PRESENTAZIONE NEL NIDO DEI SERPENTI
Presidio No TAV San Giuliano di Susa - San Giuliano di Susa
(domenica, 1 febbraio 12:00)
Domenica 1 Febbraio
NEL NIDO DEI SERPENTI (Zerocalcare)
ORE 12
Pranzo con polenta e lenticchie a cure dei Fornelli in lotta (porta piatti e
posate)
Luogo: Frazione PRESIDIO SAN GIULIANO 9, SUSA
ORE 16
Presentazione del libro Nel nido dei serpenti con:
* zerocalcare
* campagna FREE ALL ANTIFA
* Marta Massa (regista)
* Filo Sottile
* Silvia Ugolini
* Mattia Tombolini (momo)
Luogo: Teatro Don Bunino, Piazza Cavour Bussoleno
Partiamo e torniamo insieme. Non è solo uno slogan: è un viatico.
Immagina un mondo in cui la postura antifascista è tacciata di terrorismo; un
mondo in cui la pulizia etnica è normalizzata, le persone straniere sfruttate,
recluse, respinte, uccise impunemente; un mondo patriarcale in cui le
soggettività donna e queer sono silenziate, minorizzate e rimosse; un mondo in
cui la sicurezza garantisce gli interessi dei magnati, la legge disciplina i
corpi di chi è ai margini, galera e pene esemplari sono punizione e spauracchio
per chi alza la testa e si ribella. Questo è il nostro mondo.
Zerocalcare ne dà uno spaccato onesto e inquietante in Nel nido dei serpenti. Il
suo lavoro dipana la storia di Maja T, militante antifascista agli arresti in
Ungheria per fatti analoghi a quelli che portarono a processo Ilaria Salis e
altre 16 persone.
Maja rischia 24 anni di reclusione in un processo tutto politico. La sua
reclusione tocca chiunque rifiuti ogni forma di fascismo. Partiamo e torniamo
insieme. È un viatico.
Tag - libri
STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA
Piazza borgo dora BALON - Piazza borgo dora
(sabato, 17 gennaio 11:00)
"Stridenti armonie di lotta" è l'appuntamento mensile, alle ore 11, al Balon,
Borgo Dora angolo Via Andreis, a cura del Cor'okkio ".....la sempre più pesante
e orrida realtà induce a uscire nelle strade con canti di lotta e letture, per
denunciare l'intollerabile ed ingiusta persecuzione da parte dei poteri
attraverso ogni forma di repressione.
A seguire sangria benefit per rifacimento tetto Barocchio
E' TEMPO DI RIVOLTA! PRESENTAZIONE DEL NUOVO NUMERO DI DOPPIO FILO CON BANCHETTE
E DOCUMENTARIO
Kontiki - Via Cigliano, 7 - Torino
(giovedì, 18 dicembre 18:30)
È tempo di Rivolta: il 18 dicembre al Kontiki!
Non fartelo raccontare!
h18.30 Via Cigliano 7B
banchette di artigian3 ed editor3
🗣 esposizione dell’inchiesta del coordinamento Colpo su SMAT
🔥 presentazione del nuovo numero di LaRivolta
h21 🇵🇸 proiezione documentario su Palestine Action “To kill a war machine”
➡ per più informazioni sui banchetti scrivete a rivista.larivolta@gmail.com
oppure in dm
THOMAS MÜNTZER E LA GUERRA DEI CONTADINI
La Credenza - Via Walter Fontan 31 Bussoleno (Valsusa)
(domenica, 21 dicembre 18:00)
THOMAS MÜNTZER (1490?-1525) È UNA DELLE FIGURE PIÙ DENIGRATE, RIMOSSE E, AL
TEMPO STESSO, PIÙ EMBLEMATICHE E FOLGORANTI DELLA STORIA MODERNA OCCIDENTALE. MA
CHI FU DAVVERO MAGISTER THOMAS? AL CONFINE TRA ROMANZO STORICO E SAGGIO
POLITICO, MAURICE PIANZOLA RIPERCORRE LA BREVE VITA DI QUESTO «GIOVANE TEDESCO»
IMMERSO NEI TRAVAGLI DEL SUO TEMPO. LE INNOVAZIONI TECNOLOGICHE E LE ESPRESSIONI
ARTISTICHE, IL DISCIPLINAMENTO E LA PROLETARIZZAZIONE DEI LAVORATORI, LO
SPOSSESSAMENTO DELLE AUTONOMIE COMUNITARIE. E, OVVIAMENTE, LA RIFORMA
PROTESTANTE, LE SUE CORRENTI RADICALI, MILLENARISTE, ANABATTISTE, E LA
SOLLEVAZIONE POPOLARE CHE SFOCIÒ NELLA “GRANDE GUERRA DEI CONTADINI” DEL 1525,
L’EVENTO «PIÙ RADICALE DELLA STORIA TEDESCA» (KARL MARX). È A QUESTA RIVOLUZIONE
CHE MÜNTZER CONSACRÒ LA SUA VITA, TORTURATO E DECAPITATO A POCO PIÙ DI
TRENT’ANNI AL FIANCO DELLE CENTINAIA DI MIGLIAIA DI CONTADINI CHE CON LUI SI
ERANO SOLLEVATI IN ARMI, SCONTRANDOSI CON LE ARMATE DEI PRINCIPI, ABBATTENDO
CASTELLI E CONVENTI, SFIDANDO L’ORDINE DEL MONDO PER REALIZZARE SULLA TERRA IL
«REGNO DELLA GIUSTIZIA DIVINA» IN CUI «OMNIA SUNT COMMUNIA», OGNI COSA È IN
COMUNE.
PRESENTAZIONE DELL'ULTIMO LIBRO DELLE EDIZIONI TABOR:
MAURICE PIANZOLA, «IO AFFILO LA MIA FALCE».
THOMAS MÜNTZER E LA GUERRA DEI CONTADINI,
DICEMBRE 2025, 224 PAGINE, 12€
(disegno di giallaz)
Quando chiedo alla commessa di Libraccio se abbiano in negozio il nuovo libro di
Tommaso Sarti – Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei
maranza (DeriveApprodi, 2025) – lei litiga con il monitor perché è convinta che
ci sia. «Devo averlo confuso con un altro», mi fa, scusandosi. La guardo
comprensivo: non è così usuale che nello stesso mese vengano pubblicati due
libri sui maranza, anche io mi sarei confuso. L’altro libro che ho in mente è La
periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza di Gabriel
Seroussi (Agenzia X, 2025). Eppure, non è a questo che stava pensando lei: «L’ho
confuso con quello dal titolo tradotto malissimo». La guardo confuso. Sebbene la
sua non sia proprio una gran pubblicità, è questo tipo di frasi che suscita
l’interesse di alcuni lettori. Vado a vederlo al piano di sotto: Maranza di
tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle
periferie (DeriveApprodi, 2024). Il titolo originale è Beaufs et barbares. Le
pari du nous di Houria Bouteldja (La Fabrique éditions, 2023), uscito in Francia
due anni fa. Copertina stile La haine ma a colori, autrice franco-algerina
militante e nota editoriale dei traduttori dal titolo: Perché maranza. Lo
compro.
Nella nota editoriale si spiega che la parola “maranza” traduce
contemporaneamente “beaufs”, termine ai limiti dell’intraducibilità con cui
generalizzando possiamo intendere il proletariato bianco, e “barbares”, che per
Bouteldja sono i proletari indigeni, ovvero i nativi dei territori colonizzati,
oggi immigrati, regolari e non, in Francia e negli altri paesi europei. Questa
scelta la trovo coraggiosa. Sulla seconda parte della frase invece, con
quell’invito a unirsi accompagnato da un altisonante punto esclamativo, sono
d’accordo con la libraia: quantomeno discutibile.
La prima volta che ho sentito il termine “maranza” era tre anni fa. Chi lo
pronunciava alludeva a una serie di video che circolavano su TikTok in cui dei
ragazzini molto giovani ostentavano azioni provocatorie e violente. I video
provenivano soprattutto dal nord Italia. Maranza però non è un neologismo. La
parola si trova già in una canzone di Jovanotti (Il capo della banda, 1988), che
in un’intervista di quell’anno rivendicava di essere lui stesso un “maranza”,
attribuendo al termine questa definizione: “è quello che si impunta”. Se prima
la parola era utilizzata solo da una nicchia di persone del milanese con
un’accezione più o meno positiva, dal 2022 il termine è diventato di uso comune
con una connotazione fortemente negativa proprio a seguito di quei video.
Difficilmente oggi Jovanotti rivendicherebbe di essere un maranza, come faceva
sul finire degli anni Ottanta. Il termine oscilla tra una connotazione
criminale, pericolosa, e una più burlesca, quasi comica, ma pur sempre
denigratoria.
LIBERTÉ MA NON PER TUTTI
Ponendosi da una prospettiva diversa rispetto ai tradizionali libri di storia,
Bouteldja rilegge la periodizzazione storica convenzionale in chiave razziale.
La razza, parola ripudiata dal dibattito pubblico odierno, diventa qui il motore
silente che aziona la macchina della Storia. Sin dall’antichità, gli schiavi
erano innanzitutto un soggetto razzializzato. La Modernità, che
convenzionalmente comincia con la scoperta dell’America nel 1492, ha inizio con
il genocidio di un popolo: gli indigeni americani, rei di incarnare una razza
fino a quel momento sconosciuta e di abitare terre piene di risorse predabili.
Data l’enorme quantità di ricchezza di cui disporre, c’era bisogno di
identificare chi potesse beneficiarne e chi no; per questo, negli anni a
seguire, nascono gli stati moderni. Inghilterra, Olanda, Francia – ma dal 1776
anche Stati Uniti – si contendono ripetutamente l’egemonia su queste ricchezze.
Con lo stato moderno l’individuo rinuncia a una parte della sua identità per
identificarsi con lo stato a cui appartiene; in cambio, egli pretende che,
all’interno di esso, gli siano riconosciuti una serie di diritti e di privilegi:
l’istruzione, la libertà di parola, il voto; ma anche l’accesso a una parte
delle ricchezze provenienti dagli stati colonizzati. Solo all’interno dello
stato, perché lo stato moderno è intrinsecamente razzista e costitutivamente
selettivo.
È evidente allora come la Rivoluzione francese costituisca sì una liberazione,
ma solo per qualcuno. La schiavitù, abolita dalla Convenzione montagnarda nel
1794, ritorna già nel 1802; la colonizzazione in Africa è al suo apice durante
il diciannovesimo secolo, e la Francia ne è una dei grandi
protagonisti: Liberté, Égalité e Fraternité per qualcuno, non per tutti. Gli
stati moderni europei hanno però dei fratelli, figli della stessa grande madre:
la razza europoide. Per questo, se non è importante quello che spetta al
cittadino di un’altra razza, è però molto importante che le pretese di un
cittadino di uno stato fratello siano accontentate. Qui l’autrice riprende
Gramsci, che aveva teorizzato l’esistenza dello “stato integrale”, ma si spinge
oltre, introducendo il concetto di “stato razziale integrale”. In questi stati,
le rivendicazioni politiche esistono, non sono represse, ma sono chiuse nel
recinto della razza. La lotta di classe si riduce a un conflitto tra bianchi:
“La battaglia tra la borghesia e il popolo, per quanto feroce possa essere,
rispetta globalmente il paradigma razziale/coloniale che stringe il campo
politico come in un corsetto. I due blocchi che si fanno la guerra, separati da
rapporti antagonisti di classe, sono invece uniti dalla razza”. (p. 79)
Il nazi-fascismo del ventesimo secolo allora è un’anomalia: questa si
spiegherebbe come l’esclusione – definitiva? – della parte più estrema dello
Stato razziale integrale. Perde il nazi-fascismo, ma vincono gli “stati razziali
progressisti”: Inghilterra, Stati Uniti e Francia. Isolando la parte violenta
degli “stati razziali integrali”, le potenze occidentali si assicurano la
sopravvivenza degli stati nati dal 1492 in poi. Arrivando alla contemporaneità,
con questa prospettiva l’autrice rivaluta l’astensionismo: “Votare significa
votare bianco… tranne quando – ironicamente – la scheda è bianca. Nonostante sia
azzardato dare un senso definitivo e univoco allo sciopero elettorale […] la
loro ‘miseria civica’ non è altro che un atto di rivolta contro un dispositivo
che organizza l’impotenza, impedisce qualsiasi riforma”. (p. 84).
A questo punto Bouteldja avanza la sua proposta politica: un’alleanza tra i due
soggetti del titolo, beaufs e barbares. Queste due forze sono in conflitto, come
riconosce l’autrice stessa, dal momento che i beaufs identificano una delle
cause del deterioramento del loro stile di vita proprio nella presenza
dei barbares nei loro stati (non è un caso infatti che i neri e gli arabi si
siano rifiutati di aiutare i gilet gialli nel 2018). Eppure, secondo Bouteldja,
i due gruppi hanno un nemico in comune: l’Unione Europea, “il punto debole dello
stato integrale” (p. 129). Solo con l’obiettivo comune di un’uscita della
Francia dall’Unione Europea si potrebbero radunare le forze dei due
schieramenti. Il problema però è che il ritorno a una prospettiva nazionale
comporta inevitabilmente il rischio di una svolta nazionalista, che colpirebbe
proprio i barbares. Qui l’argomentazione dell’autrice sembra più fragile: seppur
si mostri consapevole di questo rischio, Bouteldja confida in un orizzonte più
ampio, che scongiuri la minaccia nazionalista: “Bisogna iscrivere la Frexit
decoloniale in una nuova geografia politica, che deve implicare solidarietà e
fratellanza con i popoli del Sud e anche una rottura della meccanica dello
sfruttamento su cui si fondano i rapporti asimmetrici tra la Ue e il Sud
globale” (p. 139). Questa prospettiva, seppur affascinante, appare molto
problematica: come definire chi fa parte del Sud globale e chi no? E,
soprattutto, come evitare che si ripresentino le stesse dinamiche di
sfruttamento che caratterizzano la geopolitica contemporanea?
NOI E I MARANZA
Sebbene l’autrice parli della Francia, questo saggio si inscrive molto bene
anche nella cornice italiana con le sue specificità. Nonostante il diverso
rapporto con la cultura islamica, anche in Italia l’islamofobia è in crescita.
Secondo Bouteldja, questa è “l’arma congiunturale della controrivoluzione
coloniale […], un tassello chiave al servizio dello stato razziale integrale”.
(p. 126). Da quando il termine “maranza” è divenuto di uso comune, questo non si
sente solo nei comizi elettorali di Vannacci e Sardone, ma si ripete spesso per
strada, in televisione, sui social.
È del 5 novembre scorso il post di Ryanair Italia che afferma: “Ci riserviamo il
diritto di non servire chi indossa tute da maranza” (con tanto di didascalia:
“facciamo noi le regole”). La parola è usata soprattutto nell’ambito della
sicurezza: i maranza sembrano essere diventati il più grande pericolo per la
nostra incolumità. È nota l’indagine della Digos secondo cui alcuni esponenti
dell’estrema destra avrebbero organizzato delle “ronde anti-maranza” volte a
riportare l’ordine e la sicurezza nelle strade milanesi; pare anche però che
alcuni dei responsabili del blitz all’occupazione del liceo Da Vinci di Genova,
indagati per danneggiamento aggravato e apologia di nazismo a causa delle
svastiche disegnate sui muri, siano “maranza”. Ma chi sono allora i maranza?
Se non è esatto che la parola maranza sia un neologismo, come affermato nella
nota editoriale (p. 7), è pur vero che, nel suo nuovo utilizzo, il termine di
fatto combini le due parole “marocchino” e “zanza” (Gabriel Seroussi sostiene
che questa idea sia un falso mito: probabile, ma di fatto oggi la parola
richiama istintivamente questi due termini). Anche la parola “zanza” ha una
storia molto particolare, ma possiamo ipotizzare che derivi da “zanzara”,
insetto particolarmente fastidioso. Uno “zanza” è infatti un “imbroglione,
truffatore, furfante” (Treccani), oppure, in senso più ampio, un “tamarro”. I
maranza sarebbero quindi dei micro-criminali di origini marocchine o, nel
migliore dei casi, dei tamarri magrebini. È sempre più diffuso però un utilizzo
del termine con riferimento a quegli adolescenti, anche di origine italiana, che
vivono – come i ragazzi marocchini – l’emarginazione delle periferie, ascoltano
un certo tipo di musica e vestono con le fantomatiche “tute da maranza”. Da qui
l’idea della traduzione del titolo: Maranza di tutto il mondo, unitevi!
Come ci racconta Bouteldja, in Francia il razzismo non è cosa di pochi, e lo
stesso si può affermare per l’Italia. Tutti abbiamo condannato quel manipolo di
ultras della Fiorentina che insultarono Kalidou Koulibaly dicendo “scimmia di
merda”, ma quanti di noi rinuncerebbero al diritto di prelazione che sentiamo di
avere su quanto ci circonda rispetto a un immigrato irregolare? Dire maranza
vuol dire parlare dal di qua di una barricata, vuol dire che c’è un “noi” e c’è
un “loro”; eppure, cos’altro ci rende diversi da “loro” se non la convinzione,
sedimentata nelle tradizioni delle nostre famiglie, di meritare dei privilegi
solo in quanto cittadini di uno “stato razziale”? Allora, dimenticando per un
attimo quanto discutibile possa essere la traduzione del titolo, bisogna
riconoscere a quest’associazione linguistica il merito di strappare la parola
maranza alle connotazioni razziste sempre più diffuse di Sardone e Ryanair – ma
anche di tanta gente di sinistra – e renderla, forse per la prima volta in
Italia, soggetto politico attivo. (federico murzi)
(disegno di otarebill)
“Era una città di plastica / di quelle che non voglio vedere / con edifici
cancerogeni / e un cuore di paccottiglia / dove invece del sole sorge un dollaro
/ dove nessuno ride, dove nessuno piange / con gente dalle facce di polistirolo
/ che sentono senza ascoltare e guardano senza vedere / gente che ha venduto per
la sua comodità / la sua ragion d’essere e la sua libertà”.
Poteva essere questa strofa di Rubén Blades e Willie Colon l’epigrafe del
libro La rivolta nella città di plastica, di Marco Santopadre, una breve
inchiesta sulla turistificazione estrema della città basca di Donostia (San
Sebastián) pubblicato qualche mese fa dalla Red Star Press di Roma. La mitica
canzone Plástico del 1978, un capolavoro della salsa, è un’invettiva ironica
contro la superficialità delle donne, degli uomini e delle città del continente
americano. Negli anni Settanta questi musicisti latinos di New York vedevano
come il modello urbano consumista statunitense si riproduceva anche nei loro
paesi d’origine. Mezzo secolo dopo questa plastificazione ha raggiunto tutte le
città del mondo: le capitali, come Roma, che con il Giubileo è stata finalmente
consegnata alla grande finanza internazionale; ma anche le città meno
centrali. Una è sicuramente Donostia (è il nome basco: in castigliano è San
Sebastián), la “perla del Cantabrico”, nel nord della penisola iberica.
Santopadre, che conosce bene il paese basco, e che per questo libro ha svolto
dieci interviste ad attivisti, sindacalisti, consiglieri comunali, portavoce
delle associazioni di quartiere, racconta di un passato recente in cui la città
aveva due facce: la San Sebastián “turistica, godereccia, dai tratti raffinati,
un po’ snob e un po’ retrò”; e la Donostia “estremamente popolare, combattiva,
impegnata, verace, dai modi diretti e informali” (p.14). Per decenni questi due
mondi hanno condiviso lo stesso territorio, forse ignorandosi, o disturbandosi
tra loro poco più delle due città di The city and the city di China Mieville.
Ultimamente, però, ed è il tema del libro, la prima ha “fagocitato” la seconda.
Come nel libro di Mieville, si parla di classi sociali: la città borghese ha
sconfitto la città popolare, divorando anche il suo mondo vitale, la sua lingua
indigena (l’Euskera o basco), le sue mobilitazioni politiche. Lo strumento di
questa vittoria è il turismo; o meglio, la trasformazione della città in una
monocultura turistica.
A differenza della vicina Bilbo (Bilbao), città operaia e industriale che si è
aperta al turismo solo dopo la costruzione del museo Guggenheim a fine anni
Novanta, con il “recupero” delle zone abbandonate dalla deindustrializzazione,
Donostia ha alle spalle due secoli di turismo: perciò la tipica risposta alle
critiche al turismo è che Donostia “è sempre stata turistica” (p.31). Per il suo
clima e la sua posizione, era meta di vacanze termali per l’aristocrazia già
nell’Ottocento; e anche il dittatore Francisco Franco vi passò le estati dal
1940 fino alla morte, nel 1975. Ma per quarant’anni tutta la regione
basca, Euskadi, è stata lo scenario della conflittualità indipendentista
dell’ETA, di enormi mobilitazioni contro lo stato spagnolo, e della kale
borroka, la guerriglia urbana dei giovani. Forse queste grandi mobilitazioni
sono riuscite a tenere alla larga non tanto lo stato, quanto la massificazione
turistica che incombeva sulla regione (della turistificazione di Bilbao parla
anche l’ultimo capitolo del libro di Santopadre, a partire dal lavoro di Adriano
Cirulli, altro grande conoscitore del país vasco).
Santopadre spiega infatti che la deposizione delle armi di ETA ha segnato
l’inizio del nuovo ciclo di turistificazione. Nello stesso anno dell’annuncio
di ETA, il 2011, Donostia fu candidata a “Capitale europea della cultura” per il
2016 (l’anno in cui si seppe che il dubbio privilegio sarebbe stato riservato
anche a Matera; pochi anni dopo a Procida). Queste grandi celebrazioni
cementificano nuove alleanze nelle élite: come le Olimpiadi di Barcellona del
1992, annunciate dall’ex ministro franchista Jose Antonio Samaranch, che
sancirono la ritrovata unità economica di destra e sinistra sotto il vessillo
dell’impresa e della gentrificazione, così Donostia 2016 è diventata subito il
paradiso dell’industria turistica. Non passa neanche un anno dal “grande
evento”, che già la turistificazione è estrema; nascono le organizzazioni contro
l’overtourism – un termine che il libro giustamente critica, perché la questione
non riguarda la quantità di turisti; e neanche la “qualità” (pp. 100-110).
Subito dopo la pandemia del 2020 già un quinto dei posti letto nelle zone
centrali sono per il turismo (p.49), con il conseguente calo dei residenti (non
pronunciatissimo: nel quartiere centrale le statistiche registrano il dieci per
cento in meno in venti anni, anche se probabilmente esponenziale; p.51). “Siamo
in pericolo”, dichiara un’intervistata (l’unica donna).
Quella di Donostia, per uno degli intervistati, sarebbe una “gentrificazione con
caratteristiche proprie” (p.51). Eppure – circondata dagli aeroporti, funestata
dal lavoro precario e stagionale, satura di bar e bnb (per lo più gestiti da
gruppi imprenditoriali), inzeppata di installazioni artistiche, svuotata
dall’aumento degli affitti, con il conseguente “sradicamento di un’intera
generazione […] oltre all’indebolimento delle reti comunitarie e perdita
dell’identità locale” (p.58) – si fatica a vedere in cosa sia diversa dalle
migliaia di altre città gentrificate. Il libro ripercorre tutte le politiche con
cui l’amministrazione ha favorito la turistificazione estrema: dalla concessione
di licenze per hotel in deroga alle norme edilizie, alla demolizione di edifici
storici di cui si mantengono solo le facciate, fino agli “errori” intenzionali
che hanno accelerato la distruzione della città; e anche le denunce dei numerosi
collettivi, studiosi e associazioni di abitanti, quasi sempre senza risultati,
almeno nei tribunali.
Al di là della forma specifica di vendere Donostia come capitale
enogastronomica, una narrativa di cui Santopadre ripercorre lo sviluppo – dal
2009 che si fonda il Basque Culinary Center, si celebra la fiera San Sebastian
Gastronomika, si trasformano le sidrerie in ristoranti brandizzati, fino
all’assurdità dell’Instituto del Pintxo (p.83) – è evidente che i processi
descritti nel libro sono proprio esempi da manuale. Le città gentrificate non si
distinguono per forma, storia e vita, ma per il tipo di offerta che propongono
ai nuovi arrivati – turisti o gentrificatori. Ed ecco la plastica! È
il packaging che trasforma la città in un pacchetto che i visitatori possano
consumare rapidamente. Ma è anche una metafora dell’abbellimento superficiale,
della ripulitura frettolosa, del consumo in serie, colori e forme attraenti ma
identiche ovunque. Il simulacro si moltiplica al punto di sostituirsi alla
città. Anche questo processo è standard: lo descriveva Harvey in The Art of
Rent ventitré anni fa, spiegando che le città per farsi “globali” sono costrette
a distruggere ciò che le rende uniche. Donostia oggi è analoga alla Cappuccino
city di Derek Hyra, ma anche alla città di Santa Chiara, le cui mirabolanti
avventure racconta Diego Miedo; di fatto, a tutte le altre città turistificate
del mondo. Tutte in mano ai city killers, come li chiama Lucia Tozzi.
Quello che manca in questo racconto però è la rivolta del titolo. In questa
città di plastica, dov’è l’abitante di Zerocalcare che esce col fucile gridando
“Rebibbia non sarà mai il nuovo Pigneto! Le vostre apericene fatele da un’altra
parte”? O quello di Diego Miedo che grida “Americani di merda non saremo mai il
vostro zoo”? Dopo lo scioglimento dell’ETA forse è fuori luogo invocare le armi.
Ma è vero anche che l’invasione turistica attuale, soprattutto dopo la pandemia,
non ha mai prodotto niente di simile alle proteste anti-gentrificazione degli
anni Ottanta, come la rivolta fondativa di Tompkins Square nel 1988. Ci sono
gruppi di abitanti critici, reti internazionali come SET, libri ed eventi contro
il turismo – ma pochissime rivolte. Un’eccezione forse è stata quest’estate
a Città del Messico contro i turisti statunitensi, che le autorità hanno
rapidamente definito violenza xenofoba. Le rivolte contro la plastica sono nella
nostra immaginazione, sono prefigurazioni, dei simulacri, plastica anche loro.
Rivolte vere, per ora, né a Donostia né altrove. Anche perché sarebbe assurdo
prendersela con i turisti, ingranaggi della macchina, quasi sempre
inconsapevoli.
Ma anche sul campo della consapevolezza non siamo avanzati molto. Nel 1979 Ruben
Blades e Willie Colon spiegavano chiaramente la strada contro la
plastificazione: “Senti latino, senti fratello, senti amico – dice l’ultima
strofa della canzone Plástico – non lasciarti confondere / dall’oro o dalla
comodità! / Andiamo tutti sempre avanti / c’è ancora molta strada da fare / per
farla finita tutti insieme / con l’ignoranza che ci mantiene suggestionati / con
modelli importati / che non sono la soluzione. / Non lasciarti confondere /
cerca il fondo e la sua ragione / e ricorda: si vedono le facce / ma non si vede
mai il cuore”. Studiare, lavorare, andare sempre avanti, contro i modelli
statunitensi di plastica: “Ricordati che la plastica si scioglie / quando
la illumina il sole” canta Ruben Blades mentre il coro ripete “si vedono le
facce, si vedono le facce / ma non si vede mai il cuore”. Questa era la strada
con cui “vinceremo insieme”. Per il momento, la vittoria non è arrivata.
Cosa vuol dire “cercare il fondo e la sua ragione” nella città di plastica? Le
facce di plastica hanno un retro, un fondo, dove si vede la filettatura, il
segno della fusione, che ne rivela la natura artificiale, prestampata.
Turistificazione e gentrificazione sembrano un pezzo unico, da prendere o
rifiutare in blocco, magari regolando quantità e qualità. Il punto di
fusione, nascosto, mostra invece che questi fenomeni sono un’accozzaglia di
eventi disparati – dai finanziamenti pubblici alle low cost, alla mancanza di
regolazioni sugli affitti brevi – fusi insieme da un discorso pubblico che li
presenta come solidi e coerenti. E invece sono le forme del momento, che
possono cambiare anche all’improvviso. Santopadre, per esempio, spiega il
moltiplicarsi degli immobili di lusso (p.119-125), come un nuovo ciclo di
valorizzazione (anche se secondo me sbaglia nel considerarla un “dopo” la
gentrificazione). A Roma, per esempio, la fase non è più quella puramente
turistica: abbiamo il lusso e i maxi studentati (ne parla Chiara Davoli nel
numero dello Stato delle città di prossima uscita); altrove le politiche urbane
portano tutt’altro, dall’abbandono di Detroit ai massacri di Rio de Janeiro.
Dipende da come reagisce la società.
Di fronte alla città di plastica, la ricerca dovrebbe fare come il sole della
canzone: scioglierla. Scomporne i fattori, capirne gli equilibri, cosa tenere e
cosa respingere, quali forze si legano a ogni pezzo; smentire sistematicamente
il simulacro, la performance scintillante. Francesco Migliaccio ipotizza che la
stessa idea di gentrificazione contribuisce a nascondere le diverse tendenze che
influenzano la vita urbana, togliendoci lucidità. Un’altra metafora utile è
quella di Mike Davis, Città di quarzo: gli aspetti apparentemente inconciliabili
della vita urbana si riflettono tra loro come in un cristallo. Anche Marco
D’Eramo in un gran libro su Chicago mostra come la città tiene insieme elementi
diversissimi: Il maiale e il grattacielo. La metafora ci serve anche per la
struttura politica che promuove questi processi, cioè lo stato. David Graeber ha
spiegato che lo stato è un’accozzaglia di elementi inconciliabili tenuti insieme
da una retorica convincente, ma che possono sciogliersi in qualunque momento.
Anche a Roma dobbiamo capire come si interfacciano le scenette del sindaco con
il giubbetto catarifrangente, le parate militari, la vendita di un appartamento
per sedici milioni di euro, la Royal Caribbean che si prende Fiumicino. Senza
farci confondere dai giornali che ci mostrano un progetto unico e coerente da
accettare o rifiutare. “La strategia di orientare il dibattito politico verso
l’antinomia ‘turismo sì-turismo no’ – scrive Santopadre – serve a coprire le
responsabilità politiche e istituzionali nei cambiamenti strutturali imposti ai
nostri quartieri”. Inchieste come questa ci aiutano a sciogliere tutta questa
plastica, e a cercare il fondo. (stefano portelli)
I conflitti attorno all’acqua sono più che mai evidenti, ma da sempre i regimi e
i governi cercano di controllare l’aspetto del territorio attraverso lavori
idraulici come dighe o bonifiche per controllare la popolazione, sia locale, sia
nazionale attraverso la propaganda. Modificare il territorio significa
espropriare intere comunità delle loro ricchezze naturali e dell’economia
consuetudinaria su cui si reggono e portano sempre a una militarizzazione e ad
un accentramento del potere che difficilmente potrebbe imporsi in territori
impervi come le montagne o le paludi. Prendiamo ad esempio l’abbassamento del
lago di Sevan riportato da Giulio Burroni nell’articolo “acqua sovrane, di
guerra e di propaganda” uscito su Il Tascabile
(https://www.iltascabile.com/scienze/acque-sovrane-guerra-propaganda/)
Il libro “gli uomini pesce” ed. Einaudi vede protagonisti Antonia e Sonic alla
scoperta dei segreti lasciati da Ilario Nevi, partigiano regista e attivista
ambientale, nonchè nonno di Antonia. Nell’estate della più grande siccità degli
ultimi anni, il Po si è ritirato fino a diventare un rigagnolo, mentre la
stagione estiva impazzava nel vicino litorale ferrarese, l’ambiente paludoso del
Delta ha mostrato tutta la sua fondamentale importanza. Un territorio difficile,
costretto a ritardatarie bonifiche e che ha visto uno dei pochissimi casi di
guerra partigiana combattuta su barche. La storia di Ilario racconta tutto
questo: la resistenza, ambientale e antifascista, di un territorio unico. Gli
uomini pesce, disegnati come mostri, sono in realtà i difensori popolari dei
territori, mostri che preservavano le acque e che hanno limitato l’espansione
antropologica in territori difficilmente accessibili.
Ne parliamo con l’autore Wu ming1 (e ci scusiamo per la qualità della diretta)
Qualche lettura tratta da “addio alle valli” di Francesco Seratini, poeta
romagnolo che racconta la vita delle genti e dell’ambiente del Delta del po.
(disegno di dalila amendola)
Neanche un filo d’erba. Socioanalisi narrativa di un carcere minorile è un bel
libro curato da Paolo Bellati e Renato Curcio, da pochi giorni pubblicato tra i
Quaderni di ricerca sociale delle edizioni Sensibili alle foglie. Il volume
costituisce l’ultima tappa di una serie di incontri fatti con un gruppo di
giovani ex detenuti del carcere minorile Beccaria di Milano, e restituisce un
quadro preciso di questa istituzione che è sempre più uno strumento ordinario
nella gestione delle politiche giovanili. Non è un caso che dall’entrata in
vigore del decreto Caivano, che aumenta a dismisura le possibilità per un minore
di finire in carcere a discapito delle pene alternative, gli ingressi nei
penitenziari minorili siano aumentati del cinquantaquattro per cento, facendo
arrivare a seicento il numero dei giovani ristretti.
Ho letto Neanche un filo d’erba mentre sono costretto a fare i conti con le
storie di due ragazzi da qualche mese detenuti in due istituti penali minorili
campani (Nisida e Airola). Li conosco da bambini – ora hanno rispettivamente
sedici e diciassette anni – e li ho seguiti come educatore per buona parte della
loro vita, entrando in relazione con i loro ambienti familiari, con le gioie e
le frustrazioni, le aspirazioni e gli errori.
M. è finito dentro per una serie di aggressioni, di cui una a un poliziotto,
connesse a una patologica difficoltà, mai affrontata da nessuno, a gestire le
proprie emozioni negative. L’altro è semplicemente un giovane inquieto e
irrequieto. È un adolescente come tanti, C., in cerca di risposte che non sa e
probabilmente non vuole darsi, ma che ben presto si è stancato della scuola, del
calcio, degli assistenti sociali e di chiunque gli imponga, o anche solo gli
suggerisca, una strada o un modo di fare. Sia M. che C., in momenti diversi,
hanno scelto di andare in carcere rinunciando alla possibilità, dopo averla
sperimentata, di stare in una comunità.
Il Beccaria di Milano è uno degli istituti in Italia che più di frequente
raggiunge gli onori della cronaca per scandali di vario genere, episodi di
violenza, proteste e rivolte dei detenuti. Le riflessioni dei due curatori del
libro, e soprattutto le parole dei diretti protagonisti, non risparmiano nulla a
chi legge: sovraffollamento a livelli cronici, incapacità (e mancanza di
volontà) nell’affrontare la multietnicità sempre crescente, violenza costante e
quasi sempre impunita degli agenti con attribuzione arbitraria di punizioni
fisiche e psicologiche ai ragazzi, normalizzazione di prassi non scritte – se
non in qualche astrusa circolare – che così come nel carcere degli adulti
costruiscono le regole de facto del carcere, e che sono diverse istituto per
istituto. È il caso di quella che Bellati e Curcio definiscono “pedagogia nera”,
la pedagogia della pena o “del bastone”, una traslazione dell’equilibrio basato
sulla punizione che sorregge l’istituzione (degli adulti) in un universo che,
nelle sue folli teorizzazioni, pretenderebbe di essere educativo per giovani che
hanno commesso degli errori ma hanno un’intera vita davanti per recuperare. “Per
i maltrattamenti aggravati – si legge nel volume – esercitati tra il 2021 e il
2024 (tra i quali, oltre alle lesioni, le umiliazioni e gli insulti razzisti
subiti dai ragazzi compaiono una tentata violenza sessuale operata da un agente
nei confronti di un detenuto, e la voce ‘torture’) sono state messe sotto
inchiesta giudiziaria quarantadue persone. In un primo tempo, nell’aprile 2024
vennero messi sotto indagine tredici agenti penitenziari, otto dei quali furono
anche sospesi dal lavoro. All’inizio di agosto 2025 i pm incaricati hanno però
aggiunto a quel primo elenco un comandante e altri tredici agenti, un medico,
due operatori sanitari, due ex direttrici e una vicedirettrice”.
Il libro ha il merito di partire dall’analisi di un caso per tracciare linee
generali, ragionando – sempre a partire dalle parole dei ragazzi – sul (non)
funzionamento di questa istituzione. È probabilmente per questo che i capitoli
più efficaci risultano quello che rivela il carcere minorile come arma impropria
della gestione illiberale del fenomeno migratorio; quelli che svelano con pochi
e chiari esempi l’ascensore dei meccanismi premiali, un inferno dantesco che
istituisce condizioni diverse di detenzione a seconda della docilità o della
renitenza di un detenuto al rispetto di regole assurde; quelli che sconfinano
senza perdere il filo del ragionamento nei campi della sociologia dei processi
migratori, della psicologia, dell’antropologia culturale, mostrando le continue
evoluzioni e involuzioni, a livello individuale e collettivo, delle relazioni
tra istituzioni totali e linguaggio, privazione dello spazio e processi di
alienazione, gestione chimica del dolore, autolesionismo e “ricadute”,
invisibilizzazione burocratico-amministrativa e rivendicazioni identitarie.
Vale la pena infine soffermarsi su due questioni che hanno la forza di aprire
spunti di riflessione non scontati sulla carcerazione minorile. La prima è
quella relativa agli “spazi per il sé”, una lettura più profonda del tema del
sovraffollamento, che non si riduce alla denuncia di condizioni pur infami di
detenzione, e alla descrizione di stanze in cui per andare in bagno bisogna
calpestare i materassi su cui, per terra, sono assiepati gli altri detenuti.
Quello che è in ballo, spiegano gli autori del volume, è l’impossibilità di
momenti d’introflessione, di elaborazione della propria situazione e delle
possibili prospettive: “momenti indispensabili a qualunque età, ma in quella dei
ragazzi più ancora decisiva sia per la loro crescita personale che per la
maturazione emotiva. Si tratta, insomma, di un vero e proprio soffocamento
psicologico e sociale” che “aggiunge un quid specifico alla brutalità ordinaria
della condizione carceraria, ne accentua, se possibile, la pena e la sofferenza
dei corpi” e “contribuisce in modo decisivo allo smantellamento di un
qualsivoglia, sia pure vago ed embrionale, progetto educativo”.
Anche la seconda questione, che riporta alle storie dei ragazzi napoletani con
cui si è iniziato questo testo, ha molto a che vedere con lo “smantellamento del
progetto educativo” scientemente operato dal carcere minorile. È infatti legata
alla desolante descrizione, che è uno dei fili conduttori del libro, del
complesso equilibrio di relazioni, rapporti lavorativi e personali,
compartimentazione delle mansioni e quindi delle responsabilità del mondo degli
adulti che operano in carcere. Gli educatori e il personale civile escono a
pezzi dalla descrizione dei ragazzi, che ritraggono queste figure per lo più –
mantenendo comunque una discreta capacità di differenziazione – come quelle di
scialbi passacarte, capaci di parlare e mai di ascoltare, latitanti tra le
sezioni persino nelle poche ore durante le quali sono chiamati, con un magro
stipendio, va detto, a lavorare nelle strutture.
Il fatto che molti ragazzi finiscano loro stessi per preferire, almeno nella
brutale quotidianità, la guardia all’educatore, il carcere alla comunità, la
repressione al confronto, è a ben pensarci il trionfo dell’istituzione totale,
che ha come unico scopo un disciplinamento sociale raggiungibile solo attraverso
la punizione, e perciò inconciliabile con qualsiasi millantata velleità di
crescita personale, riabilitazione e reinserimento. A parità di vuoto, di noia,
di assenza di figure adulte adeguate con cui confrontarsi, e di mancata apertura
verso nuove prospettive reali, è comprensibile che i ragazzi scelgano almeno la
chiarezza delle regole (per quanto ingiuste) e degli intenti all’ambiguità;
preferiscano la crudezza all’ipocrisia, la punizione al ricatto morale, persino
le botte alle chiacchiere vuote. Ma se questo modello disciplinante è
indispensabile per la buona riuscita di ogni innaturale tentativo di mantenere
una persona chiusa e ferma in una gabbia per un certo lasso di tempo, è anche
vero che nel mondo dei ragazzi ha bisogno di più sforzo e tempo, elementi
necessari a scalfire animi spesso più istintivi, meno interessati a calcolare il
rapporto tra i comportamenti e le loro conseguenze, non ancora del tutto
assoggettabili al rispetto di piccoli e grandi soprusi.
Le continue proteste e le rivolte, più o meno pubblicizzate, che ogni settimana
avvengono in molte carceri minorili in tutto il paese ci dicono che questo
modello non è necessariamente destinato a vincere. Quella però è la parte che
possono fare i giovani detenuti per l’eliminazione di queste inutili e ipocrite
istituzioni. È ora di chiedersi cosa siamo disposti a fare noi. (riccardo rosa)
(disegno di otarebill)
Andrea Bottalico, La logistica in Italia. Merci, lavoro e conflitto, Carrocci,
Roma, 2025, pagg.119, euro 14.
Questo volume di Andrea Bottalico, ricercatore esperto del settore, propone una
ricognizione esaustiva e politicamente stimolante sul tema “logistica”. Infatti,
seguendo un metodo ormai consolidato della ricerca sociologica e storiografica
(soprattutto di matrice operaista), l’autore intreccia in ogni capitolo la
dimensione organizzativa del fenomeno e quella relativa al rapporto sociale
sottostante: alle sue figure, alle sue contraddizioni, ai suoi conflitti. La
conoscenza vera di un comparto del capitalismo industriale, si può praticare
oggi solo in questo modo: indagando contemporaneamente la struttura e le movenze
del soggetto sociale che la abita. L’analisi della “produzione di classe
operaia” – cioè l’analisi dei soggetti reali che vivono il rapporto di capitale
– diventa così inscindibile dallo studio dell’assetto organizzativo del settore.
E il conflitto è la risultante della continua modificazione che tale rapporto
subisce.
Bottalico propone innanzitutto una perimetrazione – non scontata né
semplicissima – dell’oggetto della sua ricerca: “Oggi è possibile acquistare un
qualsiasi prodotto on line che arriva a casa domani grazie a una cosa che non è
affatto gratis. Questa cosa è il lavoro di uomini e donne quotidianamente
impiegati e sfruttati nella catena logistica del trasporto merci. Senza i
lavoratori e le lavoratrici, il flusso di beni e servizi da cui siamo dipendenti
si fermerebbe. La logistica si presenta come un universo costituito da
molteplici galassie. È una dimensione complessa da delimitare, così come lo sono
le attività di trasporto, approvvigionamento, distribuzione a cui viene
generalmente associata. Nel tempo la logistica si è trasformata in un termine
chiave come una parola d’ordine, e non è un caso che il suono di questa parola,
di origine greca, richiami qualcosa di militare. […] Oggi parlare di logistica
significa ragionare sull’organizzazione di filiere che si sviluppano su una
scala molto ampia, soprattutto in seguito ai cambiamenti tecnologici avvenuti
nel corso degli ultimi decenni (flotte aeree moderne, containerizzazione,
espansione del trasporto marittimo e su gomma, digitalizzazione). Mutamenti che
hanno inciso sull’organizzazione della produzione facendo emergere colossi come
Amazon, Walmart, Ups, FedEx, Dhl, Tnt, Gls, Msc”. (pag. 9)
Partendo dalla definizione, difficile e non univoca, della categoria, si capisce
quanto le trasformazioni organizzative – in direzione della piena integrazione
di diverse fasi un tempo separate, che oggi si presentano come “flusso”
integrato e costante che avvolge il pianeta e la produzione – abbiano
sostanziato la fase storica della globalizzazione. Quella stagione cruciale
sarebbe semplicemente incomprensibile senza la conoscenza delle innovazioni
tecnologiche e delle ricadute sociali, infrastrutturali e urbanistiche, che la
logistica ha prodotto negli ultimi cinquant’anni.
La tesi dell’autore è che la logistica italiana si pone come “anomalia”,
rispetto ad analoghi processi europei. È un settore “usa e getta”, ad alta
intensità di mano d’opera dequalificata e sottopagata, con un altissimo tasso di
esternalizzazione delle attività di magazzinaggio e trasporto – ormai affidate
quasi esclusivamente a soggetti esterni al rapporto tra produttore e clienti.
Questa tendenza nazionale ha prodotto enormi sacche di illegalità, la
costituzione di una autentica jungla di cooperative spurie delegate a coprire
questo ambito essenziale del processo di produzione/circolazione delle merci.
Tale è stata la pressione al ribasso sulla forza lavoro, che i bassi salari e la
precarietà sono diventate la condizione sine qua non per la sopravvivenza di
molte di queste imprese le quali, se poste nella condizione di legalizzare il
loro profilo, vedrebbero il sostanziale azzeramento del margine di profitto.
“L’ipotesi che guida questo volume è che alcuni processi come
l’esternalizzazione delle funzioni logistiche, la repressione dei diritti
sindacali, la violenza sul posto di lavoro, l’illegalità strutturale e lo
sfruttamento sistematico, l’assenza di tutele e il caporalato sono state le
precondizioni per lo sviluppo della catena logistica del trasporto merci in
Italia come settore dinamico e in continua crescita. Questi fenomeni non sono
stati un effetto, ma una causa della traiettoria di sviluppo del modello
logistico italiano. Si è trattato dunque di un modello emerso nel corso degli
ultimi decenni. Un modello composto da elementi sempre più caratterizzanti il
mondo del lavoro del nostro tempo, al quale le forme autonome del conflitto si
sono opposte ereditando dal passato partiche ed esperienze di lotta”. (pag. 11)
Bottalico individua, in tema di “movimentazione delle merci” tre precise fasi
storiche della vicenda italiana, che caratterizzano rispettivamente: la
ricostruzione post-bellica, il boom economico e la configurazione d’impresa nel
mondo globalizzato. Sono le tre dimensioni fondate sullo sviluppo della rete
ferroviaria, del trasporto marittimo tradizionale e infine della intermodalità
integrata e verticale che caratterizza i flussi attuali. A queste tre fasi
corrispondono tre dinamiche di protagonismo operaio: la storica figura
sindacalizzata dei ferrovieri, ridimensionata dalla perdita di centralità dei
binari rispetto al trasporto su gomma negli anni del boom; quella dei lavoratori
portuali, che hanno subito i colpi della privatizzazione delle banchine negli
anni 80/90; e infine il soggetto operaio della logistica moderna, che richiede
una narrazione “in diretta” della sua composizione e dei suoi movimenti. Tre
figure sociali profondamente diverse, che hanno conosciuto progressi e
sconfitte, interagendo in modo conflittuale con la forma impresa che
caratterizzava le diverse fasi storiche.
La composizione della forza lavoro del settore logistico – parliamo di
professionalità, potere sulla prestazione, coscienza del proprio ruolo sociale –
è ovviamente li prodotto delle enormi trasformazioni che il settore ha subito
nei decenni. La containerizzazione e le tecnologie digitali azzerano la
manipolazione dei carichi, con una progressiva estromissione della forza lavoro
dai settori “centrali” della filiera – pensiamo ai porti iper-tecnologizzati in
cui l’intervento umano si sposta “a latere” di ogni operazione – e un incremento
esponenziale negli anelli terminali del ciclo, retroporti, hub e magazzini sui
territori.
“La diffusione del container favorisce l’emergere della logistica integrata. La
storia della logistica in Italia, da questa prospettiva, coincide con la storia
della intermodalità, una novità dirompente che consiste nella possibilità di
usare in maniera integrata due o più modi di trasporto per consegnare la merce.
In generale per intermodalità si intende una rete coordinata di vettori ed
utenti che operano in concerto allo scopo di trasferire la merce attraverso modi
e combinazioni di trasporto diverse e contigue. […] È dal trasporto intermodale
che deriva il modello Door to Door, consistente in un singolo carico controllato
da un singolo vettore e coperto da un singolo documento, laddove il cliente (o
committente) tratta con il vettore esclusivamente il trasporto dall’origine alla
destinazione. In questi anni avviene dunque una integrazione che finisce per
investire la stessa concezione del trasporto, non considerato più come una somma
di attività separate e autonome di singoli vettori interessati, ma come un’unica
prestazione da origine a destino, in una visione globale del processo di
trasferimento di una merce”. (pag. 10)
L’autore nella sua ricerca ha giustamente focalizzato la sua attenzione sui
fenomeni di esternalizzazione delle funzioni logistiche – il viaggio della merce
dall’uscita dei luoghi di produzione verso la sua destinazione. Resta da
indagare un altro grande filone di ricerca – comunemente inserito nella
definizione di “logistica” – che è quello dei cosiddetti “appalti interni”: il
processo che negli ultimi venti anni ha portato moltissime aziende industriali a
isolare reparti e fasi del ciclo per affidarli in appalto a imprese (spesso
cooperative, spesso in totale subordinazione organizzativa rispetto al
committente) operanti all’interno dei perimetri aziendali. Una sorta di
“delocalizzazione interna” che ha favorito uno spezzettamento delle condizioni
contrattuali e un indebolimento complessivo dell’unità di classe, anche dentro i
luoghi “centrali” del processo produttivo.
Sono molti gli spunti di analisi interessanti che questo libro propone, anche
per i non addetti ai lavori. Soprattutto quelli relativi alla lettura della
logistica italiana come “metafora” dello sviluppo distorto del capitalismo
italiano nell’ultimo trentennio. Ciò che è accaduto in questo comparto
produttivo – frammentazione organizzativa, deflazione salariale, precarietà,
sfruttamento – è solo il riflesso, magari in forme esasperate, di ciò che ha
riguardato tutto lo spettro del lavoro sociale. Così come l’acquiescenza del
legislatore, che non ha governato la crescita malata e anomala del settore
logistico, ma ne ha solo accompagnato l’espansione: con ricadute fondamentali
anche nel ridisegno delle aree portuali, degli interporti, delle zone
industriali, delle politiche urbanistiche e territoriali affidate come sempre
alla commistione di interessi tra privati e ceto politico compiacente o succube.
Solo gli scioperi hanno scoperchiato il pentolone del malaffare e indicato –
anche ai ricercatori – la strada dell’analisi impietosa e della denuncia
pubblica di queste degenerazioni. I facchini – organizzati dai sindacati di
base, poveri, precari e sottopagati – sono stati capaci di scoperchiare un
pentolone maleodorante che molti fingevano di non vedere. Non basterà il Decreto
Sicurezza per ricondurre i lavoratori al silenzio e azzerare le conquiste di
questi anni, strappate dalle lotte e pagate a caro prezzo, con morti nei
picchetti, inchieste, arresti e licenziamenti. (giovanni iozzoli)
(archivio disegni napolimonitor)
Oggi, giovedì 29 maggio, alle ore 17:30, presso Zero81 – Laboratorio di mutuo
soccorso (largo Banchi Nuovi, 10), sarà presentato il nuovo volume del
collettivo Into the Black Box, intitolato Futuro presente. Il dominio globale
del mondo secondo Amazon. Il dibattito vedrà la partecipazione di Niccolò
Cuppini e Maurilio Pirone.
* * *
Il caso Amazon ha generato un vasto dibattito a livello internazionale. Anche in
Italia, in questi anni, non sono mancate pubblicazioni, traduzioni e analisi
critiche. Altre ricerche promettenti sono tuttora in corso, e contribuiranno a
delineare un quadro complesso. Tra le numerose pubblicazioni che hanno
affrontato l’argomento, tre volumi meritano di essere menzionati. Il costo della
spedizione gratuita. Amazon nell’economia globale, curato da Jake
Alimahomed-Wilson ed Ellen Reese, è un testo fondamentale per comprendere le
molteplici caratteristiche di questa multinazionale. Il Magazzino di Alessandro
Delfanti offre invece un’indagine puntuale sulla vita all’interno dell’hub
logistico Amazon di Piacenza. Infine, Conflitto di classe e sindacato in Amazon,
curato da Marco Veruggio, è un volume agile che raccoglie i contributi di alcuni
collaboratori di Amazonians United (questo volume lo abbiamo presentato di
fronte ai lavoratori della logistica distributiva napoletana in stato
d’agitazione da oltre un anno).
A questa ricca letteratura si aggiunge ora Futuro presente. Il dominio globale
del mondo secondo Amazon (Red Star Press, 194 pagine, 20 euro), curato dal
gruppo di ricerca Into The Black Box. Questo collettivo, nato dalle esperienze
di lotta nell’area metropolitana di Bologna, si è distinto negli ultimi anni per
la capacità di elaborare riflessioni teoriche di ampio respiro sulle
trasformazioni del capitalismo contemporaneo.
Trovare un minimo comune denominatore tra questi testi non è facile, ma in
ognuno si percepisce lo sforzo, declinato in modi diversi, di comprendere una
fase storica definita dalla personalizzazione di massa, un fenomeno scaturito
dalla coniugazione tra mondo logistico e digitalizzazione. L’ultimo lavoro di
Into the Black Box nasce da un’inchiesta territoriale sulla logistica, che ha
presto dovuto confrontarsi con dinamiche che andavano oltre il territorio
d’indagine. E il nesso tra il locale e il globale, in questo contesto, non
poteva che essere il colosso multiforme di Jeff Bezos.
Come sottolinea Sandro Mezzadra nella prefazione, l’intento non è ridurre il
capitalismo a una semplificazione su Amazon (dato che sul mercato globale
operano anche altri attori simili come Mercadolibre e Alibaba). Si tratta
piuttosto di analizzare un modello di integrazione di diversi piani di azione
economica che, nel loro insieme, manifestano “un potere infrastrutturale che
mira a egemonizzare le relazioni socio-economiche”. Amazon non si limita a
invertire il rapporto tra circolazione e produzione, ma esemplifica e condiziona
le operazioni del capitale, colonizzando e privatizzando il futuro. Da qui il
titolo del volume. Il collettivo dimostra come Amazon sia molto più che semplice
logistica, evidenziando che l’irrompere del digitale ha ibridato la materialità
stessa delle infrastrutture. In quest’ottica, Amazon si configura come “capitale
costituente”, capace di agire come un ecosistema espanso e gerarchico che si
allarga in altri settori, influenzando la sfera sociale e politica.
Il volume analizza e mette in relazione molteplici dimensioni. Amazon funge da
punto di accesso per indagare l’intreccio tra salto tecnologico, relazioni
socio-economiche e questioni politiche. La sfida è comprendere a fondo il
paradigma Amazon: un’azienda partita come startup e cresciuta fino a valere
miliardi di dollari, che si struttura come un impero commerciale con una
proiezione globale. Un gigante che si caratterizza per la sua aspirazione a
dettare standard e regole del mercato, monopolizzando ambiti cruciali attraverso
specifiche politiche di sviluppo, un assemblaggio spregiudicato di giochi
finanziari, uso di nuove tecnologie, modalità originali di organizzazione della
forza lavoro e una spiccata capacità di influenzare il potere politico dello
stato.
Secondo questa interpretazione, Amazon agisce come soggetto politico in un
doppio senso: sia come un’infrastruttura dotata di un potere di indirizzo dei
flussi di merci, informazioni, saperi e capitali, sia come un vero e proprio
attore politico che si sovrappone alle prerogative che in precedenza
appartenevano alla sfera pubblica. Unendo razionalità logistica, innovazione
tecnologica e servizi digitali, Amazon gioca un ruolo determinante
nell’espansione del capitalismo contemporaneo, arrivando a indirizzarne lo
sviluppo e incidendo tanto sulla dimensione territoriale della metropoli
planetaria quanto sull’immaginario collettivo, fondato sulla fusione tra
tecnologia e lavoro umano.
Di fronte a questo scenario, una prima risposta che emerge dal volume sembra
essere la critica all’ineluttabilità di queste dinamiche. L’analisi di Amazon
non si limita a descrivere un impoverimento dell’esperienza umana, ma suggerisce
altre possibilità di azione dall’esito non prevedibile. Si intravede quindi
un’ambivalenza, secondo gli autori del volume. Il ruolo sempre più
“infrastrutturale” di colossi come Amazon nella riproduzione sociale e nella
gestione della macchina statale ci pone dinanzi a nuove sfide, che possono
essere affrontate con gli strumenti che questi stessi processi mettono in
circolazione. L’enorme quantità di dati accumulati, elaborati e utilizzati dalle
Big Tech, conferisce loro un potere che si dirama in tutte le nostre interazioni
sociali e che non si limita a fotografare l’esistente, ma delinea il campo di
possibilità del nostro agire.
Questo punto merita attenzione. Se è vero che siamo davanti a una
“amazonizzazione della società”, se il dominio globale del mondo secondo Amazon
è dettato dalla capacità di sintetizzare diverse operazioni del capitale, di
costruire immaginari e di esercitare un potere governamentale, e se in
definitiva questo paradigma ingabbia e al contempo sprigiona energie vitali, è
importante riconoscere che la diffusione di queste dinamiche non è omogenea.
Nelle società avanzate persiste un divario significativo tra tecnologia
potenziale e quella effettivamente applicata, sia nel progresso tecnologico in
sé che nelle sue applicazioni ai processi produttivi e distributivi. Accanto a
risorse inutilizzate come valore non impiegato nella produzione, forza lavoro
disoccupata, risorse naturali non sfruttate e capacità produttiva latente,
esiste anche una plustecnica potenziale: uno scarto ben superiore al semplice
ritardo applicativo, tra ciò che la tecnologia potrebbe fare e ciò che fa
realmente.
Questo suggerisce sia una certa fragilità del potere infrastrutturale che una
non linearità dello sviluppo che il paradigma Amazon potrebbe indirizzare. Se
questa premessa è corretta, si può ipotizzare l’intima irrazionalità del
capitalismo di cui Amazon è una diretta espressione. Il suo potere
infrastrutturale potrebbe essere più debole di quanto non sembri, e di pari
passo, il dominio delle Big Tech su economia, politica, società e immaginari
rischia di essere sovrastimato. Sebbene Amazon stia costruendo una realtà
malleabile e riprogrammabile a suo piacimento, questa stessa realtà è
sovvertibile in una pluralità di modi tutti da sperimentare o, meglio, che si
stanno già sperimentando.
Il lavoro di ricerca collettivo di Into the Black Box getta una luce sulle
dinamiche di espansione e colonizzazione di un colosso che è molto più di un
e-commerce, indagandone ramificazioni e forme del potere e stimolando una
riflessione sulle pratiche di conflitto da escogitare per il futuro. (andrea
bottalico)