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[2026-02-01] Presentazione Nel Nido dei Serpenti @ Presidio No TAV San Giuliano di Susa
PRESENTAZIONE NEL NIDO DEI SERPENTI Presidio No TAV San Giuliano di Susa - San Giuliano di Susa (domenica, 1 febbraio 12:00) Domenica 1 Febbraio NEL NIDO DEI SERPENTI (Zerocalcare) ORE 12 Pranzo con polenta e lenticchie a cure dei Fornelli in lotta (porta piatti e posate) Luogo: Frazione PRESIDIO SAN GIULIANO 9, SUSA ORE 16 Presentazione del libro Nel nido dei serpenti con: * zerocalcare * campagna FREE ALL ANTIFA * Marta Massa (regista) * Filo Sottile * Silvia Ugolini * Mattia Tombolini (momo) Luogo: Teatro Don Bunino, Piazza Cavour Bussoleno Partiamo e torniamo insieme. Non è solo uno slogan: è un viatico. Immagina un mondo in cui la postura antifascista è tacciata di terrorismo; un mondo in cui la pulizia etnica è normalizzata, le persone straniere sfruttate, recluse, respinte, uccise impunemente; un mondo patriarcale in cui le soggettività donna e queer sono silenziate, minorizzate e rimosse; un mondo in cui la sicurezza garantisce gli interessi dei magnati, la legge disciplina i corpi di chi è ai margini, galera e pene esemplari sono punizione e spauracchio per chi alza la testa e si ribella. Questo è il nostro mondo. Zerocalcare ne dà uno spaccato onesto e inquietante in Nel nido dei serpenti. Il suo lavoro dipana la storia di Maja T, militante antifascista agli arresti in Ungheria per fatti analoghi a quelli che portarono a processo Ilaria Salis e altre 16 persone. Maja rischia 24 anni di reclusione in un processo tutto politico. La sua reclusione tocca chiunque rifiuti ogni forma di fascismo. Partiamo e torniamo insieme. È un viatico.
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[2026-01-17] STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA @ Piazza borgo dora BALON
STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA Piazza borgo dora BALON - Piazza borgo dora (sabato, 17 gennaio 11:00) "Stridenti armonie di lotta" è l'appuntamento mensile, alle ore 11, al Balon, Borgo Dora angolo Via Andreis, a cura del Cor'okkio ".....la sempre più pesante e orrida realtà induce a uscire nelle strade con canti di lotta e letture, per denunciare l'intollerabile ed ingiusta persecuzione da parte dei poteri attraverso ogni forma di repressione. A seguire sangria benefit per rifacimento tetto Barocchio
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[2025-12-18] E' tempo di Rivolta! Presentazione del nuovo numero di Doppio Filo con banchette e documentario @ Kontiki
E' TEMPO DI RIVOLTA! PRESENTAZIONE DEL NUOVO NUMERO DI DOPPIO FILO CON BANCHETTE E DOCUMENTARIO Kontiki - Via Cigliano, 7 - Torino (giovedì, 18 dicembre 18:30) È tempo di Rivolta: il 18 dicembre al Kontiki! Non fartelo raccontare! h18.30 Via Cigliano 7B banchette di artigian3 ed editor3 🗣 esposizione dell’inchiesta del coordinamento Colpo su SMAT 🔥 presentazione del nuovo numero di LaRivolta h21 🇵🇸 proiezione documentario su Palestine Action “To kill a war machine” ➡ per più informazioni sui banchetti scrivete a rivista.larivolta@gmail.com oppure in dm
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[2025-12-21] Thomas Müntzer e la guerra dei contadini @ La Credenza
THOMAS MÜNTZER E LA GUERRA DEI CONTADINI La Credenza - Via Walter Fontan 31 Bussoleno (Valsusa) (domenica, 21 dicembre 18:00) THOMAS MÜNTZER (1490?-1525) È UNA DELLE FIGURE PIÙ DENIGRATE, RIMOSSE E, AL TEMPO STESSO, PIÙ EMBLEMATICHE E FOLGORANTI DELLA STORIA MODERNA OCCIDENTALE. MA CHI FU DAVVERO MAGISTER THOMAS? AL CONFINE TRA ROMANZO STORICO E SAGGIO POLITICO, MAURICE PIANZOLA RIPERCORRE LA BREVE VITA DI QUESTO «GIOVANE TEDESCO» IMMERSO NEI TRAVAGLI DEL SUO TEMPO. LE INNOVAZIONI TECNOLOGICHE E LE ESPRESSIONI ARTISTICHE, IL DISCIPLINAMENTO E LA PROLETARIZZAZIONE DEI LAVORATORI, LO SPOSSESSAMENTO DELLE AUTONOMIE COMUNITARIE. E, OVVIAMENTE, LA RIFORMA PROTESTANTE, LE SUE CORRENTI RADICALI, MILLENARISTE, ANABATTISTE, E LA SOLLEVAZIONE POPOLARE CHE SFOCIÒ NELLA “GRANDE GUERRA DEI CONTADINI” DEL 1525, L’EVENTO «PIÙ RADICALE DELLA STORIA TEDESCA» (KARL MARX). È A QUESTA RIVOLUZIONE CHE MÜNTZER CONSACRÒ LA SUA VITA, TORTURATO E DECAPITATO A POCO PIÙ DI TRENT’ANNI AL FIANCO DELLE CENTINAIA DI MIGLIAIA DI CONTADINI CHE CON LUI SI ERANO SOLLEVATI IN ARMI, SCONTRANDOSI CON LE ARMATE DEI PRINCIPI, ABBATTENDO CASTELLI E CONVENTI, SFIDANDO L’ORDINE DEL MONDO PER REALIZZARE SULLA TERRA IL «REGNO DELLA GIUSTIZIA DIVINA» IN CUI «OMNIA SUNT COMMUNIA», OGNI COSA È IN COMUNE. PRESENTAZIONE DELL'ULTIMO LIBRO DELLE EDIZIONI TABOR: MAURICE PIANZOLA, «IO AFFILO LA MIA FALCE». THOMAS MÜNTZER E LA GUERRA DEI CONTADINI, DICEMBRE 2025, 224 PAGINE, 12€
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Maranza di tutto il mondo, unitevi! Note sul libro di Houria Bouteldja
(disegno di giallaz) Quando chiedo alla commessa di Libraccio se abbiano in negozio il nuovo libro di Tommaso Sarti – Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza (DeriveApprodi, 2025) – lei litiga con il monitor perché è convinta che ci sia. «Devo averlo confuso con un altro», mi fa, scusandosi. La guardo comprensivo: non è così usuale che nello stesso mese vengano pubblicati due libri sui maranza, anche io mi sarei confuso. L’altro libro che ho in mente è La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza di Gabriel Seroussi (Agenzia X, 2025). Eppure, non è a questo che stava pensando lei: «L’ho confuso con quello dal titolo tradotto malissimo». La guardo confuso. Sebbene la sua non sia proprio una gran pubblicità, è questo tipo di frasi che suscita l’interesse di alcuni lettori. Vado a vederlo al piano di sotto: Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie (DeriveApprodi, 2024). Il titolo originale è Beaufs et barbares. Le pari du nous di Houria Bouteldja (La Fabrique éditions, 2023), uscito in Francia due anni fa. Copertina stile La haine ma a colori, autrice franco-algerina militante e nota editoriale dei traduttori dal titolo: Perché maranza. Lo compro. Nella nota editoriale si spiega che la parola “maranza” traduce contemporaneamente “beaufs”, termine ai limiti dell’intraducibilità con cui generalizzando possiamo intendere il proletariato bianco, e “barbares”, che per Bouteldja sono i proletari indigeni, ovvero i nativi dei territori colonizzati, oggi immigrati, regolari e non, in Francia e negli altri paesi europei. Questa scelta la trovo coraggiosa. Sulla seconda parte della frase invece, con quell’invito a unirsi accompagnato da un altisonante punto esclamativo, sono d’accordo con la libraia: quantomeno discutibile. La prima volta che ho sentito il termine “maranza” era tre anni fa. Chi lo pronunciava alludeva a una serie di video che circolavano su TikTok in cui dei ragazzini molto giovani ostentavano azioni provocatorie e violente. I video provenivano soprattutto dal nord Italia. Maranza però non è un neologismo. La parola si trova già in una canzone di Jovanotti (Il capo della banda, 1988), che in un’intervista di quell’anno rivendicava di essere lui stesso un “maranza”, attribuendo al termine questa definizione: “è quello che si impunta”. Se prima la parola era utilizzata solo da una nicchia di persone del milanese con un’accezione più o meno positiva, dal 2022 il termine è diventato di uso comune con una connotazione fortemente negativa proprio a seguito di quei video. Difficilmente oggi Jovanotti rivendicherebbe di essere un maranza, come faceva sul finire degli anni Ottanta. Il termine oscilla tra una connotazione criminale, pericolosa, e una più burlesca, quasi comica, ma pur sempre denigratoria. LIBERTÉ MA NON PER TUTTI Ponendosi da una prospettiva diversa rispetto ai tradizionali libri di storia, Bouteldja rilegge la periodizzazione storica convenzionale in chiave razziale. La razza, parola ripudiata dal dibattito pubblico odierno, diventa qui il motore silente che aziona la macchina della Storia. Sin dall’antichità, gli schiavi erano innanzitutto un soggetto razzializzato. La Modernità, che convenzionalmente comincia con la scoperta dell’America nel 1492, ha inizio con il genocidio di un popolo: gli indigeni americani, rei di incarnare una razza fino a quel momento sconosciuta e di abitare terre piene di risorse predabili. Data l’enorme quantità di ricchezza di cui disporre, c’era bisogno di identificare chi potesse beneficiarne e chi no; per questo, negli anni a seguire, nascono gli stati moderni. Inghilterra, Olanda, Francia – ma dal 1776 anche Stati Uniti – si contendono ripetutamente l’egemonia su queste ricchezze. Con lo stato moderno l’individuo rinuncia a una parte della sua identità per identificarsi con lo stato a cui appartiene; in cambio, egli pretende che, all’interno di esso, gli siano riconosciuti una serie di diritti e di privilegi: l’istruzione, la libertà di parola, il voto; ma anche l’accesso a una parte delle ricchezze provenienti dagli stati colonizzati. Solo all’interno dello stato, perché lo stato moderno è intrinsecamente razzista e costitutivamente selettivo. È evidente allora come la Rivoluzione francese costituisca sì una liberazione, ma solo per qualcuno. La schiavitù, abolita dalla Convenzione montagnarda nel 1794, ritorna già nel 1802; la colonizzazione in Africa è al suo apice durante il diciannovesimo secolo, e la Francia ne è una dei grandi protagonisti: Liberté, Égalité e Fraternité per qualcuno, non per tutti. Gli stati moderni europei hanno però dei fratelli, figli della stessa grande madre: la razza europoide. Per questo, se non è importante quello che spetta al cittadino di un’altra razza, è però molto importante che le pretese di un cittadino di uno stato fratello siano accontentate. Qui l’autrice riprende Gramsci, che aveva teorizzato l’esistenza dello “stato integrale”, ma si spinge oltre, introducendo il concetto di “stato razziale integrale”. In questi stati, le rivendicazioni politiche esistono, non sono represse, ma sono chiuse nel recinto della razza. La lotta di classe si riduce a un conflitto tra bianchi: “La battaglia tra la borghesia e il popolo, per quanto feroce possa essere, rispetta globalmente il paradigma razziale/coloniale che stringe il campo politico come in un corsetto. I due blocchi che si fanno la guerra, separati da rapporti antagonisti di classe, sono invece uniti dalla razza”. (p. 79) Il nazi-fascismo del ventesimo secolo allora è un’anomalia: questa si spiegherebbe come l’esclusione – definitiva? – della parte più estrema dello Stato razziale integrale. Perde il nazi-fascismo, ma vincono gli “stati razziali progressisti”: Inghilterra, Stati Uniti e Francia. Isolando la parte violenta degli “stati razziali integrali”, le potenze occidentali si assicurano la sopravvivenza degli stati nati dal 1492 in poi. Arrivando alla contemporaneità, con questa prospettiva l’autrice rivaluta l’astensionismo: “Votare significa votare bianco… tranne quando – ironicamente – la scheda è bianca. Nonostante sia azzardato dare un senso definitivo e univoco allo sciopero elettorale […] la loro ‘miseria civica’ non è altro che un atto di rivolta contro un dispositivo che organizza l’impotenza, impedisce qualsiasi riforma”. (p. 84). A questo punto Bouteldja avanza la sua proposta politica: un’alleanza tra i due soggetti del titolo, beaufs e barbares. Queste due forze sono in conflitto, come riconosce l’autrice stessa, dal momento che i beaufs identificano una delle cause del deterioramento del loro stile di vita proprio nella presenza dei barbares nei loro stati (non è un caso infatti che i neri e gli arabi si siano rifiutati di aiutare i gilet gialli nel 2018). Eppure, secondo Bouteldja, i due gruppi hanno un nemico in comune: l’Unione Europea, “il punto debole dello stato integrale” (p. 129). Solo con l’obiettivo comune di un’uscita della Francia dall’Unione Europea si potrebbero radunare le forze dei due schieramenti. Il problema però è che il ritorno a una prospettiva nazionale comporta inevitabilmente il rischio di una svolta nazionalista, che colpirebbe proprio i barbares. Qui l’argomentazione dell’autrice sembra più fragile: seppur si mostri consapevole di questo rischio, Bouteldja confida in un orizzonte più ampio, che scongiuri la minaccia nazionalista: “Bisogna iscrivere la Frexit decoloniale in una nuova geografia politica, che deve implicare solidarietà e fratellanza con i popoli del Sud e anche una rottura della meccanica dello sfruttamento su cui si fondano i rapporti asimmetrici tra la Ue e il Sud globale” (p. 139). Questa prospettiva, seppur affascinante, appare molto problematica: come definire chi fa parte del Sud globale e chi no? E, soprattutto, come evitare che si ripresentino le stesse dinamiche di sfruttamento che caratterizzano la geopolitica contemporanea? NOI E I MARANZA Sebbene l’autrice parli della Francia, questo saggio si inscrive molto bene anche nella cornice italiana con le sue specificità. Nonostante il diverso rapporto con la cultura islamica, anche in Italia l’islamofobia è in crescita. Secondo Bouteldja, questa è “l’arma congiunturale della controrivoluzione coloniale […], un tassello chiave al servizio dello stato razziale integrale”. (p. 126). Da quando il termine “maranza” è divenuto di uso comune, questo non si sente solo nei comizi elettorali di Vannacci e Sardone, ma si ripete spesso per strada, in televisione, sui social. È del 5 novembre scorso il post di Ryanair Italia che afferma: “Ci riserviamo il diritto di non servire chi indossa tute da maranza” (con tanto di didascalia: “facciamo noi le regole”). La parola è usata soprattutto nell’ambito della sicurezza: i maranza sembrano essere diventati il più grande pericolo per la nostra incolumità. È nota l’indagine della Digos secondo cui alcuni esponenti dell’estrema destra avrebbero organizzato delle “ronde anti-maranza” volte a riportare l’ordine e la sicurezza nelle strade milanesi; pare anche però che alcuni dei responsabili del blitz all’occupazione del liceo Da Vinci di Genova, indagati per danneggiamento aggravato e apologia di nazismo a causa delle svastiche disegnate sui muri, siano “maranza”. Ma chi sono allora i maranza? Se non è esatto che la parola maranza sia un neologismo, come affermato nella nota editoriale (p. 7), è pur vero che, nel suo nuovo utilizzo, il termine di fatto combini le due parole “marocchino” e “zanza” (Gabriel Seroussi sostiene che questa idea sia un falso mito: probabile, ma di fatto oggi la parola richiama istintivamente questi due termini). Anche la parola “zanza” ha una storia molto particolare, ma possiamo ipotizzare che derivi da “zanzara”, insetto particolarmente fastidioso. Uno “zanza” è infatti un “imbroglione, truffatore, furfante” (Treccani), oppure, in senso più ampio, un “tamarro”. I maranza sarebbero quindi dei micro-criminali di origini marocchine o, nel migliore dei casi, dei tamarri magrebini. È sempre più diffuso però un utilizzo del termine con riferimento a quegli adolescenti, anche di origine italiana, che vivono – come i ragazzi marocchini – l’emarginazione delle periferie, ascoltano un certo tipo di musica e vestono con le fantomatiche “tute da maranza”. Da qui l’idea della traduzione del titolo: Maranza di tutto il mondo, unitevi! Come ci racconta Bouteldja, in Francia il razzismo non è cosa di pochi, e lo stesso si può affermare per l’Italia. Tutti abbiamo condannato quel manipolo di ultras della Fiorentina che insultarono Kalidou Koulibaly dicendo “scimmia di merda”, ma quanti di noi rinuncerebbero al diritto di prelazione che sentiamo di avere su quanto ci circonda rispetto a un immigrato irregolare? Dire maranza vuol dire parlare dal di qua di una barricata, vuol dire che c’è un “noi” e c’è un “loro”; eppure, cos’altro ci rende diversi da “loro” se non la convinzione, sedimentata nelle tradizioni delle nostre famiglie, di meritare dei privilegi solo in quanto cittadini di uno “stato razziale”? Allora, dimenticando per un attimo quanto discutibile possa essere la traduzione del titolo, bisogna riconoscere a quest’associazione linguistica il merito di strappare la parola maranza alle connotazioni razziste sempre più diffuse di Sardone e Ryanair – ma anche di tanta gente di sinistra – e renderla, forse per la prima volta in Italia, soggetto politico attivo. (federico murzi)
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La plastificazione delle città, un libro sul turismo nei Paesi Baschi
(disegno di otarebill) “Era una città di plastica / di quelle che non voglio vedere / con edifici cancerogeni / e un cuore di paccottiglia / dove invece del sole sorge un dollaro / dove nessuno ride, dove nessuno piange / con gente dalle facce di polistirolo / che sentono senza ascoltare e guardano senza vedere / gente che ha venduto per la sua comodità / la sua ragion d’essere e la sua libertà”. Poteva essere questa strofa di Rubén Blades e Willie Colon l’epigrafe del libro La rivolta nella città di plastica, di Marco Santopadre, una breve inchiesta sulla turistificazione estrema della città basca di Donostia (San Sebastián) pubblicato qualche mese fa dalla Red Star Press di Roma. La mitica canzone Plástico del 1978, un capolavoro della salsa, è un’invettiva ironica contro la superficialità delle donne, degli uomini e delle città del continente americano. Negli anni Settanta questi musicisti latinos di New York vedevano come il modello urbano consumista statunitense si riproduceva anche nei loro paesi d’origine. Mezzo secolo dopo questa plastificazione ha raggiunto tutte le città del mondo: le capitali, come Roma, che con il Giubileo è stata finalmente consegnata alla grande finanza internazionale; ma anche le città meno centrali. Una è sicuramente Donostia (è il nome basco: in castigliano è San Sebastián), la “perla del Cantabrico”, nel nord della penisola iberica. Santopadre, che conosce bene il paese basco, e che per questo libro ha svolto dieci interviste ad attivisti, sindacalisti, consiglieri comunali, portavoce delle associazioni di quartiere, racconta di un passato recente in cui la città aveva due facce: la San Sebastián “turistica, godereccia, dai tratti raffinati, un po’ snob e un po’ retrò”; e la Donostia “estremamente popolare, combattiva, impegnata, verace, dai modi diretti e informali” (p.14). Per decenni questi due mondi hanno condiviso lo stesso territorio, forse ignorandosi, o disturbandosi tra loro poco più delle due città di The city and the city di China Mieville. Ultimamente, però, ed è il tema del libro, la prima ha “fagocitato” la seconda. Come nel libro di Mieville, si parla di classi sociali: la città borghese ha sconfitto la città popolare, divorando anche il suo mondo vitale, la sua lingua indigena (l’Euskera o basco), le sue mobilitazioni politiche. Lo strumento di questa vittoria è il turismo; o meglio, la trasformazione della città in una monocultura turistica. A differenza della vicina Bilbo (Bilbao), città operaia e industriale che si è aperta al turismo solo dopo la costruzione del museo Guggenheim a fine anni Novanta, con il “recupero” delle zone abbandonate dalla deindustrializzazione,  Donostia ha alle spalle due secoli di turismo: perciò la tipica risposta alle critiche al turismo è che Donostia “è sempre stata turistica” (p.31). Per il suo clima e la sua posizione, era meta di vacanze termali per l’aristocrazia già nell’Ottocento; e anche il dittatore Francisco Franco vi passò le estati dal 1940 fino alla morte, nel 1975. Ma per quarant’anni tutta la regione basca, Euskadi, è stata lo scenario della conflittualità indipendentista dell’ETA, di enormi mobilitazioni contro lo stato spagnolo, e della kale borroka, la guerriglia urbana dei giovani. Forse queste grandi mobilitazioni sono riuscite a tenere alla larga non tanto lo stato, quanto la massificazione turistica che incombeva sulla regione (della turistificazione di Bilbao parla anche l’ultimo capitolo del libro di Santopadre, a partire dal lavoro di Adriano Cirulli, altro grande conoscitore del país vasco). Santopadre spiega infatti che la deposizione delle armi di ETA ha segnato l’inizio del nuovo ciclo di turistificazione. Nello stesso anno dell’annuncio di ETA, il 2011, Donostia fu candidata a “Capitale europea della cultura” per il 2016 (l’anno in cui si seppe che il dubbio privilegio sarebbe stato riservato anche a Matera; pochi anni dopo a Procida). Queste grandi celebrazioni cementificano nuove alleanze nelle élite: come le Olimpiadi di Barcellona del 1992, annunciate dall’ex ministro franchista Jose Antonio Samaranch, che sancirono la ritrovata unità economica di destra e sinistra sotto il vessillo dell’impresa e della gentrificazione, così Donostia 2016 è diventata subito il paradiso dell’industria turistica. Non passa neanche un anno dal “grande evento”, che già la turistificazione è estrema; nascono le organizzazioni contro l’overtourism – un termine che il libro giustamente critica, perché la questione non riguarda la quantità di turisti; e neanche la “qualità” (pp. 100-110). Subito dopo la pandemia del 2020 già un quinto dei posti letto nelle zone centrali sono per il turismo (p.49), con il conseguente calo dei residenti (non pronunciatissimo: nel quartiere centrale le statistiche registrano il dieci per cento in meno in venti anni, anche se probabilmente esponenziale; p.51). “Siamo in pericolo”, dichiara un’intervistata (l’unica donna). Quella di Donostia, per uno degli intervistati, sarebbe una “gentrificazione con caratteristiche proprie” (p.51). Eppure – circondata dagli aeroporti, funestata dal lavoro precario e stagionale, satura di bar e bnb (per lo più gestiti da gruppi imprenditoriali), inzeppata di installazioni artistiche, svuotata dall’aumento degli affitti, con il conseguente “sradicamento di un’intera generazione […] oltre all’indebolimento delle reti comunitarie e perdita dell’identità locale” (p.58) – si fatica a vedere in cosa sia diversa dalle migliaia di altre città gentrificate. Il libro ripercorre tutte le politiche con cui l’amministrazione ha favorito la turistificazione estrema: dalla concessione di licenze per hotel in deroga alle norme edilizie, alla demolizione di edifici storici di cui si mantengono solo le facciate, fino agli “errori” intenzionali che hanno accelerato la distruzione della città; e anche le denunce dei numerosi collettivi, studiosi e associazioni di abitanti, quasi sempre senza risultati, almeno nei tribunali. Al di là della forma specifica di vendere Donostia come capitale enogastronomica, una narrativa di cui Santopadre ripercorre lo sviluppo – dal 2009 che si fonda il Basque Culinary Center, si celebra la fiera San Sebastian Gastronomika, si trasformano le sidrerie in ristoranti brandizzati, fino all’assurdità dell’Instituto del Pintxo (p.83) – è evidente che i processi descritti nel libro sono proprio esempi da manuale. Le città gentrificate non si distinguono per forma, storia e vita, ma per il tipo di offerta che propongono ai nuovi arrivati – turisti o gentrificatori. Ed ecco la plastica! È il packaging che trasforma la città in un pacchetto che i visitatori possano consumare rapidamente. Ma è anche una metafora dell’abbellimento superficiale, della ripulitura frettolosa, del consumo in serie, colori e forme attraenti ma identiche ovunque. Il simulacro si moltiplica al punto di sostituirsi alla città. Anche questo processo è standard: lo descriveva Harvey in The Art of Rent ventitré anni fa, spiegando che le città per farsi “globali” sono costrette a distruggere ciò che le rende uniche. Donostia oggi è analoga alla Cappuccino city di Derek Hyra, ma anche alla città di Santa Chiara, le cui mirabolanti avventure racconta Diego Miedo; di fatto, a tutte le altre città turistificate del mondo. Tutte in mano ai city killers, come li chiama Lucia Tozzi. Quello che manca in questo racconto però è la rivolta del titolo. In questa città di plastica, dov’è l’abitante di Zerocalcare che esce col fucile gridando “Rebibbia non sarà mai il nuovo Pigneto! Le vostre apericene fatele da un’altra parte”? O quello di Diego Miedo che grida “Americani di merda non saremo mai il vostro zoo”? Dopo lo scioglimento dell’ETA forse è fuori luogo invocare le armi. Ma è vero anche che l’invasione turistica attuale, soprattutto dopo la pandemia, non ha mai prodotto niente di simile alle proteste anti-gentrificazione degli anni Ottanta, come la rivolta fondativa di Tompkins Square nel 1988. Ci sono gruppi di abitanti critici, reti internazionali come SET, libri ed eventi contro il turismo – ma pochissime rivolte. Un’eccezione forse è stata quest’estate a Città del Messico contro i turisti statunitensi, che le autorità hanno rapidamente definito violenza xenofoba. Le rivolte contro la plastica sono nella nostra immaginazione, sono prefigurazioni, dei simulacri, plastica anche loro. Rivolte vere, per ora, né a Donostia né altrove. Anche perché sarebbe assurdo prendersela con i turisti, ingranaggi della macchina, quasi sempre inconsapevoli. Ma anche sul campo della consapevolezza non siamo avanzati molto. Nel 1979 Ruben Blades e Willie Colon spiegavano chiaramente la strada contro la plastificazione: “Senti latino, senti fratello, senti amico – dice l’ultima strofa della canzone Plástico – non lasciarti confondere / dall’oro o dalla comodità! / Andiamo tutti sempre avanti / c’è ancora molta strada da fare / per farla finita tutti insieme / con l’ignoranza che ci mantiene suggestionati / con modelli importati / che non sono la soluzione. / Non lasciarti confondere / cerca il fondo e la sua ragione / e ricorda: si vedono le facce / ma non si vede mai il cuore”. Studiare, lavorare, andare sempre avanti, contro i modelli statunitensi di plastica: “Ricordati che la plastica si scioglie / quando la illumina il sole” canta Ruben Blades mentre il coro ripete “si vedono le facce, si vedono le facce / ma non si vede mai il cuore”. Questa era la strada con cui “vinceremo insieme”. Per il momento, la vittoria non è arrivata. Cosa vuol dire “cercare il fondo e la sua ragione” nella città di plastica? Le facce di plastica hanno un retro, un fondo, dove si vede la filettatura, il segno della fusione, che ne rivela la natura artificiale, prestampata. Turistificazione e gentrificazione sembrano un pezzo unico, da prendere o rifiutare in blocco, magari regolando quantità e qualità. Il punto di fusione, nascosto, mostra invece che questi fenomeni sono un’accozzaglia di eventi disparati – dai finanziamenti pubblici alle low cost, alla mancanza di regolazioni sugli affitti brevi – fusi insieme da un discorso pubblico che li presenta come solidi e coerenti. E invece sono le forme del momento, che possono cambiare anche all’improvviso. Santopadre, per esempio, spiega il moltiplicarsi degli immobili di lusso (p.119-125), come un nuovo ciclo di valorizzazione (anche se secondo me sbaglia nel considerarla un “dopo” la gentrificazione). A Roma, per esempio, la fase non è più quella puramente turistica: abbiamo il lusso e i maxi studentati (ne parla Chiara Davoli nel numero dello Stato delle città di prossima uscita); altrove le politiche urbane portano tutt’altro, dall’abbandono di Detroit ai massacri di Rio de Janeiro. Dipende da come reagisce la società. Di fronte alla città di plastica, la ricerca dovrebbe fare come il sole della canzone: scioglierla. Scomporne i fattori, capirne gli equilibri, cosa tenere e cosa respingere, quali forze si legano a ogni pezzo; smentire sistematicamente il simulacro, la performance scintillante. Francesco Migliaccio ipotizza che la stessa idea di gentrificazione contribuisce a nascondere le diverse tendenze che influenzano la vita urbana, togliendoci lucidità. Un’altra metafora utile è quella di Mike Davis, Città di quarzo: gli aspetti apparentemente inconciliabili della vita urbana si riflettono tra loro come in un cristallo. Anche Marco D’Eramo in un gran libro su Chicago mostra come la città tiene insieme elementi diversissimi: Il maiale e il grattacielo. La metafora ci serve anche per la struttura politica che promuove questi processi, cioè lo stato. David Graeber ha spiegato che lo stato è un’accozzaglia di elementi inconciliabili tenuti insieme da una retorica convincente, ma che possono sciogliersi in qualunque momento. Anche a Roma dobbiamo capire come si interfacciano le scenette del sindaco con il giubbetto catarifrangente, le parate militari, la vendita di un appartamento per sedici milioni di euro, la Royal Caribbean che si prende Fiumicino. Senza farci confondere dai giornali che ci mostrano un progetto unico e coerente da accettare o rifiutare. “La strategia di orientare il dibattito politico verso l’antinomia ‘turismo sì-turismo no’ – scrive Santopadre – serve a coprire le responsabilità politiche e istituzionali nei cambiamenti strutturali imposti ai nostri quartieri”. Inchieste come questa ci aiutano a sciogliere tutta questa plastica, e a cercare il fondo. (stefano portelli)
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Potere e resistenza nei territori acquatici@0
I conflitti attorno all’acqua sono più che mai evidenti, ma da sempre i regimi e i governi cercano di controllare l’aspetto del territorio attraverso lavori idraulici come dighe o bonifiche per controllare la popolazione, sia locale, sia nazionale attraverso la propaganda. Modificare il territorio significa espropriare intere comunità delle loro ricchezze naturali e dell’economia consuetudinaria su cui si reggono e portano sempre a una militarizzazione e ad un accentramento del potere che difficilmente potrebbe imporsi in territori impervi come le montagne o le paludi. Prendiamo ad esempio l’abbassamento del lago di Sevan riportato da Giulio Burroni nell’articolo “acqua sovrane, di guerra e di propaganda” uscito su Il Tascabile (https://www.iltascabile.com/scienze/acque-sovrane-guerra-propaganda/) Il libro “gli uomini pesce” ed. Einaudi vede protagonisti Antonia e Sonic alla scoperta dei segreti lasciati da Ilario Nevi, partigiano regista e attivista ambientale, nonchè nonno di Antonia. Nell’estate della più grande siccità degli ultimi anni, il Po si è ritirato fino a diventare un rigagnolo, mentre la stagione estiva impazzava nel vicino litorale ferrarese, l’ambiente paludoso del Delta ha mostrato tutta la sua fondamentale importanza. Un territorio difficile, costretto a ritardatarie bonifiche e che ha visto uno dei pochissimi casi di guerra partigiana combattuta su barche. La storia di Ilario racconta tutto questo: la resistenza, ambientale e antifascista, di un territorio unico. Gli uomini pesce, disegnati come mostri, sono in realtà i difensori popolari dei territori, mostri che preservavano le acque e che hanno limitato l’espansione antropologica in territori difficilmente accessibili. Ne parliamo con l’autore Wu ming1 (e ci scusiamo per la qualità della diretta) Qualche lettura tratta da “addio alle valli” di Francesco Seratini, poeta romagnolo che racconta la vita delle genti e dell’ambiente del Delta del po.
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c'hai le storie
delta del po
Neanche un filo d’erba. Il carcere minorile in un libro di Curcio e Bellati
(disegno di dalila amendola) Neanche un filo d’erba. Socioanalisi narrativa di un carcere minorile è un bel libro curato da Paolo Bellati e Renato Curcio, da pochi giorni pubblicato tra i Quaderni di ricerca sociale delle edizioni Sensibili alle foglie. Il volume costituisce l’ultima tappa di una serie di incontri fatti con un gruppo di giovani ex detenuti del carcere minorile Beccaria di Milano, e restituisce un quadro preciso di questa istituzione che è sempre più uno strumento ordinario nella gestione delle politiche giovanili. Non è un caso che dall’entrata in vigore del decreto Caivano, che aumenta a dismisura le possibilità per un minore di finire in carcere a discapito delle pene alternative, gli ingressi nei penitenziari minorili siano aumentati del cinquantaquattro per cento, facendo arrivare a seicento il numero dei giovani ristretti. Ho letto Neanche un filo d’erba mentre sono costretto a fare i conti con le storie di due ragazzi da qualche mese detenuti in due istituti penali minorili campani (Nisida e Airola). Li conosco da bambini – ora hanno rispettivamente sedici e diciassette anni – e li ho seguiti come educatore per buona parte della loro vita, entrando in relazione con i loro ambienti familiari, con le gioie e le frustrazioni, le aspirazioni e gli errori. M. è finito dentro per una serie di aggressioni, di cui una a un poliziotto, connesse a una patologica difficoltà, mai affrontata da nessuno, a gestire le proprie emozioni negative. L’altro è semplicemente un giovane inquieto e irrequieto. È un adolescente come tanti, C., in cerca di risposte che non sa e probabilmente non vuole darsi, ma che ben presto si è stancato della scuola, del calcio, degli assistenti sociali e di chiunque gli imponga, o anche solo gli suggerisca, una strada o un modo di fare. Sia M. che C., in momenti diversi, hanno scelto di andare in carcere rinunciando alla possibilità, dopo averla sperimentata, di stare in una comunità. Il Beccaria di Milano è uno degli istituti in Italia che più di frequente raggiunge gli onori della cronaca per scandali di vario genere, episodi di violenza, proteste e rivolte dei detenuti. Le riflessioni dei due curatori del libro, e soprattutto le parole dei diretti protagonisti, non risparmiano nulla a chi legge: sovraffollamento a livelli cronici, incapacità (e mancanza di volontà) nell’affrontare la multietnicità sempre crescente, violenza costante e quasi sempre impunita degli agenti con attribuzione arbitraria di punizioni fisiche e psicologiche ai ragazzi, normalizzazione di prassi non scritte – se non in qualche astrusa circolare – che così come nel carcere degli adulti costruiscono le regole de facto del carcere, e che sono diverse istituto per istituto. È il caso di quella che Bellati e Curcio definiscono “pedagogia nera”, la pedagogia della pena o “del bastone”, una traslazione dell’equilibrio basato sulla punizione che sorregge l’istituzione (degli adulti) in un universo che, nelle sue folli teorizzazioni, pretenderebbe di essere educativo per giovani che hanno commesso degli errori ma hanno un’intera vita davanti per recuperare. “Per i maltrattamenti aggravati – si legge nel volume – esercitati tra il 2021 e il 2024 (tra i quali, oltre alle lesioni, le umiliazioni e gli insulti razzisti subiti dai ragazzi compaiono una tentata violenza sessuale operata da un agente nei confronti di un detenuto, e la voce ‘torture’) sono state messe sotto inchiesta giudiziaria quarantadue persone. In un primo tempo, nell’aprile 2024 vennero messi sotto indagine tredici agenti penitenziari, otto dei quali furono anche sospesi dal lavoro. All’inizio di agosto 2025 i pm incaricati hanno però aggiunto a quel primo elenco un comandante e altri tredici agenti, un medico, due operatori sanitari, due ex direttrici e una vicedirettrice”. Il libro ha il merito di partire dall’analisi di un caso per tracciare linee generali, ragionando – sempre a partire dalle parole dei ragazzi – sul (non) funzionamento di questa istituzione. È probabilmente per questo che i capitoli più efficaci risultano quello che rivela il carcere minorile come arma impropria della gestione illiberale del fenomeno migratorio; quelli che svelano con pochi e chiari esempi l’ascensore dei meccanismi premiali, un inferno dantesco che istituisce condizioni diverse di detenzione a seconda della docilità o della renitenza di un detenuto al rispetto di regole assurde; quelli che sconfinano senza perdere il filo del ragionamento nei campi della sociologia dei processi migratori, della psicologia, dell’antropologia culturale, mostrando le continue evoluzioni e involuzioni, a livello individuale e collettivo, delle relazioni tra istituzioni totali e linguaggio, privazione dello spazio e processi di alienazione, gestione chimica del dolore, autolesionismo e “ricadute”, invisibilizzazione burocratico-amministrativa e rivendicazioni identitarie. Vale la pena infine soffermarsi su due questioni che hanno la forza di aprire spunti di riflessione non scontati sulla carcerazione minorile. La prima è quella relativa agli “spazi per il sé”, una lettura più profonda del tema del sovraffollamento, che non si riduce alla denuncia di condizioni pur infami di detenzione, e alla descrizione di stanze in cui per andare in bagno bisogna calpestare i materassi su cui, per terra, sono assiepati gli altri detenuti. Quello che è in ballo, spiegano gli autori del volume, è l’impossibilità di momenti d’introflessione, di elaborazione della propria situazione e delle possibili prospettive: “momenti indispensabili a qualunque età, ma in quella dei ragazzi più ancora decisiva sia per la loro crescita personale che per la maturazione emotiva. Si tratta, insomma, di un vero e proprio soffocamento psicologico e sociale” che “aggiunge un quid specifico alla brutalità ordinaria della condizione carceraria, ne accentua, se possibile, la pena e la sofferenza dei corpi” e “contribuisce in modo decisivo allo smantellamento di un qualsivoglia, sia pure vago ed embrionale, progetto educativo”. Anche la seconda questione, che riporta alle storie dei ragazzi napoletani con cui si è iniziato questo testo, ha molto a che vedere con lo “smantellamento del progetto educativo” scientemente operato dal carcere minorile. È infatti legata alla desolante descrizione, che è uno dei fili conduttori del libro, del complesso equilibrio di relazioni, rapporti lavorativi e personali, compartimentazione delle mansioni e quindi delle responsabilità del mondo degli adulti che operano in carcere. Gli educatori e il personale civile escono a pezzi dalla descrizione dei ragazzi, che ritraggono queste figure per lo più – mantenendo comunque una discreta capacità di differenziazione – come quelle di scialbi passacarte, capaci di parlare e mai di ascoltare, latitanti tra le sezioni persino nelle poche ore durante le quali sono chiamati, con un magro stipendio, va detto, a lavorare nelle strutture. Il fatto che molti ragazzi finiscano loro stessi per preferire, almeno nella brutale quotidianità, la guardia all’educatore, il carcere alla comunità, la repressione al confronto, è a ben pensarci il trionfo dell’istituzione totale, che ha come unico scopo un disciplinamento sociale raggiungibile solo attraverso la punizione, e perciò inconciliabile con qualsiasi millantata velleità di crescita personale, riabilitazione e reinserimento. A parità di vuoto, di noia, di assenza di figure adulte adeguate con cui confrontarsi, e di mancata apertura verso nuove prospettive reali, è comprensibile che i ragazzi scelgano almeno la chiarezza delle regole (per quanto ingiuste) e degli intenti all’ambiguità; preferiscano la crudezza all’ipocrisia, la punizione al ricatto morale, persino le botte alle chiacchiere vuote. Ma se questo modello disciplinante è indispensabile per la buona riuscita di ogni innaturale tentativo di mantenere una persona chiusa e ferma in una gabbia per un certo lasso di tempo, è anche vero che nel mondo dei ragazzi ha bisogno di più sforzo e tempo, elementi necessari a scalfire animi spesso più istintivi, meno interessati a calcolare il rapporto tra i comportamenti e le loro conseguenze, non ancora del tutto assoggettabili al rispetto di piccoli e grandi soprusi. Le continue proteste e le rivolte, più o meno pubblicizzate, che ogni settimana avvengono in molte carceri minorili in tutto il paese ci dicono che questo modello non è necessariamente destinato a vincere. Quella però è la parte che possono fare i giovani detenuti per l’eliminazione di queste inutili e ipocrite istituzioni. È ora di chiedersi cosa siamo disposti a fare noi. (riccardo rosa)
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