Riavviando un processo fermo dal 1967, il governo israeliano ha approvato la
registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”,
accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei
territori palestinesi (illegali in base al diritto internazionale). Secondo la
tv pubblica Kan, la decisione apre la strada alla regolarizzazione delle aziende
agricole nella West Bank, completando “un altro passo verso l’annessione .
Il governo israeliano interviene direttamente sulla proprietà della terra, sui
registri fondiari e sull’applicazione delle leggi nei territori palestinesi ,si
tratta di un ulteriore passaggio di annessione in corso che conta sulla
complicità e il sostegno degli Stati Uniti .
Si smantella l’architettura degli accordi di Oslo ,rendendo ancora piu’
ininfluente ANP ,gia’ con Oslo ai palestinesi spettava nell’area A un 18% di
territorio ,e nell’area C circa il 60%del territorio spettava agli israeliani
con un 22% dell’area B con controllo solo civile dei paòlestinesi e militare
israeliano.Gli accordi di Oslo dal 1993 sono stati un elemento di ulteriore
disgregazione dell’unita territoriale palestinese ,criticati fin dalla loro
firma da Edward Said.
Ne parliamo con Eliana Riva che scrive per “Pagine esteri”
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Giovedì 12 febbraio, il governo argentino di estrema destra di Javier Milei ha
ottenuto un’altra vittoria parlamentare, quando il senato ha approvato in via
preliminare il disegno di “riforma del lavoro”, tra acute proteste di piazza,
che hanno provocato molti feriti e circa 30 arresti. Con 42 voti favorevoli e 30
contrari, i senatori hanno approvato un’iniziativa che smantella le leggi sul
lavoro in vigore dal 1974.Il progetto di legge di “modernizzazione del lavoro”
del presidente ultraliberista, che secondo i sindacati alimenterà la precarietà,
passerà ora all’esame della camera dei deputati.
Dal dicembre 2023 le politiche di austerità e deregolamentazione volute da Milei
hanno già causato la perdita di quasi 300mila posti di lavoro tra settore
pubblico e privato, secondo il segretariato del lavoro argentino. Dopo
l’approvazione al Senato, sindacati e organizzazioni sociali hanno indetto una
manifestazione generale contro l’approvazione della riforma che in quel momento
era ancora in discussione alla camera alta con una seduta fiume.
Il corteo, partito da Plaza de Mayo, è arrivato successivamente davanti al
Congresso dove era stato attivato dal parte del ministero della Sicurezza il
protocollo anti-blocco. «La patria non è in vendita» e «La fame non è un
privilegio» sono state gli slogan che hanno accompagnato la protesta. Il governo
invece ha parlato di «violenza organizzata», banalizzando le istanze promosse
dalla manifestazione.
Approfondiamo le caratteristiche di questa che i sindacati hanno definito come
«una controriforma scritta negli studi legali dei grandi gruppi imprenditoriali»
con Federico Larsen giornalista italo argentino collaboratore del Manifesto e
Radio popolare.
La giornata di sabato 31 gennaio ha visto scendere in piazza oltre 60mila
persone, in un corteo nato dalla chiamata seguita allo sgombero dell’Askatasuna
del 18 dicembre, ma capace di allargarsi a una critica complessiva al governo.
Al centro della mobilitazione l’opposizione alle politiche di guerra e di
riarmo, la denuncia della collaborazione e del servilismo verso il genocidio in
Palestina da parte del governo sionista, così come il rifiuto dei processi di
militarizzazione della società, dalle nostre città alle scuole e alle
università, e la difesa degli spazi sociali. Un corteo attraversato da una
partecipazione ampia ed eterogenea, capace di tenere insieme comitati di
quartiere, lavorator3, sindacati e student3.
Sulle principali testate giornalistiche, però, si legge quasi esclusivamente
della “violenza” agita da una parte dell3 manifestanti, costruendo la ben nota
retorica della divisione tra “buoni e cattivi” e portando avanti una narrazione
che ribalta completamente cause ed effetti della rabbia espressa sabato.
In particolare, circolano su tutti i media le immagini del poliziotto ferito,
utilizzate dalla destra — e non solo — per invocare un’accelerazione dell’iter
di approvazione del nuovo pacchetto sicurezza, che introduce nuove leggi
liberticide, e tra le altre, contro le manifestazioni di piazza. Non trovano
invece spazio le testimonianze degli abusi e delle violenze agite dalla polizia:
dalle centinaia di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, alle cariche, fino
all’uso di idranti e ai pestaggi di divers3 manifestanti. Qui il link alla
testimonianza della giornalista Rita Rapisardi:
https://www.instagram.com/p/DUOfhn6Dfkn/?igsh=NDZrbzJ3dG5qMHhi
Nella serata di domenica 1 febbraio, l’intera comunità studentesca, docente,
precaria e lavoratrice di UNITO ha ricevuto una mail firmata dalla rettrice
Prandi e dal prorettore Cuniberti, nella quale si chiede “a ogni organizzazione,
gruppo o coordinamento della nostra comunità di prendere posizione rispetto ai
fatti violenti di ieri”.
Dopo settimane di chiusura — non solo dello spazio fisico di Palazzo Nuovo, ma
anche di qualsiasi reale dialogo con la componente studentesca — l’Università
sceglie di prendere parola in piena linea con le politiche di governo, in modo
del tutto ipocrita considerando che mai si è espressa o ha richiesto una
compatezza della comunità universitaria né sui licenziamenti di massa del
personale precario né sulle violenze che, in mondovisione, accompagnano il
genocidio in Palestina.
In un’università sempre più modellata come un’azienda e asservita agli interessi
militari, dove viene sistematicamente smantellata la costruzione di un sapere
critico e di un dibattito libero, abbiamo chiesto un commento sul ruolo che
l’università stessa ha avuto in queste settimane di costruzione della giornata
di sabato.
Nella stessa mail si comunica non solo la chiusura di Palazzo Nuovo per la
giornata di oggi, lunedì 2 febbraio, ufficialmente per ragioni di
“igienizzazione”, ma si fa anche riferimento alle chiusure dei giorni
precedenti, motivate da presunte “attività non autorizzate e del tutto
incompatibili con i luoghi occupati”. L3 occupanti avevano tuttavia dichiarato
fin dall’inizio che tutte le attività didattiche sarebbero state garantite e,
anzi, arricchite da momenti di formazione dal basso, confronto e socialità.
Queste misure di chiusura sono evidentemente il prodotto di pressioni politiche,
non solo ministeriali ma anche poliziesche, che — nel nome dell’“ordine
pubblico” e degli interessi del governo — scavalcano le reali esigenze
dell’università e della sua comunità.
Allo stesso modo, dal caso dello sgombero di Askatasuna appare evidente come le
volontà di governo facciano pressione anche sull’amministrazione locale,
portando ad una vera e propria escalation repressiva: dalla militarizzazione del
quartiere Vanchiglia alla chiusura delle scuole, fino all’uso e alla
legittimazione della forza e di strumenti intimidatori da parte della polizia
già prima del corteo, con quasi 800 persone fermate e perquisite.
Di fronte a un governo che sceglie apertamente la strada della militarizzazione
e della repressione, diventa necessario rilanciare i prossimi appuntamenti
nazionali: lo sciopero dei porti del 6 febbraio, l’opposizione alle Olimpiadi
del 7 febbraio e la due giorni di Livorno del 21–22 febbraio, per costruire
un’opposizione ampia ed eterogenea contro il governo e le sue politiche di
guerra, sempre più lontane dagli interessi reali di chi vive in questa società.
In ultimo, abbiamo fatto insieme il punto legale. Purtroppo tre persone sono
state arrestate nella serata di sabato e si trovano attualmente recluse nel
carcere delle Vallette di Torino, con accuse molto gravi, per le quali è stata
richiesta la convalida della detenzione in carcere. Nel pomeriggio di ieri,
domenica 1 febbraio, è stato organizzato un momento di saluto solidale e
complice sotto il carcere delle Vallette.
La frana tornata attiva con le piogge torrenziali di questi giorni aveva già
portato a crolli ed evacuazioni nel 1997, quasi vent’anni fa.
Oggi nuovi crolli e nuovi sfollati sono il segno delle responsabilità politiche
di chi ha puntato sulla militarizzazione di un territorio, abbandonato
all’incuria.
Mentre le case cadono una dopo l’altra come castelli di carta nella sughereta di
Niscemi svettano le mega antenne del Muos che forniscono dati per le guerre
planetarie.
Ne abbiamo parlato con Antonio Mazzeo
Ascolta la diretta:
Cresce l’impegno nella logistica militare su rotaia. Dopo i lavori di
potenziamento alle stazioni di Tombolo, Pontedera e Palmanova sono ai blocchi di
partenza nuove opere a La Spezia marittima e Genova Sampierdarena.
Si tratta di un progetto finanziato dall’UE nell’ambito dei corridoi di
collegamento militare con l’Ucraina e la Moldavia.
Nella fattispecie i progetti (con termine lavori previsto nel 2027) interessano
l’infrastruttura degli scali di Genova Sampierdarena- Parco Fuori Muro e di La
Spezia Marittima. Il finanziamento dell’Unione Europea (CEF) prevede
28.774.201,50 € erogati a RFI per lo scalo di Genova e 9.274.599,00 € erogati
all’Autorità del sistema portuale del mar ligure orientale per lo scalo di La
Spezia Marittima. Un fiume di soldi pubblici che, invece di essere utilizzati
nel miglioramento della mobilità civile, nella sicurezza ferroviaria e nei
contratti collettivi delle categorie del personale ferroviario (insieme a
corpose e necessarie assunzioni), vengono spesi in obiettivi di morte,
distruzione e miseria. Infatti la finalità dei lavori è collegare i porti liguri
al corridoio Ten-T Reno-Alpino e al corridoio Mediterraneo/corridoio
Scandinavo-Mediterraneo, aumentando la capacità dei binari per ricevere treni
lunghi fino a 750 metri, nell’ambito del Regolamento (UE) 2024/1679 per il
prolungamento dei quattro corridoi di trasporto europei della rete TEN-T verso
l’Ucraina e la Moldova.
È tuttavia la terminologia impiegata nelle schede di progetto che mostra la
sistematicità agghiacciante con cui l’Europa ci sta portando sull’orlo della
devastazione bellica: “le opere permetteranno un trasporto efficiente e continuo
di personale militare, mezzi e forniture, garantendo la circolazione di treni
lunghi 750 metri e ottimizzando la capacità della rete ferroviaria interna al
porto. Ciò faciliterà il regolare movimento sia delle unità ferroviarie militari
internazionali sia del trasporto merci commerciale, da e verso il porto di La
Spezia (…) per il potenziale miglioramento del collegamento ferroviario
dell’ultimo miglio verso il porto (..) il progetto assicurerà la prontezza
difensiva del porto di La Spezia, (…) interventi nel porto strategico di Genova,
in particolare nel bacino portuale di Sampierdarena, nell’area del Parco Fuori
Muro garantendo così la circolazione di traffico a duplice uso, civile e
militare”.
Ne abbiamo parlato con Andrea Paolini di “Ferrovieri contro la guerra
Ascolta la diretta:
La caccia agli immigrati irregolari negli Stati Uniti si è trasformata in una
strategia del terrore: il governo federale mette sotto inchiesta i suoi
oppositori, mentre gli agenti conducono i raid con cinismo, facendosi servire a
tavola dalle persone che poi arresteranno. È quanto succede in Minnesota,
diventato il cuore della svolta autoritaria dell’amministrazione Trump, che ha
messo sotto inchiesta il governatore Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis,
Jacob Frey, entrambi democratici, accusati di «ostacolare le attività dell’Ice».
I loro nomi si aggiungono al lungo elenco di oppositori del governo finiti nel
mirino del dipartimento di Giustizia e del Pentagono.
Ne abbiamo parlato con Martino Mazzonis, giornalista esperto di States
Ascolta la diretta:
il clima pesantissimo di Torino in questi giorni non lascia scampo a Sollazzi e
PostPony, avvolti dal buio, dalla pioggia e da risvegli difficili. Questa volta
non è il gufo mangiasale a rendicontare una notte da incubo: PostPony sostiene
di aver incontrato in sogno Vasco Rossi che parlava senza sosta di lotta di
classe e insurrezione manco fosse un Toni Negri in botta da anfetamine.
Tracklist scomparsa nella nebbia, si può sentire tanta musica uscita nel 2025 in
cassetta o in digitale mixata sapientemente dall’assessore emerito Sollazzi.
Nelle ultime settimane sono tanti i fatti di cronaca che raccontano di episodi
di violenza tra pari che riguardano i più giovani. Spesso l’argomento viene
affrontato male, in chiave stigmatizzante e razzista. Resta il fatto che questi
episodi sono il riflesso di problemi e contraddizioni reali, che non si possono
semplicemente ignorare. Per questo, abbiamo deciso di provare a sviluppare un
approfondimento sul tema, a partire da un insieme plurale di sguardi. In queste
prime interviste, andate in onda nelle ultime due settimane, ci siamo
confrontate con il giornalista Gabriel Seroussi e la psicologa Sarah Abd El
Monem.
Con Seroussi, autore del libro La Periferia vi guarda con odio (Agenzia X,
2025), abbiamo parlato della distorsione mediatica che viene alimentata in
Italia verso i giovani delle periferie. Distanziandoci da un discorso di
criminalizzazione, gli abbiamo chiesto di raccontarci, a partire dalla sua
esperienza e dal suo lavoro, il contesto di cui tenere conto quando parliamo di
episodi di violenza in situazioni di marginalizzazione. Ci racconta anche
dell’importanza della creazione di spazi di confronto collettivi, che permettono
di far fronte alle difficoltà circostanti a partire della propria identità e
diritti.
Abd El Monem, psicologa clinica con prospettiva transculturale a Milano, ha
condiviso informazioni di stampo più prettamente psicologico, dati di cui
raramente sentiamo parlare. Sulla base della sua esperienza con le giovani
generazioni, in particolare giovani con background migratorio, dipinge un quadro
in cui non sempre i servizi di sostegno sono accessibili e adeguati. Questo in
situazioni in cui i giovani sono spesso costretti a crescere troppo in fretta e
fanno fatica a sentirsi riconosciuti nelle loro identità plurali, elementi che
possono generare, tra le tante cose, un senso di allerta costante.
Post in aggiornamento con, prossimamente, l’aggiunta di ulteriori interviste e
prospettive.
Negli ultimi 10-15 anni abbiamo assistito a un allarmante aumento del numero,
della frequenza e della natura irregolare delle inondazioni in Pakistan. Quando
queste inondazioni colpiscono, causano un’immensa mortalità, morbilità e
sfollamenti su larga scala. Solo pochi anni fa, nel Sindh, migliaia di anni di
civiltà sono stati letteralmente spazzati via: moschee, templi, scuole,
ospedali, vecchi edifici e monumenti. Anche quest’anno, le inondazioni in
Pakistan hanno segnato un nuovo record. Da fine giugno 2025 a fine settembre, il
Pakistan è stato sommerso da inondazioni che hanno devastato le province di
Khyber Pakhtunkhwa, Punjab, Sindh e Gilgit-Baltistan, con oltre 1.000 morti, 3
milioni gli sfollati, e quasi 7 milioni di persone colpite.
Ad aprile 2025, inoltre, l’India ha sospeso unilateralmente la sua
partecipazione al Trattato sulle Acque dell’Indo del 1960, aggiungendo
incertezza a una situazione già critica. La decisione indiana di sospendere il
Trattato delle acque dell’Indo rappresenta un precedente storico: nonostante
decenni di tensioni e crisi diplomatiche, il trattato era sempre stato
rispettato da entrambe le parti.
L’agricoltura, settore vitale per l’economia pakistana, è in ginocchio. Migliaia
di ettari di terreni coltivati e 6.500 capi di bestiame sono andati perduti. I
danni economici totali sono stimati in decine di miliardi di dollari.
Come ricorda la giornalista Sara Tanveer in un suo recente articolo, il
paradosso più crudele è che il Pakistan, con una produzione di appena 2,45
tonnellate di CO2 per persona all’anno, contribuisce meno dell’1% alle emissioni
globali ma subisce le conseguenze più devastanti del cambiamento climatico. Due
paesi, Cina e USA, producono il 45% delle emissioni globali, e i primi 10 sono
responsabili di oltre il 70%. Eppure l’85% dei finanziamenti verdi va a questi
stessi 10 paesi.
Abbiamo chiesto a Sara Tanveer, scrittrice e giornalista free lance italo
pakistana, di parlarci della situazione attuale del Pakistan per quanto riguarda
le conseguenze della crisi climatica, e dei rapporti del Paese con India e
Afghanistan. Ascolta o scarica l’approfondimento.
Continuano le chiamate dell’estrema destra in diverse città italiane.
I summit internazionali a tema remigrazione di Gallarate e Livorno, la recente
piazza di Casa Pound a Cagliari, le provocazioni e le aggressioni squadriste in
diversi licei occupati, ma anche quelle a chiusura della manifestazione
nazionale di Roma del 5 Ottobre – solo per citarne alcune – dimostrano che il
rigurgito fascista emerge ormai con una certa continuità in tutto il Paese.
Non mancano e non si fanno attendere però le risposte di chi coltiva una
sensibilità antifascista. Nonostante siano sempre molto stretti i tempi per
organizzare contestazioni e reazioni alle iniziative razziste e xenofobe
proposte dall’estrema destra, continuiamo a raccontare ai microfoni di Radio
Blackout le esperienze che con determinazione si muovono contro i fascisti del
terzo millennio.
Con una compagna del Centro Sociale Bruno di Trento, dove è stato siglato
l’accordo con il Ministero dell’Interno per disporre l’apertura di un nuovo CPR,
parliamo del corteo di contestazione alla chiamata di Casa Pound che ha
strumentalizzato le previsioni governative per portare avanti la sua propaganda
xenofoba e razzista:
In collegamento con uno studente del Collettivo Ludus Righi di Roma, invece,
raccontiamo come l’occupazione ha resistito alle aggressioni e alle provocazioni
fasciste: