Il governo ha varato un disegno di legge che segna un ulteriore passo nella
persecuzione dei migranti. Viene istituito il “blocco navale”, che prevede che
“nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale,
l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente
interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro
dell’Interno”. L’interdizione – diretta alle ong pur senza nominarle, visto che
non è applicabile ai barconi – potrà essere disposta in quattro casi: rischio
terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, eventi
internazionali che richiedano misure di sicurezza. I blocchi sono declinati in
base a circostanze tanto vaghe ed estese da consentire all’esecutivo ampi
margini di arbitrio. Il blocco è decretato per 30 giorni, rinnovabili sei volte.
Ma nulla esclude, visto che il testo non lo dice, che poi possa essere disposto
ancora, a catena, cambiando le motivazioni.
Va da se che la norma è incompatibile con il divieto di respingimento
collettivo, peraltro già ampiamente aggirato dalla normativa attuale. Di certo
non basta a chiarirlo il fatto che l’interdizione sia legata alla possibilità di
trasportare i migranti «in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o
provenienza» con i quali l’Italia ha accordi che ne prevedono assistenza,
accoglienza trattenimento.
Si alza un muro davanti alle navi delle ONG che effettuano operazioni di
soccorso nel Mediterraneo centrale.
Ne abbiamo parlato con Riccardo Gatti di Medici senza Frontiere
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