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La rivolta come diserzione? Fuori la grana o vi ammazziamo! di Alèssi Dell’Umbria
(disegno di guerrilla spam) È uscito di recente per le edizioni Tabor Fuori la grana o vi ammazziamo! di Alèssi Dell’Umbria, un autore noto in ambienti di movimento in Italia, ma di cui restano fondamentali due opere non ancora tradotte: Histoire universelle de Marseille, un’imponente archeologia politica e sociale della città, apparsa proprio mentre Marsiglia veniva sacrificata sull’altare della “capitale europea della cultura”, e Tarantella! Possession et dépossession dans l’ex-royaume de Naples. Quest’ultimo è il resoconto di un Sud Italia che l’autore conosce bene, in bilico tra emarginazione sociale e recupero spettacolare. Ed è proprio da qui, da una necessaria lettura da Sud, che bisogna partire per riflettere sull’ultimo libro di Dell’Umbria. Il titolo riprende una scritta apparsa su un muro di Marsiglia nei primi anni Ottanta e ci introduce nelle vicende degli Os Cangaceiros, un gruppo fuorilegge attivo in Francia tra il 1984 e il 1992. Dell’Umbria, che di quel gruppo fece parte, non scrive una semplice memoria, ma restituisce il racconto di un’esperienza politica ed esistenziale lontana dai dogmi del militantismo tradizionale, capace di fondere l’elaborazione teorica radicale con una pratica di vita estranea alle leggi del Capitale. Tra sabotaggi, riappropriazioni e rifiuto del lavoro salariato, questa banda di giovani si organizzò per vivere senza lavorare e per sostenere le lotte sociali, dalle prigioni alle fabbriche fino alle periferie urbane. Il tutto senza abdicare alla vita, ma soprattutto senza mai rinunciare a una riflessione costante, necessaria a interpretare la realtà e a dotarsi di strumenti analitici per agire. “A differenza di quei militanti che hanno la tendenza a credersi indispensabili – scrive Dell’Umbria – pensavamo che gran parte del negativo all’opera nelle viscere di questo mondo agisse innanzitutto sotto forma di astensione”. La vicenda degli Os Cangaceiros s’inserisce in questo solco. Come scrive lo stesso autore, “bisognava organizzarsi per attraversare il deserto che avanzava”. Era indispensabile pensare alla rivoluzione attraverso l’amicizia, vendicarsi di coloro che organizzano la nostra infelicità. Erano questi gli obiettivi prioritari, come scrissero in un editoriale della rivista che pubblicavano in modo irregolare (i cui numeri possono essere sfogliati qui). L’esperienza di questo gruppo di affinità si colloca nel riflusso post ’68, quando l’interrogativo centrale riguardava la forma delle soggettività rivoluzionarie in un’epoca controrivoluzionaria. Dell’Umbria rispondeva guardando alla “resistenza per inerzia”, convinto che l’indifferenza della maggioranza dei proletari verso l’attivismo non fosse apatia, ma una forma di resistenza non catalogabile, capace di togliere ossigeno alla scena spettacolare del potere. Da questa prospettiva, ogni elogio del proletariato in quanto classe era visto come controrivoluzionario, poiché mirava a reinserire una soggettività intrinsecamente negativa nel contratto sociale attraverso i “racket sindacali e politici”, vale a dire quelle organizzazioni che gestiscono il conflitto per renderlo compatibile con il sistema. Il rifiuto del lavoro (capitalistico) è alla base di questa visione. È la diserzione generalizzata in quanto stile di vita a fare conflitto, per le strade e sul posto di lavoro. Non il volontarismo etico. Alla radice di queste scelte troviamo una lettura eterodossa degli scritti giovanili di Marx ed Engels. Dell’Umbria spiega bene come, in un’epoca di riflusso, bisognasse volgere lo sguardo ai proletari senza però invocarli come soggetto investito di una missione storica trascendente. Il proletariato veniva definito come una soggettività in atto, inafferrabile secondo le categorie classiche. Inscrivere questa soggettività negativa in un contratto sociale è esattamente il ruolo dei racket sindacali e politici. Dell’Umbria riprende la questione del “racket”, concetto caro a Max Horkheimer e a Jacques Camatte, che ne aveva scritto nella rivista neo-bordighista Invariance: quelle organizzazioni che si interpongono tra la rivolta e la realtà, gestendo il conflitto per neutralizzarlo o renderlo compatibile con il sistema. Non si trattava di imporre un livello di scontro, ma di sposare quello già in campo. In quest’ottica, il fatto che l’immensa maggioranza dei proletari resti indifferente alle ingiunzioni dell’attivismo la rende persino più minacciosa. Dell’Umbria e i suoi assistevano in diretta alla disgregazione sociale degli anni Ottanta e alla dissoluzione della classe operaia – con i sindacati ad accompagnarla e a fare in modo che l’operazione filasse liscia – guardando invece a quei cicli di rivolta che avevano ribaltato l’istituzione degli operai in quanto classe mediata dalla rappresentanza sindacale – da piazza Statuto a Mirafiori, passando per lo sciopero insurrezionale in Belgio nel 1960. Che effetto può avere questa riflessione nella città del movimento storico dei disoccupati organizzati e delle “fragili alleanze”, in una Napoli popolata da quegli “abietti” refrattari all’inquadramento in partiti e sindacati tradizionali che non sono mai riusciti ad addomesticarli? Il volume di Dell’Umbria sembra parlare a questo proletariato marginale, ma lo fa smascherando i limiti di un certo attivismo militante e del suo nichilismo passivo, laddove il rifiuto del lavoro viene sbandierato come posa ideologica da chi può permetterselo, senza però avere né la capacità di agire l’illegalità radicale, né la forza di elaborare riflessioni teoriche. Dell’Umbria, tra l’altro, spiega bene che gli Os Cangaceiros si sciolsero proprio perché non riuscivano a superare una “pura negatività” che rischiava di svuotarli dall’interno. La prima sollecitazione che emerge da un libro del genere è che la diserzione non è un’astrazione morale, ma una pratica materiale che, se non evolve in soggettività politica, si condanna all’autoconsunzione. Il secondo spunto riguarda l’alibi dell’idealizzazione. Persiste un pensiero di movimento che tende a mitizzare i subalterni solo in quanto tali, finendo però per lavarsene le mani; un pensiero che trasforma la marginalità in un santuario, producendo però solo inazione e immobilismo. Ma idealizzare il subalterno significa mummificarlo nella sua condizione di esclusione, e mentre il potere criminalizza il “refrattario”, il militante lo mimetizza nel mito. Ed entrambi gli impediscono di farsi soggetto. Questa dinamica è rischiosa soprattutto nei contesti dove il deserto sociale si espande e l’azione di chi è fuorilegge non è affatto accompagnata da elaborazioni teoriche radicali. La storia degli Os Cangaceiros suggerisce che la vera rottura non avviene tramite l’ostentazione dell’identità marginale, ma quando la soggettività diventa inafferrabile. Il lavoro, in un contesto segnato da disoccupazione endemica e stigma, non è allora solo coercizione, ma può diventare forma di emancipazione e presa di coscienza per rompere lo schema dell’invisibilità. L’emancipazione del proletariato marginale, nel nostro caso, è legata anche al lavoro, e non solo al suo rifiuto, altrimenti non si spiegherebbe l’emergere, in questo contesto, di un movimento di lotta per il lavoro che dagli anni Settanta si riproduce continuamente. Il lavoro, in questo caso, è al tempo stesso coercizione e potenziale leva per il cambiamento, per una classe, come quella del proletariato marginale, abbastanza integrata nella società per essere sfruttata, ma anche sufficientemente esclusa per essere debole politicamente. Se il Capitale tiene in pugno gli sfruttati gestendo la loro stessa riproduzione, il libro di Dell’Umbria è un invito a non farsi ingabbiare dalle nuove forme di racket politico – comprese quelle vestite di “movimentismo” radicale. Non si tratta quindi di “organizzare i subalterni” dall’alto di una presunta superiorità teorica, ma di riconoscere la potenza della diserzione generalizzata che già pulsa nelle viscere della società. Sposare il “negativo” significa smettere di guardare ai subalterni come oggetti da studiare o da proteggere, per riscoprire il gusto di una rivolta che non chiede permessi né legittimazioni. Significa rifiutare, una volta per tutte, di stare al proprio posto: al margine, e in silenzio. Chissà se il buon Dell’Umbria ha voglia di discutere del suo libro in questo Sud. Un territorio dove la diserzione e la lotta per l’esistenza continuano a confondere i confini tracciati dal potere. (andrea bottalico)
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Le politiche discriminatorie della sinistra. Note a partire da un libro sugli sgomberi a Torino
(disegno di escif) Il 20 gennaio le pagine torinesi del Corriere della Sera annunciano una proposta di legge depositata da una consigliera di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale. La proposta prevede di riformare i corpi di polizia municipale affinché i vigili abbiano più responsabilità nella tutela dell’ordine pubblico e nel mantenimento della sicurezza nei “quartieri più degradati”. L’articolo menziona l’idea di organizzare i corpi di municipale come reparti mobili, renderli complementari alle altre forze dell’ordine e arricchire la loro dotazione con dispositivi di protezione e antisommossa “per gli interventi a rischio”. Accanto compare un’intervista a Marco Porcedda, assessore alla sicurezza della Città di Torino. In merito alla proposta della destra Porcedda commenta: “Siamo contenti che si riconoscano come spunto esperienze che nella polizia municipale di Torino esistono da tempo e funzionano”. Il giornalista chiede se i “reparti speciali” della municipale esistono già a Torino. “Sì, come il reparto informativo sicurezza e integrazione – risponde l’assessore – che fa controlli itineranti e verifica insediamenti nomadi e aree occupate”. Porcedda, tenente e colonnello dei carabinieri, è assessore della giunta del sindaco Lo Russo, sostenuta, tra le forze politiche principali, dal Partito democratico e da Sinistra ecologista. Conosco l’esistenza di un reparto speciale della municipale che si occupa di vessare persone senza casa, abitanti di baracche e altri marginali grazie ai racconti di Manuela Cencetti. Manuela per anni ha portato solidarietà a chi vive nei campi, ha supportato le loro lotte e ha raccontato le violenze dei vigili e dei funzionari istituzionali durante chiacchierate informali, in articoli e in un film fondamentale come La versione di Jean, realizzato insieme a Stella Iannitto e Jean Diaconescu. Di recente Cencetti ha scritto un piccolo libro, altrettanto importante, edito da Eris: Sgomberi dolci. La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative. Nel libro trovo un passaggio sul corpo speciale della municipale che tanto rende orgoglioso Porcedda: “Nel 1982 viene istituito il Nucleo Nomadi della Polizia municipale, una vera e propria polizia etnica ‘specializzata’ in Rom, Sinti e Caminanti. Nel 2018 la giunta Cinque Stelle (sindaca Appendino) cambia la denominazione nella più politicamente corretta Reparto Informativo Minoranze Etniche. Nel 2022 la giunta Pd (sindaco Lo Russo) rinomina lo stesso reparto Reparto Informativo Sicurezza Integrazione. I media e quotidiani locali torinesi utilizzano tuttora negli articoli la più pedestre espressione Nucleo Nomadi nel descrivere agenti che da oltre quarant’anni si occupano di censire, identificare, inseguire, multare, cacciare e sgomberare dallo spazio urbano migliaia di persone ‘indesiderabili’ rom, o etichettate come tali”. Il libro di Cencetti è una piccola storia della cancellazione di baracche, abitazioni di fortuna e occupazioni negli ultimi quindici anni a Torino. L’operazione più importante – per energie impiegate, denaro speso e violenza esercitata – è lo sgombero del campo di Lungo Stura Lazio (2015), ma si menzionano anche le operazioni per smantellare l’occupazione dell’Ex-Moi (2019), il campo di via Germagnano (2020) e gli insediamenti in piazza d’Armi prima di Eurovision (2022). Dal racconto emergono due linee tendenziali che mi paiono descrivere bene la gestione dell’ordine sociale in un regime capitalistico odierno, o neoliberale: la distinzione, in base a criteri comportamentali, tra chi merita e chi non merita di ricevere forme di supporto e assistenza dopo lo sgombero coatto; il coinvolgimento del terzo settore e delle fondazioni bancarie nella gestione dell’ordine pubblico. Per la distruzione del campo lungo la Stura la Città di Torino creò un progetto – La città possibile – che si sviluppò, scrive l’autrice, “secondo una logica che nei documenti ufficiali viene grottescamente definita di welfare universale selettivo, tramite cui si giustifica la preselezione a monte dei beneficiari” di misure effimere di supporto sociale e lavorativo. Solo i nuclei familiari selezionati potevano accedere a soluzioni abitative temporanee e il merito era misurato “attraverso l’adozione […] di determinati comportamenti, a cui corrispondono alternative abitative diversificate: inclusione abitativa in alloggio sul mercato privato; housing sociale temporaneo; alloggio di supporto fragilità; co-housing sperimentale; autorecupero; rimpatri volontari assistiti in Romania”. Così comunità di centinaia, a volte migliaia di abitanti, sono erose al loro interno grazie ai principi selettivi: i meritevoli accedono a supporti effimeri, i legami sociali tra i componenti del campo di disfano, gli immeritevoli attendono l’arrivo di ruspe e Celere tra le baracche rimaste in piedi. La gestione dei progetti e dei meccanismi selettivi – ed è la seconda linea tendenziale – è appaltata al terzo settore o alla regia delle fondazioni di origine bancaria. Il progetto La città possibile era governato, tra gli altri, da Valdocco, AIZO, Terra del Fuoco, Liberitutti e Stranaidea: tutte entità impegnate nel sociale, umanitarie, e al contempo erogatrici di servizi di un welfare frammentato, privatizzato, reso precario e sottoposto a logiche aziendali. L’operato della filantropia e del terzo settore benevolente mostra allora due risvolti materiali. Il primo è quello di allentare i legami sociali e favorire l’agibilità del conclusivo intervento della forza pubblica; il secondo è quello di edulcorare uno sgombero e presentarlo come pratica umanitaria, attenta ai diritti, dunque moralmente accettabile, anzi auspicabile. Così, in un complessivo sovvertimento del senso, a Torino gli sgomberi sono dolci, la violenza è umanitaria e la filantropia collabora a relegare i soggetti soccorsi in una condizione di paria senza diritti. Le distruzioni e gli smantellamenti raccontati da Cencetti hanno costretto i marginali a costruire nuovi campi di fortuna, a vivere in camper parcheggiati in strada, oppure a occupare case vuote e inagibili in edifici di edilizia residenziale pubblica. Questo ha permesso alle varie forze politiche di perpetrare una nuova, più recente e capillare guerra ai poveri, e ottenere conseguenti consensi elettorali. Le misure repressive operate contro le persone che vivono in camper e contro gli occupanti di case compongono le ultime pagine del libro e meritano qui alcuni, ulteriori approfondimenti. Maurizio Marrone è un esponente di Fratelli d’Italia, ha ricoperto la carica di assessore regionale in questa legislatura e nella precedente, e la sua nostalgia per il fascismo è seconda soltanto al suo ossessivo arrivismo. Nel 2020 Marrone ha proposto un emendamento al regolamento regionale sul turismo itinerante. L’emendamento, poi approvato, prevede il “sequestro amministrativo del mezzo mobile di pernottamento” per chi sosta con camper e roulotte in aree non autorizzate. Era una manovra volta a colpire reietti e indesiderati cacciati dai campi. Cinque anni dopo, il 29 marzo 2025, l’assessore cittadino alla sicurezza – sempre Porcedda – era ospite in un dibattito pubblico presso la sala incontri della parrocchia Regina Maria della Pace in Barriera di Milano. Qui l’assessore discettava di sicurezza urbana insieme al parroco e al presidente di circoscrizione di Fratelli d’Italia. In quell’occasione Porcedda ha annunciato di voler proporre alla Regione una modifica del regolamento «contro il camperismo e il nomadismo». La variazione di Porcedda è stata accolta e dall’estate del 2025 è possibile disporre la “confisca amministrativa” dei veicoli colti in sosta prolungata. Porcedda ha dunque suggerito l’inasprimento dell’emendamento di Marrone: prima i mezzi erano custoditi in modo provvisorio, adesso invece l’autorità pubblica può privare in via definitiva una famiglia del camper o del furgone in cui vive. Da tre anni la giunta torinese è impegnata a sostenere una campagna di sgomberi degli appartamenti occupati nelle palazzine di edilizia residenziale pubblica. Si tratta di una competizione – tra la sinistra al governo in città e la destra al controllo della regione – a chi è più abile a dare la caccia ai poveri. In un’audizione del 21 ottobre 2024 realizzata dalla “Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle periferie” Porcedda riferisce delle “occupazioni abusive da parte di determinate etnie particolari di alloggi tendenzialmente di edilizia pubblica”. L’assessore sostiene che la Città collabora con “la Polizia municipale, che nel tempo ha strutturato una squadra che si occupa principalmente di polizia abitativa, per cui è molto sul pezzo, molto presente per quanto riguarda la mappatura e il monitoraggio costante delle occupazioni”. Grazie a questo monitoraggio Porcedda individua “tre tipologie di occupazioni differenti”. La prima “è quella meno problematica, che è la tipica occupazione da parte di nuclei familiari in difficoltà, che non creano problematiche particolari né dal punto di vista dell’integrazione, né dal punto di vista dei riflessi esterni”. La seconda categoria riguarda “etnie genericamente africane subsahariane, che creano difficoltà dal punto di vista della concentrazione di dinamiche legate a spaccio di sostanze stupefacenti, però nei dintorni dell’occupazione generalmente non creano particolari risvolti esterni sull’ordine e la sicurezza pubblica”. Infine, afferma Porcedda, la terza tipologia concerne “le occupazioni messe in atto da famiglie nomadi, che portano sia una percezione che un reale aumento di alcune dinamiche di microcriminalità nell’area circostante, che ci vedono più presenti dal punto di vista dell’intervento, soprattutto con un altro nucleo che la Polizia municipale di Torino ha sviluppato nel tempo, che è un Reparto di sicurezza integrata che si occupa esclusivamente di nomadi”. Queste ultime affermazioni dell’assessore alla sicurezza costituiscono un documento storico rilevante. Le istituzioni distinguono le occupazioni in base alle “etnie” e ai comportamenti, decidono che i gruppi più pericolosi sono le “famiglie nomadi” e di conseguenza procedono a sgomberi che lasciano in strada donne e minori senza offrire alcuna soluzione effettiva. Inoltre l’assessore riconosce l’esistenza di un nucleo di polizia che si dedica “esclusivamente” a una comunità di persone definite “nomadi”. Si palesa qui il razzismo consustanziale all’amministrazione cittadina e a tutte le forze che la compongono. Ancora, emerge netto lo smantellamento delle politiche sociali: al loro posto s’organizzano pratiche coercitive di ordine pubblico nel distratto, complice silenzio della società civile torinese. Senza l’annoso lavoro di documentazione e critica elaborato da Cencetti sarebbe davvero arduo, se non impossibile, ricostruire le forme di discriminazione che connotano le diverse compagini politiche in città. Le ricerche sul campo come quella restituita da Sgomberi dolci hanno il merito di svelare che le politiche discriminatorie non sono appannaggio della sola destra, ma sono radicate nei modi di pensare e di agire della sinistra di governo. Questo svelamento è fecondo perché rende impraticabile la possibilità di nascondersi in una rassicurante ingenuità, di rifugiarsi nella speranza di costruire un argine contro le destre. Sappiamo che l’alternativa governativa alla Lega o a Fratelli d’Italia è altrettanto discriminatoria e razzista, per quanto più ipocrita e abile a celarsi dietro un apparato discorsivo umanitario. Ogni forma di solidarietà e pratica politica deve fare i conti, adesso, con questa consapevolezza. (francesco migliaccio)
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Giovani donne al bivio. Rileggere Ragazze del Sud di Simonetta Piccone Stella
(disegno di ottoeffe) Mi sono chiesta a lungo da dove cominciare per scrivere di Ragazze del sud. Famiglie, figlie, studentesse in una città meridionale, uscito per Editori Riuniti nel 1979 e firmato da Simonetta Piccone Stella. Il saggio è l’esito di una ricerca svolta a Salerno con un campione di circa cinquanta intervistate tra i venti e i trent’anni, di varia provenienza sociale, tutte iscritte all’università, alle facoltà di magistero e sociologia. Mentre Piccone Stella lavorava a Salerno, sotto la guida di Laura Balbo un gruppo di studiose svolgeva lo stesso tipo di inchiesta all’università di Milano e in altri centri italiani, e nel decennio successivo Renate Siebert-Zahar avrebbe proseguito e ampliato il lavoro con alcune iscritte all’università della Calabria. Quello che si prefiggevano di indagare queste studiose erano le trasformazioni della condizione e della mentalità femminile negli anni del cosiddetto boom economico. Le portavoce di questo cambiamento, a loro avviso, erano le giovani studentesse universitarie, in quanto protagoniste di esperienze nuove ed emancipatorie, dove meglio che altrove era possibile registrare le discontinuità con il passato, i balzi in avanti, i segni del cambiamento. Piccone Stella avverte che, nel caso di una piccola città di provincia meridionale come Salerno, cercare le trasformazioni vuol dire confrontarsi con molteplici situazioni di contrattazione, di stasi, di percorsi emancipatori annunciati, desiderati ma impraticabili, con consapevolezze raggiunte a metà, con rivolte silenziose. Il metodo è quello dell’intervista, della narrazione di sé, dell’auto-riflessività accompagnate dai commenti dettagliati dell’autrice. Le voci delle ragazze vengono maneggiate con destrezza e nessuna parola cade nel vuoto. Le analisi di Piccone Stella si leggono tutte d’un fiato e non lasciano scampo: i discorsi delle ragazze dicono solo una parte, tutto va riletto, lo sguardo ampliato, i non detti esplicitati, ogni cosa significa. I racconti delle giovani fanno emergere le confessioni che potrebbero trovarsi nei loro diari. Piccone Stella le interroga sul rapporto con la famiglia, i genitori, i fratelli e le sorelle, le vicende biografiche che hanno segnato la loro crescita, le aspettative che sentono gravare su di sé, il rapporto con gli uomini, i partner, la sessualità, il posto che sentono di occupare nella società e, ovviamente, i modi in cui stanno cambiando la propria condizione di donne. Ne consegue che molte narrazioni consolatorie vengono abbandonate sotto la spinta delle pungenti domande di Piccone Stella, in un processo di presa di coscienza attivato dal rapporto tra intervistata e ricercatrice. Nella trattazione tematica non c’è un vero punto di partenza, il testo gira e rigira su se stesso, affrontando allo stesso tempo tutte le questioni che si trovano intrecciate nella vita quotidiana delle giovani e così anche nella narrazione. Le ragazze si presentano. Sono innanzitutto figlie femmine di famiglie meridionali. Sanno bene cosa implichi questa condizione. Mentre faticano a presentarsi come studentesse universitarie, sintomo del fatto che la condizione di studiose immesse in un percorso professionalizzante non viene riconosciuta come propria fino in fondo, non esiste l’abitudine a usarla come auto-rappresentazione. Sono, infatti, in questa esperienza le prime – tema ricorrente nella sociologia dell’autrice –, non hanno in questo alcun antecedente e, se si voltano indietro, alcuna tradizione a cui rifarsi. Queste giovani, che per la prima volta continuano gli studi, prendono tempo: non si sposano subito, non passano da una famiglia a un’altra, non mettono al mondo dei figli prima dei venticinque anni. Hanno un tempo prezioso per sé, che chi le ha precedute non aveva, un tempo in cui possono pensare, chiedersi in base a cosa scegliere una strada piuttosto che un’altra, individuarsi, costituirsi come soggetti. L’importanza di questa sospensione dai doveri familiari si manifesta in una serie di “affermazioni in negativo”, in cui dichiarano, per esempio: “non penso al matrimonio”, e dicendo ciò segnalano, indica Piccone Stella, “il disgusto per un percorso obbligato”, il rifiuto di una strada già tracciata, in ogni caso fatta di esserci per gli altri, mentre ora scoprono cosa significhi esserci per se stesse. Volendo rintracciare invece un punto di inizio, la condizione di figlie fornisce le prime coordinate per orientarsi nell’universo simbolico di queste ragazze. Come la stessa Piccone Stella constata all’inizio della ricerca, queste donne, nonostante siano iscritte e frequentino l’università, un luogo altro, dove è possibile sperimentare un alto grado di libertà, sono immerse nell’istituzione familiare che viene percepita ancora – e l’ancora è un riferimento alla diversa condizione delle stesse giovani nelle regioni settentrionali – come principale o unico nucleo di appartenenza alla sfera sociale. La famiglia è così composta. I padri continuano a presiederla emanando leggi autoritarie; con loro le giovani mantengono un rapporto di distacco che a volte sfocia in odio. Le madri aderiscono alla legge del capofamiglia e con loro le figlie intrattengono diversi tipi di rapporti di dipendenza. Le figlie adottano diverse strategie per portare le proprie istanze in questo contesto: si passa da stati di guerra permanente a rivolte silenziose, fino alla poco convinta accettazione dello stato delle cose – in questi casi spesso si immagina di emigrare, di andare via dal Mezzogiorno. Nel complesso madri e padri sono figure segnate dall’ambiguità: mentre da un lato incarnano dei modelli ancora in uso, dall’altro emanano da loro direttive vaghe, incerte, prescrizioni che lasciano più spazio al volere delle figlie. Questi genitori, scrive Piccone Stella, “hanno abdicato al ruolo di oppressori assoluti e si limitano a fare quadrato intorno ad alcuni valori. Intanto però non viene abbracciato nessun nuovo modello”. Il sottofondo di tutte le storie narrate rimanda a una realtà sociale in lenta trasformazione, in cui si fatica a scorgere nuovi spazi – ricreativi, di lavoro, di vita – dove sia possibile sperimentare e dare forma a nuovi modelli. La mancanza di questi spazi non è, per Piccone Stella, un elemento trascurabile. Le ragioni vengono rintracciate nel perdurare di diverse forze e istituzioni sociali del Mezzogiorno, in primis la famiglia, che si sono confrontate con i segni del cambiamento senza aver compiuto passaggi intermedi, dando forme proprie alla modernizzazione che ha riguardato i diversi ambiti della società italiana del dopoguerra. Un’altra ragione riguarda il punto in cui si trovano le studentesse: abitanti a pieno titolo delle tensioni descritte, le protagoniste del libro non arrivano a produrre una critica strutturale della famiglia, perché non collegano interamente la loro condizione alle cause della loro condizione. Ciò emerge anche dalle opinioni che hanno circa l’istituzione del matrimonio e della stessa famiglia, su cui si esprimono con “continue contraddizioni e smentite, spie della fatica che un riesame cosciente di questi istituti, pilastri della vita femminile, comporta”. Emerge quindi un rifiuto da cui deriva un disagio – la critica verso il matrimonio come percorso di fuoriuscita dalla famiglia –, il bisogno di smarcarsi da percorsi obbligati, ma mancano le analisi strutturali sulle catene di causa ed effetto che conducono a questi disagi. In altre parole, si potrebbe dire che manca uno sguardo complessivo – e politico – sulla propria condizione e sulle istituzioni che la sorreggono. Questa è la tesi finale a cui giunge Piccone Stella.  Mi sono chiesta infine che spazio avessero le amiche, la politica, i rapporti sociali nelle vite delle protagoniste. Possibili percorsi emancipativi collettivi vengono disdegnati nei racconti delle giovani. E mentre i rapporti d’amicizia con le donne sono declassati perché la figura della donna è posta un gradino al di sotto di quella dell’uomo, la politica risulta un terreno difficile da attraversare senza un percorso di soggettivazione parallelo, a cui le giovani non sono state educate. I rischi che ne conseguono sono la partecipazione segnata da un conformismo al gruppo cui segue la disaffezione, o l’assunzione del comportamento maschile. Molti anni dopo questa inchiesta Piccone Stella si sarebbe dedicata alla forma letteraria del diario, producendo un’analisi confluita nel saggio In prima persona. Scrivere un diario. Ripercorrendo la trama di Ragazze del sud mi sembra che tutto resti chiuso nel diario e fuori dalla stanza è difficile distinguere le tracce del percorso svolto. Il ruolo del diario però è anche quello di registrare uno stato d’animo, un momento di conflittualità con il proprio io. Nel lungo arco temporale rappresentato dal secondo dopoguerra, il ruolo della donna, il concetto di identità femminile, l’organizzazione della famiglia, hanno rappresentato ambiti in cui i rapporti si stavano ridefinendo sotto la spinta – tra gli altri – di una vasta partecipazione femminile al mercato del lavoro, di un progressivo calo delle nascite, quindi del sopraggiungere del modello della “doppia presenza”, esito combinato del lavoro di cura con il lavoro retribuito intermittente. Il ruolo della donna nella famiglia e nella società andava assumendo forme talvolta nuove, con una consapevolezza parziale e un grado di scelta da parte delle sue protagoniste di volta in volta da indagare. Piccone Stella è un’attenta osservatrice di questi fenomeni. In Ragazze del Sud ci mostra un pezzo di questo mosaico dando voce al crescente numero di donne iscritte all’università. La difficile conclusione a cui arriva è che sono le stesse ragazze a opporre delle resistenze alla propria emancipazione, non riuscendo a esercitare una critica approfondita dei rapporti di potere all’interno delle loro famiglie, non rivendicando pienamente la propria libertà né impegnandosi nel costituire un modello emancipativo proprio.  Queste considerazioni non devono oscurare il percorso di consapevolezza e rottura intrapreso dalle giovani. All’interno di quella generazione, il libro di Piccone Stella mostra come alcune avessero cominciato a prendersi del tempo, a rompere con i dogmi più insopportabili delle istituzioni sociali nelle quali erano cresciute, a farsi delle domande. Domande che valgono per ogni generazione, da riproporre, da ripercorrere. (barbara russo)
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[2026-02-01] Presentazione Nel Nido dei Serpenti @ Presidio No TAV San Giuliano di Susa
PRESENTAZIONE NEL NIDO DEI SERPENTI Presidio No TAV San Giuliano di Susa - San Giuliano di Susa (domenica, 1 febbraio 12:00) Domenica 1 Febbraio NEL NIDO DEI SERPENTI (Zerocalcare) ORE 12 Pranzo con polenta e lenticchie a cure dei Fornelli in lotta (porta piatti e posate) Luogo: Frazione PRESIDIO SAN GIULIANO 9, SUSA ORE 16 Presentazione del libro Nel nido dei serpenti con: * zerocalcare * campagna FREE ALL ANTIFA * Marta Massa (regista) * Filo Sottile * Silvia Ugolini * Mattia Tombolini (momo) Luogo: Teatro Don Bunino, Piazza Cavour Bussoleno Partiamo e torniamo insieme. Non è solo uno slogan: è un viatico. Immagina un mondo in cui la postura antifascista è tacciata di terrorismo; un mondo in cui la pulizia etnica è normalizzata, le persone straniere sfruttate, recluse, respinte, uccise impunemente; un mondo patriarcale in cui le soggettività donna e queer sono silenziate, minorizzate e rimosse; un mondo in cui la sicurezza garantisce gli interessi dei magnati, la legge disciplina i corpi di chi è ai margini, galera e pene esemplari sono punizione e spauracchio per chi alza la testa e si ribella. Questo è il nostro mondo. Zerocalcare ne dà uno spaccato onesto e inquietante in Nel nido dei serpenti. Il suo lavoro dipana la storia di Maja T, militante antifascista agli arresti in Ungheria per fatti analoghi a quelli che portarono a processo Ilaria Salis e altre 16 persone. Maja rischia 24 anni di reclusione in un processo tutto politico. La sua reclusione tocca chiunque rifiuti ogni forma di fascismo. Partiamo e torniamo insieme. È un viatico.
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[2026-01-17] STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA @ Piazza borgo dora BALON
STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA Piazza borgo dora BALON - Piazza borgo dora (sabato, 17 gennaio 11:00) "Stridenti armonie di lotta" è l'appuntamento mensile, alle ore 11, al Balon, Borgo Dora angolo Via Andreis, a cura del Cor'okkio ".....la sempre più pesante e orrida realtà induce a uscire nelle strade con canti di lotta e letture, per denunciare l'intollerabile ed ingiusta persecuzione da parte dei poteri attraverso ogni forma di repressione. A seguire sangria benefit per rifacimento tetto Barocchio
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