Abbiamo avuto ospite in studio un compagno dell’Assemblea MAI più cpr di Torino
che ci fatto un dettagliato resoconto dell’incontro con compagni e compagne di
Rotte Balcaniche.
Dai confini lungo quella rotta ci siamo poi spostati al confine interno del CPR
di Torino che negli scorsi giorni ha visto le ennesime rivolte dei reclusi.
E poi ancora la repressione che stanno subendo alcuni medici di Ravenna per non
aver sottoscritto l’idoneità all’ingresso nel CPR per alcuni migranti.
Infine Milano dove al CPR di Via Corelli è stata aperta anche la sezione A che
fino ad ora era rimasta chiusa.
Buon ascolto.
Questa la play list che ci ha accompagnato in questa puntata:
01 – Noura Mint Seymali: “Arbina”
02 – A Tribe Called Quest: “Electric Relaxation”
03 – D. D Dumbo: “Walrus”
04 – Dj Shadow: “Building steam with a grain of salt”
05 – Dangelo and the Vanguard: “Aint that easy”
06 – 4hero: “Loveless”
07 – Lamb: “Little things”
08 – LCD Soundsystem: “Losing My Edge”
09 – Kneecap: “I bhFiacha linne”
10 – Che Artur: “Light Goes Out”
11 – Danny the Darleans: “Girl”
12 – Ravi Shavi: “Great Escape”
13 – Irreversible Entanglements: “Open the gates”
14 – The Streets: “Lets Push Things Forward”
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La puntata di Harraga del 20 marzo l’abbiamo dedicata alle recenti rivolte
dentro il CPR di Corso Brunelleschi e alle risposte da fuori in solidarietà ai
reclusi.
Nelle ultime settimane, alle continue provocazioni delle forze dell’ordine, ai
pestaggi, alla mancanza totale di cure e alle condizioni sempre più degradanti
all’interno del centro, i detenuti hanno risposto con forti proteste usando i
mezzi a loro disposizione: i loro corpi e i pochi arredi delle stanze.
Nella notte di venerdì 14 marzo, l’incendio di coperte e materassi ha portato
alla chiusura di una stanza nell’area gialla. E’ la terza stanza nel giro di un
mese che viene resa inagibile dalle rivolte dei detenuti. Tre persone sono state
poi trasferite in carcere e in seguito rilasciate con una denuncia in mano. Gli
atti di autolesionismo sono quotidiani, compiuti come gesto estremo per ricevere
attenzione ed essere portati in ospedale nonché nell’aspirare alla libertà e a
una non idoneità al trattenimento. E quotidianamente medici e infermieri del
centro negano le cure, l’accesso alle terapie prescritte e alle visite
specialistiche. Allo stesso modo, chi viene portato all’ospedale Martini, è poi
quasi automaticamente riammesso nel centro senza una presa in carico reale,
anche quando si tratta di persone con arti fratturati o patologie gravi. Il cibo
immangiabile e putrido ha causato vari malori e ha portato a due scioperi della
fame in una settimana.
Tutto questo ci viene raccontato dalle voci vive di chi nel centro resiste con
coraggio. Attraverso le loro testimonianze, è possibile ricostruire gli intrecci
e i rimpalli di responsabilità nella tortura quotidiana operata nei loro
confronti: quella di Sanitalia, azienda che gestisce il CPR; quella dell’ASL che
è formalmente e materialmente responsabile della gestione sanitaria e della
convalida dei trattenimenti, così come quella di Questura e Prefettura che
rispondono alle istanze dei reclusi inviando la celere e deportando in carcere o
nel CPR in Albania chi non abbassa la testa.
Inoltre riportiamo quanto appreso dai media locali – e non solo – che varie
azioni sono state, in questo ultimo periodo, compiute per attenzionare il ruolo
della ASL come agente principe di tortura, collaboratrice della gestione del
lager e responsabile della detenzione. Per non farsi paralizzare dall’orrore e
dall’impotenza, rilanciamo l’importanza di una solidarietà ai reclusi del CPR
che non si fermi alla – seppur importantissima – presenza sotto le mura, ma che
raggiunga i responsabili e rompa il velo di silenzio che imperversa attorno ai
piccoli e gradi tasselli della macchina del razzismo di stato.
Più pene, CPR sempre più simili a carceri, sorveglianza diffusa e stretta sul
dissenso: la maggioranza spinge per un salto ulteriormente repressivo Il
cosiddetto decreto sicurezza sta cambiando natura sotto …
L’inchiesta di Luca Rondi per Altreconomia ricostruisce le violenze nel CPR di
Trapani: pestaggi, insulti razzisti e ostacoli alle denunce. Oggi il rischio è
l’archiviazione, simbolo di un sistema che …
Venerdì notte c’è stata una protesta all’interno del CPR di Torino di corso
Brunelleschi. In una delle stanze dell’area gialla, il fuoco è stato usato come
strumento di protesta in risposta ad un pestaggio da parte delle forze
dell’ordine. Agenti con scudi e manganelli sono intervenuti colpendo più volte
le persone recluse, e in seguito tre persone sono state portate in carcere.
All’esterno del CPR, diverse persone si sono ritrovate in presidio per esprimere
solidarietà a chi stava resistendo all’interno.
Gli episodi di violenza, così come le rivolte e le proteste, non sono eventi
isolati nei CPR ma vanno letti nella cornice di violenza sistemica e sistematica
che questi luoghi rappresentano. Questo periodo, in particolare, appare segnato
da una forte sofferenza per chi si ritrova recluso, e rende ancora più evidenti
le responsabilità dei diversi attori coinvolti. Tra questi, l’ente gestore,
Sanitalia, che nei giorni successivi alla protesta ha distribuito cibo andato a
male, causando malori tra le persone recluse; il medico che lavora all’interno
del CPR, che si è rifiutato di chiamare un’ambulanza e di prestare cure a chi in
quel contesto ne aveva bisogno. Si aggiunge il ruolo di chi lavora negli
ospedali, che rimanda le persone nel CPR senza una reale presa in carico
sanitaria, e dell’ASL, che convalida le detenzioni all’interno di queste
strutture.
Proprio per questo, giovedì scorso c’è stata una nuova visita alla direzione
generale e amministrativa all’ASL di via San Secondo. L’obiettivo era
visibilizzare il ruolo dell’ASL nel sistema di violenza quotidiana dei CPR: un
ruolo che contribuisce, attraverso le convalide, alla detenzione di centinaia di
persone ogni anno nel centro di corso Brunelleschi, e che si manifesta anche
nella mancata presa in carico sanitaria delle persone recluse.
Ne abbiamo parlato con una compagna dell’assemblea no CPR di Torino.
Questa puntata è stata fatta in strada con il progetto “Radio Carretta
Carretta”, la qualità dell’audio a volte viene un po meno.
A giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo che
attraverso nuove tecnologie e la ufficializzazione di pratiche finora “illegali”
ma usate da tutti i paesi, rende i confini europei ancor più sorvegliati. Nuovi
sistemi di riconoscimento e raccolta dati dei migranti, respingimenti e
deportazioni più veloci, allungamenti della reclusione nei cpr, queste alcune
delle “novità” inserite nel patto. Ma questi strumenti, seppur sempre più
tecnologici e raffinati, sono sempre stati presenti e ogni Stato li ha
utilizzati a più riprese contro i “nemici” del momento, dai delinquenti comuni
ai briganti fino ai detenuti politici. Il ruolo delle colonie interne ed esterne
è stato fondamentale per la delocalizzazione della detenzione amministrativa,
per il processo di colonizzazione e per la creazione dell’idea di uno Stato
forte e intransigente. Una chiacchiera a due voci
L’11 febbraio 2026, al tribunale di Torino si è concluso il primo grado del
processo relativo alla morte di Moussa Balde, avvenuta il 23 maggio 2021 nel
Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Torino.
Moussa era stato trasferito al CPR dopo aver subito una violenta aggressione
razzista a Ventimiglia, e lì era stato messo in isolamento, dove si è suicidato
pochi giorni dopo. Il tribunale ha per la prima volta riconosciuto una morte
avvenuta in un centro di detenzione amministrativa come un omicidio condannando
l’ex direttrice del centro, gestito dalla multinazionale GEPSA, a un anno di
reclusione con sospensione della pena per omicidio colposo, e al versamento di
un indennizzo alla famiglia.
Sono stati però scagionati sia il medico allora responsabile della gestione
sanitaria nel CPR, sia la prefettura e la questura, da cui dipende tutto il
sistema di detenzione amministrativa. Con Gianluca Vitale, avvocato della
famiglia Balde, abbiamo commentato il processo e le sue implicazioni,
approfondendo le responsabilità materiali dello stato nella morte di Moussa e in
tutte le altre morti in CPR, da quella di Ousmane Sylla a quella più recente di
Simo Said.
Abbiamo poi mandato in onda i contributi audio della madre e del fratello
maggiore di Moussa, Djenabou e Thierno Balde. Qui è possibile leggere una
dichiarazione della famiglia Balde in reazione al verdetto.
A quasi cinque anni dall’omicidio di Moussa, nello stesso CPR torinese, dopo la
chiusura dovuta alle rivolte del 2023 e la riapertura della scorsa primavera, i
detenuti sopravvivono alle stesse intollerabili condizioni. Sia gli atti di
autolesionismo che quelli di collettiva protesta sono diffusi e quotidianamente
ignorati dalla gestione. Sanitalia, attuale gestore del centro, mantiene i
reclusi nella fame e nella sedazione sotto psicofarmaci. Chi sta male viene
portato in ospedale solo per prassi, ma poi quasi automaticamente riportato
indietro nelle identiche condizioni di partenza. Le persone recluse ci parlano
di tentativi di suicidio e di proteste stroncate da violenti pestaggi delle
forze di polizia e poi di trasferimenti in carcere. Chi alza la testa viene
fatto sparire.
Nonostante ci sia molto chiaro come nessuna giustizia esista tra le stanze dei
tribunali ma che – piuttosto – essa si troverà solo nel fuoco che chiuderà i
CPR: parlare ad Harraga del processo per la morte di Moussa Balde ci permette,
non solo di ricordare lui, restituire le parole della sua famiglia, ma anche di
attualizzare all’oggi da un lato le politiche mortifere del razzismo di stato e
dall’altro la quotidiana resistenza e lotta delle persone razzializzate.
di Federica Borlizzi* Dalla detenzione amministrativa nei CPR al caso dei medici
di Ravenna, il corpo migrante diventa il laboratorio in cui lo Stato sperimenta
la sospensione dei diritti e …
Nella seduta dell’11 febbraio 2026 il Consiglio dei Ministri ha dato il via
libera a un disegno di legge in materia di immigrazione. Il provvedimento è
presentato principalmente come un adeguamento dell’ordinamento interno al nuovo
Patto dell’Unione Europea sulle migrazioni, ma contiene numerosi altri
interventi, in particolare sul sistema dei CPR. Al momento non esiste ancora un
testo definitivo ma una serie di punti programmatici, non ancora formalizzati,
che vanno apertamente nella direzione di una guerra ai migranti intesi come
nemico interno, sviluppata su due piani paralleli.
Da un lato, emerge una chiara volontà di rendere sempre più difficile la
regolarizzazione della permanenza sul territorio, limitando l’accesso ai
documenti e introducendo veri e propri meccanismi di ostruzionismo
amministrativo. In questa direzione si collocano la stretta sui ricongiungimenti
familiari, l’eliminazione del prosieguo amministrativo per i minori fino ai 21
anni, e l’obbligo di rimanere nel territorio (anche solo provinciale) in cui
viene presentata la domanda di asilo, pena l’automatica cancellazione della
domanda stessa.
Dall’altro lato, il disegno di legge si muove verso una crescente
criminalizzazione e repressione delle persone migranti. Tra le misure previste
rientra l’introduzione dell’espulsione come pena accessoria successiva alla
condanna e l’ampliamento dei reati per cui essa può essere applicata, tra cui
ovviamente figura la partecipazione a rivolte all’interno di carceri e CPR. A
ciò si aggiungono le deroghe per la costruzione di nuovi CPR, il divieto di
utilizzo dei telefoni cellulari nei centri e molte altre.
Ne abbiamo parlato con l’avvocata Elena Garelli.
Tra i diversi punti di questo DL, viene affrontato il tema dell’interdizione
alle acque nazionali per motivi di “sicurezza nazionale”. La misura prevede il
divieto di attraversamento delle acque territoriali per periodi che possono
andare da 30 giorni fino a 6 mesi, configurando di fatto un blocco navale. Si
tratta di uno strumento che limita direttamente l’operato delle ONG, senza
nemmeno la necessità di una valutazione caso per caso e senza l’impiego di altre
risorse. Inoltre, le persone presenti a bordo delle navi possono essere
trasferite in Paesi terzi o in hot-spot situati fuori dal territorio nazionale,
come nel caso dei CPR in Albania.
Per quanto riguarda l’adeguamento della normativa italiana in vista
dell’attuazione del nuovo piano europeo su immigrazione e asilo, si prospettano
cambiamenti rilevanti sia per chi le richieste di asilo, sia sul versante del
controllo delle frontiere. La novità più significativa per l’Italia è
l’introduzione del concetto di “Paese terzo sicuro”: non si tratta più soltanto
della qualificazione come sicuro del Paese di origine, già prevista dall’attuale
normativa, ma della possibilità di non esaminare affatto le domande di asilo
qualora esistano accordi tra l’Italia con un Paese terzo, che nulla ha a che
fare con la persona che fa domanda di asilo, purché ritenuto “sicuro” da questa
nuova normativa.
La puntata di Harraga del 13.2.26 è iniziata con una carrellata di brutte
notizie. Partendo dall’ennesima morte di CPR, questa volta nel lager di Bari
Palese, di Simo Said (al momento della registrazione il nome era ancora
sconosciuto) un giovane di 25 anni, non di “morte naturale” come hanno provato a
far credere amministrazione e giornali, ma di tutte le forme che il razzismo
prende in un centro di detenzione: l’abbandono, i traumi, la tortura psicologica
e fisica, l’assenza di cure. Per una macabra coincidenza, il giorno prima della
morte di Simo Said, nel tribunale di Torino terminava il primo grado del
processo per la morte di Moussa Balde, avvenuta nel CPR di Corso Brunelleschi
nel 2021. ll processo si è concluso con una condanna per omicidio colposo di un
anno di reclusione per Annalisa Spataro, direttrice generale dei servizi alla
persona del CPR e una condanna per l’ente GEPSA, cui era stata delegata la
gestione del centro, a risarcire la famiglia e le parti civili. Sono stati
invece assolti i poliziotti e il responsabile medico della struttura Fulvio
Pitanti, così come non è stata riconosciuta alcuna responsabilità a prefettura e
questura.
Negli stessi giorni veniva approvato il nuovo regolamento europeo sui cosiddetti
“paesi sicuri”, seguito dal ddl migranti del governo Meloni; ulteriori strette
repressive che vanno in direzione di facilitare la detenzione e l’espulsione
delle persone immigrate. Intanto, nel CPR torinese, una rivolta ha portato alla
chiusura di una stanza, andata in fiamme, un violento pestaggio e il
trasferimento in carcere di almeno due persone.
Con i compagni dell’assemblea no CPR del Friuli Venezia Giulia, in diretta per
darci aggiornamenti sull’aria che tira nel CPR di Gradisca d’Isonzo, a Trieste e
alla frontiera orientale, abbiamo ragionato del senso della solidarietà con chi
lotta nei centri di detenzione, cogliendo l’occasione per lanciare il presidio
del 21 febbraio, sotto le mura del CPR di Gradisca.
Perché portare la solidarietà sotto quelle mura non sia un rituale stanco ma una
complicità necessaria.