Venerdì notte c’è stata una protesta all’interno del CPR di Torino di corso
Brunelleschi. In una delle stanze dell’area gialla, il fuoco è stato usato come
strumento di protesta in risposta ad un pestaggio da parte delle forze
dell’ordine. Agenti con scudi e manganelli sono intervenuti colpendo più volte
le persone recluse, e in seguito tre persone sono state portate in carcere.
All’esterno del CPR, diverse persone si sono ritrovate in presidio per esprimere
solidarietà a chi stava resistendo all’interno.
Gli episodi di violenza, così come le rivolte e le proteste, non sono eventi
isolati nei CPR ma vanno letti nella cornice di violenza sistemica e sistematica
che questi luoghi rappresentano. Questo periodo, in particolare, appare segnato
da una forte sofferenza per chi si ritrova recluso, e rende ancora più evidenti
le responsabilità dei diversi attori coinvolti. Tra questi, l’ente gestore,
Sanitalia, che nei giorni successivi alla protesta ha distribuito cibo andato a
male, causando malori tra le persone recluse; il medico che lavora all’interno
del CPR, che si è rifiutato di chiamare un’ambulanza e di prestare cure a chi in
quel contesto ne aveva bisogno. Si aggiunge il ruolo di chi lavora negli
ospedali, che rimanda le persone nel CPR senza una reale presa in carico
sanitaria, e dell’ASL, che convalida le detenzioni all’interno di queste
strutture.
Proprio per questo, giovedì scorso c’è stata una nuova visita alla direzione
generale e amministrativa all’ASL di via San Secondo. L’obiettivo era
visibilizzare il ruolo dell’ASL nel sistema di violenza quotidiana dei CPR: un
ruolo che contribuisce, attraverso le convalide, alla detenzione di centinaia di
persone ogni anno nel centro di corso Brunelleschi, e che si manifesta anche
nella mancata presa in carico sanitaria delle persone recluse.
Ne abbiamo parlato con una compagna dell’assemblea no CPR di Torino.