Oltre 100 città francesi scendono in piazza questo finesettimana contro la “Loi
permis de tuer”, la “Legge licenza di uccidere” che prevede che l’utilizzo delle
armi da fuoco da parte della polizia sia sempre considerato legittimo, e che
stia alla vittima e ai suoi familiari dimostrare il contrario (qui una lista
delle mobilitazioni e maggiori informazioni sulla legge). Si tratta
dell’ennesimo favore che il governo di Macron fa alle forze di polizia francesi,
ed in particolare al sindacato di ultradestra Alliance Police: sebbene la legge
sia stata inizialmente voluta dal ministro dell’interno socialista Cazeneuve nel
2017, per far fronte al grande e combattivo movimento sociale contro la riforma
del lavoro, è stato soprattutto il governo Macron ad aver trasformato la polizia
francese in una forza paramilitare con licenza di uccidere, mutilare ed
arrestare arbitrariamente, facendo della repressione una delle principali armi
per frenare i movimenti sociali e governare le periferie delle metropoli
francesi.
La risposta moltitudinaria che si annuncia contro la “Loi permis de tuer”
potrebbe essere l’introduzione ad un nuovo autunno di lotta in Francia, dove il
prezzo della benzina e delle bollette è alle stelle, la crisi sociale si traduce
in licenziamenti di massa e drastici tagli ai servizi essenziali – mentre le
elezioni presidenziali ormai alle porte si delineano sempre di più come una
sfida tra il Rassemblement National e la France Insoumise.
Ne abbiamo parlato con un compagno francese:
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L’Italia sta vivendo una fase di espansione infrastrutturale nel settore dei
data center senza precedenti, posizionandosi come uno dei mercati emergenti più
attraenti d’Europa dopo l’area tradizionale FLAP (Francoforte, Londra,
Amsterdam, Parigi). Al 2025, si contano circa 222 data center distribuiti sul
territorio nazionale, gestiti da 94 diversi provider. La città metropolitana di
Milano rappresenta il cuore pulsante di questo sviluppo, concentrando il 68%
della potenza nominale installata a livello nazionale, pari a circa 414 MW IT.
L’insediamento di un data center non è un’operazione neutrale. Le criticità si
manifestano principalmente su quattro fronti: consumo di suolo, stress della
rete elettrica, prelievo idrico e impatto sociale.
Inoltre, i governi europei promuovono l’attrazione di data center hyperscale
come una vittoria per la sovranità digitale. Tuttavia, ospitare infrastrutture
statunitensi su suolo italiano non conferisce controllo sui dati né autonomia
tecnologica. Al contrario, crea una dipendenza strutturale: una volta che i
sistemi della sanità o della difesa sono migrati su server Microsoft o AWS, il
potere negoziale dello Stato si azzera.
Con Marco di Privacy Network, esploriamo le implicazioni e le criticità del boom
dei data center in Italia.
Leggi anche l’intervista su Infoaut a Errico Duranti del Comitato Ciarlasco per
la Tutela del Territorio e ascolta gli approfondimenti sui data centers su Radio
Blackout.
Nella regione mediorientale continua l’escalation, nelle ultime ore un presunto
drone avrebbe colpito La Mecca, gli Houthi yemeniti hanno rifiutato l’accusa di
responsabilità avanzata da Riad.
In Yemen, a seguito della ripresa della guerra interna tra la componente
afferente al movimento Ansar Allah e il governo ufficiale sostenuto dall’Arabia
Saudita nelle scorse settimane abbiamo assistito a un cambio di passo
significativo.
Gli Houthi hanno preso il controllo di differenti città, come Mocha, snodi
strategici, isole e porzioni di territorio sino ad arrivare al blocco del Mar
Rosso mettendo in seria difficoltà il governo centrale yemenita e Riad che, a
sua volta, si è trovata abbandonata dai suoi alleati storici come gli Stati
Uniti e la Gran Bretagna.
Questo scenario favorisce Teheran in una fase ancora aperta di guerra con gli
USA e impone una serie di riflessioni attorno alle trasformazioni degli
equilibri mondiali. Siamo lontani da una transizione egemonica ma è possibile
leggere alcune linee di tendenza e una frammentazione forse inedita in quello
che viene definito Occidente collettivo.
Ne abbiamo parlato con Marco Santopadre, giornalista per Il Manifesto, Pagine
Esteri e altri quotidiani.
Con MURAT CINAR, giornalista freelance, sull’operazione “La mia famiglia è al
sicuro” contro la comunità LGBTQIA+ in Turchia
Tra il 12 e il 13 settembre ci sono state perquisizioni in 15 città della
Turchia, con fermi, arresti e indagini su persone e associazioni appartenenti
alla comunità LGBTQIA+. Le accuse: oscenità, droga, prostituzione e
condizionamento di minori sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale,
comportamenti “contrari alla moralità pubblica”. Inoltre, sono stati oscurati
più di 180 account sui social media di attivistə e testate giornalistiche.
Abbiamo chiesto a Murat Cinar di spiegare ai nostri microfoni di che operazione
si tratti e quale idea di famiglia e di società si celi dietro di essa.
Ci ha raccontato della risposta solidale organizzata, che ha visto scendere in
piazza centinaia di persone, in manifestazioni a Smirne, Ankara e Istanbul,
duramente represse dalla polizia.
In chiusura, il giornalista ha ribadito come parlare di diritti delle persone
LGBTQIA+ non significhi alimentare la narrativa islamofoba, poiché, a
prescindere da partiti o religioni, tutti i governi e i regimi nel mondo stanno
promuovendo una retorica razzista e discriminante verso le soggettività
dissidenti, queer e razzializzate.
Il 5 gennaio, con un’azione militare lampo, gli Stati Uniti di Donald Trump
hanno catturato e sottoposto ad arresto Nicolás Maduro, allora presidente del
Venezuela, e principale alleato di Cuba nel continente americano, nonché
fornitore di beni essenziali come il petrolio. Da allora in poi, nemmeno una
goccia. Gli Stati Uniti hanno chiuso la strada a qualsiasi forma di
approvvigionamento, spingendo l’isola caraibica verso una crisi mai così
profonda, a un passo dal collasso.
Il 29 gennaio il presidente americano ha anche firmato un ordine esecutivo che,
adducendo unilateralmente ragioni di “sicurezza nazionale”, impone sanzioni a
chiunque venda petrolio al regime cubano. Anche il Messico, nel timore di essere
colpito da un inasprimento dei dazi statunitensi, ha deciso di sospendere le
forniture di petrolio in attesa di trovare una soluzione diplomatica.
Il 7 marzo 2026, durante un vertice in Florida, Donald Trump e i leader di 12
nazioni latinoamericane hanno formalizzato lo Shield of the Americas, una
coalizione multinazionale militare e politica finalizzata ufficialmente a
contrastare lo smercio di droga in latino America, e a riaffermare l’influenza
statunitense nella regione secondo una rinnovata Dottrina Monroe. Durante questo
incontro, Trump ha apertamente dichiarato che il regime cubano si trova nei suoi
“ultimi momenti di vita”, forte anche del totale isolamento diplomatico ed
economico in cui l’isola è precipitata dall’inizio dell’anno.
Tornando al Venezuela, familiari di detenuti politici, ex prigionieri e
rappresentanti di organizzazioni per i diritti umani hanno manifestato
pacificamente davanti all’Ufficio del Difensore civico, a Caracas, chiedendo la
liberazione delle persone incarcerate per motivi di opinione. I manifestanti
hanno consegnato un documento in cui chiedono condizioni dignitose di
reclusione, la fine dei trasferimenti senza preavviso e la liberazione dei
detenuti perseguitati per ragioni politiche. Dalla rimozione, forzata, del
presidente Maduro a gennaio, i diritti in Venezuela non sono migliorati: la
possibilità di elezioni politiche è stata scartata dallo stesso Trump, le
liberazioni promesse non sono avvenute e diverse organizzazioni denunciano
addirittura un aumento della censura. L’unica cosa portata a termine è stato
l’accordo sul petrolio, che concede agli Stati Uniti la gestione di un quinto
delle riserve di petrolio del Venezuela, con al centro delle negoziazioni il
controverso imprenditore venezuelano, già indagato per riciclaggio di denaro,
Alejandro Betancourt López. Ne parliamo con Andrea Cegna, giornalista free
lance, profondo conoscitore dell’America Latina.
Il Tribunale di Budapest ha fissato per il 18 e il 30 settembre 2026 le due
udienze del processo di appello per Maja, Gabri e Anna. Il 30 di settembre verrà
anche emessa la sentenza.
Ricordiamo che le condanne del primo grado sono state rispettivamente di 8, 7 e
2 anni di carcere e il pagamento di una multa pari a 80.000 euro!
Dalle recenti aggressioni in carcere a Maja fino al continuo inasprirsi delle
misure repressive tra un decreto sicurezza e l’altro e la punta dell’iceberg del
vertice internazionale “Anti Antifa” convocato a luglio dall’amministrazione
Trump, si legge un quadro inquietante che mira a eliminare ogni espressione di
lotta contro questo sistema.
Il Tribunale di Parigi, su pressione dell’Unione Europea e dell’Europol, si sta
muovendo nella stessa direzione e il 19 agosto ha accettato la richiesta di
estradizione in Germania per Gino.
Gli avvocati hanno subito presentato ricorso e entro 40 giorni ci sarà la
decisione definitiva.
Il comitato di solidarietà per Maja in Germania e il Comitato Francese di
Solidarietà e hanno lanciato un appello alla mobilitazione che raccogliamo, sia
invitando chi può a raggiungere Budapest nei giorni del processo in cui sarà
presente Maja per partecipare ai momenti di protesta, sia a organizzarsi nei
territori!
In quei giorni è quantomai importante che tutta la nostra determinazione e
solidarietà arrivi agli imputatx attraverso il rilancio della comunicazione
online, la produzione di contributi artistici, le mobilitazioni presso i
consolati e la ambasciate, la connotazione della campagna Free All Antifas nelle
manifestazioni che si terranno in quei giorni, l’organizzazione di momenti di
approfondimento, cene o concerti benefit negli spazi, e ogni altra forma di
protesta che pensiamo possa dare visibilità alla lotta dei prigionierx.
Parliamo con un compagno della rete “Free all antifas” della mobilitazione in
solidarietà allx compagnx inquisitx per i fatti di Budapest da qui al 30
settembre, del de-banking di Rote Hilfe, la più grande e longeva organizzazione
di mutuo-aiuto contro la repressione in Germania, e della necessità di difendere
gli spazi fisici e virtuali. Ascolta e scarica l’approfondimento.
Ricordiamo la call 4 artist del Comitato Antirepressione Milano per il presidio
al consolato ungherese del 30/09 e il canale telegram @freeallantifas
Mentre la Prefettura torinese continua ad emettere ordinanze e le zone rosse nei
territori valsusini in via preventiva, motivate dalla “possibilità che la
componente giovanile notav possa organizzare delle attività di lotta”, in
continuità rispetto a quanto già avvenuto quest’estate, proseguono anche le
attività dei presidi notav e di controllo dei cantieri legati alla realizzazione
della linea ferroviaria ad alta velocità.
Oggi, lunedì, dalle ore 16.30 c’è un appuntamento per continuare le pulizie
condivise del presidio di San Giuliano e dalle 19.30 sono previste apericena e
chiacchiere.
Domani, martedì 15 settembre 2026 alle ore 17.00, presso il Castello di
Adelaide, si terrà un incontro pubblico dedicato alla presentazione da parte dei
tecnici di TELT del progetto esecutivo relativo agli interventi che
interesseranno la mobilità sul territorio di Susa. L’incontro sarà pubblico ma a
numero chiuso a discrezione dell’amministrazione.
E’ stato quindi lanciato un punto informativo alle 16 all’Arco di Augusto, a
Susa, per reclamare il proprio diritto a conoscere il futuro degli spostamenti
su uno snodo viario importante come quello del capoluogo della Valle, nonché
rispetto alla possibilità di usufruire di servizi fondamentali che vi si
trovano, come le scuole e l’ospedale.
A partire dai funerali “quasi” di Stato di Ratko Mladić, il comandante delle
truppe serbe colpevoli del genocidio di Srebrenica morto in detenzione all’Aia,
facciamo il punto sulla politica interna ed estera della Serbia. Un paese che,
come dimostrano gli onori tributati a Mladić, rivendica orgogliosamente il
proprio passato recente fatto di aggressioni e genocidi e rinsalda i legami con
Israele, che già negli anni 90 aveva fornito copertura politica ed armamenti
alla Serbia impegnata nelle pulizie etniche delle Guerre Balcaniche. Le nuove
rotte di collaborazione tra la Serbia di Vucić ed Israele si manifestano oggi
con un aumento dei contatti commerciali, ma anche e soprattutto con il sostegno
politico della Serbia al progetto genocidario portato avanti da Israele contro i
palestinesi di Gaza. In Serbia, tuttavia, l’opposizione non manca: da anni da un
movimento politico dal basso, di massa, composto da studenti e studentesse e
settori popolari tiene sotto pressione l’esecutivo di ultra-destra di Vucić. Tra
poche settimane, il governo si sottoporrà ad una tornata elettorale considerata
decisiva per il futuro del paese balcanico.
Ne parliamo con Giorgio Fruscione, ricercatore e redattore editoriale presso
l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)
Tra il 9 e il 10 settembre il movimento politico-militare scita libanese Ansar
Allah (detti comunemente Houthi Yemeniti) ha preso in controllo di Mocha, una
città portuale affacciata su una delle più importanti rotte marittime del
pianeta, lo stretto di Bab el-Mandeb.
Il conflitto tra gli Houthi e il governo yemenita è iniziato nel 2014 e vede le
milizie sciite alleate dell’Iran confrontarsi con le forze governative ma
soprattutto con le forze armate dell’Arabia Saudita, che di fatto mantengono in
piedi il governo di Aden. I recenti sviluppi possono portare però all’ingresso
di un altro attore – il Pakistan – all’interno delle logiche previste
dall’accordo di cooperazione militare tra Pakistan, Arabia Saudita e
(recentemente) Turchia e noto come “Patto della Mecca”. Il controllo di Bab
el-Mandeb rafforza la presenza dei nemici Houthi su una rotta marittima
estremamente importante per il commercio globale di carburante e in particolare
per le navi saudite.
Ne abbiamo parlato con Marco Santopadre, giornalista di Pagine Esteri e autore
di un approfondimento sul conflitto in corso
Ascolta la diretta (parte 1 – parte 2)
Il collettivo Autistici/Inventati chiude dopo 25 anni di attività, dopo esser
stato inserito, il 26 agosto, tra le organizzazioni terroristiche mondiali dal
governo USA. L’accusa è quella di fornire infrastrutture digitali a movimenti e
militanti, in USA come in Europa e nel resto del mondo.
Ricapitoliamo cosa è successo con alcuni redattori di RBO e rilanciamo
l’assemblea di aggiornamento ed helpdesk di stasera: venerdì 11 settembre dalle
19 alla Blackout House di via Cecchi 21/A.
Ascolta la diretta: