Dopo aver visto insieme alla Commissaria europea per la parità, la preparazione
e la gestione delle crisi nella Commissione von der Leyen cosa mettere nel kit
di sopravvivenza per essere autosufficienti per 72 ore in caso di crisi,
leggiamo un opuscolo dal titolo “We are all very anxious”, scritto dall’Istituto
per la Coscienza Precaria e pubblicato su Crimethinc.
Il sottotitolo recita “sei tesi sull’ansia e sul perché essa impedisce
efficacemente la militanza, e una possibile strategia per superarla”. Ogni fase
del capitalismo ha il proprio affetto reattivo dominante.” Nel testo, l’Istituto
spiega come l’emozione prevalente in questa fase del capitalismo sia l’ansia e
come essa sia il segreto di Pulcinella di una società basata sulla precarietà
(lavorativa, esistenziale, ambientale…), dopo altre fasi del capitalismo basate
su altri affetti particolari che le tenevano insieme.
Secondo l’Istituto, nel XIX secolo, la narrazione dominante era che il
capitalismo portasse a un miglioramento delle condizioni di vita. Il segreto
pubblico di questa narrazione era la miseria della classe operaia. La prima
ondata di movimenti sociali moderni nel XIX secolo era un sistema per combattere
la miseria. Tattiche come scioperi, lotte salariali, organizzazione politica,
mutuo soccorso, cooperative e fondi di sciopero erano modi efficaci per
sconfiggere il potere di miseria garantendo un certo minimo sociale. Quando la
miseria ha smesso di funzionare come strategia di controllo, il capitalismo è
passato alla noia. Se ogni fase del sistema dominante ha un sentimento
dominante, ogni fase di resistenza ha bisogno di strategie per sconfiggere o
dissolvere questo effetto. Se la prima ondata di movimenti sociali era una
macchina per combattere la miseria, la seconda ondata (degli anni ’60-’70, o più
in generale, degli anni ’60-’90) era una macchina per combattere la noia. Questa
è l’ondata da cui sono nati i nostri movimenti e che continua a
influenzare la maggior parte delle nostre teorie e pratiche.
Ascolta la puntata.
Citati nella puntata
72 hours survival kit – Video della Commissione europea
In case of crisis or war – Brochure Svezia
What to do in case of crisis – Brochure Lettonia
We are all very anxious – Crimethinc.
Tag - fine del mondo
Vi siete mai chiesti chi decide i nomi degli uragani?
In molti ricordano l’uragano Katrina, che nel 2005 devastò la zona nei pressi di
New Orleans negli Stati Uniti. Nel 2024 hanno fatto molto parlare di loro gli
uragani Beryl, Helene e Milton.
I nomi degli uragani non sono stabiliti sul momento in modo casuale, bensì
provengono da liste predeterminate, diverse a seconda della zona del globo dove
avviene lo specifico evento naturale.
Nel 1953 il National Hurricane Centre (NHC) degli Stati Uniti dedicata alla
previsione degli uragani stabilì delle liste di nomi annuali da associare agli
uragani. Inizialmente, si trattava di una lista alfabetica predeterminata per
ogni anno, di nomi unicamente femminili: il nome della lista, che viene
associato al primo uragano dell’anno, aveva un nome proprio femminile che
iniziava con la A, ad esempio Anna, il secondo con la B, come Betty, e così via
fino all’ultima lettera dell’alfabeto, la W.
Questo è il motivo per cui molte persone pensano tutt’oggi che gli uragani
posseggano solo nomi femminili, ma non è più così. Dal 1979 in poi, su richiesta
del Women’s Liberation Movement, sono stati introdotti anche i nomi maschili
alternati a quelli femminili per i cicloni atlantici, mantenendo sempre l’ordine
alfabetico delle iniziali.
Il processo per determinare i nomi degli uragani è condotto da specifici
organismi regionali del WMO che selezionano dei nomi in base alla loro
familiarità con le lingue parlate in ogni specifica regione, con l’obiettivo di
rendere la comprensione di tali nomi più chiara possibile a seconda della zona
del mondo in cui ci troviamo.
Esistono comunque delle regole generali che vengono seguite nell’attribuzione:
- i nomi non devono provenire da specifici individui (cioè non sono"dedicati")
- devono essere sufficientemente brevi da poter essere utilizzati con facilità
- devono essere nomi facili da pronunciare (per ogni lista, esiste anche uno specifico elenco delle pronunce)
- i nomi devono essere unici: non possono essere usati gli stessi nomi in zone diverse del globo
Il 18 novembre, al telefono con Antonello Pasini, fisico climatologo del CNR,
docente di Fisica del clima all’università Roma Tre, abbiamo parlato di eventi
climatici estremi, della loro frequenza e distruttività in relazione
all’attività umana, di equazioni dei disastri.
La puntata, di un mese fa, torna terribilmente attuale alla luce di quanto sta
avvenendo a Gaza. La tempesta Byron si è abbattuta sul terreno della Striscia,
massacrato dai bombardamenti, e sui campi degli sfollati di Gaza, che dopo due
anni di distruzione e massacri si appresta ad affrontare l’inverno in tende
vecchie e logore e con abbigliamento inadeguato. Mentre Israele continua a
fermare gli aiuti ai valichi di confine dell’enclave.
Ascolta la puntata.
Citati nella puntata:
> Crisi climatica, le alluvioni in Pakistan denunciano il nostro tempo: chi
> inquina meno paga più di tutti
Pakistan, inondazioni, cambiamento climatico e tensioni internazionali – diretta
all’info di Blackout