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Accordo Libano-Israele, tregua o normalizzazione dell’occupazione?
Il 26 giugno a Washington, con la mediazione dell’amministrazione Trump, Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro in 14 punti. Il cuore del trattato prevede il disarmo totale di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, che dovrebbe riacquisire il controllo del sud del paese. Tuttavia, il ritiro delle forze di occupazione sionista (IOF) avverrebbe solo dopo la verifica del disarmo da parte di Israele, con la concreta possibilità che questo non avvenga e che la fascia lungo il confine meridionale, la cosiddetta “zona cuscinetto” resti sotto occupazione sionista. I giornali si sono affrettati a definire questa intesa come “primo passo verso la pace tra Beirut e Tel Aviv”, mentre le fazioni della resistenza libanese e palestinese l’hanno additata come “una resa a Israele“. Migliaia sono stati i/le manifestanti che sono scesi in piazza a Beirut, accusando il governo del presidente Joseph Aoun di aver ceduto alle pressioni di Washington. Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri e giornalista per Il Manifesto.
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Il Corno d’Africa conteso
Nel corno d’Africa si accumulano le tensioni dovute alla contesa per il controllo di un’area strategica fondamentale per le rotte commerciali e ricca di materie prime .Le crisi che si susseguono sfociano in conflitti sanguinosi che travolgono milioni di persone come in Sudan ,o in guerre fratricide come è avvenuto in Etiopia .Proprio dalle elezioni in Etiopia partiamo con Matteo Palamidesse giornalista ,impegnato nel corno d’Africa dal 2004 ,curatore di HoA sulla piattaforma substack ,che cura informazioni su Etiopia, Eritrea, Sudan e Somalia. In Etiopia si è votato il primo di giugno ma in molte circoscrizioni elettorali non si è potuto votare a causa di problemi di sicurezza. Nonostante gli accordi di Pretoria che hanno formalmente fermato i combattimenti , nel Tigray ,in Oromia ed in altre zone continuano gli scontri e le tensioni con le truppe federali e guerriglieri . Numerosi esponenti dell’opposizione hanno denunciato un crescente restringimento degli spazi politici, con arresti ed intimidazioni, si percepisce una grande disillusione rispetto all’esito scontato e alle possibilità del Prosperity Party del presidente Ahmed di cambiare la situazione sociale e politica. Ahmed era stato visto come un elemento di cambiamento poiché non apparteneva ai vertici del partito tigrino che aveva governato fino ad allora, ha aperto alle relazioni con l’Eritrea, rivale storico ,ha messo in moto l’economia con tassi di crescita rilevanti . Ma lo scoppio della guerra con il TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray ) tigrino , nel novembre 2020 con oltre 600.000 morti e immani devastazioni sopratutto nel Tigray ,la torsione autoritaria del regime, la politica accentratricedi Ahmed che metteva in discussione l’impianto federale dello stato etiopico , hanno spento le speranze di cambiamento. Le pressioni etiopi per l’accesso allo sbocco al mare e le conseguenze della costruzione della diga del Gerd hanno messo sull’avviso Eritrea ed Egitto innestando tensioni ai confini con l’Eritrea. Alle rinnovate tensioni tra Eritrea ed Etiopia si aggiunge il precipitare della situazione in Somalia dove a causa delle divergenze tra il presidente uscente Hassan Sheikh Mohamud e l’opposizione, Mogadiscio è stata teatro di scontri armati fra le varie milizie. Il presidente somalo ha cercato d’introdurre una riforma che consentisse il voto diretto per le elezioni dei legislatori , mentre ora votano i rappresentanti dei clan ,e al contempo ha prolungato il suo mandato già scaduto di un anno .Questa manovra è stata interpretata dalle opposizioni come un tentativo di rimanere aggrappato al potere ,scatenando gli scontri tra le milizie fedeli al presidente e quelle del primo ministro, tutto questo in un paese lacerato dall’insorgenza degli Al Shabaab ,legati ad Al Qaeda ,che controllano ampie porzioni del territorio nel sud del paese e dalle pulsioni indipendentiste del Somaliland, incoraggiate dal governo israeliano . In Sudan continua senza fine la guerra con l’uso spregiudicato di droni ed armi pesanti , le Forze di Supporto Rapido si stanno ammassando intorno a El Obeid, intensificando gli attacchi di droni e i bombardamenti di artiglieria . Una eventuale offensiva porterebbe ad ulteriori crimini contro la popolazione civile già assediata. El Obeid è la capitale dello stato del Nord Kordofan in Sudan, e i suoi abitanti già hanno subito un assedio seguito a massacri indiscriminati 18 mesi fa ,il tutto nel silenzio assordante del resto del mondo che si disinteressa della sorte dei civili mentre continuano, a dispetto dei vari embarghi solo sulla carta, le vendite di armi ad entrambi i contendenti.
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ELEZIONI IN COLOMBIA: al primo turno in testa l’estrema destra di Abelardo de la Espriella
Il 31 maggio in Colombia si è tenuto il primo turno delle elezioni presidenziali. Con il 43,72% dei voti è arrivato in testa Abelardo de la Espriella, candidato di estrema destra di Firme por la Patria. Lo segue con il 40,92% Iván Cepeda, candidato di Alianza por la Vida e principale erede politico del progetto del presidente uscente Gustavo Petro, che quattro anni fa portò per la prima volta la sinistra alla guida del Paese. Come hanno sottolineato numerosi analisti, il voto ha assunto i contorni di un secondo turno anticipato, segnato da una forte polarizzazione tra i due principali candidati. Determinante è stata la convergenza di larga parte dell’elettorato conservatore attorno a de la Espriella, che si è presentato separatamente da Paloma Valencia, candidata del Centro Democrático e principale esponente dell’area uribista. Le ingerenze statunitensi nella campagna elettorale e gli attacchi al progetto progressista hanno avuto un impatto significativo sul risultato. In vista del ballottaggio del 21 giugno, la sfida per Cepeda sarà ampliare la propria base di consenso e mobilitare una parte dell’ampio elettorato che al primo turno ha scelto l’astensione. Ne abbiamo parlato con Alioscia Castronovo, ricercatore universitario, redattore di DinamoPress ed autore dell’articolo “Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo”
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Bastioni di Orione 09/04/2026
IL VOTO IN UNGHERIA E LA TREGUA NEL GOLFO La “democrazia illiberale” di Orban che governa l’Ungheria da 16 anni rischia di essere messa in discussione dall’esito delle elezioni di domenica 12 aprile. Nonostante l’inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per sostenere il campione dell’onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al leader del partito Fidesz .L’architettiura di controllo sociale e la gabbia legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l’isolamento del paese e la crisi economica. L’alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato nel partito di governo per una ventina d’anni per poi fuoriuscirne e presentarsi alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all’emigrazione quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione del sostegno all’Ucraina e l’acquiescenza ai diktat di Bruxelles. Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell’Europa ,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a sostegno dell’Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte ucraino nell’ottica di logorare la Russia. L’esito elettorale ungherese potrebbe incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma l’alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in Polonia. Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra israelo americana contro l’Iran .
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Bangladesh dopo le rivolte studentesche alle elezioni vincono i nazionalisti
Il Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP) di Tarique Rahman ha vinto le prime elezioni legislative che si sono svolte dopo la destituzione della prima ministra Sheikh Hasina avvenuta nell’estate del 2024 a causa delle grandi proteste antigovernative guidate dagli studenti e studentesse universitari. Tarique Rahman, che molto probabilmente sarà il nuovo primo ministro, è il figlio dell’ex prima ministra bangladese Khaleda Zia, che fu a lungo la principale rivale politica di Hasina. Il partito islamista Jamaat-e-Islami arrivato per ora secondo con 48 seggi: il partito era stato vietato durante i governi di Hasina e ne fanno parte anche molti degli studenti che hanno contribuito a destituirla.Gli studenti protagonisti della rivolta contro Hasina hanno costituito un partito il National citizen party (Ncp) con l’ambizione di rompere il monopolio dei due storici partiti di massa bangladesi, Awami League e Bnp. Le cose non sono andate come previsto, anche grazie a una strategia di alleanze apparentemente inspiegabile: a pochi mesi dall’apertura delle urne, l’Ncp aveva annunciato a sorpresa l’entrata nella coalizione di partiti guidata da Jamaat-e-Islami, formazione islamica radicale a lungo bandita dalla politica bangladese. Il governo di transizione di Yunus ,pur deludendo alcune aspettative di riforma,ha comunque garantito il passaggio pacifico al processo elettorale non scontanto . Ne parliamo con Matteo Miavaldi caporedattore dall’India e responsabile dell’Asia per l’agenzia d’informazione China Files,collaboratore del “Manifesto”
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Uganda elezioni farsa e repressione nel silenzio generale
Il 17 gennaio Yoweri Museveni ha vinto ufficialmente le elezioni in Uganda con il 71% dei voti ottenendo il suo settimo mandato consecutivo alla tenera età di 81 anni .Le elezioni si sono tenute in un clima di terrore e brogli ,si susseguono le segnalazioni di intimidazioni, arresti e rapimenti di rappresentanti dell’opposizione, candidati, sostenitori,organi di stampa e attori della società civile. Prima delle elezioni, le autorità avevano bloccato internet, sostenendo che l’interruzione fosse intesa a impedire la diffusione di “disinformazione”,almeno 400 sostenitori del leader dell’opposizione Bobi Wine sono stati arrestati . Le squadre delle milizie al servizio del regime sequestrano ed uccidono oppositori mentre la residenza delcandidato dell’opposizione è circondata dall’esercito. Nonostante questo regime d’oppressione sia l’Unione Africana che le cancellerie occidentali tacciono acquiescenti con il presidente padrone Museveni che garantisce stabilità in una regione estremamente rilevante dal punto di vista strategico e protegge anche i lucrosi affari ed investimenti delle compagnie occidentali e cinesi. Si registra inoltre un coordinamento nella repressione del dissenso fra il Kenya ,la Tanzania e l’Uganda con la condivisione di intelligence formale e informale per tracciare gli avversari politici oltre i confini , consegne extragiudiziali transfrontaliere che fanno “scomparire” i critici in un solo paese per riapparire nelle prigioni della nazione d’origine, accuse di tradimento dispiegate come armi legali nei procedimenti giudiziari progettati per eliminare l’opposizione, un clima di paura che trascende i confini nazionali, rendendo l’esilio un rifugio fragile. Un sistema che ricorda il “plan condor” delle dittature sudamericane negli anni 70/80 ,d’altra parte i sistemi repressivi non sono tanto dissimili : in Tanzania dopo le elezioni farsa si parla di migliaia di vittime della repressione delle proteste di piazza ,in Kenya la repressione contro gli studenti e i giovani che protestavano contro il presidenteb Ruto è stata feroce ,e in Uganda il regno di Museveni entra nel quarantesimo anno. Ne parliamo con un giornalista italiano di cui non possiamo fare il nome per ragioni di sicurezza che si trova in Uganda.
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Elezioni presidenziali in Camerun: proteste, repressione del dissenso e delle opposizioni.@3
Le elezioni presidenziali in Camerun del 12 ottobre hanno portato ad un clima di crescente tensione nel Paese. Dopo 42 anni di regime Paul Biya è stato proclamato nuovamente presidente lunedì 27 ottobre, nonostante l’opposizione reclami la vittoria delle elezioni. Il clima elettorale è stato caratterizzato da aggressioni e rapimenti di sostenitori, scrutatori e militanti […]
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Elezioni presidenziali in Camerun: la protesta nei seggi di Roma contro il rischio di brogli
Le elezioni presidenziali in Camerun vedono il presidente Paul Biya – in carica dal 1982 – favorito. Se dovesse vincere anche queste elezioni, sarebbe il suo ottavo mandato. Negli anni la repressione del governo Biya contro le opposizioni è stata gradualmente acuita e la libertà di stampa drasticamente limitata. Il governo autoritario, sostenuto dalla Francia, […]
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