Mentre la repressione contro il movimento che si oppone al genocidio a Gaza
cresce in tutta Europa in Italia i casi giudiziari in cui la magistratura fa da
passacarte per l’IDF si moltiplicano.
Da una parte i progetti legislativi che puntano a criminalizzare ogni critica
verso lo stato di Israele trasformandola in una manifestazione di antisemitismo
,leggi sostenute dai sionisti di tutto l’arco costituzionale, dall’altro
operazioni giudiziarie come quella di Genova contro Hannoun o il processo in
corso contro Anan ,Mansour e Ali’ in cui le cosidette prove prodotte dai servizi
israeliani sono utilizzate per criminalizzare il sostegno alla resistenza
palestinese.
A sostegno di questo disegno repressivo si dispiega la campagna mediatica per
discreditare le manifestazioni per il popolo palestinese nel tentativo di
delegittimare il movimento popolare che si è espresso con forza contro il
genocidio.
Ne parliamo con Bassam Saleh militante palestinese.
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Seguiamo in diretto la mobilitazione in risposta allo sgombero del centro
sociale Askatasuna.
L’appuntamento in strada è alle 14.30 a Palazzo Nuovo.
Stay tuned! 105.25 fm dab stream.radioblackout.org
instagram.com/radioblackouttorino
Camionette e reparti di celere sono stati schierati sin dalle prime luci
dell’alba, blindando il quartiere di Vanchiglia, nei pressi del Centro Sociale
Askatasuna. Intorno alle 6 in corso anche perquisizioni nelle case di compagni e
compagne. Quella che sembrava una perquisizione, nell’arco di qualche ora si è
dimostrata essere un’operazione massiccia verso lo sgombero. A dimostrazione
l’enorme apparato poliziesco dispiegatosi e la notizia di una circolare ricevuta
dalle scuole limitrofe che ne imponeva la chiusura oggi e domani. Lo sgombero è
stato confermato intorno alle 10 con la muratura interna degli spazi dello
stabile. Parallelamente è nato presidio, partito dalle prime ore mattutine, di
solidali che ha continuato numeroso tutto il giorno fino all’appuntamento
lanciato alle ore 18. Già alle 18:30 si contano molte centinaia di persone
radunatesi ai piedi dello stabile di Corso Regina. Lo stabile da più di un anno
stava attraversando un percorso verso il bene comune, che aveva visto l’avvio
negli ultimi mesi dei lavori di ristrutturazione interni. Non di meno il patto è
stato bloccato nella notte dal comune senza preavviso al comitato dei cittadini
proponenti. L’operazione indetta dal governo Meloni e rivendicata prontamente
dal ministro dell’interno Piantedosi, dimostra la volontà politica di reprimere
i mesi di lotta e il grande movimento per la palestina, colpendo uno di quegli
spazi che a partire dai blocchi delle stazioni, dell’industria bellica Leonardo
e delle Ogr così come il sanzionamento della Stampa, se ne erano fatti primi
promotori. Proprio la manifestazione che è entrata nella redazione della Stampa,
svoltasi in condanna di un giornalismo che ha fatto da scorta mediatica alla
repressione del movimento a sostegno del popolo palestinese e delle lotte dal
basso, divenuta il pretesto per questo atto repressivo premeditato da tempo.
Di seguito gli interventi raccolti ai microfoni di Radio Blackout nel corso
della giornata
La Casa Bianca ha pubblicato, qualche settimana fa, la sua strategia per la
sicurezza nazionale, un documento elaborato da ogni amministrazione
presidenziale statunitense per definire le priorità della politica estera. Il
documento statunitense delinea la visione del mondo “America First” del
presidente degli Stati Uniti Donald Trump e ha un tono insolitamente critico nei
confronti dell’Europa.
Abbiamo chiesto a Francesco Dall’Aglio, medievista, ricercatore presso
l’Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia un commento al
piano strategico di Trump. Nell’approfondimento, ci facciamo anche raccontare le
dimissioni del governo in Bulgaria e lo stato dei negoziati di pace tra Russia e
Ucraina.
Il Consiglio dell’Unione europea, nella sessione che riunisce i ministri
dell’interno, ha approvato proposte di modifica al regolamento sul trattamento
delle persone che giungono in Europa. Si tratta di modifiche che potrebbero
portare a rifiuti automatici delle domande di protezione internazionale.
Queste modifiche, che hanno visto l’opposizione di Francia, Spagna, Portogallo e
Grecia, arrivano con il sostegno del Partito popolare e non ci si aspettano
grandi cambiamenti nel prossimo passaggio per l’approvazione finale, ovvero il
voto nel Parlamento Europeo, dove avranno sicuramente il sostegno dei partiti di
estrema destra.
Il fulcro della nuova normativa è la nozione di “paese sicuro” da cui deriva un
rifiuto quasi automatico per le domande di asilo provenienti dai paesi inseriti
nella lista dell’UE. Sebbene ogni domanda debba comunque essere esaminata,
l’inserimento in lista comporta l’applicazione della procedura accelerata di
frontiera, che riduce notevolmente le garanzie di esame . Soprattutto si
verifica un’inversione dell’onere della prova, perché tocca al richiedente
dimostrare le ragioni per cui, nonostante il paese sia ritenuto sicuro in
generale, non lo è nel suo caso specifico.
La modifica più grave riguarda l’ampliamento della nozione di Paese Terzo
Sicuro. Un concetto che fino ad oggi era applicabile “solo in via residuale, per
pochissimi casi” solo se il richiedente asilo avesse “legami significativi” con
tale paese (come proprietà o familiari), che rendessero ragionevole il suo
ritorno. Invece ora con questa modifica un paese diventa “sicuro” anche se una
persona richiedente asilo vi ha semplicemente transitato prima di arrivare
nell’UE.
Ne abbiamo parlato con l’avvocato Eugenio Losco
ascolta la diretta:
La fabbrica RWM da anni attiva in Sardegna in una porzione di territorio, il
Sulcis, di proprietà della tedesca Rheinmetall, vedrà molto probabilmente il via
libera per il suo ampliamento. Una questione che riguarda molti aspetti: da
quello ambientale, al ricatto sul lavoro e all’occupazione, alla volontà di
contrapporsi alla complicità del nostro Paese con il genocidio in Palestina.
La fabbrica produce bombe, sistemi di “difesa” sottomarina e controminamento,
fra cui droni che vengono venduti a Israele. La presidente della Regione Todde,
già al centro di diverse bufere e opposizione dal basso, ha annunciato la
propensione al sì per il suo ampliamento durante – ironia della sorte – il
convegno nazionale organizzato dall’Arci a Cagliari per promuovere
collaborazione e pace nel Mediterraneo.
Questa decisione implicherebbe una sanatoria de facto per gli ampliamenti già
avvenuti negli anni precedenti, non autorizzati, e la Regione avrebbe così
l’opportunità di esprimersi su una Valutazione di Impatto Ambientale postuma.
Questa decisione è stata immediatamente contestata da parte dei comitati e delle
realtà territoriali sarde che si battono contro una politica che rende la
Sardegna zona di servitù militare ed energetica.
Questa domenica ci sarà una mobilitazione davanti a RWM organizzata dai comitati
locali contro la fabbrica, che da anni si mobilitano per la sua chiusura e i
comitati per la Palestina, tutti insieme per protestare contro il suo
ampliamento.
Ne parliamo con Lisa Ferreli, caporedattrice di Sardegna che Cambia, autrice
dell’articolo dal titolo Sardegna, via libera alle bombe. Rwm verso il sì della
Regione e i movimenti insorgono
Di seguito il comunicato del comitato sardo per la Palestina
𝑫𝑨 𝑪𝑯𝑬 𝑷𝑨𝑹𝑻𝑬 𝑺𝑻𝑨𝑰?
𝗖𝗢𝗥𝗧𝗘𝗢 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗟’𝗔𝗠𝗣𝗟𝗜𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗪𝗠 |
𝗥𝗘𝗚𝗜𝗢𝗡𝗘
𝑴𝑨𝑵𝑰𝑭𝑬𝑺𝑻𝑨𝑫𝑨 𝑪𝑶𝑵𝑻𝑹𝑨 𝑺’𝑨𝑴𝑴𝑨𝑵𝑵𝑰𝑨𝑫𝑨 𝑫𝑬 𝑺𝑨 𝑹𝑾𝑴 |
𝑹𝑬𝑮𝑰𝑶𝑵𝑬, 𝑫𝑨𝑬 𝑪𝑨𝑳𝑬 𝑷𝑨𝑹𝑻𝑬 𝑰𝑺𝑻𝑨𝑺?
Domenica 14 dicembre ore 10.30
Ritrovo alla Stazione Villamassargia
𝗟’𝗥𝗪𝗠 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘀𝘃𝗶𝗹𝘂𝗽𝗽𝗼, 𝗻𝗼𝗻 𝗹𝗮𝘀𝗰𝗶𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗰𝗵𝗲𝘇𝘇𝗮
𝗶𝗻 𝗦𝗮𝗿𝗱𝗲𝗴𝗻𝗮.
Gli enormi guadagni volano fuori, in Germania, in Israele.
I pochi posti di lavoro sono nulla rispetto alle risorse sottratte, al vero
sviluppo che non viene promosso per costringerci ad un lavoro indegno.
𝗜𝗹 𝘃𝗲𝗿𝗴𝗼𝗴𝗻𝗼𝘀𝗼 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗮𝘁𝘂𝗺 𝗶𝗺𝗽𝗼𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗮𝗹 𝗧𝗔𝗥 alla
Regione Sardegna riguardo all’ampliamento abusivo della RWM, sta volgendo al
termine e nulla sembra trapelare dal palazzo del potere. Potrebbe sembrare un
buon segnale, eppure la realtà è più cruda.
Se la Regione non si pronuncia, lo Stato metterà una pezza con il
commissariamento. E questo significa sacrificare ulteriormente la nostra terra
sull’altare dello sfruttamento e della produzione bellica.
𝗗𝗼𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘁𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲
𝗧𝗼𝗱𝗱𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗮𝗰𝗿𝗶𝗳𝗶𝗰𝗵𝗶 𝗹𝗮 𝗦𝗮𝗿𝗱𝗲𝗴𝗻𝗮 𝗮𝗱
𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗶.
Per questo il 14 dicembre non è una semplice data: è il momento della verità.
𝗦𝗲 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗶, 𝗱𝗲𝗰𝗶𝗱𝗲𝗿𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗻𝗼𝗶.
Decideranno che la Sardegna può essere sacrificata, sfruttata, militarizzata.
La Regione tentenna, Roma scalpita, la RWM si sfrega le mani. L’unico argine
reale siamo noi: la nostra presenza, la nostra voce, la nostra determinazione.
Ognuno conta.
Ogni persona presente farà la differenza. Ogni assenza sarà vantaggio per
l’altra parte.
𝗣𝗲𝗿 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝟭𝟰 𝗱𝗶𝗰𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 𝗱𝗼𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲
𝗺𝗮𝗿𝗲𝗮 𝗱𝗮𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗶 𝗰𝗮𝗻𝗰𝗲𝗹𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗥𝗪𝗠.
Per difendere la Sardegna.
Per dire NO, forte e chiaro, prima che sia troppo tardi.
𝙄𝙡 14 𝙙𝙞𝙘𝙚𝙢𝙗𝙧𝙚 𝙤 𝙘𝙞 𝙨𝙞𝙖𝙢𝙤, 𝙤 𝙙𝙚𝙘𝙞𝙙𝙤𝙣𝙤 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤
𝙙𝙞 𝙣𝙤𝙞.
𝙀 𝙣𝙤𝙞 𝙘𝙞 𝙨𝙖𝙧𝙚𝙢𝙤. 𝙏𝙪𝙩𝙩𝙚 𝙚 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙞.
> Comitato Sardo di Solidarietà con la Palestina
Il 2024 è stato un anno record per l’industria bellica con ricavi globali pari a
600 miliardi.
L’industria delle armi non conosce crisi. Trainate dalle guerre in Ucraina e
Gaza, nel 2024 le vendite dei 100 maggiori produttori al mondo sono aumentate
del 5,9%, raggiungendo un fatturato di circa 589 miliardi di euro. A mettere
nero su bianco la crescita il nuovo rapporto dello Stockholm International Peace
Research Institute (Sipri).
Gli aumenti più significativi sono stati negli Stati Uniti e in Europa. Per la
prima volta dal 2018 le cinque aziende top a livello mondiale hanno aumentato
tutte i propri ricavi.
Gli Stati Uniti continuano a fare la parte del leone. Il fatturato totale delle
39 aziende statunitensi tra le prime 100 ha raggiunto 290 miliardi di euro, con
un aumento del 3,8%. Sei delle dieci aziende più grandi sono statunitensi, tra
cui le prime tre: Lockheed Martin, RTX e Northrop Grumman. Anche i produttori di
armi europei registrano un aumento delle vendite: dei 36 censiti, 23 hanno visto
il loro fatturato crescere, con un volume totale in aumento del 13% a 131
miliardi di euro, trainato dalla domanda dovuta alla guerra in Ucraina.
Nonostante le sanzioni i ricavi russi del settore degli armamenti continuano a
crescere. Le due aziende russe più importanti, entrambe nella Top 100, Rostec e
United Shipbuilding Corporation, hanno realizzato un fatturato di 27 miliardi di
euro, con un aumento del 23%.
Un altro punto saliente documentato dal rapporto è, per la prima volta, un
numero record di aziende mediorientali nella top 100: sono nove (erano sei
l’anno scorso) con un fatturato complessivo di 27 miliardi di euro, in aumento
del 14%. Tre aziende israeliane hanno rappresentato poco più della metà del
fatturato totale, per un valore complessivo di 14miliardi di euro, in crescita
del 14%.
Ne abbiamo parlato con Renato Strumia della Sallca Cub
Ascolta la diretta:
Podcast del dibattito 4/12/25 presso Radio Blackout
Con due compagni del movimento studentesco di Medellin
00-05 saluti e introduzione
05-52 cosa sta succedendo in Venezuela
52-1:40 movimenti sociali e Stato in Colombia
1:40-end domande dal pubblico
In queste settimane si sono verificati nuovi bombardamenti in Libano, in
particolare nel sud, mentre si registrano droni che sorvolano la zona e che
hanno lanciato esplosivi in diverse città come nel caso di Aitaroun, con la
scusa di voler colpire Hezbollah. Tutto questo si inserisce in un quadro
generale di un cosiddetto percorso di normalizzazione dei rapporti tra Libano e
Israele il quale include l’abbandono delle armi da parte di Hezbollah e
pressioni internazionali da parte degli Usa. In questo stesso contesto si
inserisce la visita del papa di questi giorni.
Di queste dinamiche ma anche del sentire della popolazione e delle anime che si
muovono nella società a fronte di questi passaggi abbiamo parlato con Agnese
Stracquadanio, reporter indipendente ora in Libano.
Un grande corteo antimilitarista ha attraversato le strade di Torino sabato
scorso, rompendo la cortina fumogena che avvolge l’industria bellica ed il
mercato delle armi aerospaziali nella nostra città.
Da oggi sino al 4 dicembre si terrà la decima edizione dell’aerospace and
defence meetings, dove i maggiori player a livello mondiale sottoscriveranno
accordi commerciali per le armi che distruggono intere città, massacrano civili,
avvelenano terre e fiumi. Produttori, governi e organizzazioni internazionali,
esponenti delle forze armate, compagnie di contractor si incontrano e fanno
affari all’Oval.
Quella del 29 novembre è stata un’importante giornata di lotta al militarismo e
alla guerra.
Alla manifestazione, indetta dall’Assemblea antimilitarista, hanno partecipato
il “Coordinamento torinese contro la guerra e chi la arma” e delegazioni dalle
tante lotte contro basi militari, poligoni di tiro, caserme, fabbriche di morte.
La Torino antimilitarista ha dato un segnale forte e chiaro: opporsi ad un
futuro per la città legato alla ricerca, produzione e commercio bellici è un
modo concreto per opporsi alla guerra e a chi la a(r)ma.
Al termine del corteo è stata lanciata una giornata di lotta per oggi all’Oval
per inceppare il business di morte.
Ne abbiamo parlato con Federico dell’Assemblea Antimilitarista
Ascolta la diretta:
Aggiornamento. Bloccati i mercanti d’armi all’Oval!
Di seguito stralci del comunicato dell’Assemblea antimilitarista:
“Nella giornata di apertura dell’Aerospace and defence meetings, il mercato
dell’industria bellica aerospaziale che si svolge ogni due anni a Torino,
c’erano anche gli antimilitaristi, decisi a mettersi di traverso contro la
guerra e chi la arma.
L’appuntamento era di fronte all’ingresso dell’Oval, dove, protetti da un
ingente schieramento di polizia, dovevano entrare i partecipanti a questa
convention, fiore all’occhiello della lobby armiera subalpina.
Gli antimilitaristi armati di striscioni e cartelli sin dalle 11,30 hanno
occupato la strada davanti al cancello del centro congressi.
La polizia ha tentato senza successo di allontanare i manifestanti, che si sono
messi di mezzo, intralciando l’inaugurazione dell’aerospace and defence
meetings.
Dopo pochi minuti le auto dirette all’Oval hanno fatto retro marcia. I
partecipanti sono stati obbligati ad entrare all’Oval a piedi, alla spicciolata,
da un passaggio interno al Lingotto.
Per la seconda volta in 20 anni gli antimilitarist* hanno bloccato l’ingresso ai
mercanti d’armi.
Un fatto è certo.
La narrazione istituzionale e mediatica dell’Aerospace and defence meetings e
della Città dell’aerospazio continua nascondere dietro la retorica dei viaggi
spaziali, delle navicelle, degli esploratori di Marte e della Luna, la realtà di
un mercato e di un comparto produttivo il cui fulcro sono le armi:
cacciabombardieri, elicotteri da combattimento, droni, sistemi di puntamento.
Queste armi sono impiegate nelle guerre di ogni dove, ma sono prodotte a due
passi dalle nostre case.
La cortina fumogena che nasconde la scelta di trasformare Torino in capitale
delle armi è stata in parte dissipata, coinvolgendo nelle contestazioni
studenti, ecologisti, lavoratori della formazione, oltre ai gruppi che da anni
lottano contro l’industria bellica.
La campagna lanciata dall’Assemblea Antimilitarista è riuscita a costruire un
importante corteo comunicativo il 29 novembre ed è culminata con il blocco
dell’ingresso alla mostra delle armi.
Una bella manciata di sabbia è stata gettata negli ingranaggi di una macchina
mortale. Bisognerà moltiplicare l’impegno perché la macchina sia fermata per
sempre.
Questo lungo mese di lotta si conclude con la consapevolezza che i mercanti di
morte, gli eserciti, i produttori di armi troveranno sempre più gente
disponibile a mettersi di mezzo.
Fermare la guerra e chi la a(r)ma è possibile. Dipende da ciascuno di noi.”