Dal sito di APE – Associazione proleteri escursionisti
Le terre alte bruciano. Non è una metafora.Lo zero termico a 4200 metri in pieno
autunno,i ghiacciai che si sfaldano, il permafrost che si scioglie sono la
realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione
di chi continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio.
Gli scienziati ci dicono chel’ultimo turista sugli sci arriverà nel 2040. Eppure
si continuano a costruire nuovi impianti di risalita, a scavare bacini per
l’innevamento artificiale, a devastare versanti perinutili collegamenti tra
comprensori. Dalle Alpi agli Appennini, dalla Val di Susa alla Basilicata,
assistiamo allo stesso copione: opere nocive imposte dall’alto, trivellazioni,
cementificazione, spopolamento.
LO SCI DI MASSA È MORTO (E CONTINUARE A INVESTIRCI È FOLLIA)
I ghiacciai alpini hanno perso oltre il 60% della loro massa dall’inizio del
secolo. Il permafrost si scioglie provocando frane e instabilità sempre più
frequenti. Le stagioni sciistiche si accorciano anno dopo anno: ciò che
trent’anni fa durava 120 giorni oggi ne dura 80, e la tendenza è in
accelerazione.
L’innevamento artificiale è un cerotto su un’emorragia. Servono temperature
sotto lo zero per produrre neve artificiale, ma quelle temperature sono sempre
più rare. Servono quantità enormi di acqua – fino a3000 metri cubi per una
singola pista da bob – in un momento di crisi idrica strutturale. Serve energia
elettrica in quantità industriali, con costi economici ed ambientali
insostenibili.
Il risultato? Piste che sono nastri bianchi circondati da prati verdi, paesaggi
lunari che nulla hanno a che fare con l’esperienza della montagna innevata.
Impianti che funzionano poche settimane l’anno a costi sempre più alti.
Comprensori sciistici sotto i 2000 metri che stanno chiudendo uno dopo l’altro
perché economicamente insostenibili.
Con Sofia Farina, fisica dell’atmosfera specializzata in metereologia alpina,
parliamo delle conseguenze del cambiamento climatico sui fragili ecosistemi
alpini, dell’impatto ambientale di eventi come le Olimpiadi e della neve
artificiale. Per dare una dimensione alla questione, il 90% delle piste da sci
italiane dipende dall‘innevamente artificiale.
Al telefono con Abo, di APE, parliamo dell’impatto delle Olimpiadi sulle terre
alte e in città, da un punto di vista ambientale, economico, sociale, a partire
dall’archivio storico dell’Associazione.
In ultimo, qualche lettura e riflessione.
La bidonvia di Pian dei Fiacconi, sul versante nord della Marmolada, la Regina
delle Dolomiti. Chiuso nel 2019, è stato travolto nel dicembre 2020 da una
valanga che ha coinvolto anche il vicino rifugio, luogo in cui il suo gestore,
proprio nel 2020 assieme alle associazioni ambientaliste aveva lanciato una
petizione volta a far rimuovere tutte le tracce dei vicini impianti in disuso.
Ad oggi, però, in quota rimane una struttura abbandonata e sventrata, dal
pesante impatto ambientale e paesaggistico in un’area montana che è patrimonio
Unesco.
Citati nella puntata
Dalla montagna alla città: perché opporsi alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 –
Associazione proletari escursionisti
Nevediversa – Legambiente
Se la neve non basta più: l’urgenza di adattare le montagne agli inverni del
futuro – Sofia Farina
Olimpiadi: previsto un volume di neve artificiale comparabile alla Piramide di
Cheope. Quanta C02 verrà immessa e quanta acqua è necessaria? – Michele Argenta
Tag - olimpiadi invernali
Si è svolta a Milano sabato 7 una manifestazione nazionale che non si è limitata
a dire no ai Giochi, ma ha messo in discussione l’intero immaginario politico
che li accompagna: grandi eventi come acceleratori di trasformazioni urbane,
speculazione immobiliare, compressione dei diritti sociali, normalizzazione
della precarietà e militarizzazione del territorio.
Il corteo è stato il punto di caduta di una mobilitazione che si è strutturata
in tante iniziative sul territorio sostenuta da una piattaforma ampia e plurale
composta da movimenti e spazi sociali, reti dello sport popolare,
associazionismo di città e montagna, alpinismo critico, comitati di lotta per la
casa, sindacati di base, partiti della sinistra radicale, movimenti di
solidarietà con la Palestina e comunità palestinesi, studenti e studentesse,
giovani e giovanissime. E soprattutto: abitanti dei quartieri popolari e
comunità di montagna, lavoratrici e lavoratori, precari, che da anni lottano per
la difesa di territori e ambienti, denunciando malgoverno e assenza di
trasparenza su grandi eventi e grandi opere imposte per interesse di pochi a
danno dei molti, privatizzando interi pezzi di città pubblica e saccheggiando le
risorse naturali comuni, come acqua e paesaggio.
Il corteo è partito con la “marcia dei larici”, a rappresentazione dei 500
alberi di Cortina abbattuti per fare posto alla inutile pista da bob. Lungo il
percorso è stata denunciata la presenza dell’ICE e di Israele, è stata fatto un
sanzionamento pirotecnico al villaggio olimpico sorto privatizzando l’ex scalo
ferroviario di Porta Romana; è stata segnalata la chiusura e la privatizzazione
del mercato comunale di piazza Ferrara a Corvetto, simbolo dei piani di
espulsione dei ceti popolari dal quartiere.
In questo contesto, abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi
scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la
tangenziale est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente
dispositivo di polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città
per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello
Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San
Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti
sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme
verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp).
6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a
piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 feriti
di cui 4 ospedalizzati.
Ne parliamo con un compagno del Comitato insostenibili olimpiadi.