Con una partecipazione eccezionale al voto, ovvero del 77,7% degli aventi
diritto che si sono recati alle urne, il Likud di Netanyahu e i suoi alleati
hanno ottenuto 53 seggi. Il risultato arriva contro i 48 seggi del principale
blocco di opposizione guidato dal centrista Gadi Eisenkot, come molti dei
partiti contro cui gareggia il Likud, ideologicamente affine al partito
avversario.
Nessuno dei due schieramenti ha raggiunto i 61 seggi necessari per ottenere la
maggioranza in Parlamento.
Le elezioni sono avvenute in un clima di violenza: attacchi alle urne, agli
elettori arabi – interessata una partecipazione al voto mai vista con cui hanno
ottenuto 19 seggi.
Ne parliamo con MIchele Giorgio, corrispondente ufficiale del manifesto a
Gerusalemme e direttore di Pagine Esteri:
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Il presidente di sinistra Luiz Inácio Lula da Silva ha sconfitto il senatore di
destra Flavio Bolsonaro nella corsa alle elezioni presidenziali brasiliane,
compiendo una rimonta straordinaria dopo la sconfitta al primo turno che aveva
galvanizzato la destra politica del Paese.
Poco dopo le 21:00 ora di Brasilia di domenica, la Corte Elettorale Superiore
del Brasile ha proclamato la vittoria di Lula, che ha ottenuto oltre il 51% dei
voti. Bolsonaro, invece, ha ottenuto il 48% dei voti. Ma Bolsonaro, finora si è
rifiutato di ammettere la sconfitta, prefigurando una probabile battaglia legale
sulla legittimità della decisione della Corte Suprema di estendere di due ore il
tempo di votazione. A proposito, è importante rilevare come entrambi i candidati
avessero richiesto il prolungamento dell’apertura dei seggi: Bolsonaro aveva
chiesto al Tribunale elettorale due ore in più in modo da permettere ai
cittadini di aree come quella di San Paolo e Santa Catarina, colpite dal
maltempo, di riuscire a raggiungere i seggi. Anche Lula aveva richiesto del
tempo aggiuntivo di apertura dei seggi, visto che in alcune città di zone
popolari del Brasile, i bus erano stati bloccati dai sindaci (vicini a
Bolsonaro) impossibile, per le persone di quelle città, di recarsi alle urne per
votare.
Con Marika Marianello, giornalista e attivista, parliamo della sconfitta alle
urne di Flavio Bolsonaro e delle sfide che attendono Lula.
Consigliamo l’ascolto della diretta andata in onda dopo il primo turno delle
presidenziali e la lettura di questo articolo per approfondire la situazione
alle Camere del Parlamento brasiliano.
Non si fermano le proteste contro i censimenti elettorali in India, che hanno
superato la terza settimana consecutiva. Narendra Modi non è mai stato così in
crisi come dopo le ultime, intense, settimane di mobilitazione che hanno
attraversato l’India e soprattutto le strade della capitale, Nuova Delhi. Nei
giorni scorsi, la polizia ha nuovamente arrestato il leader della protesta degli
“scarafaggi”, dopo che era stato arrestato e rilasciato a ridosso della grande
manifestazione convocata per sabato scorso. In occasione delle manifestazioni
annunciate contro il governo, Nuova Delhi è stata trasformata in una fortezza,
ed è stato impedito ai manifestanti di radunarsi. Nonostante questo, migliaia di
manifestanti sono stati arrestati dalla polizia, mentre continuano le
rivendicazioni contro Modi, contro l’operato della Commissione elettorale
indiana (Eci).
Abbiamo parlato di queste proteste, e di altre questioni che toccano la
popolazione indiana, con Matteo Miavaldi, giornalista esperto del subcontinente
indiano, autore del libro “Un’altra idea dell’India”.
Domenica 4 ottobre si è tenuto il primo turno elettorale in Brasile.
La sfida tra Lula da Silva e Flávio Bolsonaro, figlio del ex presidente Jair
Bolsonaro, sarà decisiva per il panorama geopolitico globale e nella
conformazione attuale dei paesi latinoamericani, i quali, nel corso degli ultimi
anni, hanno subito nuovamente una forte ingerenza da parte del governo Trump e
dei suoi alleati sionisti.
I due candidati si sfideranno al ballottaggio il 25 ottobre:
Da un lato Lula da Silva, sindacalista e tre volte presidente con il Partito
dei Lavoratori, si lancia per un quarto mandato.
Dall’altro, Flávio Bolsonaro, senatore e rappresentante della politica di
estrema destra, implicato in diversi processi penali tra cui corruzione e
omicidio, promette un’alleanza con gli Stati Uniti e l’adesione al Escudo de las
Americas.
Chi sono i candidati che prenderanno il potere sulla democrazia e l’economia più
grande del Centro e Sudamerica?
Ne parliamo con Marika Marianello, professora di capoeira, traduttrice,
insegnante precaria nella scuola pubblica e attivista.
Sabato 19 settembre, il presidente Trump ha lanciato un sondaggio su X e sulla
sua piattaforma, Truth Social, chiedendo un cambio di nome in ” Intelligenza
Artificiale “.
“Molte persone pensano che le parole ‘Intelligenza Artificiale’ siano imprecise
e poco eloquenti, rispetto a IA, o Intelligenza Artificiale”, ha scritto Trump
sui social media. “Una descrizione molto più elegante e accurata di questo nuovo
fenomeno sarebbe Intelligenza Superiore (IS) o Intelligenza Estrema (IE) o
Intelligenza Suprema (IS).”
L’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, un ente
governativo, ha annunciato lunedì la rimozione dei limiti sulle emissioni di
anidride carbonica, mercurio e altri inquinanti dalle centrali elettriche
alimentate a carbone e a gas naturale.
L’amministratore dell’Agenzia, Lee Zeldin, un fedelissimo del presidente Donald
Trump, ha spiegato che la deregolamentazione emissiva del settore elettrico
permetterà agli Stati Uniti di costruire con più facilità i nuovi impianti
necessari al soddisfacimento della domanda di elettricità, oggi in crescita dopo
decenni di stagnazione: c’entrano i grandi consumi dei data center per
l’intelligenza artificiale, ma anche la più generale tendenza
all’elettrificazione dei processi industriali.
«Su mia indicazione, abbiamo collaborato con i rappresentanti della Danimarca e
della Groenlandia per garantire che gli Stati Uniti abbiano PER SEMPRE la piena
facoltà di fare tutto ciò che è necessario in Groenlandia al fine di garantire e
difendere la sicurezza della Groenlandia e degli Stati Uniti d’America». È lo
stesso Trump a dare l’annuncio attraverso il suo social media Truth, l’omai
consolidato mezzo di comunicazione istituzionale del presidente USA.
Per la prima volta il segretario all’Aeronautica USA Troy Meink annuncia armi
orbitanti “a fini offensivi e difensivi”, da un’idea di Ronald Reagan del 1983.
Protestano Russia e Cina. Nel 1983 i satelliti in orbita erano appena 360. Oggi
sono oltre 15mila, si calcola: 10mila solo quelli di Starlink attivi in orbita
bassa, quasi 45mila se si considerano anche i satelliti dismessi, i frammenti e
gli stadi di razzi esauriti. Una guerra spaziale che distrugga fisicamente i
satelliti creerebbe sciami di detriti, con il rischio di paralizzare non solo le
operazioni militari, ma l’intera rete globale dei servizi civili, commerciali e
di navigazione.
La Casa Bianca ha avviato le trasmissioni della sua nuova piattaforma Trump TV.
Il lancio avviene in piena controversia per il veto imposto a vari mezzi di
comunicazione che il repubblicano accusa di diffondere “notizie false” su di lui
e sulla sua Amministrazione.
Il primo giorno di trasmissioni della Trump TV coincide con il giorno in cui le
reti incaricate della copertura congiunta della Casa Bianca hanno sospeso le
loro attività dopo che la Presidenza ha negato a CNN, MS NOW e Politico
l’ingresso alla Casa Bianca.
Il partito di ultradestra guidato da Alice Weidel ha ottenuto oltre il 44% dei
voti nel land della Sassonia-Anhalt alle ultime elezioni.
Questo risultato va letto secondo una serie di aspetti che compongono un quadro
di tendenza generale, seppur con delle specificità date dal contesto tedesco e
del territorio. Inoltre, va analizzato il processo storico in cui si è
determinato un consenso così schiacciante nei confronti di un’opzione
reazionaria e xenofoba come questa. La crisi sociale ed economica che investe la
Germania e più in generale l’Europa, la guerra e la corsa al riarmo, i rapporti
con gli USA e con la Russia sono tutti elementi significativi. Al contempo le
contraddizioni di questo partito sono forti e potranno rappresentare uno spazio
di possibilità per una contrapposizione dal basso?
Insieme a Nicola Carella, compagno che da tempo vive a Berlino abbiamo
affrontato questi temi per comprendere quanto accaduto.
Il 26 giugno a Washington, con la mediazione dell’amministrazione Trump, Israele
e Libano hanno firmato un accordo quadro in 14 punti. Il cuore del trattato
prevede il disarmo totale di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, che
dovrebbe riacquisire il controllo del sud del paese. Tuttavia, il ritiro delle
forze di occupazione sionista (IOF) avverrebbe solo dopo la verifica del disarmo
da parte di Israele, con la concreta possibilità che questo non avvenga e che la
fascia lungo il confine meridionale, la cosiddetta “zona cuscinetto” resti sotto
occupazione sionista.
I giornali si sono affrettati a definire questa intesa come “primo passo verso
la pace tra Beirut e Tel Aviv”, mentre le fazioni della resistenza libanese e
palestinese l’hanno additata come “una resa a Israele“. Migliaia sono stati i/le
manifestanti che sono scesi in piazza a Beirut, accusando il governo del
presidente Joseph Aoun di aver ceduto alle pressioni di Washington.
Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri e giornalista
per Il Manifesto.
Nel corno d’Africa si accumulano le tensioni dovute alla contesa per il
controllo di un’area strategica fondamentale per le rotte commerciali e ricca di
materie prime .Le crisi che si susseguono sfociano in conflitti sanguinosi che
travolgono milioni di persone come in Sudan ,o in guerre fratricide come è
avvenuto in Etiopia .Proprio dalle elezioni in Etiopia partiamo con Matteo
Palamidesse giornalista ,impegnato nel corno d’Africa dal 2004 ,curatore di HoA
sulla piattaforma substack ,che cura informazioni su Etiopia, Eritrea, Sudan e
Somalia. In Etiopia si è votato il primo di giugno ma in molte circoscrizioni
elettorali non si è potuto votare a causa di problemi di sicurezza. Nonostante
gli accordi di Pretoria che hanno formalmente fermato i combattimenti , nel
Tigray ,in Oromia ed in altre zone continuano gli scontri e le tensioni con le
truppe federali e guerriglieri . Numerosi esponenti dell’opposizione hanno
denunciato un crescente restringimento degli spazi politici, con arresti ed
intimidazioni, si percepisce una grande disillusione rispetto all’esito scontato
e alle possibilità del Prosperity Party del presidente Ahmed di cambiare la
situazione sociale e politica. Ahmed era stato visto come un elemento di
cambiamento poiché non apparteneva ai vertici del partito tigrino che aveva
governato fino ad allora, ha aperto alle relazioni con l’Eritrea, rivale storico
,ha messo in moto l’economia con tassi di crescita rilevanti . Ma lo scoppio
della guerra con il TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray ) tigrino ,
nel novembre 2020 con oltre 600.000 morti e immani devastazioni sopratutto nel
Tigray ,la torsione autoritaria del regime, la politica accentratricedi Ahmed
che metteva in discussione l’impianto federale dello stato etiopico , hanno
spento le speranze di cambiamento. Le pressioni etiopi per l’accesso allo sbocco
al mare e le conseguenze della costruzione della diga del Gerd hanno messo
sull’avviso Eritrea ed Egitto innestando tensioni ai confini con l’Eritrea. Alle
rinnovate tensioni tra Eritrea ed Etiopia si aggiunge il precipitare della
situazione in Somalia dove a causa delle divergenze tra il presidente uscente
Hassan Sheikh Mohamud e l’opposizione, Mogadiscio è stata teatro di scontri
armati fra le varie milizie. Il presidente somalo ha cercato d’introdurre una
riforma che consentisse il voto diretto per le elezioni dei legislatori , mentre
ora votano i rappresentanti dei clan ,e al contempo ha prolungato il suo mandato
già scaduto di un anno .Questa manovra è stata interpretata dalle opposizioni
come un tentativo di rimanere aggrappato al potere ,scatenando gli scontri tra
le milizie fedeli al presidente e quelle del primo ministro, tutto questo in un
paese lacerato dall’insorgenza degli Al Shabaab ,legati ad Al Qaeda ,che
controllano ampie porzioni del territorio nel sud del paese e dalle pulsioni
indipendentiste del Somaliland, incoraggiate dal governo israeliano . In Sudan
continua senza fine la guerra con l’uso spregiudicato di droni ed armi pesanti ,
le Forze di Supporto Rapido si stanno ammassando intorno a El Obeid,
intensificando gli attacchi di droni e i bombardamenti di artiglieria . Una
eventuale offensiva porterebbe ad ulteriori crimini contro la popolazione civile
già assediata. El Obeid è la capitale dello stato del Nord Kordofan in Sudan, e
i suoi abitanti già hanno subito un assedio seguito a massacri indiscriminati 18
mesi fa ,il tutto nel silenzio assordante del resto del mondo che si
disinteressa della sorte dei civili mentre continuano, a dispetto dei vari
embarghi solo sulla carta, le vendite di armi ad entrambi i contendenti.
Il 31 maggio in Colombia si è tenuto il primo turno delle elezioni
presidenziali. Con il 43,72% dei voti è arrivato in testa Abelardo de la
Espriella, candidato di estrema destra di Firme por la Patria. Lo segue con il
40,92% Iván Cepeda, candidato di Alianza por la Vida e principale erede politico
del progetto del presidente uscente Gustavo Petro, che quattro anni fa portò per
la prima volta la sinistra alla guida del Paese.
Come hanno sottolineato numerosi analisti, il voto ha assunto i contorni di un
secondo turno anticipato, segnato da una forte polarizzazione tra i due
principali candidati. Determinante è stata la convergenza di larga parte
dell’elettorato conservatore attorno a de la Espriella, che si è presentato
separatamente da Paloma Valencia, candidata del Centro Democrático e principale
esponente dell’area uribista.
Le ingerenze statunitensi nella campagna elettorale e gli attacchi al progetto
progressista hanno avuto un impatto significativo sul risultato. In vista del
ballottaggio del 21 giugno, la sfida per Cepeda sarà ampliare la propria base di
consenso e mobilitare una parte dell’ampio elettorato che al primo turno ha
scelto l’astensione.
Ne abbiamo parlato con Alioscia Castronovo, ricercatore universitario, redattore
di DinamoPress ed autore dell’articolo “Elezioni in Colombia, al ballottaggio
l’estrema destra contro il progressismo”
IL VOTO IN UNGHERIA E LA TREGUA NEL GOLFO
La “democrazia illiberale” di Orban che governa l’Ungheria da 16 anni rischia di
essere messa in discussione dall’esito delle elezioni di domenica 12 aprile.
Nonostante l’inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per
sostenere il campione dell’onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al
leader del partito Fidesz .L’architettiura di controllo sociale e la gabbia
legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al
malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l’isolamento del paese
e la crisi economica. L’alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato
nel partito di governo per una ventina d’anni per poi fuoriuscirne e presentarsi
alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all’emigrazione
quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione
del sostegno all’Ucraina e l’acquiescenza ai diktat di Bruxelles.
Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell’Europa
,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a
sostegno dell’Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte
ucraino nell’ottica di logorare la Russia. L’esito elettorale ungherese potrebbe
incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma
l’alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in
Polonia.
Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci
confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra
israelo americana contro l’Iran .