Il femminicidio di Zoe Trinchero, massacrata e gettata in un canale, ha
sollevato ancora una volta la questione della reazione del patriarcato alla
libertà femminile, una reazione che viene negata nella sua intrinseca
politicità.
Le false accuse rivolte inizialmente ad un ragazzo straniero con sofferenza
psichica ci racconta molto delle chiavi di lettura utilizzate per
depoliticizzare la violenza contro le donne. I nodi sono due: la distanza
culturale e la malattia. Risultato? Il tentativo di linciaggio del ragazzo
calunniato da parte di un gruppo di amici della vittima.
Quando il femminicida, un ragazzo italiano della stessa cerchia di amici, ha
confessato, la reazione è stata ancora una volta patologizzante: il ragazzo
avrebbe problemi di contenimento della rabbia.
Se lui è malato gli altri sono sani e il problema non sussiste. Uno slogan
femminista lo dice in modo chiaro “il violento non è un malato ma il figlio sano
del patriarcato.
Ne abbiamo parlato con Sara Simionato di Nudm
Ascolta la diretta:
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«Siamo sotto assedio», dice il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, respingendo
la narrazione che vorrebbe lo Stato caraibico al centro di un collasso
endogeno. Accusa gli Stai Uniti e le minacce del presidente Donald Trump, ultimo
tassello di un domino destabilizzante iniziato oltre 60 anni fa con l’embargo
decretato da Kennedy. Il popolo cubano sta vivendo una crisi economica senza
precedenti ,forse peggiore del “periodo especial” susseguito al crollo dell’URSS
,la carenza di carburante ha innestato una serie di conseguenze che si
riflettono sulla vita quotidiana dei cubani. Senza elettricità gli ospedali non
possono tenere in vita i pazienti; il cibo e i farmaci marciscono nei
frigoriferi spenti; le pompe dell’acqua si fermano, aprendo la strada a
epidemie; i trasporti collassano; scuole, servizi, comunità intere vengono
paralizzate. Questo non è un rischio futuro. È la realtà quotidiana .
Al di là delle responsabilità del “bloqueo” criminale le riforme economiche di
Diaz Canel non hanno fatto altro che immettere elementi di protocapitalismo
senza intaccare le condizioni delle classi popolari e non hanno risolto i
problemi strutturali di approvvigionamento energetico e sopratutto l’accesso a
prezzi accessibili ai beni di prima necessità .
Si sono create sacche di disuguaglianza e settori legati all’esercito hanno
goduto di posizioni di rendita aumentando così lo scontento dei cubani che
affrontano le conseguenze della crisi pur rimanendo fermi nella convinzione di
difendere la dignità e la sovranità dell’isola .
Ne parliamo con Andrea Cegna giornalista freelance collaboratore di varie
testate ,esperto di America Latina
Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle
banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche nelle
Americhe. La mobilitazione, indetta in Italia dal sindacato USB e all’estero da
vari altri sindacati di lavoratori portuali, unisce il rifiuto dei traffici
bellici alla denuncia del peggioramento di salari e condizioni di lavoro. Cortei
e presìdi sono in corso nei principali porti europei e nordafricani, dal Pireo a
Bilbao, da Tangeri ad Amburgo, e in molti scali italiani. A Genova è chiamato un
corteo dal Varco San Benigno alle h. 18,30; previste mobilitazioni anche a
Livorno, Trieste, Cagliari, Ancora, Salerno e molti altri porti italiani.
Lo sciopero arriva al termine di anni di mobilitazioni contro il transito di
armi, iniziate a Genova nel 2019 e poi estese ad altri porti del Mediterraneo.
Inchieste e sequestri recenti hanno confermato il passaggio di materiali
militari nonostante i divieti. Accanto al rifiuto della logistica di guerra, il
tema centrale è il salario: l’aumento del costo della vita e la graduale corsa
al riarmo hanno eroso stipendi rimasti quasi fermi, mentre gli armatori hanno
registrato profitti record.
Ne abbiamo parlato con Riccardo, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali,
organizzazione genovese da sempre in prima linea contro le navi della guerra e
tra i principali organizzatori dello sciopero di oggi.
Le Commissioni Difesa di Camera e Senato hanno votato sette decreti. Si va dagli
obici ruotati della tedesca Krauss-Maffei Wegmann – sia nuovi che da ammodernare
– ai razzi Mlrs a lunga gittata dell’americana Lockheed Martin, dai droni-bomba
dell’israeliana Uvision ai lanciarazzi della svedese Saab, dai mortai della
francese Thomson-Brandt alle batterie contraeree del consorzio a maggioranza
anglo-francese Mbda, più un centinaio di droni da sorveglianza di Leonardo.
L’impegno di spesa pluriennale da approvare è di oltre un miliardo di euro.
L’invio di armi in Ucraina, dove il conflitto è sempre più incandescente, c’è ma
ben nascosto per non irritare i filorussi della Lega. Il PD si muove a puntello
del governo. Ne abbiamo parlato con Dario Antonelli
Ascolta la diretta:
Ieri il giudice ungherese ha pronunciato la sentenza del processo di Budapest.
Otto anni per Maja T., sette per Gabriele Marchesi, due per Anna M. (per lei
pena sospesa).
Con Marta Massa, autrice del documentario The Trials (un viaggio dentro al
processo di Maya T), commentiamo a caldo la sentenza così come il clima che si
respirava in questa udienza dove, ancora una volta, è stato dato ampio spazio a
chi rappresenta l’estrema destra del paese. Un processo tutto politico che Orbán
utilizza ancora di più in questi giorni di campagna elettorale. È fondamentale
mantenere alta l’attenzione sulla situazione, maggiori informazioni anche sulla
pagina free maja.
Dall’insediamento del governo Meloni, accanto agli sgomberi più discussi del
Leoncavallo e di Askatasuna, nella città di Roma si sono susseguiti sgomberi di
occupazioni a ritmo costante.
All’alba del 29 Gennaio, infatti, mentre veniva sgomberato lo Squat ZK di Ostia,
al sesto ponte del Laurentino L38 Squat riceveva tramite affissione un avviso
che fissa lo sgombero in 30 giorni.
Le lotte e le forme di resistenza quotidiane portate avanti negli anni insieme e
vicino alle persone che vivono quartieri nel mirino della speculazione e nei
quali la vita viene resa sempre più insostenibile dalle istituzioni, hanno reso
possibili relazioni attraverso le quali provare a resistere. Lo dimostra una
lettera scritta da abitanti del quartiere Laurentino 38, dopo un incendio
avvenuto in uno degli alloggi Ater dove non viene effettuata la manutenzione
degli impianti di riscaldamento: “Qui tra le fiamme si muore“.
[…] Ci vogliono isolati, sospettosi dell’altro e deboli, per poterci
controllare. Così i luoghi di incontro, le nostre piazzette, i nostri muretti e
i nostri vicini, diventano nemici da combattere, spazi da sgomberare, persone da
silenziare, comunità da perseguitare. […] Lo squat è casa nostra! Sono i vicini
a cui andiamo a bussare quando nessuno ci apre la porta. […] Quando lo squat
verrà sostituito dall’ennesimo cantiere che resterà incompiuto, tutti avremo
perso e la solitudine farà più paura della violenza.
La risposta a sgomberi e minacce quindi rilancia: “Occupiamo ancora, facciamo
piangere i ricchi e i politici”.
Il 14 Febbraio è prevista una street parade che attraverserà il quartiere del
Laurentino, per ritrovarsi sotto cassa e celebrare quelle relazioni grazie alle
quali si trova la forza di resistere.
Grazie al contributo di una compagna di L38Squat raccontiamo sulle libere
frequenze di Radio Blackout come si prova a resistere in questa periferia
romana.
Ascolta qui:
La giornata di sabato 31 gennaio ha visto scendere in piazza oltre 60mila
persone, in un corteo nato dalla chiamata seguita allo sgombero dell’Askatasuna
del 18 dicembre, ma capace di allargarsi a una critica complessiva al governo.
Al centro della mobilitazione l’opposizione alle politiche di guerra e di
riarmo, la denuncia della collaborazione e del servilismo verso il genocidio in
Palestina da parte del governo sionista, così come il rifiuto dei processi di
militarizzazione della società, dalle nostre città alle scuole e alle
università, e la difesa degli spazi sociali. Un corteo attraversato da una
partecipazione ampia ed eterogenea, capace di tenere insieme comitati di
quartiere, lavorator3, sindacati e student3.
Sulle principali testate giornalistiche, però, si legge quasi esclusivamente
della “violenza” agita da una parte dell3 manifestanti, costruendo la ben nota
retorica della divisione tra “buoni e cattivi” e portando avanti una narrazione
che ribalta completamente cause ed effetti della rabbia espressa sabato.
In particolare, circolano su tutti i media le immagini del poliziotto ferito,
utilizzate dalla destra — e non solo — per invocare un’accelerazione dell’iter
di approvazione del nuovo pacchetto sicurezza, che introduce nuove leggi
liberticide, e tra le altre, contro le manifestazioni di piazza. Non trovano
invece spazio le testimonianze degli abusi e delle violenze agite dalla polizia:
dalle centinaia di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, alle cariche, fino
all’uso di idranti e ai pestaggi di divers3 manifestanti. Qui il link alla
testimonianza della giornalista Rita Rapisardi:
https://www.instagram.com/p/DUOfhn6Dfkn/?igsh=NDZrbzJ3dG5qMHhi
Nella serata di domenica 1 febbraio, l’intera comunità studentesca, docente,
precaria e lavoratrice di UNITO ha ricevuto una mail firmata dalla rettrice
Prandi e dal prorettore Cuniberti, nella quale si chiede “a ogni organizzazione,
gruppo o coordinamento della nostra comunità di prendere posizione rispetto ai
fatti violenti di ieri”.
Dopo settimane di chiusura — non solo dello spazio fisico di Palazzo Nuovo, ma
anche di qualsiasi reale dialogo con la componente studentesca — l’Università
sceglie di prendere parola in piena linea con le politiche di governo, in modo
del tutto ipocrita considerando che mai si è espressa o ha richiesto una
compatezza della comunità universitaria né sui licenziamenti di massa del
personale precario né sulle violenze che, in mondovisione, accompagnano il
genocidio in Palestina.
In un’università sempre più modellata come un’azienda e asservita agli interessi
militari, dove viene sistematicamente smantellata la costruzione di un sapere
critico e di un dibattito libero, abbiamo chiesto un commento sul ruolo che
l’università stessa ha avuto in queste settimane di costruzione della giornata
di sabato.
Nella stessa mail si comunica non solo la chiusura di Palazzo Nuovo per la
giornata di oggi, lunedì 2 febbraio, ufficialmente per ragioni di
“igienizzazione”, ma si fa anche riferimento alle chiusure dei giorni
precedenti, motivate da presunte “attività non autorizzate e del tutto
incompatibili con i luoghi occupati”. L3 occupanti avevano tuttavia dichiarato
fin dall’inizio che tutte le attività didattiche sarebbero state garantite e,
anzi, arricchite da momenti di formazione dal basso, confronto e socialità.
Queste misure di chiusura sono evidentemente il prodotto di pressioni politiche,
non solo ministeriali ma anche poliziesche, che — nel nome dell’“ordine
pubblico” e degli interessi del governo — scavalcano le reali esigenze
dell’università e della sua comunità.
Allo stesso modo, dal caso dello sgombero di Askatasuna appare evidente come le
volontà di governo facciano pressione anche sull’amministrazione locale,
portando ad una vera e propria escalation repressiva: dalla militarizzazione del
quartiere Vanchiglia alla chiusura delle scuole, fino all’uso e alla
legittimazione della forza e di strumenti intimidatori da parte della polizia
già prima del corteo, con quasi 800 persone fermate e perquisite.
Di fronte a un governo che sceglie apertamente la strada della militarizzazione
e della repressione, diventa necessario rilanciare i prossimi appuntamenti
nazionali: lo sciopero dei porti del 6 febbraio, l’opposizione alle Olimpiadi
del 7 febbraio e la due giorni di Livorno del 21–22 febbraio, per costruire
un’opposizione ampia ed eterogenea contro il governo e le sue politiche di
guerra, sempre più lontane dagli interessi reali di chi vive in questa società.
In ultimo, abbiamo fatto insieme il punto legale. Purtroppo tre persone sono
state arrestate nella serata di sabato e si trovano attualmente recluse nel
carcere delle Vallette di Torino, con accuse molto gravi, per le quali è stata
richiesta la convalida della detenzione in carcere. Nel pomeriggio di ieri,
domenica 1 febbraio, è stato organizzato un momento di saluto solidale e
complice sotto il carcere delle Vallette.
Aggiornamenti in diretta dal corteo nazionale
L’1% più ricco continua ad allungare le distanze, mentre miliardi di persone
scivolano o restano intrappolate nella precarietà. È il quadro che emerge
dall’ultimo report di Oxfam, “Resistere al dominio dei ricchi”. Difendere la
libertà dal potere dei miliardari, che fotografa una concentrazione di ricchezza
senza precedenti e il suo impatto diretto sulla libertà e sulle condizioni
materiali di vita di miliardi di persone. Secondo l’organizzazione, negli ultimi
cinque anni i patrimoni dei miliardari sono cresciuti a una velocità tripla
rispetto al periodo precedente. Il numero dei super-ricchi ha superato quota
3.000 e, per la prima volta nella storia recente, un singolo individuo ha
accumulato una ricchezza superiore ai 500 miliardi di dollari. Nello stesso arco
temporale, quasi una persona su quattro nel mondo affronta la fame o una grave
insicurezza alimentare. Due curve che si muovono in direzioni opposte: in alto,
l’accumulo estremo; in basso, l’erosione delle condizioni di vita.
Ne abbiamo parlato con Andrea Fumagalli, economista
Ascolta la diretta:
L’Unione Europea e l’India hanno firmato uno storico accordo di libero scambio
destinato a eliminare o ridurre gradualmente i dazi su una parte enorme degli
scambi tra i due blocchi, con l’obiettivo di rafforzare i rapporti commerciali e
politici in un contesto di tensioni globali sui dazi. Secondo i dati resi noti
dalle istituzioni europee, l’intesa prevede l’eliminazione dei dazi su oltre il
96 % delle merci scambiate per valore, con risparmi stimati in circa 4 miliardi
di euro l’anno per le esportazioni UE verso l’India; ciò include riduzioni
significative o l’azzeramento di tariffe su auto, macchinari, prodotti chimici e
farmaceutici e l’apertura a prodotti agroalimentari come vini e oli, mentre
alcuni settori sensibili restano esclusi dal regime di liberalizzazione. Allo
stesso tempo, l’India taglierà le tariffe su una quota analoga di esportazioni
verso l’UE, consentendo alle sue merci — dai tessuti ai prodotti marini, dal
cuoio ai metalli di base — di entrare più facilmente nel mercato europeo.
Abbiamo parlato di questo accordo con Mattia Miavaldi, collaboratore de Il
Manifesto e autore di Un’altra idea dell’India (ADD editore, 2025).