Sabato 14 marzo h14.30 piazza XVIII Dicembre (Torino)
Corteo regionale “Criminale è chi sostiene il genocidio, non chi lotta contro
esso” : Contro il Board of Peace e DDL Antisemitismo.
Il 4 marzo è stato approvato al Senato il disegno di legge Romeo (S.1004),
intitolato “Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di
antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo”. Si tratta di
un DDL che, attraverso l’adozione formale della definizione operativa di
antisemitismo promossa dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA),
mira a sovrapporre in modo deliberato e strumentale l’antisemitismo — cioè
l’odio e la discriminazione verso le persone di religione o origine ebraica —
con l’antisionismo e la critica allo Stato di Israele e alle sue politiche
coloniali e genocidiarie.
Il disegno di legge, che ha assorbito al suo interno precedenti tentativi
legislativi come quelli promossi da Delrio e Gasparri, pur presentandosi in una
forma più attenuata e meno esplicita rispetto alle versioni precedenti, va nella
direzione di limitare la libertà di espressione, la ricerca accademica e la
legittima critica politica. Questo avviene proprio a causa dell’equivalenza che
la definizione adottata tende a stabilire tra antisemitismo e critica alle
politiche dello Stato di Israele e antisionismo, cioè il dissenso verso uno
specifico progetto politico.
Pacchetto sicurezza dopo pacchetto sicurezza, anche questo DDL si inserisce in
un quadro più ampio di repressione del movimento pro-Palestina degli ultimi
mesi. La sua approvazione dimostra come le volontà del governo (così come di
buona parte dell’opposizione) abbiano poco a che fare con la reale tutela dalle
forme di odio razziale e mirino piuttosto a restringere gli spazi di agibilità
politica e a reprimere un movimento vastissimo che non solo si oppone alle
politiche genocidiarie e coloniali dello Stato di Israele, ma denuncia anche il
collaborazionismo e le complicità materiali di cui lo Stato italiano si è reso
responsabile.
Per fare il punto sul DDL Romeo — su cosa prevede, quando potrebbe entrare in
vigore e sulla definizione dell’IHRA — ne abbiamo parlato con Alessandra
Algostino, giurista e docente di diritto costituzionale all’Università di
Torino.
Tag - Blackout Inside
Nella seduta dell’11 febbraio 2026 il Consiglio dei Ministri ha dato il via
libera a un disegno di legge in materia di immigrazione. Il provvedimento è
presentato principalmente come un adeguamento dell’ordinamento interno al nuovo
Patto dell’Unione Europea sulle migrazioni, ma contiene numerosi altri
interventi, in particolare sul sistema dei CPR. Al momento non esiste ancora un
testo definitivo ma una serie di punti programmatici, non ancora formalizzati,
che vanno apertamente nella direzione di una guerra ai migranti intesi come
nemico interno, sviluppata su due piani paralleli.
Da un lato, emerge una chiara volontà di rendere sempre più difficile la
regolarizzazione della permanenza sul territorio, limitando l’accesso ai
documenti e introducendo veri e propri meccanismi di ostruzionismo
amministrativo. In questa direzione si collocano la stretta sui ricongiungimenti
familiari, l’eliminazione del prosieguo amministrativo per i minori fino ai 21
anni, e l’obbligo di rimanere nel territorio (anche solo provinciale) in cui
viene presentata la domanda di asilo, pena l’automatica cancellazione della
domanda stessa.
Dall’altro lato, il disegno di legge si muove verso una crescente
criminalizzazione e repressione delle persone migranti. Tra le misure previste
rientra l’introduzione dell’espulsione come pena accessoria successiva alla
condanna e l’ampliamento dei reati per cui essa può essere applicata, tra cui
ovviamente figura la partecipazione a rivolte all’interno di carceri e CPR. A
ciò si aggiungono le deroghe per la costruzione di nuovi CPR, il divieto di
utilizzo dei telefoni cellulari nei centri e molte altre.
Ne abbiamo parlato con l’avvocata Elena Garelli.
Tra i diversi punti di questo DL, viene affrontato il tema dell’interdizione
alle acque nazionali per motivi di “sicurezza nazionale”. La misura prevede il
divieto di attraversamento delle acque territoriali per periodi che possono
andare da 30 giorni fino a 6 mesi, configurando di fatto un blocco navale. Si
tratta di uno strumento che limita direttamente l’operato delle ONG, senza
nemmeno la necessità di una valutazione caso per caso e senza l’impiego di altre
risorse. Inoltre, le persone presenti a bordo delle navi possono essere
trasferite in Paesi terzi o in hot-spot situati fuori dal territorio nazionale,
come nel caso dei CPR in Albania.
Per quanto riguarda l’adeguamento della normativa italiana in vista
dell’attuazione del nuovo piano europeo su immigrazione e asilo, si prospettano
cambiamenti rilevanti sia per chi le richieste di asilo, sia sul versante del
controllo delle frontiere. La novità più significativa per l’Italia è
l’introduzione del concetto di “Paese terzo sicuro”: non si tratta più soltanto
della qualificazione come sicuro del Paese di origine, già prevista dall’attuale
normativa, ma della possibilità di non esaminare affatto le domande di asilo
qualora esistano accordi tra l’Italia con un Paese terzo, che nulla ha a che
fare con la persona che fa domanda di asilo, purché ritenuto “sicuro” da questa
nuova normativa.
Martedì 24 febbraio h9 le compagne e i compagni imputati nell’operazione City
hanno chiamato una presenza solidale dentro e fuori il Tribunale di Torino, in
occasione di una delle ultime udienze dell’istruttoria dibattimentale del
processo che vede oltre 70 persone imputate per il corteo del 4 marzo 2023.
Un corteo conflittuale che aveva attraversato le strade di Torino, contro il
regime di 41-bis e l’ergastolo ostativo come forma di tortura di Stato e in
solidarietà con Alfredo Cospito, compagno anarchico detenuto in regime di 41-bis
e, in quel periodo, in sciopero della fame da oltre cinque mesi. Infatti,
l’ennesimo rigetto della Corte di Cassazione rispetto alla richiesta di revoca
del 41-bis si stava di fatto configurando come una vera e propria condanna a
morte per Alfredo e questo portò una nutrita assemblea pubblica al lancio del
corteo del 4 marzo.
A seguito di quel corteo, nell’aprile 2024 la Procura di Torino ha avviato
l’operazione repressiva denominata “City”: quasi una trentina di persone sono
state accusate di devastazione e saccheggio (art. 419 c.p.) in concorso con
ignoti, sulla base di una ricostruzione della Procura che parla di una presunta
premeditazione e di un fantomatico impianto paramilitare. Emerge come ulteriore
elemento di sperimentazione da parte della procura, l’utilizzo dell’articolo 115
c.p. (il cosiddetto “quasi-reato”) nei confronti delle persone fermate prima del
corteo, alle quali viene attribuita l’intenzione di commettere il reato di
devastazione e saccheggio per il solo fatto di stare andando alla
manifestazione.
Ne abbiamo parlato con una imputata dell’operazione City.
Oggi è fondamentale parlare del reato di devastazione e saccheggio non solo per
esprimere solidarietà all3 imputat3, ma perché si tratta di uno strumento
repressivo dal carattere chiaramente punitivo ed esemplare, utilizzato come
monito in contesti molto diversi. Viene impiegato per colpire e punire rivolte e
forme di resistenza nei CAS, nelle carceri e nei CPR, come nel caso della
rivolta dell’estate 2024 nel carcere minorile di Torino Ferrante Aporti. A
partire dal corteo del 4 marzo 2023, il reato di devastazione e saccheggio viene
sempre più spesso utilizzato per reprimere in modo durissimo le mobilitazioni di
piazza più conflittuali: è il caso dell’indagine aperta a Genova,
dell’operazione Ipogeo a Catania, fino ad arrivare persino alle ipotesi di
devastazione riportate dalle veline della questura per il corteo del 31 gennaio
a Torino.
I prossimi appuntamenti:
24 febbraio h9 (puntuali) presenza solidale con l3 imputat3 dell’operazione
City, dentro e fuori dal tribunale (aula maxi 3)
27 febbraio h18 BlackOut House – presentazione dell’opuscolo “Il conflitto e il
suo rimosso”, discussione a partire dal reato di devastazione e saccheggio e
aggiornamento sull’operazione City
Negli ultimi giorni, una nuova bufera mediatica si è scatenata attorno allo
Spazio Popolare Neruda, relativa alla vicenda dei casi di tubercolosi
verificatisi lo scorso ottobre all’interno dello spazio. Già nei primi giorni di
ottobre, mentre sui giornali e nei comunicati ufficiali prendeva forma una vera
e propria gogna mediatica, l3 abitanti del Neruda e le persone che attraversano
quotidianamente quello spazio avevano avviato una gestione attenta e
responsabile della situazione sanitaria, orientata alla tutela non solo di chi
vive nello spazio, ma dell’intero quartiere. Come denunciato più volte dall3
stess3 abitanti, questo lavoro è stato portato avanti con grande sforzo ma senza
alcun supporto da parte delle stesse istituzioni che le stavano mettendo alla
gogna, scontrandosi con l’inefficacia dei sistemi di prevenzione dell’ASL.
Venerdì 20 febbraio la vicenda è tornata su diverse testate giornalistiche e
rilanciata da figure come Marrone e Roberto Testi (direttore della Medicina
Legale dell’ASL 3), che hanno parlato di un presunto nuovo caso di tubercolosi,
tornando a invocare lo sgombero dello stabile. Una notizia falsa e fuorviante:
non esiste alcun nuovo caso di contagio ma ci si trova, ancora una volta, di
fronte a una strumentalizzazione politica portata avanti dalla destra. Ancora
più grave è il ruolo dell’ASL che, invece di svolgere il proprio compito e
garantire la tutela della salute pubblica attraverso prevenzione e interventi
sanitari adeguati, sceglie di prestare il fianco alla narrazione securitaria e
razzista della destra, contribuendo ad alimentare paura, isolamento e
repressione, anziché cura e prevenzione.
Ne abbiamo parlato con una compagna dello Spazio Popolare Neruda, in diretta dal
presidio e conferenza stampa convocata proprio davanti all’Ufficio di Igiene
dell’ASL della città di Torino.
La tempistica di questo ennesimo attacco non è casuale ma va letta all’interno
del clima politico attuale, caratterizzato da continui attacchi agli spazi
sociali, dalla repressione e dalla criminalizzazione del dissenso e delle
esperienze dal basso, oltre che da una deriva autoritaria, da processi di
fascistizzazione e da un razzismo di Stato sempre più esplicito e violento. Di
fronte ai problemi di salute, la risposta non può essere la discriminazione o lo
sgombero, ma solo una salute pubblica realmente per tutt3.
Di seguito, riportiamo gli interventi della conferenza stampa di questa mattina,
tenutasi davanti all’Ufficio di Igiene dell’ASL, in via della Consolata. A
partire dal racconto dell3 abitanti dello Spazio Popolare Neruda, che hanno
ricostruito la vicenda specifica e denunciato la speculazione mediatica e
politica che, ancora una volta, colpisce lo spazio.
In seguito, gli interventi della dottoressa Chiara Rivetti e di Eleonora
Artesio, del Comitato per il Diritto alla Tutela della Salute e alle Cure.
E infine, l’intervento dell’assemblea delle attività dello Spazio Neruda, con il
doposcuola popolare, lo sportello legale, la palestra popolare e la scuola di
italiano.
Riavviando un processo fermo dal 1967, il governo israeliano ha approvato la
registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”,
accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei
territori palestinesi (illegali in base al diritto internazionale). Secondo la
tv pubblica Kan, la decisione apre la strada alla regolarizzazione delle aziende
agricole nella West Bank, completando “un altro passo verso l’annessione .
Il governo israeliano interviene direttamente sulla proprietà della terra, sui
registri fondiari e sull’applicazione delle leggi nei territori palestinesi ,si
tratta di un ulteriore passaggio di annessione in corso che conta sulla
complicità e il sostegno degli Stati Uniti .
Si smantella l’architettura degli accordi di Oslo ,rendendo ancora piu’
ininfluente ANP ,gia’ con Oslo ai palestinesi spettava nell’area A un 18% di
territorio ,e nell’area C circa il 60%del territorio spettava agli israeliani
con un 22% dell’area B con controllo solo civile dei paòlestinesi e militare
israeliano.Gli accordi di Oslo dal 1993 sono stati un elemento di ulteriore
disgregazione dell’unita territoriale palestinese ,criticati fin dalla loro
firma da Edward Said.
Ne parliamo con Eliana Riva che scrive per “Pagine esteri”
Giovedì 12 febbraio, il governo argentino di estrema destra di Javier Milei ha
ottenuto un’altra vittoria parlamentare, quando il senato ha approvato in via
preliminare il disegno di “riforma del lavoro”, tra acute proteste di piazza,
che hanno provocato molti feriti e circa 30 arresti. Con 42 voti favorevoli e 30
contrari, i senatori hanno approvato un’iniziativa che smantella le leggi sul
lavoro in vigore dal 1974.Il progetto di legge di “modernizzazione del lavoro”
del presidente ultraliberista, che secondo i sindacati alimenterà la precarietà,
passerà ora all’esame della camera dei deputati.
Dal dicembre 2023 le politiche di austerità e deregolamentazione volute da Milei
hanno già causato la perdita di quasi 300mila posti di lavoro tra settore
pubblico e privato, secondo il segretariato del lavoro argentino. Dopo
l’approvazione al Senato, sindacati e organizzazioni sociali hanno indetto una
manifestazione generale contro l’approvazione della riforma che in quel momento
era ancora in discussione alla camera alta con una seduta fiume.
Il corteo, partito da Plaza de Mayo, è arrivato successivamente davanti al
Congresso dove era stato attivato dal parte del ministero della Sicurezza il
protocollo anti-blocco. «La patria non è in vendita» e «La fame non è un
privilegio» sono state gli slogan che hanno accompagnato la protesta. Il governo
invece ha parlato di «violenza organizzata», banalizzando le istanze promosse
dalla manifestazione.
Approfondiamo le caratteristiche di questa che i sindacati hanno definito come
«una controriforma scritta negli studi legali dei grandi gruppi imprenditoriali»
con Federico Larsen giornalista italo argentino collaboratore del Manifesto e
Radio popolare.
La giornata di sabato 31 gennaio ha visto scendere in piazza oltre 60mila
persone, in un corteo nato dalla chiamata seguita allo sgombero dell’Askatasuna
del 18 dicembre, ma capace di allargarsi a una critica complessiva al governo.
Al centro della mobilitazione l’opposizione alle politiche di guerra e di
riarmo, la denuncia della collaborazione e del servilismo verso il genocidio in
Palestina da parte del governo sionista, così come il rifiuto dei processi di
militarizzazione della società, dalle nostre città alle scuole e alle
università, e la difesa degli spazi sociali. Un corteo attraversato da una
partecipazione ampia ed eterogenea, capace di tenere insieme comitati di
quartiere, lavorator3, sindacati e student3.
Sulle principali testate giornalistiche, però, si legge quasi esclusivamente
della “violenza” agita da una parte dell3 manifestanti, costruendo la ben nota
retorica della divisione tra “buoni e cattivi” e portando avanti una narrazione
che ribalta completamente cause ed effetti della rabbia espressa sabato.
In particolare, circolano su tutti i media le immagini del poliziotto ferito,
utilizzate dalla destra — e non solo — per invocare un’accelerazione dell’iter
di approvazione del nuovo pacchetto sicurezza, che introduce nuove leggi
liberticide, e tra le altre, contro le manifestazioni di piazza. Non trovano
invece spazio le testimonianze degli abusi e delle violenze agite dalla polizia:
dalle centinaia di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, alle cariche, fino
all’uso di idranti e ai pestaggi di divers3 manifestanti. Qui il link alla
testimonianza della giornalista Rita Rapisardi:
https://www.instagram.com/p/DUOfhn6Dfkn/?igsh=NDZrbzJ3dG5qMHhi
Nella serata di domenica 1 febbraio, l’intera comunità studentesca, docente,
precaria e lavoratrice di UNITO ha ricevuto una mail firmata dalla rettrice
Prandi e dal prorettore Cuniberti, nella quale si chiede “a ogni organizzazione,
gruppo o coordinamento della nostra comunità di prendere posizione rispetto ai
fatti violenti di ieri”.
Dopo settimane di chiusura — non solo dello spazio fisico di Palazzo Nuovo, ma
anche di qualsiasi reale dialogo con la componente studentesca — l’Università
sceglie di prendere parola in piena linea con le politiche di governo, in modo
del tutto ipocrita considerando che mai si è espressa o ha richiesto una
compatezza della comunità universitaria né sui licenziamenti di massa del
personale precario né sulle violenze che, in mondovisione, accompagnano il
genocidio in Palestina.
In un’università sempre più modellata come un’azienda e asservita agli interessi
militari, dove viene sistematicamente smantellata la costruzione di un sapere
critico e di un dibattito libero, abbiamo chiesto un commento sul ruolo che
l’università stessa ha avuto in queste settimane di costruzione della giornata
di sabato.
Nella stessa mail si comunica non solo la chiusura di Palazzo Nuovo per la
giornata di oggi, lunedì 2 febbraio, ufficialmente per ragioni di
“igienizzazione”, ma si fa anche riferimento alle chiusure dei giorni
precedenti, motivate da presunte “attività non autorizzate e del tutto
incompatibili con i luoghi occupati”. L3 occupanti avevano tuttavia dichiarato
fin dall’inizio che tutte le attività didattiche sarebbero state garantite e,
anzi, arricchite da momenti di formazione dal basso, confronto e socialità.
Queste misure di chiusura sono evidentemente il prodotto di pressioni politiche,
non solo ministeriali ma anche poliziesche, che — nel nome dell’“ordine
pubblico” e degli interessi del governo — scavalcano le reali esigenze
dell’università e della sua comunità.
Allo stesso modo, dal caso dello sgombero di Askatasuna appare evidente come le
volontà di governo facciano pressione anche sull’amministrazione locale,
portando ad una vera e propria escalation repressiva: dalla militarizzazione del
quartiere Vanchiglia alla chiusura delle scuole, fino all’uso e alla
legittimazione della forza e di strumenti intimidatori da parte della polizia
già prima del corteo, con quasi 800 persone fermate e perquisite.
Di fronte a un governo che sceglie apertamente la strada della militarizzazione
e della repressione, diventa necessario rilanciare i prossimi appuntamenti
nazionali: lo sciopero dei porti del 6 febbraio, l’opposizione alle Olimpiadi
del 7 febbraio e la due giorni di Livorno del 21–22 febbraio, per costruire
un’opposizione ampia ed eterogenea contro il governo e le sue politiche di
guerra, sempre più lontane dagli interessi reali di chi vive in questa società.
In ultimo, abbiamo fatto insieme il punto legale. Purtroppo tre persone sono
state arrestate nella serata di sabato e si trovano attualmente recluse nel
carcere delle Vallette di Torino, con accuse molto gravi, per le quali è stata
richiesta la convalida della detenzione in carcere. Nel pomeriggio di ieri,
domenica 1 febbraio, è stato organizzato un momento di saluto solidale e
complice sotto il carcere delle Vallette.
La frana tornata attiva con le piogge torrenziali di questi giorni aveva già
portato a crolli ed evacuazioni nel 1997, quasi vent’anni fa.
Oggi nuovi crolli e nuovi sfollati sono il segno delle responsabilità politiche
di chi ha puntato sulla militarizzazione di un territorio, abbandonato
all’incuria.
Mentre le case cadono una dopo l’altra come castelli di carta nella sughereta di
Niscemi svettano le mega antenne del Muos che forniscono dati per le guerre
planetarie.
Ne abbiamo parlato con Antonio Mazzeo
Ascolta la diretta:
Cresce l’impegno nella logistica militare su rotaia. Dopo i lavori di
potenziamento alle stazioni di Tombolo, Pontedera e Palmanova sono ai blocchi di
partenza nuove opere a La Spezia marittima e Genova Sampierdarena.
Si tratta di un progetto finanziato dall’UE nell’ambito dei corridoi di
collegamento militare con l’Ucraina e la Moldavia.
Nella fattispecie i progetti (con termine lavori previsto nel 2027) interessano
l’infrastruttura degli scali di Genova Sampierdarena- Parco Fuori Muro e di La
Spezia Marittima. Il finanziamento dell’Unione Europea (CEF) prevede
28.774.201,50 € erogati a RFI per lo scalo di Genova e 9.274.599,00 € erogati
all’Autorità del sistema portuale del mar ligure orientale per lo scalo di La
Spezia Marittima. Un fiume di soldi pubblici che, invece di essere utilizzati
nel miglioramento della mobilità civile, nella sicurezza ferroviaria e nei
contratti collettivi delle categorie del personale ferroviario (insieme a
corpose e necessarie assunzioni), vengono spesi in obiettivi di morte,
distruzione e miseria. Infatti la finalità dei lavori è collegare i porti liguri
al corridoio Ten-T Reno-Alpino e al corridoio Mediterraneo/corridoio
Scandinavo-Mediterraneo, aumentando la capacità dei binari per ricevere treni
lunghi fino a 750 metri, nell’ambito del Regolamento (UE) 2024/1679 per il
prolungamento dei quattro corridoi di trasporto europei della rete TEN-T verso
l’Ucraina e la Moldova.
È tuttavia la terminologia impiegata nelle schede di progetto che mostra la
sistematicità agghiacciante con cui l’Europa ci sta portando sull’orlo della
devastazione bellica: “le opere permetteranno un trasporto efficiente e continuo
di personale militare, mezzi e forniture, garantendo la circolazione di treni
lunghi 750 metri e ottimizzando la capacità della rete ferroviaria interna al
porto. Ciò faciliterà il regolare movimento sia delle unità ferroviarie militari
internazionali sia del trasporto merci commerciale, da e verso il porto di La
Spezia (…) per il potenziale miglioramento del collegamento ferroviario
dell’ultimo miglio verso il porto (..) il progetto assicurerà la prontezza
difensiva del porto di La Spezia, (…) interventi nel porto strategico di Genova,
in particolare nel bacino portuale di Sampierdarena, nell’area del Parco Fuori
Muro garantendo così la circolazione di traffico a duplice uso, civile e
militare”.
Ne abbiamo parlato con Andrea Paolini di “Ferrovieri contro la guerra
Ascolta la diretta:
La caccia agli immigrati irregolari negli Stati Uniti si è trasformata in una
strategia del terrore: il governo federale mette sotto inchiesta i suoi
oppositori, mentre gli agenti conducono i raid con cinismo, facendosi servire a
tavola dalle persone che poi arresteranno. È quanto succede in Minnesota,
diventato il cuore della svolta autoritaria dell’amministrazione Trump, che ha
messo sotto inchiesta il governatore Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis,
Jacob Frey, entrambi democratici, accusati di «ostacolare le attività dell’Ice».
I loro nomi si aggiungono al lungo elenco di oppositori del governo finiti nel
mirino del dipartimento di Giustizia e del Pentagono.
Ne abbiamo parlato con Martino Mazzonis, giornalista esperto di States
Ascolta la diretta: