L’ondata di indignazione per l’assassinio di Renee Good e Alex Pretti lo scorso
gennaio ha reso ancora più incandescenti le strade di Minneapolis. Il nuovo capo
dell’ICE, Homan, ha scelto di spostare i 2000 agenti dalla città al resto dello
Stato, di rinchiudere i migranti rastrellati in galera, per evitare le proteste
di fronte ai centri di raccolta nei quartieri.
Ma è solo un aggiustamento di tiro: la direzione resta la medesima. Ingenti
fondi sono stati stanziati per lCE, con l’obiettivo di raddoppiare gli
effettivi.
Chi critica l’ICE e supporta le reti di resistenza nei quartieri finisce in
galera. Kyle Wagner è stato arrestato per aver definito “gestapo” gli agenti che
stanno terrorizzando la sua città, invitando a seguirli e smascherarli.
Non c’è stato bisogno di decreti sicurezza, dato che in USA siamo in democratura
ormai consolidata. Quello di Wagner è un fermo preventivo.
Ne abbiamo parlato con Martino Mazzonis, giornalista
Ascolta la diretta:
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LE AZIENDE SANITARIE ITALIANE AFFIDANO LA PROPRIA CYBERSICUREZZA AD IMPRESE
LEGATE ALLE UNITA’ SPECIALI DELL’IDF
La pandemia ha accelerato i processi di digitalizzazione della sanità, tanto che
le viene dedicata una delle voci principali del PNRR. Questa enorme mole di dati
però corre il rischio di venire utilizzata per “fini secondari”. Un caso
eclatante di utilizzo secondario dei dati sanitari è quello di ELITE, la
piattaforma in dotazione all’ICE che usa i dati di Medicaid per compilare le
deportation list. Ma chi controlla i dati sanitari italiani ed europei
I fascicoli sanitari elettronici di milioni di persone che hanno avuto accesso
alle cure in italia, lo stesso tipo di dati che negli Stati Uniti l’ICE utilizza
per deportare le persone senza documenti, sono nelle “cassaforti digitali” di
aziende israeliane legate alle unità speciali dell’esercito sionista, in
particolar modo all’unità 8200, la stessa che ha progettato LAVENDER,
l’intelligenza artificiale usata da Israele per colpire i palestinesi.
Partendo dalla macchina della condanna messa in moto dal mondo politico dopo i
fatti di sabato scorso a Torino, in questa puntata di Macerie su Macerie
proviamo a riflettere sul legame tra l’inasprimento delle politiche securitarie,
la loro propaganda e il concetto di guerra civile. Per chiarire meglio questo
tema complesso, dialoghiamo con una compagna che vive negli Stati Uniti e che,
seguendo questa chiave di lettura, ci racconta cosa sta succedendo oltreoceano.
Con “guerra civile” non intendiamo il classico scontro tra due parti
contrapposte sullo stesso territorio, ma una forma di conflitto diffuso, interno
agli Stati e senza regole chiare, caratterizzato da una violenza potenzialmente
senza limiti, tipica delle società contemporanee. Può sembrare un paradosso, ma
è proprio nelle società che appaiono meno conflittuali che questo tipo di
violenza si diffonde più facilmente. E quando invece il conflitto sociale
emerge, mette in crisi le immagini e i discorsi ormai logori con cui politica e
media spiegano solitamente la violenza endogena. La guerra civile, quindi, non è
un’eccezione marginale, ma una dimensione strutturale che attraversa ogni ordine
politico, anche quelli che si presentano come stabili. Prenderla sul serio
significa riconoscerne il suo ruolo centrale, teorico e storico, nel mostrare il
rapporto consustanziale tra guerra e politica, svelando come il diritto non sia
un argine, ma a volte una maschera ideologica, altre uno strumento di
repressione esplicita di alcuni movimenti dentro alle società che non seguono il
suo corso.
La caccia agli immigrati irregolari negli Stati Uniti si è trasformata in una
strategia del terrore: il governo federale mette sotto inchiesta i suoi
oppositori, mentre gli agenti conducono i raid con cinismo, facendosi servire a
tavola dalle persone che poi arresteranno. È quanto succede in Minnesota,
diventato il cuore della svolta autoritaria dell’amministrazione Trump, che ha
messo sotto inchiesta il governatore Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis,
Jacob Frey, entrambi democratici, accusati di «ostacolare le attività dell’Ice».
I loro nomi si aggiungono al lungo elenco di oppositori del governo finiti nel
mirino del dipartimento di Giustizia e del Pentagono.
Ne abbiamo parlato con Martino Mazzonis, giornalista esperto di States
Ascolta la diretta:
Prima dell’omicidio di Alex Pretti ,un infermiere di terapia intensiva presso il
dipartimento governativo per i veterani di guerrra e attivista,avvenuto con un
efferata esecuzione da parte delle squadracce dell’ICE ,si era svolto a
Minneapolis un partecipato sciopero generale contro il governo federale. Uno
sciopero iper-politico con una manifestazione estremamente partecipata
nonostante le temperature polari, in quella che è stata chiamata la “Giornata
della Verità e della Libertà”. Lo sciopero è stato il punto di condensazione
della mobilitazione dal basso che sta coinvolgendo le twins cities del Minnesota
che supera di slancio le timidezze dei sindacati la codardia dei democratici
.Una rete di solidarietà si estende in tutta la città, nelle scuole, per cercare
di aiutare gli studenti e le famiglie immigrati. Prevedendo che qualcosa del
genere accadesse, l’organizzazione è iniziata più di un anno fa e questa rete è
stata davvero importante nell’aiutare le persone a reagire rapidamente. Ci si
organizza con un qualche tipo di sistema di sostegno e controllo, che include il
contatto con le famiglie colpite, l’attuazione di misure di mutuo soccorso, che
si tratti di fornire un passaggio per andare e tornare dal lavoro, o cibo, o
cose che non possono fare perchè hanno troppa paura di uscire di casa.
La situazione è ormai talmente tesa che il sindaco di Minneapolis, un tranquillo
democratico come Jacob Frey, ha annunciato di aver formalmente richiesto
assistenza alla Guardia Nazionale per supportare gli agenti del dipartimento di
polizia di Minneapolis. Ci si potrebbe trovare di fronte ad un confronto in armi
tra due organi dello stato ,i prodromi di una guerra civile americana le cui
radici sono saldamente ancorate allle fratture di una società disuguale e
violenta fondata sulle teorie suprematiste che tanto piacciono a Trump e ai suoi
consiglieri.
Ne parliamo con Giovanna Branca del “Manifesto”
RESISTENZA POPOLARE ALL’OCCUPAZIONE DI MINNEAPOLIS
Prosegue l’occupazione militare di Minneapolis da parte dell’ICE. Prima e dopo
l’uccisione di Renee Good, un vasto movimento popolare si è organizzato per
rispondere alla violenza delle milizie federali. L’ICE ha represso la
solidarietà e la rabbia della popolazione con crescete violenza e con più di 170
arresti di persone con documenti americani, in quella che ormai è una prova di
forza che trascende il controllo delle frontiere. L’ICE, è un esercito costruito
negli anni da amministrazioni repubblicane e democratiche che Trum sta
utilizzando per testare la sua capacità di reprimere il dissenso. In questo
approfondimento analizziamo l’uso di tecnologie sorveglianti da parte di ICE, la
torsione repressiva e propagandistica delle politiche di frontiera coi suoi
impatti macroeconomici negli USA, le preocupanti similitudini con la riforma
delle agenzie europee Europol e Frontex. Parleremo, grazie al contributo diretto
di chi si organizza a Minneapolis, dei Network di Rapid Response, delle
possibilità di ribaltare le geometrie ottiche della sorveglianza e delle
tensioni interne ai movimenti di autodifesa vicinale negli Stati Uniti.
Ulteriore materiale di approfondimento sui Rapid Response Networks e sulle
tecnologie sorveglianti in dotazione ad ICE
INGERENZE SIONISTE NELLA GIUSTIZIA OCCIDENTALE
Dopo un rapido aggiornamento sulla lotta dei Prisoners for Palestine in sciopero
della fame parliamo delle ingerenze dello stato sionista nei sistemi di
giustizia internazionali e nazionali degli alleati occidentali.
Felice Mometti commenta queste ultime giornate americane, tra violenze dell’ICE
e proteste nella città di Minneapolis.
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete. Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche
in streaming
Ascolta e diffondi l’audio della puntata:
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Le squadracce di Trump
L’assassinio di Renee Good è stata solo l’ultima delle esecuzioni
extragiudiziali dell’ICE, agenzia federale che Trump ha scatenato contro i
migranti. L’ennesimo atto di una guerra civile che ha preso le mosse con la
grazia ai golpisti di Capitol Hill e continua con continui attacchi alla libertà
di espressione, di movimento, di opinione.
Difficile pensare che Trump non punti a cambiare le regole del gioco sino a
ricandidarsi per un terzo mandato.
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
Palestina. Geografie del dominio: radici simboliche e materiali
L’epoca post coloniale, lungi dal chiudere i conti con il tempo degli imperi, ha
aperto la strada a conflitti innescati dal ridefinirsi in chiave neocoloniale di
dinamiche di controllo a livello globale, nutrendosi alla fonte avvelenata del
nazionalismo, delle religioni, dello sfruttamento feroce di esseri umani e
risorse.
Lo spazio geografico del Mediterraneo orientale, con l’enorme carico simbolico
rappresentato dalla presenza di luoghi legati alle religioni abramitiche, nel
1918 passa sotto controllo della Gran Bretagna, che lo sottrae all’impero
ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale.
Proveremo a dipanare le vicende che seguono quell’evento, evidenziandone
similitudini e differenze con i processi di decolonizzazionedi quell’epoca,
segnata da massacri, pulizie etniche, esodi di massa, in vari angoli del
pianeta.
Seguendo il filo dei confini disegnati con il righello ma intrisi di sangue,
proveremo a cogliere i vari passaggi che hanno portato alla situazione odierna.
Una situazione che nel Mediterraneo orientale, ricalca processi che ritroviamo
ovunque a livello planetario.
Processi che, con diversi livelli di violenza segnano il nostro tempo.
Il nostro sguardo non è neutro, perché, collocandoci dalla parte degli oppressi
e degli sfruttati, ci ponetra chi lotta per abolire Stati, frontiere, eserciti.
Con Fabrizio Eva, geografo politico, anticipiamo alcuni dei temi che verranno
affrontati nell’incontro che si terrà a Torino venerdì 9 gennaio.
Iran. Crepe nel regime
“Né dispotismo religioso, né monarchia; donna, vita, libertà”. Questo messaggio
viene dal carcere ed echeggia nelle strade.
Dal 28 dicembre si susseguono le proteste in Iran. Innescate dalla gravissima
crisi economica, che, complice l’inflazione galoppante colpisce, oltre ai più
poveri, anche i ceti medi.
Le proteste partite dal Bazar di Teheran si sono estese a centinaia di località
in tutto il paese, con una contestazione diretta al regime teocratico iraniano.
La repressione è durissima, ma non ferma le proteste.
La partita è complessa, perché sul cambio di regime scommettono anche gli Stati
Uniti e Israele, che sostengono la candidatura dell’ultimo esponente della
dinastia Palhavi.
Chi scende in piazza si autorganizza e rifiuta le ingerenze esterne che
potrebbero rinforzare il regime in chiave identitaria.
Ne abbiamo parlato con Lollo
Appuntamenti:
Palestina. Le geografie del dominio: radici simboliche e materiali
Venerdì 16 gennaio
ore 21
corso Palermo 46
Interverrà Fabrizio Eva, geografo politico
A-Distro e SeriRiot
ogni mercoledì
dalle 18 alle 20
in corso Palermo 46
(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro
SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte
Vieni a spulciare tra i libri e le riviste, le magliette e i volantini!
Sostieni l’autoproduzione e l’informazione libera dallo stato e dal mercato!
Informati su lotte e appuntamenti!
Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46
Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30
per info scrivete a fai_torino@autistici.org
Contatti:
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Estratti dalla puntata del 22 dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che
Brucia
SGOMBERO ASKATASUNA E ECONOMIA DELLA REPRESSIONE
Partiamo con un articolo (suggerito da una persona all’ascolto) che ci consente
di riflettere sul profilo di economia della repressione sovrapposto allo
sgombero di Askatasuna:
PRISONERS FOR PALESTINE
Mentre va in onda la puntata, sei Prisoners for Palestine (Qesser Zuhrah, Amu
Gib, Heba Muraisi, T Hoxha, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello) stanno proseguendo
lo sciopero della fame in condizioni critiche: nell’ultima settimana, oltre 800
sanitari hanno segnalato il “concreto rischio di morte per questi giovani
cittadini britannici in carcere senza una condanna”. Cinque di loro hanno dovuto
ricorrere a ricoveri ospedalieri, come nel caso di Qesser, per la quale sono
state indispensabili mobilitazioni davanti al carcere affinché le fosse
consentito il trasferimento in ambulanza.
/ / /
AGGIORNAMENTO: Nella serata del 23 dicembre 2025 apprendiamo che Amu e Qesser
hanno interrotto lo sciopero della fame. Nel frattempo a Londra al termine di
un’azione contro la compagnia assicurativa Aspen in solidarietà con prigionierx
di Palestine Action, l’attivista Greta Thunberg veniva fermata e incriminata per
“supporto a un gruppo proscritto sotto la legge anti-terrorismo”.
/ / /
Parallelamente proseguono arresti e intimidazioni verso chi si esprime a favore
di Palestine Action o semplicemente contro le politiche di oppressione e
sterminio portate avanti da Israele e dal suo esercito terrorista.
Sul fronte repressivo occidentale, osserviamo come sia all’opera una
compressione della libertà di contestazione delle politiche sioniste molto più
intensa rispetto al contrasto delle cosiddette posizioni “russofile”: nonostante
ci ricordino a reti unificate come l’Europa sia sotto attacco, nonostante si
prosegua in un arruolamento di massa della società e si stiano strutturando
agenzie per il controllo militare dell’infosfera e del consenso (leggesi
“contrasto alla guerra ibrida”), da Londra a Berlino, da L’Aquila a Torino,
vediamo come la repressione operi sopratutto per tutelare gli interessi di una
potenza straniera come Israele.
AI E CONVERSAZIONI DETENUTI
L’azienda statunitense Securus Technologies ha sviluppato un sistema per il
monitoraggio delle comunicazioni delle persone detenute verso l’esterno: un
prodotto addestrato con le loro conversazioni telefoniche (senza consenso) e
pronto a essere venduto a diversi dipartimenti carcerari con lo scopo di
prevenire la pianificazione di attività criminali.
Cerchiamo di osservare come la crescita del fenomeno della detenzione di massa
produca imprescindibilmente un bacino di mercato per prodotti dedicati al
settore, ma al contempo come l’analisi automatizzata delle conversazioni delle
persone detenute sia stata inaugurata durante la pandemia di Covid-19:
ICE E FBI: NOTE DI COSTUME
Piccola parentesi sulle politiche di reclutamento per la costituzione delle
milizie fidelizzate dell’ICE e su Kash Patel, freneticamente impegnato a trovare
una giacca adatta dopo l’omicidio di Charles Kirk:
IL CASO SHAHIN E LE DEPORTAZIONI COME “IGIENE SOCIALE”
In Italia non abbiamo l’ICE, ma la nostra giustizia amministrativa rimuove
individui dal tessuto sociale, anche per questioni politiche: il caso dell’imam
Mohamed Shahin rientra in quel 10% di provvedimenti di espulsione per “motivi di
sicurezza”.
Ne parliamo con Erasmo Sossich, autore di un importante articolo pubblicato su
Monitor, all’interno di quel si analizza il ricorso a questa forma specifica di
repressione in Italia e non solo:
LINK all’articolo su Monitor
Milioni di dollari sono stati versati da Trump per deportare i migranti che
rastrellati dall’ICE nelle città statunitensi.
ESwatini, piccolo Paese dell’Africa meridionale, governata da Mswati III,
l’ultimo monarca assoluto del continente ha ricevuto 5,1 milioni di dollari
dagli Stati Uniti. La somma è stata versata al monarca perché accolga cittadini
di Paesi terzi espulsi dall’amministrazione Trump.
Human Rights Watch ha dichiarato già a settembre di aver visionato una copia
dell’accordo secondo cui il piccolo regno sarebbe disposto a accettare fino a un
massimo di 160 deportati dagli USA. La somma è stata elargita per potenziare la
“capacità di gestione delle frontiere e delle migrazioni” del Paese.
Oltre a eSwatini, altri governi africani, come Sud Sudan, Ghana e Ruanda hanno
accettato “migranti indesiderati” dagli USA.
Intanto Washington non ha esitato a inviare 7,5 milioni di dollari alla Guinea
Equatoriale, uno dei regimi più repressivi e corrotti al mondo.
Tragica ironia i soldi sono stati prelevati dal fondo istituito dal Congresso
per rispondere alle crisi umanitarie.
Ne abbiamo parlato con Cornelia Toelgyes di Africa ExPress
Ascolta la diretta: