A Roma la Digos identifica un cronista davanti alla sede occupata dai “fascisti
del terzo millennio” : mentre la magistratura certifica il fascismo, il Viminale
protegge i neofascisti e colpisce …
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Il Prefetto Franco Gabrielli ex capo della Polizia e il procuratore generale di
Genova Enrico Zucca smontano la propaganda sicuritaria e avvertono: lo Stato
vuole punire chi manifesta C’è un …
Accuse di tortura, falsi e depistaggi: il 2 novembre la prima udienza contro il
poliziotto imputato Porta ancora addosso – e dentro – i segni di quella caduta,
Hasib Omerovic, …
(disegno di otarebill)
Il numero 15 de Lo stato delle città è nelle librerie di Napoli, Roma, Torino,
Milano e prossimamente in altre città. Pubblichiamo qui l’editoriale di Stefano
Portelli.
* * *
A un certo punto a Roma toglieranno la licenza residenziale e daranno quella
ricettiva. La città eterna è una grande osteria di paese, una bottega storica
impolverata i cui avventori sono Hines, Royal Caribbean, Blackstone, DeA
Capital, Fabrica Immobiliare, Cerberus Capital Management, Ardian, Miria, Coima,
Colliers. Tutti ubriachi intorno al bancone a sbraitare contro l’oste, a cantare
stornelli sconci e a sfottere il buttadentro sulla porta. È l’osteria del
Vaticano. Portace ‘n artro litro! sghignazzano, mentre i preti suonano le
campane e li benedicono con l’incenso, e sindaci, giornalisti e assessori al
patrimonio si sbattono per farli contenti. Cos’altro possiamo fare per voi? Una
nuova variante, una nuova concessione, nuovi poteri speciali? Vi bevete un altro
vincolo? Ogni venticinque anni un Giubileo fa recuperare a Roma il tempo
perduto: gli osti smettono per un attimo di litigare per aggiornare il menu alle
richieste dei clienti.
Quello del 1925 permise al fascismo di ricominciare a fare affari pubblicamente
con la Chiesa, in teoria offesa dall’unità d’Italia. La riconciliazione si
celebrò sventrando il centro storico e cacciando il popolo romano: iniziava la
lunga marcia di migliaia di sfollati verso le periferie, un esodo che ancora non
si è concluso.
Poi il Giubileo del 1950 consacrò la vendita definitiva della “capitale
corrotta” alla speculazione fondiaria: la Società Generale Immobiliare vaticana
otteneva dal Comune tutte le varianti e gli aumenti di cubature che voleva. I
benpensanti si finsero scandalizzati al conoscere le trame di quest’alleanza
segreta; con il Giubileo del 1975 quello stesso sistema era diventato legge.
La Chiesa si era rifatta l’immagine con il Concilio, il piccone risanatore
mussoliniano era diventato una scavatrice democristiana che piangendo i mali di
Roma distruggeva la città popolare, mentre lo Stato metteva a tacere chi lottava
contro il nuovo fascismo, insieme bigotto e consumista. A quel punto non ci si
scandalizzava più per il sistema, solo per i suoi effetti visibili: un corpo
massacrato in riva al mare, un diciannovenne ucciso dalla polizia, i figli dei
baraccati devastati dall’eroina.
Il Giubileo del 2000 fu una grande festa del there is no alternative, col buon
papa che lodava la solidarietà verso i poveri, applaudito da destra e sinistra
finalmente libere dallo spettro del comunismo; mentre il Comune svuotava la
città da ogni anima residua, da ogni vita e da ogni mistero. La conquista di
Monti e San Lorenzo completò la gentrificazione, che iniziò a lambire il
Pigneto; si iniziò a privatizzare le poche case ancora accessibili e a
consegnare il welfare pubblico al privato sociale. Si recintava la cultura,
affidando musei e festival a una società a gestione privata. Il sindaco ex
comunista cacciò i rom fuori dal Raccordo, mentre si costruiva un Cpr per
rinchiudere anche i poveri che non avevano commesso reati. Alberghi e catene di
moda colonizzarono la città dentro le mura. I nuovi sfollati, ipotecati e
automuniti, vennero stoccati nelle “nuove centralità”, milioni di metri cubi di
cemento sversati sull’agro romano per farne cittadelle private intorno a maxi
centri commerciali – Parco Leonardo, Porta di Roma – la cui unica via del Corso
è il Grande Raccordo Anulare. Per cooptare le voci critiche ci furono piccole
regolarizzazioni, delibere ad hoc, favori, lavori e pacche sulle spalle.
Un quarto di secolo dopo, tutti questi processi sono saltati al livello
successivo. Per il Giubileo 2025 sono stati invitati finalmente al gran bistrot
i capitali finanziari, i fondi immobiliari, le società di real estate, le catene
del lusso, da Milano e New York; per loro la città ha aperto tutte le fontane
che danno champagne – privatizzazioni, concessioni speciali, affidamenti
diretti, grandi deroghe. Il sindaco, ora anche commissario straordinario al
Giubileo fino a fine 2026, è dotato di superpoteri che gli permettono di
adattare ogni normativa alle richieste dei nuovi avventori. Invocando la formula
magica dell’“interesse pubblico” si può far sparire un bosco – come a
Pietralata, dove il magnate statunitense Friedkin vorrebbe un grande stadio
privato proprio accanto all’ospedale –; si possono privatizzare le spiagge, se
la Royal Caribbean chiede un porto privato tutto per lei, anche fuori dal comune
di Roma; si risolve in un baleno il dibattito decennale sul futuro dei Mercati
Generali, regalati per quattro soldi l’anno agli speculatori texani della Hines,
già amici del modello Milano, che ci faranno macro-parcheggi e studentati di
lusso; si può far costruire un inceneritore che vanifica decenni di raccolta
differenziata: sarà il centro profumato del nuovo quartiere di Santa Palomba.
Gli abitanti sfollati lì rimpiangeranno Porta di Roma. E intanto, si inventano
nuovi strumenti per sfrattare, sorvegliare e punire.
“La Royal Caribbean / non so chi cazzo sia / ve ne dovete solo andare via”,
gridavano a inizio novembre gli abitanti di Fiumicino in una grande
manifestazione contro il Porto Crocieristico. Pochi giorni prima c’era stata
un’assemblea pubblica ai Mercati Generali per protestare contro l’accordo tra il
Comune e Hines. Continui cortei attraversano i Castelli contro l’inceneritore a
Santa Palomba; un’altra manifestazione in difesa del lago Bullicante ha percorso
il Pigneto; a Pietralata gli abitanti si sono sdraiati davanti alle ruspe che
volevano abbattere il bosco; a Laurentino 38, a Spinaceto, a Casal Bertone, ci
si organizza in vista di possibili tentativi di sgombero delle occupazioni, e
contro i nuovi Student Hotel (o Social Hub); all’Idroscalo sono partiti gli
“Stati generali” per un piano popolare che restituisca dignità all’ultimo
quartiere autogestito di Roma – per nominare solo i casi meno conosciuti. L’anno
del Giubileo Roma è esplosa in enormi mobilitazioni per la Palestina, ma ha
visto anche un continuo lavoro di base per difendere i territori e unire le
lotte contro la speculazione con quelle contro la militarizzazione. Non è poco,
in un contesto in cui le liti, le spaccature e le guerre per il potere sono pane
quotidiano anche nei movimenti; e soprattutto di fronte ai continui tentativi di
cooptazione, favori, progetti, finanziamenti, incarichi, che provano a
imbrigliare le voci critiche. Un anello per domarli, un anello per ghermirli… e
nel buio incatenarli.
“La speranza non confonde”: era l’apertura della bolla papale che annunciava al
mondo questi dodici mesi di genocidio, deportazioni, arresti e torture di massa.
Invece è proprio la speranza a confonderci. Su che basi chi viene sfrattato,
espulso, imprigionato, chi non può pagare l’affitto o la spesa, dovrebbe sperare
in qualcosa, tipo il progresso, dio, il sindaco, il papa, o un progettino con
una fondazione privata? La speranza era l’ultimo dei mali del vaso di Pandora:
un grande mostro che rendeva tollerabile una vita infernale. Niente di più
controproducente oggi, quando dobbiamo invece leggere lucidamente le forze in
gioco per capire come e dove agire.
Eppure il Giubileo non era una festa della speculazione e dell’impoverimento del
popolo. Originariamente quello che si celebrava era la periodica remissione dei
debiti, la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei privilegi e delle
concessioni speciali. Era un anno sabbatico in cui si lasciava riposare la terra
per ricominciare da capo alla pari. Fino a metà Settecento il potere dei
creditori e dei proprietari non era assoluto: c’erano zone di rifugio per i
debitori, dove non potevano entrare esattori, guardie e ufficiali giudiziari, e
c’erano amnistie periodiche dei debiti e delle tasse. Ma dalla remissione dei
debiti materiali si è passati a quella delle “colpe” spirituali, eliminando la
giustizia dal Giubileo. I pellegrini che vengono a Roma oggi sperano nella
purificazione dell’anima, non certo nella riparazione dalle ingiustizie che
subiscono nei loro territori. L’unica speranza che servirebbe trasmettere ora è
proprio l’idea che questa macchina per fare profitti a costo delle vite altrui
si possa fermare, anche solo per un anno. Le città sono territori occupati,
colonizzati, alla meglio sono concessioni in scadenza: prima o poi andranno
restituite, e redistribuite. (stefano portelli)
TUTTƏ A ROMA PER LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE!
Cimitero Monumentale - Torino - Piazzale del Cimitero Monumentale, Corso Novara
135, Torino
(venerdì, 21 novembre 23:00)
Sabato 22 Novembre tuttə a Roma per la manifestazione nazionale!
Contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere,
SABOTIAMO GUERRE E PATRIARCATO
Anche quest’anno da Torino ci stiamo organizzando per scendere insieme a Roma e
partecipare alla manifestazione nazionale!
Se vuoi scendere con noi, COMPILA IL FORM che trovi tra i link in bio 𝐩𝐞𝐫
𝐩𝐫𝐞𝐧𝐨𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐥 𝐛𝐮𝐬!
Partenza da Torino (cimitero Monumentale) h. 23 del 21 Novembre
Ritorno da Roma (Anagnina) h. 21,30/22 del 22 Novembre
Dopo aver compilato il form verrai comunque poi ricontattatə con tutte le
informazioni su orari e luogo di partenza e di ritorno!
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Prezzo BASE: 55 euro
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Puoi pagare la tua quota o lasciare un biglietto sospeso per far viaggiare
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portarla di persona ai prossimi appuntamenti ed eventi di autofinanziamento
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che nessunə resti a casa
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BLACKOUT FORTE
C.S.O.A. Forte Prenestino - 169, Via Federico Delpino, 187, 00171 Roma
(sabato, 29 novembre 22:00)
Dopo sei anni riportiamo alcune trasmissioni di Radio Blackout direttamente al
Forte Prenestino. Resetclub, Chimera, Flip the Beat, Imballata, Riot on the
Sunset Strip insieme ai nostri amici Dj Kriminal e Maskk dei Kernel Panik vi
regaleranno una serata musicalmente indimenticabile. Sarà presente la distro di
Radioblackout.
Dalle 22:30 al Pub12DeTutto:
All djs from Radio Blackout
* Pix (hip-hop)
* Bubble Wrap (Nu UK Bass)
* Bucci ( Deconstructed/ breaks/ bass)
* Paolo Magoo (Soul Funky)
Tunnel, dalle 23:
* Maskk (Kernel Panik )
* Dj Kriminal (Kernel Panik)
* Yashin (From RBO)
* Valle (From RBO)
(archivio disegni napolimonitor)
C’è una pagina del libro di Galeano, Splendori e miserie del calcio, che tutti
gli appassionati dovrebbero conoscere a memoria. Parla di quella volta in cui il
suo amico e scrittore Osvaldo Soriano gli scrisse, raccontandogli di una strana
passeggiata. Insieme a un famoso attaccante del San Lorenzo de Almagro degli
anni Sessanta, José Sanfilippo, eroe della sua infanzia, Soriano si trovò a
camminare in mezzo agli scaffali di un supermercato negli anni dell’espansione
incontrollabile dei centri commerciali, verso la metà degli anni Novanta, nel
momento forse di maggiore dominazione culturale del modello consumistico
americano nel mondo.
Tra detersivi e prodotti per i pavimenti, salsicce e formaggi, Soriano racconta
come a un certo punto Sanfilppo, mentre la gente intorno cominciava a
incuriosirsi e a osservare con la stessa attenzione dello scrittore argentino
l’ex attaccante, lo invitò a fermarsi e osservare un punto in alto. «Pensa che
proprio qui insaccai quel gran tiro di punta a Roma nella partita contro il
Boca». Mentre il calciatore indicava il punto esatto in cui si era infilato un
pallone alle spalle di Antonio Roma, portiere del Boca Juniors, in un famoso
derby vinto dal San Lorenzo nel 1962, Soriano racconta che una donna
avvicinandosi confermò: «Fu il gol più rapido della storia».
Sanfilippo descrisse nei dettagli quel gol, come era maturato e quello che aveva
suggerito di fare a un compagno: «Appena comincia la partita mandami una palla
lunga in area». Quello era rimasto un po’ spiazzato, ma aveva eseguito la
consegna. La palla arrivò proprio dove doveva. «Me la mise qui! Il pallone
arrivò spiovente un po’ dietro i centrali, scattai ma andò a finire un po’ più
in là, dove adesso c’è il riso, vedi?».
Nonostante le scarpe eleganti e lo scomodo vestito blu, Sanfilippo si mise a
correre come un coniglio in mezzo agli scaffali e poi disse a Soriano: «La
lasciai cadere e… plum!». Fece finta di esplodere il sinistro e tutti voltarono
lo sguardo seguendo quel pallone immaginario che, sorvolando lamette da barba,
batterie stilo, e superando le casse, si insaccava come la prima volta. Cassiere
e clienti celebravano intanto gridando e spellandosi le mani per quel gol, come
se lo avessero visto realizzarsi di nuovo davanti ai loro occhi.
Questo testo descrive bene il dolore che abbiamo vissuto in tanti, troppe volte,
di fronte a cambiamenti urbanistici figli della speculazione e degli interessi
economici dei grandi colossi multinazionali. Proprio nel punto dove si trovavano
Sanfilippo e Soriano c’era infatti il campo storico del Club Atlético San
Lorenzo de Almagro, il Viejo Gasometro chiuso nel 1979 e infine sostituito da
uno dei primi e più grandi supermercati Carrefour di tutta Buenos Aires.
Fu il sindaco dell’allora giunta militare, Osvaldo Cacciatore, a firmare
l’ordine di esproprio del terreno, che sarebbe stato demolito poi nel 1983 e
all’inizio degli anni Novanta, in piena epoca Menem (il Berlusconi d’Argentina),
sostituito dal centro Carrefour. Erano ormai lontani i fasti degli anni Sessanta
e i gol di Sanfilippo, l’infanzia di Soriano e il boato delle tribune gremite.
Il Viejo Gasometro contava settantacinquemila posti ed era un luogo al quale i
tifosi del San Lorenzo erano affezionatissimi. La sua demolizione creò molte
proteste, che con il tempo non si sono placate. L’insistenza della tifoseria,
che non ha mai accettato di essere stata allontanata dal quartiere di Boedo, ha
dato in questo caso i suoi frutti: nel 2012 la hinchada azul-grana è riuscita a
imporre al comune di Buenos Aires l’approvazione di una legge grazie alla quale
Carrefour è stata costretta a restituire i terreni alla società del San Lorenzo,
che ne ha recuperato la proprietà. Grazie alla pressione dei tifosi e all’amore
per il luogo dove quella passione era nata, sta nascendo oggi un progetto di
ricostruzione dell’antico impianto, parte di una vera e propria operazione di
riappropriazione storica: “la vuelta a Boedo”.
Se la ricostruzione di uno stadio al posto di un centro commerciale avviene a
Buenos Aires, perché qualcosa di simile non dovrebbe poter accadere anche da
noi, dove il numero di piccoli impianti abbandonati lasciati all’incuria e
all’abbandono − si veda il caso dello storico campo della Roma a Testaccio − si
moltiplica anno dopo anno?
L’abbandono di vecchi impianti sportivi è sempre più evidente, ma lo è anche
l’attacco a quelli ancora in uso, sui quali si rivolge lo sguardo rapace della
speculazione. Poteva finire molto male, per esempio, l’esperienza di una delle
realtà di sport popolare della città di Roma, l’Atletico San Lorenzo. Nel cuore
del quartiere resiste però ancora oggi, quasi unico nel suo genere, un
bellissimo e ambitissimo campo di pozzolana. Il pericolo del suo smantellamento
a favore di una serie di campi di padel, per fortuna, è stato scongiurato, e
l’Atletico ha potuto continuare a svolgere la sua attività sul vecchio campo.
Non corre immediati pericoli di questo genere la Borgata Gordiani, che da
qualche anno investe in un progetto di sport popolare molte energie,
fronteggiando ostacoli di vario genere ben noti a chi prova a rimettere al
centro dell’attenzione la mancanza di spazi di socialità, sportivi o di altro
tipo, e si autorganizza sulla base di principi come quelli della solidarietà e
del mutualismo, costruendo percorsi politici capaci di disertare le violente e
ingiuste regole del mercato.
La disattenzione nei confronti dei dati su questo tema stupisce: non dovrebbe
destare molta preoccupazione il fatto che, nel nostro paese, la quantità di
metri quadrati di spazio pubblico a disposizione dei minori per l’attività
fisica sia tra le più basse in Europa? Secondo una recente ricerca di OpenPolis
e Con i bambini, a fronte di una superficie totale di circa ventisei milioni di
metri quadrati, i ragazzi nel nostro paese possono usufruire di uno spazio di
dieci metri a testa. A Roma, in particolare, così come nella maggior parte delle
città medio-grandi (da Bologna a Genova, da Milano a Reggio Calabria) lo spazio
garantito è di soltanto due metri quadrati, un numero clamorosamente più
piccolo, per esempio, rispetto a quello dei sessantasei di Ferrara, tra le città
più virtuose.
Ecco, più che dannarsi l’anima per costruirne uno nuovo, di stadio, forse
l’amministrazione capitolina dovrebbe mostrare uguale determinazione nel cercare
di restituire alla cittadinanza tutti quegli spazi sportivi oggi inaccessibili,
incoraggiando la pratica spontanea senza la quale il calcio non avrà altro
futuro se non quello di mero strumento di business. A discapito peraltro, sul
lungo periodo, di tutti quei progetti che faticosamente resistono e che provano
a dimostrare come sia possibile fare diversamente. (giovanni castagno)
(disegno di peppe cerillo)
Il 4 luglio alle otto di mattina un enorme boato scuote la città: è l’esplosione
di un distributore Gpl a Torpignattara – tra la piscina di Villa de Sanctis e la
scuola materna Romolo Balzani, a ridosso del quartiere di case cooperative
Casilino 23 e a due passi dalla via Casilina. Prima dell’esplosione avevano
preso fuoco anche un deposito di bombole di ossigeno della Croce Rossa e uno
sfasciacarrozze, creando una nube tossica di diossina; miracolosamente, la zona
non si era ancora riempita dei bambini che frequentano i campi estivi. Questa
parte di Roma fin dagli anni Sessanta doveva essere una zona per la logistica. I
proprietari dei terreni l’hanno però riempita di palazzine residenziali e così
oggi le industrie pericolose e inquinanti convivono con scuole, asili nido,
centri sportivi, zone archeologiche e quartieri densissimi (si veda qui). La
sera divampa un altro incendio nel parco del Forte Prenestino.
Il 6 a Parioli esercitazione antiterrorismo della polizia italiana intorno
all’ambasciata israeliana (non nei confronti di militari e civili israeliani
attivi nel terrorismo contro la popolazione di Gaza). Scendono le temperature:
l’8 luglio fa quasi freddo. Il Tar boccia le opposizioni della fu giunta Raggi a
un grande progetto di settemila metri quadri residenziali intorno alla Vela di
Tor Vergata, che quindi inizierà a breve, sempre giustificato dell’idea che
costruire nuove case fa sempre bene, anche in una città con centomila
appartamenti vuoti.
Il 9 alla manifestazione Sports beats borders dell’Esquilino partecipa una
squadra di bambini palestinesi arrivati dal campo profughi di Chatila. Muore
l’ispettore ustionato dall’esplosione del deposito di Gpl del 4 luglio:
fortunatamente è l’unica vittima mortale, ma ci sono decine di ustionati gravi,
centinaia di feriti, e un migliaio di bambini senza scuola. Il 10 al centro
congressi La Nuvola (Eur) si celebra una Conferenza sulla ricostruzione
dell’Ucraina, che blocca il traffico del centro: tra i partecipanti anche
l’attore Zelensky. Nel frattempo, a Torbellamonaca prende fuoco un palazzo:
settantadue nuclei familiari vengono evacuati. L’11 un aereo della polizia porta
a Roma dalla Grecia un uomo statunitense, accusato del duplice femminicidio
della moglie e della figlia trovate morte a inizio giugno a Villa Pamphili.
All’Idroscalo di Ostia inizia il festival del cinema Alice nella Città: il
maxischermo è montato proprio dove c’erano le case rase al suolo da Alemanno nel
2010. Un motociclista muore in incidente vicino Ostia Antica. Domenica 13 un
forte nubifragio spazza Roma con vento e pioggia: l’acqua entra anche
nell’ospedale Grassi di Ostia.
Lunedì 14 arrivano a Roma i familiari di Satnam Singh, il bracciante sikh di
Latina mutilato sul lavoro e lasciato morire dissanguato dal suo padrone. Una
consigliera Pd di Garbatella dichiara il passaggio a Fratelli d’Italia. Il
Tribunale di Roma sospende quattro poliziotti implicati nel traffico di droga di
San Lorenzo: anche loro erano strumenti della gentrificazione del quartiere, che
estrae valore dal territorio rendendo impossibile la vita a chi lo abita. Muore
un operaio kurdo investito da un’auto a Centocelle: è la settantottesima vittima
delle strade a Roma dall’inizio dell’anno. Il 15 il Comune stanzia due milioni
per riaprire la scuola Romolo Balzani, devastata dall’esplosione del deposito di
Gpl. Il 17 la polizia irrompe in casa di Chef Rubio e sequestra computer e Usb,
trattenendolo nel commissariato di Frascati fino a sera. Intanto, retata
razzista a piazza Vittorio: la Celere circonda un gruppo di migranti africani,
chiede documenti a tutti, li carica sul furgone e se li porta via. Il sindaco di
Roma è agli Stati generali della bellezza, nell’incantevole location di Cava de’
Tirreni, impegnato a dichiarare che “le periferie di Roma fanno schifo”.
Venerdì 18 il Tar respinge il ricorso contro l’abbattimento del bosco di
Pietralata per la costruzione dello stadio privato dell’imprenditore Friedkin,
mentre un picchetto antisfratto evita l’espulsione di un’anziana da un palazzo
di proprietà dell’Inps occupato da decenni. La guardia di finanza mette i
sigilli allo stabilimento balneare per vip V-Lounge di Ostia, che disponeva di
ottocento lettini. Il 19 un gruppo di attivisti di Ostia manifesta sulla
spiaggia, rivendicando il “mare libero” dalla privatizzazione rappresentata
dalle concessioni balneari. A Ostia tutta la parte centrale della spiaggia è
privatizzata, e le spiagge libere sono solo a molti chilometri dal centro,
difficili da raggiungere e mal collegate con i mezzi pubblici. Il 20 un passante
trova il cadavere di una donna al Mandrione, vicino ai binari del treno: era
scomparsa cinque giorni prima dalla zona di Ponte Mammolo.
Il 21 un gruppo di lavoratrici dello spettacolo occupa simbolicamente il Circolo
degli Artisti, chiuso dal commissario Tronca nel 2015 e mai più riaperto. Chiude
per una settimana la linea C della metropolitana, per i test delle nuove
stazioni di Colosseo e Porta Metronia. Il 22 alla Camera dei deputati si
inaugura un congresso sul Nuovo ruolo geopolitico di Israele: Maccabi World
Forum, Istituto Milton Friedman, Unione delle Associazioni Italia-Israele
(UAII), Israel’s Defend & Security Forum (ISDF) e Alleanza per Israele premiano
Matteo Salvini davanti a militari e deputati italiani, soprattutto della Lega,
con importanti rappresentanti dello stato genocida. Presidio intanto in piazza
Capranica contro l’assedio della fame a Gaza.
Il 23 il Comune annuncia l’acquisto del palazzo occupato in via Bibulo, a
Cinecittà-Don Bosco, che era stato già requisito anni fa dall’allora presidente
del municipio Sandro Medici: i proprietari erano un monsignore, un camorrista e
una contessa che lo tenevano vuoto. Il 24 un uomo incendia due macchine della
polizia davanti al commissariato di via Farini; un altro spara contro il
buttafuori di una discoteca all’Eur, ferendolo alla testa; un incendio distrugge
il chioschetto di piazza Vittorio. Intanto il Comune approva la qualifica di
“interesse pubblico” per uno studentato privato da seicento euro al mese su
terreni pubblici dei mercati generali di Ostiense: la corporazione immobiliare
Hines lo avrà in concessione per sessant’anni senza neanche un limite ai canoni
d’affitto. La “città dei giovani” immaginata da Veltroni è un regalo ai privati
ancora più grande dei vecchi piani di zona. Il 25 presidio solidale davanti al
Cpr di Ponte Galeria, dove continuano a essere rinchiuse persone che non hanno
commesso alcun crimine: l’anno scorso un ragazzo di vent’anni rinchiuso lì
dentro si era suicidato.
Il 28 luglio inizia il temuto giubileo dei giovani, il grande evento estivo per
il quale si attendono decine di migliaia di giovani pellegrini da tutto il
mondo: all’evento analogo del Duemila, oltre due milioni di ragazzi e ragazze
cattoliche avevano inondato la zona di Tor Vergata che il Comune aveva costruito
con novantuno miliardi di vecchie lire. L’area è la stessa oggi. Nella stessa
giornata spari a Cinecittà, e anche ad Acilia, dove una ragazza egiziana viene
colpita per errore ad una gamba. Il 29 otto attiviste e attivisti del movimento
per il diritto all’abitare subiscono perquisizioni domiciliari e il sequestro
dei dispositivi elettronici da parte di carabinieri e digos: ennesima operazione
di criminalizzazione legittimata con un’inchiesta sui “contributi da 3/5 euro”
(cit.) per le spese di manutenzione delle occupazioni abitative in cui vivono.
Il 30 un incendio distrugge uno stabilimento balneare a Maccarese. Il 31 inizia
la demolizione dell’ex Fiera di Roma: il progetto prevede di trasformarla in una
Città della gioia: né più né meno che trentacinquemila metri quadri di nuove
palazzine di proprietà del Fondo Orchidea di Banca Finint, e intorno la zona
verde obbligatoria per gli standard urbanistici. (stefano portelli)
(disegno di peppe cerillo)
Il 1 giugno il Giro d’Italia raggiunge la capitale: sia a Roma che a Ostia la
popolazione accoglie i ciclisti israeliani sventolando bandiere della Palestina.
Il 2 le frecce tricolori sorvolano il centro della capitale, e le parate
annunciano la nuova militarizzazione della vita pubblica, l’entrata in guerra,
l’aumento della spesa militare, la difesa di uno stato genocida. Il 5, mentre in
Senato si approva il Decreto Sicurezza (poi fortemente messo in discussione
dalla Corte di Cassazione), c’è un tentativo di sgombero nel residence per
l’emergenza abitativa di Val Cannuta: le famiglie che lo abitano occupano la
strada e affrontano la polizia. Il 7 giugno scende in piazza per Gaza
addirittura il Pd: è la più grande manifestazione dall’inizio del genocidio, ma
dal palco parla anche chi si definisce “orgogliosamente sionista”. Nel
frattempo, a Villa Pamphili viene trovato il cadavere di una bambina neonata, e
il corpo di una donna rinchiuso in un sacco nero.
Referendum dell’8 e 9, al seggio si presentano meno del venticinque per cento
dei votanti romani, anche se le periferie danno miglior prova del centro. Lunedì
9 dei picchetti fermano due sfratti a Cinecittà Don Bosco e a Casalbruciato.
Pomeriggio al Pantheon: presidio di solidarietà con la Freedom Flotilla,
bloccata da Israele in acque internazionali. Il 10 il Comune annuncia l’acquisto
futuro di ben mille e trecento case, di cui mille da Enasarco, ente
previdenziale privatizzato che ne aveva più di diciassettemila a Roma. L’11
grande manifestazione antisionista a Garbatella. Nel frattempo, la giunta
regionale approva l’ennesimo piano di sblocco della cementificazione. Sabato 14
un corteo di centinaia di migliaia di persone, forse un milione, sfila per il
Pride, da piazza della Repubblica a Terme di Caracalla, anche con tante bandiere
palestinesi: alle cinque si sospende la musica per cinque minuti, in ricordo
delle vittime del genocidio. Nel pomeriggio c’è un presidio di solidarietà di
alcune decine di persone davanti all’ambasciata iraniana a Roma, dopo i
bombardamenti israeliani sull’Iran. Circa cinquecento persone manifestano per la
Palestina anche in Tuscia, a Orvieto.
Il 17 un nubifragio si abbatte su tutta Roma. Il 19 a Ostia va a fuoco il
Village, lo stabilimento “sottratto ai clan”. Sempre a Ostia c’è un incidente
mortale tra una moto, una smart e un motorino: i familiari delle persone
coinvolte aggrediscono i medici dell’ospedale Grassi. Il 20 bruciano otto
macchine sul lungotevere in zona Marconi. Sciopero generale: proteste sotto la
sede di Leonardo sulla Tiburtina. Sabato 21 due grandi cortei contro guerra e
riarmo, uno da piazza Vittorio, l’altro da Porta San Paolo. Il 23, alla vigilia
di San Giovanni, cade una banda di trafficanti marocchini che spacciava il fumo
per le strade di San Lorenzo: la banda contava sulla complicità di ben sette
poliziotti del commissariato di zona, che da anni restituivano loro l’hashish
sequestrato, falsificavano i documenti, e naturalmente incassavano i proventi.
Due sono arrestati e gli altri cinque indagati. Il 24 il sindaco annuncia un
“rimpasto di giunta” che riequilibra le varie correnti Pd: a guidare i progetti
Pnrr per Torbellamonaca e Corviale mette una vecchia guardia del partito;
l’assessore al personale diventa vice-capo di gabinetto; una consigliera (e
presidente del Pd romano) si dimette per diventare capa della segreteria del
sindaco, in barba a chi l’aveva votata per esercitare un altro ruolo. La notte
un ragazzo di trentacinque anni in scooter viene travolto e ucciso da un’auto
rubata, su viale Kant.
Il 25 notte una bomba carta devasta una palestra di boxe a Ostia, forse una
ritorsione dopo la sentenza del processo dell’ultrà Diabolik. Il 26 inizia il
caldo estremo, e con il caldo gli incendi: brucia il pratone di Torrespaccata,
una grossa area verde della periferia est, su cui ci sono forti mire
speculative. Due incidenti durante la notte: muoiono un cinquantenne sullo
scooter a Torvaianica e un motociclista di quarant’anni sulla Lauentina:
diciassette morti sulle strade dall’inizio di giugno. Il 27 il Comune annuncia
l’installazione di una ruota panoramica sul lungomare di Ostia. La Regione
intanto approva una variazione del bilancio di oltre dodici milioni di euro, che
però andranno solo all’efficientamento energetico delle proprietà Ater (non si
sa se le case popolari, o solo gli uffici), per il trasporto disabili su gomma,
e per la partecipazione all’iniziativa “Vie e cammini di San Francesco”. Il 28
pomeriggio un ragazzo del Bangladesh di ventisette anni viene accoltellato e
ucciso durante un picnic, forse da un ladro, al parco della Montagnola.
In tutto ciò, in Vaticano si continua a giubilare: tra il 23 e il 28 si
celebrano il giubileo dei seminaristi, dei vescovi, dei presbiteri e delle
Chiese Orientali. (stefano portelli)
(disegno di elena mistrello)
Qualche anno fa, in una concitata assemblea di lavoratori sociali, qualcuno
suggeriva ai presenti di guardare al sociale come un laboratorio dove il sistema
neoliberale sperimenta processi di sfruttamento, e di auto-sfruttamento, che nel
tempo, a macchia d’olio, si consolidano in altri settori del mercato del lavoro.
In questo settore, a fronte della crescita del fatturato e dell’organico
dell’impresa sociale, si mantiene una struttura apparentemente orizzontale, che
attraverso la permanenza delle figure dei soci lavoratori diffonde un’idea di
cooperativa come famiglia, funzionale in realtà alla cancellazione dei diritti
residuali sanciti dal contratto collettivo nazionale. In questo scenario si
colloca la storia che vogliamo raccontare.
L’Apriti Sesamo, accreditata al servizio di inclusione scolastica di Roma
Capitale, nel 2023 vantava un fatturato di circa quattro milioni e un organico
di centosettanta persone tra soci e dipendenti; ma nell’ottobre 2024 ratificava
nell’assemblea tagli sugli stipendi per i soci: 85 euro lordi sulla retribuzione
lorda, sulla quattordicesima, sui permessi retribuiti, le ferie, la malattia, e
inoltre formazione pagata al cinquanta per cento, con una riduzione dello
stipendio, per ogni lavoratore, tra i duecento e i trecento euro al mese.
L’8 aprile 2025, Apriti Sesamo invia una email ai lavoratori non soci, dove a
seguito di motivazioni legate alla pandemia, li convoca per discutere
sull’applicazione dei tagli. Il 22 aprile, i dipendenti vengono chiamati in
un’assemblea, alla presenza dei sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil), dove i
dirigenti della cooperativa illustrano il quadro economico e chiedono di fare
sacrifici facendo leva sul solito schema familistico. La cooperativa informa poi
i dipendenti sulla decisione di indire un referendum, il 23, 24 e 28 aprile, per
“decidere” se accettare o meno i tagli.
Ai sindacati di base (Usb e Cub) viene preclusa la possibilità di partecipare,
negando di fatto una discussione sulla vicenda. Il 21 aprile l’Usb, il sindacato
della lavoratrice che intervistiamo, e la Cub, proclamano lo stato di agitazione
e inviano due lettere di diffida: una il 30 aprile e l’altra il 5 maggio, contro
l’applicazione dei tagli ai loro iscritti. Il 30 aprile vengono pubblicati i
risultati del referendum: su 99 aventi diritto, il sì prevale di 62 voti, mentre
il no si ferma a 14. Mentre sono 23 le persone che si astengono. I tagli partono
dal primo maggio, ma i lavoratori li vedranno applicati in busta paga solo a
luglio, poiché lo stipendio viene erogato abitualmente con due mesi di ritardo.
Il 12 maggio, i consiglieri dell’assemblea capitolina, Antonio De Santis e
Flavia De Gregorio, chiedono la convocazione urgente della commissione scuola di
Roma Capitale, per analizzare la situazione della cooperativa Apriti Sesamo. Un
passaggio importante, quest’ultimo, visto che secondo la legge 104/92, il Comune
è titolare del servizio di assistenza scolastica che supporta i ragazzi con
disabilità nelle scuole di ogni ordine e grado.
A partire dall’anno scolastico 2022-23, l’erogazione del servizio avviene
tramite il sistema dell’accreditamento. Al momento in cui intervistiamo la
lavoratrice, i dipendenti Apriti Sesamo attendono risposte ufficiali dal comune
di Roma Capitale.
Che è successo l’8 aprile?
«Quel giorno ricevo una mail in cui vengo convocata dalla cooperativa insieme ai
miei colleghi, dipendenti non soci, per parlare di un piano di tagli che sarebbe
stato approvato qualora i dipendenti avessero votato sì. Leggo la mail e penso:
parlerò con i sindacati di base. È una questione collettiva e non ho pensato di
agire da sola, non ho nemmeno risposto alla mail. Il risultato è stato che il
sindacato ha dichiarato lo stato di agitazione dei suoi iscritti. Sono andata
all’assemblea con questa consapevolezza. Ma soprattutto non ero preoccupata
perché ho pensato: ti pare che una persona va a votare per il taglio del proprio
stipendio? Ho avuto fiducia nelle persone e come sempre ho sbagliato.
Quando hai capito che la situazione avrebbe preso una brutta piega?
«Il giorno dopo aver ricevuto la mail sono andata a parlare con le poche
colleghe che lavorano con me a scuola, pensando che fossimo tutte d’accordo. In
particolare una ragazza mi dice: “Non abbiamo altra scelta, io con loro mi trovo
bene, ci lavoro da anni, perché dobbiamo votare no? Sono sacrifici che dobbiamo
fare tutti quanti!”. Quando anche le altre colleghe mi hanno detto che avrebbero
votato sì, mi è salita una rabbia incredibile. Ho dormito male e ho provato a
immaginare quello che i miei colleghi avrebbero potuto dire e quello che avrei
potuto rispondere. Iniziavo a pensare che saremmo stati una minoranza. In
assemblea c’erano una cinquantina di persone, tutte silenti, pendevano dalle
labbra del presidente della cooperativa, ascoltavano, annuivano. Avevano già
accettato i tagli. Io e una collega che la pensava come me, ci siamo messe in
fondo alla sala. Allora una delle lavoratrici storiche della cooperativa si è
messa dietro di noi per vedere se stavamo registrando la riunione. Quando ho
chiesto il microfono, ho detto una cosa molto semplice: “Come alcuni di voi
sapranno è stato dichiarato lo stato di agitazione dei dipendenti iscritti a
Usb. Noi non siamo d’accordo rispetto ai tagli e faremo tutto quello che è in
nostro potere per impedire che venga applicata una cosa del genere”. Mi tolgono
il microfono dalle mani e vengo attaccata da una lavoratrice per una questione
personale: tempo prima mi ero confidata con una collega della scuola, dicendo
che volevo cambiare lavoro e questa è andata a raccontarlo alla cooperativa. Lei
mi ha urlato in faccia e io mi sono un po’ spaventata. Ero sola, non avevo il
mio sindacato di riferimento, erano tutti palesemente contrari a quello che
stavo dicendo. Ho iniziato a tremare, non ho vissuto bene l’aggressione, me ne
sono andata via. Sono tornata a casa e sono rimasta per tutto il fine settimana
a letto, non sono riuscita a studiare, non ho visto nessuno. Mi sentivo l’ansia,
il mal di stomaco, non riuscivo a dormire al pensiero di tornare al lavoro. A
scuola non mi sono esposta.
Che significa per te lavorare nel sociale?
«Quando inizi sei contenta perché pensi di stare facendo qualcosa di utile. Nel
momento in cui ti rendi conto che vai a lavorare per il benessere altrui, ma che
il tuo benessere è messo da parte, questo ti lascia svuotato. E quella
motivazione che avevi nello svegliarti la mattina viene meno. Per citare Freire,
l’educazione deve servire alle persone per liberarsi dalla loro condizione di
oppressi. Ma nel momento in cui tu stesso sei oppresso dal sistema, c’è un
meccanismo che si inceppa. Lavorare nel sociale ti sfinisce: sai che vieni
sfruttato fino all’osso, che vieni pagato poco, che il tuo lavoro è invisibile.
E quello che ti viene a mancare è l’umanità. Parlando di scuola, quest’anno, non
ho avuto una parola di conforto da parte di nessuna insegnante. Colleghe che
fanno un lavoro assimilabile al mio, ma lavorano quattro ore al giorno. Tu sei
vista come quella che deve lavorare otto ore al giorno. C’è qualcosa che non
funziona. E il prezzo di tutto questo lo pagano non gli imprenditori sociali, ma
le persone fragili e quelle che lavorano.
Che idea ti sei fatta dei sindacati?
«I sindacati confederali rappresentano il fallimento dei sindacati. Hanno una
struttura profondamente gerarchica, sono lì a parlare in rappresentanza dei
lavoratori, ma hanno mai parlato con i lavoratori? Se, come in questo caso,
difendi datori di lavoro che avallano il taglio allo stipendio di chi svolge un
lavoro povero, significa che non stai facendo il tuo lavoro. Io mi chiedo come
fanno a potersi definire sindacato. Hanno fortemente voluto il sistema
dell’accreditamento. Il contratto collettivo nazionale l’anno scorso lo hanno
firmato loro.
Come ti senti a essere una lavoratrice sospesa?
«Ho un rapporto ambivalente: c’è una parte di me che vive i tre mesi di
disoccupazione quasi come una liberazione dal lavoro, e dall’idea di essere
sfruttata. Nonostante a livello economico sia molto duro sopravvivere, visto che
pago l’affitto e vivo in una città molto cara, in qualche modo lo percepisco
come un tempo per liberarmi dalle pressioni, quasi come se preferissi percepire
un reddito più basso piuttosto che sentirmi sfruttata. Avere tre mesi di libertà
è un pensiero che mi aiuta ad arrivare viva a giugno. Trovo assurda la questione
del part-time ciclico verticale, perché i colleghi e le colleghe che hanno
dovuto firmare un contratto a tempo indeterminato, per quei tre mesi non hanno
accesso alla disoccupazione, quindi devono continuare a lavorare nei centri
estivi in cui vengono sfruttati di più rispetto alle scuole, perché ti pagano
cinque euro l’ora. E soprattutto il lavoro di educatore è usurante, anche noi
come i docenti dovremmo avere dei mesi per riprenderci. Viviamo in un ambiente
lavorativo talmente precario e ingiusto, che sono arrivata a considerare la
disoccupazione come una manna dal cielo. Io non firmerò mai un contratto a tempo
indeterminato con una cooperativa. Non lo farò mai, e questo mi aiuta a
percepire questo lavoro come temporaneo, perché non lo puoi fare tutta la vita».
(giuseppe mammana)