Partendo dalla macchina della condanna messa in moto dal mondo politico dopo i
fatti di sabato scorso a Torino, in questa puntata di Macerie su Macerie
proviamo a riflettere sul legame tra l’inasprimento delle politiche securitarie,
la loro propaganda e il concetto di guerra civile. Per chiarire meglio questo
tema complesso, dialoghiamo con una compagna che vive negli Stati Uniti e che,
seguendo questa chiave di lettura, ci racconta cosa sta succedendo oltreoceano.
Con “guerra civile” non intendiamo il classico scontro tra due parti
contrapposte sullo stesso territorio, ma una forma di conflitto diffuso, interno
agli Stati e senza regole chiare, caratterizzato da una violenza potenzialmente
senza limiti, tipica delle società contemporanee. Può sembrare un paradosso, ma
è proprio nelle società che appaiono meno conflittuali che questo tipo di
violenza si diffonde più facilmente. E quando invece il conflitto sociale
emerge, mette in crisi le immagini e i discorsi ormai logori con cui politica e
media spiegano solitamente la violenza endogena. La guerra civile, quindi, non è
un’eccezione marginale, ma una dimensione strutturale che attraversa ogni ordine
politico, anche quelli che si presentano come stabili. Prenderla sul serio
significa riconoscerne il suo ruolo centrale, teorico e storico, nel mostrare il
rapporto consustanziale tra guerra e politica, svelando come il diritto non sia
un argine, ma a volte una maschera ideologica, altre uno strumento di
repressione esplicita di alcuni movimenti dentro alle società che non seguono il
suo corso.