Mentre negli stabilimenti ex Ilva si continua a morire (l’ultimo incidente
mortale risale al 12 gennaio scorso) ,si parla di cedere gli impianti al fondo
speculativo americano Flacks . Le prospettive occupazionali sono tetre sono in
cassa integrazione ormai circa 3.600 lavoratori degli impianti tarantini su meno
di ottomila “diretti” dipendenti e si lincenzia anche nell’indotto come i 218
lavoratori della Semat sud di Taranto.
I lavoratori ex Ilva di Genova sono scesi in piazza rivendicando la
nazionalizzazione e reclamando la riconversione ecologica della produzione
contro la dicotomia ambiente /lavoro .
A Taranto invece si ragiona sulla bonifica per programmare un futuro diverso,
lontano dalla “monocultura dell’acciaio” e dalla logica del sacrificio. Il piano
Taranto elaborato da comitati cittadini è un documento contenente le linee guida
per la riconversione economica e sociale del territorio in ottica di chiusura e
alternativa radicale alle industrie invasive che attualmente vi insistono e che
sono portatrici di inquinamento e morte, oltre che di depressione economica ed
etica.
Si prospetta una chiusura dell’impianto e la bonifica di un’area grande il
doppio di Taranto utilizzando le competenze degli operai ora in cassa
integrazione considerando che dal 2012 a oggi lo stato ha già speso 3,6 miliardi
di euro per tenere in vita l’Ilva, attraverso una lunga sequenza di contributi,
prestiti, ingressi pubblici nel capitale, finanziamenti dei soci e misure
emergenziali. Una cifra enorme che, secondo il movimento, non racconta
l’esistenza di un piano industriale o sociale credibile, ma solo una catena di
salvataggi temporanei.
Ne parliamo con Raffaele Cataldi uno tra i fondatori del Comitato Cittadini e
Lavoratori Liberi e Pensanti.