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In Albania continuano le proteste
Con Julie JL, attivista della diaspora albanese, discutiamo di come stiano proseguendo le proteste nel paese. Queste vanno avanti da ormai più di 45 giorni, animate da persone anche molto diverse tra loro. Il tema della svendita del territorio, delle pressioni USA e della corruzione rimangono al centro della discussione, mentre, ci spiega Julie, è sempre più chiaro che le persone si aspettano una vera e propria transizione politica. Nell’intervista anche un affondo sui primi risultati della mobilitazione e un invito a proseguire e sostenere questa lotta – legata alle tante forme di resistenza che vengono portate avanti anche qui e in altri paesi.
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Intervista a Dina, libera dalle carceri libiche
Dina e Domenico sono i due attivisti italiani che hanno preso parte al Land Convoy verso Gaza, la missione via terra nel quadro della campagna di solidarietà internazionale alla Palestina della Global Sumud Flottilla, e poi sono stati fermati e sequestrati in Libia, nella zona controllata da Haftar. La missione aveva l’obiettivo di rompere l’assedio a Gaza, portando aiuti umanitari e rimettere al centro del dibattito pubblico le responsabilità dei governi come quello italiano nella complicità al genocidio. Oggi Dina è tornata in Italia e con lei gli altri attivisti arrestati sono stati liberati ma rimane fondamentale tenere alta l’attenzione sulla situazione in Palestina, in una fase in cui la guerra di Usa e Israele ha ripreso in intensità nella regione con gli attacchi verso l’Iran. Gli occhi vanno puntati su Gaza, sui prigionieri palestinesi come il medico di Gaza Hussam Abu Safiya detenuto in maniera completamente arbitraria le cui condizioni di salute sono molto peggiorate. La flottilla intanto si sta riorganizzando, recupera le imbarcazioni alla deriva per nuove possibili missioni e iniziative. Ai nostri microfoni Dina racconta l’esperienza del Global Sumud Land Convoy
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Sgomberato SOCS
A ventiquattro ore dallo sgombero del Bencivenga a Roma -avvenuto dopo la ri occupazione dello stabile, già sgomberato lo scorso giugno nell’ambito dell’inchiesta sui sabotaggi alla linea ferroviaria ad alta velocità – le forze dell’ordine sono intervenute a Milano per mettere fine all’occupazione universitaria del Settore occupato Città Studi (SOCS). Stamattina all’alba, numerosi celerini, digossini e altro personale di polizia hanno fatto irruzione negli immobili di via Celoria 26, di proprietà dell’Università Statale, occupati dal 2024 in sostegno al popolo palestinese, rimanendo in forze a presidiare l’intera sede universitaria, durante gli ultimi giorni della sessione estiva. Durante l’assedio poliziesco, si è formato un presidio di solidarietà nel piazzale di chimica di città studi, settore didattico, raggiungibile da Via Golgi 19. L’invito è quello di andare lì e rimanere aggiornatx sul canale telegram @soscmultiverse, le iniziative sono in continuo aggiornamento!
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Francia: nuove alleanze e mobilitazioni contro la violenza patriarcale@1
A seguito della morte di Lyhanna, una bambina di 11 anni uccisa dal suo aggressore, migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia. Dopo il primo appuntamento, l’8 giugno, le mobilitazioni sono continuate: la chiamata è ogni lunedì, davanti ai tribunali. Insieme a Luge, una compagna del collettivo féministes révolutionnaires , abbiamo riflettuto come Il caso di Lyhanna sia diventato immediatamente politico: mentre il governo e il Ministro della Giustizia hanno parlato di un “disfunzionamento” del sistema giudiziario, i movimenti femministi e per i diritti dei/delle bambinx hanno denunciato questo delitto come l’ennesima espressione della violenza sistemica che lo Stato non riesce o non vuole contrastare efficacemente.  A partire dall’analisi delle piazze e dei loro contenuti, anche contraddittori e problematici come l’aumento delle pene senza guardare ad approcci e bisogni sistemici come l’educazione, Luge delinea un quadro di lotta complesso. Prima di tutto le piazze chiedono azioni concrete, culminando nella proposta di una grande manifestazione nazionale il 4 luglio e di uno sciopero generale femminista fissato per il 7 settembre. Inoltre, viene data grande enfasi alla lotta contro l’adultismo (il sistema di dominazione degli adulti sui minori) e alla creazione di nuove alleanze tra movimenti transfemministi e movimenti “enfantistes”, ovvero che mettono anche la prospettiva dei/delle bambinx al centro. Il movimento ricorda dati allarmanti: si stima che ogni anno in Francia 160.000 bambinx siano vittime di violenze sessuali, quasi uno ogni tre minuti. Un nodo centrale è quello del femminismo anti carcerario e il suo ruolo in questo contesto: emerge infatti una spaccatura tra il femminismo istituzionale, che richiede una legge quadro basata su investimenti e un femminismo intersezionale e anticarcerario che vuole avere voce in capitolo. Quest’ultimo, rappresentato da collettivi come féministes révolutionnaires , critica, ad esempio, l’approccio puramente punitivista, sottolineando come la repressione colpisca prioritariamente le popolazioni già marginalizzate e precarie. L’intervista mette in luce anche il lavoro che vogliono portare avanti con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali (2027). Mettono in guardia contro i tentativi dell’estrema destra (collettivo Némésis primo tra tutti) di strumentalizzare la lotta alla pedocriminalità per promuovere agende razziste, transfobiche o per chiedere il ripristino della pena di morte. Il movimento transfemminista risponde alla presenza della destra rivendicando pratiche di autodifesa e alleanze antifasciste per presidiare le piazze. Registrato in francese:
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VIA LIBERA AGLI OGM DAL PARLAMENTO EUROPEO
Il 17 giugno 2026 il Parlamento europeo ha approvato una nuova normativa sulle Nuove Tecniche Genomiche (NGT), denominate in Italia anche TEA, Tecniche di Evoluzione Assistita. La riforma introduce una distinzione tra diverse categorie di organismi ottenuti tramite editing genetico e segna una profonda deregolamentazione del quadro normativo europeo costruito negli ultimi vent’anni sugli OGM. Fino ad oggi, gli organismi geneticamente modificati erano sottoposti a procedure di autorizzazione, valutazione del rischio, tracciabilità ed etichettatura. Con la nuova normativa, invece, una parte delle piante ottenute attraverso le NGT – le cosiddette NGT1 – viene assimilata alle varietà ottenute tramite selezione convenzionale. Per questo motivo non sarà soggetta agli stessi obblighi previsti per gli OGM tradizionali: il procedimento utilizzato per ottenerle non dovrà essere indicato nei prodotti destinati ai consumatori e non sarà prevista una tracciabilità lungo la filiera analoga a quella oggi esistente per gli OGM. Particolarmente controversa è la questione dei brevetti. Nel corso dell’iter legislativo sono stati respinti alcuni emendamenti che avrebbero limitato l’estensione della proprietà intellettuale sui caratteri genetici presenti nelle nuove varietà. Ciò potrebbe favorirà l’appropriazione privata di caratteristiche genetiche che derivano da un lungo lavoro di selezione svolto per generazioni da agricoltori e comunità rurali, rafforzando ulteriormente il controllo delle grandi imprese sementiere sul mercato delle sementi e alimentando un sistema economico sempre più centrato sulla valorizzazione dei brevetti.  In risposta alla nuova normativa europea, alcune organizzazioni del mondo contadino e agroecologico stanno promuovendo iniziative dal basso, che spaziano dal locale all’internazionale. Tra queste vi è la proposta avanzata da Associazione Rurale Italiana e da Centro Internazionale Crocevia di invitare i consigli comunali ad approvare delibere con cui dichiarare il proprio territorio contrario alla diffusione di OGM e NGT/TEA, riaffermando l’impegno per la tutela della biodiversità agricola, delle sementi contadine e delle produzioni locali. Ne abbiamo parlato con Alessandra Turco di ARI associazione rurale italiana e membro del coordinamento europeo di Via Campesina:
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Peru: in un paese profondamente diviso, la destra di Fujimori vince alle presidenziali
Una settimana di spoglio dei voti alle elezioni presidenziali del Peru si salda con la risicatissima vittoria della estrema destra di Keiko Fujimori (figlia dell’ex-presidente e dittatore peruviano Alberto Fujimori, le cui politiche contro la guerriglia di Sendero Luminoso e le classi popolari peruviane gli erano valse accuse di genocidio).Il 50,1% dei voti per Fujimori contro il 49,9% per Roberto Sanchez, il candidato della sinistra, dipingono un paese profondamente diviso: le zone centrali e costiere hanno votato per Fujimori, mentre le province più povere, soprattutto le zone andine – culla del conflitto armato interno che ha scosso il Peru tra il 1980 e il 1997 – si sono espresse a favore di Sánchez. Al di là delle profonde contraddizioni sociali e geografiche del Perù, e del loro risvolto elettorale, Il paese andino è reduce da una lunga serie di scandali di corruzione e mala-politica che hanno visto una interminabile fila di presidenti ed ex-presidenti incarcerati – da Fujimori a Pedro Castillo. Castillo è stato il primo presidente marxista del Paese, un maestro rurale delle zone andine: eletto nel 2021, è stato da subito fortemente osteggiato dall’establishment peruviano e dalle Camere, ed infine deposto dall’esercito e dalla Vice-Presidentessa dopo poco più di un anno di governo. Proprio contro quello che era stato percepito come un golpe ai danni del primo presidente di sinistra del paese erano esplose enormi proteste che avevano coinvolti giovani, contadini e altri settori sociali e che avevano paralizzato il Peru per mesi. Abbiamo parlato con Daniele Benzi che vive a Lima ed insegna all’Universidad Pontificia del Peru, delle elezioni, dei conflitti sociali peruviani, del ruolo della diaspora e della collocazione del paese andino all’interno del più ampio scenario latinoamericano.
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Colombia, ballottagio presidenziali 21 Giugno: la sfida contro l’estrema destra
Insieme a Paula, sindacalista colombiana radicata in Italia e con Nicolas Roa, editore della rivista colombiana Controcorrente abbiamo affrontato alcune delle questioni che inaspriscono il clima elettorale in vista del ballottaggio definitivo questa domenica 21 Giugno 2026, che deciderà la presidenza Colombiana tra Ivàn Cepeda, rappresentante del Pacto Historico per la sinistra progressista e l’avvocato e imprenditore Abelardo de la Espriella in testa al partito di destra Firmes por la Patria. Dall’ ultima votazione di ballottaggio del 31 Maggio, nella quale nessun candidato ha raggiunto il 50%+1 dei voti validi, ma che ha visto De la Espriella affermarsi vincitore con una differenza di meno di un millioni di voti, è emerso anche un’ astensionismo di circa il 40%. A far fronte alla mancanza di voti in vista del secondo ballottaggio entrambe le campagne hanno insistito su alcuni punti che si pongono come cardine delle loro campagne: De la Espriella si è appoggiato fortemente all’uso di social network per diffondere il suo programma focalizzato sull’imprenditoria, la religione e la sicurezza e la collaborazione con gli Stati Uniti. Dall’altra parte, Ivàn Cepeda senatore, membro della sinistra storica e figura centrale nei processi di pace con las Farc del 2016 si pone in continuità con il progetto politico del governo in atto, el Pacto Historico nato in risposta allo sciopero nazionale del 2021 e si appoggia nella mobilitazione cittadina nelle piazze e di recente anche in piattaforme virtuali, il supporto delle comunità indigene e la continuazione delle politiche degli accordi di pace. Nicolas Roa (de la Revista Contracorriente) ci ricorda che la distribuzione territoriale dei voti è un fattore non solo molto importante ma anche molto espressivo delle dinamiche del conflitto armato e con le forze statali. La sinistra ha ricevuto più supporto nelle regioni che storicamente sono state più colpite dalla guerra, la disuguaglianza e l’abbandono statale, è il caso ad esempio della Costa Caribe a nord della Colombia, il sudoccidente nazionale come nelle regioni del Pacifico e infine le zone Amazzoniche e dell’ Orinoquia a est del territorio. Il centro del paese (la regione Andina) si esprime favorevolmente al candidato de la Espriella, in particolare le regioni di Santander e Antioquia. Abbiamo infine commentato le posizioni di entrambi i canditati in materia economica, specialmente per quando riguarda i trattati di libero commercio di cui la Colombia ne è firmataria agli Stati Uniti. Ascolta qui l’approfondimento:
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Intesa Usa-Iran: i punti critici
Trump è vinto. Questa è il dato che viene fuori dal piano di intesa con l’Iran e sta facendo il giro del mondo. Il piano in 14 punti proposto dagli Usa viene letto come il sintomo di una resa a fronte di un avversario, l’Iran, che nonostante sia stato aggredito ha mostrato una tenuta piuttosto decisiva. I punti dell’accordo che si firmerà venerdì riportano alcune questioni cruciali: il controllo di Hormuz, il programma nucleare iraniano, le sanzioni e, soprattutto, la fine dell’attacco da parte di Israele al Libano e Gaza. Un punto cruciale che rappresenta anche il terreno sul quale si potranno esacerbare nuove dinamiche belliche e che potrà portare all’inasprimento dei rapporti tra i due alleati. Un commento a caldo con Antonello Sacchetti, giornalista indipendente e curatore dell’omonimo canale YouTube
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Memorandum d’intesa USA-Iran ma nessuna pace per il Libano
Nella notte tra domenica e lunedì Stati Uniti e Iran hanno concluso il negoziato, arrivando alla firma di un memorandum d’intesa. La firma ufficiale è prevista in Svizzera il 19 giugno. Questo accordo va letto principalmente come una cornice negoziale generale: le questioni più controverse, a partire dal programma nucleare iraniano, dalle sanzioni e dagli equilibri regionali, non sono ancora state definite e dovranno essere oggetto di negoziati successivi. Una delle questioni più delicate riguarda le ricadute sul Libano. Israele, infatti, non ha mai sostenuto questa tregua, mentre l’Iran ha sempre ribadito che la fine dei bombardamenti israeliani sul Libano rappresenta una parte integrante dell’accordo. Lo si è visto chiaramente con il pesante bombardamento del quartiere di Dahiyeh, nella periferia sud di Beirut, avvenuto poche ore prima della conclusione del negoziato tra Stati Uniti e Iran. Il 9 giugno l’offensiva israeliana in Libano ha raggiunto i cento giorni, decine di villaggi del sud del Paese sono stati distrutti o gravemente danneggiati. Le forze israeliane hanno occupato circa 2.000 chilometri quadrati di territorio libanese, nella più ampia avanzata dai tempi dell’occupazione del Libano iniziata nel 1982. L’obiettivo di Israele è chiaro: proseguire i bombardamenti fino a rendere permanentemente inabitabili ampie aree del Libano meridionale, mantenendo così un’occupazione militare stabile in quelle zone. È la cosiddetta “zona cuscinetto”, che inizialmente avrebbe dovuto estendersi fino al fiume Litani ma che, di fatto, continua a spostarsi sempre più a nord. Una dinamica analoga a quella osservata nella Striscia di Gaza, dove il governo Netanyahu ha annunciato l’intenzione di mantenere il controllo di porzioni sempre più vaste del territorio, fino al 70 per cento della Striscia. Pur con modalità militari differenti, processi simili di colonizzazione sono evidenti anche in Cisgiordania, dove proseguono i piani di espansione degli insediamenti e di consolidamento del controllo israeliano sul territorio. Tra i casi più significativi c’è quello della comunità di Khan al-Ahmar, che da prima del 2018 resiste al piano E1, il progetto di espansione israeliana che punta ad aumentare il controllo delle aree attorno a Gerusalemme e che contribuirebbe a dividere ulteriormente la Cisgiordania tra nord e sud. Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, corrispondente per Il Manifesto e direttore di Pagine Esteri.
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Guerra all’Iran: gli USA bombardano mentre Netanyahu prepara il piano per la guerra permanente a Gaza e in Libano
Nella notte gli Stati Uniti hanno ricominciato a bombardare l’Iran utilizzando come casus belli l’abbattimento dell’aeroplano Apache di qualche giorno fa mentre sorvolava le acque di Hormuz. Secondo Washington la responsabilità è iraniana, dunque, ad aver fatto saltare il banco negoziale, su cui venivano riposte ben poche speranze da entrambe le parti. Sono stati colpiti quindi 20 siti iraniani nell’isola di Qeshm, nella città di Sirik e nel porto di Jask sul Golfo di Oman. Sono stati colpiti anche due serbatoi di acqua potabile tagliandone l’accesso a circa 20 mila persone. L’Iran ha contrattaccato colpendo basi americane nel Golfo in Barhain, Giordania e Kuwait. Il tutto avviene con Israele che continua a violare il “cessate il fuoco” in Libano e prepara l’IDF per una nuova offensiva su larga scala a Gaza, perpetuando violenze e massacri in Cisgiordania e lanciando annunci contro Hezbollah seguendo il copione narrativo già utilizzato contro Hamas. Che sia una opzione per rilanciare sulla sua vittoria alle prossime elezioni o per farle rimandare causa guerra aperta poco cambia, il punto è che l’interesse di Netanyahu continua ad essere quello di una guerra permanente per estendere il suo progetto coloniale e di occupazione, estrarre risorse e sgomberare il campo da altre opzioni politiche nella Regione. Così come la guerra all’Iran ha probabilmente seguito un corso non completamente prevedibile anche il Libano meridionale e la periferia Sud di Beirut confermano una resistenza sul territorio che non è scontata e non va sottovalutata anche da parte degli eserciti più potenti al mondo. Facciamo il punto con Eliana Riva, giornalista per Il Manifesto e PagineEsteri
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