda
generazione, isolandoli da principio rispetto al resto di chi si è mobilitato in
quelle date di sciopero generale.
Questo genere di approccio è in linea con il nuovo pacchetto sicurezza che sta
venendo definito dal governo: il pacchetto sicurezza bis individua dei soggetti
be precisi contro i quali condurre un accanimento puntuale. In primis, le
persone non bianche, ormai soprannominate da governo e media “maranza” senza
alcuna difficoltà nel riprodurre una narrazione razzista e stigmatizzante, e in
secondo luogo le persone che si mobilitano in manifestazioni di piazza e quindi
chi dissente.
Lo scudo penale per gli agenti è solo una parte di questo decreto e le nuove
misure prendono ispirazione da alcuni episodi delle ultime settimane come il
tentativo di espulsione di Mohamed Shahin, l’inchiesta nei confronti di Hannoun,
le manifestazioni per la Palestina. Zone Rosse, rafforzamento di presidi di
polizia, aumento dei poteri per la polizia penitenziaria, operazioni sotto
copertura soprattutto in carcere. Aumento dei reati per cui il questore può
ammonire ragazzi tra i 12 e i 14 anni, con un’estensione del decreto Caivano. E’
previsto inoltre il divieto di ingresso in determinate zone del centro per chi
ha anche solo una denuncia per reati di piazza, vengono liberalizzati i
controlli e le perquisizioni preventive con la possibilità di fermi per
prevenzione fino a 12 ore disposti direttamente dalla polizia per chi si pensa
possa pregiudicare lo svolgimento dei cortei. Si inaspriscono le sanzioni
amministrative, quindi escludendole dal diritto penale e dalle minime garanzie,
indicando nelle deviazioni, disobbedienza civile, manifestazioni non autorizzate
motivo di salassi fino a 20 mila euro.
In questo contesto, si iscrive anche un ulteriore fatto inedito come quello per
cui la Procura torinese vorrebbe creare un precedente, ossia la richiesta del
carcere e dunque l’aggravamento delle misure per Giorgio Rossetto, all’oggi ai
domiciliari, a seguito di una sua intervista su Radio Onda d’Urto, in cui il
compagno aveva espresso alcune considerazioni in seguito allo sgombero
dell’Askatasuna (come viene raccontato qui).
Alla redazione di Radio Onda d’Urto va la nostra solidarietà per contrastare il
tentativo di intimidire compagni e compagne che svolgono lavoro di informazione
dal basso puntuale e lucido.
Rispetto a tutti questi temi abbiamo chiesto un commento all’ex magistrato Livio
Pepino
Migliaia di agricoltorx europex negli ultimi mesi sono scesx in piazza per
protestare contro l’accordo commerciale tra l’Unione Europea e il blocco
sudamericano Mercosur. L’accordo tra Ue e Mercosur – il mercato di libero
scambio sudamericano che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – è
stato fortemente voluto dalla commissione targata von der Leyen. Nonostante il
no di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, l’intesa tra i due mercati
continentali ha passato il vaglio dell’Ue e verrà ratificata tra una manciata di
giorni. L’accordo ha l’obiettivo di facilitare lo scambio tra Ue e Mercosur,
cancellando i dazi sulla grande maggioranza degli scambi commerciali.
L’approvazione dell’accordo ha scatenato le proteste degli agricoltori. Alle
imprese agricole italiane ed europee viene richiesto il rispetto di standard
elevati, le stesse regole non sono attuate per le importazioni dai Paesi del
Mercosur, che potrebbero dunque riversarsi in Europa a prezzi molto più bassi
dei costi di produzione europei. Per questo l‘Italia, essendo un Paese agricolo,
si era schierata tra gli Stati contrari. Eppure, con un voltafaccia, Meloni ha
deciso di dare parere positivo all’accordo commerciale, con la maggioranza degli
Stati europei e Ursula von der Leyen si recherà in Paraguay sabato 17 gennaio
per firmare l’accordo.
Meloni si è fatta convincere dall’industria agroalimentare italiana, che d’ora
in avanti trasformerà le materie prime importate dal blocco Mercosur a prezzi
ridotti, a scapito di chi lavora la terra, e di chi si nutre dei prodotti di
tale industria (pasta, mozzarella, sugo di pomodoro, etc). A guadagnarci sarà
anche l’industria chimica tedesca, produttrice di fitofarmaci vietati
severamente in Europa, che esporta anche nei paesi del Mercosur (e che
torneranno nei nostri piatti attraverso i cibi), e in generale le industrie
europee che hanno mercato nei latinoamericani aderenti al Mercosur.
Non solo, 19 dicembre 2025, gli Stati membri dell’UE hanno votato a favore
dell’accordo di trilogo sugli OGM ottenuti mediante nuove tecniche genomiche
(OGM-NGT o TEA). In breve, hanno dato il via libera alla deregolamentazione
degli OGM-TEA, con un accordo finale che non contiene alcuna disposizione per
tutelare ilx agricoltorx e lx consumatorx dai rischi ad essi associati: nessuna
tracciabilità, nessuna etichettatura dei prodotti, nessun metodo di
rilevamento/identificazione, nessuna possibilità per gli Stati membri di vietare
la coltivazione, nessuna modifica al diritto dei brevetti.
Con il brevetto, si lascia mano libera alle multinazionali per il controllo
delle sementi e la possibilità di ingannare i consumatori, inserendo OGM nei
prodotti, non dichiarando nulla in etichetta
Con Antonio, membro di ARI, del Coordinamento Europeo della Via campesina e di
diversi suoi gruppi di lavoro, abbiamo parlato dell’accordo commerciale UE
MERCOSUR e dei prossimi step per quanto riguarda la deregolamentazione degli
OGM-TEA. Ascolta o scarica l’approfondimento.
A cura della redazione informativa di Radio Blackout.
Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti lanciano un’operazione militare contro basi
civili e militari a Caracas, lasciando più di 80 morti.
Simultaneamente sequestrano il presidente Maduro con pretestuose accuse di
narcoterrorismo.
Le prime dichiarazioni di Trump non lasciano dubbi nemmeno alle anime più
ingenue: gli Stati Uniti vogliono il petrolio del Venezuela.
Gli Stati Uniti vogliono distruggere l’esperienza politica del chavismo e di
qualsiasi esperimento socialista.
Gli Stati Uniti vogliono l’America Latina come propria dispensa di risorse e
territori.
Il Venezuela è solo il primo della lista (di quest’anno).
Ai nostri microfoni abbiamo ascoltato:
Geraldina Colotti da Caracas
Un compagno del movimento studentesco colombiano
Un compagno che si trova a Maracay
Una compagna di Peruviani en pie de lucha in Europa
Francesco della Rete dei comunisti
Selezione musicale a cura di El Sonigüero Internacional
Audio completo:
Geraldina Colotti:
Compagno colombiano:
Compagno Maracay:
Compagna peruviana:
MANIFESTAZIONE IN SOSTEGNO AL VENEZUELA Sabato 10 gennaio Piazza Carignano h15
https://www.instagram.com/p/DTM2joyiNb6/?igsh=MTFndjVlOXIycTR6Zg==
Mentre la repressione contro il movimento che si oppone al genocidio a Gaza
cresce in tutta Europa in Italia i casi giudiziari in cui la magistratura fa da
passacarte per l’IDF si moltiplicano.
Da una parte i progetti legislativi che puntano a criminalizzare ogni critica
verso lo stato di Israele trasformandola in una manifestazione di antisemitismo
,leggi sostenute dai sionisti di tutto l’arco costituzionale, dall’altro
operazioni giudiziarie come quella di Genova contro Hannoun o il processo in
corso contro Anan ,Mansour e Ali’ in cui le cosidette prove prodotte dai servizi
israeliani sono utilizzate per criminalizzare il sostegno alla resistenza
palestinese.
A sostegno di questo disegno repressivo si dispiega la campagna mediatica per
discreditare le manifestazioni per il popolo palestinese nel tentativo di
delegittimare il movimento popolare che si è espresso con forza contro il
genocidio.
Ne parliamo con Bassam Saleh militante palestinese.
Seguiamo in diretto la mobilitazione in risposta allo sgombero del centro
sociale Askatasuna.
L’appuntamento in strada è alle 14.30 a Palazzo Nuovo.
Stay tuned! 105.25 fm dab stream.radioblackout.org
instagram.com/radioblackouttorino
Camionette e reparti di celere sono stati schierati sin dalle prime luci
dell’alba, blindando il quartiere di Vanchiglia, nei pressi del Centro Sociale
Askatasuna. Intorno alle 6 in corso anche perquisizioni nelle case di compagni e
compagne. Quella che sembrava una perquisizione, nell’arco di qualche ora si è
dimostrata essere un’operazione massiccia verso lo sgombero. A dimostrazione
l’enorme apparato poliziesco dispiegatosi e la notizia di una circolare ricevuta
dalle scuole limitrofe che ne imponeva la chiusura oggi e domani. Lo sgombero è
stato confermato intorno alle 10 con la muratura interna degli spazi dello
stabile. Parallelamente è nato presidio, partito dalle prime ore mattutine, di
solidali che ha continuato numeroso tutto il giorno fino all’appuntamento
lanciato alle ore 18. Già alle 18:30 si contano molte centinaia di persone
radunatesi ai piedi dello stabile di Corso Regina. Lo stabile da più di un anno
stava attraversando un percorso verso il bene comune, che aveva visto l’avvio
negli ultimi mesi dei lavori di ristrutturazione interni. Non di meno il patto è
stato bloccato nella notte dal comune senza preavviso al comitato dei cittadini
proponenti. L’operazione indetta dal governo Meloni e rivendicata prontamente
dal ministro dell’interno Piantedosi, dimostra la volontà politica di reprimere
i mesi di lotta e il grande movimento per la palestina, colpendo uno di quegli
spazi che a partire dai blocchi delle stazioni, dell’industria bellica Leonardo
e delle Ogr così come il sanzionamento della Stampa, se ne erano fatti primi
promotori. Proprio la manifestazione che è entrata nella redazione della Stampa,
svoltasi in condanna di un giornalismo che ha fatto da scorta mediatica alla
repressione del movimento a sostegno del popolo palestinese e delle lotte dal
basso, divenuta il pretesto per questo atto repressivo premeditato da tempo.
Di seguito gli interventi raccolti ai microfoni di Radio Blackout nel corso
della giornata