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Classi Pericolose 🚨 razzismo, repressione e propaganda
Il 2 settembre, a Torino, un ragazzo viene inseguito da agenti in borghese. Per sottrarsi alla macchina che lo bracca attraversa corso Principe Oddone e viene falciato da un auto. La dinamica è tutt’altro che chiara ma per la cronaca si tratta di un “pusher investito”. E’ proprio su questa sproporzione tra accaduto e racconto che ci siamo concentratə. La forza pubblica, storicamente interviene in un ordine sociale che la precede fatto di proprietà, confini, diseguaglianze o appartenenze. Per questo con ritorna con regolarità sugli stessi corpi, invertendone la polarita: sicurezza, degrado, decoro, emergenza e legalità, sono termini così generici che classificano senza dover descrivere. Il “bengalese” il “tossico” “il magrebino” sono i profili socio-razziali della paura. Come ci ha raccontato Folaye questo succede ogni giorno al Pilastro con l’intensificarsi dei controlli agli stranieri: una zona rossa o prigione urbana altamente controllata, con specifici protocolli basati sulla appartenenza razziale, legittimata da leggi pronte all’uso, scritte su misura per liberare il campo alle azioni di forza, per far si che le morti siano “accidentali”. Come la storia di Hamid Badoui,uscito cadavere dal carcere delle Vallette non si sa come nè perchè, sfuggito ai Lager in Albania, e poi incappato nel cassepipe dello Stato che non gli ha lasciato scampo. Come tutto ciò possa essere possibile lo spiegano i fatti: La propaganda arriva prima della forza e le prepara il campo. Stabilisce chi deve apparire minaccioso, chi merita credibilità, quale violenza può essere amministrata come routine e quale invece deve essere vista come scandalo; leggi sempre piu violente come il pacchetto sicurezza,lo scudo penale, il fermo preventivo fanno da complemento. La domanda che resta è semplice abbastanza da disturbare: quale ordine protegge la polizia, e chi paga il prezzo di quella protezione Questa trasmissione speciale nasce dall’incontro tra Harraga, Black In, Collettivo Ujamaa e Arsider. Contiene una selezione musicale a cura di dj Subumano
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Ancora violenze a Ceuta
A un mese dagli arrivi di massa e dai respingimenti di fine luglio, l’emergenza migranti a Ceuta è tutt’altro che risolta. Lo denunciano le ong No Name Kitchen e Border Resistance, che continuano a monitorare la situazione sul campo. Il CETI, il centro di prima accoglienza della città, era già al collasso prima dei nuovi sbarchi. Per svuotare la spiaggia del Trampolín — dove oltre mille persone vivevano accampate in condizioni precarie — le autorità hanno aperto due campi temporanei, a Loma Margarita e all’Embolsamiento. Nel frattempo, le autorità locali chiedono rimpatri di massa verso il Marocco e una maggiore militarizzazione della zona. Sul territorio si registra anche un’escalation di tensione: alcuni residenti hanno più volte bloccato i convogli della Croce Rossa diretti alla spiaggia, impedendo la distribuzione di cibo e acqua; in un episodio a Benítez, una ronda ha dato fuoco agli effetti personali delle persone migranti. Anche l’accesso al diritto d’asilo resta di fatto bloccato: secondo No Name Kitchen mancano canali funzionanti per fissare un appuntamento con l’ufficio competente, rendendo quasi impossibile presentare domanda di protezione internazionale. A complicare il quadro è entrato in vigore, lo scorso giugno, il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che inasprisce le procedure di frontiera e velocizza i rimpatri per chi arriva da Paesi considerati “sicuri” come il Marocco. Le ONG segnalano inoltre condizioni di particolare vulnerabilità per i minori e le persone migranti LGBTQ+. Ne abbiamo parlato con un’avvocata di un gruppo di supporto legale solidale sceso a Ceuta. Per seguire gli aggiornamenti sui social si possono seguire le pagine di No Name Kitchen e Border Resistance. Chi invece volesse scendere sul posto, coordinandosi con compagn* autorganizzat*, può scrivere a: apoyomutuoceuta@riseup.net
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Uno sguardo sul razzismo in Italia: aggiornamenti dal CPR di Torino, l’omicidio razzista di Bakary Sako@0
Collegamento con una compagna dell’assemblea No CPR di Torino per un aggiornamento su CPR torinese e sull’apertura di nuovi mostri in altre regioni. Nel momento in cui la notizia del brutale omicidio razzista di Bakary Sako aveva finalmente rotto il velo dell’indifferenza ed esposto un problema di razzismo che va ben oltre questo singolo episodio di violenza, ecco che i media e l’opinione pubblica concentrano tutta la loro attenzione su Salim El Koudry. La deumanizzazione delle persone non bianche ha raggiunto il suo culmine con Bakary Sako ed è stata confermata con Salim El Koudri. Entrambe le vicende sono state strumentalizzate per non vedere l’elefante nella stanza: il razzismo uccide, sia i nostri corpi che le nostre menti. Grande assente nel dibattito pubblico è il tema del disagio giovanile, che dovrebbe assumere una posizione preminente in entrambe le vicende, ma che è stato sostituito da parole come remigrazione, negazione della cittadinanza, daspi urbani.
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