> Puntata africana che va dall’estremo Nordovest maghrebino all’estrema punta
> orientale del Corno d’Africa, prendendo a pretesto le disertate elezioni
> marocchine per evidenziare con Michele Vollaro la separazione tra una
> popolazione che richiede di partecipare alla ricchezza prodotta da
> investimenti occidentali in cambio della supina adesione all’impero
> israelo-americano e il perseguimento degli interessi dell’entourage del
> monarca assoluto che perseguono solo la costruzione di infrastrutture,
> circenses e posti sottopagati, turismo e zero servizi; mentre con l’aiuto di
> Matteo Palamidesse abbiamo sperato – scongiurando i maledetti criminali
> guerrafondai – di sbagliarci a pensare che si stia cercando in modo
> sconsiderato di far convergere in un enorme conflitto di proporzioni
> inimmaginabili l’orrida carneficina sudanese, la costante guerra al confine
> del Tigray, estesa al territorio nazionale con le alleanze tra sette milizie
> etniche fino a un paio di anni fa l’una contro l’altra armate, con
> schieramenti che vedono i paesi costieri a fare pressione sul corpaccione
> etiope ingombrante, ricco e alleato dei Brics e di Israele con tutto
> l’occidente e di cui però si rischia l’implosione e il dissolvimento della
> federazione se dovesse esplodere un conflitto per risolvere una volta per
> tutte i molti contenziosi decennali.
INFRASTRUTTURE NEL DESERTO SENZA SERVIZI PER I GIOVANI MAROCCHINI IN FUGA
La crisi di Ceuta, a un anno dall’esplosione in piazza della GenZ212; la truffa
della Coppa d’Africa a dicembre, tre mesi prima della designazione del Marocco
come sede dei Mondiali 2030, decretata dal viscido svizzero amico di Trump e di
uno dei candidati di punta delle elezioni andate deserte, a un mese dalle
immagini di giovani in fuga dal regno alawide. Ogni tanto si accendono i
riflettori sul Marocco ma si spengono prima che siano chiari i contorni che
possono spiegare le cause dei fenomeni di distacco della società civile dalle
sorde scelte dell’entourage raccolto nel Makhzen.
Proprio in occasione delle elezioni del 23 settembre 2026 abbiamo chiesto
a Michele Vollaro, esperto africanista del gruppo Internazionalia e
collaboratore de “il manifesto” e altre testate nazionali, di raccontarci meglio
tensioni politiche, situazione sociale, andamento economico e possibilità
espressive del mondo culturale, soprattutto giovanile. Quei giovani che sono
stati al centro della campagna elettorale da parte della casta, che appare
sempre più scollata dal paese reale che infatti si è recato alle urne con una
percentuale inferiore in termini generali rispetto al 37% ufficiale, perché
quella cifra è ricavata sull’intera platea che si era iscritta alle liste degli
elettori, riducendo a poco più del 20% la partecipazione al voto, che crolla al
4% nel computo dei giovani sotto i 24 anni recatisi al seggio, nonostante la
campagna sia stata caratterizzata soprattutto da mirabolanti promesse che li
riguardavano.
E allora, inserendoci nell’analisi del non voto, si può dare un senso al disagio
del mondo giovanile che richiede servizi e viene represso, chiede lavoro e gli
viene risposto con grandi opere e un’economia di turismo ed export che non
producono che impieghi precari e che precludono paradossalmente un futuro di
sopravvivenza nella nazione più industrializzata dell’Africa, su cui piovono
investimenti occidentali e dove Casablanca ospita il terzo polo finanziario più
capitalizzato del Mena, il TangeriMed è il porto logistico sull’Atlantico più
importante del Mediterraneo… quella che è venuta a mancare è la redistribuzione
della ricchezza prodotta; da qui la spinta a emigrare, trasformandosi in una
bomba geopolitica in mano al sovrano succube delle scelte geopolitiche
filoamericane e sempre meno presente perché malato, se non con estemporanei
pugni di ferro che soffocano ogni minima rimostranza grazie al reato di lesa
maestà, comprese le polemiche per l’ostinata contiguità con il criminale di
guerra Netanyahu, che è valsa il riconoscimento dell’annessione del territorio
saharawi (dove alla tornata elettorale hanno vinto i partiti di governo) da
parte dell’America di Trump, a cui in cambio è intestata l’autostrada delle
province del Sud. Le stesse province che innescano quella reazione
nazionalistica su cui in tutto il mondo le fazioni fascistoidi al potere stanno
contando per cooptare con l’inganno sciovinista cittadini in sofferenza a causa
delle loro politiche neoliberiste, e contemporaneamente si procede nella
ecumenica normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista: è di pochi giorni
fa l’apertura dell’ambasciata ebraica… con la benedizione del partito islamista
in omaggio a Mohammed VI: «Se noi ci impegniamo, il re ci ascolterà», di nuovo
ribadendo la partecipazione al mondo del Makhzen ( e stracciando anche qui il
Contratto sociale).
Tag - etiopia
Nel corno d’Africa si accumulano le tensioni dovute alla contesa per il
controllo di un’area strategica fondamentale per le rotte commerciali e ricca di
materie prime .Le crisi che si susseguono sfociano in conflitti sanguinosi che
travolgono milioni di persone come in Sudan ,o in guerre fratricide come è
avvenuto in Etiopia .Proprio dalle elezioni in Etiopia partiamo con Matteo
Palamidesse giornalista ,impegnato nel corno d’Africa dal 2004 ,curatore di HoA
sulla piattaforma substack ,che cura informazioni su Etiopia, Eritrea, Sudan e
Somalia. In Etiopia si è votato il primo di giugno ma in molte circoscrizioni
elettorali non si è potuto votare a causa di problemi di sicurezza. Nonostante
gli accordi di Pretoria che hanno formalmente fermato i combattimenti , nel
Tigray ,in Oromia ed in altre zone continuano gli scontri e le tensioni con le
truppe federali e guerriglieri . Numerosi esponenti dell’opposizione hanno
denunciato un crescente restringimento degli spazi politici, con arresti ed
intimidazioni, si percepisce una grande disillusione rispetto all’esito scontato
e alle possibilità del Prosperity Party del presidente Ahmed di cambiare la
situazione sociale e politica. Ahmed era stato visto come un elemento di
cambiamento poiché non apparteneva ai vertici del partito tigrino che aveva
governato fino ad allora, ha aperto alle relazioni con l’Eritrea, rivale storico
,ha messo in moto l’economia con tassi di crescita rilevanti . Ma lo scoppio
della guerra con il TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray ) tigrino ,
nel novembre 2020 con oltre 600.000 morti e immani devastazioni sopratutto nel
Tigray ,la torsione autoritaria del regime, la politica accentratricedi Ahmed
che metteva in discussione l’impianto federale dello stato etiopico , hanno
spento le speranze di cambiamento. Le pressioni etiopi per l’accesso allo sbocco
al mare e le conseguenze della costruzione della diga del Gerd hanno messo
sull’avviso Eritrea ed Egitto innestando tensioni ai confini con l’Eritrea. Alle
rinnovate tensioni tra Eritrea ed Etiopia si aggiunge il precipitare della
situazione in Somalia dove a causa delle divergenze tra il presidente uscente
Hassan Sheikh Mohamud e l’opposizione, Mogadiscio è stata teatro di scontri
armati fra le varie milizie. Il presidente somalo ha cercato d’introdurre una
riforma che consentisse il voto diretto per le elezioni dei legislatori , mentre
ora votano i rappresentanti dei clan ,e al contempo ha prolungato il suo mandato
già scaduto di un anno .Questa manovra è stata interpretata dalle opposizioni
come un tentativo di rimanere aggrappato al potere ,scatenando gli scontri tra
le milizie fedeli al presidente e quelle del primo ministro, tutto questo in un
paese lacerato dall’insorgenza degli Al Shabaab ,legati ad Al Qaeda ,che
controllano ampie porzioni del territorio nel sud del paese e dalle pulsioni
indipendentiste del Somaliland, incoraggiate dal governo israeliano . In Sudan
continua senza fine la guerra con l’uso spregiudicato di droni ed armi pesanti ,
le Forze di Supporto Rapido si stanno ammassando intorno a El Obeid,
intensificando gli attacchi di droni e i bombardamenti di artiglieria . Una
eventuale offensiva porterebbe ad ulteriori crimini contro la popolazione civile
già assediata. El Obeid è la capitale dello stato del Nord Kordofan in Sudan, e
i suoi abitanti già hanno subito un assedio seguito a massacri indiscriminati 18
mesi fa ,il tutto nel silenzio assordante del resto del mondo che si
disinteressa della sorte dei civili mentre continuano, a dispetto dei vari
embarghi solo sulla carta, le vendite di armi ad entrambi i contendenti.
Il memorandum d’intesa firmato dall’Etiopia e dal Somaliland sta scuotendo il
Corno d’Africa.