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[2026-09-23] Presentazione di "Comprendere lo Yemen" @ Area Pedonale Via Balbo
PRESENTAZIONE DI "COMPRENDERE LO YEMEN" Area Pedonale Via Balbo - Via Cesare Balbo, 10124, Torino (mercoledì, 23 settembre 18:00) COMPRENDERE LO YEMEN - Presentazione del libro di Tim Anderson Il libro punta a far luce su una zona del mondo tanto discussa, soprattutto alla luce degli ultimi eventi e dell'offensiva Houthi lungo lo stretto di Bab el Mandeb, ma raramente approfondita. Grazie al contributo di numerosi autori yemeniti, il libro "Comprendere lo Yemen" fa luce sul momento nel quale un paese che viene raccontato come territorio afflitto dal"la peggiore delle crisi umanitarie", eppure è diventato uno scenario centrale nella guerra contro l'imperialismo americano, israeliano e saudita. Dalla costruzione del Governo Rivoluzionario da parte degli Houti, alla guerra contro Israele in solidarietà alla popolazione palestinese, fino alle più recenti operazioni militari che hanno il piccolo paese sul Mar Rosso al centro della cronaca globale, il testo ricostruisce la genesi del movimento Ansar Allah, delle sue radici politiche, della guerra civile yemenita e delle sue proiezioni globali. Ne discutiamo insieme all'autore Tim Anderson (già docente di Economia Politica all'università di Sydney e direttore del Center for Counter Hegemonic Studies) e alla traduttrice italiana Roberta Rivolta. MERCOLEDÌ 23 SETTEMBRE  - H 18 AREA PEDONALE DI VIA BALBO - VANCHIGLIA INFOSHOP SENZA PAZIENZA
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[2026-09-24] Presentazione del libro "L’ULTIMO OPERAIO" di Niccolò Zancan @ Libreria Comunardi
PRESENTAZIONE DEL LIBRO "L’ULTIMO OPERAIO" DI NICCOLÒ ZANCAN Libreria Comunardi - v. Bogino, 2 Torino (giovedì, 24 settembre 20:30) giovedì 24 settembre ore 20:30 - libreria comunardi; via san francesco da paola 6, torino presentazione del libro di Niccolò Zancan: L’ULTIMO OPERAIO dibattito con l’autore - conduce Salvatore Cominu evento a cura di Torino anni ’80… fatti nostri Abbiamo attraversato quegli anni ‘80 con gioia e fatica. Giovani, allora, che pensavamo ancora di poter cambiare un mondo che non ci piaceva, arrivati troppo tardi per l’ondata rivoluzionaria del lungo ’68 italiano e troppo presto per non sentirne il peso. Torino in quegli anni incominciava appena la sua trasformazione, da città-fabbrica, la città della Fiat e degli Agnelli, a città postmoderna, eppure avevamo colto quel cambiamento, lo discutevamo nei nostri collettivi, lo sentivamo nella musica e nei concerti, lo descrivevamo nei nostri volantini, nelle fanzine e rivistine, lo urlavamo nei cortei con cui attraversavamo la città. Ci siamo formati in quel decennio cerniera, che si apre con l’autunno ’80 alla Fiat e le decine di migliaia di licenziamenti e cassa integrazione e la Marcia dei quarantamila capetti, e termina per noi con il Movimento della Pantera che occupa le università torinesi, l’apertura dei centri sociali e di Radio Black out. La Torino di oggi, con i suoi spazi ridefiniti da crisi, ristrutturazione, valorizzazione capitalistica e mercificazione, affonda nella memoria di quegli anni, preziosi e ostili. Per questo torniamo proprio lì, a cercare dove tutto ha cominciato a cambiare.
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Un viaggio nel tempo e nella storia. Maria Pace Ottieri in Benin
(disegno di sam3) “Se credi nell’invisibile, raddoppi il volume dell’esistenza, io li invidio gli africani, diceva Ulisse”. Maria Pace Ottieri La prima volta che siamo stati bianchi, di Maria Pace Ottieri, Sellerio, pubblicato nel 2026, ha la vestizione classica dell’editore palermitano: formato tascabile, copertina morbida, pagina snella. È rassicurante, come certi prodotti che abbiamo tra le mani da molti anni e sono diventati oggetti cari. Anche il nome della collana in cui è inserito – il divano – ci rassicura. Ma tutto ciò depista, perché mentre leggiamo, ci rendiamo conto di essere davanti a un libro col doppio fondo, cha parte da un viaggio, e dentro quel viaggio cadono una a una tutte le cose rassicuranti, mettendoci di fronte a interrogativi inediti, o forse dimenticati, evidenziando lo sfondo da cui emerge ciò che siamo oggi. Nel 1975, poco più che ventenne, l’autrice si ritrovò a far parte di una spedizione nel Dahomey, oggi Benin, per girare un film documentario sulla cultura vudu. Siamo nell’Africa Occidentale subsahariana, sul golfo di Guinea, stretti tra Togo a occidente e Nigeria a oriente. Un viaggio in un territorio che corrisponde a meno dell’un per cento di quello che noi da fuori, superficialmente, chiamiamo Africa. Questo libro è il resoconto di quelle settimane, dentro un paese in grande cambiamento dopo l’indipendenza dalla Francia, che nel 1960 prende il nome di Repubblica del Dahomey. Dopo un decennio caratterizzato da numerosi golpe e cambi di potere, Mathieu Kérékou, instaurò un regime di tipo marxista-leninista e nel 1975 il paese fu rinominato Repubblica Popolare del Benin. Forse l’arrivo di questo nuovo regime, spinge il re Aho René Glelé in persona, erede della monarchia decaduta e capo vodun, a invitare la troupe a documentare “la magia dell’Africa, le divinità, le medicine, i miti”. Un invito inaspettato, da chi contrastava il nuovo regime che vedeva nella religione vudun un retrogrado apparato a uso delle monarchie decadute. Il viaggio assume da subito un carattere epico, tra la ricerca di qualcosa di mai visto, di spettacolare, da mostrare in televisione, e il susseguirsi di una serie di ostacoli burocratici che aprono strade inaspettate: alternative e coraggiose. Un’esperienza rocambolesca di un manipolo di yovo (letteralmente: uomo bianco, europeo) alla ricerca di autenticità. Il libro descrive gli incontri con Aho, ultimo esponente della dinastia monarchica, avvolto in un alone di mistero; le feste danzanti, il sacrificio legato al culto degli antenati e l’incontro con una vodunsi: una delle numerose sorelle di Aho, attraversata dall’esperienza dell’invisibile, che svela la costruzione dell’altare di un vodun: “Ci vuole una stoffa pulita che copra una tavoletta, poi sopra ci metti tutto ciò che in natura possiede una qualche vibrazione: pietre, piante, foglie, una piccola zucca con l’acqua, un’altra zucca per la farina coi cereali, di miglio, di fagioli, di riso, così rinfreschi gli antenati e li nutri”. Il libro è una ricerca, ai limiti del tempo possibile, in un mondo in via di estinzione, o meglio, in via di trasformazione, con una religione ostacolata dalla nuova Repubblica, ma fortemente radicata nel passato impero del Dahomey, con la ferita aperta di quattro secoli di tratta degli schiavi. “L’atmosfera cupa e arcana del luogo – scrive Ottieri – ricordava a ogni passo l’odiosa piaga della schiavitù, ma non la si nominava mai, quattro secoli di abominio non avevano ancora trovato il loro posto nella memoria del paese, milioni di vite cancellate senza traccia […], ad Abomey tutto era riverbero di un’epoca di barbarico, purpureo splendore”. Un viaggio in Africa è molto di più che un viaggio. È un affaccio nell’inconscio dell’Occidente, un luogo – come suggerisce il titolo – dove il punto di vista è ribaltato. Un viaggio verso quella parte ancestrale che probabilmente ha richiesto all’autrice un allontanamento nel tempo e cinquant’anni di elaborazione. Ottieri torna in Benin all’inizio degli anni Novanta – quasi vent’anni dopo il viaggio del ’75 –, quando per la prima volta nel dibattito pubblico si parla apertamente dei quattro secoli di tratta degli schiavi e di un secolo di colonialismo, che hanno depresso buona parte dell’Africa. Dopo la caduta del regime marxista-leninista, il vodun “riemerge, come indispensabile culto dell’identità ancestrale, espressione di un’essenza primordiale africana perduta e da ritrovare tutti insieme. […] Sono gli anni in cui irrompe ovunque, sulla scena culturale e politica, la questione dell’identità; e poiché la carne dell’identità è la memoria, ecco che un’identità inquieta, discorde e conflittuale, tutta da ricomporre e reinventare, non può che richiamarsi alla memoria. Ma la memoria di chi?”, insiste l’autrice. Degli eredi di chi era deportato o di chi deportava? “Memoria privata e memoria storica si mescolano in un’intricata foresta di rimozione, vergogna, ricerca di riscatto, in cui le differenze tra le vittime e i carnefici appaiono sfocate, se non addirittura cancellate in nome dell’invenzione di una nuova comunità omogenea”. Le cerimonie del vudu sono state impacchettate a uso dei turisti e quindici anni dopo quella spedizione, molti dei suoi elementi costitutivi non sono riconoscibili. “Molti viaggiatori cercano illusione dell’autenticità”, ma “il vudu plasticamente si adatta”, rimane e si mostra, nella sua messa in scena, chissà se ancora nella parte autentica. Ma, come chiosa Ottieri, “forse l’autentico è, e può essere, solo nel desiderio dello sguardo di chi osserva”. Il viaggio della Ottieri assume il carattere di un viaggio nel tempo e la storia del Benin diventa emblematica di come si possa provare a raccontare una cultura, contraddittoria, oppressa, deturpata… ma viva, nonostante tutto. Questo libro mi pare che trovi la sua forma nel tentativo di costruire uno sfondo di conoscenza e di storia a favore di quelle donne e uomini, talvolta appena neonati, che raggiungono – o non raggiungono – le coste d’Europa, non più deportati con le pesanti catene della tratta atlantica, ma costretti a viaggi senza speranza dalla chiusura delle frontiere, dall’essere considerati fuorilegge per nascita e usati come arma di ricatto tra stati e merce di scambio. “Nella tratta degli schiavi convergono gli interessi delle classi dirigenti dei due continenti”, scrive l’autrice. Il potere cambia volto, ma non la sostanza. (daniele balzano)
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