di  avv. Giuseppe Romano â Giuristi Democratici Il 17 ottobre a Firenze il
convegno dei Giuristi Democratici affronta la crisi del diritto internazionale,
lâespansione della repressione penale e la riforma âŚ
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A un anno dai fatti di viale Masini, la mobilitazione nata attorno a Lince prova
ad andare oltre il singolo caso. Appuntamento alle 18.30 in piazza Nettuno per
unire comunitĂ âŚ
MartedĂŹ 10 marzo, presidio solidale davanti al tribunale di CampobassoÂ
(presidio dalle 11:30, udienza ore 12:00) Ahmad Salem, 24 anni, originario dei
territori palestinesi, è detenuto da oltre 9 mesi âŚ
di Avv. Giuseppe Romano Incontro attivisti e avvocati sabato 14 marzo a Torino
Un appuntamento in cui sarĂ anche presentata una rete di penalisti che segue da
molti anni i âŚ
Sabato 17 gennaio alle ore 15 allâuniversitĂ Palazzo Nuovo di Torino si terrĂ
lâassemblea nazionale verso il corteo del 31 gennaio a seguito dello sgombero
del centro sociale Askatasuna. Di âŚ
Difendere Anan, AlÏ e Mansour significa difendere la resistenza palestinese.
Udienze ed iniziative allâAquila Il 25, 26, 27 giugno si terranno al tribunale
dellâAquila tre udienze consecutive del processo ad Anan, AlĂŹ e Mansour, tre
palestinesi accusati di proselitismo e finanziamento del terrorismo,
contemporaneamente si terranno alcune giornate di mobilitazione. La corte ha
intenzione di arrivare [âŚ]
La fine della prigionia del leader curdo è una delle condizioni fondamentali per
lâavvio di colloqui di pace tra lo Stato turco e il Partito dei lavoratori del
Kurdistan (Pkk). A Roma lâappuntamento sarĂ a piazzale Ugo La Malfa alle 14.30 a
Milano in largo Cairoli alle 14,30
di Rete Kurdistan Italia
Il 15 febbraio 2025 segnerĂ il 26esimo anniversario della cattura di Abdullah
Ăcalan, il leader storico del movimento curdo e figura centrale nella lotta per
i diritti e lâautodeterminazione del popolo curdo. Dal 1999, Ăcalan è detenuto
in isolamento sullâisola-prigione di Imrali. La sua prigionia rappresenta un
simbolo della piĂš ampia repressione contro le rivendicazioni curde, ma anche
della difficoltĂ della Turchia nellâaffrontare una soluzione politica e pacifica
a un conflitto che perdura da decenni.
La liberazione di Abdullah Ăcalan non riguarda soltanto la giustizia per un uomo
imprigionato in condizioni che violano il diritto internazionale e lo stesso
sistema giuridico turco, ma costituisce anche un passo fondamentale per la
costruzione di una pace duratura tra lo stato turco e il popolo curdo. Nel corso
degli anni, Ăcalan ha piĂš volte espresso la sua disponibilitĂ a negoziare e a
promuovere la pace, avanzando proposte che prevedono il riconoscimento dei
diritti dei curdi allâinterno di una Turchia democratica e pluralista.
In tutto il paese, le pratiche utilizzate sullâisola di Imrali sono state estese
per soffocare ogni forma di dissenso e di opposizione che veda nella soluzione
politica della questione curda una possibile svolta verso una trasformazione
democratica dellâintero Medio Oriente.
> Attraverso la prigionia di Abdullah Ăcalan, lo Stato turco non solo cerca di
> isolarlo fisicamente come individuo, ma mira anche a soffocare i risultati
> democratici emersi dalle sue idee.
Il 28 dicembre scorso, una delegazione del Partito DEM, composta dai
parlamentari SÄąrrÄą SĂźreyya Ănder e Pervin Buldan, ha incontrato Abdullah Ăcalan
nellâisola-prigione di Imrali. Si trattava del primo incontro completo con
Ăcalan dopo nove anni, a seguito dei negoziati del 2015 tra lo stato turco e il
Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) interrotti da Erdogan. Questo
incontro è stato preceduto da una visita familiare, avvenuta a ottobre, con il
nipote Omer Ăcalan.
Pur rappresentando un segnale positivo, considerando che Ăcalan era stato
sottoposto a un isolamento totale per quasi quattro anni, le condizioni della
sua detenzione rimangono inaccettabili e continuano a costituire un ostacolo a
un possibile nuovo processo di pace. Infatti, se i colloqui avviati a Imrali
dovessero portare a una nuova fase negoziale, essi non sarebbero nĂŠ equi nĂŠ
trasparenti se una delle parti fosse costretta a parteciparvi in condizioni di
prigionia, senza la possibilitĂ di comunicare liberamente con il proprio
movimento politico e con il popolo curdo.
Le implicazioni di un nuovo processo di pace non si limitano ai confini turchi.
Un possibile accordo potrebbe infatti rimuovere lâostacolo maggiore per
lâAmministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (Rojava) nella
partecipazione alla costruzione di una nuova Siria, dopo la fine del regime di
Assad. Le minacce, le pressioni e le operazioni militari turche, che attraverso
i suoi mercenari ha giĂ occupato vasti territori del Rojava, minacciano di
distruggere la rivoluzione delle donne del Rojava e di sfollare i popoli che la
portano avanti.
> Il Confederalismo Democratico, proposto da Abdullah Ăcalan, ha innescato un
> risveglio sociale in tutto il Kurdistan.
Per queste ragioni invitiamo tutti i partiti, organizzazioni politiche e
umanitarie, sindacati, collettivi e singoli solidali a partecipare alle
manifestazioni che si terranno a il 15 Febbraio 2025 alle 14.30 a Roma, piazzale
Ugo La Malfa alle 14.30, e Milano, a largo Cairoli.
Per adesioni: info.uikionlus@gmail.com
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> Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi
> sostenerci donando il tuo 5Ă1000Â
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Un quartiere sotto sequestro, e poi cosâaltro ci aspetta?
di CPA FI-SUD
Il 3 e 4 Febbraio Firenze ha subito lâoltraggio di dover ospitare un convegno
sionista. Relatori oltre a Marco Carrai, console âonorarioâ dellâentitĂ
sionista, anche due ufficiali dellâesercito israeliano, due criminali di guerra
che nonostante il loro contributo allâesecuzione di un genocidio hanno potuto
essere presenti grazie allâimpunitĂ Â garantita dalle nostre istituzioni ai
rappresentanti dello stato sionista. Nonostante il poco tempo a disposizione per
poter organizzare una mobilitazione adeguata che mettesse in discussione
lâappuntamento, numerosi solidali si sono ritrovati non solo per contestare il
convegno e le varie posizioni di complicitĂ , a partire da quella dellâuniversitĂ
di Firenze, ma anche per riaffermare la solidarietĂ verso la Resistenza
Palestinese.
Detto questo, ci teniamo a sottolineare un fatto che in pochi stanno
evidenziando: per garantire un ignobile convegno, è stato messo sotto sequestro
un quartiere. Tutto bloccato, nessuno poteva transitare, nemmeno a piedi, per
via de Benci, piazza s. Croce compresa. Una zona rossa insomma, che a vedere
bene non è una novitĂ a Firenze, cittĂ in cui lâignobile e falsa equiparazione
tra antisionismo ed antisemitismo vede il divieto sistematico ai cortei di
solidarietĂ per la Palestina a transitare per tutto un quadrante di centro
storico, con la scusa della vicinanza della Sinagoga ritenuta âobiettivo
sensibileâ.
Le tanto decantate zone rosse, strumento rivendicato tanto dal centrodestra
quanto dal centrosinistra come dispositivo a tutela della âsicurezzaâ delle
persone, sono state quindi realizzate senza problemi.
La zona rossa come strumento per âlâordine pubblicoâ. La zona rossa che deve
diventare la normalitĂ . Riteniamo necessario fare in modo che quanto successo il
3 Febbraio sia da insegnamento per chi vuole praticare il conflitto sociale
contro lo stato di cose presenti. Riteniamo centrale in questo momento
identificare le zone rosse come uno strumento di quella repressione che tra
strumenti amministrativi e ddl sicurezza sta restringendo sempre di piĂš lo
spazio di agibilitĂ per lavoratori e lavoratrici di rivendicare una societĂ
diversa, che veda soddisfatte le loro necessitĂ e non quelle del capitale.
Invitiamo Firenze tutta a scendere in piazza con noi giĂ oggi Sabato 8 febbraio,
nel corteo lanciato da Firenze Antifascista per le 15 in piazza Pier Vettori,
per dire no alla repressione, al fascismo e al collaborazionismo con lâentitĂ
sionista da parte di chi ci governa.
FIRENZE RIFIUTA ZONE ROSSE E REPRESSIONE!
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Il ddl 1236 (ex 1660) è solo lâultimo capitolo di una lunga scia di normative
promulgate per la gestione dei conflitti sociali come oggetti dâordine pubblico,
secondo una logica di criminalizzazione trasversale ai partiti: approfondimento
a cura del CentroDoc âLorusso-Giulianiâ, in vista di unâiniziativa organizzata a
Bologna per il 4 dicembre con Archivio via Avesella e Cua.
di zic.it
âDalle stragi di Stato allo Stato di emergenzaâ è il titolo di unâiniziativa
organizzata dal Centro di documentazione dei movimenti âLorusso-Giulianiâ,
dallâArchivio via Avesella e dal Cua che si terrĂ mercoledĂŹ 4 dicembre alle
18,30 al 38 occupato di via Zamboni. Parteciperanno: Claudia Pinelli
(attivista), Marina Prosperi (avvocata, Giuristi democratici Bologna), Elia de
Caro (associazione Antigone) e Italo di Sabato (Osservatorio Repressione).
âLa repressione ha un ambito ed un obiettivo per cosĂŹ dire necessari: colpire e
distruggere anticipatamente ogni nucleo di possibile resistenza alla
ricomposizione politica capitalistica e di possibile organizzazione autonoma
proletaria [âŚ] Gli operai debbono riprendere ordinatamente il lavoro secondo gli
indici di produttivitĂ stabiliti dal sistema mondiale dello sfruttamento e non
secondo i rapporti di forza dati dalle lotte [âŚ] E la criminalizzazione delle
lotte è la spada che segue coerentemente da questa ragione di Statoâ. Con queste
parole, spiegano gli organizzatori dellâiniziativa, âusciva lâeditoriale âIl
Terrorismo di Statoâ, apparso sul quindicinale Rosso nel 1975. Erano giĂ esplose
le bombe di piazza Fontana, piazza della Loggia, dellâItalicus. Nel frattempo il
quarto governo Moro firmava lâapprovazione alla Legge Reale, introducendo una
serie di novitĂ per la repressione del conflitto socialeâ.
Dalla metĂ degli anni Settanta, prosegue la presentazione dellâiniziativa, âle
tecniche repressive per sconfiggere i movimenti si affinarono in efficacia e
intensitĂ : ci fu una chiusura sempre piĂš netta nei confronti delle
rivendicazioni operaie e proletarie, mentre lo Stato iniziò a condurre una vera
e propria guerra contro i movimenti di lotta. La âstrategia della tensioneâ,
intensificatasi con la bomba di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, divenne a
tutti gli effetti una forma di governo dei conflitti sociali. Una risposta,
anche, ad una annata che è ormai un simbolo del conflitto operaio nella storia
dellâItalia repubblicana: il 1969 ed il suo autunno caldo. Oltre gli anni â70,
però, abbiamo di fronte a noi una lunga scia di decreti sicurezza promulgati per
la gestione dei conflitti sociali come oggetti dâordine pubblico. E oggi? A
quasi 55 anni di distanza dai fatti di piazza Fontana, ci interrogheremo sul
concatenarsi nel tempo di norme repressive, leggi speciali e pacchetti
sicurezza. Una serie di dispositivi ormai stratificati, di cui il dl
Meloni-Salvini 1660 è soltanto lâultimo di una lunga serie. Una discussione che
oltre alla contingenza vuole inquadrare sul lungo periodo anche le attuali norme
limitative proposte dal Governo Meloniâ.
Pubblichiamo a seguire un approfondimento curato dal CentroDoc
âLorusso-Giulianiâ in vista dellâiniziativa del 4 dicembre.
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Emergenza e leggi speciali in Italia
Tra le armi usate contro i conflitti sociali la repressione è sempre stata una
delle piĂš sfruttate.
Il modello repressivo statale si è sempre âadattatoâ al livello di scontro
sollevato dalle lotte e dai conflitti, la sua logica è sempre stata quella del
âtallone di ferroâ che schiaccia e soffoca le istanze sociali.
Nel clima rovente dellâautunno caldo, nellâultimo quadrimestre del 1969, furono
denunciate 8.396 persone per 14.036 reati, tra i quali 235 per lesioni
personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per
violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla
sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici e
1.376 per interruzione di pubblici servizi.
Dalla metĂ degli anni settanta le tecniche repressive per sconfiggere i
movimenti si affinarono in efficacia e intensitĂ : ci fu una chiusura sempre piĂš
netta nei confronti delle rivendicazioni operaie e proletarie, lo Stato praticò
una vera e propria guerra contro i movimenti di lotta.
La âstrategia della tensioneâ (innescata dalla strage di Piazza Fontana) divenne
una forma di governo dei conflitti sociali: ci fu una gestione dellâordine
pubblico molto dura e si arrivò allâutilizzo dello stragismo fascista da parte
degli apparati statali. Si balenarono tentativi di colpi di stato e ci fu un uso
ripetuto dello squadrismo fascista.
Francesco Cossiga (il Kossiga per i movimenti) fu il ministro dellâinterno per
eccellenza, perchĂŠ incarnò solo come aveva fatto Scelba negli anni â50, il
sistema repressivo dello Stato contro le lotte. Matteo Salvini, da anni, cerca
di scimmiottare questi suoi âillustriâ predecessori.
La sovraproduzione di norme penali e amministrative oltre che ad avere come
principale obiettivo quello di estinguere ogni forma di conflitto sociale anche
nella sola espressione del dissenso verbale, per decenni ha ingrandito se non
addirittura creato ex novo paure e timori, timori e paure che hanno sempre
alimentato la richiesta di sistemi punitivi ogni volta piĂš sofisticati.
La legge Reale â 22 maggio 1975
Il 22 maggio 1975 venne approvata la legge Reale (dal nome del ministro della
Giustizia di allora, Oronzo Reale, segretario del Pri) che imponeva poteri
speciali alle forze di polizia per la tutela dellâordine pubblico, prevedendo un
inasprimento delle pene contro i reati legati ad episodi di violenza politica.
La legge estese il ricorso alla custodia cautelare, permettendo il fermo
preventivo fino a 96 ore, anche in assenza di flagranza di reato. Il periodo di
fermo negli anni successivi fu diminuito, mentre è ancora in vigore la
possibilitĂ per la polizia di compiere perquisizioni senza autorizzazione del
giudice in caso di presunto possesso di armi. â¨La stretta era giĂ iniziata da un
anno prima con la legge dellâaprile 1974 che, in materia di giustizia penale,
aveva portato i termini della carcerazione preventiva a 8 anni. Unâaltra legge,
la n. 497 del 14 ottobre 1974, aveva reintrodotto lâinterrogatorio di polizia,
che era stato cancellato nel 1969, dopo lâautunno caldo.
Lâarticolo 17 della legge Reale prevedeva la possibilitĂ di processi in via
direttissima per reati di ordine pubblico. Con lâarticolo 5 introduceva la
cosiddetta ânorma cascoâ (tuttora attiva), che proibiva lâutilizzo del casco e
di altre coperture del volto in pubblico senza giustificato motivo. Il
provvedimento nel tempo è stato attenuato: allâinizio prevedeva lâarresto in
stato di flagranza.
Con lâarticolo 14 si consentĂŹ âlâuso legittimo delle armi da parte delle forze
di polizia in operazioni di ordine pubblicoâ (per esempio: il carabiniere che
uccise Francesco Lorusso nel marzo â77 non andò mai a processo, e la stessa cosa
è avvenuta con lâomicidio di Carlo Giuliani nel luglio 2001).
Questa autorizzazione a sparare per le forze dellâordine venne annunciata con
lâintento di impedire una ÂŤquantitĂ ampia di reatiÂť, anche in assenza di
situazioni di resistenza o di violenza di qualsiasi tipo. Nel caso di sospetti
di abuso della facoltĂ di sparare da parte di agenti o di militi le indagini
passavano dal giudice competente al procuratore generale presso la corte
dâAppello (al quale spettava la scelta tra un procedimento del suo ufficio o la
trasmissione dellâindagine alla procura). Si trattava di uno spostamento di
competenze che poteva prefigurare se non proprio una garanzia di impunitĂ
qualcosa di simile.
Negli anni successivi (il periodo chiave fu il 1977) si sviluppò una
legislazione dâemergenza, approvata da tutti i partiti del cosiddetto âarco
costituzionaleâ, che aggravava le pene per i reati con finalitĂ di eversione.
Venne istituito il circuito delle âcarceri specialiâ (autorizzate ma mai
legiferate), destinate alla distruzione psicofisica dei detenuti politici.
La legge Cossiga â 6 febbraio 1980
Nel clima di tensione sociale negli successivi al â77, nel 1979, la magistratura
lanciò un allarme che invocava leggi speciali. CosÏ nel 1980 arrivò il pacchetto
sicurezza che prese il nome del ministro dellâInterno Francesco Cossiga
La legge n.16 del 6 febbraio 1980, convertĂŹ un decreto legge del 1979 che
conteneva âmisure dâurgenza per la tutela dellâordine democratico
(antiterrorismo)â.
Lâarticolo 3 introduceva il nuovo reato di âassociazione ai fini di eversione e
terrorismoâ, con condanne che si aggiungevano a quelle per il reato di
associazione sovversiva. Lâaggravante per reati âa fini di eversione e
terrorismoâ prevaleva sempre su qualsiasi circostanza attenuante.
Lâarticolo 6 ripristinava il fermo per 96 ore per individui che âstanno per
commettere un reatoâ. Lâarticolo 9 estendeva i poteri di perquisizione,
permettendola per cause dâurgenza, anche senza il mandato del magistrato
competente. Lâarticolo 10, nei casi di eversione, estendeva di un terzo il
periodo massimo di carcerazione preventiva a ogni fase di giudizio. Veniva
incentivato il fenomeno del pentitismo, con sconti di pena per chi collaborava
con la giustizia.
I Daspo â 13 dicembre 1989
La legge era la n. 401 ; approvata il 13 dicembre 1989, interveniva in
situazioni di violenza negli stadi italiani; i relatori sostennero che le curve
si erano politicizzate e radicalizzate.
Prevedeva il divieto, per un soggetto considerato pericoloso, di partecipare a
manifestazioni sportive, anche con lâobbligo di presentazione a un ufficio di
polizia. Il Daspo veniva emesso anche in seguito a una semplice denuncia, perchĂŠ
considerato una misura di prevenzione.
Dopo le modifiche del decreto Amato, tramutato in legge il 4 aprile 2007, le
norme vennero aggravate.
Venivano previsti controlli piĂš stringenti agli ingressi degli stadi e il
divieto di accesso anche a chi, pur se provvisto di biglietto, non aveva con sĂŠ
un documento di identificazione
Tutte le sanzioni furono inasprite: chi provocava lesioni gravi a pubblici
ufficiali in servizio di ordine pubblico poteva essere punito da 4 a 10 anni, e
per le lesioni gravissime era prevista una pena che andava dagli 8 ai 10 anni.
Era vietata lâesposizione di striscioni âche comunque incitano alla violenza o
che contengono insulti o minacceâ ed erano previste pene da uno a cinque anni.
Veniva confermato lâarresto differito, con la possibilitĂ di mettere le manette
in flagranza di reato entro 48 ore, anzichĂŠ 36.
Il Daspo venne rafforzato e poteva essere applicato anche ai minorenni, con la
diffida ad assistere agli eventi sportivi per un periodo che andava da uno a
cinque anni per i provvedimenti firmati dal questore, e da due a otto anni per
quelli emessi dal giudice.
Si autorizzava lâutilizzo di steward all´interno degli stadi, cioè di personale
non appartenente alle forze di polizia.
Al momento dellâapprovazione della legge in molti dichiararono che la
sperimentazione sugli âultras del calcioâ sarebbe poi stata allargata nei suoi
provvedimenti restrittivi anche ad altre âemergenze politiche e socialiâ.
La legge Pisanu â 31 luglio 2005
Negli scenari del post â11 settembre 2001â vennero sollecitati âprovvedimenti
dâurgenzaâ e âcontrolli collettiviâ. La legge era la n.155, fu approvata il 31
luglio 2005 (a sette giorni di distanza dagli attentati avvenuti a Londra nello
stesso mese di luglio) e convertiva un decreto dello stesso ministro
dellâInterno Giuseppe Pisanu.
Prevedeva un inasprimento normativo nei confronti dei cittadini migranti, cui
veniva concesso il permesso di soggiorno se collaboravano con le forze
dellâordine (art.2 permessi di soggiorno a fini investigativi) e che potevano
essere espulsi se ritenuti pericolosi, anche se non avevano commesso il fatto
per cui erano sospettati (art.3 ânei cui confronti vi siano fondati motivi di
ritenere che la loro permanenza nel territorio dello Stato possa in qualsiasi
modo agevolare organizzazioni o attivitĂ terroristiche, anche internazionaliâ).
La legge introduceva lâallargamento dei controlli sul traffico telefonico e
telematico (che rendeva difficile lâapertura di internet point e vietava wi-fi e
connessioni senza registrazione).
In una serie di articoli era prevista maggiore attenzione poliziesca negli
aeroporti e sui voli aerei. In altri erano contenute nuove misure per arresti e
fermi. Insieme a unâunitĂ antiterrorismo (art. 5 âapposite unitĂ investigative
interforze, formate da esperti ufficiali e agenti di polizia giudiziaria delle
forze di polizia, individuati secondo criteri di specifica competenza
tecnico-professionaleâ), le forze di intelligence avevano piĂš facilitazioni.
Poi, in caso di emergenza e necessitĂ , la polizia poteva procedere agli arresti
secondo le norme della legge Reale del 1975.
Venivano anche introdotte nuove norme sullâidentificazione personale (ÂŤSe gli
accertamenti comportano il prelievo di capelli o saliva e manca il consenso
dellâinteressato, la polizia giudiziaria procede al prelievo coattivo nel
rispetto della dignitĂ personale del soggetto, previa autorizzazione scritta,
oppure resa oralmente e confermata per iscritto, del pubblico ministeroÂť) e
nuove disposizioni in materia di arresto e di fermo.
Per quanto riguardava le misure di prevenzione, ÂŤse lâinosservanza riguarda gli
obblighi e le prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale con lâobbligo o
il divieto di soggiornoÂť, si applicava la pena della reclusione da uno a cinque
anni ed era consentito lâarresto anche fuori dei casi di flagranza.
Infine, si allargava lâutilizzo di servizi di vigilanza privata, senza lâimpiego
di personale delle forze di polizia, in servizi di sicurezza sussidiaria
nellâambito dei porti, delle stazioni ferroviarie e dei relativi mezzi di
trasporto e depositi.
Pacchetto sicurezza Maroni â 2008
Il decreto legge 23 maggio 2008, n. 92, recante misure urgenti in materia di
sicurezza pubblica, fu approvato in via definitiva al Senato il 23 luglio 2008.
Prevedeva un ulteriore inasprimento delle attivitĂ di contrasto delle
âmigrazioni irregolariâ e confermava una chiusura delle vie legali di ingresso
in Italia, oltre che unâulteriore contrazione del numero delle persone che
avevano avuto accesso alla procedura di asilo in Italia.
Con i provvedimenti annunciati dal nuovo governo in materia di sicurezza il
nostro paese si collocava al di sotto della soglia piĂš bassa di garanzia
consentita dalle direttive comunitarie in materia di immigrazione ed asilo.
Veniva ripristinato un illimitato potere discrezionale della polizia, sottratto
ad un effettivo controllo giurisdizionale. Il decreto infrangeva consolidati
principi costituzionali, ribaditi sino a pochi anni prima da importanti
decisioni della Corte Costituzionale ( sentenze n.222 e 224 del 2004) che
avevano scardinato la disciplina delle espulsioni introdotta dalla legge
Bossi-Fini.
Venne introdotto il reato di immigrazione clandestina con pene da sei mesi a
quattro anni per migranti entrati âillegalmente nel territorio dello Statoâ.
Tutte le pene previste dal codice penale per reati comuni come il furto venivano
aumentate di un terzo se si trattava di reati commessi da immigrati clandestini.
Erano previste espulsioni piĂš rapide per i clandestini, con pene fino a quattro
anni di reclusione per i trasgressori dellâordine di espulsione o di
allontanamento dal territorio italiano.
Veniva elevata la durata dellâinternamento degli immigrati irregolari nei centri
di detenzione amministrativa fino a 18 mesi, i CPT si trasformavano di fatto in
carceri etniche.
Si ampliava ulteriormente la sfera di discrezionalitĂ nella qualificazione dei
âmotivi imperativi di pubblica sicurezzaâ che consentivano lâespulsione e la
detenzione amministrativa anche dei cittadini comunitari.
Venivano attribuiti poteri speciali ai sindaci in materia di sicurezza urbana e
incolumitĂ pubblica.
Si consentiva alle amministrazioni locali di negare lâiscrizione anagrafica
quando mancassero i requisiti di reddito o di alloggio. Si susseguirono
provvedimenti che criminalizzavano lâaccattonaggio o facilitavano la sottrazione
dei bambini alle loro famiglie, come successe con le ordinanze sui lavavetri
nella Firenze di Dominaci. I sindaci potevano indicare alla polizia, tramite la
collaborazione dei vigili urbani, gli immigrati da espellere, anche se si
trattava di cittadini comunitari. I provvedimenti concernenti le limitazioni ai
matrimoni misti e ai ricongiungimenti familiari restrinsero le possibilitĂ di
stabilizzazione e di integrazione dei e delle migranti.
Con un altro decreto voluto da Maroni, il 6 ottobre 2009, il settore della
sicurezza si arricchĂŹ di una nuova figura professionale: âlâaddetto ai servizi
di controllo delle attivitĂ di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti
al pubblicoâ.
Con questi nuovi provvedimenti il carcere diventava lo strumento principale per
affrontare i problemi sociali.
Decreto Minniti-Orlando âsul contrasto dellâimmigrazione illegaleâ â 2017
Il 13 aprile 2017 la Camera approvò definitivamente il disegno di legge di
conversione del decreto-legge 17 febbraio 2017, n.13 (Legge 13 aprile 2017,
n.46), che portava il nome del ministro dellâinterno Marco Minniti e del
ministro della giustizia Andrea Orlando e che conteneva âdisposizioni urgenti
per lâaccelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale,
nonchĂŠ per il contrasto dellâimmigrazione illegaleâ.
Secondo le dichiarazioni degli stessi ministri, il decreto nasceva dallâesigenza
del governo di accelerare le procedure per lâesame dei ricorsi sulle domande
dâasilo, che nellâultimo anno erano aumentati e avevano intasato le aule dei
tribunali. Dallâaltra parte il governo voleva aumentare il numero delle
espulsioni di migranti irregolari.
Veniva introdotta un linea dura sui rimpatri forzati, la prima e piĂš
fondamentale esigenza del Viminale era rimandare al loro paese quanti piĂš
âirregolariâ possibili. Questo voleva dire accelerare ed aumentare i rimpatri
forzati, soprattutto attraverso la firma di accordi bilaterali con i paesi di
origine e transito dei migranti, anche se si trattava di dittature come quella
sudanese o paesi noti per le sistematiche violazioni dei diritti umani come la
Libia. E, infatti, lâeffettiva esecuzione dellâaccordo firmato con il governo
libico era tra le prime prioritĂ del Ministero. Minniti fece un accordo con
varie milizie libiche (mai confermato ufficialmente, ma raccontato da diverse
inchieste giornalistiche) affinchĂŠ bloccassero le partenze dei migranti,
mantenendoli nei centri di detenzione libici. Per lâAssociazione Studi Giuridici
sullâImmigrazione (Asgi) lâaccordo con la Libia era âin totale spregio del
diritto di asilo consacrato nella Costituzione italiana e del dovere di
rispettare i diritti umaniâ.
Altro punto significativo della ricetta di Minniti fu lâestensione del sistema
della detenzione amministrativa. Nellâattesa di stipulare e rendere esecutivi
altri accordi come quelli giĂ siglati per ottenere lâaccelerazione delle
procedure di rimpatrio, la soluzione passò, ancora una volta, attraverso la
detenzione amministrativa, che cambiava nome da Cie a Cpr (centri per il
rimpatrio), ma non la sostanza. Veniva quadruplicata la capienza dei centri â
dai nemmeno 400 posti precedenti a 1600 â tramite lâapertura di nuove strutture,
che, nella visione del Ministro, avrebbero dovuto raggiungere lâobiettivo di un
Cpr per ogni regione.
Il contrasto allâimmigrazione illegale avveniva anche attraverso un Sistema
Informativo Automatizzato (Sia) monitorato dal dipartimento della Pubblica
sicurezza del ministero, interconnesso con altri sistemi informativi tra i quali
il Sistema informativo Schengen.
Veniva introdotto il rito abbreviato nei giudizi sui provvedimenti di espulsione
di cittadini stranieri per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato e
per motivi di prevenzione del terrorismo.
Il terzo obiettivo di Minniti e Orlando fu quello di accorciare i tempi delle
procedure dâasilo, riducendo le garanzie. La situazione, infatti, cambiò in
peggio non solo per i cosiddetti âirregolariâ ma anche per i richiedenti la
protezione internazionale. Per intervenire sul sovraccarico del sistema dâasilo
e di accoglienza e ridurre i tempi eccessivamente lunghi delle procedure, il
governo propose una soluzione molto semplice: ridurre le garanzie in sede
giurisdizionale con lâeliminazione del grado di appello per chi aveva ricevuto
un diniego dellâasilo in primo grado, sacrificando cosĂŹ in maniera evidente i
diritti delle persone vulnerabili allâesigenza di alleggerire il carico dei
Tribunali e dei centri di accoglienza.
Nel provvedimento fu trattato anche il tema dellâidentificazione nei âpunti di
crisiâ delle strutture di prima accoglienza dei cittadini stranieri soccorsi
durante operazioni di salvataggio in mare o rintracciati come irregolari in caso
di attraversamento della frontiera, con contestuale informazione su protezione
internazionale, ricollocazione in altri Stati Ue e possibilitĂ di rimpatrio
volontario assistito. Era previsto il trattenimento in caso di ârifiuto
reiteratoâ di sottoporsi allâidentificazione.
Inoltre, i richiedenti asilo ospitati nei centri di accoglienza o nel circuito
della rete Sprar che venivano iscritti allâanagrafe della popolazione residente
âpotevano svolgere volontariamente, a titolo gratuito, attivitĂ di utilitĂ
sociale a favore della collettivitĂ localeâ. Su questo tema il Consiglio
Italiano per i Rifugiati (Cir) dichiarò che sarebbe stato assolutamente
inammissibile rendere questi lavori socialmente utili obbligatori ai fini
dellâaccoglienza o in qualche modo condizionanti il riconoscimento dello status
di rifugiato o della protezione sussidiaria.
Insomma la nuova legge, oltre le forti criticitĂ , aveva innanzitutto lâobiettivo
di limitare per i migranti ancora di piĂš diritti e garanzie che erano giĂ molto
fragili.
 Il Daspo urbano di Minniti â il Decreto legge sulla sicurezza urbana â 2017
Sullâonda di unâinsistente domanda di sicurezza il Governo intervenne con il
decreto-legge 20 febbraio 2017 n. 14, dal titolo âDisposizioni urgenti in
materia di sicurezza delle cittĂ â(convertito in legge il 18 aprile 2017, legge
n. 48) dai piĂš conosciuto come d.l. âMinnitiâ sulla sicurezza urbana, dal nome
dellâallora Ministro dellâInterno che lo propose. Lâobiettivo del provvedimento
era di rinforzare la collaborazione interistituzionale per la promozione della
sicurezza integrata e, in particolare della sicurezza urbana, concetto che
pervadeva tutto il decreto.
Infatti, venne previsto il potenziamento dei poteri dei sindaci (nella loro
doppia veste di rappresentanti della comunitĂ locale e rappresentanti del
Governo), con la chiamata in causa di altri due attori istituzionali della
sicurezza sul territorio: il questore e il prefetto.
La legge indicava che i sindaci potessero adottare ordinanze ÂŤin relazione
allâurgente necessitĂ di interventi volti a superare situazioni di grave incuria
o degrado del territorio, dellâambiente e del patrimonio culturale o di
pregiudizio del decoro e della vivibilitĂ urbana, con particolare riferimento
alle esigenze di tutela della tranquillitĂ e del riposo dei residenti, anche
intervenendo in materia di orari di vendita, anche per asporto, e di
somministrazione di bevande alcoliche e superalcolicheÂť.
La âsicurezza urbanaâ veniva perseguita da Minniti attraverso i nuovi âDaspo
urbaniâ: âmisure a tutela del decoro di particolari luoghiâ che prevedevano
lâordine di allontanamento e il divieto di accesso. Questi provvedimenti
potevano essere disposti nei confronti di chi âsia colto in stato di manifesta
ubriachezza, compia atti contrari alla pubblica decenza, eserciti il commercio
su aree pubbliche senza autorizzazione e fuori dal territorio previsto dalla
autorizzazione stessa, eserciti abusivamente lâattivitĂ di parcheggiatore o
guardiamacchineâ.
Altre âarmiâ a tutela della sicurezza urbana furono le disposizioni attuative
prefettizie di provvedimenti dellâAutoritĂ Giudiziaria âconcernenti le
occupazioni arbitrarie di immobiliâ.
Si pervenne ad elevate sanzioni pecuniarie (da euro 1.000 a euro 3.500) per
coloro che esercitavano abusivamente âlâattivitĂ di parcheggiatore o
guardiamacchineâ.
Relativamente, invece, a misure strettamente penali, veniva introdotta la
possibilitĂ che, âin caso di condanna per il delitto di deturpamento e
imbrattamento di cose altrui avvenuto su beni immobili o su mezzi di trasporto o
su cose di interesse storico o artistico, la concessione della sospensione
condizionale della pena possa essere subordinata allâadempimento dellâobbligo di
ripristino e di ripulitura dei luoghi ovvero, qualora ciò non sia possibile,
lâobbligo di sostenerne le spese o di rimborsare quelle a tal fine sostenuteâ.
Per concludere questo capitolo pubblichiamo come esempio una delle ordinanze di
un sindaco emesse sotto la spinta del decreto Minniti: ÂŤGli organi di polizia
hanno rilevato lâesistenza di un costante assembramento di persone nel centro
storico con asserita riduzione della libera fruizione degli spazi pubblici e
pregiudizio per il decoro e la sicurezza della cittĂ , a causa dei rifiuti
abbandonati dagli stessi responsabili e per la loro âmolesta mendicitĂ â. Per
porre freno a tali sostenute problematiche si introduce: il divieto di bivaccare
nel centro abitato e il divieto di consumare bevande alcoliche, al di fuori
delle aree pertinenziali dei pubblici esercizi regolarmente autorizzati; di
detenere o utilizzare strumenti idonei allâimbrattamento di immobili e arredi
urbani; di praticare ogni forma di accattonaggio, sollecitare o richiedere
denaro o altra utilitĂ economica, con particolare riguardo ai parcheggi pubblici
o nelle adiacenze dellâospedale cittadinoÂť.
I due decreti sicurezza targati Salvini
In un breve lasso di tempo, che andava dal 1° dicembre 2018 al 14 luglio 2019,
il governo âgiallo-verdeâ Conte/Salvini predispose, con due incursioni di
calibro securitario, la conversione in legge di due decreti sicurezza/migranti,
timbrati âSalvini atto primoâ e âSalvini bisâ. Si trattò di unâazione
âpopulistico/emergenzialeâ che prese prima il nome di ÂŤDisposizioni urgenti in
materia di ordine e sicurezza pubblicaÂť, a cui seguĂŹ unâaltra ondata di
demagogia securitaria attraverso la stratificazione di norme sui temi
dellâimmigrazione, dellâordine e sicurezza pubblici, della violenza in occasione
di manifestazioni sportive, con unâulteriore riforma sul tema della legittima
difesa.
In molti descrissero quei provvedimenti come liberticidi, lesivi dei diritti
umani e delle garanzie individuali. Il cosiddetto âdiritto penale della
sicurezza contemporaneaâ riprendeva modelli autoritari dello Stato totalitario
novecentesco. In particolare, il âpenale dellâimmigrazioneâ era teso a tutelare,
piĂš che la sicurezza territoriale, la sicurezza dellâidentitĂ etnica e razziale,
basata sulla criminalizzazione, sullâespulsione e sul respingimento del corpo
estraneo, adottando gli schemi del âdiritto penale del nemicoâ.
Non esistevano equivoci sul fatto che i nuovi nemici da combattere fossero gli
stranieri, la tutela granitica della collettivitĂ era messa a repentaglio dagli
âincontenibili fenomeni migratoriâ.
Il primo âdecreto sicurezzaâ entrò in vigore il 5 ottobre 2018 e intervenne
soprattutto sul sistema di accoglienza italiano del nostro paese. La principale
misura contenuta nel provvedimento fu lâabolizione del permesso di soggiorno per
motivi umanitari, sostituita da altri permessi piĂš specifici e praticamente
impossibili da ottenere. Si prevedeva una specifica procedura per le domande
presentate alla frontiera dopo che il cittadino straniero fosse stato fermato
per avere eluso o tentato di eludere i controlli, con la previsione del
trattenimento dei richiedenti asilo al fine di accertare lâidentitĂ o la
cittadinanza del richiedente. Per una serie di tipologie di reati si prevedeva,
in caso di condanna in primo grado, la sospensione del procedimento per la
concessione della protezione e lâespulsione del cittadino straniero. Inoltre,
poche settimane dopo, il ministero dellâInterno emise un bando di gara per i
centri di accoglienza che di fatto depotenziava il sistema complessivo
stanziando meno fondi per i cosiddetti Cas (Centri di Accoglienza
Straordinaria).
Furono introdotte nuove misure urgenti per assicurare lâeffettivitĂ delle misure
di rimpatrio per i cittadini stranieri; ci fu un prolungamento da 90 a 180
giorni della durata massima del trattenimento dei migranti nei Centri di
permanenza per il rimpatrio.
Nelle pieghe del decreto, furono formalizzate delle norme che sanzionavano il
blocco della circolazione su strade e autostrade, reintroducendo il reato di
âblocco stradaleâ (era stato depenalizzato nel 1998) e, se il fatto fosse stato
commesso da piĂš persone, la pena prevista portava la reclusione da 2 a 12 anni.
In materia di sicurezza, il provvedimento introduceva lâutilizzo dei dispositivi
elettronici per particolari fattispecie di reato, come maltrattamenti e
stalking, e inseriva prescrizioni in materia di contratti di noleggio di
autoveicoli per la âprevenzione dei fatti di terrorismoâ, con lâestensione
dellâambito di applicazione del Daspo urbano anche a âindiziati di reati di
terrorismoâ.
Venne poi annunciata una particolare disposizione che consentiva anche agli
agenti di Polizia municipale di utilizzare, in via sperimentale, armi comuni ad
impulso elettrico.
Erano altresĂŹ inasprite le pene per i casi di occupazioni di immobili nei
confronti dei promotori od organizzatori dellâinvasione, e si prevedeva la
possibilitĂ di utilizzare nei confronti di costoro anche le intercettazioni. La
questione venne trattata direttamente da una circolare del capo di gabinetto di
Salvini, quel Matteo Piantedosi (giĂ prefetto di Bologna e di Roma) oggi sulla
poltrona di ministro dellâInterno. Nel documento si ordinava una vera e propria
accelerazione per un piano di sgombero di immobili occupati, fornendo
indicazioni precise su come gestire âlâordine e la sicurezza pubblicaâ e le fasi
delle procedure di sfratto dei cosiddetti abusivi. Secondo il documento del
Viminale lâoccupazione degli immobili costituiva da tempo una delle âprincipali
problematiche che affliggono i grandi centri urbani del Paeseâ e altresĂŹ si
rilevava che âla gestione del tema dellâoccupazione arbitraria degli immobili
non ha compiuto significativi passi avanti, se non rispetto alle misure di
natura preventiva rivolte ad evitare nuove occupazioniâ.
Il 15 giugno 2019 entrĂ in vigore il decreto legge n. 53/2019, noto alle
cronache come âdecreto sicurezza-bisâ in ragione della sua ideale continuitĂ con
il decreto legge n. 113/2018 (conv. con modif. in legge n. 132/2018), pure
recante misure in materia di immigrazione e sicurezza pubblica, a sua volta noto
come âdecreto Salviniâ.
Il Decreto sicurezza bis attribuiva al Viminale e alle Direzioni distrettuali
antimafia competenze che erano prima del ministero dei Trasporti e delle Procure
ordinarie, modificando il codice della navigazione e conferendo al Ministero
dellâInterno il controllo sul divieto di transito nelle acque territoriali di
navi, âqualora sussistano ragioni di sicurezza e di ordine pubblicoâ.
Prevedeva multe salate per chi ânello svolgimento di operazioni di soccorso in
acque internazionali, non rispetta gli obblighi previste dalle Convenzioni
internazionaliâ, cioè tutte le condotte che Salvini attribuiva alle navi
umanitarie delle Ong. Le sanzioni riconosciute erano di due tipi: da 3.500 a
5.500 euro per ogni migrante trasportato e, nei casi reiterati, se la nave era
battente bandiera italiana la sospensione o la revoca della licenza da 1 a 12
mesi. Per Salvini âtutte le navi che trasportino migranti sono una minaccia per
la sicurezza nazionaleâ.
Il decreto modificava pure il codice di procedura penale per il reato di
âfavoreggiamento dellâimmigrazione clandestinaâ. Non sarebbero state piĂš le
procure ordinarie a indagare, ma diventavano competenti le Direzioni
distrettuali antimafia.
Un altro pacchetto sanciva una vera e propria deriva penale applicata a ogni
forma di perturbazione dellâordine pubblico. Venivano inasprite le sanzioni per
chi âdevasta o danneggia luoghi pubblici nel corso di manifestazioniâ.
Inasprimenti delle pene anche per chi âcon azioni si oppone a pubblici ufficiali
con qualsiasi mezzo di resistenza attiva o passiva, dagli scudi alle mazze e ai
bastoniâ. Il reato per violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale
diventava, con il decreto-bis, molto piĂš grave.
Per lâennesima volta venne perfezionato ed esteso il dispositivo del Daspo. Ad
essere interessata fu lâintera gamma delle ânecessitĂ di sorveglianza del
territorioâ. Quello che si intendeva garantire era un sistema di âzone
esclusiveâ in cui venivano allontanati âsoggetti indesideratiâ. Veniva poi
indicato un accrescimento esponenziale delle pene carcerarie per forme
consuetudinarie di pratiche del conflitto sociale come il blocco stradale o la
âinvasioneâ di spazi pubblici (unâoccupazione studentesca di una scuola o un
presidio di protesta davanti a unâaula di tribunale).
Infine, il âSalvini bisâ prevedeva un aumento di poliziotti, con tre milioni di
euro che venivano stanziati per lâimpiego di agenti stranieri in operazioni
sotto copertura contro le âorganizzazioni di trafficanti di uominiâ.
Il âtallone di ferroâ dellâemergenza
Sulla âLegge Salviniâ non si levò nessuna voce istituzionale. Lâulteriore
incrudimento autoritario di norme giĂ previste nel codice penale dalla
legislazione del ventennio fascista, dallâeccezione bellica e dallâemergenza
della repressione politica degli anni Settanta non scandalizzò nessuno dei
frequentatori dei palazzi. Il reato di danneggiamento equiparato a quello di
devastazione, la manifestazione non preavvisata fatta sconfinare dalla
contravvenzione al delitto, lâarresto in flagranza per travisamento, erano
questioni che riguardavano frequentatori e frequentatrici di strade e piazze.
Câè una tradizione nel nostro paese che è partita con il codice Rocco del 1930,
quel testo, voluto dal regime fascista e in vigore nei decenni successivi,
prevedeva la categoria dei delitti politici contro la personalitĂ dello Stato,
tra questi erano compresi i reati di associazione sovversiva, propaganda ed
apologia sovversiva o antinazionale, insurrezione armata contro i poteri dello
Stato, guerra civile, cospirazione politica mediante associazione, banda armata.
A partire dagli anni Cinquanta lâordine pubblico è stato lo scenario in cui lo
Stato ha fronteggiato i conflitti politici e sindacali, operai e studenteschi,
poi i conflitti sociali prodotti dalla crisi economica. Gli esponenti dei vari
governi di centro-destra e centro-sinistra, tecnici o di âunitĂ nazionaleâ,
âgiallo-verdiâ o di âdestra-destraâ hanno sempre optato per scelte emergenziali
che hanno supportato le logiche di criminalizzazione.
Una riflessione che parte dallâultimo disegno di legge sulla sicurezza (il
Meloni-Salvini n.1660) non può soffermarsi solo sullâattualitĂ come se i
âdecreti sicurezzaâ o le varie âleggi di riformaâ fossero il frutto di un
singolo governo o di un particolare momento storico. La compressione in norme
sempre piĂš limitative, il ricorso allo stato di eccezione, sono state
caratteristiche ricorrenti della storia italiana. Come in altri periodi,
lâemergenza di oggi, basata su false percezioni della realtĂ , è figlia degli
âallarmiâ sbraitati ad intervalli ricorrenti da vari governi e rappresenta il
limite entro il quale la libertà delle persone può essere sacrificata alle
emergenze di turno.
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Settimana di mobilitazione dal 14 al 19 ottobre contro il ddl 1660 sulla
sicurezza che culmina con la giornata nazionale di manifestazioni del 19 ottobre
a Roma, Milano e altre cittĂ italiane.
Prevenire, sorvegliare e punire. Questo è il sottotesto del DDL in materia di
sicurezza pubblica e di tutela del personale in servizio a firma Crosetto,
Nordio e Piantedosi.
Conosciuto come d.d.l. 1660, è da pochi giorni approdato in Senato con il numero
1236 dopo il suo iter alla Camera persino con elementi peggiorativi rispetto al
testo iniziale (quale, ad esempio, la richiesta di permesso di soggiorno per
poter acquistare una sim card), senza che le opposizioni parlamentari mettessero
in atto alcuna resistenza degna di questo nome nelle Commissioni e nelle Aule.
Dâaltra parte, i precursori delle norme contenute nel d.d.l. portano i nomi di
Turco e Napolitano (per la parte inerente gli oggi CPR, allora CPT), Minniti
(fautore di decreti sicurezza e degli accordi con la Libia, oggi a capo della
fondazione Med-Or di Leonardo), Renzi (con le sue norme contro chi occupa
immobili e alloggi vuoti per necessitĂ ), arrivando ai vari decreti Salvini e
Piantedosi.
La genealogia di queste norme, e la sua continuitĂ con questo DDL, spiega dunque
bene perchĂŠ le opposizioni abbiano scelto di riversare fuori tempo massimo le
proprie ârimostranzeâ in strada (certamente piĂš per necessitĂ elettorali che per
convinzione politica), anzichĂŠ essere presenti e attive dentro le aule
parlamentari.
Nel mirino, i firmatari del DDL mettono dunque i blocchi stradali (che divengono
nuovamente reato penale), le manifestazioni contro le opere vagamente ritenute
âstrategicheâ (per le quali si istruisce il distopico reato di âterrorismo della
parolaâ), lâuso della cannabis light, oltre a prevedere la detenzione per donne
in gravidanza o madri di neonati in caso di reato, cosa oggi non prevista
dallâordinamento giudiziario.
Per non parlare della ipercriminalizzazione delle rivolte contro le condizioni
disumane che si esperiscono dentro carceri e CPR, o del passaggio da casa a
cella (da due a 7 anni) assicurato a coloro che decidono di usare il proprio
corpo per opporsi a uno sfratto o a uno sgombero, in solitudine o in concorso
con altre persone.
Un provvedimento fortemente voluto dal ministro Piantedosi e da lui giustificato
dalla necessitĂ di rendere piĂš efficace il contrasto verso reati che creano
allarme sociale e di tutela rafforzata per le forze dellâordine, con
lâintroduzione delle bodycam sulle divise, la libertĂ di portare armi (anche
private) fuori dallâorario di servizio, lâinasprimento delle pene per chi viene
accusato di minaccia o lesione nei loro confronti e un anticipo di 10mila euro
nel caso dovesse essere necessario difendersi in un procedimento avverso per
azioni commesse in servizio.
Un giro di vite che porta il nostro Paese persino piĂš indietro del codice Rocco,
e che non rende certo iperbolico parlare di Stato di polizia.
In attesa di vedere i senatori dellâopposizione fare le barricate contro questo
inaccettabile dispositivo di legge, si intensificano le forme di
insubordinazione e disobbedienza diffusa (e preventiva), come dimostrato dal
ripudio del divieto di manifestazione lo scorso 5 ottobre da parte di migliaia
di persone a Roma.
Eâ giĂ in costruzione una settimana di mobilitazione dal 14 al 19 ottobre, con
particolare determinazione a fare in modo che la giornata nazionale di
manifestazioni del 19 ottobre a Roma, Milano e altre cittĂ italiane siano
partecipate, convinte e con obiettivi chiari. A Roma lâappuntamento è alle 15.00
in piazza Esquilino per un corteo.
Le pratiche di lotta come i picchetti fuori dai posti di lavoro e in difesa
degli sfratti, le azioni dirette contro le grandi opere che consistono nei
presĂŹdi e nelle invasioni di aree di importanza strategica, le occupazioni di
edifici pubblici e le forme di solidarietĂ , punite come la cessione di una sim
ad un migrante senza permesso di soggiorno, non possono essere considerate
delitti contro lâincolumitĂ pubblica o foriere di incubare strategie
terroristiche, come afferma il DDL, ma necessarie forme di lotta che hanno
consentito lâavanzamento delle tutele oggi esistenti ma che si vogliono
cancellare definitivamente.
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