La lotta armata, il carcere e le torture di Stato. Il racconto di quegli anni
sfrontati e disperati. Anni con cui l’Italia tutta, dalle vittime ai carnefici,
da quelli che c’erano a quelli che sono venuti dopo, non riesce ancora oggi a
fare i conti con la lucidità e la distanza che sarebbero necessarie. Recensione
al libro di Francesco Barilli, Il silenzio di Sabina, Momo Edizioni
di Roberta Cospito da Carmilla
Il romanzo di Francesco Barilli si muove nello spazio tra la visione di un
docufilm come Ithaka (2021) – regia di Gabriel Shipton – sulla campagna di
liberazione di Julian Assange, combattuta in primo luogo da suo padre e dalla
sua compagna di vita, e il film ambientato negli anni Settanta Io sono ancora
qui (2024) – regia di Walter Salles – che racconta uno spaccato della dittatura
militare subita dal Brasile dal 1964 al 1985 e dei suoi desaparecidos che, a
differenza di quelli argentini e cileni, si tende a non ricordare a sufficienza.
La tortura è l’argomento comune di queste storie: Assange, in carcere per aver
rivelato con l’agenzia Wikileaks i crimini di guerra di Stati Uniti e Regno
Unito, sconterà parte della sua detenzione nel carcere di massima sicurezza
londinese di Belmarsh, detta la Guantanamo britannica, la stessa famigerata
prigione che l’attuale presidente Trump ha promesso agli immigrati. Nel film
di Salles, mentre l’ex deputato laburista brasiliano Rubens Pavia viene
(de)portato via dalla polizia militare (non farà più ritorno a casa), sua moglie
e la figlia maggiore vengono interrogate e detenute senza troppe spiegazioni,
formalità e rispetto per i più elementari diritti umani.
Il contesto in cui la narrazione si sviluppa è quello descritto dal
lungometraggio di Stefano Pasetto intitolato Il tipografo (2022), che racconta
la storia di un militante romano delle Brigate Rosse che ha denunciato di essere
stato sottoposto a tortura, all’interno di un quadro complessivo che ebbe una
prima strutturata denuncia nel volume curato da Maria Rita Prette intitolato Le
torture affiorate (1996) e pubblicato dall’editore Sensibili alle foglie. Una
realtà che non è unicamente dibattuta all’interno degli ambienti del garantismo
ma che ha avuto una diffusione sul grande pubblico con la serie documentaria in
quattro puntate Il sequestro Dozier – Un’operazione perfetta programmata su Sky.
Nella serie viene ricostruito senza censure l’operato di un apparato di Stato
che utilizzava tecniche di tortura durante gli interrogatori.
Barilli si affaccia al mondo delle “torture di stato” con la prospettiva della
finzione narrativa, raccontando la storia di Sabina Terlizzi, militante
comunista in una formazione armata clandestina che subisce l’esperienza della
tortura in carcere. “I fatti narrati in questo racconto – avverte l’autore –
sono frutto di fantasia e si sviluppano tra la fine degli anni Settanta e i
primi anni Ottanta; nonostante questo, la storia può essere ambientata in parte
in un’Italia che è stata reale, in parte in una che è reale, in parte
nell’incubo di un’Italia che potrebbe tornare reale”. Bisogna riconoscere allo
scrittore, al suo secondo romanzo, la coraggiosa e impopolare scelta di
occuparsi di un tema scomodo che, anche se periodicamente pare far capolino da
un muro di omertà dov’è stato relegato da politici e cittadini, viene sempre
chiuso troppo in fretta, senza interrogarsi sul contesto storico e politico di
quel periodo.
Il libro di Barilli si articola in diciotto brevi capitoli in cui il lettore
viene coinvolto in una sorta di viaggio interiore. I cinque capitoli centrali
sono dedicati al racconto della vita di Sabina, partendo da un’infanzia che le
ha insegnato come l’umanità si divida tra chi può permettersi di acquistare le
cose e chi no, passando da un’adolescenza di inquietudine contrassegnata da un
forte anelito di libertà, e arrivando a un’età adulta segnata da un lavoro in
fabbrica, alle dipendenze di un capo reparto fascistello che si diverte a “stare
addosso a tutte, per poi rendere impossibile la vita a quelle che non gliela
davano”, oltre dalla perdita del suo compagno di vita ammazzato durante una
sparatoria dove perdono la vita anche due carabinieri.
Le rimozioni m’inquietano, confessa l’autore nella dettagliata parte finale,
perché difficilmente sono innocenti e sicuramente mai risultano utili; di certo,
è anche per questo che s’è voluto soffermare su questo terribile aspetto della
nostra società (in)civile, sottolineando come chi in passato si è sporcato le
mani per sconfiggere la lotta armata non può pretendere di presentarsi, oggi,
con le mani pulite.
Oltre alle descrizioni delle sofferenze inflitte alla ragazza – si parla anche
di waterboarding, l’annegamento simulato, metodo di tortura tra i più atroci –
le voci di Sabina e dell’io narrante Alfredo, cercano anche di condividere
riflessioni sull’amore, chiedendosi se una persona che ha subito quel tipo di
atrocità fisiche e psicologiche possa dimenticare, trovare serenità, stabilità.
Sabina è davvero condannata a una vita di fuga dal passato e dai sentimenti? Chi
ha subito tortura può fidarsi di un altro essere umano? Che tipo di futuro si
può prospettare a chi ha vissuto “al limite”?
Se la violenza in generale è da condannare, a maggior ragione è inaccettabile la
violenza di chi punisce: chi esibisce solo la superiorità della forza fa
fortemente dubitare della superiorità delle proprie ragioni.
In quegli anni, fra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, non pochi sono
stati uccisi, torturati, processati, imprigionati, esiliati, perseguitati,
emarginati; di loro, Barilli tenta di mantenere vivo il ricordo, senza dare un
giudizio, ma cercando di scostarsi dalle categorie di “vittime” e di
“carnefici”, ricordando che ci sono state persone che hanno cercato di cambiare
il mondo e che in parecchi hanno pagato un prezzo molto alto. “Penso a quanti
neppure sanno che in Italia negli anni di cui parlerò, una guerra ci fu davvero.
Atipica, a bassa intensità, senza eserciti schierati, ma per chi ci restò
coinvolto fu una guerra vera, con tutto il suo corollario di atrocità”.
Il silenzio di Sabina invita a interrogarsi sul valore del silenzio e della sua
capacità di rivelare molto della natura umana, compresi segreti e tensioni a
volte difficili da verbalizzare nella complessità delle relazioni umane:
“Semplicemente il silenzio di Sabina parla della sua vita meglio delle sue
parole”.
Barilli riporta un’osservazione di Leonardo Sciascia sull’esistenza reale della
tortura e sulla sua inesistenza pubblica: “Non c’è paese al mondo che ormai
ammetta nelle proprie leggi la tortura, ma di fatto sono pochi quelli in cui le
polizie e criptopolizie non la pratichino. Nei paesi scarsamente sensibili al
diritto – anche quando se ne proclamano antesignani e custodi – il fatto che la
tortura non appartenga più alla legge ha conferito al praticarla occultamente
uno sconfinato arbitrio”.
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Tag - misure repressive
(S)margini, il podcast che nasce dalla collaborazione tra Osservatorio
Repressione e Nientedimeno, arriva alla sua terza puntata e si concentra sul
tema della polizia.
L’ospite di questa puntata è Michele Di Giorgio, ricercatore post-doc
all’Università di Bari che si occupa principalmente di storia delle polizie
nell’Italia contemporanea, oltre che di polizia scientifica, identificazione e
sorveglianza tra Ottocento e Novecento.
Autore del libro “Il braccio armato del potere. Storie e idee per conoscere la
polizia italiana”, edito da Nottetempo.
Dalla quarta di copertina del libro:
> Nella storia dell’Italia contemporanea la polizia ha giocato un ruolo di primo
> piano nella gestione del potere e le sue vicissitudini sono legate a doppio
> filo con quelle della società e del paese. Per questa ragione, analizzarne
> continuità e trasformazioni istituzionali da una prospettiva di lungo periodo,
> che dall’Unità d’Italia arriva fino a oggi, è fondamentale per riflettere su
> questioni tuttora centrali nella vita democratica, come i problemi e le
> distorsioni che riguardano il ruolo e il funzionamento delle forze
> dell’ordine. Oltre ad aspetti strutturali critici come la pluralità e la
> complessità del comparto sicurezza italiano, da questa ricostruzione emergono
> deformazioni evidenti sul piano politico, organizzativo e pratico: la carenza
> di coordinamento tra i corpi, l’eccessiva vicinanza della polizia ai governi e
> la grossa influenza esercitata dal potere militare, che da sempre condiziona
> la gestione dell’ordine e della pubblica sicurezza. Problemi mai del tutto
> risolti investono anche, su un livello diverso, la vita e la concreta
> operatività degli uomini e delle donne appartenenti alle forze di polizia, le
> cui esperienze si incrociano con schemi culturali e mentalità istituzionali
> resistenti al cambiamento. Argomenti come la riforma strutturale del comparto,
> la democratizzazione dei corpi e la sindacalizzazione del personale sono
> dunque ancora all’ordine del giorno, così come è sempre attuale e gravissima
> la questione degli abusi, delle torture e, in alcuni casi, degli omicidi
> commessi da persone in uniforme: violenze che, negli ultimi vent’anni,
> sembrano tornare a riguardare soprattutto le categorie ritenute socialmente
> “indesiderabili”, in base a politiche securitarie che trasformano la polizia
> in un ammortizzatore per respingere la “devianza” ai margini della
> collettività.
Ascolta la puntata:
https://www.nientedimenomedia.com/post/il-braccio-armato-del-potere-s-margini-03
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Prorogate fino al 30 settembre le 5 cosiddette zone rosse istituite a Milano il
1 gennaio, aree da cui le forze dell’ordine possono allontanare, più a meno a
piacimento, chi ritengano a loro dire “minaccioso e pericoloso per la sicurezza
pubblica”. Non solo: il Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico del
capoluogo lombardo ha pure esteso le zone coinvolte, inglobando via Padova,
Colonne di San Lorenzo e quartiere dei Fiori, nel vicino Comune di Rozzano.
Durante la riunione sono stati analizzati i risultati dei controlli effettuati
dalle forze dell’ordine dal 30 dicembre 2024. Oltre 132mila persone sono state
controllate. Sono stati emessi 1.313 ordini di allontanamento, di cui 377 per
reati in materia di stupefacenti, 308 per reati contro la persona, 480 per reati
contro il patrimonio e 148 per altri reati.
Il prefetto Sgaraglia ha sottolineato che il provvedimento “mira a tutelare la
vivibilità e la fruibilità delle aree urbane, anche alla luce
dell’intensificarsi della vita sociale e dell’arrivo di un numero crescente di
turisti durante il periodo estivo, caratterizzato anche da una maggiore
intensità del fenomeno della movida e da una conseguente più numerosa presenza
di persone che usufruiscono di aree pubbliche”. Sempre la prefettura fa sapere
che “considerati i notevoli risultati conseguiti” in via Padova “si procederà a
individuare ulteriori aree cittadine in cui svolgere analoghi servizi”.
In particolare, in via Padova, sono state identificate oltre 3mila persone e
sono stati controllati 486 veicoli. Tre le persone arrestate e 33 quelle
denunciate. Sette soggetti sono stati destinatari di provvedimenti di espulsione
perché irregolari in Italia.
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Da Piazza del Popolo allo scontro surreale su Ventotene. È evidente il tentativo
in atto, da parte di chi guida la cultura e la comunicazione mainstream, di
convincere l’opinione pubblica che è giunto per tutti il momento di combattere,
e forse anche morire, per difendere l’Europa, i suoi valori, la sua tradizione
di pensiero
di Gianmaria Nerli da l’Unità
Anche questo periodo di rivolgimenti geopolitici e crisi epocali è tempo di
“fenomeni morbosi”, per dirla con Gramsci. E anche oggi inedite forme di
nazionalismo tornano a ridisegnare il senso e l’orizzonte del mondo. È infatti
un fenomeno ormai evidente il tentativo in atto, da parte di chi guida la
cultura e la comunicazione mainstream, di convincere l’opinione pubblica che è
giunto per noi tutti il momento di combattere, e forse anche morire, per
difendere l’Europa, i suoi valori, la sua tradizione di pensiero. Il tutto
all’insegna di un ri-nato orgoglio nazionalista europeo, che accantona i
sovranismi e i nazionalismi dei singoli paesi in nome dell’europeismo, ma che
del nazionalismo ripropone neanche troppo velatamente le logiche e di cui
riproduce le matrici psicologiche, forze indispensabili per una chiamata alle
armi. Campo di battaglia di tale propaganda è l’ampio fronte di chi sente di
appartenere alla cultura liberale moderata e progressista egemone in questi
decenni; ovvero la maggioranza più o meno silenziosa dei nostri giorni che è
ragionevolmente bisognosa di riconoscersi in qualche valore fondante dopo il
vuoto lasciato da 40 anni di politiche neoliberali e di ipocrita demonizzazione
delle ideologie.
Mentre per la cultura di destra, nell’attuale cataclisma, è facile riconoscersi
nelle radici identitarie della nazione o del credo cristiano, ed infatti rimane
fuori dal target della propaganda, diverso è il discorso per chi anche a
sinistra è vissuto per decenni sotto la martellante litania dei miti postmoderni
della globalizzazione redentrice, della pacificante fine della storia, della
religione unica del mercato. Questo ampio fronte, disorientato dall’imminente
crollo del mondo in cui ancora vive, deve essere convinto che oggi la vera
battaglia di civiltà sta nel difendere l’Europa e i suoi valori. E così, come in
un remake holliwoodiano degli anni Dieci del Novecento, una parte sostanziosa di
intellettuali, chiamiamoli mainstream, organici a questo ampio fronte sono stati
ormai arruolati, come dimostra l’attivismo di Repubblica, nel promuovere un
europeismo idealizzato e insieme armato, ultimo baluardo di bene in nome del
quale combattere. È l’europeismo sentimentale ed eurocentrico che si è ritrovato
nella manifestazione del 15 marzo lanciata non a caso da Michele Serra, un
intellettuale che di mestiere scrive elzeviri.
Va detto subito che lo scoglio principale di questo progetto di costruzione di
un sentimento nazionalista europeo consiste nel confronto con la realtà, da qui
il bisogno della propaganda. La realtà tanto dei fatti storici: alla cultura
europea dobbiamo da alcuni secoli l’ideazione dello sterminio sistematico delle
altre popolazioni in nome della propria superiorità, inventando il razzismo come
legittimazione, imponendo il colonialismo come forma di governo e l’imperialismo
come forma di sostegno all’economia; più che erede della democrazia ateniese,
che, ricordiamolo en passant, si sosteneva grazie a un’economia schiavile,
l’Europa assomiglia piuttosto al discendente stanco di chi ha accumulato le
proprie ricchezze con la rapina e il saccheggio.
Quanto alla realtà dei fatti attuali: il sentimento popolare diffuso non si
riconosce nel pensiero di queste élite intellettuali, stando almeno ai recenti
sondaggi che bocciano tanto il piano di riarmo di Von der Leyen che il sostegno
all’Ucraina voluto dall’Ue. Come cento anni fa, quando gli intellettuali e gli
studenti manifestavano per l’entrata in guerra, e contadini e operai, consci che
a morire nelle trincee sarebbero andati soprattutto loro, si opponevano. Anche
oggi a volere la difesa europea, e magari il ripristino della leva obbligatoria
per forgiare dei veri guerrieri, sono la classe dirigente e una parte di
intellettuali tra i 60 e 70 anni, non gli anonimi e impauriti cittadini che
magari pensano al futuro concreto dei propri figli.
Vale la pena dunque interrogarsi sulle ragioni profonde di tale nuovo
arruolamento degli intellettuali alla causa del nazionalismo, e della creazione
di un nuovo mito nazionalista europeo. Le polemiche sui discorsi che hanno
accompagnato la manifestazione per l’Europa, e lo scontro surreale sul Manifesto
di Ventotene danno alcune utili chiavi di lettura, in quanto sono entrambi
sintomatici di un modo di ragionare e di fondare il pensiero teso a rimuovere o
capovolgere il senso delle cose, come si fa quando si deve adattare la realtà
alla narrazione che si ha in testa.
L’aspetto più interessante del gran rifiuto meloniano verso l’autorità simbolica
del Manifesto di Ventotene, negli ultimi anni trasformato in una sacra reliquia
della religione europeista, e come tale quasi mai letto, non è il
disconoscimento di quel testo evidenziandone la matrice socialista, procedimento
tutto sommato legittimo da parte di chi incarna i valori di una destra non
antifascista che della nazione fa un mito fondante: sta anzi nelle cose, e
fortunatamente, che quel manifesto da costoro sia disprezzato. Ciò che invece è
estremamente interessante è l’ampio fenomeno di indignazione con rimozione con
cui l’ampio mondo liberale e progressista ha reagito. Non si contano storici,
intellettuali, parlamentari, che si sono affrettati a dire che estrapolando
delle citazioni si falsifica il testo, che bisogna tenere conto del contesto
storico, che è frutto dell’isolamento, insomma tutte dichiarazioni per dire che
parole come abolizione proprietà privata, partito rivoluzionario ecc. sono
parolacce, che facevano parte dello spirito dei tempi e della reclusione, ma che
quel testo, in seguito emendato nei fatti dagli stessi autori, è santo.
Addirittura il Benigni addomesticato di questi tempi, ha sentito di dover dire
che, sì, ci sono delle idee superate, ma l’opera dei tre eroi è fondamentale per
costruire l’Europa federalista. Questo diffuso atteggiamento di giustificazione
mette in luce il rimosso vero e proprio: ossia la cancellazione di ogni forma di
pensiero che fuoriesce dall’ortodossia liberale oggi egemone.
In questo modo, cancellando il pensiero sociale che lo ispira, non solo si
rovesciano le premesse filosofiche antinazionaliste del Manifesto, ma l’uso che
se ne fa è ribaltato: di quell’esperienza si prende solamente un astratto
federalismo europeo, che, va ricordato, nelle premesse di quel testo era un
passaggio per arrivare kantianamente all’unità politica della terra, e lo si
eleva a obiettivo strategico. Ma quell’involucro federale, se è svuotato dei
contenuti che portano alla pace, resta un involucro vuoto, che afferma il
contrario dell’internazionalismo ispiratore: nelle premesse teoriche del
Manifesto la guerra imperialista nasce dall’implosione degli stati perché le
classi dei possidenti non accettano le conquiste dei ceti proletari, e che i
limitati spazi della democrazia liberale d’inizio secolo diventano un pericolo
perché mostrano la possibilità di raggiungere più uguaglianza e libertà per vie
legali. Senza quindi questi contenuti sociali e rivoluzionari, che oggi si cerca
di liquidare come residui trascurabili, il federalismo europeo millantato,
trasformandosi nella rivendicazione di una superiorità per natura, è la
negazione degli intenti internazionalisti dei cosiddetti padri fondatori.
Allo stesso modo, già dall’iniziale vaghezza dell’appello per la manifestazione
in difesa dell’Europa, senza entrare nel dettaglio dei singoli discorsi o
articoli con cui si è costruita la campagna, su cui ci si potrebbe divertire a
lungo mostrandone i reali contenuti di verità, si intuisce l’operazione di
rovesciamento che viene orchestrata. Si chiama il popolo europeo a raccolta per
stringersi unito contro la minaccia di un nemico: in primo luogo la Russia di
Putin, ma anche gli Stati Uniti del traditore Trump, e magari la Cina
insondabile e sorniona che se ne sta in silenzio. Questa è d’altronde la
narrazione a cui ci hanno allenato. Eppure questa narrazione si basa su una
falsità tanto lampante quanto pericolosa. La Russia, pur portando avanti una
politica di potenza di tipo imperialistico, non assume nell’Europa un nemico,
non la vuole conquistare, non ne avrebbe le capacità, e in definitiva combatte
una guerra che avrebbe volentieri evitato. In sintesi, non vuole e non ha
bisogno dell’Europa come nemico. È questa Europa che ha bisogno di costruire un
nemico per non sgretolarsi, per non crollare, e la Russia è il candidato ideale.
La manifestazione ideata dagli intellettuali mainstream serve anche a questo
proposito, a creare il nemico, anche per legittimare la costruzione del mito
nazionalistico dell’Europa indomita e coraggiosa. Lo potremmo chiamare, con un
po’ di fantasia, la nascita dell’irredentismo europeo, il tentativo di liberare
dal giogo nemico una terra che ancora non esiste nella realtà. Non esiste nella
realtà, ma sì nella scommessa imbastita dalle élite, che nel tentativo di non
soccombere hanno deciso che anche l’Europa, stretta tra opposti imperialismi, si
deve fare impero.
La speranza è che nessuno di questi intellettuali mainstream voglia morire
imperiale, anche se si sente parte della élite che lotta per salvarsi. Se
qualcosa di veramente memorabile ha prodotto nei secoli la cultura europea è
stata la capacità creare sempre un pensiero antagonista e alternativo a quello
che creava continui mostri: così è stato per il movimento operaio con lo
sfruttamento capitalistico, così per il movimento anticolonialista, così per il
pensiero femminista, e così via. Questa tradizione può essere ripresa,
rinnovata, rinvigorita, coinvolgendo in questo lavoro di speranza anche tutti
gli intellettuali che oggi si sentono smarriti e si affidano a un facile e
prevedibilmente fallace nazionalismo europeo. Non è certo infatti da questa
linea di pensiero eurocentrica, organica alla cultura liberale e neoliberale che
ha creato il disastro in cui stiamo affondando, che possiamo aspettarci uno
scarto per superare indenni e pacifici questi anni turbolenti. Da qui la
rimozione operata sul Manifesto di Spinelli, Colorni e Rossi: sarà solo mettendo
in discussione il sistema economico e sociale costruito dal capitalismo liberale
e neoliberale che si estirperanno le ragioni della guerra, della politica di
potenza, dell’imperialismo e del nazionalismo, e si affermeranno le ragioni
della pace e della giustizia sociale. Forse quello di cui abbiamo bisogno è
proprio quel pensiero rivoluzionario rimosso; e insieme di tutti quegli
intellettuali che con un pensiero di radicale cambiamento vogliano misurarsi,
per il presente e per il futuro. Ma per costruire, kantianamente, non un’Europa,
bensì una Terra unita, uguale, in pace.
> Caro Roberto (Vecchioni)
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Da Samarcanda alla piazza del 15 marzo
di Marco Sommariva*
Non avevo ancora compiuto quattordici anni quando i miei pomeriggi venivano
scanditi dal giradischi, o meglio, dai pochi vinili che avevo: all’epoca,
trovare i soldi per comprarne uno non era semplice – sto parlando del ’76, ’77.
Diesel di Eugenio Finardi, Burattino senza fili di Edoardo Bennato, La luna di
Angelo Branduardi e Samarcanda di Roberto Vecchioni arrivarono a ruota di
Umanamente uomo: il sogno di Lucio Battisti, del Volume 3° di Fabrizio De André,
de La torre di Babele di Edoardo Bennato e di Elisir di Roberto Vecchioni:
questi otto dischi hanno dato un’impronta indelebile all’animo di quel ragazzino
che, tra le mille peripezie della Vita, è diventato l’uomo che sono, quello che
oggi ha più di sessant’anni.
Raccontare nel dettaglio cosa mi hanno insegnato questi otto dischi, quanto mi
ha fatto crescere ogni loro canzone, quali ragionamenti la mia giovane mente è
stata indotta a intraprendere, sviluppare grazie ai testi contenuti in questi
long playing, sarebbe cosa lunga e, molto probabilmente, anche noiosa;
nonostante tutto, vorrei provare a fare quest’analisi prendendone uno a caso:
Elisir di Roberto Vecchioni, per esempio.
Dal brano Un uomo navigato ho imparato che non vanno letti i giornali e i libri
o ascoltati i telegiornali e i segretari di partito solo per poter ripetere come
pappagalli frasi scritte o dette da altri, cercando di convincere se stessi e
gli astanti che, non solo si crede fermamente in questa nostra recita, ma che
l’esposizione è addirittura frutto del proprio intelletto, ragionamento; questo,
secondo me, è ciò che Vecchioni mi ha insegnato col passaggio Sentirsi il
migliore, il primo, il vero, il solo, e invece elencare concetti presi a nolo.
Dal brano Velasquez ho imparato che bisogna sempre scrivere e lottare, e così ho
sempre fatto, specie quando ho scoperto che la prima azione aiuta la seconda, e
ho continuato a farlo anche quando era molto più semplice fermare la vela delle
mie rotte intraprese volutamente fra i marosi della Vita e tornare in un porto
sicuro che sapevo bene esserci e come trovarlo: Certe sere quanta voglia,
fermare la vela e ritornare da mia moglie, e tu [Velasquez] mi dici Fatti
scrivere è normale. Per te [Velasquez] bisogna sempre scrivere e lottare.
Fu soprattutto lì che per me tutto cominciò, caro Roberto, con Velasquez, e per
questo mondo, questo mondo da cambiare.
Dal brano Le belle compagnie ho imparato che c’è qualcosa al mondo che si chiama
anarchia e che occorre fare attenzione a non commettere l’errore di entrare in
competizione con chi, come te, quest’idea prova a praticarla, ma anche che, in
generale, non dev’essere una gara a chi è più antifascista, più “a sinistra”,
più rivoluzionario o chissà che altro, specie se nel frattempo ci è sfuggito il
fatto che proviamo ad avere conferma di quanto siamo belli per la nostra
ribellione che spesso ci anima solo a parole senza, però, preoccuparci d’essere
ancora una rotella dell’intero sistema che siamo convinti di combattere: Su,
dimmi specchio delle mie brame chi è il più anarchico del reame?
Dal brano A.R., iniziali di Arthur Rimbaud, ho imparato che, nel tentativo di
cercare un’altra poesia, si può cambiare, persino rivoltare il senso alle
parole, ma al contempo ho capito che la stessa tecnica la può utilizzare chi
vuole farti credere una cosa per un’altra, chi tenta di far passare per
“vincenti” concetti espressi in passato ma risultati chiaramente “perdenti” e,
quindi, capisco che occorre fare attenzione a tutti questi artigiani della
parola, che siano professori di scuola, preti, leader politici, parenti,
giornalisti, partner, scrittori, eccetera: Ribaltare le parole, invertire il
senso fino allo sputo.
Da Il suonatore stanco ho imparato che si può anche dire no, che questo “no” può
essere tanto deciso quanto pacifico ed elegante, e che il diniego va osato anche
quando dall’altra parte c’è gente potente, capace di far male: All’alba verranno
a domandarmi venti chili di riso, ma manteniamo la calma, l’importante è dirgli
un no deciso. Forse li accoglierò con la vestaglia turchese, rendendo baci per
le offese […] Sta di fatto, però, che quelli là giocan duro, quelli mi infilano
in un muro.
Da Canzone per Francesco, un testo dedicato al suo amico Francesco Guccini, ho
imparato che se una volta ci si muoveva, si spendevano energie per far valere i
propri diritti, oggi ci si muove per giungere a mete che altri ti hanno convinto
essere importanti, movimenti di persone verso il niente, soprattutto, contro il
niente: La rabbia un tempo la scandiva soltanto la locomotiva […] e contro il
niente adesso parte ogni mezzora un volo charter itinerario di gran moda.
Da questo testo ho anche imparato che il sedersi su un volo charter è deleterio,
che invece bisognerebbe darsi da fare e pure in fretta, ma non per correre
dietro ad aerei che decollano ogni mezz’ora: E noi vediamo un po’ d’alzarci,
perché è l’ora, perché è tardi.
Da Pani e pesci ho imparato a diffidare dalla Storia che ci insegnano, per cui
ho iniziato a cercarla andando a chiedere lumi direttamente a chi aveva vissuto
gli avvenimenti, e non leggendo pagine che, visto il periodo storico, potevo
ricostruire e scrivere personalmente: Ad Adua si era in mille contro duecento
negri però la Storia dice che ci siamo ben difesi. Ho imparato a diffidare di
chi promette: I vecchi han mille mille mille maschere da giovani quando
spargendo lacrime e medaglie ti promettono pani e pesci, pesci e pani. Ho
imparato a diffidare di chi manda al macello gli altri, sia che si tratti di
guerre sia che si tratti di lavori indegni: Ben altra morte in tanti senza
batter ciglio affrontano per mantener le sedie a tutti quelli che promettono
pani e pesci, pesci e pani. Ho imparato a diffidare persino di chi contesta il
Potere e le sue modalità: E l’occhio del padrone a furia d’ingrassare fece
ingrassare pure chi lo stava a contestare.
Da Figlia ho imparato ad agitarmi, sempre, anche quando mi si diceva che era
inutile tanta verve, che era meglio omologarsi, ho imparato a strillare la mia
agitazione, a strillare la Vita: Sempre contro finché ti lasciano la voce,
vorranno la foto col sorriso deficiente, diranno Non ti agitare che non serve a
niente, e invece tu grida forte, la Vita contro la Morte.
Da Pagando s’intende (Canzone degli effetti sbagliati) ho imparato che
l’agitazione, la verve, il brio che, fra le tante cose, mi hanno permesso di
gridare la Vita anche contro una libertà che non mi sembrava tale, erano tutti
elementi che mi aiutavano a essere lucido: La rabbia mi mantiene calmo e abbasso
questa libertà.
Caro Roberto, credo proprio che fu soprattutto lì che tutto cominciò, fu con
l’ascolto attento delle canzoni contenute nel trentatré giri Elisir che capii
che serviva darsi da fare per questo mondo, questo mondo da cambiare.
Caro Roberto, so che il 15 marzo scorso, durante la manifestazione «Una piazza
per l’Europa», hai profferito anche questa frase: Ora […] chiudete gli occhi un
momento e pensate ai nomi che vi dico, io vi dico Socrate, vi dico Spinoza,
Cartesio, vi dico Hegel, Marx, e vi dico anche Shakespeare, vi dico Cervantes,
vi dico Pirandello, Manzoni, Leopardi, ma gli altri le hanno queste cose?
Non considererò altri passaggi del tuo intervento, anche perché so che l’hanno
già fatto in molti e, sono certo, meglio di quanto potrei riuscire io: mi
limiterò a questo.
Caro Roberto, chi sono “gli altri”? Per cortesia, non rispondermi: è una domanda
retorica – ho paura di quello che potresti dirmi. Ti dico solo che mi hai
ricordato una conoscente che ho smesso di frequentare perché così pregna di
tanta ignoranza da rivelarsi pericolosa per sé e per gli altri, perché col suo
“noiatri” – “noi”, in dialetto genovese – a infarcire ogni suo discorso, ha
sempre sbattuto in faccia a tutti “gli altri” che noi genovesi certe cose non le
diciamo, non le facciamo, neppure le pensiamo, che il male viene sempre e
soltanto da “gli altri”, e con questo sbattere in faccia a chiunque il suo
pedigree peraltro tutto da dimostrare, ha creato rancori, inimicizie, odii,
vendette che hanno colpito specialmente la persona in questione e i suoi cari,
perché dopo aver seminato gerarchie, ghetti, confini, è questo che alla fine si
raccoglie: astio, dolore, guerra.
Nel ’76 mai avrei immaginato che tu finissi col ricordarmi personaggi del
genere.
Roberto, cosa ti è successo? Una volta “gli altri” erano quelli che ti tenevano
fermo tanto per parlare, ricordi? Era quando tu pensavi Ora gli dico sono
anch’io fascista, ma a ogni pugno che ti arrivava dritto sulla testa, la tua
paura non bastava a farti dire Basta. Ricordi? Sapessi quanto coraggio mi hanno
dato queste tue parole, quando il fascismo di tante insospettabili camicie
bianche mi prendeva a pugni sulla testa per schiacciare e scacciare certi miei
ragionamenti e io, che sapevo mi sarebbe bastato schierarmi un minimo dalla loro
parte per smetterla di soffrire, nonostante la paura che m’incuteva la violenza
del nemico, perseveravo perché non accettavo di scendere da quella pianta
libertaria che tu avevi fatto germogliare e che nessuna ideologia al napalm
riuscirà mai a defoliare, tantomeno ad abbattere
Non ti ho seguito più molto, ma so che frequenti la TV, che spesso siedi accanto
a un giornalista, e spero questo non t’abbia dato alla testa: ricordi quando in
Canzone per Francesco cantavi che il giornalista in fondo è un modo di campare?
Nella stessa canzone dicevi che gli imbonitori sono troppi e non li fermi, e
avevi ragione: nessuno ti ha fermato durante il tuo intervento in Piazza del
Popolo, nessuno ti ha detto sbagli, guarda che t’inganni, quelli che hanno
organizzato tutto questo hanno solo meno dubbi e meno anni. Dove sono finiti i
tuoi dubbi, Roberto? Nel caso il tuo fosse stato solo un tentativo, mi permetto
di consigliarti di fare attenzione a certi esperimenti perché, andando a
svestirti per tornar normale, potresti non essere più in grado di distinguere
cos’avevi indossato di vero e cosa di finto rischiando, così, di confondere te
stesso con la barba al mento.
Hai parlato di “noi” europei scegliendo, quindi, per compagnia anche portoghesi,
inglesi e tanti altri uccelli da rapina come cantavi in A.R.
Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo hai cantato che il più
grande conquistò nazione dopo nazione e che quando fu di fronte al mare si sentì
un coglione perché più in là non si poteva conquistare niente e che questo
signore, in fondo, aveva percorso tanta strada solo per vedere un sole
disperato.
Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo hai cantato ai ragazzi di
fare attenzione a quelli che diranno loro parole rosse come il sangue, nere come
la notte, perché non è vero che la ragione sta sempre col più forte.
Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo avevi già invitato a
chiudere gli occhi, ma non per pensare ai “nostri” Socrate, Spinoza, Cartesio,
Hegel, Marx, Shakespeare, Cervantes, Pirandello, Manzoni e Leopardi, bensì per
credere solo a quel che si vede dentro, hai invitato a chiudere gli occhi e
insieme a stringere i pugni per non lasciargliela vinta neanche un momento.
Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo hai cantato di lasciar
parlare chi dice che al mondo certe persone sono destinate a perdere sempre
perché, semmai, queste continue sconfitte che il Sistema ti affibbia sono, in
realtà, delle vittorie.
Ammetto che potrei aver scritto un’infinità di sciocchezze sinora perché potrei
aver inteso dalle parole dei tuoi testi, cose che neanche hai mai pensato, ma
sarei comunque contento d’aver interpretato così certi tuoi brani: mi hanno
tenuto in piedi anche quando non sapevo fossero loro a darmi forza, e in questo
senso funzionano ancora benissimo.
Le tue parole cantate mi hanno insegnato una marea di cose, a essere forte, a
essere dolce, a essere forte senza mai dimenticare la dolcezza, a essere dolce
senza mai dimenticare la forza; sarà per questo che ho sempre un fiore dentro il
pugno.
Caro Roberto, anche se non credo sia per te granché importante, desideravo dirti
che lo scorso 15 marzo mi hai deluso molto, mi hai ricordato troppo da vicino
quel conte di cui canti in Pagando s’intende (Canzone degli effetti sbagliati),
quel conte che, al sommo della sua gloria, fece a pezzi la sua vita, a pezzi la
memoria, a pezzi i rubinetti e il sole, e si mangiò anche il cavallo gridando
Adesso so chi sono, più tardi mi ci abituerò. Per piacere Roberto, non ti ci
abituare.
Caro Roberto, anche se non credo sia per te granché importante, desideravo dirti
che, nonostante quanto sopra, non riesco ancora a non volerti bene: forse non lo
sai ma pure questo è amore.
*scrittore sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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Il colpo di scena provocato dalle dichiarazioni fatte da Lauro Azzolini lo
scorso martedì 11 marzo nell’aula di corte d’assise di Alessandria, quel «C’ero
io quel giorno di cinquant’anni fa alla Spiotta! […] io sono l’unico che ha
visto quello che quel giorno è davvero successo», rappresenta un gesto di
trasparenza che inevitabilmente capovolge il senso del processo. Liberatosi
delle schermaglie procedurali, Azzolini si è riappropriato della verità. Spetta
ora alla corte d’assise apprezzarla e soprattutto fare luce su tutti i momenti
di quel tragico 5 giugno 1975 che si è chiuso con l’uccisione di Margherita
Cagol e il ferimento di tre carabinieri, uno dei quali, l’appuntato Giovanni
D’Alfonso, morirà nei giorni successivi.
Processo ribaltato
Il teorema accusatorio iniziale, messo in campo con dispendio enorme di energie
e risorse pubbliche dalla procura, ha così iniziato a traballare. Anche la
strategia delle parti civili adagiate comodamente sul presunto silenzio e sulla
inazione degli imputati è stata scossa, suscitando iniziale sorpresa. La
testimonianza di Azzolini, «l’ultima immagine che ho di Mara, che non
dimenticherò mai, è di lei ancora viva che si era arresa con entrambe le braccia
alzate, disarmata, e urlava di non sparare…», ha rimesso al centro del processo
le circostanze mai chiarite della sua morte. Per uscire dal disorientamento c’è
stato chi ha provato a sostenere che l’imputato, ormai alle strette, avesse
parlato solo perché non aveva altra scelta: «accerchiato da prove inesorabili».
In realtà le parti civili quando nel novembre del 2021 chiesero la riapertura
delle indagini avevano ben altri obiettivi: nell’esposto depositato in procura
indicavano in Mario Moretti il sospetto fuggitivo. Lo stesso figlio
dell’appuntato Giovanni D’Alfonso scrisse una prefazione a un libro di due
giornalisti, uscito appena due giorni dopo la presentazione del suo esposto, nel
quale si sosteneva la responsabilità di Moretti nella sparatoria e lo si
accusava di aver abbandonato Margherita Cagol al suo destino, con l’obiettivo di
sostituirla al vertice delle Brigate rosse. «Piano diabolico» che i due
giornalisti romanzarono ulteriormente in un secondo volume, dove il Centro Sid
di Padova veniva indicato come il vero regista dell’intera operazione per il
tramite di un confidente, arruolato all’interno della Assemblea autonoma di
Porto Marghera e da qui confluito successivamente nella nascente colonna veneta
delle Brigate rosse, che nulla c’entrava con la colonna torinese organizzatrice
del sequestro. Confidente che ascolato dai pm torinesi ha sostenuto per ben due
volte che il brigatista fuggito fosse Alberto Franceschini, già in carcere al
momento dei fatti. Almeno pubblicamente, non risulta che le parti private
abbiano mai preso le distanze da questa rappresentazione spionistica della
vicenda. Al contrario un suo attuale rappresentante, l’ex magistrato Guido
Salvini, nel corso di un dibattito sul web del 22 settembre 2022 ha ribadito il
suo convincimento sulle responsabilità di Moretti, dipinto come figura «ambigua»
e «oscura».
La storia non deve entrare in aula
Forse è anche per questo che nella parte finale dell’udienza, quando si è
discusso sull’ammissibilità delle prove e dei testi, dalla pubblica accusa e
dalle parti civili è venuta una levata di scudi contro la presenza nel processo
dello storico e docente universitario Marco Clementi, chiamato a deporre, in
qualità di consulente storico, dall’avvocato Francesco Romeo che difende Mario
Moretti: sulle modalità operative e sulla struttura organizzativa delle Brigate
rosse nel 1975 e successivamente. La discussione che ne è seguita ha avuto
aspetti surreali, a cominciare dall’avvocato della parte civile Sergio Favretto
che si è opposto, giudicando Clementi, già audito nel giugno 2016 dalla
Commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, seduta nella quale depositò
importanti documenti: «inadeguato a fornire una consulenza all’interno di un
processo penale». Sventolando un volume apparso nel 2017, il rappresentante
della famiglia D’Alfonso ha accusato il professore di aver dedicato «appena
mezza pagina alla Spiotta», senza citare nemmeno «Giovanni D’Alfonso che fu una
vittima della Spiotta». L’avvocato Favretto avrebbe fatto migliore figura se
avesse consultato con più modestia e maggiore accuratezza gli altri lavori
pubblicati. Il suo collega, l’ex magistrato Guido Salvini, non potendo opporsi
perché durante la sua passata attività di giudice istruttore e gip si è avvalso
per decenni dell’ausilio di un consulente come Aldo Giannuli, esperto di Servizi
segreti ma non di Brigate rosse, ha chiesto come «controprova» l’audizione
dell’ex pm Armando Spataro. Richiesta singolare perché in primis la controprova
sarebbe semmai quella presentata dalla difesa, la richiesta di Salvini semmai è
una prova ausiliare della pubblica accusa, poi perché un ex pm, che ha arrestato
e fatto condannare tutti e tre gli imputati chiamati a giudizio, non sembra
stare proprio nei panni della figura terza che fornisce consulenza alla corte.
Deve essere davvero disperata la situazione tra i fautori della dietrologia, di
cui l’ex giudice Salvini è uno dei più accesi sostenitori, se da quelle parti
scarseggiano storici in grado di descrivere il funzionamento organizzativo delle
Brigate rosse nel corso della loro storia. D’altronde se per decenni si è
sostenuto che dietro le Br c’erano gli organigrammi di Langley, poi diventa
difficile trovare esperti che sappiano dire qualcosa di diverso.
Un pm senza storia
Ma forse l’argomentazione più stupefacente è venuta dal pubblico ministero
Emilio Gatti, il quale opponendosi fermamente all’audizione di Clementi, ha
sostenuto di non amare il lavoro degli storici: «perché c’è sempre un qualcosa
di soggettivo in questo rimettere insieme le fonti […] io – ha proseguito – non
vi produco l’interpretazione, non è una prova l’interpretazione». Una
rivendicazione sprezzante della superiorità dell’ontologia giudiziaria rispetto
a quella storica che, senza scomodare Marc Bloch, il padre della storia moderna,
inevitabilmente riporta alla mente il libro di Carlo Ginzburg sul giudice e lo
storico, sui loro mestieri differenti nonostante entrambi cerchino di
ricostruire dei fatti con strumentazioni spesso simili, anche se poi i primi si
limitano a ricercare la responsabilità penale mentre i secondi, per loro
fortuna, possono andare molto oltre, scavando e ricostruendo in ogni dove. Non
sarà forse un caso se i migliori giudici sono quelli che sanno fare anche gli
storici mentre i peggiori sono quelli che restano solo dei Torquemada.
Ora in un processo che si svolge cinquant’anni dopo i fatti e dove la pubblica
accusa ha portato come fonti di prova sette libri e imputa a Curcio e Moretti
quanto affermato nei loro libri-intervista, fondando l’accusa su una
interpretazione discutibile delle loro parole, proprio perché non corredata
dalla conoscenza storica sul funzionamento delle strutture organizzative delle
Brigate rosse, questa ostilità verso il lavoro storico appare quantomeno
sospetta. In questo caso, infatti, l’expertise storica aiuterebbe chi deve
giudicare ad ancorare il processo alla realtà dei fatti. L’atteggiamento della
pubblica accusa poco si concilia con l’affermazione di Luigi Ferrajoli, secondo
cui «Il processo è per così dire il solo caso di “esperimento storiografico”».
Sembra di rivedere l’ostinato atteggiamento del procuratore generale di Roma
Antonio Marini quando rivendicava l’intangibilità del giudicato processuale
davanti all’emergere di nuove conoscenze che la ricerca storica veniva
producendo e che intaccavano le responsabilità penali sancite nelle sentenze del
processo Moro. Venticinque imputati sono stati condannati per il tentato
omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, la mattina del 16 marzo in via Fani.
Un fatto, oggi sappiamo, mai accaduto. Durante i lavori della seconda
commissione Moro, lo stesso ingegner Marini ha ammesso che il parabrezza del suo
motorino si era infranto nei giorni precedenti l’assalto brigatista, a causa di
una caduta accidentale del mezzo dal cavalletto, e non in seguito a colpi di
arma da fuoco esplosi contro di lui, circostanza per altro mai confermata dalle
perizie balistiche. Sono trascorsi quasi dieci anni da quelle ammissioni, ancora
di più dalla scoperta di un verbale del 1994, in cui lo stesso ingegnere
rivelava per la prima volta come si era rotto il parabrezza, e del ritrovamento
delle foto del motorino col parabrezza tenuto da nastro adesivo sul marciapiedi
di via Fani, ma la «scienza giuridica» non è ancora corsa ai ripari per
ristabilire la sua ontologica superiorità correggendo un clamoroso errore
giudiziario.
Il consulente non verrà ascoltato
Alla fine la corte ha deciso di non dare la parola al professor Clementi. Se ne
riparlerà più avanti, forse. Una decisione grave che ha privato la difesa
dell’unico teste richiesto e che imbavaglia i suoi argomenti. Il messaggio è
chiaro: questo processo deve tramandare la storia di un’organizzazione costruita
in modo gerarchico, verticistico, piramidale, con a capo una cupola che dava
ordini insindacabili al resto del gruppo. L’accusa ha bisogno di questa
narrazione processuale perché si arrivi alle condanne. Si deve impedire che
qualcuno venga a smentire tutto ciò, sollevi dubbi nei giudici ricordando che
nelle Brigate rosse vigeva un principio d’autonomia delle decisioni, la
circolazione orizzontale dei flussi informativi che determinavano le scelte
politiche finali e che la decisione di ricorrere ai sequestri di
autofinanziamento, ripresi dall’esperienza delle guerriglie sudamericane, fu
collegiale, controversa e dibattuta e che le modalità operative furono
demandate, come sempre, alla colonna che operava sul territorio. Tutta un’altra
storia ma soprattutto una altro processo.
da insorgenze.net
> “Mara gridava ‘Non sparate’”
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Per la seconda volta la Cassazione federale dell’Argentina ha ribadito che l’ex
Br Leonardo Bertulazzi, attualmente ai domiciliari con un bracciale elettronico,
deve essere liberato perché non ha perso lo status di rifugiato politico.
L’ultima parola spetta di nuovo al primo grado
di Mario di Vito da il manifesto
Per la seconda volta la Cassazione federale dell’Argentina ha ribadito che l’ex
Br Leonardo Bertulazzi, attualmente ai domiciliari con un bracciale elettronico,
deve essere liberato perché non ha perso lo status di rifugiato politico. Adesso
la palla torna ai giudici di prima istanza, che dovranno rispondere alla
richiesta di scarcerazione avanzata dai legali del 73enne italiano tenendo conto
di quanto evidenziato dalla massima autorità giuridica del paese.
Il rimpallo va avanti dallo scorso agosto, quando lo status di rifugiato
politico ottenuto nel 2002 da Bertulazzi era stato revocato ed erano scattati
gli arresti perché su di lui pende una richiesta di estradizione dall’Italia,
dove deve scontare una pena a 27 anni per il sequestro di Pietro Costa del 1977
e banda armata. Già alla fine di novembre la Cassazione aveva evidenziato che,
essendoci un ricorso pendente davanti al Conare (il Consiglio nazionale per i
rifugiati), non si può ancora dare alcun consenso all’estradizione, ma il primo
grado aveva lo stesso detto no alla liberazione. Su tutto questo pende una
riforma varata dal presidente Javier Milei lo scorso ottobre, che prevede la
revoca dell’asilo a chi è accusato di terrorismo. Il caso di Bertulazzi, però, è
in discussione da prima e quindi la norma non dovrebbe riguardarlo. Almeno in
linea teorica, perché il Conare non si è ancora espresso e non ci sono tempi
certi su quando lo farà.
Parallelamente corre anche il ricorso sull’estradizione: la difesa dell’italiano
ha tempo fino al primo di aprile per presentarlo alla Cassazione. Tre settimane
fa, il tribunale di primo grado aveva detto sì alla richiesta italiana
soprattutto sulla base del fatto che il pm di Genova Enrico Zucca, il 9
settembre scorso, ha fatto arrivare a Buenos Aires una lettera in cui afferma
che non si opporrà nel caso in cui Bertulazzi chiedesse un nuovo processo. Il
dettaglio è decisivo: la giustizia argentina non riconosce i processi che si
sono svolti in contumacia e questa assicurazione avrebbe persuaso i giudici
argentini a dare il loro assenso al rimpatrio dell’ex Br fuggito dall’Italia nel
1980, prima cioè che le sue vicende arrivassero in tribunale. Il problema è che,
al netto della posizione che prenderà la procura, la decisione finale sul nuovo
giudizio spetterà a un giudice. E su questo non possono esistere garanzie.
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La somma complessivamente riconosciuta nel 2024 dalle Corti di Appello italiane
per riparare all’ingiusta detenzione subita da centinaia di persone ogni anno è
26,9 milioni di Euro. I distretti in cui si concentrano le pronunce di ingiusta
detenzione sono quelle di Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro e Roma. Si conferma
quindi la facile criminalizzazione al Sud (ossia lo sconfinamento spesso
incontrollato della guerra alle mafie
di Salvatore Palidda
Come scrive l’avvocatessa Sara Occhipinti: Secondo i dati sono state emesse 589
ordinanze di accoglimento delle richieste di indennizzo per ingiusta detenzione
per una somma complessiva di 26,9 Milioni di Euro. I distretti in cui si
concentrano le pronunce di ingiusta detenzione sono quelle di Napoli, Reggio
Calabria, Catanzaro e Roma.
La somma complessivamente riconosciuta nel 2024 dalle Corti di Appello italiane
per riparare all’ingiusta detenzione subita da centinaia di persone ogni anno è
26,9 milioni di Euro.
L’istituto della riparazione (art. 314 c.p.p.) prevede un diritto soggettivo
dell’imputato al riconoscimento di un indennizzo per la misura custodiale
ingiustamente subita prima dell’emissione della sentenza, e non va confuso con
l’errore giudiziario, disciplinato dagli art. 643 e seguenti c.p.p. per il quale
il diritto alla riparazione è subordinato alla revoca della sentenza di condanna
ingiustamente emessa, e alla pronuncia del proscioglimento in conseguenza del
procedimento di revisione della condanna.
La relazione del Ministero della Giustizia presentata al Parlamento in
attuazione dell’obbligo di informativa previsto per legge (L. 47/2015) enumera
589 ordinanze di definizione con indennizzo, emesse dalle Corti di Appello nel
2024 su un totale di 1.293 richieste presentate.
Il 45,6% del totale delle domande si è conclusa infatti con un accoglimento,
contro il 49,7% dei casi di rigetto.
I distretti con il maggior numero di richieste di riparazione per ingiusta
detenzione sono quelli di Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro e Roma.
Su 589 provvedimenti di accoglimento ben 117 sono a Catanzaro, 62 a Reggio
Calabria, 57 a Palermo, 48 a Roma e 44 a Bari.
Si conferma quindi la facile criminalizzazione al Sud (ossia lo sconfinamento
spesso incontrollato della guerra alle mafie -vedi “Italian crime deal”, in
Razzismo democratico , free download).
Le ragioni di accoglimento riguardano nel 77,4 % l’estraneità della persona ai
fatti contestati, accertata con la pronuncia di sentenze di proscioglimento o
assoluzione o provvedimenti di archiviazione, mentre nel 22,6% dei casi
l’illegittimità delle ordinanze cautelari che hanno determinato la detenzione.
Nel 2024 anche il distretto di Palermo ha registrato una cifra elevata pari a
4.785.080 Euro, superando quindi Napoli dove nel 2019 c’erano stati indennizzi
per un totale di 3.207.214 di euro.
Al riconoscimento del diritto alla riparazione non si collega in modo automatico
la responsabilità disciplinare del magistrato che ha richiesto, applicato e
confermato il provvedimento restrittivo ingiusto. Ci sono infatti, ricorda il
Ministero, ipotesi del tutto legittime di custodia cautelare accertata ex post
come inutilmente disposta, quando ad esempio la richiesta avviene su un quadro
istruttorio ancora instabile o suscettibile di modifiche e smentite in sede
dibattimentale. Ci sono casi in cui la detenzione è conseguita ad una querela
poi rimessa, oppure ipotesi in cui il reato è caduto in prescrizione, o anche il
reato è stato derubricato in uno meno grave i cui limiti edittali di pena non
avrebbero consentito l’applicazione della misura custodiale.
I dati relativi al numero di procedimenti disciplinari avviati nei confronti di
magistrati nel periodo 2017-2024 per accertate ingiuste detenzioni, segnalano
che solo l’11.3% dei casi si è concluso con un provvedimento contro il
magistrato (censura ammonimento e trasferimento).
In realtà sappiamo bene che spesso si tratta di arresti arbitrari da parte delle
polizie convalidati da GIP maldestri o del tutto d’accordo con agenti delle
polizie zelanti nel soddisfare le attese sicuritarie ! Tanti magistrati pensano
e agiscono come tali agenti delle polizie e come gli imprenditori del
sicuritarismo e giornalisti affini alle destre e all’ex-sinistra forcaiola,
fanno parte delle stesse cerchie sociali e di riconoscimento morale dei
Delmastro, Salvini, Meloni, Violante, Minniti & C.
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Intervista a Leonardo Bertulazzi, 74 anni sta scontando i domiciliari in
Argentina e rischia l’estradizione in Italia: «Ero un rifugiato, poi è arrivato
Milei…». Deve scontare 27 anni, ma non ha reati di sangue. L’ultima parola alla
Corte suprema
di Mario Di Vito da il manifesto
Leonardo Bertulazzi, classe 1951, fino al 1980, anno in cui è cominciata la sua
fuga, è stato un militante irregolare della colonna genovese delle Brigate rosse
con il nome di battaglia di Stefano. Condannato in contumacia a 27 anni per il
sequestro di Pietro Costa del 1977 e per banda armata, pur non avendo fatti di
sangue a suo carico per l’Italia è uno dei maggiori ricercati internazionali:
due settimane fa i giudici hanno detto sì alla sua estradizione dall’Argentina.
Ad agosto gli era stato sospeso lo status di rifugiato politico ed è stato
arrestato.
Adesso è ai domiciliari con un bracciale elettronico e il suo destino è appeso
all’ultimo grado di giudizio, quello della Corte suprema di Buenos Aires, città
in cui vive dal 2002.
«Quello è stato un anno terribilmente speciale per l’Argentina – dice al
manifesto -. Terribile perché la bancarotta finanziaria provocò un impoverimento
repentino di una porzione importante della società e speciale perché sviluppò
un’immediata risposta in termini di auto-organizzazione e lotta: que se vayan
todos era lo slogan».
E lei arriva lì.
Bettina, mia moglie, ed io arrivammo a Buenos Aires nel giugno del 2002 e
iniziammo a conoscere i quartieri popolari e a frequentare le assemblee in cui i
vicini discutevano l’organizzazione di mense e farmacie popolari, e altre forme
di autogestione. Venivamo da molti anni vissuti in Salvador, dove avevamo
lavorato in contesti simili. A novembre l’Interpol mi arrestò per una richiesta
d’estradizione italiana. Le organizzazioni dei piqueteros e le assemblee di
quartiere manifestarono una grande solidarietà nei miei confronti e ci fu una
campagna in mio favore.
E poi?
Dopo sette mesi di detenzione, il giudice decise che l’estradizione di un
condannato in contumacia non era ammessa e mi liberarono. L’anno seguente, con
la presidenza Kirchner, mi venne riconosciuto lo status di rifugiato politico,
perché le leggi speciali e le pratiche d’emergenza, il pentitismo, la tortura, i
processi collettivi, le pene esorbitanti, i carceri speciali, il 41 bis e le
condanne in contumacia non garantivano un funzionamento affidabile della
giustizia.
Cosa ha fatto in Argentina in questi 23 anni?
Ho lavorato come disegnatore grafico e come traduttore fino al 2015, quando ho
cominciato a frequentare una scuola municipale di liuteria. Si trattava di un
grande magazzino in periferia dove, già in precedenza, operava una falegnameria
con la sua attrezzatura. Abbiamo avviato un’impresa di produzione di strumenti
musicali per le orchestre degli alunni delle scuole della periferia di Buenos
Aires. Abbiamo chiamato quel grande magazzino Fabbricando Futuro, come le due
effe sulla tavola armonica del violino, e questo è diventato il luogo d’incontro
di alunni, studenti, genitori, professori, liutai e apprendisti liutai.
Da allora il paese è molto cambiato.
Lo spirito della mobilitazione sociale che abbiamo conosciuto al nostro arrivo
si è affievolito a causa di delusioni, stanchezza, rassegnazione e repressione
che, poco a poco, hanno tagliato le ali della speranza. Il governo Milei ha
espulso dal mondo del lavoro centinaia di migliaia di lavoratori e ha represso
con violenza ogni tentativo di resistenza. Oggi nella società argentina si
percepisce la paura e insieme un senso di rabbia repressa che aspetta solo che
la tortilla se de vuelta.
In Italia, intanto, c’erano già delle condanne che la riguardavano.
La legislazione speciale l’ha fatta da protagonista: la ricerca a tutti i costi
della collaborazione del pentito, con la carota delle leggi premiali o, quando
non bastava, con la tortura e poi le condanne a decine di anni che si basavano
unicamente sulle dichiarazioni dei pentiti. Si tratta di un iter giudiziario che
affonda le proprie radici nelle atrocità del fascismo e nella mancata epurazione
della magistratura dopo la caduta del regime. Si tratta di una pesante eredità
che è diventata un abito mentale, una mentalità radicata nel profondo. Non
sorprende, quindi, che la legislazione speciale promulgata negli anni ’70, molto
più forcaiola dello stesso Codice Rocco, non abbia provocato nessuna
contraddizione in coloro che l’hanno applicata con tanta diligenza.
Veniamo ai suoi processi.
Ho due condanne: 15 anni per il sequestro Costa e 19 per banda armata, poi
unificate per una pena unica di 27 anni. I processi si sono svolti quando avevo
già lasciato il paese da anni.
La procura di Genova scrive: «È ragionevole riconoscere che nessun elemento allo
stato attuale può provare la conoscenza del processo in capo al condannato e
delle accuse definitivamente formulate a suo carico e poi accertate in sua
contumacia».
Lo stesso giudice argentino che nel 2003, Kirchner presidente, aveva respinto la
richiesta di estradizione, oggi, con Milei, ha accolto la richiesta, sostenendo
che non c’è ragione di dubitare della parola della procura genovese che assicura
che avrò diritto a un nuovo processo.
Ancora la procura di Genova: «L’ipotesi che la mancata presenza del Bertulazzi
ai suoi processi per esercitare i suoi diritti possa essere stata involontaria,
anziché frutto di una libera scelta, è da scartare CATEGORICAMENTE (sic, ndr)».
Speravano che la mia contumacia “volontaria” potesse giustificare
l’estradizione. Ma non è andata così. Il giudice argentino ha respinto la
richiesta di estradizione e sono stato riconosciuto come rifugiato politico. Ma
ecco che nel 2024 cambiano i rapporti fra i governi, e Milei e Meloni si
abbracciano. Mi viene revocato lo status di rifugiato e la procura di Genova
presenta la stessa richiesta d’estradizione di 22 anni prima. Ma con quale
giustificazione? Nessuna. Basta avere la faccia tosta di dire che non sapevo di
essere sotto processo e che, una volta estradato in Italia, avrò diritto a un
nuovo processo.
Sugli anni della lotta armata, in una delle risposte al questionario per
ottenere lo status di rifugiato politico in Argentina, lei scriveva: «Nel 1968 è
apparso un movimento sociale, sorprendente nelle sue dimensioni, che per più di
10 anni ha messo in discussione le relazioni sociali e politiche del Paese e ha
determinato il destino di molte persone, me compreso. Il movimento stava
conquistando sempre più spazio nella società, generava speranze di cambiamento e
stava già producendo cambiamenti di mentalità. Per me e per molti della mia
generazione era una festa, la festa della speranza, in cui si incontravano
studenti e lavoratori di tutte le categorie, donne e uomini, vecchi combattenti
antifascisti e nuovi».
Il percorso ascendente della parabola ha resistito per anni, e poi? Poi c’è
l’oggi, fatto di lavoro precario, disoccupazione, sanità che risponde al motto
“più ricco, più sano”, un Mar Mediterraneo che accoglie i cadaveri degli
emigranti, povera gente che muore perché cerca una vita degna di essere vissuta,
mentre si incita al riarmo, si abitua la gente all’idea della guerra e dilaga il
fascismo. Io ho lottato per un presente diverso. Nel giudicare il passato, non
si può prescindere da questo presente, che è quello a cui hanno condotto coloro
che ci hanno sconfitto. Non regalerò un mea culpa ai guerrafondai, a quelli che
hanno provocato il rigurgito fascista.
Lei non è il primo caso di ricercato per fatti di mezzo secolo fa. Ricordiamo,
per ultimi, i dieci di Ombre rosse in Francia. Non crede che i fatti di quel
periodo storico siano una ferita ancora aperta per l’Italia?
Bisogna rileggere le parole dei giudici francesi: “I fatti sono molto vecchi.
Senza trascurarne l’eccezionale gravità, in un contesto di estrema e ripetuta
violenza che non può essere legittimata da esigenze politiche, si deve ritenere
che il turbamento dell’ordine pubblico causato si sia esaurito”. Questa
considerazione esprime lo spirito della prescrizione. Nella società italiana, il
tempo della ferita aperta è scaduto. Ho letto di inchieste sugli “anni di
piombo” che rivelano che tantissimi non sanno nemmeno di cosa si stia parlando.
Perché allora c’è ancora tanta attenzione su quei fatti?
Penso che un perché vada ricercato in quell’eredità di cui parlavo. Nel 2016, un
avvocato ha fatto richiesta di prescrizione delle mie condanne. Il 12 giugno
2017 la Corte d’Appello di Genova dichiara l’estinzione delle pene. Il 23
febbraio 2018 la sentenza va in Cassazione e diventa definitiva. Intanto, però,
la Suprema Corte aveva assunto un nuovo orientamento secondo cui anche l’arresto
a seguito della richiesta d’estradizione interrompe la prescrizione. La procura
di Genova se n’è accorta in ritardo, quando la sentenza che riconosceva la
prescrizione delle mie pene era diventata definitiva. Ma la procura chiede che
si riapra il processo, adducendo come giustificazione un fatto nuovo che non era
stato preso in considerazione.
Quale sarebbe il fatto nuovo?
Il mio arresto del 3 novembre 2002 a Buenos Aires.
La Cassazione aveva annullato la prescrizione.
Ironia della persecuzione: la mia richiesta di prescrizione delle pene, iniziata
nel 2016 e conclusasi nel 2018 con il no alla prescrizione, è il pretesto usato
da Milei per cessare il mio rifugio, perché avrei tentato di avvalermi
volontariamente della protezione del paese di appartenenza. C’è poi tutto un
dispositivo composto da politici e comunicatori che per rendere digeribile ai
più la persecuzione attuata dallo Stato, si incaricano di descrivere il
perseguitato come un diavolo. Quando nel 2017 mi è stata riconosciuta la
prescrizione, si gridò allo scandalo. In realtà, stavano chiedendo di ribaltare
la sentenza, cosa che è avvenuta poco dopo.
Lei è in fuga dal 1980. Ha rimpianti?
Ci sono cose che importano e che però non ho potuto fare. Ricordo un articolo di
qualche anno fa su un giornale. Parlava dei fuoriusciti degli anni ’70 che si
erano rifugiati in America Latina, facendo un’allusione particolare ai genovesi.
L’articolo ne descriveva la bella vita ai Caraibi, fra amache, palme e mojito.
Mi chiedevo come fosse possibile che una persona potesse immaginare un esiliato
in quel modo, come fosse possibile che un giornalista, senza nessuna conoscenza
diretta delle persone di cui parlava, scrivesse un articolo del genere. Ma ho
pensato anche che, nella sua ignoranza, ci aveva azzeccato: è vero che ho
vissuto bene, ma di un bene che non ha niente a che vedere con la sua
immaginazione. Ho conosciuto tante persone, molte delle quali in situazioni
esistenziali complesse. Le loro storie e la loro memoria sono il libro più bello
che abbia mai letto e costituiscono la mia ricchezza.
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Il rapporto della Civil Liberties Union for Europe accusa il governo Meloni di
compromettere lo stato di diritto e di limitare la libertà dei media,
evidenziando un pericolo per la democrazia in Italia. Il rapporto inserisce
l’Italia tra i cinque paesi che minano intenzionalmente i principi democratici
in Europa.
di Francesca Moriero da Fanpage
Il rapporto della Civil Liberties Union for Europe (Liberties), pubblicato sul
Guardian, ha sollevato preoccupazioni sul deterioramento dello stato di diritto
in Europa. L’Italia è stata indicata come uno dei cinque paesi “smantellatori” –
insieme a Bulgaria, Croazia, Romania e Slovacchia – che stanno adottando
politiche che minano “intenzionalmente” la democrazia e lo stato di diritto.
Secondo il rapporto, il governo Meloni ha apportato modifiche significative al
sistema giuridico e ha mostrato una forte intolleranza verso le critiche dei
media, rappresentando un esempio emblematico di quella che viene definita la
“recessione democratica” che starebbe colpendo l’Europa.
L’Italia tra i “Dismantlers”: un governo Meloni sotto accusa
Il rapporto di Liberties definisce l’Italia uno dei paesi che sta
“intenzionalmente” minando lo stato di diritto in quasi tutti gli aspetti delle
sue istituzioni. In particolare, l’analisi si concentra sul governo di Giorgia
Meloni, accusato di aver adottato politiche che limitano l’indipendenza della
magistratura e di aver rafforzato il controllo politico sulle istituzioni
giuridiche. La situazione italiana è descritta come parte di una tendenza più
ampia che colpisce vari paesi europei e che mette a rischio i principi
fondamentali della democrazia.
Secondo il rapporto, il governo Meloni ha preso misure legislative che
consentono al Ministero della Giustizia di esercitare “poteri illimitati” sui
pubblici ministeri, permettendo così un maggiore controllo politico sulla
magistratura e minando l’indipendenza del potere giudiziario. Le riforme
proposte sono state fortemente criticate da gruppi di difesa dei diritti umani,
che vedono in queste modifiche un pericolo per la separazione dei poteri, un
principio essenziale per garantire “una democrazia sana”. Il rapporto evidenzia
che questa tendenza sarebbe in linea con un fenomeno crescente in Europa che
erode l’indipendenza della magistratura, che dovrebbe invece essere immune da
interferenze politiche.
L’intolleranza verso i media: un attacco alla libertà di stampa
Un altro aspetto centrale del rapporto riguarda l’interferenza crescente nei
media, in particolare nei media pubblici. Viene citato l’esempio della reazione
del governo italiano al “manifesto antifascista” di Antonio Scurati, che avrebbe
dovuto essere trasmesso dalla Rai l’anno scorso. La cancellazione
dell’intervento e l’avvio di una procedura disciplinare sono stati visti come
segni di una crescente intolleranza alle critiche dei media, che minaccerebbe
così la libertà di stampa nel paese. Questo attacco alla libertà di stampa è
descritto nel rapporto come un “sintomo di una recessione democratica più
ampia”.
La “recessione democratica” in Europa: un fenomeno che si estende
Il rapporto non si limita a criticare infatti solo l’Italia, ma sottolinea anche
la “preoccupante regressione democratica” che starebbe interessando diversi
paesi dell’Unione Europea: l’Ungheria, ad esempio, è descritta come un caso di
“autocrazia elettorale”. Il rapporto sottolinea come l’introduzione di un
ufficio per la protezione della sovranità abbia aumentato i poteri del governo
ungherese, rischiando di controllare ulteriormente la vita pubblica e limitare
le libertà individuali. Altri paesi come Bulgaria, Croazia, Romania e Slovacchia
registrano segni di regressione democratica: in Bulgaria, le indagini
anticorruzione sono spesso utilizzate per attaccare avversari politici, mentre
in Slovacchia sono state introdotte leggi che etichettano le ONG come
“organizzazioni sostenute dall’estero”, limitandone la libertà di azione. In
Croazia, la nomina di Ivan Turudić, ex giudice dell’alta corte penale legato al
partito al potere, a procuratore generale, secondo il rapporto, ha minato
l’indipendenza del sistema giudiziario. In Romania, viene poi segnalato l’uso di
TikTok da parte di un ultranazionalista per ottenere visibilità politica,
dimostrando come anche la sfera digitale possa essere strumentalizzata per fini
politici.
I “role-model” europei: Francia e Germania
Anche paesi considerati “modelli di democrazia”, come la Francia e la Germania,
non sono esenti dalle problematiche sollevate nel rapporto. In Francia, è stato
evidenziato l’uso crescente della procedura dell’articolo 49.3, che consente al
governo di adottare leggi senza passare attraverso il voto del parlamento. Le
crescenti restrizioni alla libertà di espressione sono state poi segnalate come
una minaccia alla democrazia: vi sono infatti sempre più preoccupazioni riguardo
le risposte “esagerate” alle manifestazioni pro-palestinesi, che includono la
censura, anche con l’uso della violenza, delle voci a favore della Palestina e
di Gaza: un esempio emblematico, il divieto di ingresso a eventi pubblici che
trattano il tema, a figure politiche come Yanis Varoufakis, ex ministro delle
Finanze della Grecia.
La Polonia come monito: una lotta difficile per la democrazia
La Polonia, pur cercando di invertire la rotta e ripristinare l’indipendenza
giudiziaria e la pluralità dei media, deve fare i conti con una “realtà
complessa e frammentata”. Il rapporto Liberties evidenzia infatti come il
governo di Donald Tusk abbia incontrato ostacoli da parte del presidente Andrzej
Duda, che sarebbe estremamente allineato con il partito di governo precedente.
Questo conflitto, unito alle difficoltà nel riformare le istituzioni
“compromesse”, come si legge nel rapporto, dimostrerebbe quanto sia difficile
“risanare le democrazie una volta che sono state erose”.
Alla luce di queste problematiche, il rapporto della Civil Liberties Union for
Europe sollecita la Commissione Europea a potenziare gli strumenti di
monitoraggio dei diritti democratici, collegando i fondi UE al rispetto dello
stato di diritto. Viene richiesto poi un intervento legale più rapido e deciso
per contrastare le violazioni dei diritti fondamentali all’interno dell’Unione
Europea, al fine di prevenire ulteriori erosioni democratiche.
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