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Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026@0
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
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Operazioni di polizia in Tunisia contro la Global Sumud Flotilla
A partire dal 6 marzo le autorità tunisine hanno arrestato  diversi membri, attuali ed ex, della Global Sumud Flottilla e li hanno portati all’Unità Investigativa della Garde National a El Aouina, Tunis Capital. Attualmente 7 persone sono detenute a El Aouina e sottoposte a interrogatori da parte della Garde Nationale. Dopo i primi 5 giorni, la Garde Nationale può prolungare il periodo di dentenzione e interrogatorio di altri 5 giorni. Dopo questo primo passaggio, le persone possono: o andare in tribunale davanti al giudice e finire in carcere, o essere rilasciate. Questa ondata di arresti coincide con i preparativi per la seconda Global Sumud Flottilla, che dovrebbe partire da Tunisi la prossima primavera. Gli arresti si collocano in un contesto regionale e globale di intensificazione dell’offensiva imperialista e sionista contro tutte le forze che rifiutano i progetti di egemonia e sottomissione, e contro la resistenza in Palestina e in Libano.  Il clima locale é segnato da una progressiva chiusura degli spazi pubblici, dal silenziamento delle voci libere e dalla criminalizzazione della solidarietà locale e internazionale. L’arresto di membri e organizzatori della Flotilla Sumud arriva dopo mesi di campagne di diffamazione contro questa iniziativa internazionale, che hanno colpito individualmente le persone che la sostengono, specialmente su Facebook. Oggi i social media amplificano queste operazioni, creano divisioni e manipolazioni,attraverso campagne di odio fatte per discreditare ogni espressione di solidarietà con il popolo palestinese. Un presidio autorizzato, poi vietato all’ultimo minuto e infine disperso con la forza è quanto successo allx attivistx della Global Sumud Flotilla che la sera di mercoledì 4 marzo si sono recatx al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, dove era prevista una iniziativa chiamata da tutta la comunità solidale e dai lavoratori portuali. Il porto di Sidi Bou Said è lo stesso dal quale la Flotilla salpò durante la sua ultima missione, quello in cui un’imbarcazione della Global Sumud Flotilla subì due attacchi da parte dei droni ed è lo stesso che accolse la Flotilla con migliaia e migliaia di persone. Il presidio era autorizzato, ma circa un’ora prima dell’inizio, l’autorità tunisina ha informato lx manifestanti già sul luogo che avevano ritirato l’autorizzazione senza altre giustificazioni. Il gruppo ha deciso comunque di raggiungere il porto ma, appena sceso dal bus, è stato avvicinato dalle prime forze di polizia, che hanno intimato di fermarsi: “noi abbiamo proseguito e dopo sono intervenuti con l’antisomossa”. C’erano anche Thiago Avila, dall’Italia Maria Elena Delia e Tony Lapiccirella, Greta Thunberg e rappresentanti della Freedom Floitilla e delle Thousand Madleens. Il giorno dopo, giovedì 5 marzo, le autorità locali hanno imposto l’annullamento di un incontro pubblico della Flotilla con rappresentanti della società civile e giornalisti al Ciné-Théâtre Le Rio di Tunisi. Tra i  motivo della presenza in Tunisia c’era anche un incontro organizzativo, della Global Sumud Flotilla, della Freedom Flotilla Coalition e della Thousand Madleens. La prossima missione è prevista verso fine aprile, in un contesto sempre più urgente: negli ultimi giorni infatti, il regime israeliano ha chiuso ogni via d’accesso alla Striscia di Gaza, invocando lo stato di emergenza nazionale e non meglio precisati “motivi di sicurezza” dopo l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, interrompendo così il già scarso flusso di cibo, acqua e carbutante verso i 2 milioni di abitanti della Striscia già stremati da due anni di genocidio. Ascolta il racconto e le voci raccolte da alcunx compas in Tunisia. È chiaro che la Tunisia non è un paese sicuro, contrariamente a quanto dichiara l’Unione Europea. Libertà per Jawahar Channa Sana Msalhi Wael Nawar Ghassen Boughdiri Ghassen Henchiri Nabil Channoufi Amin Bennour Libertà per tutt* prigionier*
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MEDITERRANEO CIMITERO D’EUROPA: naufragi di Gennaio e 1000 possibili morti
A pochi giorni dal terzo anniversario della strage di Cutro – nella quale 94 persone persero la vita e altre decine furono dichiarate disperse – si prospetta l’ennesima grande e preannunciata strage nel Mediterraneo. Attraverso i dati provenienti dai monitoraggi delle ONG italiane e di gruppi di attivisti del nord Africa è presumibile ritenere che, a causa delle condizione meteo estreme tra il 19 e il 26 Gennaio (cosiddetto ciclone Harry), circa 1000 persone abbiano perso la vita in pochi giorni nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Gli spazi retorici a disposizione per parlare di “tragedia” risultano ormai essere estremamente risicati. Rendere il Mediterraneo non solo frontiera, ma cimitero d’Europa, è una scelta politica cosciente e deliberata, che prende la forma di memorandum d’intesa – come quello con il governo libico e quello tunisino – patti e legislazioni europee o ancora di normative nazionali: un crimine di Stato formalizzato. Insieme a Fabio Gianfrancesco, rescue coordinator della ONG Meditterranea, tracciamo un quadro di quanto avvenuto nelle scorse settimane, provando a tracciare le responsabilità politiche, riconoscerne gli strumenti e come si evolvono nel tempo.
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ARRUOLAMENTO A.I. – FORMAZIONE SECONDINI – WAR ON MIGRANTS – SCIOPERO DELLA FAME DI PALESTINE ACTION@3
Estratti dalla puntata del 3 novembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia SCIOPERO DELLA FAME DI PALESTINE ACTION Il 2 novembre 2025 (anniversario della dichiarazione di Balfour come atto fondativo dell’entità statale sionista) due prigioniere di Palestine Action, Qesser Zurah and Amu Gibb, detenute nel carcere di Bronzefield, hanno iniziato uno sciopero della […]
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Tunisia, rivolta e arresti a Gabès contro la “fabbrica killer”, le proteste arrivano fino alla capitale
Come scritto da Matteo Garavoglia in un recente articolo per il Manifesto, “Gli ultimi sette giorni hanno riacceso l’attenzione su uno dei veri buchi neri del sud est tunisino, il complesso industriale chimico di Gabes che dagli anni Settanta sta inquinando l’unica oasi del Mediterraneo, ormai perduta per sempre. Da tempo non si contano più […]
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