Lo sradicamento è di gran lunga la più pericolosa malattia delle società umane.
(S. Weil)
Non si può negare che l’insicurezza urbana costituisca un fenomeno concreto non
riducibile a una mera costruzione discorsiva, reale al punto che politici di
ogni schieramento hanno potuto dare spiegazioni fondate sull’individuazione di
capri espiatori sociali immediatamente riconoscibili, contribuendo a rafforzare
una percezione emergenziale.
A Macerie su Macerie proviamo a portare alcune riflessioni sulle condizioni
strutturali attraverso cui l’organizzazione dello spazio urbano produce
sradicamento e violenza.
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“Zone di sacrificio”, questa è la definizione più chiara attraverso cui le
popolazioni di determinati luoghi, un tempo definiti provincia, vengono chiamati
a sostenere gravosi costi ambientali e sociali in nome di benefici presentati
come diffusi e collettivi.
Che sia “overturism” o turismo del lusso, attività industriali tossiche o
produzioni per la guerra in salsa green, cambia poco: aree storicamente
considerate marginali – o non più centrali – vengono integrate in nuove
geografie dell’accumulazione, a discapito di chi ci vive. Le amministrazioni
pubbliche e gli investitori presentano spesso tali trasformazioni come
necessarie al perseguimento della competitività territoriale, mistificando la
realtà o celando quanto questi processi comportino forme di espropriazione,
sradicamento, ridefinizione degli usi collettivi dello spazio e intensificazione
delle disuguaglianze sociali.
Prima parte:
Una compagna salentina ci parla di un campeggio di tre giorni che si terrà il
26-27-28 giugno a Nardò, in cui si cercherà di aprire un dibattito
internazionalista sul funesto intreccio europeo di turismo, militarizzazione e
nuove forme di colonizzazione.
Per maggiori approfondimenti, consulta il sito Luoghi – Corpi – Frontiere.
Seconda parte:
In diretta telefonica con la Val di Susa, sulla richiesta di riapertura delle
Acciaierie di San Didero da parte del Gruppo Beltrame, con l’attivazione di un
altoforno da 800 mila tonnellate di produzione annua. Ne parliamo con una
compagna che ci fa il punto della situazione e della mobilitazione contro questo
ennesimo tassello di devastazione della più popolosa valle piemontese.
Viaggi “post-army”, li chiamano. Vere e proprie fughe per dimenticare le
atrocità commesse dai soldati israeliani nella perenne guerra contro la
popolazione palestinese, tradizionalmente verso l’India e l’Himalaya. Oggi però
queste mete si avvicinano e l’Italia è diventata una nuova tappa di questo
assurdo turismo.
Vacanze “defaticanti”, così vengono definite in questo caso, con una magia del
linguaggio atta a nascondere il fattore atroce e derubricare il ruolo dentro a
un sistema di sterminio a una questione lavorativa come le altre.
Di questo, e delle recenti mobilitazioni, parleremo con un compagno dalla Val di
Susa, dove un gruppo di soldati dell’IDF si trovava a sciare la scorso fine
settimana.