In questi giorni sono diverse le dichiarazioni e posture apertamente islamofobe
dei politici che si rincorrono sul tema in vista della campagna elettorale. Dal
Pontida show della Lega per lo stop al burqa, alla conquista di una sempre
maggiore visibilità di Futuro Nazionale (e delle sue campagne territoriali
contro le moschee), alle dichiarazioni sulla scuola e sulle bambine di Giorgia
Meloni.
Ai microfoni di blackout interviene Souad Maddahi, formatrice, mediatrice
culturale, che si occupa di disabilità e di organizzazioni di comunità a Torino.
Il suo intervento ci permette di riflettere sulle fondamenta coloniali e
misogine di queste dichiarazioni, volte a limitare le libertà, a costruire un
nemico interno e quindi anche a spostare l’attenzione dai problemi materiali a
cui facciamo fronte in questo periodo.
Tra i temi che affrontiamo durante l’intervista, vi è quello della centralità
del potere di raccontare l’alterità e quello del controllo della donna musulmana
(anche attraverso la strumentalizzazione della laicità). Grazie a un’analisi
delle trasformazioni di queste forme di controllo, possiamo leggere
un’evoluzione dello sguardo coloniale e della rappresentazione della libertà in
contesti intenzionati a limitarla.
Resistere all’islamofobia è sopratutto quindi una questione di pratiche
quotidiane volte alla diffusione di uno sguardo decoloniale, ma anche di
alleanze dal basso e tra femminismi.